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Livia Firth, imprenditrice e produttrice cinematografica (foto di Julian Hargreaves per Grazia)

È UN’IMPRENDITRICE CHE AIUTA LE MAISON A PRODURRE ABITI E GIOIELLI IN MANIERA RISPETTOSA DI AMBIENTE E LAVORATORI. ALLA VIGILIA DEI GREEN CARPET AWARDS, GLI OSCAR DELLO STILE SOSTENIBILE CHE SARANNO ASSEGNATI A MILANO, POSA PER GRAZIA E RACCONTA I PASSI AVANTI IN UNA BATTAGLIA IN CUI HA AL FIANCO SUO MARITO, L’ATTORE COLIN

«Non bastava che il nostro aereo fosse in ritardo, ci hanno anche fermato all’immigrazione. Risultato, abbiamo due ore di ritardo».  Siamo in una suite dell’hotel Cipriani, a Venezia, e nonostante Livia Firth abbia viaggiato per ore, si presenta all’intervista fresca come una rosa grazie al suo truccatore di fiducia. Vive da anni a Londra, ha una casa in Umbria e un marito da vent’anni che di nome fa Colin Firth ed è un premio Oscar. Insieme hanno due figli, Luca, 17 anni, e Matteo, 15. Ma parlare della sua vita privata, con lei, è impossibile: ha deciso anni fa che non lo avrebbe più fatto perché- parole sue- le affermazioni che faceva venivano regolarmente fraintese. Così focalizza le sue attenzioni sull’attività di produttrice e imprenditrice di Eco-Age, una società di consulenza che aiuta le aziende a diventare ecosostenibili. Ma a proposito di marito, alla serata di Chopard che seguirà alla nostra intervista i due sono stati sorridenti e inseparabili, a dimostrare che la crisi attraversata qualche tempo fa è stata definitivamente superata. Prima di parlare con me, Livia da un occhio agli abiti appesi sullo stand che indosserà in questo servizio fotografico, e punta decisa sui colori più vivaci. Il 23 settembre, in piena settimana della moda, sarà di nuovo sul The Green Carpet Fashion Award, progetto di cui è madrina e che per il secondo anno avrà come magnifico scenario il Teatro alla Scala di Milano. Partiamo da qui.

 Lei combatte il “fast fashion”, la moda a basso costo che punta sulle ultime tendenze… «Non saremmo qui a parlare di moda sostenibile, se non esistesse il fast fashion. Fino a 30 anni fa compravamo e consumavamo in modo diverso, oggi tutto è usa e getta, con ripercussione sull’ambiente e sulle persone che creano questi prodotti: i vestiti vengono confezionati da persone che vivono come schiavi».

 Il documentario The True Cost, mostrato in anteprima mondiale a Cannes nel 2016, raccontava con immagini scioccanti l’impatto della moda a basso costo sull’ambiente e sulla vita delle persone. Come hanno reagito i grandi marchi dello stile, considerato che alcuni di loro decentrano la produzione per abbassare i costi? «La moda del lusso ha dovuto fare dei compromessi per competere con il fast fashion, produrre anche all’estero, per esempio in Bangladesh, con le agevolazioni del caso. Ma è anche vero che molti brand del lusso si sono accorti per primi di dover cambiare le cose e di non poter usare certi mezzi. Il gruppo Kering in Italia, che comprende Gucci e Bottega Veneta, ma anche Stella McChartney, si muovono diversamente: sono alcuni fra i marchi del lusso che controllano completamente la loro filiera perché tengono alla reputazione».

 Dove è arrivato il suo impegno con Eco-Age e la moda sostenibile? «Nell’ultimo anno i cambiamenti sono stati radicali.  A forza di parlarne si è rotto un argine e le persone ascoltano più facilmente, adesso è entusiasmante parlarne. E tanti amministratori delegati hanno capito che la sensibilità fa parte del profitto di un’azienda e che se vuoi un business che funzionerà anche fra 10 anni devi avere un certo tipo di produzione».

Se si volta indietro, dove colloca l’inizio della sua battaglia? Cosa ha fatto scattare la molla dentro di lei? «L’idea di Eco-Age è stata di mio fratello Nicola: quando ha aperto, nel 2007, era un negozio. Aveva finito Economia e commercio a Roma ed è venuto da me e Colin  a Londra,  a perfezionare l’inglese. Non sapeva cosa avrebbe fatto da grande, ma non voleva lavorare nel mondo finanziario. Essendo sempre stato appassionato di eco sostenibilità, un giorno è venuto da noi e ci ha chiesto: “se doveste comprare un pannello solare, dove andreste?”. Gli abbiamo risposto che non ne avevamo idea. Gli si è accesa una lampadina: “Visto che non esiste un negozio per strada, in cui puoi entrare  e chiedere informazioni, lo apriamo noi”. Eco Age, a Londra, è stato il primo negozio per la casa specializzato in materiale eco sostenibile. Abbiamo lanciato la prima libreria in materiale eco sostenibile al mondo, venivano tutti a fare un giro lì».

Poi? «Sono andata in Bangladesh, con Oxfam, per una campagna contro la violenza domestica. Ho chiesto se mi facevano entrare di nascosto in una fabbrica e mi ha talmente scioccato quello che ho visto che ho capito che dovevamo dimenticarci della casa e passare alla moda. È un’industria che ha una grande responsabilità e una grande colpa: al momento è il business che riduce il maggior numero di persone a una forma di schiavitù moderna».

Lei ha ideato il il Commonwealth Fashion Exchange con il quale è arrivata a Buckingham Palace, il palazzo che ospita la Regina Elisabetta. Ci può dire di che cosa si tratta? «Il segretario generale del Commonwealth è una donna, la baronessa Patricia Scotland. Voleva fare qualcosa di speciale per riunire i paesi del sotto un unico ombrello, ha scelto la moda come veicolo per parlare di cose serie. Il concetto di Fashion Exchange, il più grande scambio di moda mai esistito, ha coinvolto designer di 56 paesi del mondo, incluse isolette del Pacifico mai sentite nominare prima. Kate Middleton è diventata madrina dell’evento, ha una grande passione per i tessuti, qualche anno fa aveva visitato tutti i tessutai inglesi».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 13/9/2018

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