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Cristiana Allievi

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Rebecca Hall «So essere una moglie atroce».

11 sabato Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Personaggi

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Berlinale 2017, Christine, Cristiana Allievi, GGG-Il grande gigante gentile, Herman Koch, Katharine Hepburn, Nella Larsen, Oren Moverman, Passing, Rebecca Hall, Regali da uno sconosciuto - The gift, Richard Gere, The dinner

HA STREGATO BEN AFFLECK, WOODY ALLEN E PATRICE LECONTE. È STATA ANCHE LA MOGLIE DI RICHARD GERE, UNA DONNA CHE HA DETESTATO. ED È CONVINTA CHE OGNI FAMIGLIA ABBIA UNA STORIA DA RACCONTARE, A PARTIRE DALLA SUA. E PRESTO SI METTERA’ DIETRO LA MACCHINA DA PRESA PER SCOPRIRLA MEGLIO

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L’attrice Rebecca Hall, 35 anni, esordirà presto dietro la macchina da presa.

«Come mi definirei? Una donna atroce». Ha due occhi grandi e una bocca molto carnosa, Rebecca Hall. Alta, magra, indossa un tubino color crema e accavalla le gambe accanto al tavolino di fronte a noi. «Il mio personaggio non era presente nel romanzo di Herman Koch, ma funziona bene per la storia. Sono quella che si può definire la moglie di un politico», racconta divertita riferendosi al suo personaggio in The dinner, il film di Oren Moverman appena passato in concorso all’ultima Berlinale, in cui Hall lavora accanto a Richard Gere, Steve Coogan e Laura Linney.

Nonostante l’accento very british, che sullo schermo la rende spesso sofisticata, non è né fredda né distaccata. Cerrto, ha un aplomb per cui sembra che stia per ad andare a parlare con la regina, ma Il Grande Gigante Gentile  di Speven Spielberg (film in cui lo faceva per copione) non c’entra: essere figlia di Peter, il regista teatrale inglese che ha fondato la Royal Shakespeare Company e di una cantante d’opera americana che è stata Carmen e Salomè lascia il segno. In una manciata di anni abbiamo ammirato Rebecca Hall in tutti i generi cinematografici possibili, dai blockbusters (Iron Men 3) alle science-fiction (Transcendence), fino ai thriller ad alta tensione (Regali da uno sconosciuto – The gift). E soprattutto a dirigerla sono stati i migliori registi su piazza, da Woody Allen a Ben Affleck.

