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~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Mel Gibson: «Vi spiego come sono rinato».

08 mercoledì Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Apocalypto, Braveheart, Cristiana Allievi, Desmond Doss, Grazia, La battaglia di Hacksaw Ridge, La passione, Mad Max, Mel Gibson, The resurrection

DIECI ANNI DOPO L’ESILIO DA HOLLYWOOD È PRONTO PER GIRARE IL SEQUEL DI LA PASSIONE DI CRISTO. INTANTO, IN TEMA DI RINASCITA, TORNA CON UN FILM CHE È CANDIDATO A 6 OSCAR, LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE, PIACIUTO A CRITICA E PUBBLICO. DEL RESTO LUI NE È CONVINTO: IL CINEMA SALVA LE VITE, INCLUSA LA SUA

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Mel Gibson, 61 anni, regista, attore e sceneggiatore.

Ho davanti a me un uomo di sessant’anni con una folta barba sale e pepe. Gli occhi sono ancora molto blu e il fascino che emana è forte. Indossa una polo scura da cui sbucano due grandi bicipiti e tiene in mano un block notes e una penna. Mel Gibson è un resuscitato, uno che torna al mondo dopo dieci anni di silenzio, dopo aver scontato la sua pena per certi scandali che l’America non perdona facilmente. Un arresto in stato di ebrezza, pesanti frasi antisemite contro il poliziotto che lo aveva in custodia (mal giustificate con un “ero ubriaco”) e registrazioni di conversazioni cariche di violenza nei confronti dell’ex partner Oksana Grigoriev sono sono costati cari al regista premio Oscar. E forse non si dimenticheranno mai del tutto. Ma l’ex eroe di Mad Max è tornato con il quinto film da regista, La battaglia di Hacksaw Ridge, proiettato in anteprima mondiale all’ultima Mostra di Venezia e nelle nostre sale dal 2 febbraio. Un lavoro che ha segnato il disgelo delle relazioni con Hollywood (è andato bene al box office Usa e in molti lo volevano in corsa per gli Oscar) e mette insieme temi fortemente gibsoniani come fede, violenza e guerra. Ironia vuole che il film uscisse in un’America che si preparava all’arrivo di Trump, raccontando la vita di Desmond Doss, un eroe realmente esistito interpretato dal bravissimo Andrew Garfield, il primo obiettore di coscienza insignito della medaglia d’onore dal presidente Truman. Anche Gibson, a modo suo, ricorda un eroe, soprattutto dopo essersi defilato ed essersi guardato dentro con un po’ più di attenzione. Parlandogli ho la percezione che la sua rabbia sia senza fine, ma che lo sia anche il suo talento. Con il nono figlio in arrivo, dalla sceneggiatrice ventiseienne Rosalind Ross, racconta a Grazia cosa gli è successo in questo periodo di ritiro forzato. E dell’idea di girare il sequel di La passione di Cristo, che guarda il caso chiamerà The resurrection.

Con che sentimenti presenta se stesso e un nuovo film nuovo ai critici, al pubblico, al mondo intero? «È come mandare un figlio all’asilo, sento trepidazione, paura, emozioni miste. E anche speranza. Credo in quello che faccio e spero che anche altre persone lo capiscano. Mi piace molto l’idea che qualcosa che creo venga proiettato in una sala scura ed entri negli occhi, nel cuore, nelle anime e nelle menti delle persone».

 Desmond Doss è un medico pacifista che quando scoppia la seconda guerra mondiale si arruola volontario, ma per le sue convinzioni religiose non toccherà armi. Guidato solo dalla propria incrollabile fede, a Okinawa salva la vita a 75 commilitoni. Che effetto le fa? «È un uomo ordinario che ha fatto cose straordinarie in circostanze molto difficili, per me è un eroe. È andato a combattere senza armi, solo con la sua fede e il suo coraggio, restando molto centrato nel centro di un ciclone. È ovvio che è stato attraversato da qualcosa di più grande di lui, perché non ha mai pensato a se stesso come a un eroe, per anni gli è stato chiesto il permesso di adattare la sua storia in un film, ma si è rifiutato, “figuriamoci, non vado nemmeno al cinema”. Insisteva sul fatto che i veri eroi erano quelli sul campo. Mi è sembrata una storia che meritava di essere raccontata».

Con questo film ci vuole dire che anche lei, nel mezzo di una guerra, rinuncia alla violenza? «La sua osservazione mi sorprende. Posso solo dirle che ammiro questi tipi di uomini, mi ispirano. E in effetti queste sono le storie che mi piace raccontare…».

Questa è una storia di fede, e lei è molto religioso. Sarebbe stato diverso se la persona non avesse fatto le cose che ha fatto per fede ma solo per convinzioni morali? «Forse, ma in generale in tempi di guerra la gente credo pensasse in termini di qualcosa di più grande di noi, ed era un fatto importante».

Non so quanti milioni di persone sono state massacrate in nome della religione e di dio, nei secoli, e viene in mente anche Silence di Martin Scorsese. Però Desmond Doss è il primo che si comporta come una persona religiosa dovrebbe comportarsi, è qualcosa che non si era mai visto sullo schermo. «Anche io mi sono detto “non ho mai visto una storia del genere in vita mia…”. La guerra è un fatto giustificabile? Non molto spesso. Ci sono momenti in cui puoi uccidere, ma io ammiro chi non tocca una pistola e non uccide».

Se le chiedessero di andare in guerra farebbe l’obiettore? «Se fossi in una situazioine simile credo che imbraccerei un fucile. Se poi la userei non lo so, e non voglio nemmeno saperlo».

In che situazione ha trovato la forza di fare qualcosa che non avrebbe fatto, senza il supporto della fede? «Penserà che scherzo, ma già per svegliarsi la mattina ci vuole molto coraggio».

È un tipo di regista che si arrabbia sui set? «Si ma non urlo mai (ride, ndr). Diciamo che si sentono forti i miei sospiri, gli attori li sentono. Mi dicono spesso che sono uno che è davvero sul set con loro, e che sente tutto quello che sentono loro. Credo sia vero».

Quando recitava le è mai capitato di trovare registi che non sembravano curarsi molto degli attori? «Non credo di aver trovato un regista uguale all’altro, ognuno ha un modo molto personale di guidarti. C’è chi ti lascia fare e chi ti sta addosso, ho lavorato con persone molto matematiche che dicono pochissime parole, ma capisci che gli va bene quello che fai. Si tratta di capire chi hai davanti e di muoverti di conseguenza».

Le è mai capitato di dire “oddio, sto girando una scena come Stanley Kubric”? «Credo che siamo tutti molto influenzati da quello che ci piace, anche da altri attori e registi. Di sicuro rubo, o prendo a prestito, molte cose».

Ha dichiarato di voler dirigere il sequel di La passione, è vero? «Al momento stiamo solo parlando della direzione del film, per le riprese potrebbero volerci ancora due anni. Non è un film facile, è una cosa grossa, non riesco neanche a iniziare a spiegarle quanto grossa».

Ci provi… «Lo spionaggio industriale è sempre in agguato (risata, ndr). Diciamo che ho idee non ortodosse sul tema e credo possano essere interessanti».

Vuole mostrare l’esperienza delle resurrezione? «È così, voglio mostrare le luci e le ombre, sarà un processo investigativo».

Preparandomi al nostro incontro mi è venuto in mente che lei è uno di 11 figli, condizione ideale per diventare attore: devi lottare per avere l’attenzione dei suoi genitori. «Io ero il sesto, stavo nel mezzo. Non ascolto troppo gli psicologi, ma dicono che è la posizione migliore, non so se è vero. Comunque conviene sempre immaginare di essere amati, è la cosa migliore».

I suoi ultimi dieci anni sono stati come le montagne russe, si sente tornato sulla retta via? «Sono stati dieci anni in cui ho imparato molto, e la vita in genere è un’esperienza da cui si impara. Ho avuto molti alti e bassi, ho lavorato molto su me stesso e mi sento in una posizione più sana, adesso. Ma è un processo in divenire, e credo lo sarà sempre».

Si sente una persona migliore? «No, non mi sento né migliore né peggiore. Ci sto solo provando, come del resto ho sempre fatto. Sono un essere umano che galleggia, come lei. O forse lei galleggi più di me…».

Cosa la aiuta in questo senso, ha qualche ispirazione? «Una volta una persona mi ha detto “l’1 per cento è ispirazione, il restante 99 è lavoro: devi sederti e farlo».

Avrebbe mai detto che Mad Max, il film che l’ha lanciata nel mondo, avrebbe avuto un tale successo, così tanti anni dopo la sua interpretazione? «George Miller voleva tornare a lavorarci già 12 anni fa, e lì ero coinvolto anch’io. Ma ci sono stati ritardi per mancanza di budget, nel frattempo io ho avuto le emorroidi, avrei avuto bisogno di un cuscino per guidare il carrarmato (scoppia a ridere, ndr)».

Dopo quaranta anni di onorata carriera nel cinema, cosa le piace di questo mondo, che le piaceva anche agli inizi? «Amo i film da quando ero un bambino, per me erano come dei grandi sogni. Non credo che quell’amore sia diminuito in alcun modo: quando dirigo sento ancora la stessa attrazione che sentivo guardando quei sogni alla tv, in bianco e nero».

Intervista pubblicata sul n.6 di Grazia il 26/1/2017

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Gli sherpa: «Noi, sopravvissuti sull’Everest».

01 mercoledì Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Quella volta che

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Baltasar Kormakur, Cristiana Allievi, Everest, Helen Wilton, Jack Gyllenhaal, Jan Arnold, Josh Brolin, sherpa

EVEREST: I SOPRAVVISSUTI SI RACCONTANO AL FESTIVAL DI VENEZIA


Helen Wilton, Jan Arnold, gli sherpa: ricordi della tragedia della scalata del 10 maggio 1996 in cui morirono 8 persone. Il cuore del film di Baltasar Kormakur

di Cristiana Allievi

“Di solito sappiamo bene come uscire dalle tempeste sull’Everest. Ma quella è stata fuori dall’ordinario…”.

