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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Guillaume Canet, «Poveri noi, uomini».

05 sabato Gen 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes, Personaggi

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7 uomini a mollo, cinema, Cristiana Allievi, Grazia, Il gioco delle coppie, piccole bugie fra amici

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L’attore e regista francese Guillaume Canet, 45 anni.

«Tutti oggi vogliono essere belli, con denti bianchissimi, muscoli guizzanti e senza capelli grigi. Trovo spaventoso questo voler essere così uguali, e se penso che solo poco tempo fa avere un po’ di peso in più era simbolo di successo e di ricchezza, è un cambiamento incredibile». Guillaume Canet non è il classico bad boy che cerca di stenderti al primo colpo. È un uomo d’altri tempi che ha a cuore sentimenti, ragionamenti e amicizia, e il cui fascino ha ritmi più lenti.

Figlio di allevatori di cavalli, Guillaume avrebbe voluto fare il fantino di professione ma un incidente a cavallo lo ha fermato e costretto a cambiare direzione. Da attore ha più di 40 film all’attivo, fra cui Amami se hai il coraggio e Last Night, e ha appena completato il sesto da regista, continuazione di quel Piccole bugie fra amici che ebbe un tale successo da lanciarlo a livello internazionale. Ex marito di Diane Kruger, ed ex anche di Carla Bruni, oggi ha due figli con l’attrice premio Oscar Marion Cotillard. Abbiamo capito molto di che padre è guardandolo in Mio figlio di Christian Carion, nei panni di un uomo a cui avevano rapito il figlio. All’oscuro della trama del film, che il regista gli svelava passo a passo, ci ha mostrato le sue vere reazioni, mentre si trasformava in una specie di giustiziere.

E molto di lui c’è anche in 7 uomini a mollo di Gilles Lellouche, film corale applaudito all’ultimo festival di Cannes nella sale dal 20 dicembre. Qui è un manager con problemi di rabbia che gli sono costati il matrimonio, si iscrive a un corso di nuoto sincronizzato e con altri uomini, tutti ex maci a pezzi, inizia un percorso di amicizia e fratellanza che cambierà i loro destini.

Infine dal 3 gennaio sarà un intellettuale che specula sul futuro dell’editoria (e non solo) in Il gioco delle coppie, di Oliver Assayas. «Marion ha riso moltissimo ascoltando i miei discorsi nei panni di Alain, non potrebbe essere più lontano da come sono nella vita vera», racconta a proposito del film, in Concorso all’ultima Mostra di Venezia, che ironizza e fa riflettere sulla rivoluzione della comunicazione, lo strapotere dei social e l’agonia del cartaceo,  in un mondo in cui un tweet sembra più determinante della buona recensione di un intellettuale. Guillaume è un editore parigino di successo che sta con un’attrice (Binoche) ma ha una relazione segreta con Laure (Christa Theret), esperta di editoria digitale.

Partiamo dall’impatto che ha su di lei la rete. «Un grande impatto direi, oggi si sa che puoi suicidarti buttando una frase in rete, su Twitter o in Instagram. Fai una battuta e vieni subito frainteso, devi stare molto attento».

Come gestisce i suoi social, in questo quadro?«Mostro molto del mio lavoro e delle mie passioni, ma non la mia vita privata. Si sa troppo degli attori e il rischio è  pensare a cosa fanno nel loro salotto anziché guardare quello che stanno facendo su uno schermo. Ho visto persone che amo e che rispetto condividere tutto su Instagram,  ho pensato che si fossero rincretiniti».

Come se lo spiega? «Li vedo  spaventati all’idea di perdere il contatto con gli altri, e quando qualcuno è così spaventato è perché ha bisogno d’amore. Condividi la vita privata per sentirti amato, ma milioni di likes non bastano se non sei tu ad amare te stesso, e mi sembra che molti di coloro che vivono sui social non abbiano abbastanza rispetto per sé. Io preferisco che mi amino i miei figli, sinceramente. Allo stesso tempo la questione è delicata, sembra che tu debba essere parte di tutto questo, altrimenti svanisci».

L’anno scorso  ha fatto un film da regista che affrontava la fragilità dell’ego di un personaggio pubblico, Rock’n’ roll, protagonisti lei in versione nevrotica e Marion Cotillard sua compagna. «È iniziato tutto da un’intervista. Una giornalista mi ha elencato cose che era certa fossero accadute nella mia vita, e che in realtà non erano mai successe, e ha concluso dicendo “certo che fra moglie, figli e cavalli, non sei un tipo molto rock and roll…”. È scattato qualcosa in me, mi sono detto “sapete cosa? Volete vedere chi sono? Ora vi faccio entrare in casa mia e vi mostro chi sono”. Dopo tanti anni di proiezioni pubbliche su di me, ho voluto giocare io con la mia immagine».

E come è andata? «Chi ha letto la sceneggiatura mi ha detto che avrei rovinato la mia carriera, gli ho risposto che non avevo niente in contrario!  Nella prima parte ci siamo io e Marion che viviamo le nevrosi della celebrità, poi da metà film si scopre che è tutta una finzione. E sa una cosa? Molti hanno amato il film e chi non l’ha fatto curiosamente non ha apprezzato la seconda parte, quella in cui si capiva che era tutta una finzione».

Non è stata la prima volta in cui lei rischia grosso. Dopo Piccole bugie fra amici, un grande successo,  poteva girare la parte due, o una commedia, invece ha deciso di girare Blood ties… «Un film difficile, in inglese e negli Usa, dove nessuno mi conosceva. È stato ricevuto male da pubblico e critica  e nonostante sia molto critico nei confronti del mio lavoro, mi è sembrato davvero eccessivo, e mi ha mandato in depressione. Non volevo sentir più parlare di cinema, per un anno sono tornato ai miei cavalli, ho girato l’Europa facendo gare e dormendo nel mio furgone. Tempo dopo è arrivata la provocazione di Rock’n’roll».