Per The dinner, lo scuro thriller psicologico su un feroce scontro tra due coppie a cena in un ristorante di lusso- basato sull’omonimo bestseller di Koch venduto in 37 paesi- ha cambiato radicalmente ritmi lavorativi. «Lo abbiamo girato tutto di notte. Andavo sul set alle sette di sera e tornavo alle 8 di mattina, dopo tre settimane così diventi matta», racconta ridendo. «Gere è Stan, un membro del Congresso popolare candidato a governatore. È un calcolatore che pensa tutto il tempo e io sono la donna di potere che gli sta accanto. Diplomatica e molto ambiziosa, è una specie di centrale elettrica dietro le quinte». Il film si svolge quasi del tutto a tavola. Stan invita a cena il fratello minore e travagliato che ha smesso di frequentare quando erano ragazzi. «I loro figli sedicenni però sono amici, hanno appena commesso un crimine terribile per cui non verranno mai scoperti, ma i genitori devono decidere che azione intraprendere. È un film sulla diplomazia, mostra come quattro membri di una famiglia sono in grado di manipolarsi a vicenda». Proprio parlando di famiglia si capisce che è un tema centrale anche nella sua vita vera. «Nelle famiglie tutti hanno una storia interessante da raccontare, e le storie mi piacciono moltissimo». Menzionando il padre, un colosso del teatro, non nasconde quanto abbia aiutato la sua carriera. «Ho avuto una vita facile in termini di conoscenze per il mio lavoro, non posso certo lamentarmi. Ma per tutto c’è il rovescio della medaglia, e io sono sempre entrata in stanze in cui le persone davano per scontato di conoscermi. All’inizio la cosa mi spiazzava, poi ho imparato a lasciar credere alle persone ciò che vogliono: inutile andare a dire in giro che anche tu soffri e non ti senti perfetta». C’è un punto in cui il tema famiglia si incrocia con la vita di attrice, e riguarda nientemeno che suo marito. Sul set di Christine (per cui si è trasformata nella Chubbuck, la giornalista malata di depressione che ha trovato notorietà suicidandosi in diretta tv), ha incontrato Morgan Spector, che poco dopo è diventato suo marito. «Sono cresciuta nel caos più totale della mia famiglia, credevo che la stabilità non facesse per me, figuriamoci con un attore. Ma mi sbagliavo, la vita matrimoniale mi fa stare molto bene». Insieme hanno faticato non poco, ma Christine è stato un grande successo sia al Sundance sia a Toronto. «Quando ho letto la sceneggiatura mi ha molto disturbata e l’ho chiusa in un cassetto. Poi ho pensato fosse un ottimo motivo per accettare il ruolo. La Chubbuck era una giornalista in una piccolissima stazione tv della Florida, nel 1974, e il solo motivo per cui la gente la conosce è il suo gesto estremo. L’unico materiale che avevo per farmi un’idea di chi era sono 20 minuti di riprese di una sua trasmissione, in cui parlava con degli ospiti di argomenti assolutamente non importanti». «Per raccontare le due settimane prima del tragico evento. Ho dovuto immaginare come dev’essere stato non “funzionare” come gli altri, come ci si sente all’idea che il mondo esterno si accorga che sei malata. La medicina non aveva ancora scoperto cure, il litio è uscito l’anno dopo la sua morte. È stato un lavoro molto difficile ma necessario». Le ha fatto scoprire cose di sé che non conosceva. «Prendendo in mano una pistola finta e simulando di farmi fuori si è alzata l’adrenalina e ho iniziato a tremare come una foglia. Ho scoperto che il corpo reagisce come se lo stessi facessi davvero». A Hollywood, di personaggi “sgradevoli” come la Chubbuck se ne vedono pochi. «Non so perché succeda, ma come attrice mi sono presa l’impegno di far riflettere e sollevare certe domande». Ma è anche vero che non perde ocasione per dichiarare di non vedere l’ora di recitare in una commedia, «intelligente, come piacciono a me. Sono cresciuta guardando Barbara Stanwyck, Bette Davis e Myrna Loy e adoro i film che giravano Katharine Hepburn o Carole Lombard, ma al momento ruoli così non esistono». La rivelazione della conversazione arriva adesso: la Hall, che scrive da quando aveva 13 anni, sta pensando di dirigere se stessa, e sta cercando i soldi per il suo primo film: sarà tratto dalla storia che ha scritto chiuso in cassetto un decennio fa. È tratta da Passing, il romanzo di Nella Larsen del 1929 in cui due donne nere in Olanda sembrano abbastanza bianche da fingere di esserlo. «Mio nonno era nero e intorno alla sua vita ci sono fatti molto misteriosi. Su alcuni formulari scriveva “nero”, su altri “bianco”. È morto quando mia madre aveva 16 anni, scoprire la verità sulla sua storia mi intriga. Più ampiamente il racconto riguarda il sentirsi intrappolati da un’identità che ci creiamo e che poi dobbiamo sostenere». Se teme di presentarsi al mondo nella veste di regista? «In passato non ero pronta a espormi, mi è difficile ammettere che posso essere brava a fare più di una cosa, credo sia un problema di noi donne. Ma adesso tutti mi incoraggiano, e credo davvero di poter fare un bellissimo film».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 25 febbraio 2017 

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Mel Gibson Story: ascesa, caduta e rinascita tra due Oscar

26 domenica Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Andrew Garfield, Braveheart, Cristiana Allievi, Desmond Doss, Hacksaw RIdge, La resurrezione, Mad Max, Mel Gibson, Oscar2017, Suicide Squad

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A 21 anni dal doppio premio a Braveheart, l’attore e regista australiano torna sotto le luci e nel teatro degli Oscar dopo 10 anni bui e con un nuovo film di guerra ed eroismo

 