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Jack Gyllenhall (a sinistra) e Josh Brolin (destra) in Everest, del regista islandese Baltasar Kormakur.

A parlare, a margine della presentazione del film Everest di Baltasar Kormakur alla 72esima edizione del Festival di Venezia, è uno degli sherpa sopravvissuti alla tragedia del 10 maggio del 1996 in cui persero la vita otto persone appartenenti alle due spedizioni che stavano scalando il tetto del mondo.

A ricordare quei momenti tremendi ci sono altre persone. Helen Wilton, la manager del campo base della Adventure Consultants,  a 5534 metri di quota, e la dottoressa Jan Arnold, moglie di Rob Hall, capo della spedizione, morto assiderato dopo aver cercato invano di assistere un cliente esausto: non avendo più forze per scendere a valle, è rimasto solo, esposto alle intemperie.

La Arnold, che ha conquistato l’Everest la prima volta nel 1993, è stata la dottoressa al seguito di varie spedizioni del marito. Quell’anno era casa dove ha ricevuto la tragica telefonata in cui la Wilton la metteva in collegamento con Rob per l’ultima volta. “Le sue ultime parole sono state: dormi bene tesoro, e non preoccuparti troppo di me… Dopo averlo sentito ho dormito per tutta la notte, non mi sentivo sola perché ero incinta della nostra bambina, ero molto protetta. Mi ci sono voluti diciotto mesi prima di crollare davvero”.

E ammette che certe cose, dentro di sé, si sentono. “Quando sposi uno scalatore degli 8mila speri di passarci insieme la vecchiaia, ma una parte di te sa che forse non succederà”. Ricorda quando è arrivata in cima a quegli 8848 metri la prima volta. “Vedevo quelle vette taglienti sotto di me, il cuore mi scoppiava. Ho dovuto aprire l’ossigeno, e Rob ha detto al povero sherpa di stare con me… Sapevo di essere una privilegiata, basta che sbagli il giorno e non ce la fai: è il destino che decide, al di là di tutti i dettagli logistici”.

E il giorno in cui il destino si è messo di traverso, al campo base c’era Helen Wilton che, disperata nel sentire la voce di Rob via radio senza più forze, ha tentato un gesto estremo: fargli sentire la moglie appunto. “La mia tragedia è stata l’attesa. Ho aspettato di sentire la voce dei dispersi per un tempo infinito, che il film non può rendere per questioni di durata complessiva. Quel vuoto non uscirà mai dalla mia mente. Come le immagini dei sopravvissuti arrivati al campo, sembravano tornati dalla trincea, erano esausti, congelati, piangevano…  Dopo averli soccorsi sono rimasta una settimana in più per portare giù tutte le attrezzature con gli sherpa, ma la mente non riusciva ad accettare che stavamo lasciando lì altri cadaveri. Non so quante volte mi sono voltata, sperando di vedere Rob tornare, per un miracolo”.

Gli sherpa sono elementi chiave di queste spedizioni, e anche quel giorno hanno constatato che la parte più pericolosa del loro lavoro non sono le slavine. “Per scalare una montagna simile devi sapere tutto sulla tua resistenza, sulle tue riserve. Il nostro rischio è l’ambizione delle persone quando non è supportata dall’esperienza: quando l’ego diventa la parte dominante di chi siamo, e non ne siamo consapevoli, arriva il pericolo”.

Si congedano raccontando com’è cambiato il Nepal, dopo l’ultimo grande terremoto. “È un paese traumatizzato, ma questo film sarà un grosso aiuto. Farà tornare il nostro paese  al centro della cronaca, e noi non desideriamo altro che il turismo riprenda quota. E anche se non vai sull’Everest, sei comunque nel paese in cui si trova quell’incredibile vetta…”.

Intervista pubblicata su Icon/Panorama  

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Il dono di Tahar

28 sabato Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Asghar Farhadi, Belfort, Cristiana Allievi, Il profeta, Joaquin Phoenix, Katell Quillévéré, Kevin Mcdonald, Mary Magdalene, Riparare i viventi, Tahar Rahim

 

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Tahar Rahim, attore francese, 35 anni (courtesy of Esquire).

«Da ragazzo guardavo un film dopo l’altro e avevo in mente solo una cosa: diventare attore. Ho capito crescendo che il motivo è legato alla mia infanzia. I miei genitori mi hanno cresciuto con la visione che le cose te le devi guadagnare, il loro motto era “lavora e avrai quello che vuoi”, e da bambino l’unico compito che avevo era ottenere buoni risultati a scuola. Oggi quando giro un film è la stessa cosa: devo dare il meglio di me in quel momento, tutto il mio lavoro è lì».

L’attore più richiesto e versatile di Francia indossa occhiali da sole, jeans e maglietta, ed è di ottimo umore. Figlio di immigrati algerini, a Belfort vedeva tanti film anche perché si annoiava a morte. Dopo aver girato una serie tv di culto ha scoperto da un giornale che Jacques Audiard cercava un volto per un criminale. Si è sottoposto a tre mesi di casting estenuanti e ha fatto centro due volte: Il profeta gli ha regalato la fama mondiale e l’incontro con l’attuale moglie, l’attrice Leila Bekhti. E questo è un dettaglio importante, che si aggiunge al fatto di essere l’ultimo di dieci figli. Perché Tahar Rahim, 35 anni, non è il tipo d’uomo che ha in mente solo la carriera, anzi. Ribattezzato l’Al Pacino di Francia, ha lavorato con registi importanti come Fatih Akin, Ashgar Farhadi, Kevin Macdonald e Lou Ye, e la sua bravura lo ha portato fino a Hollywood, dove ha terminato da poco le riprese di Mary Magdalene, il colossal con Joaquin Phoenix e Rooney Mara che vedremo nel 2107. Ma ha anche altro per la testa, e quel bilanciamento che lascia spazio anche alla sua parte femminile lo rende estremamanete gradevole nella conversazione. «Voglio sapere cosa significa essere padre e prendersi cura di un’altra vita, e non temo di perdere occasioni di lavoro: se qualcuno mi vorrà nei suoi film aspetterà che sia di nuovo disponibile». Non una frase a caso, se si pensa al film in cui lo vedremo dal 26 gennaio, uno tra i più interessanti dell’ultima Mostra di Venezia. Riparare i viventi, diretto da Katell Quillévéré e tratto dall’omonimo bestseller di Malye de Kerangal, racconta di un grave incidente di un ragazzino e del trapianto di cuore che nell’arco di 24 ore sposterà la vita da lui a un’altra persona. In questo film che non si sofferma tanto sulla drammaticità dell’evento ma punta a trasformarlo, sollevando interrogativi su cosa sia la morte e dove vada a finire la vita quando esce dal nostro corpo, Tahar ha il delicatissimo compito di parlare con i parenti di chi è in coma per convincerli a donare gli organi dei propri cari, seguendone l’assegnazione. «Il mio personaggio, Thomas, è una specie di angelo sulla terra, è qui con un compito preciso. Il film racconta cosa significa donare agli altri, non solo i propri organi ma anche attraverso l’aiuto nella vita di tutti i giorni. Non credo nella reincarnazione, per me questa è l’unica vita che viviamo. Non so se con un trapianto passi qualcosa di te a un altro ma ho visto molte interviste, c’è chi dice “mi sento lo stesso” e chi invece dichiara di percepire “qualcosa di diverso in me…”. Forse se dai il tuo cuore a qualcun altro gli cedi anche una parte della tua anima, ma potrei dirlo solo dopo averlo provato». Racconta che deve a sua madre e alle sue sorelle l’aver coltivato la sua parte più sensibile. «Sono l’ultimo della famiglia, e in quella posizione osservi più di quanto parli. Per prepararmi a questo film ho guardato tantissimo la coordinatrice delle infermiere: non potevo starle vicino mentre era davvero all’opera con le famiglie, sarebbe stato poco rispettoso, ma l’ho osservata per fare tonnellate di domande, insieme a molte simulazioni».

Ha provato a fare surf da onda andando nel sud est della Francia, a Biarritz, ma ha scoperto che è uno sport troppo duro per lui. «Più cresco e più sento il bisogno di stare nella natura. La mia passione è il cielo, l’astromonia. Se vuoi veramente conoscerlo devi andare alle Hawaii, o in certi paesi in montagna, ci vuole tempo per spostarsi e non è facile con il lavoro che faccio. Ma con questa passione così forte ci devo fare qualcosa, vorrei tornare a studiare: ogni volta che sollevo la testa e guardo le stelle mi viene un capogiro. Da bambino guardavo ore e ore di documentari, sono sicuro che lassù ci sia qualcosa». Tahar sa che non dovrebbe dirlo, ma ama ascoltare la musica girando per le strade di Parigi con il suo scooter. «Vengo dai sobborghi e adoro l’hip hop, specie quello degli anni Ottanta e Novanta, dagli N.W.A. a Grandmaster Flash al più recente Jay –Z. Ma sono di larghe vedute, mi piacciono anche Marvin Gaye, Otis Redding e la classica. Gli unici due generi off limits sono il metal e la trance, troppo rumorosi per i miei gusti».