Tornando ai social, come vi regolate con i vostri figli? «Per fortuna sono troppo piccoli, hanno 7 anni e 20 mesi, ma io sono già preoccupato. «Cerco di insegnar loro il giusto equilibrio, a essere focalizzati sin da piccoli sul positivo, considerato il numero di teeneger che si suicida perché non sopporta la mole di odio in circolazione è complicato. L’unico modo per proteggerli è mostrare loro le cose belle della vita, i fondamentali, fargli capire la differenza fra il mondo concreto e quello parallelo degli haters».
7 uomini a mollo mette in evidenza idee sui canoni estetici e lo fa per contrasto, mostrando fisici di uomini molto ordinari. La pressione sull’essere in forma è aumentata anche per gli uomini? «Non credo in particolar modo in Francia. Per le attrici è sempre stato difficile invecchiare, a causa del grande schermo, che amplifica, ma da un po’ le cose sono cambiate anche per gli uomini. So che in Usa attori famosi hanno già nei loro contratti la clausola secondo cui la produzione deve cancellare i loro difetti fisici, e visto che in Francia arriva tutto 10 anni dopo, stiamo a vedere: sta iniziando con le attrici, arriverà anche a noi. Comunque intorno a me vedo sempre più gente che cade in depressione, e i social, uniti a questa corsa continua che consuma tutto, non aiutano».

Ci stiamo avvelenando? «Dimentichiamo di vivere il presente, stiamo sempre a pensare a cosa faremo fra un minuto, e non respiriamo. Qualche giorno fa ero nel sud della Francia, stavo guardando mio figlio e mi sono perso a pensare a come sarebbe stato fare una serie di cose che dovevo fare i giorni successivi. Non mi sono nemmeno accorto del percorso fatto per arrivare nel bosco, per tutto il tragitto ero rimasto nella mia mente, non mi sono goduto niente del mio ultimo momento di verde.  Mi sono seduto su una panchina, e mi sono preso tempo per tornare al momento presente».

In che modo è utile? «Torni a respirare, a sentire i passi che facciamo, gli odori, a vedere i colori ci ricordano. Serve a tornare a coltivare il nostro istinto».

Cosa la aiuta in questo senso? «Ho iniziato a praticare Qi Gong, faccio 18 esercizi ogni mattina. Da quattromila anni in Cina sanno che quando hai un problema fisico è perché la tua energia è bloccata da qualche parte, e se non ci fai qualcosa ti ammalerai. Gli esercizi che faccio sono come respirare, e alla fine dei 20 minuti ho le mani che vibrano di energia e la faccia piena di vita. Sa una cosa? Se viviamo bene il chirurgo estetico non serve».

Intervista pubblicata su Grazia il 13 Dicembre 2018 

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Matthias Schoenaerts, Il cercatore d’oro

18 martedì Dic 2018

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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attori, Close Enemies, Cristiana Allievi, giardinaggio, GQ Italia, interviste illuminanti, journalism, Julian Schoenaerts, Matthias Schoenaerts, Mustang, Radegund, Star

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L’attore belga Matthias Schoenaerts fotografato per GQ Italia da Max Vadukul.

DAL PADRE, UOMO DALLA VITA COMPLICATA, HA EREDITATO IL TITOLO DI “MARLON BRANDO FIAMMINGO”. E BASTA: PERCHE’ A MATTHIAS l’ETICHETTA DI ATTORE TORMENTATO NON INTERESSA. PREFERISCE DIPINGERE, CURARE LE SUE PIANTE, PRENDERSI CURA DI SE’. E SFORZARSI DI VEDERE, NELLE PERSONE, SEMPRE IL MEGLIO

«È facile vedere il peggio nelle persone. Io preferisco essere quello che trova l’oro. Non è altrettanto facile, ma è un intento nobile, uno scopo per cui vale la pena fare quello che faccio». Se c’è un’abilità indiscussa in Mattias Schoenaherts è quella di incarnare animali feriti, maschi che vivono tempi duri con se stessi e con gli altri. Lo ha dimostrato sin dagli esordi, da gangstar invischiato nel commercio illegale di carni rinforzate dagli ormoni in quel Bullhead-La vincente ascesa di Jacky che è stato candidato agli Oscar facendo parlare di lui. E di nuovo nei panni di un pugile con un figlio piccolo, in Un sapore di ruggine e ossa: è stato quell’uomo che combatteva per sopravvivere a lanciarlo a livello internazionale e ad assicurargli ruoli di spessore a un ritmo inarrestabile, dal 2012 in poi. Faccia a metà fra Bjorn Borg e Bob Sinclair, all’ultima Mostra di Venezia, dove ha presentato Close Enemies di David Oelhoffen, inizia una conversazione in due tempi proseguita a Parigi, dove è stato scattato il servizio di queste pagine. In entrambe le situazioni arriva in ritardo, e menziona spesso due parole, spontaneità e libertà, che raccontano molto di lui. E che evocano anche quel cocktail esplosivo di eccentricità, disagi psicologici e talento del padre, Julien, star soprattutto del teatro belga, che non ha mai sposato la madre di Matthias, la costume designer Dominique Wiche, mancata due anni fa: cresciuto un po’ da lei ad Anversa, e un po’ dalla nonna a Bruxelles, non meraviglia che a 41 anni declini l’invito a parlare della sua storia famigliare. «Mio padre è morto 12 anni fa, ho fatto pace con una certa parte del mio passato, con cui ho dovuto confrontarmi mentre crescevo».

