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~ Interviste illuminanti

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Emma Watson: «Belle mi piace perché mi somiglia»

13 lunedì Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Bill Condon, cinema, emma watson, Harry Potter, Hermione Granger, Io donna, La bella e la bestia, Luke Evans, Walt Disney

In passato l’attrice aveva rifiutato il ruolo di Cenerentola perché non si sentiva in sintonia con il personaggio, mentre Belle sembra fatta apposta per lei: è impegnata, legge molto, non punta sul suo aspetto estetico

di CRISTIANA ALLIEVI
Emma Watson: «Belle mi piace perché mi somiglia»

Se c’è una cosa che non si deve toccarle, è la privacy. Destino vuole però che proprio in questi giorni sui social infuri la polemica intorno alsemi topless di Emma Watson, apparso sulla copertina di Vanity Fair Usa. È bastato un tweet di una giornalista del Daily Mail che intendeva dire più o meno “sei tanto femminista quanto sottomessa al volere di un giornale (e del mercato), e in quanto tale poco credibile”, e per un paio di foto sexyl’attrice inglese si è trovata a rispondere della credibilità del suo ruolo come ambasciatrice Onu per la parità dei sessi. Un clamore che gioverà alla promozione del suo prossimo film The circle, in uscita ad aprile, se si pensa che Tom Hanks, a capo nella più grande azienda di tecnologia e social media del mondo, la incoraggerà a rinunciare proprio alla sua privacy.

Ma siamo nel cuore di Londra per parlare di La bella e la bestia di Bill Condon, il cartone animato diventato un musical strabiliante in cui le teiere danzano, insieme ai bicchieri di cristallo, mentre i piumini spolverano e le coreografie incantano.

Arriverà nelle sale dal 16 marzo la riuscita rivisitazione live action del celebre classico d’animazione prodotto dalla Disney, che fu il primo film del genere a ricevere una candidatura all’Oscar come Miglior film (vincendone poi due, per la colonna sonora e la canzone originale), e il primo lungometraggio animato a superare 100 milioni di dollari di incasso al botteghino. Condon all’inzio ha rifiutato la proposta della Disney di cimentarsi in quest’impresa, reputando il film del 1991 perfetto. Ma poi ha cambiato idea e ha lavorato per due anni con l’ottimo cast che include Dan Stevens, Luke Evans, Ewan McGregor, Stanley Tucci ed Emma Thompson.

emma-watson-hermione-belleLa ex Hermione Granger, che grazie a film come Noi Siamo Infinito, Noah eThe Bling Ring ha dato prova di essersi lasciata alle spalle la saga dei maghi che l’ha impeganta per più di un decennio, indossa pantaloni capri e ballerine nere su un capo outfit ecologico della collezione da lei disegnata. E un maglione bianco che ne sottolinea la figura esile, con una grande rouge nera che le attraversa il busto in diagonale, dall’alto in basso.

In passato ha rifiutato il ruolo di Cenerentola dichiarando che non si sentiva in sintonia col personaggio, mentre Belle sembra perfetta per lei: è impegnata nel sociale, legge molto, non punta sul suo aspetto estetico…
«Questo ruolo è una rottura, ha creato una distanza da tutte le principesse venute prima. Belle è una donna emancipata, risoluta, indipendente come Katharine Hepburn. Inoltre non ha paura di esprimere le proprie idee e sogna di esplorare il mondo. Adoro la sua risolutezza da quando avevo quattro anni».

Cos’altro c’è in comune tra lei e Belle?
«Si trova in un punto della vita in cui sta cercando di andare oltre le aspettative che tutti hanno su di lei. Sposare Gastone, che le ronza intorno, sarebbe l’happy end migliore secondo praticamente tutti, ma lei vuole crescere in un’altra direzione. Sono la solitudine e il senso di isolamento a farla incontrare con la bestia, i due entrano in un mondo parallelo rappresentato dal castello. Nonostante abbiano un background e storie diversissime, in qualche modo sono simili e per questo motivo si innamorano».

Il regista Bill Condon ci ha tenuto a precisare che a Belle non interessa diventare una principessa.
«L’ho scelta proprio per questo motivo, anche se ad attrarmi c’era la sfida della danza e del canto, che non avevo mai affrontato in un film».

Ha temuto il fatto di dover cantare davvero?
«È qualcosa che ho sempre voluto fare, certo che esordire con un musical così amato mi ha fatto sentire una certa pressione. Ma l’amore per le canzoni del musical che mi facevano impazzire da bambina mi ha accompagnata lungo tutto il processo».

Incoraggiare le ragazze a guardare oltre le apparenze, e a non limitarsi alla bellezza esteriore, è importante oggi?
«Certo che lo è. Ma è fondamentale che il mio personaggio si innamori di qualcuno che non ha le sue caratteristiche, è il contrasto che funziona. Ma questa storia non parla soltanto della bellezza e della bruttezza, dipinge anche la bella e la bestia che vivono in ognuno di noi, bisogna imparare a trovare un equilibrio tra questi due lati».

Qual è il suo lato animalesco?
«Sono freddolosa, soffro l’aria condizionata. E spesso ho fame… (ride,ndr)».

E quello più luminoso?
«La bellezza del mio personaggio viene dal non giudicare, e credo sia una grande chiave. Essere empatici e curiosi significa comprendere indirettamente ciò che ci circonda e non farsi invadere dal giudizio, che poi è la cosa che ci frega».

L’abito giallo che indossa nel film ha qualcosa di speciale: ha contributo alla sua creazione?
«Leggendo la sceneggiatura ho capito subito che qualsiasi abito avessi indossato mi avrebbe accompagnata fino al terzo atto del film, che è diverso dall’originale. Avrei dovuto indossare qualcosa di multifunzionale, adatto a cavalcare, ballare e anche battagliare, come quando scorazzo per la foresta a caccia di mio padre. Quindi la parte del busto doveva assomigliare leggermente a un’armatura, e ci abbiamo messo oro e catene, mentre volevo che  la parte della gonna fosse molto leggera. Quello che amo dell’abito originale è il suo essere una terza entità: quando Belle balla con la Bestia, l’abito balla con lei».

Contibuisce sempre al lavoro sui dettagli?
«Sempre, se non riesco a capire cosa pensa un personaggio quando si alza la mattina, cosa le piace indossare e molto altro, non posso comprendere chi è in realtà».

Il suo amore per la letteratura come l’ha formata?
«In tempi in cui mi sono sentita molto confusa e sopraffatta dal mondo circostante, i libri mi hanno aiutata a trovare un senso. In altri momenti sono stati una fuga, o degli amici, che sono sacri per me. Quando ero più giovane mi sono sentita obbligata a leggere, come accade a tutti a scuola, ma quando scegli di leggere poi lo ami».

Cosa sta leggendo in questo momento?
«Un libro che mi ha dato un’amica psichiatra, Men search’s for meaning, di Viktor E. Frankl (scritto nel 1946 e tradotto con il titolo Alla ricerca di un significato nella vita). Lo psichiatra internato ad Auschwitz ha raccontato la sua esperienza di prigioniero attraverso l’occhio tecnico del medico. Si è chiesto che cosa ha aiutato i sopravvissuti all’Olocausto a uscire vivi dai lager. La risposta è che non hanno mai perso di vista il motivo per cui vale la pena vivere. Per me è un libro sulla speranza».

 

Articolo uscito su IOdonna.it il 13 marzo 2017 

© Riproduzione riservata 

Slava Fetisov, “cattivo” maestro

06 domenica Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Sport

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asteroide 8806, CCCP player of the year, cinema, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Gabe Polski, Guerra fredda, hockey team, Icon, KGB, Panorama, Red Army, Slava Fetisov, Viktor Tikhnonov

190 centimetri di altezza, una stazza corporea considerevole. Capitano della nazionale di hockey russa per nove stagioni, due volte CCCP Player of the year, due medaglie d’oro alle Olimpiadi e sette ori ai campionati del Mondo fanno di lui uno degli atleti più forti di tutti i tempi. Ma i titoli sportivi impallidiscono, di fronte alla grandezza umana. Perché prima di diventare Ministro dello Sport di Putin, Vjačeslav Aleksandrovič, detto Slava, Fetisov, ha combattuto e vinto per la libertà delle generazioni a venire. È successo quando, a un certo punto della carriera, ha chiesto il passaporto per giocare negli Usa e, da eroe nazionale, in un istante si è trasformato in nemico politico. Alla fine di una lunga battaglia è riuscito a spuntarla. Lo incontro in un hotel della costa Azzurra dov’è venuto a presentare il docu film del candidato agli Oscar Gabe Polski, Red Army (sugli schermi Usa da gennaio 2015 e prossimamente in Italia). Questi 76 applauditissimi minuti all’anteprima mondiale dell’ultimo festival di Cannes raccontano quarant’anni di storia attraverso la sua vita, quella della Red Army – uno dei più grandi hockey team della storia- l’ex Urss di Gorbaciov, le Olimpiadi, le vittorie dei russi, in un misto di vertigine sportiva e interviste dei giorni nostri. Tanto sono frenetiche le splendide immagini di repertorio delle prime sfide Usa-Urss in piena guerra Fredda, tanto è placida la calma di Fetisov quando parla, con parole che pesano.

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Fetisov alle Olimpiadi del 1980 con la maglia dell’Unione Sovietica.