Al cinema invece non ha generi proibiti, basta vedere quanto è stato bravo nelle commedie, da Samba a Un amico molto speciale, venute dopo una serie di drammoni impegnativi. «Non sono solo un depresso, o un omicida, amo la vita e mi piace andare a ballare (ride, ndr). A pensarci bene è lo spettatore che è dentro di me a scegliere quale sarà il prossimo progetto». Nel 2017 lo vedremo in Le secret de la chambre noir, di Kiyoshi Kurosawa, e in Un vrai Batard, che «racconta in realtà di come ti liberi dai tuoi condizionamenti, di come cresci e ti emancipi e dei problemi che incontri crescendo». E soprattutto sarà in quel Mary Magdalene diretto da Garth Davis, kolossal hollywoodiano in cui lui, che è musulmano, reciterà la parte di un cristiano. «Lavorare con un attore come Phoenix per me è impagabile, anche se non sono il protagonista. Lui recita Gesù, io sono Giuda e la storia è quella di Maria Maddalena (interpretata da Rooney Mara, ndr), testimone della crocifissione e della resurrezione di Cristo. Abbiamo girato molto in Italia, prima in Sicilia, in provincia di Trapani, poi nella zona dei Sassi di Matera, all’interno di alcune chiese rupestri, ma anche nei Calanchi di Pisticci. E credo che le riprese fatte a Napoli, nella Galleria Borbonica, saranno spettacolari». Cosa pensa di terrorismo ed estremismi religiosi, vivendo a Parigi? «La mia filosofia non è avere paura, se pensi in quei termini non vivi più. E poi mi creda, ci sono posti peggiori di Parigi, in cui vivere».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 28 gennaio 2017

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Charlotte Rampling: «Non posso nascondermi».

21 sabato Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Moda & cinema

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45 anni, Andrea Pallaoro, Charlotte Rampling, Cristiana Allievi, Dlarepubblica, IoCharlotte Rampling, Jean-Noel Tassez, Jonathan Anderson, Loewe, Stardust Memories, The Whale, Woody Allen

SCELTA DAL CINEMA (HA CINQUE FILM IN USCITA NEL 2017) E DALLA MODA, A 70 ANNI CHARLOTTE RAMPLING RESTA UNA DELLE PIU’GRANDI, RESISTENTI E AUDACI ICONE DI SEMPRE. E UNA DONNA NON FACILE DA INCONTRARE.

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Charlotte Rampling, 71 anni (courtesy of Loewe)

Capelli corti tirati indietro. Trucco drammatico. Mani appoggiate sul volto. Osservi le foto che Jamie Hawkesworth le ha scattato nel cuore di Parigi, con primi piani in cui le rughe del volto si contano una a una, e non ti capaciti di come quei due occhi verdi abbiano ancora una forza magnetica. È un’icona fashion apparsa in tonnellate di foto che oggi fa la stessa impressione di sempre: con la sua bellezza fredda e distaccata Charlotte Rampling ti mette ancora in soggezione. A 70 anni suonati Jonathan Anderson l’ha scelta per la campagna della sua collezione primavera 2017. Il direttore creativo di Loewe deve aver pensato alle foto con cui l’ha lanciata Helmut Newton, o a film culto come Il portiere di notte di Liliana Cavani, Stardust Memories di Woody Allen, Sotto la sabbia di François Ozon fino a 45 anni, che l’anno scorso le ha fatto vincere l’Orso d’argento al festival di Berlino e le ha regalato la prima candidatura agli Oscar. Fra tutte le espressioni che poteva scegliere per definirla, lo stilista irlandese ne ha usata una che colpisce: “crudezza”. E va detto, non è una donna simpatica. Precisa e creativa nelle risposte, è assolutamente incapace di mettere l’interlocutore a proprio agio. Conosce questo tratto di se stessa, quando dice con un velo di sarcasmo “diventi più interessante quando la gente sa che non può averti”.

Figlia di un ex colonnello dell’esercito due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi e di una pittrice ereditiera, la modella, attrice e cantante inglese racconta che le linee e le forme audaci l’hanno sempre attratta, come il coraggio di sperimentare. «Le creazioni di Jonathon di quest’anno erano teatrali, colorate e stravaganti, un vero azzardo. È l’approccio che preferisco, per questo ho accettato la sua offerta di indossarle. E anche perchè con quei capi addosso ho sentito che diventavo me stessa all’ennesima potenza».  Sul come si veste nella vita di tutti i giorni, l’entusiasmo si smorza. «Non sono molto avventurosa, so che mi stanno bene le cose semplici e abbastanza maschili, ed è quello che indosso più spesso».

Aveva 17 anni quando è iniziata la sua carriera di modella, poi è arrivato il cinema e da Georgy Svegliati a oggi ha girato più di 100 film, ha cantato e ha sempre lavorato anche in teatro. Ma soprattutto, ha mostrato un’inclinazione per la provocazione. «Dopo le prime commedie che ho girato la mia vita è cambiata radicalmente, e i ruoli che ho scelto hanno rispecchiato questi cambiamenti». Per quanto parli, con lei è difficile stabilire un reale contatto. Non stupisce, la sua non è stata un vita felice, e con i sette traslochi in 13 anni con la sua famiglia deve aver imparato a non attaccarsi a niente. Ma la radice dell’attaccamento è stata estirpata in modo ben più drastico, come ha finalmente fatto sapere al mondo la scorsa estate grazie alla biografia Io, Charlotte Rampling. Nel libro scritto a quattro mani con Christophe Bataille trova finalmente una spiegazione quel feeling di dolore e shoc che l’ha sempre accompagnata: a 23 anni, subito dopo essere diventata madre, l’amatissima sorella Sarah con cui da ragazza si esibiva nel cabaret, si è tolta la vita in Argentina, e questo lei lo ha scoperto molti anni dopo l’accaduto. Da lì in avanti la storia della Rampling è venata di fatica. Ancora giovanissima inizia una relazione a tre col fotografo Randall Lawrence e con il pubblicitario Bryan Southcombe, con cui si sposa. Dopo quattro anni di matrimonio incontra a una festa a Saint Tropez il musicista Jean Michel Jarre e va avivere con lui a Versailles. Ma soffre di depressione e scoprire che il suo uomo la tradisce non migliora questo continuo oscillare tra alti e bassi. Evidentemente la stoffa della Rampling è parecchio resistente, va avanti a lavorare finchè nel 2000 non torna una star grazie a François Ozon di cui diventa la musa e con cui girerà tre film. La morte della madre, nel 2001, la incoraggerà a uscire allo scoperto e a iniziare a scrivere la famosa biografia di cui sopra.

Uno dei grandi paradossi di una donna che è fisicamente esposta da cinquant’anni è che è molto riservata quando si tratta della sua anima. «Finchè non mi sono accorta che è quasi impossibile nascondersi. Essere fotografata è parte della mia vita, le cose cambiano, evolvono, ma nell’essenza tutto rimane lo stesso. Grazie al mio lavoro mi consegno a un film, mi do completamente all’arte. Qualsiasi sia il mezzo con cui la condivido, fotografie, cinema, tv, condivido la mia vita interiore. E in tutto quello che ho fatto ho voluto creare una continuità visibile: la faccia è cambiata, sto invecchiando, ma è riconoscibile».

Ha un talento tutto suo nel rappresentare in modo naturale persone reali e nel trasmettere una vulnerabilità. «Entri in contatto con le tue emozioni vere vivendole sin dall’inizio in modo appassionato e senza paura. A quel punto le puoi veicolare attraverso il corpo e gli occhi, per restituirle allo schermo. È quando invecchi che processi le cose, se non lo fai iniziano i problemi». Perchè I suoi ruoli più recenti sono più vulnerabili? «Mostrano l’accumulo di una vita dedicata alla ricerca della verità, in questo modo si diventa sempre più vulnerabili».

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L’attrice sul set di 45 anni, il film di Francois Ozon che le ha regalato la prima candidatura agli Oscar.

Alla sfilza di cose spiacevoli che la vita le ha messo davanti c’è da aggiungere la morte del suo partner da vent’anni, il businessmen francese Jean-Noël Tassez, mancato lo scorso anno dopo una relazione durata quanto il matrimonio con Michel Jarre.  Ma la sua vita a Parigi è quella di prima: nuoto, yoga e meditazione, «Non sono regolare, perchè odio fare le stesse cose tutti i giorni». Quando le fai notare che nel 2017 la vedremo in ben cinque film, tra cui The Whale diretto da Andrea Pallaoro («è il ritratto di una donna che vive uno sconvolgimento emotivo»), sdrammatizza a modo suo. «Non sono tutti ruoli principali, va detto. Tutto quello che ho fatto nel passato mi ha portata a questo momento, e adoro le possibilità che ancora oggi ho davanti». Sarà merito anche della stoffa atletica ereditata dal padre, fatto sta che se la chiamano tutti significa che c’è qualcosa in lei che è ancora molto vivo. «Ci ho lavorato su, non capita per caso. Devi essere disponibile per la vita, tenerti aperta, perché le cose succedano. E con i pensieri debilitanti c’è una sola strategia da attuare: imparare trucchi per rimandarli da dove vengono».

Articolo pubblicato su D La Repubblica il 14 gennaio 2017

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Spielberg: «Quel gigante, solo come me».

20 venerdì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Miti

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Bloodline, Cristiana Allievi, Daniel Day Lewis, Disney, E.T, GGG-Il grande gigante gentile, Kate Capshaw, Lincoln, Mark Rylance, Ruby Barnhill, Steven Spielberg, The night manager, Transparent

NEL SUO NUOVO FILM, TRATTO DA ROHALD DAHL, SPIELBERG DA’ VITA A UNA FAVOLA CHE HA COLPITO LA SUA IMMAGINAZIONE, IL MOTORE DELL’ARTE E DELLA VITA. E GLI HA RICORDATO I TEMPI IN CUI ERA PICCOLO E INVISIBILE AL MONDO INTERO.

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Il regista e produttore statunitense Steven Spielberg con la moglie, Kate Capshaw.