Aveva nove anni quando recitò sul palcoscenico nel Piccolo principe di Saint-Exupery, di cui Julien era regista e interprete. E nel 1992 il suo esordio sul grande schermo è stato sempre accanto a lui in Padre Daens, di Stijn Coninx, anche se non condividevano alcuna scena.  Un legame fortissimo, giocato sulle affinità. Basti pensare che Julien era noto come “il Marlon Brando fiammingo” e che in seguito il Telegraph descrisse Matthias come “il Marlon Brando belga”. «Non penso al passato, né al futuro, ho bisogno di stare collegato al momento presente. Se vogliamo è una filosofia molto buddista, vivo così anche quando sono su un set. Funziona, semplifica la vita». E considerata la mole vertiginosa di film che lo vede impegnato, gli serve. Attualmente sul set di The Laundromat, di Steven Soderbergh, nel 2019 lo vedremo in quattro pellicole.  Di nuovo diretto da Thomas Vintenberg in Kursk, tragica vicenda del sottomarino russo  affondato 18 anni fa durante un’esercitazione. «Stare con 25 persone in uno spazio ristrettissimo per sei settimane è un’esperienza radicale. Diventi matto, però aiuta a capire chi sei quando esci dalla zona di comfort». In Mustang, di Laure de Clermont-Tonnerre, sarà Roman, un criminale in prigione da 15 anni. «Il film è ambientato in un carcere e racconta un programma di riabilitazione davvero esistente che utilizza i cavalli selvaggi per far tornare in contatto con se stessi». Poi c’è Radegund, di Terrence Malick, in cui indagherà le motivazioni di Franz Jagestatter, un austriaco che decide di non unirsi ai nazisti per combattere con loro la Seconda Guerra mondiale. «In carcere ha scritto molte lettere alla moglie, ed è stato dopo averle lette che Mohammed Alì ha deciso di non andare in Vietnam a uccidere innocenti». Da marzo tornerà al cinema diretto da Oelhoffen, con quel genere banlieue movie in cui esercita al meglio la sua capacità di trovare una luce anche nell’oscurità. È da qui che parte la conversazione.

(continua…)

Storia di copertina di GQ di dicembre 2018

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Carey Mulligan: «Non voglio più scappare».

26 lunedì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Torino Film Festival

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Carey Mulligan, Cristiana Allievi, esordio alla regia, giornalismo, Grazia, interviste illuminanti, Paul Dano, Wildlife

 

NEL FILM APPENA PRESENTATO AL FESTIVAL DI TORINO È UNA DONNA TORMENTATA CHE FUGGE DA SUO MATRIMONIO. E L’ATTRICE RACCONTA A GRAZIA DEI SUOI DUBBI E DEL MOMENTO IN CUI HA FINALMENTE CAPITO QUALE FOSSE IL SUO POSTO NEL MONDO

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L’attrice Carey Mulligan, 33 anni, fotografata da Richard Phibbs per Grazia.

«Farebbe questa domanda anche a un uomo?». Quando le rispondo che si, chiederei anche a un attore se l’arrivo di due figli ha cambiato il suo modo di scegliere ruoli al cinema, Carey Mulligan sembra sollevata. «L’unica cosa che è cambiata è che, ancor più di prima, lavoro solo se vale davvero la pena di stare lontano dai miei figli. Dev’essere tutto perfetto, per farmi venire la voglia di lasciarli». Quella parola, perfetto, mi colpisce, e presto capisco perché. Abito castigato sotto il ginocchio, blu a pois bianchi, e caschetto biondo decolorato, poco dopo mi dice di non rivedere mai i propri film. «È terribile, intercetto tutti gli errori e penso che avrei dovuto fare le cose diversamente. Guardarsi su uno schermo è un’esperienza strana, è come sentire la propria voce nella segreteria telefonica e confrontarla con quella vera». Il fatto di essere british rincara la dose, in fatto di perfezionismo. 33 anni, nata a Westminster da una madre lettrice universitaria e un padre manager di hotel, Mulligan è sposata con Marcus Mumford, il leader dei Mumford & Sons, con cui ha due figli, l’ultimo di poco più di un anno. Ha iniziato a recitare a scuola a sei anni, ma dopo il liceo non è stata accettata dalla scuola di teatro. Una parte in Downtown Abbey e quella in Orgoglio e pregiudizio hanno fatto partire la sua carriera, mentre a fare di lei una star del cinema è stato An education, con cui si è ritrovata catapultata di colpo sotto i riflettori. «Non mi ero mai vista così tanto tempo sullo schermo, ho pensato di essere veramente noiosa, ero tutta faccia e non facevo niente… Ho chiamato mia madre, prima dell’anteprima al Sundance, per dirle “è terribile, non voglio andarci, torno a casa”. Poi il film ha avuto un tale successo, le nomination agli Oscar… Mi spiace non essermelo goduto, ho iniziato a riconoscere il mio lavoro solo alla fine». Diciamo che non stupisce che non si sia fatta divorare dalla macchina della notorietà, anche perché protegge la sua privacy con determinazione. Parliamo del suo ultimo film, una storia ambientata nel Montana negli anni Sessanta che racconta di una giovane coppia con un figlio che va in crisi e di una madre, lei, che tenta di cambiare radicalmente vita.  Wildlife, esordio alla regia di Paul Dano, passato all’ultimo Festival di Cannes e sugli schermi del Torino Film Festival il 23 novembre,  è basato su un romanzo di Richard Ford. Lei è Jeanette, una casalinga che deve badare a se stessa e a suo figlio dopo che il marito (Jake Gyllenhaal) le pianta in asso per andare a spegnere un incendio forestale. Si imbarca in una relazione pericolosa che può stabilizzare la sua famiglia o distruggerla. Un altro personaggio molto sfidante, adattato dal regista e dalla sua cosceneggiatrice e compagna, Zoe Kazan.

In Wildlife mostra aspetti di una donna che non si vedono spesso al cinema. «È inusuale vedere donne che mandano tutto in malora, per un momento. E se sbagliano fanno solo quello, non sai mai chi sono davvero, da fallite. La donna che interpreto è una brava madre e una brava moglie, ma non vedi questo di lei, quanto i suoi lati più deboli».