«Mi chiede se mi pento degli anni spesi in allenamenti massacranti? Quando sei giovane e ambizioso, e vieni dai bassifondi della società, non te ne frega un cazzo di vivere in un camp per 11 mesi all’anno, non hai niente da perdere. I miei amici oggi sono tutti nella tomba, caduti sotto i colpi delle droghe e dell’alcool, io ho sempre voluto essere un bravo studente, mi sono allenato e non sono mai andato in conflitto col sistema, che in cambio mi dava la libertà». A giudicare dall’allenatore della Red Army, Viktor Tikhnonov, un vero dittatore che poi si è scoperto anche essere membro del Kgb, c’è da chiedersi di quale libertà parli. Del resto l’hockey era un affare di stato, uno strumento di propaganda attraverso cui, vittoria dopo vittoria, il governo dimostrava la superiorità del sistema sovietico sul resto del mondo: i suoi atleti ne erano l’arma micidiale. Li portavano a giocare negli Usa e gli toglievano il passaporto per non far venir voglia di scappare, alla vista di quei colleghi a stelle e strisce che indossavano moderni jeans e guadagnavano un sacco di soldi. «Non li invidiavo, ero felice, sul ghiaccio mi sentivo libero e non pensavo alla politica. A 21 anni ero già famoso nel mio paese, avevo un appartamento e ho sempre potuto scegliere la donna che volevo». Ma a metà degli anni Ottanta l’idealismo in Russia inizia a crollare e l’economia a stagnare. Arriva il vento dell’Occidente e con esso la proposta di trasferirsi, ma glielo impediscono. «Avevo firmato il contratto in Europa, il management americano avrebbe potuto “rapirmi”, ma io non volevo lasciare il mio paese fuggendo di nascosto. È stato un inferno, mi hanno messo sotto una pressione enorme: da campione ero diventato nemico della patria. Mi hanno sbattuto in prigione, picchiato, colpito a fuoco (silenzio, ndr), la sensazione era che mi potesse succedere di tutto». Ma alla fine ha vinto lui. Arrivato negli Usa, però, le cose non sono andate come previsto. «Mi odiavano, mi vedevano come comunista, uno che era lì per soldi da spedire a Mosca. Solo quando un amico di una grande famiglia americana mi ha chiesto di fare da padrino ai suoi figli le cose sono cambiate: ho iniziato a sentirmi accettato, ho vinto 3 Stanley Cup, mi hanno messo nella Hall of Fame e offerto un lavoro da coach». Ma Putin, nel frattempo succeduto a Gorbaciov, aveva altri progetti. Gli offre una squadra molto più grande e maggiori responsabilità, oltre a una casa di 1000 metri quadrati, con piscina e campi da tennis, e la libertà di scegliersi lo stipendio: è così che Fetisov torna in Russia, nel 2001, e diventa suo ministro dello Sport. «Ho trovato un disastro, non c’erano nè rispetto nè un governo, solo rovine. Anche nello sport c’erano ladri e nessuno riusciva a opporsi. Ho ideato un programma e la gente si è fidata, perché ho un nome che non è in vendita e che non posso spendere per cause sbagliate». Forma il team che nel 2014 avrebbe portato i Giochi olimpici a Sochi, da il via a un programma di facilitazioni per lo sport – mai esistito nell’Unione sovietica- che porta a costruire 300 campi di pattinaggio consentendo ai giovani di allenarsi in tutto il paese. Costituisce la League, in cui sonoimpegnate 30 squadre da 9 paesi, e supporta vecchie glorie dello sport: assicura a chiunque abbia vinto una medaglia olimpica 1000 dollari di pensione. Lasciato l’incarico da ministro dello sport dopo sette anni, oggi è senatore del Parlamento e lavora su questioni sociali, toglie i bambini dalla strada, dall’alcol e dalla droga e insegna loro i valori dello sport. Rimpianti? «In 12 anni di questo lavoro ho capito due cose: che la politica mi prende più di quello che mi da, e che la gente normale, come me, ottiene più fiducia dalle persone di chi sceglie questo mestiere come carriera, a caccia di potere, soldi e successo». L’asteroide 8806 è stato ribattezzato col suo nome, ci sembra il minimo che la sua fama sia finita sino in cielo. Un’altra, meritata, vittoria per un capitano fuori dall’ordinario.

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Slava Fetisov con la giornalista Cristiana Allievi

Novembre 2014 Panorama Icon © Riproduzione Riservata 

 

 

Agnes B.,«Vi racconto i bambini che non hanno mai visto il mare»

04 domenica Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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Agnes B., Basquiat, cinema, Cristiana Allievi, David Lynch, incesto, Io donna, Je m'appelle hmmm..., Moda, Quentin Tarantino

Ha iniziato vendendo le sue creazioni al mercato delle pulci, oggi ha un impero da 332 negozi. Poi, a 70 anni, Agnes B. ha girato il primo film. Che parla di una fuga da un incesto. E di avventure on the road, come racconta lei stessa 

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La stilista e regista Agnes B. (Photo courtesy of agnes b. & Patric Swirc)

Céline ha 11 anni e un padre incestuoso e disoccupato. Così, alla prima occasione, scappa di casa, finendo sul camion di un autista scozzese che ha perso moglie e figlie. I due avranno un’avventura on the road dagli esiti imprevedibili. Lascia di stucco, l’esordio alla regia di Agnes B. – Agnès Troublé fuori dalle passerelle e dalle sue boutique. Je m’appelle Hmmm… è un film forte, girato tra la sua vera casa, Bordeaux e le spiagge di Biarritz. La cosa non dovrebbe sorprende, in effetti. Nata e cresciuta a Versailles in una famiglia borghesissima, a 21 anni Agnes aveva già alle spalle un matrimonio con un editore più vecchio di lei e due figli. Senza un soldo in tasca, scovata da una redattrice di Elle al mercato delle pulci, con le sue creazioni di moda e il suo stile solido e libero ha creato un impero: 332 negozi tra gli Usa e il Giappone, una casa di produzione cinematografica, un atelier e tre gallerie d’arte. Quentin Tarantino ne ha immortalato gli abiti in Pulp Fiction e Reservoir Dogs ed è un suo fan. Basquiat la adorava, lo stesso dicasi per artisti contemporanei che ha sostenuto di tasca propria, come i registi Claire Denis a Gaspare Noé, passando per l’eccentrico Vincent Gallo. La incontro in un hotel nel cuore di San Pietroburgo, per parlare di cinema, moda e vita, in occasione dell’International Media Forum in cui ha presentato il suo film che è in giro per i festival del mondo. In nero integrale, capelli biondo miele, mi colpisce subito per quel calore che emana e un senso di empatia verso il genere umano.

L’incesto come tema del proprio esordio registico: una scelta che lei fa a testa alta. «Ho scritto personalmente la storia, ci ho messo dieci anni. La cosa che mi ha colpita di più è che il film è esattamente ciò che ho scritto e che volevo raccontare. Non ho più produttori alle spalle e faccio davvero le cose spontaneamente. E non avendo fatto una scuola, non ho il senso di cosa si può fare o meno, sono molto libera».

La storia che racconta nel film la riguarda personalmente? «Diciamo che ne ho esperienza, ma non è stato con mio padre, né sono scappata, come fa Céline nel film. Leggo Le monde ogni giorno, sono storie frequenti anche se le persone non vogliono parlarne».

Visivamente molto sofisticato, il suo lavoro alterna stati onirici a una natura straordinaria, musica contemporanea di David Daniels e Sonic Youth e arie d’opera. «Sono figlia di Godard, la relazione tra suono e immagine è molto importante per me. Ho sempre fatto la fotografa e ho girato corti per raccontare le mie collezioni, non sono pubblici perché i diritti valgono solo per una stagione, poi non puoi più mostrare le modelle. Ne avrò almeno 25 all’attivo, è così che ho imparato a girare, devo moltissimo alla mia piccola macchina da presa giapponese, una Harinezumi che non mi lascia mai».

La scena dei danzatori di Butoh, tutti bianchi, immersi nella foresta, è un altro omaggio al Sol Levante? «In realtà quell’immagine viene dalla mia infanzia. Sono nata e cresciuta a Versailles, nel parco c’erano tutte quelle statue bianche. Ricordo che un giorno le ho immaginate mentre si muovevano, una visione che evidentemente non mi ha abbandonata».

Ha una predilezione per il blu? Si rintraccia nelle auto come nei mobili, ma anche nella casa della nonna della bambina… «Quella che cita è casa mia e il tavolo che si vede è del mio studio! I colori che preferisco sono il rosso e il blu pallido. Volevo una grande differenza cromatica tra la vita della bambina e quella della donna adulta».

 La natura e la strada hanno una parte enorme nella sua visione. «Sa che in Francia il 25 per cento dei bambini non ha mai visto il mare? Da non credere. Quando viaggiavamo e avevo solo 10 anni mio padre mi metteva nel sedile accanto a lui, non è un caso che la strada e l’osservare le cose mi affascinino così tanto».

Si può dire che in strada sia nata la sua fortuna. «Avevo 20 anni, senza un soldo in tasca, mi vestivo mischiando pezzi di Monoprix. Un giorno, al mercato delle pulci, qualcuno di Elle magazine mi ha visto e ha detto “lei è vestita in modo bizzarro…”, e mi ha portata al giornale. Tutto è incominciato così».