«Il mio prossimo film? Sarà un processo investigativo, voglio mostrare luci e ombre di un evento misterioso. Ho idee poco ortodosse e molto interessanti in merito…». Il film in questione, guarda il caso, si chiamerà La resurrezione, e sarà la continuazione di La passione. I conti tornano. Se infatti Mel Gibson oggi corre per l’Oscar, è di rinascita che è il caso di parlare, di ritorno dopo 10 anni di assoluto silenzio. I critici hanno applaudito il suo film di guerra, Hacksaw Ridge, nominandolo in ben sei categorie, inclusa quella di miglior regista per Gibson stesso. E dopo anni di esilio nel deserto – l’ultima nomination era stata perBraveheart – è questa la dichiarazione che l’autore australiano è stato accolto di nuovo, e a braccia aperte, nella famiglia del cinema. Non vincerà, questo è praticamente certo. E non solo perché i titoli in corsa includono Moonlight di Barry Jenkins e La La Land di Damien Chazelle. Il fatto è che gli organizzatori della cerimonia non lascerebbero mai Mel vicino a un microfono aperto.

Se per sempre, o per ora, si scoprirà col tempo.

Del resto il suo ritorno ufficiale ha già del miracoloso, se si pensa che l’attore e regista premio Oscar, arrestato per guida in stato di ebrezza, ha dichiarato al poliziotto che lo aveva in custodia che gli ebrei sono responsabili di tutte le guerre del mondo (epic fail con cui seppellire una carriera per sempre). È difficile trovare qualcuno dell’industry che non lo ami, a livello personale. Non è più il burlone delle feste glamour che era vent’anni fa, ma tutti lo considerano intelligente, generoso e parecchio alla mano. Ma il disgelo a livello ufficiale, quello dell’Academy per intenderci, è un’altra cosa, ed è una specie di miracolo. È avvenuto grazie a un film che mette insieme temi fortemente gibsonini come fede, violenza e guerra. Ironia vuole che il film uscisse in un’America che si preparava all’arrivo di Trump, raccontando la vita di Desmond Doss, un giovane pacifista che quando scoppia la seconda guerra mondiale si arruola volontario come medico, ma per le sue convinzioni religiose non toccherà armi. Guidato solo dalla propria incrollabile fede, a Okinawa salva la vita a 75 commilitoni. Questo eroe interpretato dal bravissimo Andrew Garfield è il primo obiettore di coscienza insignito della medaglia d’onore dal presidente Truman. E in molti hanno pensato che, consciamente o meno, in qualche modo rappresenti Gibson stesso, che ha anche scelto (simbolicamente?) di tornare a casa, in Australia, a girare il suo quinto film da regista.

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Il regista e attore australiano, 61 anni, con Andrew Garfield, protagonista di Hacksaw Ridge, in corsa per gli Oscar con 6 nominations.

Con la barba folta sale e pepe con cui lo si vede girare da diversi mesi sembra più un profeta dell’antico testamento che una star di Hollywood. Per rintracciare nella mente l’immagine della giovinezza di attore-sex symbol che ha alimentato successi come Mad Max e la serie di Arma letale bisogna attingere a ricordi da vite passate. Così come adesso sembra voler solo dirigere, e il ricordo dell’ultimo ruolo da attore degno di nota è lontano: era stato nel thriller di M. Night Shyamalan sui cerchi di grano, Signs, del 2002, seguito a Quello che vogliono le donne, del 2000.

Nato a New York da un ferroviere di discendenze irlandesi e da una madre irlandese, quando aveva quattro anni la sua famiglia si è trasferita con 11 figli in Australia, nel New South Wales, dove la nonna paterna era stata un noto contralto dell’opera. Dopo il liceo Mel è andato all’Università di Sidney esibendosi poi al National Institute of Dramatic Arts con future star del cinema come Geoffrey Rush e Judy Davis. Ha esordito al cinema con Interceptor, mentre con Tim – Un uomo da odiare, ha vinto il premio di miglior attore secondo l’Australian film institute (che equivale a ricevere un Oscar), cosa che si è ripetuta pochi anni dopo, con Gli anni spezzati. Risale invece al 1984 il suo debutto americano, in Il bounty, interpretato accanto a Anthony Hopkins. È stata poi la volta di Mad Max e, nel 1987, del personaggio di Martin Riggs con cui ha firmato la serie di Arma letale. Gli anni Novanta lo hanno visto vincere due Oscar con Braveheart- Cuore impavido (Miglior fotografia e Miglior Regia), a cui sono seguiti altri innumerevoli successi al box office, fino ai guai con l’alcol e tutto il resto che ne è seguito.
Questo grande ritorno con Hacksaw Ridge è la scintilla di un fuoco che sembra destinato a tornare a scaldare, e parecchio. Mel è un tipo ingestibile, e adesso che ha 61 anni ed è appena diventato padre del nono figlio sembra aver annunciato che le sorprese sono appena iniziate.