Da mamma perfetta a donna che beve e che cerca un amante ricco, da cui porta anche il figlio: è stato un viaggio interessante? «Mi piace l’esplorazione di varie versioni di sé. Jeanette si accorge di colpo, a 34 anni, che non ne avrà più 21 e che le cose che si era immaginata di essere, da teenager, sono sparite: è ridotta a essere una madre e una moglie, ed è normale essere molto spaventate. E poi diciamo la verità, non ci piace vedere donne infedeli, mentre tolleriamo che lo siano gli uomini, quindi sono felicissima di averla incarnata io!».

Cosa le è risultato più difficile? «Le scene da ubriaca, sono difficili da recitare, mentre la guerra con mio marito è stata facile».

Crede che la situazione delle donne è cambiata, dagli anni Sessanta?  «All’epoca il tabù sui matrimoni che finiscono in divorzi era molto più grande, il divorzio era quasi innominabile in certi ambienti. Ma sotto la superficie, in termini di ciò che ci si aspetta dalle donne è abbastanza simile, c’è ancora molta pressione: ora si possono fare scelte leggermente diverse, ma che tu sia una casalinga o una madre che lavora devi essere tutto e fare tutto, ed è ciò a cui reagisce il mio personaggio».

In cosa le assomiglia? «Mi sono identificata con la reazione a quella sensazione del tempo che passa, il panico che hai quando ti rendi conto di quanto tempo è passato. Ho riascoltato una canzone che ascoltavo molto quando avevo 19 anni e mi ha fatto saltare il cuore, ho pensato “avevo 19 anni due minuti fa!”».

Nel film dice “ho 34 anni”, come se fosse vecchia. «All’epoca era così. Quando mia madre è tornata nella sua città natale, nel Galles, dalla Giordania in cui viveva, e ha detto che non era sposata, pensavano che fosse divorziata: non potevi essere celibe a 28 anni, ed erano gli anni Ottanta!».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 22 Novembre 2018

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La grazia di Hadas (Yaron)

25 domenica Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, Festival di Cannes, Personaggi

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cinema, Cristiana Allievi, D La repubblica, fede universale, festival, Gianni Zanasi, Hadas Yaron, interviste illuminanti, Madonna, Troppa Grazia

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L’attrice israeliana Hadas Yaron, 28 anni (foto di Gabriel Baharlia per D La Repubblica)

«Il mio nome tradotto nella sua lingua è quello di un fiore bianco, credo sia il mirto… Ha un profumo meraviglioso». Resta molto sorpresa quando le diciamo che, fra le altre cose, da quel fiore si distilla un liquore molto apprezzato. Un destino che Hadas Yaron, attrice israeliana di 28 anni, condivide con la bevanda, se si pensa a quanto l’Italia l’abbia premiata e adottata. Per La sposa promessa, di Rama Burshtein ha vinto la Coppa Volpi come miglior attrice a Venezia sei anni fa, e quando è tornata a casa le hanno dato l’Academy Award d’Israele.  Era solo il suo secondo film, poi è stata la volta di La felicità è un sistema complesso, di Gianni Zanasi, con cui ha girato di nuovo Troppa grazia, a distanza di tre anni, presentato in anteprima mondiale nella sezione Quinzaine dell’ultima edizione del  festival di Cannes.

Il suo personaggio è nientemeno che la Madonna, che appare a Lucia, una geometra (Alba Rohrwacher) che ha una figlia e si arrabatta fra mille difficoltà pratiche e sentimentali. La Madonna le ordina di far costruire una chiesa nel mezzo di quello che sembra (sembra) il nulla.  «La proposta del regista mi ha resa molto felice anche se non sono religiosa e non ho un’idea forte come l’avete voi sulla Madonna. Non sono cresciuta con questa figura, sapevo chi è in senso generale, ma leggendo la sceneggiatura ho capito che si trattava di qualcuno di più umano. Nel film c’è umorismo, si parla di avere fede ma non in senso religioso: è più un credere ancora, un fidarsi, un saper immaginare nonostante si sia adulti». Nel caso del film di Zanasi la figura interpretata da Hadas è una specie di sguardo netto e senza compromessi sulle cose, con un forte senso etico ed esistenziale. La Madonna è una parte di lei, la fa tornare ad avere fiducia in se stessa, e lo fa mettendola di fronte allo sconosciuto, che è sempre spaventoso. «Come Lucia, a volte anche preferiamo stare dove siamo, nonostante non ci faccia bene, invece di muoverci verso qualcosa di nuovo».

Troppa Grazia mescola temi importanti a momenti di grande ironia, come quando al primo incontro Lucia scambia la Madonna per un’extracomunitaria che vuole denaro, iniziando lei una conversazione con parole ebraiche.  Una metafora, questa, del non capirsi e non sentirsi capiti, quando si incontra qualcuno che parla un linguaggio diverso.  «Credo che ogni persona conosca quella sensazione, viaggiando accade spesso. Io ho imparato l’italiano, ma se vado in Francia mi sembra strano non poter parlare l’idioma locale. Vorrei il super potere di parlare tutte le lingue del mondo. L’ebraico per me è una specie di codice segreto: so che se scrivo qualcosa, in genere nessuno può leggerla».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 24 Novembre 2018

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Vincent Lindon, In guerra

20 martedì Nov 2018

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attori, Cristiana Allievi, D La repubblica, Francia, In guerra, interviste illuminanti, La legge del mercato, lavoro, scioperi, sex symbol, Vincent Lindon