Oggi grandi artisti indossano i suoi capi. «Sono 25 anni che David Lynch sceglie maglie e giacche disegnate da me, e Tarantino mi chiede di rifargli le stesse giacche di Pulp Fiction, le consuma (ride, ndr)».

A quarant’anni dall’apertura della sua prima boutique, a Parigi, saprebbe dire qual è il suo talento? «Mi è sempre piaciuto aiutare le persone a sentirsi bene, all’inizio stavo personalmente in negozio per questo. Ma dovremmo parlare di più del talento, e di come usarlo, oggi sento solo la parola “fama”… Le persone che credono troppo in se stesse di solito non sono le più dotate, del talento di cui sopra. Chi dubita è meno arrogante».

Da dove viene la sicurezza che trasmette? «Da una natura molto positiva e serena, mi piace ridere e parlare con i miei amici. E quando esco non è per fare shopping, non voglio sapere cosa propongono gli altri, voglio restare libera. Sa che non ho mai fatto una pubblicità in vita mia, per Agnes B.?».

In un’epoca di narcisismo sfrenato, il suo è un comportamento vintage. «La stampa mi ha sempre aiutata, in Giappone come in Cina, forse perché hanno visto qualcosa di diverso, la possibilità di uno stile che le persone creano da sole, abbinando come vogliono quello che propongo. Amo i capi che durano una vita e non mi piacciono le cose troppo costose, che poi si usano due volte… Ma più di tutto, mi piace che la gente abbia fiducia in me».

Io Donna,  14 dicembre 2014

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La locandina del film di Agnes B., Je m’appelle hmmm… (courtesy of allocine.fr)

Frédéric Tcheng, lo scienziato che racconta la moda (quella di Dior in particolare)

21 domenica Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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Christian Dior, cinema, Cristiana Allievi, Dior and I, Frederic Tcheng, Moda, Raf Simons, San Pietroburgo

Raf Simons è diventato il designer di Dior e, in appena due mesi, ha lasciato il segno in una delle sfilate cruciali degli ultimi anni. Il regista francese Frédéric Tcheng l’ha convinto a portare sullo schermo questa avventura a metà tra invenzioni, tradizioni ed emozioni. E a Flair, per la prima volta, svela tutto quello che è successo dietro le quinte.

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Frédéric Tcheng, regista francese di Dior and I, incentrato sulla figura dello stilista tedesco Raf Simons.

Bianco e nero. L’ombra di una donna che gira su se stessa con la gonna a ruota viene catturata sui marciapiedi di Parigi. Gli inviti per la sfilata sono scritti a mano. I paparazzi sono aggrappati sui cancelli della maison. La polizia contiene la folla a fatica. Su queste immagini parla una voce fuori campo, quella di Dior, raccontando della presenza di due gemelli siamesi. C’è l’uomo che presiede alle sfilate, che lavora con i suoi dipendenti, che parla con la stampa. E c’è il suo gemello, che predilige la casa di Granville, frequenta pochi amici e soprattutto detesta i cambiamenti repentini. Cinquantacinque anni dopo, colore. La macchina da presa inquadra immagini straordinarie di tetti parigini poi si insinua fin su, in cima al palazzo, nel cuore pulsante della maison Dior. Alle pareti le foto elegantissime del couturier che ha rivoluzionato la moda campeggiano negli algidi corridoi. I sarti indossano camici bianchi e sembrano chimici in un laboratorio, però qui confezionano abiti preziosissimi. I lavoratori, persone semplici, sono chiamati a raccolta nel salone centrale per un grande evento: l’incontro con Raf Simons, il nuovo stilista della maison. L’uomo che deve materializzare una collezione in due mesi quando normalmente ce ne vogliono sei. Dior and I è ghiaccio bollente, un film emotivo nei contenuti e freddo visivamente. Bastano tre minuti di visione per capirne i punti di forza: la sovrapposizione tra passato e presente e la tensione. 36 anni, tre ottavi di sangue cinese nelle vene (suo nonno era cinese, la nonna solo per metà), Frederic Tcheng aveva un sogno: girare un film sulla prima collezione di Simons per Dior. Lo ha realizzato nel 2012, quando il designer belga si è insediato nella casa di moda, e si può dire che l’opera abbia superato se stessa, mostrando l’incontro fra due uomini (tre, se si include Dior) legati da vere e proprie affinità elettive. Quante, lo si capisce incontrando Tcheng di persona, in occasione della presentazione di Dior and I (che è ancora inedito in Italia) alla prima edizione dell’International Mediaforum di San Pietroburgo.

“Sono sempre a caccia di parallelismi tra la moda e il cinema”, l’ho sentita dire poco fa. Perché la interessano? «Il paradosso è che vengo da tutt’altro mondo. Sono un francese cresciuto a New York, mi sono trasferito a Parigi a studiare ingegneria, poi è arrivato il mio grande momento di crisi: non mi vedevo a lavorare come ingegnere per il resto della vita. Nel 2001 ho preso un anno sabbatico, mi sono iscritto a varie scuole di cinema finchè nel 2001 mi hanno accettato a quella della Columbia University».

Un ingegnere che torna all’Università a studiare cinema, questa è la notizia. «(ride, ndr) Ero molto felice di ricevere una formazione valida, dopo la quale è arrivato il progetto Valentino, l’ultimo imperatore. Il mio amico Matt Kapp era produttore del film, stavano andando a Parigi a girare nel castello dello stilista e mi ha chiesto di fargli da assistente di produzione. Mano a mano che le cose procedevano ho curato anche l’editing, alla fine ci ho lavorato cinque anni. È stato il mio ingresso nel mondo della moda».

Poi è venuta la nipote di Diana Vreeland. «Lisa aveva visto il film su Valentino, quando l’ho incontrata. Ha voluto che girassimo insieme Diana Vreeland, The Eye has to travel. A film finito, durante un footage a Parigi per vip ho incontrato Olivier Bialobos, capo della comunicazione di Dior. Gli ho chiesto se le voci che circolavano e che volevano Simons come successore di Galliano fossero vere. In quel momento nemmeno lui lo sapeva».

Aveva lavorato per Jil Sander ma non era molto noto ai media. «È vero, ma ho sempre avuto la percezione che fosse un designer interessante e in qualche modo lo sentivo vicino. E avevo un sogno, fare un film su Simons e la sua prima collezione per Dior».

Come ha reagito Raf alla proposta di ritrovarsi una telecamera tra i piedi, oltre allo stress già considerevole? «Non voleva assolutamente che facessi un film. Non è timido di persona ma non sopportava di stare davanti a una telecamera nè l’idea di uscirne come una star. L’ho tranquillizzato spiegando che ero interessato alla creatività, non a trasformarlo in qualcosa che non è. Mi ha risposto “non riesco a dire né si né no… Vieni una settimana, facciamo una prova”. Colpito dalla mia discrezione, non mi ha chiesto di andarmene. Una settimana è diventata due mesi, venti ore al giorno insieme».

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Raf Simons prepara la sua prima sfilata per Dior

Raf ne emerge come un uomo emotivo e allo stesso tempo molto ingegneristico nel lavorare. Studia, analizza, riflette… «È proprio così, non ci si crederebbe ma ha studiato industrial design, quindi non la moda ma materie pratiche. E la coincidenza è che anche Dior era un architetto, avrebbe voluto fare quella professione, prima di incontrare la moda».

Lei come si è calato nel mondo Dior? «Mi hanno mandato dozzine di libri di foto che ho ignorato. A catturarmi è stato un volumetto grigio, Christian Dior and I, uscito nel 1956, un anno prima della morte. Si capisce dall’incipit che Dior aveva una relazione alienata con la sua immagine e ne parlava allo stesso modo di Raf, che infatti mi ha confessato di aver smesso di leggere il libro dopo tre pagine, era uno specchio troppo forte».

 

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La sfilata così come ripresa nel film Dior and I di Tcheng

(continua…)

 Intervista esclusiva pubblicata du Flair, Novembre 2014

© Riproduzione riservata

Oliver Stone, «Conosco la forza della rabbia»

15 lunedì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in Miti

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angelina jolie, cinema, Cristiana Allievi, Icon, Oliver Stone, Oliver Stone; Panorama; politica; The untold history of United States; Michelangelo di Battista;, Panorama

C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano reso un tipo determinato. Il regista simbolo del cinema politico ha accettato di farsi fotografare e di raccontarsi a Cristiana Allievi per Icon, magazine di stile di Panorama, come mai prima d’ora: l’infanzia, i rapporti con i genitori, le radici del suo cinema, la rabbia e l’orgoglio di una generazione di americani.

Oliver Stone

Il regista premio Oscar Oliver Stone

Con gli anni non do più in escandescenze come un tempo, ma m’infurio ancora. D’altronde, non ho certo intenzione di invecchiare scrivendo la mia autobiografia. Continuo a chiedermi il significato delle epoche che ho vissuto. E, soprattutto, se le ho davvero capite. Resta questa, oggi più che mai, la mia priorità».