Chi crede che si sia ormai votato a dirigere solo film su figure bibliche ed eroi morali, potrebbe ricredersi. Per dirne solo una, circolano voci sul fatto che la Warner lo abbia parecchio corteggiato e che lui stia studiando il materiale di una nuova sceneggiatura. Si tratterebbe del sequel di Suicide Squad di David Ayer, e basterebbe a dire che chi ha pensato di aver capito chi è Mel Gibson si è sbagliato. E di grosso.

Articolo pubblicato su GQ Italia 

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Kristen Stewart: «Sono spericolata, e si vede»

08 mercoledì Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, Personaggi

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Alicia Cargile, Billy Lynn - Un giorno da eroe, Chanel, Cristiana Allievi, Kristen Stewart, Oliver Assayas, Personal Shopper, Stella Maxwell, Twilight

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L’attrice Kristen Stewart, 26 anni (courtesy of Sundance portraits)

«Mi piace l’idea del pranzo domenicale, e sono molto brava a preparare gli spaghetti. Da un po’ di tempo ho smesso di mangiare carne e non uso più prodotti animali, mi sono specializzata in centrifugati. Per esempio uso la polpa di mele, sedano e carote e la combino con l’olio di arachidi e cocco, non sai che meraviglia…». Mentre la ascolto penso che Kristen Stewart sia l’unica attrice in grado di spiazzarmi. In effetti mi vengono in mente le ultime foto che la ritraggono con la nuova fiamma, la modella Stella Maxwell, angelo di Victoria’s Secret. Le due passeggiano con in mano beveroni e centrifugati bio, a testimoniare che la svolta wellness è reale. Del resto da qualche anno a questa parte ha continue novità con cui stupirci, soprattuto a livello sentimentale. Le voci si rincorrevano da tempo, ma ha aspettato la fine del festival di Cannes per dichiarare il suo amore folle per l’assistente e produttrice cinematografica Alicia Cargile, dopo un anno e mezzo di tira e molla (intervallato da svariati flirt, mai accompagnati da conferme o smentite). Così ha messo fine a una valanga di gossip ed è uscita intelligentemente allo scoperto. «Sono innamorata della mia fidanzata, con cui mi sono separata un paio di volte, e con cui finalmente sono tornata a provare sentimenti autentici», ha dichiarato facendoci finalmente tirare un respiro di sollievo. Ma ecco che, a pochi mesi da quelle parole, te la ritrovi a flirtare con la Maxwell: le due passano da un party all’altro e Kristen è più glamour e femminile che mai. Cresciuta a Los Angeles con madre australiana sceneggiatrice e padre assistente regista, e travolta da un successo che avrebbe steso la maggior parte di noi, a 26 anni la Stewart sembra in piena fase sperimentale con un raggio d’azione molto vasto: si va dai sentimenti al colore dei capelli, passando per il lavoro sul grande schermo. Voltate le spalle a incassi da capogiro, infatti, continua a fare scelte da vera ribelle nel cinema indipendente. Al nostro incontro indossa un tailleur di Chanel con pantaloni e agita le mani nervosamente, mentre mi racconta che attraverso i ruoli che sceglie vuole affrontare ogni possibile angolazione di se stessa. «Mi sento al massimo, come attrice, quando mostro cose che il pubblico non vede normalmente, e di cui io non ero consapevole. Comunicare qualcosa a qualcuno è ciò che mi piace di più della vita, essere vista e capita è quanto di più bello ci possa essere». Nei prossimi film in cui la vedremo incarnerà due tipi di sorelle diversi. In Billy Lynn- Un giorno da eroe, film del regista premio Oscar Ang Lee nelle sale dal 2 febbraio, tenterà di convincere il fratello, un tormentato eroe della guerra in Iraq, a non tornare nel conflitto. Mentre in Personal Shopper, di Olivier Assayas, passato all’ultimo festival di Cannes e nelle sale da aprile, grazie alle sue doti psichiche tenterà di mettersi in contatto con il fratello gemello, morto per un attacco di cuore.