DA SEX SYMBOL A MILITANTE, CONVERSAZIONE CON UN ATTORE CHE NON MA (MAI) ACCETTATO COMPROMESSI. E SI VEDE

«Non faccio pubblicità di profumi. Compro le mie giacche e nessuno mi dice come dovrei vestirmi. Non vado alle feste nè agli show televisivi che non mi piacciono, non rispondo a giornali che odio. Quando ha deciso di seguire queste regole? Quando sono nato». Ecco la ricetta della libertà secondo Vincent Lindon, che da sex symbol di Francia è diventato l’attore più impegnato che la sua nazione possa vantare. Lo si era capito con quei 15 minuti di applausi per la sua interpretazione di un primo ministro in Pater, al Festival di Cannes, un film illuminante in fatto di amministrazione della cosa pubblica. Con La legge del mercato, di Stephane Brizé, in cui è un cinquantenne che ha perso il lavoro ed è costretto ad accettarne uno che lo mette moralmente in crisi, ha vinto la Palma d’oro come miglior protagonista. E diretto dallo stesso regista, dal 15 novembre lo vedremo in un confronto molto più radicale. In guerra, proiettato in anteprima mondiale a Cannes, racconta due mesi di sciopero dei 1100 lavoratori della Perrin Industries e la lotta del loro portavoce con un management che vuole licenziare tutti nonostante i profitti. «Non è un documentario, nonostante il realismo. Lo spettatore non capisce cosa sta succedendo, la drammaturgia è molto forte, e questo è puro cinema», racconta l’attore. «Sappiamo che Amédéo, l’uomo che interpreto, si prende cura della moglie e della figlia, ma di fatto è un uomo in uno stato di guerra: con uno sciopero le persone occupano un posto, non perdono energie su altri aspetti della vita, non dormono, sono focalizzati su una quesitone di vita o di morte. E il film fa lo stesso». Nella vita vera, Lindon è un aristocratico con idee chiare su cos’è lo stile. «Da piccolo chiedevo a mia madre com’era vestito qualcuno, lei mi rispondeva  “con pantaloni e giacca, ma era molto chic”. Per me significa indossare qualcosa che indossano gli altri, ma in modo completamente diverso. A un congresso in Russia una signora ha chiesto a Yves Saint Laurent come essere fatale, attraente e distinta. Lui le ha risposto “ci vogliono una giacca, una gonna nera e un uomo che la ami”. Per un uomo vale lo stesso: bastano una giacca nera, una camicia bianca e una donna lo ami».

(continua…)

Articolo pubblicato di D La Repubblica del 17 novembre 2018

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Kossakovsky da brividi

14 mercoledì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Miti, Personaggi, Zurigo Film Festival

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Acqua, Aquarela, Cristiana Allievi, Festival di Zurigo, Ghiaccio, GQ Italia, interviste illuminanti, journalism, Kossakovsky

L’ultimo lavoro, che il regista ha presentato prima al Festival di Cannes e poi a quello di  Zurigo, racconta la potenza dell’acqua in tutte le sue forme. Liquide e no

 

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Un’immagine del docu film Aquarela, di Kossakovsky (Courtesy of Mymovies).

 

Si vedono 500 metri di iceberg che si staccano in Groenlandia, spostando una massa d’acqua immensa tale da scatenare piccoli maremoti circostanti. Si passa alle superfici ghiacciate del lago Baykal, in Russia, poi sull’isola Bornholm, dove si resta senza fiato davanti al colore dell’acqua del Mar Baltico che cambia col passare delle ore: rossa, verde, grigia, poi completamente nera.  Arriva la strabiliante visione frontale delle Angel Falls in Venezuela, mille metri di cascate in cui l’acqua non arriva mai a terra, polverizzandosi a metà percorso. «Mi ha chiamato un produttore scozzese chiedendomi se volevo girare un film sull’acqua», racconta il pluripremiato documentarista russo Victor Kossakovsky, incontrato al Festival di Zurigo. «Ho detto subito di no, quelli che avevo visto raggruppavano vari tipi di persone, dai politici agli scienziati agli attivisti. Tutti parlavano di clima, di inquinamento, di leggi, ma non si vedeva mai l’acqua. Finchè un giorno, ricontattandomi, ha detto “e se lo chiamassi Aquarela?”. Mi sono visto con un pennello in mano, e ho accettato». Così è iniziato un viaggio incredibile, anche per cercare i finanziamenti di un film senza esseri umani,  senza una storia, solo acqua in diverse forme e tre momenti di musica degli Apocalyptica, un gruppo symphonic metal finlandese. «Nel 2011 stavo girando Viva gli antipodi!, e il personaggio all’improvviso ha detto una cosa strana: “nella prossima vita vorrei non essere una persone, ma acqua”. Quando si è presentata l’opportunità ho deciso di partire da lì: ho messo la macchina nello stesso posto, sul lago Baycal, per riprendere quel ghiaccio spesso solo un metro, trasparente, sotto cui riuscivi a vedere i pesci… Ma è accaduto qualcosa di orribile, e  ho preso una direzione diversa». Conosciuto come il Rembrandt dei documentari (“perché metto le immagini al primo posto, prima ancora delle storie”), ha presentato questi 90 minuti mozzafiato in anteprima mondiale a Cannes. Girato a 96 fotogrammi al secondo, con un suono creato grazie al lavoro di 120 canali, è una chiamata viscerale all’umanità sotto forma d’arte, perché si svegli davanti al bene più prezioso che abbiamo. Un lavoro immane, incominciando lontano dal set. «Ogni mattina col mio team facevamo disegni, chiedendoci come regalare immagini che non si erano mai viste prima. Siamo stati dentro una tempesta  per tre settimane nell’oceano Atlantico, con onde di 20 metri, ci voleva un giorno per spostare la macchina da una parte all’altra della barca». Considerato che a Hollywood film come I Pirati del Caraibi sono girati in piscina, i segreti dietro ogni ripresa di questo lavoro hanno suscitato immediatamente l’interesse di Participant Media.  «I produttori americani mi hanno chiesto di smettere di parlare di come abbiamo lavorato perché volevano farne un libro. Ho appena incominciato a lavorarci, oltre alle parole ci saranno molti disegni».

Articolo pubblicato su GQ numero di Novembre 2018 

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Spike Lee: «Lassù qualcuno mi ama».

10 mercoledì Ott 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes

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Adam Driver, Agent Orange, BlacKkKlansman, Charlottesville, Cristiana Allievi, interview, interviste, interviste illuminanti, John David Washington, Prince, Spike Lee

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Il regista, attore, produttore e sceneggiatore Spike Lee, 61 anni (photo courtesy Vibe.com).