Figlio di un finanziere repubblicano di Wall Street ebreo e di una parigina, Oliver Stone non si stanca di ripetere che quello che conta, al cinema, è prima di tutto intrattenere. Ma resta un cercatore ossessivo e spietato della verità, un maniaco nello scovare e vagliare fonti per le sue storie. E il ritmo vorticoso di Jfk, i tagli alle interviste di Fidel Castro (Comandante) e ai leader palestinesi (Persona non grata), così come le piste ostinatamente battute dal suo giornalista per raccontare la dittatura militare e l’omicidio di Oscar Romero in America Centrale (Salvador), la dicono lunga sulla sua idea di intrattenimento.
Non conta se i film li ha scritti, come Fuga di mezzanotte, Scarface oConan; se li ha scritti e diretti, da Platoon a Le Belve; o si è semplicemente messo dietro la macchina da presa, come in Ogni maledetta domenica. E non conta neppure se vincono una pioggia di Academy Awards, fanno buchi da milioni di dollari (Alexander) o vengono stroncati prima di nascere, com’ è stato per il biopic su Martin Luther King, bloccato dagli eredi del leader nero spaventati dall’idea che, anziché un’icona retorica, il film raccontasse un uomo in carne e ossa, adultero e lacerato dai conflitti con il suo movimento: Stone aspira sempre a una grandezza di genere immenso. Che non ammette compromessi. C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile, invece, che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano convinto una volta per tutte della necessità di dividere il mondo tra chi fa sul serio e chi invece no. Abbandonata l’Università di Yale per arruolarsi nell’esercito, dopo aver scritto un romanzo autobiografico andato malissimo, A child’s night dream, e aver festeggiato tre matrimoni, tre divorzi e la nascita di altrettanti figli, Stone non è certo il tipo da nascondere o vergognarsi di essere finito anche in galera per abuso di droghe e alcol. E quando crede in una storia ci mette sempre la faccia e pure i soldi.

Per il suo progetto più ambizioso di sempre, The untold History of United States, dieci ore di documentario che smontano settant’anni di storia ufficiale americana, ha sborsato di tasca propria un milione di dollari sui cinque necessari. Mentre per il final cut di Alexander, insoddisfatto dei ritmi e dei tempi che la produzione gli aveva imposto, ha deciso unilateralmente di rimettere da cima a fondo le mani sul film.
D’altronde, non si può chiedere a chi ha cambiato per sempre il modo di raccontare la guerra al cinema (vedere alla voce Platoon) di avere un carattere facile. La rabbia di Stone è il motore della sua creazione.

Chi è stato il primo destinatario della sua rabbia?
Mio padre Louis, credo. Quando decisi di partire per il fronte mentre tutti cercavano rinvii. Era un repubblicano conservatore e mi aveva cresciuto nell’upper East Side con il terrore della globalizzazione del potere militare russo e l’odio per il comunismo. Ma non voleva assolutamente che partissi. Come ogni padre, era contro la guerra. E soprattutto riteneva non fosse necessario che ci andassi io, cosa su cui non sono mai stato d’accordo.

Il conflitto a volte rende simili. Che cosa si porta dentro Oliver di Louis?
Mio padre era un uomo onesto, lavorava moltissimo e non ha mai fatto il broker per soldi né ha mai giocato con denaro altrui. Come tanti allora, odiava Roosevelt, perché aveva imposto un mucchio di regole alla borsa e un mare di tasse. Ma chi venne dopo, leader politici come Reagan e Thatcher, fece peggio, spingendo verso ogni sorta di privatizzazione senza preoccuparsi di costruire un vero libero mercato. Una politica che ci ha portato alla follia. Alla fine la finanziaria di mio padre fu divorata da Sandy Weil, l’ex amministratore delegato del gigante della finanza Citigroup: il primo mega banchiere globale, l’uomo che voleva tutto. Mio padre ha finito col pagare commissioni su commissioni. Eppure l’ho visto rimanere leale verso i suoi clienti fino all’ultimo giorno. La borsa allora era un altro mondo. I grossi profitti le banche li reinvestivano nel sociale. Altro che mettersi in tasca il 70 per cento dei guadagni come fa Goldman Sachs.

Non dev’essere stato facile accettare un figlio artista.
Sì, per molto tempo ha pensato fossi solamente un fannullone, e a un certo punto ho iniziato a crederlo anch’io… Ma lo diceva quando avevo 20 anni e non mi ero ancora affermato. Non credeva nel business del cinema, semplicemente. Era qualcosa al di fuori del suo orizzonte, della sua visione limpida ma anche  austera della vita. Prima di morire, però, mi ha detto: “Mi sono sbagliato, questa cosa dei film funzionerà, la gente andrà sempre di più al cinema”. E aveva ragione: negli anni Ottanta l’industria cinematografica letteralmente esplose. E io ero pronto per raccogliere i frutti della mia tenacia. Da giovane ero pieno di tensioni e insicurezze, ma sono state queste le forze che hanno ispirato la mia vita. Il desiderio di fare sempre di più non mi ha ancora lasciato. E credo che in fondo ogni regista faccia quello che fa anche perché si sente insicuro nell’affrontare la vita.

Perché il conflitto, la violenza, è spesso al centro della sua arte?
Corruzione, governi distorti, guerra: li racconto perché sono stati il cuore delle mie esperienze in questo mondo, fin da quando sono nato. Da artista ho cercato di mostrare quello che vedevo come potevo, nel modo più realistico possibile. La violenza è qualcosa che conosco bene. Ma non credo che i miei film siano violenti. Piuttosto fanno vedere gli effetti della violenza. Tutti tranne uno, Assassini nati, dove ho voluto di proposito essere grottesco e far ammazzare 55 persone ai due protagonisti….

La rabbia la spinge a fare certi film piuttosto che altri?
Nel mio caso è diverso, è il genere a cambiare. Quando sono arrabbiatissimo giro un documentario, uso la via diretta per dirlo. Se racconto una storia, invece, è segno che sono più tranquillo.

Sembra capace di sopportare bene gli alti e i bassi. Le ho sentito dire: «A me Nixon piace». Eppure è stato un flop.
La vita è dura, devi guardarla nell’insieme. Alcuni miei film hanno avuto successo, altri no. Dipende da dove tira il vento e se in quel momento hai fortuna o meno. La meditazione mi ha molto influenzato nel modo di vedere le cose, mi ha reso più consapevole, peccato non l’abbia praticata quando ero giovane… Ho iniziato nel 1993, e anche se a volte può essere molto frustrante, se sei regolare diventa un modo di vivere. E poi parte di te.

Oltre a suo padre, chi ha contato per la sua ispirazione?
Mia madre. E anche per me questa è una scoperta recente. Se rivedrà Alexander lo capirà. Quando uscì, nel 2004, mi costrinsero a stare sotto le tre ore e a tempi di lavoro strettissimi. Così, già nel 2007, iniziai a rimetterci mano. La nuova versione che uscirà è quello che avevo in mente. Ho rimesso mano a tutto il girato che avevo e ho proposto un viaggio completamente nuovo, di 3 ore e 26 minuti, nell’anima di un uomo, dalla nascita alla morte. Di un uomo che si è dovuto spingere fino alla fine del mondo per risolvere i conflitti con i suoi genitori.

Sua madre come Olimpia interpretata da Angelina Jolie…
Una donna fortissima, proprio così. I miei genitori lo sono stati entrambi, nonostante le loro incomprensioni. Penso che sia stato un bene, però: se uno dei due fosse stato dominante non ci sarebbe stato quel conflitto, quella frizione interna tra padre e madre, dentro di me, capace di scatenare una battaglia che è diventata il mio motore. Ero figlio unico e, come tutti, ho dovuto sopportare molte più emozioni di quante ne debba gestire normalmente un figlio. Tutto è molto più impegnativo quando sei da solo e la tua famiglia va inesorabilmente in pezzi.

La separazione è dolorosa. Come ha protetto i suoi figli dalla fine dei suoi matrimoni?
Sono stato sposato la prima volta per sette anni, la seconda per tredici e ora lo sono da diciotto (con la coreana Sun-Jung Jung, ndr). In pratica, quindi, è come se fossi sposato da sempre. Sono padre di tre figli, ho avuto i miei alti e bassi e di sicuro sto ancora imparando molto sulle relazioni. Ma cerco di fare del mio meglio per tenere tutto insieme. Nonostante sia stato molto vicino a mio figlio Sean, lo abbia ascoltato e aiutato sempre, ha comunque sofferto molto la fine del mio primo matrimonio. Non ho potuto evitarglielo: lo ammetto.

È un giovane regista, esattamente come lei ai tempi.
È vero, non ha ancora 30 anni e sta cercando il suo primo successo, che io ho avuto proprio alla sua età. Io, però, non avevo contatti in questo settore, mentre Sean è cresciuto circondato dalla regia. Ma non sono sicuro sia un vantaggio, molto sinceramente. È molto pericoloso avere un padre come me: è come bere vino e restarne inebriati. Ed è facile perdersi. Gli auguro il meglio. E anche se non potrò fare carriera al suo posto, vorrei che si convincesse che non mi importa quello che fa, né che cosa diventerà. Per me conta solo l’amore. Quindi, anche se dovesse finire in prigione, come d’altronde è capitato anche a me, sarò lì insieme a lui e lo amerò per come è.