In Billy Lynn- Un giorno da eroe, lei è la sorella pacifista di uno dei centomila soldati che nel 2004 erano in Iraq, interpretato dallo straordinario esordiente Joe Alwyn. Le scene tra di voi, quando torna a casa per ricevere un premio, sono di grande impatto. «Credo che Ang Lee abbia distillato il meglio dei dialoghi del bestseller di Ben Fountain da cui è tratto il film. L’intento di Lee è mostrare una verità sulla guerra distante anni luce da quello che l’opinione pubblica crede, e del film io rappresento la voce alternativa e articolata. Voglio che mio fratello conosca se stesso: se questo accade, sarebbe ancora orgoglioso di fare quello che fa? Non mai stata una che giudica, anche nella vita reale, ma ho sempre creduto che per batterti per qualcosa devi prima capirla, non esserne consumato».

Il tema è più che mai attuale, ci sono tanti ragazzi e ragazze che per sfuggire alla loro realtà di vita pensano di arruolarsi nell’esercito. La scelta di Billy è quella di molti giovani americani? «Credo sia la storia più americana e comune che ci sia. L’esercito ha dato una direzione a tante vite fuori rotta, ha fornito uno scopo anche in senso positivo. Ma non tutti sono preparati a trovarsi coinvolti in qualcosa di molto più grande di loro, con gli esiti che comporta, e questo era ancora più vero ai tempi in cui è ambientato il film, quando le versione dei fatti erano costruite e orientate in modo propagandistico. Ma la cosa più difficile da comprendere era la necessità di chiedersi perché si fanno certe cose, una domanda che porta molta umanità alla figura di un soldato».

In questo film si occupa di suo fratello vivo, mentre in Personal Shopper fatica a riprendersi dalla perdita del suo gemello e a tornare a condurre una vita normale. «Al mio personaggio succedono cose strane. Nel tentativo di colmare il vuoto della perdita fa crescere le sue qualità androgine, emulando il fratello. Il rovescio della medaglia è che la sua femminilità è in difficoltà, non riesce a entraci del tutto a causa del senso di colpa che non le da tregua. La storia è complessa, racconta di una metamorfosi che passa attraverso proiezioni demoniache e il desiderio improvviso di indossare i vestiti di qualcun altro, per riniziare a vivere».

Secondo lei le esperienze dolorose sono necessarie per farci aprire gli occhi? «Servono per tornare a capire conta davvero nella vita, ci distraiamo così facilmente… La perdita ti porta anche a sentire che lo sconosciuto è spaventoso, e lì capisci che noi non avrai mai risposte sullo sconosciuto per eccellenza, la morte. Non sappiamo cosa succederà in quel momento, non sappiamo se saremo da soli o ci sentiremo collegati a qualcosa di più grande, ed è terrorizzante».

Che relazione ha col mondo del soprannaturale? «Da bambina i fantasmi mi facevano paura, e l’idea che ci sia qualcosa di invisibile non mi piace. Oggi non credo ai fantasmi ma agli impulsi e agli istinti che partono dalle viscere e di cui è meglio fidarsi. Sono la ragione per cui ci sentiamo attratti da qualcuno e respinti da qualcun altro, e non hanno niente a che fare con la logica».

La personal shopper che interpreta è molto sui generis… «È una donna molto attratta dalla bellezza e dall’estetica, ma è così auto punitiva da sentirsi in colpa per questo. Prova un senso di vergogna nel voler essere bella e nel volersi circondare di cose belle, perché lei in realtà non si piace, fatica a essere davvero una donna».

La sua, di stylist, l’ha aiutata in questo senso? «Mi conosce molto bene, dopo tanti anni che lavoriamo insieme, e non pensa solo ai vestiti da farmi indossare: mi conosce davvero. Ci sono tante persone distratte dai trend che vogliono solo ridisegnarti, non sono capaci di sottolineare semplicemente chi sei. La mia collaboratrice sa qual è, di volta in volta, il capo perfetto per farmi affrontare il mondo».