«Io e mia mia moglie ci siamo chiusi in casa per due giorni a guardare tutte le puntate di The girlfriend experience. A un certo punto squilla il telefono, sono i miei collaboratori Sam e Kristy e mi chiedono “Steve quando arrivi in ufficio? Cosa vuole dire che stai guardando la televisione?”». Ride, e dietro le lenti degli occhiali ci sono due occhi grandi così a confermare che il suo è entusiasmo reale. «Credo che le storie regalino molta ispirazione, e questa ci fa diventare persone migliori. E se le persone sono tornate a raccontarle significa che viviamo in una specie di Rinascimento». Confesso: credevo che Steven Spielberg fosse un control freak. È il tipo di star che prima di un’intervista vorrebbe sapere anche il segno zodiacale della persona che incontrerà, quindi è normale pensarlo. Invece ascoltando le parole che pronuncia come un fiume in piena, comprendo che la sua immaginazione è inarrestabile: è questo il motore dell’arte che ci porta in giro per mondi fantastici da quarant’anni, e che lo rende il più grande regista vivente di Hollywood, come lo definisce la critica internazionale. Ed è lo stesso motivo per cui vuole conoscere infiniti dettagli. «Ha presente Walter Mitty, che si compie viaggi pazzeschi imamginando di essere un grande eroe? La nostra mente vaga di continuo, sogniamo di essere eroi capaci di salvare persone, ci vediamo portati in giro sulle spalle tra gli applausi… Il comune denominatore di noi esseri umani è avere un’immaginazione, gli animali non la possiedono, hanno l’istinto». A 70 anni appena compiuti (il 18 dicembre), con tre premi Oscar alle spalle e film che hanno polverizzato ogni record di incassi, come E.T. -L’extraterrestre, Lo squalo e Jurassic Park, Spielberg ha ancora voglia di sfide. L’ultima è stata GGG-Il grande gigante gentile, la prima favola girata per la Disney che all’ultimo festival di Cannes ha registrato cinque minuti di standing ovation. Nelle sale dal 30 dicembre, la pellicola è una dichiarazione d’amore del regista per il cinema, sottolineata dalla magia con cui racconta il tema del sogno. Tratta da uno dei romanzi più amati di Roald Dahl, uscito nel 1982, quando Spielberg presentava al mondo il suo E. T., racconta la storia di Sophie (la straordinaria esordiente Ruby Barnhill), una precoce bambina di 10 anni che vive in un orfanotrofio di Londra. Scappando dal suo letto incontra un gigante buono alto sette metri (Mark Rylance) che la porterà in una terra molto lontana, il paese dei giganti. Giunta lì sarà Sophie a liberare il gigante dalla solitudine e da quella gang di hooligans che sono i suoi fratelli, con un’idea geniale che coinvolgerà addirittura la regina (Penelope Wilton).

Un gigante insegna a una bambina tutto sulla magia e sul mistero dei sogni. Il suo sogno più grande qual è? «È sempre stato il lavoro che faccio. Poi ci sono altri tipi di sogni, quelli che si fanno durante la giornata quando non si pensa a niente di preciso. Noi immaginiamo di continuo, i social media sono partiti da questo fatto. Perché Al Gore ha girato Una scomoda verità? Perché si è immaginato le cose terribili che accadranno e voleva allertarci».

La macchina da presa lavora molto sugli occhi: cos’ha visto in quelli di Mark Rylance, che ha scelto ancora una volta di coinvolgere? «Mark è un uomo che ama la vita, l’arte, il teatro e la sua famiglia, per questo ha occhi magnetici. Ho scoperto davvero l’uomo tra un ciak e l’altro de Il ponte delle spie, ho scoperto che è un tipo di persona che vorresti adottare, ha molta più innocenza di quella che mostra».

Cosa c’è di Spielberg in questo gigante buono? «È la persona più sola della storia e io credo di essermi sentito il bambino più solo al mondo. Ricordo il periodo delle scuole elementari e medie, ero uno dei milioni di invisibili, so come ci si sente. Non venivo da una famiglia che non mi amava, ma ero isolato socialmente, per lungo tempo ricordo di non essere stato incluso in niente».

Per questo motivo oggi non permettere facilmente alle persone del suo ambiente di diventare suoi amici, come ha dichiarato recentemente? «Io e Daniel Day Lewis abbiamo legato molto girando Lincoln, Rylance è diventato una persona intima in poco tempo. Per ogni film si forma una specie di famiglia, viaggiamo e lavoriamo insieme, litighiamo, ci amiamo, ci rispettiamo, ce la godiamo. Ma poi quel momento finisce, ci lasciamo e non ci vediamo più. È difficile che faccia entrare i film nella mia vita, per questo attribuisco moltissima importanza alle poche persone del cinema che entrano anche nella mia vita privata».

Questo è il suo primo film girato per la Disney, ha sentito la preoccupazione di come avrebbero accolto la sua versione della storia? «A essere onesto l’unica telefonata che aspettavo era quella della famiglia Dahl, e mi hanno chiamato per dirmi che il film gli era piaciuto molto. Io e i miei sceneggiatori abbiamo ampliato la trama e ogni volta che aggiungevamo qualcosa alla versione originaria spedivamo loro le aggiunte, hanno seguito il lavoro passo a passo».

Il suo lavoro tecnico per rendere i personaggi reali, con tanto di stregonerie digitali, è impressionante. «Avevo un obiettivo molto ambizioso, far dimenticare al pubblico ogni effetto speciale, tranne nel momento in cui facciamo materializzare i sogni, lì volevo che lo spettatore riconoscesse l’operazione tecnologica. È una meta molto ambiziosa, significa essere capaci di coinvolgere così tanto lo spettatore da creare una storia d’amore tra lui e i personaggi. Sul set dicevo a tutti “se raggiungiamo questo obiettivo otterremo un enorme risultato”».

Cinque minuti di standing ovation all’ultimo festival di Cannes non sono passati inosservati, a 34 anni di distanza da quando aveva portato E. T., e ne aveva strappati ben dieci… «Mi sono accontentato anche della metà (ride, ndr), una risposta ha significato molto per me e tutti i collaboratori. Ho passato quei cinque minuti piangendo, perché non mi prendo tutti i meriti: sono anche della persona che avrebbe dovuto essere seduta accanto a me e che invece non ci sarà più (Melissa Mathison sceneggiatrice del film e una delle più grandi collaboratrici di Spielberg, mancata lo scorso novembre, ndr)».

 La tecnologia cinematografica odierna la spaventa o pretende di dominarla, per forgiare la sua immagine? «Mi godo tutti gli strumenti per raccontare, sono elettrizzato dalla tecnologia, basta che non oltrepassi il confine diventando il motivo per cui si racconta una storia: se vuoi vendere tecnologia, allora vendi telefoni e computer, non un film. Oggi ci sono molte opportunità per i giovani registi di esprimersi e di diventare famosi, in streming, sui social, creando video di sei secondi ripetitivi su Vine. È importante che tutti abbiano la chance di esprimersi».

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E.T. L’extraterrestre, il film presentato al 35° Festival di Cannes (19982) e accolto con una standing ovation di 10 minuti.

Ha dichiarato recentemente di avere ancora momenti di disperazione, quando gira un film e incontra situazioni difficili da gestire. «Se vuole parliamo di quando ho girato Lo squalo, ero esternamente disperato! Mi succede ancora e credo che la disperazione mi serva, come la paura, fa venire quell’idea che non mi verrebbe se non sentissi la pressione che spinge a salvare me stesso e il mio equipaggio dal collasso. Mi è successo con Harrison Ford sul set di Indiana Jones, si è ammalato (di dissenteria, ndr) e mi ha detto che avevo un’ora per girare una scena di duello pensata per essere ripresa girata in tre giorni. “L’unica cosa che puoi fare in un’ora è sparare al tuo avversario”, gli ho detto, è diventato uno dei momenti memorabili del cinema ed è nato dalla mia disperazione».

 I momenti di gioia, invece, li ricorda? «Ce ne sono molti, di solito quando quello che vedo è così perfetto e mi sembra così geniale… È successo anche lavorando a Il ponte delle spie, con quella scena in cui la spia russa incontra il suo avvocato a New York. Ero al monitor senza parole, ho girato sei minuti a fila e dopo un po’ Tom e Mark hanno smesso di parlare, non capivo perché. Lì mi sono reso conto che quando quello che vedo mi piace sono così felice da dimenticaemi di urlare “azione” (ride, ndr)».

Dicono che lei non riguarda i suoi film. «Se prendo l’abitudine di sedermi e guardare un mio film temo di diventerei subito la star sulla via del tramonto, e la cosa mi terrorizza! Mi ci vede, lì con la luce del proiettore che mi illumina da dietro, a fare gesti melodrammatici da tragedia shakesperiena? Non voglio finire così!».

Ha accusato Hollywood di implosione. «Non si possono mettere tutte le uova in un cestino, intendo dire che non possiamo basarci su un genere per sostenere l’industria del cinema senza pensare alla conseguenze che comporta far fuori tutto il resto. Se il pubblico si stuferà e andrà dietro alla prossima novità, girando le spalle a film costati più di 200 milioni di dollari, si è pensa a che impatto avrà? Adesso i supereroi vanno per la maggiore, ma non credo che dureranno quanto i western o la science fiction».

Però i grandi investimenti continuano, basta pensare a cosa sta spende la Disney in questa direzione. «Fino a ora sono stati investimenti proficui, perché il genere tira e l’industria Marvel è molto sana, la Disney è stata saggia a investire. Penso solo che non durerà per sempre».

Le serie tv sono un’alternativa a questa invasione? «Sono un’ottima alternativa, anch’io ne ho una con la mia compagnia, The americans. Le mini serie trasmesse via cavo hanno le migliori sceneggiature in circolazione, e vengono da chi fino a ieri scriveva solo per il teatro. Adoro Blood line e Transparent, e ha visto The night manager? Siamo nella golden age della tv, al momento è lì che si concentrano le teste migliori su piazza».

Articolo pubblicato su VANITY FAIR Italia del 28 dicembre 2016

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Il battito animale di Fassbender

10 martedì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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12 anni schiavo, Alicia Vikander, Assassin's Creed, Cristiana Allievi, DannyBoyle, GQitalia, Jameson, La luce sugli Oceani, Macbeth, Michael Collins, Michael Fassbender, Steve Jobs, Steve McQueen

IL TALENTO NATURALE? «QUANDO NON SAI MAI COSA ASPETTARTI, COME CON MARLON BRANDO». LA FAME? «ALL’INIZIO L’AVEVO, È NECESSARIA E POTENTE». MICHAEL FASSBENDER È IN ASSOLUTO IL PIU’ FISICO DEGLI ATTORI DEL MOMENTO. UNO CHE SI SPINGE OLTRE, SEMPRE. PER SOPRAVVIVERE A SE STESSO.