“Nella mia vita c’è stata così tanta follia, ma per fortuna è sempre uscita col lavoro”, ha detto.
Fare film mi ha calmato, rassicurato, ha fatto uscire tutta la rabbia che avevo dentro. Martin Scorsese era il mio professore di cinematografia all’università (tornato dal Vietnam, Stone si è iscritto alla New York University, ndr): era pieno di energia, appassionato. È stato molto importante per me. E un giorno mi ha detto: “Sei stato in Vietnam, sei pieno di rabbia? Mettila nelle tue immagini…”. Con gli anni sono maturato e ho imparato a trasformarla in un’emozione positiva, ma la rabbia serve, anche per cercare la verità che continua a cambiare mentre cresciamo. Così, piano piano, sono maturato e ho trasformato la mia rabbia in qualcosa di positivo e di bello. E se da giovane avevo davanti agli occhi soltanto la guerra, i crimini, la corruzione, la menzogna, ora ho antenne più sottili: adesso sono i rapporti con gli altri al centro della mia attenzione.

Un’ispirazione nuova…
Sarà che sono più vicino alla morte… (scoppia a ridere). Ma vorrei girare qualcosa alla Visconti, qualcosa di simile a Bellissima, per intenderci. Ho sempre trovato straordinaria la passione di quella madre, e la relazione tra padre, madre e figlio mi ha affascinato. E poi adoro la Magnani.

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Stalin, Roosevelt e Churchill in una scena di The untold History of United States di Oliver Stone

In occasione della presentazione della versione per ragazzi del suo Untold History, edita da Atheneum Books e adattata da Susan Campbell Bartoletti, Olive Stone ha dichiarato: «Ho sempre pensato che ai giovani non piaccia la storia insegnata a scuola perché è stata eccessivamente “disneyficata” e resa insignificante dalle scuole americane, con gli Stati Uniti sempre rappresentati come fossero Biancaneve… Nel nostro racconto offriamo una versione più Dr. Jekyll e Mr. Hyde, con la Regina Cattiva che compie parecchie delle malefatte nel mondo. Alla fine ai ragazzi piacciono le storie horror».  (8 dicembre 2014)

 

Oliver stone Alexander

Il regista con la Jolie, interprete del suo Alexander

 

Qui la cover story per Panorama Icon con foto in esclusiva di Michelangelo Di Battista

Marzo 2014 © Riproduzione riservata

John Turturro: «Tutta la vostra grande bellezza»

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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cinema, Cristiana Allievi, Gigolò per caso, Italia, John Turturro, Mia Madre, Palermo, Torino

Le chiese di Palermo, i dischi di Napoli, le librerie di Torino: il grande attore e regista italoamericano racconta a Panorama la sua Italia, personalissima segreta

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“Questo Paese è così ricco di storia e di bellezza da rendere maledettamente complessa la scelta di che cosa mostrare in un film”. Padre carpentiere pugliese immigrato a New York, madre cantante jazz di origine siciliana, John Turturro, 57 anni e 60 film alle spalle, è l’italoamericano più amato da Martin Scorsese, da Spike Lee e dai fratelli Coen. L’attore, nato a Brooklyn, ha appena terminato di girare a Roma Mia madre di Nanni Moretti e, per interpretare il suo quinto film da regista, Gigolò per caso, nelle sale italiane dal 17 aprile, si è scelto, guarda caso, l’italico nome di Fioravante.

Quando si lascia andare ai ricordi e alle esperienze tricolori, Turturro finisce per tracciare una personale geografia del cuore, competente e inattesa.  Dove si sente più a casa, nel nostro Paese?
Ho trascorso molto tempo in Sicilia. I ricordi di Palermo, con la sua architettura e il suo cibo da sogno, sono indelebili. In generale mi trovo bene ovunque. L’unica eccezione è stata Como: lì mi sono sentito un estraneo. Di Torino amo la quiete contemplativa, le librerie e anche le montagne che la circondano. Lo trovo un bel contrasto con Napoli, così selvaggia, affollata e ruvida.

Non a caso, nel 2010 lei a Napoli ha dedicato un film documentario musicale come Passione.
Di Napoli adoro tutto: il paesaggio, la povertà, il mare, il vulcano. Nel centro storico ho scovato lo studio in cui sono stati stampati i primi dischi in vinile, il Phonotype recording studio. Proprio lì, dietro l’angolo, c’è la Taverna dell’arte, dove la compagnia del proprietario e oste, don Alfonso, è grande tanto quanto il cibo che serve.

Ha scovato nuovi talenti musicali partenopei?
Antonio Fraioli, compositore e violinista, mi ha spedito il suo ultimo disco e l’ho trovato fantastico. Sono anche diventato fan degli Spakka-Neapolis 55.

Si è mai regalato una vacanza italiana?
Purtroppo no. In maggio mi concederò una full immersion nei luoghi di Fellini per le riprese di Tempo instabile con probabili schiarite, il prossimo film del mio amico Marco Pontecorvo.

Che cosa visita, nei momenti liberi dalle riprese?
Giro per mostre. Ho visto Modigliani e gli artisti di Montparnasse, ma la mostra del Caravaggio a Roma nel 2010 è stata una delle mie preferite di sempre. Sono un suo grande fan. Ho iniziato il film Passione con uno dei suoi dipinti. Vado a vedermi tutte le chiese in cui sono esposte le sue opere.

Ha mai pensato a un film su Caravaggio?
È molto difficile fare un buon lavoro su un pittore: l’unico film in tema che ho apprezzato è stato quello con Ed Harris nei panni di Jackson Pollock (“Pollock” è il titolo della pellicola, ndr).

Come immagina un Caravaggio “alla Turturro”?
Dovrebbe avere un taglio moderno. Caravaggio era un matto, una specie di rapper dei giorni nostri. Per scrivere qualcosa di efficace su un personaggio del genere ci vorrebbe uno stile di scrittura alla Pier Paolo Pasolini. Più ci penso e più mi pare un’idea pericolosa, ma non esistono sfide senza rischi.

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis ad una conferenza stampa di

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis alla conferenza stampa di “Gigolò per caso”

Intervista pubblicata su Panorama

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Filippo Timi, un inferno di rose

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Teatro

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cinema, Cristiana Allievi, Don Giovanni, Fabio Zambernardi, Filippo Timi, Flair, L'uomo tigre, Panorama, Pinocchio, Teatro

“Un vibratore del lusso infiammato di paillette, come una superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”: secondo Filippo Timi che porta in scena un fantasmagorico “Don Giovanni” l’anima sta nel costume. Filippo Timi è uno dei protagonisti del nuovo numero di Flair in edicola con Panorama questa settimana

Filippo Timi interpreta il Don Giovanni

Filippo Timi interpreta il “suo” Don Giovanni

«Cercavo qualcosa di assoluto, non di storicamente corretto. Stavo guardando 2001: Odissea nello spazio, in particolare l’ultima sequenza, quella casa-stanza dal pavimento abbagliante mi è sembrata perfetta per esprimere un non-luogo, astratto ma in apparenza reale, concreto. Quindi ho utilizzato il colore bianco e il plexiglass, accanto a quinte dorate, per restituire la mia idea – filosofia e personaggi compresi – tra Barocco e Rococò».

Con questa scena “anti-sobria” si presenta Il Don Giovanni secondo Filippo Timi, il personaggio libertino di Molière e Mozart, che l’attore e regista perugino senza facili reverenze ha venato di humor nero, trasformandolo in un virus che contamina il pianeta. In una girandola di pelli color carne e nero, di tessuti carichi al limite dell’indossabilità, di cimeli e luci caravaggesche, i costumi firmati dal design director di Prada Fabio Zambernardi con lo stilista Lawrence Steele diventano gabbie esistenziali, mentre i dialoghi si spingono oltre la morale. Non solo: video da YouTube, con ginnaste olimpioniche e improbabili ballerine cinesi, servono a cambi di scena, quanto alla colonna sonora che passa da L’Uomo Tigre, indimenticato eroe nipponico dei cartoon, alla liberatoria Bohemian Rhapsody dei Queen.

Dopo il successo al teatro Franco Parenti di Milano che ha coprodotto lo spettacolo con lo Stabile dell’Umbria, presto Timi giocherà in casa. Dal 10 al 14 aprile sarà infatti a Perugia, al Teatro Morlacchi. Un incontro delicato. «È un passaggio cruciale, perché apro lo spettacolo con un video che ho girato a mia madre. Indossa una parrucca, è truccata, percorre il “Viale del Tramonto” proprio a casa mia… Non vedo l’ora di vedere la sua faccia quando si riconoscerà al Morlacchi, in formato 9 x10 metri! E poi c’è il fatto che nessuno è profeta in patria, anche se nel mio caso sia Amleto sia la versione di Giulietta e Romeo che ho proposto in umbro sono piaciute. Diciamo che le premesse sono buone».

Don Giovanni è una scelta estetica. Ma poi, centrifugando pop, Stanley Kubrick, You Tube, anni ’80 e la Sirenetta, la visione che ne risulta è eccentrica.

Guardi, è Don Giovanni che ha scelto me. Stavo preparando un lavoro sul male, su Satana e il Grand Guignol, e sono capitato su questa figura vampirizzante, fagocitante. È un mito attuale talmente forte da aver scalzato tutti gli altri, anche dentro in me.

“Un vibratore del lusso infiammato da un inferno di paillette, come una Superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”. Parole di Fabio Zambernardi che ha creato i fantasmagorici costumi. È una definizione impegnativa.