«Cosa è successo da quando BlaKkKlansmen è stato presentato all’ultimo festival di Cannes, lo scorso maggio? Il film ha avuto una grande risposta, e la cosa mi rende particolarmente felice: sta portando luce sulle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Giorno dopo giorno le notizie si stringono  intorno al collo dell’Agente arancio. Non fatemi pronunciare il suo nome, io lo chiamo così». Considerate che Agent Orange si riferisce ovviamente al colore della chioma  di Donald Trump, ma è anche il nome tristemente noto di un defoliante utilizzato durante la guerra in Vietnam e accusato di aver causato tumori e disabilità a centinaia di migliaia di civili. Vi sarete fatti un’idea  di quanto Spike Lee ami il suo presidente. Spike, 61 anni, di Brooklyn, è una palla di fuoco. Ha appena ritirato a Venezia il premio Filming Italy, nato per promuovere l’Italia come set cinematografico nel mondo. Gli nomino Charlottesville, da cui sono tornata da poco, mi chiede se il motivo della mia visita è stato l’anniversario di Unite the Right. Comprensibile, visto che dopo lo scontro mortale tra suprematisti bianchi dell’estrema destra e i contro manifestanti, il 12 agosto dello scorso anno, la cittadina che per lungo tempo era stata affascinante sede della University of Virginia e del suo fondatore, Thomas Jefferson, è ormai sinonimo di lotta razziale. Per questo motivo il regista di Fa’ la cosa giusta ha inserito gli avvenimenti di Charlottesville a chiusura del film che aveva appena terminato, e che ha poi vinto il Premio della giuria al festival di Cannes: un finale che inchioda alla sedia, in un silenzioso sgomento.Il film è un adattamento cinematografico del libro Black Klansman, scritto dall’ex agente di polizia Ron Stallworth, e racconta la vera storia di questo poliziotto nero che nel 1979 si è infiltrato nel Ku Klux Klan, vicenda mantenuta segreta fino al 2014. Stallworth avrebbe voluto che a interpretarlo fosse Denzel Washington, ma considerato che all’epoca degli eventi narrati aveva 25 anni, la strategia di Spike Lee è stata di fidarsi del sangue e puntare sul figlio di Denzel, John David. Scommessa che il pubblico – il 10 agosto scorso BlaKkKlansmen è uscito negli Usa, e a ruota un po’ in tutto il mondo, fino ad arrivare nelle nostre sale il 27 settembre –ha giudicato riuscitissima.Siamo in una suite di uno degli alberghi più belli del Lido di Venezia, Lee ha un piatto di frutta fresca davanti, ma non la toccherà per tutta la conversazione. Racconta di aver appena terminato le riprese della seconda stagione  della serie tv She’s gotta have it, ma torna sul rabbiosissimo BlacKkKlansman, che per molti versi, come vedremo, fa anche rima con amicizia. Anche se è una parola che  lui riserva a pochi eletti.

È stato Jordan Peele, uno dei produttori, a chiamarla per proporle la sceneggiatura di BlaKkKlansmen. Si può dire sia un successo nato da un’amicizia? «Non eravamo proprio amici. È andata così: mia moglie Tonya  Lewis era nel consiglio del Sarah Lawrence College, e un giorno mi ha detto “devi andare a parlare agli studenti di cinema della scuola”, e visto che volevo farla felice, ho seguito il suggerimento. Lì uno degli studenti mi ha detto “ciao, io ti conosco”, era Jordan Peele. Anni dopo mi ha proposto la sceneggiatura perché dice che so creare la tensione giusta e poi tirare un pugno allo stomaco. A me invece era piaciuto Scappa-Get Out, che Jordan ha scritto, diretto e interpretato».

Il cuore del film è la relazione fra due poliziotti, interpretati da Adam Driver e John David: come l’ha costruita sul set? «L’amicizia è uno dei tanti livelli del film, ci sono anche  il thriller, il poliziesco, il film d’epoca, tutto va insieme.  L’alchimia a cui allude è un fatto chimico, e glielo dimostro. Prendiamo due bicchieri, quello sulla destra del tavolo è Adam Driver, quello a sinistra è John David. L’attore A è bravo, l’attore B anche. Ma insieme non sai cosa succederà. Quindi proviamo ad avvicinare i bicchieri: sul set la chimica c’era dall’inizio, ma Adam e John David hanno dovuto lavorarci giorno per giorno. I personaggi non sono amici dal primo momento: l’avvicinamento è progressivo e avviene grazie a un goal comune, il Ku Klux Klan».

Ho sentito John David dire “non so cosa abbia visto in me Spike Lee”. «Lo conosco da prima che nascesse, glielo ripeto spesso. Sapevo che sarebbe stato perfetto, l’ho visto nella serie tv Borders e in alcuni film indipendenti. Non gli ho fatto audizioni, non ci siamo nemmeno incontrati prima, mi ha semplicemente risposto “Ok, ci sto”».

L’aveva già ingaggiato insieme al padre Denzel nel suo Malcom X, quando aveva solo 9 anni. «Io e Denzel siamo vicini, abbiamo lavorato insieme, anche se non siamo migliori amici».

Come ha scelto Adam Driver? «Per il lavoro che ha fatto. È un tipo di attore che non si ripete mai e questo mi piace molto».

Lei e John David siete neri, Adam è bianco… «Sul set c’erano molti altri attori bianchi, la linea di separazione che s’immagina non c’era. Thoper Grace, per dire, mi ha parlato di quanto sia stato duro per lui interpretare David  Duke, il capo del Klan. Per quanto mi riguarda, nel cuore ho amore per tutti, non odio. Inoltre quando le persone si incontrano su un set, sesso e differenze sociali spariscono. Di Jaspar Paakkonen non sapevo nemmeno che fosse finlandese, per me era uno dell’Alabama o del Mississippi. Mi ha invitato a un festival a Helsinki, a fine settembre, e lì ho scoperto che ha una delle 10 top Spa nel mondo».