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L’attore Michael Fassbender, 39 anni, uno dei maggiori talenti in circolazione (courtesy of GQ.it)

«Hai una fame feroce, quando sei agli inizi e cerchi di fare quello che davvero desideri nella vita. Io almeno l’avevo. E’ necessaria ed è potente. Oggi sono ancora molto appassionato, amo quello che faccio, ma in modo più rilassato». Mi chiedo se non abbia il potere di leggere il pensiero, Michael Fassbender. Perché appena me lo trovo davanti ho la sensazione che sia più rilassato di una manciata di anni fa. E pensare che prima del 2007, a 30 anni compiuti, il ruolo per cui era più famoso era uno spot della Guinness. Poi, partendo da Hunger, che guarda caso significa fame, ha regalato ogni possibile declinazione del disagio fisico e psicologico – dalla brutalità agli scioperi della fame, dalle dipendenze dal sesso alle seduzioni pericolose – in un crescendo di estremi cinematografici per due dei quali è stato candidato agli Oscar: nei panni dell’algido e geniale creatore di Apple, in Steve Jobs, il cui motto era “stay hungry, stay foolish”, e in quelli dello spietato schiavista Edwin Epps in 12 anni schiavo. Fino al giardino di un faro di fronte alle coste dell’Australia che in La luce sugli oceani (accanto ad Alicia Vikander, sua compagna anche nella vita) cresce un bambino che ha salvato da una barca a remi alla deriva, passando per il difensore dell’umanità di Assassin’s Creed, in questi giorni al cinema.

È una mattina di sole sfavillante e Michael Fassbender indossa camicia bianca con jeans e giacca blu. Mi racconta una parte importante della sua identità che ormai ci si dimentica, offuscati dalla bravura delle sue performance, ma che forse ne sta proprio alla base. «Mio padre è tedesco e mia madre un’irlandese del nord, di Antrim, era la nipote di Michael Collins. Io mi sono sempre sentito il diverso del gruppo». Non ha un fascino aggressivo;  i suoi modi sono gentili,  i suoi sono accoglienti, per niente disperati.

Lei è la prova inconfutabile del fatto che recitare fa risparmiare un sacco di soldi dall’analista. «Serve a capire meglio se stessi e gli altri. E oggi so per certo che tutti sono capaci di fare cose terribili. Meglio non averle a portata di mano, me l’ha insegnato Macbeth».

Ha dichiarato “la sopravvivenza è sopravvivenza”: cosa significa questa parola per lei? «Essere capaci di adattarsi, il potere dell’adattamento è la più grande qualità in un uomo».

La possiede? «In un certo senso è qualcosa che ho ereditato da una parte della mia famiglia. Gli irlandesi sono stati colonizzati, sono emigrati, hanno subito la carestia, in milioni si sono ritrovati sulle navi, credendo di andare a Liverpool e ritrovandosi invece in Australia… Diciamo che la capacità di adattarsi è qualcosa che hanno dovuto sviluppare».

È stato come una meteora, in una manciata di anni è arrivato al top: la velocità le piace? «Ho guidato la prima auto che avevo 12 anni, e da allora non ho mai smesso di correre sui kart. Fuori Londra ci sono un paio di circuiti, entrambi abbastanza veloci, quando scendo in pista mi diverto ancora, in un certo senso mi rilasso. È qualcosa che sento facile».

So che ha provato anche il brivido della Ferrari. «A ottobre sono stato a Maranello per la prima volta, un sogno per me. Sul circuito di Fiorano ho guidato una 488 GTB e una F12 berlinetta. Nei primi giri ero piuttosto stressato, ma una volta imparato a convivere con la velocità e assorbite tutte le informazioni che mi sono state date le cose sono cambiate. Guidare su una pista, il più veloce possibile, è una specie di meditazione».

Se penso alle parole di Danny Boyle, che l’ha diretta in Steve Jobs e ha detto “mi ha impressionato la qualità di assoluto fascino che applica ferocemente per raggiungere la perfezione in quello che fa”, mi viene in mente un altro Michael: Schumacher. «È sempre stato un mio idolo, e la vittoria di cinque campionati del mondo consecutivi una grande fonte di ispirazione».

Anche a lui hanno dato del maniaco e dell’egoico. «È vero, faccio molti compiti a casa, anche perchè sono lento nel memorizzare. Leggo una sceneggiatura almeno 200 volte, la ripercorro in lungo e in largo guardando le cose da ogni angolazione. Poi però al primo ciak in un certo senso butto tutto dalla finestra: è da lì in avanti che inizio a godermi davvero il mio lavoro».

Le sue performance sono molto fisiche, del resto. «Ho iniziato col teatro pop e la pantomima, sono entrambi molto fisici nel modo di raccontare una storia. Quando ho frequentato il Drama centre di Londra ho approfondito anche la danza e il lavoro sul movimento in genere: tutt’oggi quando mi avvicino a qualcosa penso quasi esclusivamente in termini di fisicità».

Faccia un esempio. «Se devo interpretare un contadino mi focalizzo sul peso che porta, su come trasporta gli oggetti: quello che voglio arrivare a mostrare è la forza che lo connette alla terra e che non ottieni andando in palestra».

E dire che Fassbender, quando aveva 19 anni, fu rifiutato da ben due scuole di recitazione. Il direttore di una delle due  quasi lo annientò, dicendogli: “Riconosco un vero attore da come entra in questa stanza, e lei non lo è”. Non l’unica svista, se si pensa che Steve McQueen, il regista con cui ha girato tre capolavori, lo aveva mandato via al primo provino. Fu il suo casting director a dargli una seconda chance.

In un corto diretto da Bruce Weber, sul set di un servizio fotografico lei accenna al “corpo dell’animale istintivo”. «Lo vedo solo in due attori, Marlon Brando e Mickey Rourke. Il fatto di non sapere mai cosa uscirà da quei corpi li rende così interessanti da guardare, è quello che definisco avere un talento naturale».

Come si sente a spingersi oltre, come fa sempre? «Male, ma per fortuna dura poco. Se penso ai miei film con McQueen sono trenta giorni di riprese ciascuno. Ho un mio modo di ribilanciarmi: lavoro molto duramente quando è il momento di farlo, e non appena si spengono i riflettori mi lascio tutto alle spalle».

Ci riesce davvero? «Ci riesco. A essere sincero una parte del mio cervello è sempre impegnata, ma se esco con gli amici non voglio essere quello che si porta dietro il lavoro, non mi diverto. Soprattutto, non voglio correre il rischio più pericoloso, che è essere ossessionati da se stessi».

Chi sono i suoi amici? «Non ne ho (scoppia a ridere, ndr). Scherzo, sono ancora quelli di una volta e per me è fondamentale passar del tempo insieme  a loro».

E a berci sopra? «Alla fine della giornata non disdegno un whiskey, meglio se irlandese come il Jameson. Ma non posso eccedere perché mi disturba lo stomaco, e dev’essere il drink di un fine serata».

Adesso, invece, che è mezzogiorno? «(ride, ndr) Non ho paletti troppo rigidi, ma per quest’ora direi che è più indicata una coppa di champagne».

A giugno tornerà nella sua Irlanda e per non smentirsi sarà di nuovo un amorale, in Codice criminale. Ma prima, a marzo, interpreterà un veterano della Grande guerra in La luce sugli Oceani diretto da Cinfrance e tratto dal bestseller di M.L. Stedman. «In superficie Tom è un uomo molto contenuto, all’apparenza sembra svuotato, ma sotto sotto c’è una tempesta. È come una pentola d’acqua bollente con un coperchio sopra».

Guarda il caso… «Vuol sapere la verità? Secondo me si sono messi tutti in testa che sono un dannato e non vogliono darmi parti che fanno ridere».

Non solo, stavolta la isolano a Janus Rock, dove c’è solo un faro circondato dall’oceano. Come si sente negli spazi incontaminati? «A casa. Sono cresciuto in una campagna meravigliosa, a County Kerry, i miei si sono traferiti lì da Heidelberg quando avevo due anni. Se mi allontano per troppo tempo dalla natura ne sento il richiamo, sta diventando una parte sempre più essenziale nella mia vita. Mi piace come il ritmo del mio corpo risponde a quell’ambiente. Più invecchio, più mi sento diverso in città».

Cover story di GQ Italia gennaio 2017 

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Emma Stone, «Sognare è potere»

14 mercoledì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Amazing Spider Man, Andrew Garfield, Arizona, Birdman, Cabaret, Coppa Volpi, Cristiana Allievi, Damien Chazelle, Easy Girl, La La Land, Maniac, New York, Ryan Gosling, Steve Carell, The battle of the sexes, Woody Allen

CAMALEONTICA E IN CONTINUO MOVIMENTO, È LA CREATURA DI HOLLYWOOD CHE PIU’ INCANTA PER IL TALENTO NEL CAMBIARE PELLE. E RUOLI. IN LA LA LAND SVELA IL SUO PUNTO FERMO: LA CERTEZZA CHE I SOGNI TI INDICANO SEMPRE LA STRADA.