Un critico ha scritto che l’anima di Don Giovanni è il suo costume. Quando ho letto queste parole ho tralasciato le scenografie e mi sono focalizzato sugli abiti. Con Fabio non ci siamo dati limiti, anche perché l’anima della questione è andare oltre tutto, anche la morale, in un Settecento in cui c’è il trionfo dell’apparenza. Quindi l’estetica eccessiva proposta in scena si è fatta da sé: ha una precisa funzione, ogni elemento è importante perché esprime qualcosa che va oltre.

Dunque l’anima del personaggio vive nei suoi costumi. Un principio che vale anche nella vita reale?

La persona è qualcos’altro, di meglio e di peggio del personaggio, che resta comunque uno specchio dell’individuo, in un gioco di rimandi continuo. Nel mio caso ho scoperto che più sono specifico e concreto nell’interpretazione, più riesco a parlare a tutti.

Di solito con il Settecento viene in mente Maria Antonietta, l’oro, i minuetti. Il suo Don Giovanni preferisce invece L’Uomo Tigre.

Contaminare per me è un dovere. E poi avevo bisogno di stacchi netti nello spettacolo. Così ho ricavato dei video da quella miniera straordinaria che è You Tube: i video rompono con il tutto, quindi lo affermano. La scelta dell’Uomo Tigre come sigla? Nella mia immaginazione era scontato che Don Giovanni lo ascoltasse. Sarà preoccupante, ma è la verità.

Quali altre tessere vanno a formare il puzzle della sua estetica?

Jean Cocteau ma anche il film Che cosa sono le nuvole di Pasolini, un colpo al cuore. Come per me lo sono stati Otto e mezzo e La dolce vita di Fellini. Stanislavskij insegna che l’immagine è basilare, basta pensare allo Sean Penn di This Must Be the Place. È un concetto ampio, ma per essere veri a volte ci vuole una maschera, una sovrapposizione che ti rende più spudorato: solo travestendoti puoi spogliarti.

In scena lei indossa tacchi dorati e improbabili pellicce ricavate con le parrucche delle femmine sedotte.

Nel Settecento il machismo era diverso da quello di oggi, il Casanovadi Fellini è un attore pieno di pizzi rosa, trovo un salto interessante usare qualcosa per affermare il suo contrario. Per questo indosso quel meraviglioso cappotto fatto con 1500 rose, di una pesantezza che non si può immaginare. L’impossibilità dei materiali e la scomodità dei costumi corrispondono alla ricerca di un linguaggio del corpo più affascinante.

A parte portare in scena un Satana in uniforme delle SS rosa shocking, cos’è l’inferno per lei?

Direi che è la vita (pausa, ndr). Ma io non do agli inferi un’accezione negativa. Per me è fatto di attriti, anche vitali. Mentre il paradiso è fatto di momenti in cui tutto sembra andare a posto. E avere un senso.

“Vivere è un abuso, mai un diritto”, si afferma nello spettacolo.

È la citazione dal filosofo nichilista francese Albert Caraco. Io non concordo: sono un gioioso della vita.

Sul piano estetico, qual è la conseguenza di essere se stessi?

L’originalità, nel bene e nel male. Questo significa non essere uguali a nessun altro. Io non ho uno stile, fuori dalla scena, diciamo che sto comodo, vario. La fortuna è che non mi viene richiesto di mettermi una divisa sociale. E quando vado sul set la prima cosa che fanno è cambiarmi, quindi non conta ciò che indosso: nella vita mi vesto, per spogliarmi sul lavoro.

Succederà anche nel suo prossimo film, Come il vento di Marco Simon Puccioni?

Lì sarò un uomo che insegna teatro in carcere e devo dire che portare sul set i jeans anni ’80 è stata una vera svolta: indossandoli mi sono sentito subito mio padre.

L’apparenza, che torna a toccare corde profonde. Insegnamenti avuti dalla figura paterna?

L’uso dei cerotti. Faceva il cementista, tornava spesso a casa con le dita delle mani massacrate e per farci più attenzione ci metteva sopra lo scotch da elettricista. Io uso lo stesso procedimento.

Sempre a proposito di “mise” originali: è vero che porterà in teatro anche Pinocchio?

Sì, e tutto sarà di legno, e la fatina, al posto della bacchetta magica, avrà la sega elettrica. È un atto necessario, per trasformare un burattino in bambino bisogna farlo a pezzi.

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

Qui il mio articolo su Flair

© Riproduzione Riservata

Io, Asia Argento e la mia Incompresa

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Asia Argento, Charlotte Gainsbourg, cinema, Cinema Italiano, Festival di Cannes, Gabriel Garko, Giulia Salerno, Incompresa, Panorama

Intervista alla regista al suo terzo film che sarà nelle nostre sale dal 5 giugno

Asia Argento alla 67a edizione del Festival di Cannes

Asia Argento alla 67a edizione del Festival di Cannes

Occhiali da intellettuale. Caschetto corto rasato da una parte. Ricoperta di tatuaggi, a partire da quello enorme che le spunta sul petto, giacca in pelle e stivali biker, Asia sfodera un look total black. E anche i muscoli, quando dice a sorpresa che non farà mai più l’attrice (“ci vuole troppo ego”), mentre racconta il suo terzo film da regista, Incompresa, che è stato in concorso a Cannes nella sezione Un certain regard e sarà nelle nostre sale dal 5 giugno. Sta già scrivendo il quarto film, Asia, mentre descrive la sua bambina figlia di divorziati, inquieta per non essere amata. Ma guai a usare la parola “autobiografico”. Nonostante la protagonista sia una magnifica Giulia Salerno che nel film si chiama Aria (secondo nome della regista) e sia capace di “vendicarsi” degli adulti con un’espressione implacabile, e i personaggi di Charlotte Gainsbourg e Gabriel Garko assomiglino per vari aspetti a Daria Nicolodi e a Dario Argento, Asia ti stronca prima di iniziare con un “se avessi voluto parlare della mia famiglia avrei girato un documentario”.

Cosa hai voluto raccontare con Incompresa?
La famiglia, ma in un modo in cui non viene presentata in Italia. Da noi i matrimoni si sfasciano, con tutte le conseguenze del caso, ma non si vuole affrontare la questione.

Da dove sei partita?
Da un’immagine di una bambina cacciata dalla casa del padre e che la madre non può prendere con sè. Cammina con il suo gatto in una mano e una valigia che pesa nell’altra, perchè non ha le rotelle. Poi da lì, scrivendo con Barbara Alberti ci siamo accorte che stavamo facendo un film per ragazzi, la cosa ci è molto piaciuta. Ma ci rivolgiamo ai bambini intelligenti, non a quelli lobotomizzati, rintronati da telefonini, videogiochi e social media.

Che scelte di regia hai privilegiato?
Ho lavorato senza storyboard né shortlist perché avevo il film molto chiaro in mente, esteticamente e poeticamente. Volevo girare con piani molto larghi perché con Nicola Pecorini (direttore della fotografia, ndr), eravamo un po’ stufi del cinema fatto tutto di primi piani, tra un 50 e 100 millimetri, che sembra aver paura di raccontare le stanze, la vita, i luoghi.

Ma ci sono primi piani in momenti inaspettati…
È vero, ma in genere l’obiettivo è avvicinarci sempre di più alla protagonista, infatti iniziamo con una commedia e finiamo su toni più strappacuore.

Perché hai scelto Gabriel Garko?
Ho scritto il film pensando a lui. In Italia una volta esistevano attori così, e li esportavano all’estero. Oggi da noi per essere considerato serio devi essere tormentato e brutto, o imbruttirti, mentre in Francia o in America uno come Gabriel non sarebbe ghettizzato in tv.

La Gainsbourg?
L’ho sempre sentita come una sorella nell’anima, e non perchè tutte e due abbiamo avuto genitori ingombranti, come qualche cretino ha scritto. La trovo straordinaria.

Parlando di musica, risulti tra gli autori dei brani originali del film, e in genere la colonna sonora è forte e coinvolgente…
Avevo un 45 giri che ho perso. Io e il produttore americano abbiamo scritto su Facebook che avremmo dato 100 dollari a chi ci avesse messo in contatto con i musicisti. Abbiamo trovato il batterista, da lui siamo risaliti al gruppo, gli Il Y A Wolkswagens, che ci hanno dato il loro pezzo, Kill Myself, l’unico che hanno mai prodotto.

Anche i colori rimangono impressi, molto anni Ottanta.
I rosa, i rossi, il turchese sono colori che ci ossessionavano e che oggi non ci sono più, ma li uso come dettagli. Non volevo fare un film in costume ma accennare a un tipo di estetica che ancora mi affascina, usando indumenti miei e di Nicoletta Ercole, la costumista, tutto vintage puro anni Ottanta.

Come la scelta di girare il pellicola…
Abbiamo dimostrato che non è vero che costa di più, perché se spendi all’inizio poi risparmi, quando non devi passare cinque settimane alla Color correction per cercare di far assomigliare i numeri alla realtà. Questo perchè la pellicola è viva, mentre il digitale è la riproduzione numerica della realtà. Volevo un film con una grana che assomigliasse alle Polaroid, qualcosa che sbiadisce e ciò che manca lo può immaginare lo spettatore.