Tre anni fa ha dato un taglio drastico ai capelli, e col senno di poi la sua scelta non sembra affatto casuale. «Li ho tagliati appena ho compiuto 23 anni e l’effetto è stato travolgente. I capelli mi permettevano di nascondermi dietro un’aura sexy, appena mi sono trovata scoperta ho dovuto mostrare la mia vera faccia, e la cosa strana è che ho tirato fuori una fiducia in me stessa che non ricordavo da tempo. I capelli mi facevano sentire come una vera ragazza, mi mandavano messaggi del tipo “sono bella, sono femminile”. Non so perché gli ho dato così tanta importanza, forse è a una di quelle credenze sociali secondo cui i capelli lunghi sono più belli. Ma mi sono chiesta “il mio primo obiettivo nella vita è essere desiderata? È di una noia mortale!”».

Lei era esposta come poche, non ha temuto il cambiamento di immagine? «Ho perso due chili prima di incontrare il parrucchiere! Non riuscivo a mandar giù niente, e il giorno che mi sono seduta su quella sedia mi sudavano le mani…».

Ma carattere forte e coraggio non le sono mai mancati. Crede siano stati plasmati dal crescere con tre fratelli (di cui uno biologico e due adottati)? «Se guardo alle mie foto fino ai 15 anni, in cui mi mettevo i vestiti dei miei fratelli, ero un ragazzo! Mi piacevano i trattori, il basket, il calcio, erano tutte prese di corrente per l’energia cinetica che ho sempre avuto. E sono sempre stata un tipo di bambina che voleva stare con i più grandi…».

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La Stewart in Billy Lynn – Un giorno da eroe  (courtesy of Play4movie).

Non fatico a crederle. «Volevo essere vista come grande, ma poi le cose sono cambiate. Tra 15 e 20 anni ero sempre in ansia, se non riuscivo a controllare le cose mi ammalavo, o mi inibivo in modo debilitante».

Ha imparato a sollevare una barriera emotiva nei confronti del mondo esterno? «Dopo 16 anni di lavoro ho imparato a gestire i pensieri che sono sempre stati a mille, un tempo non avevo mai una pausa. Oggi non mi faccio più sopraffare, e se mi capita so che è temporaneo, poi passa».

Più che aver fatto pace con la sua immagine pubblica sembra aver fatto pace con se stessa. «Sono più intelligente e più calma di un avolta. Se temo i miei lati oscuri? Quando sei vera con te stessa e il tuo cuore non esiste più un lato oscuro. E non c’è più domanda che ti dia fastidio, se arriva da uno spazio onesto».

 Mentre la saluto mi viene in mente una frase che mi ha detto poco tempo fa. «Se dovessi scegliere di essere un animale, sceglierei un gatto. Perché quando tutti lo vorrebbero vicino, lui se ne sta a distanza, a osservarti…». Mi basta questo per togliermi l’illusione di averla finalmente conosciuta. Kristen mi stupirà ancora, eccome se lo farà.

 Intervista pubblicata sul n. 6 di Grazia il 26/1/2017

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Berenice Bejo: «Ho paura di deludere l’uomo che amo»

12 giovedì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Berenice Bejo, Dopo l'amore, Fai bei sogni, Glenn Close, Joachim Lafosse, Jorge Rafael Videla, Marco Bellocchio, Massimo Gramellini, Michel Hazanavicius, Oscar, Redoutable, The artist

AL CINEMA DI DONNE NE HA INTERPRETATE TANTE. MA GRAZIE A DOPO L’AMORE, NEI PANNI DI MOGLIE INTRAPPOLATA IN UN MATRIMONIO AGLI SGOCCIOLI, HA SENTITO QUALCOSA DI DIVERSO, UNA SFIDA. PERCHE’ LA SUA VITA SENTIMENTALE È MOLTO DIVERSA. ANCHE SE,  COME RIVELA IN QUESTA INTERVISTA, LE MANCA ANCORA UNA COSA PER ESSERE PERFETTA.