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Sul tavolo davanti a noi c’è una Red Bull. Emma Stone racconta che berla sarà un evento speciale: «lo farò alla fine della nostra intervista», scherza. È un camaleonte, questa giovane donna. Basta guardare le sue foto per accorgersi che la sua personalità è in continua evoluzione. Torna con la memoria alle sue prime audizioni e al feeling di essere rifiutata, che dall’alto di venti film girati, con tanto di nomination all’Oscar e Coppa Volpi vinta all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, sono ormai un ricordo lontano. «Non ho mai avuto un momento in cui ho pensato di fare le valigie e tornarmene a casa. Ma a essere onesta non mi sono mai esposta completamente». Non una frase a caso, perché in La La Land di Damien Chazelle, in cui la vedremo dal 26 gennaio accanto a Ryan Gosling, Emma incarna Mia, un’apprendista attrice che tenta di sfondare in teatro e intanto sbarca il lunario servendo cappuccini alle star del cinema. La relazione con Sebastian (Gosling), musicista jazz, dapprima aiuterà entrambi, poi il successo separerà le loro vite. «Mia è una donna che rischia molto. Passa sei anni a creare qualcosa di completamente suo. È la scrittrice, l’interprete e la regista di un one woman show: con queste premesse un rifiuto è devastante, e per fortuna non mi è mai successo di sperimentarlo. Ma sa cosa le dico? Ho imparato più dalle difficoltà, anche nelle mia vita privata, e dai film che non sono andati bene, che dalle esperienze che definiamo di successo. Le crisi ti costringono ad andare più in profondità, a essere migliore, a diventare più forte. E soprattutto a farti domande sul come hai fallito e su quanto tu stessa sia capacace di deludere gli altri. Tutto questo significa diventare davvero essere umani».

L’attrice nominata agli Oscar per Birdman, in cui era un’adolescente in difficoltà che rendeva la vita difficile a un padre ex celebrità decaduta, nelle vene ha sangue svedese (dal nonno paterno), inglese, tedesco, scozzese e irlandese. E non si definirebbe mai una ribelle: non ricorda la reazione di suo padre, quando gli ha presentato il primo ragazzo, «evidentemente era un tipo a posto», racconta ridendo. A 15 anni, Emma ha convinto i suoi a farle mollare la scuola per trasferirsi a Hollywood: è bastata una presentazione in PowerPoint, con tanto di titolo, per farli cedere. È così che si è trasferita con la mamma a Los Angeles. Me lo racconta in una mattina di sole nel patio di un hotel italiano, senza perdermi un attimo con quei grandi occhi verdi. Se le si chiede come vede la strada fatta fin qui, oggi che è una delle attrici più ricercate su piazza, non ha dubbi. «Due anni fa ho letto in un’intervista qualcosa che mi ha colpita. Si diceva che i sogni sorgono per incontrarci, trasformandosi in opportunità, e sto scoprendo che è proprio così: è il mio lavoro, in un certo senso, a rivelarsi a me».

(…)

Come Matthew McConaughey, Nicole Kidman e molti altre celeb, Emma sarà presto protagonista anche del piccolo schermo. Il primo progetto di cui si mormora è  Maniac, una serie da 30 minuti a puntata con il collega di Superbad Jonah Hill. È un’altra pietra miliare per l’attrice, che si misurerà anche con il ruolo di produttrice. La prossima primavera, a Londra, inizierà le riprese di The favourite con Yorgos Lanthimos, il regista di quel capolavoro stravagante che è The Lobster. Ma prima avremo il piacere di vederla in The Battle of the sexes, diretta da Jonathan Dayton, il film che ricostruisce l’epico confronto sul campo da tennis del 1973 in cui si sfidarono Billie Jean King e Bobby Riggs, interpretato da Steve Carell. «È un film incredibile, ha lo stesso direttore della fotografia di La La Land, Linus Sandgren, e gran parte della troupe. È un film così diverso da quelli che ho fatto finora, non avevo mai recitato una persona davvero esistita come Billie Jean King. E quello che voglio portare a un regista, oggi, è un senso di apertura e di esplorazione, un’attitudine a immergermi nello sconosciuto».

(continua…)

L’intervista integrale è la storia di copertina di D La Repubblica del 10 dicembre 2016 

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Cassel va alla guerra

09 venerdì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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È solo la fine del mondo, Édouard Deluc, Brasile, Cristiana Allievi, Jean Pierre Cassel, Lea Seydoux, Maiwenn, Marion Cotillard, Mon roi-Il mio re, O filme da Minha vita, O grande circo Mìstico, Paul Gauguin, Sabine Litique, Vincent Cassel, Xavier Dolan

 

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L’attore francese Vincent Cassel, 50 anni (foto by Carlotta Manaigo).

Vederlo al centro di un gruppo di persone che parlano ma non si capiscono è una specie di corto circuito. Perché per Vincent Cassel la comunicazione è un fatto fondamentale. Non solo quella che passa attraverso le parole e i ragionamenti, ma soprattutto quella di corpi, istinti e percezioni. Anche per questo ha scelto Rio de Janeiro come base per la sua seconda vita, quella seguita alla fine del matrimonio con Monica Bellucci e allo status di padre delle loro due figlie. Cassel fatica a stare negli schemi, negli spazi confinati, o quanto meno sembra capace di sfarlo solo a tempo determinato. Una delle prime parole che nomina durante l’incontro è libertà, quando gli ricordiamo una frase pronunciata l’anno prima che non è passata inosservata, “Adesso sono il “gringo disponibile”. «Lo sono totalmente, sempre di più (ride, ndr). Mi sono creato una posizione sorprendente in Brasile. Gli stessi brasiliani mi chiedono “cosa ci fai qui, quando tutti noi vogliamo andare in Europa”?, io rispondo che vivo lì perché amo quel paese. I brasiliani sorridono, hanno tempo di spiegarti bene dov’è una certa via, ti parlano con piacere e amano il contatto fisico. Sono latini, hanno un approccio diverso, e anch’io sono latino, mia madre è corsa, amiamo il vino, siamo simili agli italiani. Certo, la vita quotidiana in Brasile è sempre stata un caos, e forse è quello che mi piace. Sono un uomo che apprezza l’Inghilterra ma preferisce l’Italia, perché non è perfettamente organizzata, c’è ancora quello spazio in cui le cose non sono chiarissime, e questo mi piace. E poi non fa freddo».

Il Brasile è una scoperta di 30 anni fa, ma non è stata tutta colpa di Orfeo Negro di Marcel Camus, né della musica di Vinicius de Moraes: è una questione di affinità elettive. Lo aveva capito Maiwenn, quando ha scelto il Vincent di Francia per interpretare il maschio in lotta tra il legame e l’indipendenza del suo Mon roi- Il mio re. Deve averlo capito il giovane talento della regia canadese, Xavier Dolan, che lo ha calato nella situazione di incomunicabilità del suo È solo la fine del mondo, gran Premio della giuria al Festival di Cannes, al cinema dal 7 dicembre. Un film tratto dalla piece teatrale di Jean-Luc Lagarce in cui da un incontro di famiglia emergono emozioni, silenzi, esitazioni, irrequietezza, inquietanti imperfezioni e soprattutto una grande incapacità di capirsi. «Quello che recitiamo nel film di Xavier è un po’ la realtà», racconta l’attore francese, con una barba folta e lunga dovuta al suo prossimo personaggio, il pittore Paul Gauguin, nel film diretto da Édouard Deluc e girato a Tahiti. «Quando qualcuno ti ascolta davvero si tratta di un vero regalo. Anch’io ammetto di non farlo sempre. I motivi sono vari, dal dare una certa immagine di me stesso al proteggermi, ma direi che si tratta soprattutto di egoismo. Questo, ahimè, è il modo in cui gli esseri umani comunicano, o non comunicano, è parte della natura umana non ascoltare troppo gli altri. Abbiamo un certo periodo di tempo da passare qui, non durerà tanto e questo evidentemente ci influenza. Ogni tanto ci sono anche i santi, ma non ne vedo molti in circolazione». A proposito di santi, Cassel soffre l’idealizzazione dell’uomo da parte della donna, quel sognare a tutti i costi un principe azzurro. Quando gli si fa notare che Dolan nei suoi film “massacra” le figure femminili (nel caso di È solo la fine del mondo interpretate da Nathalie Baye, Marion Cotillard e Lea Seydoux), non si nasconde di certo. «Vorrebbe sostenere che nella vita reale le donne sono carine, con gli uomini? Se c’è una guerra in corso che non si ferma mai è quella tra uomo e donna. Non possiamo vivere insieme e in quanto esseri sessuali non possiamo stare l’uno senza l’altro. Se guardiamo come va il mondo, tutto sembra voler uccidere il desiderio, creiamo matrimoni in modo da immobilizzare le persone con idee del tipo “non muoverti troppo”, o “una volta che hai scelto, è per sempre, per tutta la vita!”. Tutte le religioni fanno casini, i preti non possono fare sesso, i musulmani nascondono le donne, gli ortodossi separano maschi e femmine ed eventualmente il sesso lo fanno attraverso un lenzuolo con un buco in mezzo. Ammettiamolo, abbiamo problemi col sesso, è tutto in un certo senso è riferibile a questo. Gli uomini lottano per avere più potere solo per potersi permettere le donne che vogliono, e le donne vogliono piacere agli uomini ma cercano il potere per sfuggire a questo fatto, comportandosi da uomini. Questo fatto di avere in circolazione “donne con le palle” sarà una bella notizia? A me pare un’atrocità». Come tutti i veri zingari, Cassel è legato alle proprie radici, con cui ha dovuto fare i conti sotto vari aspetti. I suoi hanno divorziato quando aveva 14 anni, la madre è la giornalista Sabine Litique, il padre Jean Pierre, mancato qualche anno fa, faceva l’attore. «Ho scelto di essere un cattivo perché lui sullo schermo era sempre il “nice guy”, oggi mi fa molto sorridere vedere che gli assomiglio ancora più di anni fa. Se ho temuto il confronto? Sì e no, considero Gerard Depardieu il mio padre cinematografico, sarebbe stato molto più difficile essere suo figlio! La famiglia comunque è una cosa complicata: non la scegli tu ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Puoi scegliere tua moglie, ma fratello, sorella e padre ti sono dati, e te la devi vedere con loro. Direi che non scegli nemmeno i tuoi figli, se credi in filosofie molto antiche scopri che sono loro che ti scelgono. Anche la credenza che i figli ti migliorano come persona non credo sia vera: se all’improvviso i padri diventassero persone meravigliose, non ci sarebbero in circolazione così tanti figli in crisi. Oscar Wilde scriveva “Charles inizia ad amare i suoi genitori, poi li odia e forse un giorno li perdonerà”. Trovo sia obbiettivo, qualsiasi cosa fai da genitore sbagli, e un giorno pagherai il conto».