Registi che ti hanno influenzata?
A parte Incompreso di Comencini, da ragazza mi aveva molto colpita I 400 colpi di Antoine Doinel, alter ego del regista Jean Pierre Leaud. Oggi ha 70 anni ma sarà per sempre il bambino di quel film.

Dove avete girato?
Gli esterni nel quartiere Prati, il luogo di Roma che conosco meglio perché ci sono cresciuta. Gli interni sono tutti girati a Torino, dove abbiamo trovato le case perfette per il padre e la madre, oltre a un certo entusiasmo genuino per il cinema. La Regione Piemonte ci ha dato il finanziamento che non ci ha concesso lo Stato, le siamo molto grati.

A cosa punti ora, come regista?
A fare film che abbiano un’integrità poetica, e in questo voglio essere viva, commossa. Il botteghino non mi preoccupa, per me conta solo continuare a fare film. E credo che se si lavora con amore e dedizione il risultato poi arriva, e non sarà mai quello che uno si immagina.

Cosa significa per te la parola onestà?
In questo momento della mia vita significa tutto. Sono stata molto disonesta, in passato. Oggi cerco onestà nei rapporti umani, nella mia famiglia, con i miei bambini, che sono la cosa più importante. Da regista? È lo stesso, niente trucchetti per conquistarsi la simpatia del pubblico.

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Intervista pubblicata su Panorama © Riproduzione Riservata

Quella volta che Mickey Rourke mi ha detto: “Ero troppo piccolo per difendermi da mio padre”

15 mercoledì Ott 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Quella volta che

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cinema, Leone d'oro, Mickey Rourke, Nove settimane e mezzo, Quella volta che, The Wrestler, Venezia

Certo, non può succedere niente di grave. Ma Rourke non è uno che si incontra a cuor leggero. Sarà un po’ per le immagini del suo ultimo film, The Wrestler, e un po’ (tanto) per le cronache degli ultimi 20 anni che lo riguardano – un misto di boxe, botte da orbi alla ex moglie e follie varie. E poi stiamo pur sempre parlando del sex symbol che con Nove settimane e mezzo influenzò i sogni (e forse i comportamenti) dell’intero Occidente.

Con questo stato d’animo entro nella suite nel cuore di Roma in cui Lui sta aspettando. Dentro c’è un uomo alto,  dal fisico massiccio, con i capelli lunghi e un po’ incolti, scoloriti dal sole. Decisamente un bell’uomo, che sfoggia due vistosi anelli per ogni mano e una collana con un grosso ciondolo di giada. Indossa pantaloni di velluto beige, una maglietta grigia sbottonata che lascia scoperta una generosa parte del petto, e stivaletti neri da motociclista. Il viso è abbronzato, e del gonfiore con cui era apparso pochi mesi fa alla Mostra del cinema di Venezia non c’è più traccia.

The Wrestler - Mickey Rourke -3

Come sta?

«Bene, ma la mia voce se n’è andata (ne ha un filo, e scandisce le parole in tempi lunghissimi, ndr). Ieri ero in Turchia, sono andato in ospedale a fare accertamenti: mi hanno detto che sto solo parlando troppo, e non l’ho mai fatto in vita mia».

Merito del Leone d’Oro vinto a Venezia e della sua bravura…

«The Wrestler era il progetto giusto nelle mani del regista giusto, non credo che sarebbe stato così complesso e reale senza Darren Aronofsky. Ha voluto girare come se si trattasse di un documentario: la sensazione di chi guarda è quella di essere dentro la vita di qualcuno. All’inizio non volevo farlo, sapevo che questo regista mi avrebbe spinto molto avanti nel dolore, lo sapevo perché è intelligente. Così ho cercato di scappare».

Partiamo dal primo incontro tra voi.

«Viene da me e mi dice “Voglio che faccia tutto quello che ti dico, non voglio che mi manchi di rispetto, e posso pagarti”».

E lei?

«Ho risposto che se mi parlava in quel modo aveva palle, era il mio tipo di uomo. Poi non è stato per niente facile, non era mai soddisfatto, e sapeva che tasti schiacciare, come sfidarmi per tirare fuori il meglio da me. Mi ha scelto proprio perché è uno che vuole tutto. E non voleva che andassi in discoteca tutte le sere a correre dietro alle donne…».

Ci va ancora nei night club?

«Sì, ci vado (mi offre una delle 4 varietà di caramelle per la gola che, insieme al tè verde, alle gomme da masticare, a un pacchetto di Marlboro rosse e a una papaia, sono appoggiate sul tavolino che mi separa da lui, ndr)».

Insomma, lei è un tipo a cui bisogna stare addosso…

«Aronofsky era sempre su di me. Finito una scena, diceva “bellissima, ma puoi farla meglio. Guardami, Mickey, e brucia…”, ha voluto il mio sangue. Ha quel tipo di mentalità che quando facevo il pugile mi sfidava a combattere meglio, e oggi mi ha fatto girare un film dando il massimo».

All’apice della carriera, alla fine degli anni Ottanta, ha detto cose scomode: per esempio che a Hollywood non è mai esistito il rispetto per gli attori, e che la bravura non interessa a nessuno.

«Il cinema è puro business, è politica, lo penso tutt’ora. Ma all’epoca mi sono rifiutato di accettarlo, ero troppo naive, non abbastanza istruito per piegarmi. Non l’ho accettato, punto, pensavo che il mio talento bastasse, e che il resto potesse anche fottersi…».

Sulla rabbia, e su come gestirla, lei ha molto da raccontare. Ne ha voglia ? (fa un profondo respiro, ndr).

«È come leggere il libro l’Arte della guerra e poi trovarsi un giorno a fare una vera battaglia. Magari un giorno pensi di poterla vincere, perché il nemico ha il sole in faccia… Ma non sarà così tutte le volte, quindi dovrai scegliere le battaglie da portare avanti. E dovrai farlo con diplomazia, non con rabbia e sangue. Io non avevo né un piano né una strategia… Posso smettere di parlare per qualche minuto? Non ce la faccio più». (Passano due o tre minuti, in assoluto silenzio, ndr). «Era come continuare ad andare avanti, ma senza piani…».

Ha idea di dove stava andando?

«Il più lontano, il più ciecamente e il più velocemente possibile. Dove, non lo so».

Non sa dove era diretto, ma ha capito da dove stava scappando? «Da qualcosa di cui ho avuto paura e di cui mi vergognavo: volevo un posto in cui non sentire più quel dolore».

Quindi scappava dal dolore. «Mi ci sono voluti 15 anni per parlare con qualcuno, con un terapista».

Oggi direbbe che è più facile scappare dal dolore o affrontarlo? «Forse direi che aiuta molto riconoscerlo, dire “sì, esiste, lo sento”».

In altre parole, sopportarlo. «Lei non ha idea… Dentro di me pensavo, “Ok, in uno o due anni ti riprendi, puoi cambiare…”, invece ho dovuto proprio toccare il fondo (lungo silenzio, ndr). A un certo punto ho detto al mio terapista  “si immagini Robert De Niro, Al Pacino o Sean Penn, nessuno di loro potrebbe vivere come sto vivendo io in questo momento… Cosa farebbero al mio posto?”».

E lui?

«Mi ha risposto “solo tu potevi cadere così in basso, loro non avrebbero saputo come farlo”. Intendeva dire che ognuno ha la sua strada, ma in quel momento ho capito anche che tutto ha molto a che fare con le mie origini, e col non averci mai fatto la pace».

Ha voglia di essere più esplicito?

(osserva con affetto Loki, il suo chihuahua. Mi dice che ha 16 anni, che è una femmina e che lo conosce come nessun’altra persona. Sembra che questo momento gli serva a prendere coraggio, e una direzione, ndr). «Posso comprendere la rabbia e l’odio, posso comprendere tutto, ma la più grande debolezza che ho, e con cui fare i conti adesso, è il perdono. È l’aspetto più duro per me».

Ho letto una frase, ieri, che diceva “non accettare se stessi è la più grande violenza che uno possa compiere”…

«Può ripeterla, per favore?».

Non accettare se stessi è la più grande violenza che uno possa compiere. «È il mio tema del momento. Mi stanno succedendo cose molte belle ma, anziché essere felice, due giorni fa mi sono messo a piangere. Ero confuso, mi sentivo quasi colpevole».

Cosa le viene in mente?

«Perché dovrei avere una seconda chance? Sono stato un vero figlio di puttana nella mia vita… (segue un lungo silenzio, ndr). A New York c’è un prete di cui sono molto amico. Vado da lui a confessarmi, ma non mi fa entrare nel confessionale, ci sediamo in cucina, fumiamo e beviamo vino rosso, è diverso dagli altri. Pochi giorni fa gli ho detto che ero spaventato perché iniziavano a succedere eventi positivi…».

Cosa le ha risposto?

«Mi ha portato fuori a cena, non era mai successo prima. Solo lui e Franco sanno fermarmi dal fare cose terribili (Franco è il suo migliore amico, e tra poco me lo presenterà: è un signore con una faccia molto affidabile, sembra una persona buona, ndr)».

Dicevamo del prete.