 

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su GQ n. Ottobre 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tom Schilling: «Se ti amo, ti porto via con me».

06 sabato Ott 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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01 Distribution, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, Opera senza autore, Tom Schilling

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L’attore Tom Schilling fotografato da Julian Hargreaves. 

Sullo schermo si trova nella peggiore delle posizioni. Nei panni di Kurt Barnert, è un pittore che si innamora appassionatamente di Elisabeth (Paula Beer) ma si ritrova contro il suocero (Sebastian Koch), che è un medico e anche un criminale . In Opera senza autore, del regista premio Oscar  Florian Henckel Von Donnersmarck, ha convinto pubblico e critica all’ultima Mostra di Venezia, e il film, basato su fatti realmente accaduti, sarà nelle sale dal 4 ottobre.Per fortuna nella vita vera l’attore di Oh Boy, un caffè a Berlino, 36  anni e una faccia che assomiglia ad Alain Delon da giovane, e felicemente legato a Annie Mosebach, con cui ha tre figli.

Un film di tre ore da protagonista, come si è preparato? «Scelgo pochi lavori perché ci metto molto a calarmi in un personaggio, e sono il mio critico più acerrimo. Ho passato molto tempo all’Università a parlare con un insegnante di pittura, e poi in studio con Andreas Schon, l’artista di cui si vedono i dipinti nel film. Per anni è stato assistente di Gerard Richter, l’ispiratore del film e il pittore contemporaneo più quotato del momento».

Una storia d’amore, un dramma che attraversa ben tre epoche di storia tedesca. «Da attore preferisco le trame difficili, dal tempo dei greci la tragedia è più attraente della commedia, fa riflettere di più».

La felicità non ci fa bene? «Sì, ma il desiderio di raggiungerla è un motore importantissimo: se mi dessero una pillola che mi rende sempre felice non la prenderei».

Cosa farebbe davanti a un suocero mostruoso? «Il mio personaggio è un po’ come Gesù, porge l’altra guancia. Ma è anche molto focalizzato, ha un dono: trasforma ogni umiliazione in arte. Per questo è così forte».

(…continua)

Intervista pubblicata su Grazia n. 42 del 4/10/2018 

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Ana Beatriz Barros: «Ritorno per conquistarvi».

04 giovedì Ott 2018

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema, Personaggi

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Ana Beatriz Barros, beauty, Brazil, Cristiana Allievi, fashion, interviste illuminanti, Karim El Chiaty, model

 

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La modella brasiliana Ana Beatriz Barros, 36 anni. 

«Da quando ho avuto mio figlio porto il 42 di scarpe, mi è cresciuto il piede di un numero». Scherza, Ana Beatriz, mentre prova gli stiletti per il servizio fotografico. Voce profonda e un marcato accento brasiliano nel suo inglese, quello di queste pagine è il primo lavoro che accetta da quando è rimasta incinta di Karim, avuto con l’imprenditore egiziano Karim El Chiaty, sposato nel 2016 a Mykonos. «Mio figlio ha nove mesi ed è la mia priorità assoluta. Ricordo quando viaggiavo quattro giorni alla settimana, dormivo sugli aerei e passavo il resto della giornata sui  set fotografici. Quando sei molto giovane lo puoi fare. Devi essere capace di stare da sola, non sa quanti compleanni ho passato in una stanza d’albergo… Ma ero molto focalizzata: io il successo l’ho cercato, da subito». Barros modella lo è nelle viscere, nonostante la sua vita di moda sia iniziata come quella di tante colleghe: è stata scoperta da un agente dell’agenzia Elite in spiaggia che aveva solo 13 anni. Poi ha vinto vari concorsi di bellezza, finché Guess l’ha lanciata con una campagna. Da lì in avanti ha lavorato per i più grandi della moda, da Victoria’s Secret a Chanel, da Gucci a  Dolce & Gabbana, finendo sulle copertine delle riviste di moda più importanti al mondo nonché fra le divine del calendario Pirelli.  Siamo nella suite veneziana dell’hotel Aman Venice, fuori vorrebbe piovere ma non succederà, mentre  Ana mi racconta che sono già passati 23 anni da quando  ha iniziato a fare la modella.

Cosa ricorda della sua infanzia? «Mio padre è un ingegnere meccanico, sono cresciuta in Brasile cambiando città ogni due anni. Uno dei miei ricordi più belli sono le vacanze dai nonni, nella loro fattoria a Mina Gerais, nel centro del Brasile. Andavamo a cavallo nella campagna, era meraviglioso».

Cosa è rimasto nei suoi occhi, di quell’epoca? «Il fiume, gli animali, il colore verde… Ancora oggi le amo stare dove ci sono l’acqua e il verde, è la cosa che preferisco al mondo».

Soffrirà, a vivere a Londra…«La nostra casa in South Kensington è piena di arte colorata, abbiamo  molti dipinti e statue di artisti brasiliani, è una casa allegra».

Quanto è stata ferma per la maternità? «Un anno e mezzo, e mi mancava il lavoro. Adesso che  Karin ha nove mesi posso tornare a lavorare, non con i ritmi che avevo prima di lui, naturalmente».

Sta allattando Karim? «L’ho fatto fino a sei mesi, poi ho perso il latte, altrimenti sarei andata avanti».

Com’è essere madre? «Tutti mi avevano detto che avere un figlio è bellissimo, ma finché non provi la sensazione in prima persona non puoi capire quanto sia magico. Per me essere madre è la cosa più bella che mi sia successa fino a qui».

Ha la sua famiglia intorno che l’aiuta? «Ho partorito in Brasile, poi siccome mio marito lavora in Egitto, a Londra, in Arabia, siamo dovuti venire via. Abbiamo una tata che ci aiuta».

Come vi siete conosciuti lei e suo marito? «In un bar di New York, mi ha chiesto come mi chiamavo e un suo amico gli ha detto “ma non si chi è?”.  Dopo quella volta ci siamo incrociati in altre due occasioni, se le racconto come non ci crede».