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L’attrice francese Benerice Bejo al Festival di Cannes (courtesy Grazia.fr)

«Quando un marito e una moglie si separano si trasformano in due animali in un campo di battaglia, dove vince chi uccide l’altro. È una situazione in cui si tira fuori il peggio, si diventa spietati nel fare l’elenco dei propri meriti e dei difetti dell’altro». Berenice Bejo ha i capelli neri, lucidissimi, raccolti dietro la nuca. Non comprendo subito perché raccontandomi il suo personaggio in Dopo l’amore, il film in cui la vedremo dal 19 gennaio, tiene una certa distanza dal personaggio. Diretta da Joachim Lafosse, insieme a Cédric Khan i due sono una coppia separata con due figlie costretta a convivere sotto lo stesso tetto a causa delle difficoltà economiche di lui, architetto in crisi lavorativa. E come mi racconterà a breve, la Bejo ha faticato molto ad accettarsi in un ruolo così duro e realistico.

Argentina di Buenos Aires, è figlia di Miguel Bejio, un regista spagnolo, e dell’avvocatessa De Paoli, che quando lei aveva tre anni si sono rifugiati a Parigi fuggendo dalla dittatura di Jorge Rafaél Videla. La sua storia artistica per certi versi è sui generis. Da bambina sfiora una parte in un film di Gérard Depardieu, e quando non la ottiene versa fiumi di lacrime. Poi a 17 anni rispondendo a un annuncio prende finalmente parte al suo primo film, algerino. Ma per i successivi 20 anni Berenice resta praticamente una sconosciuta, finchè non interpreta la star del cinema muto che regalerà a The artist, diretto dal marito Michel Hazanavicius, con cui ha due figli, 10 nominations agli Oscar. Poi vengono film come Il passato (la palma d’Oro a Cannes come miglior attrice), The search, The childhood of a leader (premio Orizzonti per la migliore regia alla Mostra di Venezia), Fai bei sogni di Marco Bellocchio, tutti lavori che ruotano intorno a drammi famigliari. E ironia vuole che, come nel film di Asghar Farhadi, anche in Dopo l’amore il personaggio di Bejo si chiami Marie, e che racconti di nuovo una separazione difficile.

Tra poco la vedremo nei panni di una donna che non riesce più a vivere con l’uomo che aveva sposato, mentre poco tempo fa con Bellocchio l’abbiamo vista salvare la vita al suo futuro marito. Quale delle sue versioni di sé preferisce? «Se accetto un ruolo è perché penso che mi divertirò. La differenza, nei casi che cita, è che per il film di Joachim ho un ruolo da protagonista, mentre quella di Bellocchio è una parte più piccola, che mi ha dato un immenso piacere. Dopo il film con Marco volevo lasciare tutto, trasferirmi in Italia e girare un altro film con lui (ride, ndr)».

Quindi non c’è un tipo di donna a cui si sente più vicina? «Davvero non penso a questo aspetto quando accetto un film».

Guardando Dopo l’amore mi sono chiesta per tutto il tempo il vero significato del titolo: racconta quello che succede davvero alla fine di un amore o mostra semplicemente quello in cui si trasformano tante relazioni, dopo qualche tempo? «Per fortuna la mia con mio marito Michael non è così! Comunque capisco, il titolo italiano è diverso dall’originale francese che letteralmente sarebbe L’economia della coppia. Credo che la maggior parte delle persone abbia storie più felici di questa, che riguarda persone che si stanno dividendo. Ci sono momenti nella vita di Marie e Boris in cui i due si odiano davvero, ma quello che mi piace molto della storia è che all’improvviso si capisce perchè il mio personaggio è così triste e frustrato: non le piace sentirsi così, ma ha bisogno di attraversare la rabbia per riuscire finalmente a perdonare».

Come si sente nei panni di una donna dura? «Ho voluto restituire una figura molto umana, una donna che lavora, che ha figli, marito, che cucina e durante la giornata fa cose normali. Poi ci sono momenti in cui non vorrebbe niente della sua routine, ma deve affrontarla ugualmente e questo è proprio quello che cerca di far capire al marito quando dice “i bambini non ci sono solo quando vuoi giocare con loro, è un lavoro di tutti i giorni e ho bisogno che diventi un uomo responsabile”».

L’odio è una parte necessaria nel processo di separarsi? «Prima di perdonare qualcuno che hai amato è necessario odiarlo. E se hai due bambini splendidi, una casa magnifica, e capisci che avresti potuto essere una buona coppia, è dura… È un po’ come quando hai 15 anni e odi i tuoi geniori, è una fase necessaria per poi capirli e perdonarli perchè non sono perfetti e soprattutto non sono come tu vorresti che fossero. Marie ha bisogno di capire che Boris non sa affrontare le cose nello stesso modo in cui le affronta lei, è diverso. Ma alla fine capisce che a suo modo è un buon padre».