Sono passati vent’anni dal primo film che lo ha consacrato come attore, L’Odio, una specie di dichiarazione sul futuro considerato che dal film di Mathieu Kassovitz in avanti ha infilato un personaggio inteso dopo l’altro, basta pensare a Nemico pubblico n. 1, La promessa dell’assassino e Il cigno Nero. Cassel è anche uno dei rari attori famosi in tutto il mondo che non si possono definire hollywoodiani, nemmeno quando partecipano a Jason Bourne. «È uno dei franchise più di classe che ci sono in circolazione, la troupe è inglese come il regista, Paul Greengrass, che però ama la Francia e ama il vino!». Anni fa gli piaceva ogni aspetto del suo lavoro, oggi guarda i film una volta sola e tutta la sua attenzione è focalizzata tra l’azione e il final cut.

«Recitare dev’essere divertente, più ti diverti più funziona. Anche con un soggetto difficile, profondo o triste ti devi godere il momento, devi raggiungere un punto in cui ti viene facile: più te la godi e più riveli te stesso, un po’ come fanno i bambini». Dice di non essere un tipo di uomo che pianifica molto il proprio lavoro. «Cerco di godermi quello che faccio e di restare libero. Ero un giovane attore quando ho sentiro dire a De Niro “il talento di un attore risiede nelle sue scelte”. Mi sono chiedo a lungo cosa volesse dire, intendeva sul set o rispetto ai film che accetti? Sono arrivato alla conclusione che si riferiva a tutte e due le cose. Se mi volto indietro mi rendo conto che le scelte fatte ti rappresentano davvero come persona». Agenda alla mano, nel suo immediato futuro ci sono due film brasiliani, O filme da Minha vita e O grande circo Mìstico, una pellicola francese con Sandrine Kiberlain, Fleuve Noir, e un film politico, Entebbe, di José Pedilha, sugli ostaggi palestinesi in Israele. E se gli fai notare che la quantità di film che gira e la sua voglia di “restare libero” sembrano contrastare, Cassel ti chiarisce la sua filosofia una volta per tutte. «Sono tutti film con cui giro per il mondo, questo è ciò che intendo con la parola libertà».

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 3 dicembre 2016.

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Christian Bale, l’uomo senza vanità

07 lunedì Nov 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino

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Batman Begins, Christian Bale, Christopher Nolan, Cristiana Allievi, Emmaline, L'impero del sole, Leonardo DiCaprio, Sibi Blazic, Stephen Spielberg, Terrence Malick, The knight of cups, Warner Herzog

IN KNIGHT OF CUPS DI TERRENCE MALICK SI PERDE TRA I LUSTRINI DI HOLLYWOOD. NELLA REALTA’ L’ATTORE TORNATO DA BATMAN AL CINEMA D’AUTORE CONSIDERA LA CELEBRITA’ “UNA BEFFA”.

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Christian Bale, 42 anni, attore gallese.

Cammina, stordito, in una landa desolata dalla bellezza ipnotica. Poco dopo attraversa luoghi polverosi, per approdare a feste in cui scorrono fiumi di champagne e splendide donne pendono dalle sue labbra. Mentre una voce fuori campo, che si scoprirà essere di suo padre, evoca la favola che gli raccontava da bambino, in cui un re spediva il proprio figlio in Egitto a cercare una perla e questi, dopo aver bevuto da una coppa, cadeva in un sonno profondo  dimenticandosi chi era. Christian Bale è perfetto nei panni di Rick, scrittore errante tra le luci di Los Angeles e Las Vegas alla ricerca di amore e di se stesso. È la trama di Knight of cups, scritto e diretto da Terrence Malick e presentato al festival di Berlino (al cinema dal 9 novembre), una grande metafora della vanità del mondo contemporaneo. Bale è perfetto perché recita da quando aveva 12 anni e se gli chiedi cosa pensa di tutto il contorno di star e luccichii ti risponde che il suo lavoro “non è sostanziale e non merita troppa attenzione”, che non gli piace parlarne e preferisce focalizzarsi sulle persone e le loro storie. Nato in Galles 42 anni fa e cresciuto tra l’Inghilterra e gli Usa in un contesto bohemienne, figlio di un’artista circense e di un pilota civile diventato in seguito famoso attivista, ha debuttato sullo schermo grazie a L’impero del sole di Steven Spielberg, sul cui set è stato paragonato al giovane Steve McQueen dal regista stesso e si è preso una cotta per Drew Barrymore. Di lì a poco ha pensato di smettere di recitare, mal sopportando l’attenzione che la fama gli ha subito portato. «Nel mio mondo ideale», racconta, «il cinema è gratis per tutti e io non promuovo i miei film. In quello reale ho deciso che il mio motto è “ricordati di non prenderti mai troppo sul serio”». È così che si è adattato alla scomodità della fama e ha tirato avanti. Negli anni Novanta ha lavorato moltissimo, finchè è arrivato American Psyco, nel 2000, in cui ha preso il posto di Leonardo DiCaprio, e grazie a cui è diventato un attore di culto, che per lui equivale a una beffa. Il passo successivo, con l’arrivo della rete, è stato diventare uno dei personaggi più noti nel web. Indossa una camicia nera su cargo color verde petrolio e sta molto bene con i capelli tirati indietro. Gli occhi brillano di un colore tra l’azzurro e il grigio, mentre racconta che le trasformazioni fisiche gli sono sempre piaciute. Il modo in cui Bale “abita” i personaggi è il suo tratto distintivo e a volte implica mutazioni clamorose, se si pensa a L’uomo senza sonno e ai 26 chili persi, fino al ruolo in Batman Begins di Christopher Nolan, un successo straordinario, come i due episodi successivi della saga. «Se mi chiede il primo ricordo che mi viene in mente, pensando a quel film, è di me seduto con addosso quella tuta, in un corridoio. Nelle pause delle riprese non potevo nemmeno uscire a prendere una boccata d’aria, non volevano rischiare che qualcuno mi fotografasse. Sono stato seduto lì per ore, tremendamente a disagio, pregavo solo dio che mi chiamassero sul set il prima possibile… Quel lavoro si è preso molto della mia stamina e della mia passione». Paradosso vuole che, nonostante trasformi il fisico secondo copione, Christian odi la palestra. «È tremendamente noiosa, sono inglese e preferisco andare al pub. E poi sono convinto che più ti si ingrossano i muscoli più perdi cellule del cervello. La cosa che mi piace davvero fare è dormire, è un meraviglioso lusso».

Considerato che con Batman ha sbancato il botteghino in modalità multi milionaria, avrebbe potuto farlo per un bel po’. Invece ha optato per il cinema indie (The new World- Il nuovo mondo, di Malick, L’Alba della libertà, di Warner Erzog e The prestige, di Christopher Nolan). L’Oscar gli arriva per un’altra trasformazione fisica, in The fighter, in cui allena il fratello “Irish” Micky Ward interpretato da Mark Wahlberg. Knight of cups è il secondo lavoro con Terrence Malick e nel 2017 vedremo il terzo, Weightless, un doppio triangolo amoroso. «Malick non ti chiede mai di fare qualcosa di specifico o di raggiungere un punto in particolare, accetta quello che riceve, anziché domandare cose alle persone. Gli interessa vedere cosa succede, per questo ottiene ottime performance dagli attori. Può capitarti di fare qualcosa in un modo eccellente, ti volti verso di lui e vedi che stava riprendendo una tenda mossa dal vento! Lì capisci che non puoi ripetere niente, e che essere vanitosi non ha senso, è molto liberatorio. Terrence in un certo senso ti toglie dalle spalle quella fatica di voler piacere a tutti costi alle persone, a lui per primo. Accanto a Bale ci sono Cate Blanchett, Natalie Portman e Freida Pinto, e insieme evocano il fatiscente mondo hollywoodiano, nonostante il film ricordi La dolce vita di Fellini, ma anche il cinema di Antonioni. «Ho partecipato ai party ridicoli che si vedono sullo schermo, e sono cresciuto per la strada, facendomi le canne, non avevo idea che la gente potesse vivere così. Ma ho capito presto che non era cosa per me, io non appartengo a quel genere di persone. Ma il film va molto oltre il mondo di Hollywood, parla di sogni, desideri e raggiungimenti. Tutti possiamo relazionarci a quel senso di mancanza di appagamento, una volta raggiunto il successo che credevi te lo avrebbe dato. Da bambino hai un sentire che ti dice che nella vita c’è molto di più, ma da adulto ti accorgi che ti è sfuggito dalle mani, in un modo che non avresti mai pensato». Grazie a Winona Ryder, Bale ha conosciuto la sua attuale moglie, Sibi Blazic con cui hanno due figli, Emmaline, 11 anni, e Joseph, 2 anni. Non ama parlare della sua famiglia, “per un attore è sempre meglio che certi aspetti della vita privata restino tali, altrimenti la capacità di raccontare altro da sé si offusca”, ma qualcosa concede. «La mia famiglia è un’ancora perché rappresenta una vita diversa. Non investo tutto nel lavoro, c’è sempre qualcosa di più importante che mi aspetta. Quello che adoro fare con mia figlia? Correre, arrampicarmi, giocare a nascondino, sono le cose che apprezzo quando torno a casa». Non bastasse questo, c’è un particolare che dice tutto sulla sua idea di normalità. «Guido il mio pick up vecchio di 12 anni perché mi piace molto, e non mi interessa cosa dicono gli altri. È chi sono io, da dove vengo. Sono solo una persona tremendamente fortunata».