«A cena gli ho detto che tornare in pista dopo tutti questi anni mi sembrava troppo. Mi ha risposto che sarebbe andato tutto bene. “Sì”, gli ho detto, “ma l’ultima volta non avevo paura…”. Così mi ha dato un libro, l’ho aperto: aveva cerchiato tutte le cose che riguardavano il perdono (silenzio, ndr). Ci sono giorni in cui parlo col prete, altri in cui parlo col terapista, a volte con entrambi (ride, ndr). Per otto, forse nove anni, non ho avuto un lavoro, e mi sono sentito una nullità. Tra l’altro vivevo a Los Angeles, una città costruita sull’invidia…».

È proprio così? «Lì conta solo il successo, e per quanto cerchi di nasconderti, non puoi farlo tutti i giorni, dovunque tu vada… Se mi avessero detto che ci sarebbero voluti 15 anni per tornare a lavorare e per cambiare, piuttosto sarei tornato a Miami, anche a fare il ladro. A un certo punto, però, ho capito che valeva la pena cambiare, e che non sarei stato meno uomo per questo».

Dove ha trovato il coraggio di essere qui, oggi?

«Sono stato fortunato, ho cercato e trovato queste due persone, il prete e il terapista. Uno è perfetto perché sono cattolico, e non avrei potuto mettermi una pistola in bocca per farmi fuori; l’altro mi ha aiutato a capire perché ho fatto quello che ho fatto. Comunque sarebbe stato più facile morire, credo».

Adesso che vive a NY sta meglio?

«Lì mi sento a casa».

The Wrestler è un nuovo inizio, per lei? «Sento che è tutto nuovo, niente suona come qualcosa che viene del passato. Mi reputo anche fortunato perché non sono arrabbiato per il tempo che è andato, non ho desiderio di vendetta, nè ho troppa vergogna».

Ha altri progetti?

«Le dico che sono pronto a partire, sì, e che mi interessano film intelligenti, non posso lavorare per soldi».

Cosa conta davvero per lei, quando si sveglia la mattina?

«Essere forte, ma in un modo completamente nuovo: come lo sono stato nel passato mi ha ucciso, mi ha fatto troppo male».

Dove aveva imparato, quel modo?

«È una lunga storia (lungo silenzio, ndr). Quello è stato il grande problema, la causa di tutti i problemi (l’aria è di colpo così pesante che si taglia col coltello, gli occhi di Rourke diventano lucidi, ndr). Ero piccolo, ero debole, non potevo, mi vergognavo…».

La memoria fa un balzo nella sua biografia: la madre di Rourke si è separata dal padre quando lui aveva pochi anni. Così dall’Irlanda si sono trasferiti in Usa e, quando Mickey aveva 6 anni, sua madre gli ha messo davanti il nuovo compagno, un poliziotto violento, dicendogli “questo da oggi è tuo padre”.

Di cosa si vergognava?

«Di non poter restituire, nè combattere alla pari, ma non puoi farlo quando sei alto meno di un metro (gli occhi diventano di nuovo lucidi. Smette di parlare, ndr). Credo che non mi perdonerò mai per questo. Non so cos’altro dirle».

A questo punto mi fermo anch’io, fino a quando non mi fa capire che mi regala ancora un po’ di tempo, e di se stesso.

Com’è il suo nuovo modo di essere forte?

«Invece di reagire a livello istintivo penso alle conseguenze, alle ripercussioni. Non voglio più che le persone abbiano paura di me».

Mi sembra una persona molto delicata, se posso…

«È una novità, non mi ero mai permesso di essere come mi vede, è una sensazione molto strana, mi creda. Mi piace, ma è come vivere con uno sconosciuto, “chi sei?” mi chiedo ogni tanto. Poi mi ricordo dei tempi peggiori, di quando mi guardavo allo specchio e pensavo “sembri un mostro…”, era tremendo».

Oggi ha ancora qualche eccesso?

«Direi solo quello di correre dietro alle donne».

Non sembra pericoloso…

(ride, ndr).

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Mickey Rourke e Kim Basinger ai tempi di Nove Settimane e mezzo.

A questo punto Rourke si alza, raggiunge la finestra, si gira verso di me e dice: «Lei ha le domande giuste». Gli rispondo che mi interessa incontrare le persone. «Chissà se lo direbbe anche incontrandomi in discoteca, alle due di notte, ubriaco… Forse cambierebbe idea». Sorride, ed è l’unico momento in cui ricorda il sex symbol di quel vecchio film.

Panorama First 2008 © Riproduzione Riservata

Jeremy Irvine, «Pattinson, fatti più in là»

23 martedì Set 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Tag

cinema, Colin Firth, Cristiana Allievi, Fallen, Grazia, Jeremy Irvine, Leonardo DiCaprio, Robert Pattinson, The railway men, Toronto

 Ha solo 24 anni ma ha già Hollywood ai suoi piedi. E nessuna intenzione di diventare un sex symbol. Perché ha capito cosa regala la vera felicità…

936full-jeremy-irvine«Ero a un passo dal mollare tutto e andare a lavorare con mio padre. Quando ti senti dire cinque no a settimana, per due anni, non vedi più un motivo per insistere…». Reduce da Toronto per l’anteprima di The reach, seduto su una sedia, gambe allungate in avanti, parla guardandomi con due occhi blu grandi e sereni. Indossa una giacca in pelle nera e jeans a fasciargli i quadricipiti, ed è educatissimo. Non meraviglia, considerando che è cresciuto a Gamlingay, nella campagna dello Cambridgeshire, con padre ingegnere a madre politica, e forse anche grazie a questo oggi Jeremy Irvine ha davanti a sé uno scenario molto diverso da quello dei suoi esordi: Hollywood lo corteggia, lo stesso dicasi per gli stilisti e i registi. Perché dopo la serie di porte in faccia è arrivato Steven Spielberg a sceglierlo come protagonista di War Horse, un tale successo al box office da trasformarlo istantaneamente da signor nessuno in star. Da lì in poi ha fatto solo scelte intelligenti, come non montarsi la testa e scansare le offerte di franchise per teeneger, cosa che ti riesce solo se hai un mare di fiducia dalla tua. Dopo il successo di Now is good, dall’11 settembre è in Le due vie del destino, di Jonathan Teplitzky e, prossimamente, in quel The woman in Black- Angel of death in cui lo aveva preceduto Daniel Radcliffe. Guardando più in là, il 2015 sarà il suo anno, come protagonista di Fallen, primo capitolo della nuova adult saga scritta da Lauren Kate che lo impegnerà per ben cinque film. Insomma, ho davanti a me un bello che porta i capelli alla James Dean ed è il prossimo Robert Pattinson in circolazione. A me il compito di verificarne la stoffa…

 In Le due vie del destino interpreta la parte di Colin Firth da giovane, e divide il film con lui e la Kidman. Alla sua età ha già lavorato con Ralph Fiennes, Helena Bonham Carter, che effetto le fa volare così alto? «Condividere il set con star di questo calibro mi ha insegnato presto a lasciare da parte pensieri del tipo “sono solo il nuovo ragazzino…”, se ti fai intimorire sei fregato. Ma se penso che Colin, un premio Oscar, mi ha invitato a casa sua a Londra per preparare il personaggio insieme, ancora non ci credo. È un uomo appassionato e alla mano, e ha un gran senso dell’umorismo».

 Due inglesi con un certo aplomb si influenzano anche nello stile? Sul red carpet di Londra, insieme, eravate scintillanti… «Lì eravamo elegantissimi, ma nella vita di tutti i giorni sono più casual di Colin, mi sento bene con skinny jeans e t-shirts e mi vesto più o meno sempre così. Ho anche una collezione di giacche di pelle, tutte nere. Mia madre mi prende in giro, non capisce perché le scelgo tutte uguali. La risposta è che è il colore più facile da indossare, come mi hanno insegnato Dolce & Gabbana».

Con War House Spielberg l’ha trasformata in una star da un giorno all’altro, ma il suo primo ruolo da attore lo ricorda? «Impossibile dimenticarlo. Gli amici della compagnia teatrale shakespeariana mi dicevano che ero perfetto per fare l’albero… (ride, ndr). Di fatto è quello che è successo: la mia prima volta in palcoscenico è stata con due rami addosso».

La molla che l’ha fatta iniziare? «Un grande insegnante di teatro mi ha detto che la scuola di recitazione sarebbe stata pesante come l’addestramento militare. Non so dirle perchè, ma proprio questo mi ha attratto».

Infatti a 19 anni si è arruolato nell’esercito britannico, ma poi è stato rifiutato perché non ha dichiarato di essere diabetico. «(ride, ndr) Ho avuto la tipica fase di ribellione di un teenager, me lo spiego così. Ma tornando all’esercito, per fortuna la mia vita ha preso un’altra direzione».

Lei ha cambiato nome prendendo quello di suo nonno, perché? «C’era già un Jeremy Smith all’actors union, e siccome devi averne uno unico, mi hanno chiesto di sceglierne un altro».

Sua madre è una politica – e tra le altre cose si occupa di ridare una casa ai senzatetto – e suo padre è un ingegnere. L’hanno presa sul serio vedendola in scena, a fare l’albero? «Per due anni nessuno mi ha fatto lavorare, venivo respinto cinque volte a settimana. Il dubbio di aver buttato via il mio tempo mi è venuto, confesso. Stavo per mollare, diciamo per trovarmi un lavoro vero».

(continua…)

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Intervista esclusiva per  Grazia 

©Riproduzione riservata

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