Sono tutta orecchi. «Stavo prendendo un caffè a Soho, e me lo sono ritrovato davanti. Qualche giorno dopo, ero a nord di Manhattan, dove non vado mai, e una mia amica stava facendo shopping. Stava provandosi non so quante paia di scarpe,  ci metteva così tanto che le ho detto “io vado a fare due passi”.  Ed ecco che lui passa di nuovo davanti a me… ».

A quel punto cosa gli ha chiesto se la stava seguendo. «No, ho pensato che forse era il caso di scambiarci i numeri di telefono! Sono abituata a chi cerca di attaccar bottone, non do confidenza a nessuno. Ma la terza volta… non potevo far finta di niente, infatti Karim mi ha chiesto il numero di telefono».

(… continua) 

Intervista di copertina pubblicata su Grazia, n. 42 del 4/10/2018 

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Adam Driver: «Nel cuore resto un soldato».

21 venerdì Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Letteratura, Miti, Personaggi

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Adam Driver, attori, cinema, Cristiana Allievi, Don Chisciotte, Julliard, Spike Lee, Star Wars, Terry Gilliam

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L’attore Usa Adam Driver, 34 anni, attualmente nelle sale con due film. 

DA UNA PARTE AFFRONTA I RAZZISTI DEL KU KLUX KLAN, DALL’ALTRA I MULINI A VENTO, COME DON CHISCIOTTE. A NOI PERO’ RACCONTA LA SUA CARRIERA E LA SCELTA DI ARRUOLARSI NEI MARINES. PERCHÈ AVEVA CAPITO CHE NEL CINEMA VINCE CHI SA RESISTERE SOTTO PRESSIONE

«Sento la pressione di ogni lavoro. Temo che non funzionerà, che fallirà o che non sarò abbastanza bravo. Anche per questo mi rende più entusiasta lavorare con persone che hanno cercato di portare a termine un progetto per vent’anni, la loro tenacia nel resistere mi assicura che salterà fuori qualcosa di interessante». Adam Driver è altissimo. Come nelle altre occasioni in cui l’ho incontrato,  indossa jeans, t shirt e camicia aperta. A differenza del solito, invece, la nostra conversazione sarà più intensa.

31 anni, californiano cresciuto nell’Indiana, Driver era un ragazzino quando ha tentato di entrare alla prestigiosa Julliard di New York, senza riuscirci. Disorientato, dopo l’11 settembre si è arruolato nei Marines, e trascorsi due anni in Afganistan lo hanno congedato perché si è rotto lo sterno in un incidente in mountain bike. Depresso, è tornato all’attacco alla Julliard, e ce l’ha fatta. Poi, con Girls, serie tv dell’HBO, è diventato un volto a Hollywood, e da lì in avanti non si è più fermato.  All’ultimo Festival di Cannes è finite nel fuoco incrociato dei fotografi perché era il protagonista di due dei film di punta sulla Croisette. E anche se sei Kylo Ren, diciamolo, accusi il colpo. I due film sono entrambi nelle sale dal 27 settembre. Uno è BlaKkKlansmen di Spike Lee, in cui interpreta la spalla di John David Washington, primo poliziotto nero che nel 1979 si è (davvero) infiltrato nel Ku Klux Klan. Una vicenda mantenuta segreta fino a quando l’ex agente Ron Stallworth ha scritto il libro da cui è tratto il film. L’altro film è L’uomo che ha ucciso Don Chisciotte, ispirato al personaggio del classico della letteratura di Miguel de Cervantes. Un film che il suo regista, Terry Gilliam, ha impiegato 30 anni a portare a termine, funestato da ogni possibile disavventura produttiva. Qui Driver è Toby, cinico regista pubblicitario che si ritrova intrappolato nelle bizzarre illusioni di un vecchio calzolaio spagnolo che crede di essere Don Chisciotte. Inaspettatamente, nel film Driver è più sexy come mai, nonostante debba affrontare milioni di peripezie e confrontarsi con il proprio passato. «Don Chisciotte è un sognatore, idealista e romantico, che non vuole accettare i limiti della realtà e che continua a camminare nonostante gli ostacoli», continua.

A proposito di idealismo, cosa si impara lavorando con un regista che non cede, nonostante nove tentativi andati male? «Terry è una persona molto stimolante sul set, lo affronta come una catarsi. Non avevo mai lavorato con lui prima, quindi non so come è stato girare Il Barone di Munchausen o La leggenda del re pescatore. So che è difficile vederlo sulla sedia del regista, è sempre in piedi al monitor che recita la scena con te. E non ha nessun filtro per mascherare quello che sente».

 Se qualcosa non gli piace si vede, insomma. «È così. E considerato che i cavalli guardano sempre nel verso sbagliato, le pecore si muovono da tutte e parti e sul set si parlavano sette lingue diverse,  sul set avrebbe potuto esserci un’atmosfera dittatoriale, ma Terry non è così. Pensava a questo film da più di 25 anni, eppure ha mantenuto quell’atteggiamento possibilista che ho notato non solo in lui, ma in altri grandi registi».

Che cosa ci racconta del suo personaggio? «È un uomo che cerca disperatamente di avere il controllo della situazione. Io sono sia Sancho Panza sia Don Chisciotte, cerco  di essere radicato nella realtà e di avere il controllo ma sono anche  Chisciotte, che è tutto ispirazione ed è totalmente libero,  seduttivo. Certo, l’ispirazione può essere tossica, se non è gestita correttamente».

Lei fa un lavoro strano, sta dicendo questo? «Di sicuro recitare è uno strano modo di incontrare e conoscere le persone. Sei sotto una grossa pressione per dodici, quindici ore al giorno, per quattro mesi, a volte sei. Poi quando finisce il film sei nel vuoto, all’improvviso: non potrai mai tornare indietro ed essere la stessa persona che sei stato con quei colleghi».

(… continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 Settembre 2018 

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