Articolo pubblicato su D LaRepubblica il 29 ottobre 2016

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Sting on the rock

27 giovedì Ott 2016

Posted by Cristiana Allievi in Musica, Personaggi

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Tag

57th&9th, Alan Rickman, Coco Sumner, Cristiana Allievi, David Bowie, Dlarepubblica, Gordon Matthew Sumner, If you can't love me, Joe Sumner, Message in a bottle, Prince, Rock and roll Hall of fame, Sting, The last ship, The police, Trudie Tyler

Più sexy, ruvido: il re della musica inglese riparte dalle origini. E alza il volume con un album eclettico e sorprendente. Gordon Matthew Sumner parla di carriera, amore, figli. Di amici persi: Prince e David Bowie. E di sé. «Sono un agnostico curioso di sapere perché siamo qui».

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Sting, all’anagrafe Gordon Matthew Sumner, 65 anni, inglese, ha venduto 100 milioni di dischi. Il suo nuovo album si intitola 57th & 9th.

Sono le 10 del mattino e Sting ha appena finito di nuotare e scrivere una mail alla figlia Coco, che ieri sera aveva un concerto a New York. «Volevo sapere com’è andata, le ho chiesto di chiamarmi, ma non mi ha ancora risposto. In fondo sono sempre suo padre». Ride, mentre gli diciamo che dei dieci brani molto rock del suo nuovo album, 57th&9th, è una super ballad quella che lascia di più il segno. Forse perché If you can’t love me è quella che rallenta il ritmo vorticoso del disco. «La canzone non parla di me, ma di un amico molto vicino che attraversa la fine del suo matrimonio. Gliel’ho suonata e mi ha detto “stai raccontando la mia situazione!”, è così. È un pezzo triste. Scuro». Indossa un maglione di cotone e jeans super skinny, look total black e sne- akers senza lacci coloratissime. Quello che colpisce della nuova ventata rock di Sting, a decenni di distanza dall’ultima volta che ha affrontato il genere, è il fatto che non si tratta di quello dei Police, tra le rock band più di successo di tutti i tempi. Si trat- ta di una specie di eclettico incontro tra vecchio e nuovo. «C’è tutto il mio Dna in questo disco. Normalmente lavoro senza scadenze, aspettando l’ispirazione, ma stavolta è stato diverso. Il mio manager mi ha sventolato davanti agli occhi un foglio dicendomi: “Questa è la tabella di marcia. Inizi questo giorno e finisci quest’altro”. Gli ho risposto ok, ci provo. Non avevo idee, né preparazione, ho chiamato Dominic Miller e Vinnie Colaiuta, con cui lavoro da trent’anni, siamo andati in studio e abbiamo iniziato un gioco di ping pong a tre: uno lanciava un’idea e l’altro rispondeva. Poi tornavo a casa e iniziava il lavoro difficile: tradurre la storia astratta della musica. Per stare in quei tempi ho dovuto usare dei trucchi con me stesso. Mi chiudevo sul terrazzo della casa a New York, al freddo, con il cappotto e una tazza di caffè e mi dicevo che non potevo rientrare fin- ché non avevo finito la canzone. Così facendo in un weekend ho prodotto quattro brani! Per ognuno mi sono inventato un nuovo trucco». Nel nuovo album la voce è in primo piano, ed è giocata su tonalità basse e molto sexy. «Recito un personaggio, come fossi un attore, in nove pezzi su dieci. Solo in una canzone sono davvero io, Heading South On The Great North Road. Si ispira a una strada fuori Newcastle, la Great North Road, e parla del mio viaggio di giovane uomo, della promessa di una vita diversa. Già a sette anni ero distaccato, solitario e determinato. Da lì in avanti sono cambiato pochissimo».

A quell’età Gordon Matthew Sumner accompagnava il padre lattaio nelle sue consegne e intanto fantasticava di diventare un musicista. Negli anni ha sbarcato il lunario in vari modi, lavorato all’ufficio delle imposte, insegnato alle elementari di una città mineraria vicino a casa. Di sera suonava nei locali jazz, dove un musicista lo ribattezzò Sting, “pungiglione”, dopo averlo visto con un maglione a strisce gialle e nere. La svolta arriva a fine anni Settanta, quando si traferisce a Londra con la prima moglie, Frances Tomelty, e conosce quel Copeland con cui fonda i Police. Da lì in avanti la realtà supera tutti i sogni di bambino: escludendo 15 film girati e tre nomination agli Oscar, Sting ha vinto 10 Grammy Awards e un golden Globe, venduto qualcosa come 100 milioni di dischi e scritto alcuni tra i pezzi più memorabili degli ultimi trent’anni, vedi alla voce Roxanne, Message in a bottle, Every Breath You Take o Englishman in New York. Non soprende che un uomo così debba fare i conti con la fama, e dalla canzone Rise and Fall del 2002 alla nuova 50.000, l’analisi su cosa significhi essere una rockstar è un appuntamento fisso. «Per il mio completanno ero in Australia e ho suonato davanti a 500mila persone. La fama è un’esposizione intossicante, ti fa sentire forte e speciale. Ma è anche molto pericolosa: rischi di credere di essere davvero im- portante. E non lo sei, è solo un’illusione. Oggi quando salgo sul palco me la godo, è divertente, ma quando scendo sono solo. E felice di esserlo». 50.000 è una riflessione sulla mortali- tà, la disparità tra la natura divina di una star e la realtà riflessa dello stesso uomo. «Ho perso molti amici quest’anno, Prince, David Bowie e Alan Rickman. Erano tutte icone culturali e il bambino che è in noi rimane scioccato dal vedere che anche loro sono mortali. Come me». La riflessione è una delle due ali dell’arte di Sting. L’altra è la vastità degli spazi che attraversa. Dai tour come quello di quest’estate con Peter Gabriel ai dischi di canzoni di Natale; dai musical sulla propria adolescenza The Last Ship (che ha scrit- to e recitato per tre mesi a Broadway nel 2014), alla reunion dei Police anni fa, con tanto di tour mondia- le che ha fruttato qualcosa come 110 milioni di euro. Poi ci sono le aperture etni- che, testimoniate da brani come Desert Rose, e quelle più spirituali, come l’in- cisione del mantra Hare Krishna con Krishna Das, in cui Sting fa un passo in- dietro e usa la propria come seconda voce. «Conosco molto bene Krishna Das, abbiamo viaggiato insieme in India. Mi ha chiesto di cantare con lui e l’ho fatto. Non so come definire la mia spiritualità, sono un agnostico curioso di sapere perché siamo qui. Credo che siamo noi a creare dio: non credo che lui, o lei, esista fuori dall’immagi- nazione. Se sei arrabbiato, amareggiato e vendicativo, quello è il tuo dio. Se sei gentile, delicato e bilanciato, il tuo dio è questo. Bisogna stare attenti al dio che ci creiamo, perché diventa reale».

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10 sono i brani del nuovo disco in uscita l’11 novembre (courtesy DRepubblica)

Parole che rimandano alla Inshallah del nuovo disco, che in arabo suo- na più o meno “se è volere divino, accadrà”. È il titolo scelto da Sting per il brano dedicato alla crisi dei rifugiati. «È una parola bellissima, un’espressione di coraggio e speranza che si dovrebbe sentire di più. Io non offro una soluzione politi- ca al problema, ma credo che se una soluzione c’è, dev’essere radicata nell’empatia. Abbiamo idea di cosa significhi essere un rifugiato, trovarsi su una barca e sperare di arrivare a Lampedusa? O di come ci si senta a scappare da una guerra, dalla povertà o, tra poco, dagli effetti del cambiamento clima- tico?». Da vent’anni Sting lotta contro la deforestazione con la seconda moglie, l’attrice e produttrice Trudie Styler. L’ha spo- sata 24 anni fa con una cerimonia sfarzosa, in cui lei è arrivata all’altare sul cavallo bianco. In uno dei due libri che ha scritto, Broken Music, la «risposta pop al Dalai Lama», com’è stato ri- battezzato Sting dalla stampa Uk, racconta della prima volta che l’ha incontrata. «Mi è sembrata un angelo danneggiato», e poi: «Siamo insieme per guarire le reciproche ferite». I due viaggiano tra varie proprietà sparse per il mondo. C’è il castello nello Wiltshire (Sting lo chiama «la casa al lago»), in cui registra i suoi dischi. Ci sono le case di Londra e di New York, quella sulla spiaggia di Malibù e la Villa fiorentina Palagio, a Figline Valdarno. La coppia ha quattro figli, gli altri due vengono dal primo matrimonio di Sting con Frances Tomelty. «Ho sei figli e a gennaio raggiungerò quota sei nipoti, una cosa da non cre- dere. Ho completamente perso il controllo sul tema! Faccio un lavoro stagionale, c’è il momento in cui scrivo, registro e sono in tour, e poi arriva la stagione in cui posso dedicarmi alla famiglia». Un bilancio sul suo essere genitore? «Forse non sono stato un padre perfetto, ma ho dimostrato loro di avere un lavoro che amo e che farei anche gratis. Sono cresciuti in- dipendenti, compassionevoli, quindi non ho fallito, anche se è stato difficile. La loro madre è stata molto di supporto, i ragazzi si vogliono bene e io ne sono orgoglioso». Due sono musicisti, Coco e Joe. «Sono bravi. Per Joe è stato più difficile, ha vissuto nella mia ombra da quando era piccolo, mentre Coco è una donna, trova sempre la via d’uscita. Pratica la boxe, fa la deejay e lavora nella cucina di un ristorante di Londra. È curiosa come me. L’altro giorno camminavo per Park Avenue e me la ritrovo su un manifesto gigante, accanto alla cattedrale. È al numero 19 della classifica Usa, io al numero 5, manca poco e mi rag- giunge!». Ci pensa un attimo, poi: «Quando osservo i miei figli suonare, vedo in loro il 50% del mio Dna. Ma ad intrigarmi è il restante 50%, fatto di altri ingredienti. Ora che ci penso, sa che sto diventando molto emotivo?».

Articolo pubblicato su D La Repubblica il 24 ottobre 2016 

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