Si chiede mai cosa farebbe al posto dei personaggi che interpreta, specie in questo caso, visto che anche lei ha due figli con suo marito? «Quando recito non proietto mai me stessa sul personaggio, mentre lo faccio quando guardo il film. La mia vita è l’opposto di quello che recito in Dopo l’amore, eppure quella donna è insostenibile, è l’incarnazione della durezza. Alla fine delle riprese mi dicevo “esci dal mio corpo, mi disgusti” (ride, ndr), e ricordo che non sono riuscita a guardare il film, era troppo doloroso». 

Davvero? «Era tremendo vedermi in una donna dura che mi assomiglia, ha i miei stessi capelli, è senza trucco… Mi chiedevo “a quarant’anni sto diventando davvero così? Sto trasformandomi in questo orrore?”. Per fortuna poco dopo mi sono rivista in Fai bei sogni di Bellocchio e mi sono sentita sollevata, “meno male che so essere anche dolce” (ride, ndr)».

Le capita spesso di avere sentimenti così forti guardandosi sullo schermo? «In passato sono stata molto insicura delle mie performance, le cose andavano meglio quando mi rivedevo la seconda volta. Ma è normale che succeda, dai così tanto di te stessa che poi ti spaventi credendo di essere davvero tu quella che rivedi».

Aneddoti che ricordano che non è così? «Ricordo di aver incontrato Glenn Close agli Oscar, per The artist, e dai personaggi che ha interpretato mi sarei aspettata una donna molto diversa da quella che ho incontrato. Eravamo sul red carpet e mio marito per sbaglio le ha calpestato il vestito, lei è stata quasi timida nel rispondergli…».

La nomination agli Oscar che le è valso il suo personaggio muto l’ha fatta sentire più sicura di sé? «Senza dubbio, mi ha aiutata moltissimo. Ma direi che anche Il passato ha giocato un ruolo chiave, sono stati sei mesi di riprese e il regista non era mio marito: lì ho scoperto che lavorativamente ero in grado di dare moltissimo anche a un altro».

Vantaggi e svantaggi di lavorare col proprio uomo? «Quando lavoro con Michel seguo i progetti dal primo momento e dopo due o tre giorni mi sento già sicura, poi però c’è il problema di non voler deludere l’uomo che amo. Ma quando ho lavorato con Asghar Farhadi, subito dopo The artist, era un grande regista e aveva vinto l’Oscar. Per tre settimane mi sono chiesta se potevo dargli abbastanza, ero davvero stressata».

Dall’ultimo film insieme sulla guerra in Cecenia, The search, che la critica ha massacrato, ha girato cinque film da sola, e tra poco tornerà con un film diretto ancora da suo marito. «Il mondo non ha voluto accettare una storia in cui si parlava di dolore, di guerra, di solitudine, Michel ci ha messo un bel po’ per riprendersi da quella ferita. Redoutable è un biopic sul regista e sceneggiatore Jean-Luc Godard, in cui io ho un parte minore: a raccontare la storia d’amore tra Godard e l’attrice Anne Wiazemsky saranno soprattutto Louis Garrel e Stacey Martin».

Se guarda a cosa le è successo negli ultimi anni, e a quello che sognava quando ha iniziato questo lavoro, cosa vede? «Da piccola ho sempre voluto fare l’attrice, ma non mi sono mai immaginata nel successo o ricoperta di premi. Per forza, è impossibile farlo, inoltre oggi il cinema è visto come un insieme di celebrities ma non era così quando ero piccola. È tutto un po’ cambiato, quando parlo con ragazzi giovani li sento dire “voglio diventare famoso”, forse sono state la tv e i reality a cambiare le cose».

Cos’altro ricorda di quando era bambina lei? «Volevo andare sullo schermo perché per me era così bello vedere i film con i miei genitori che desideravo restituire loro quel piacere. Poi le cose sono diventate più grandi di quello che credevo…».

Intervista pubblicata su Grazia dell’11/1/2017

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Il battito animale di Fassbender

10 martedì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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12 anni schiavo, Alicia Vikander, Assassin's Creed, Cristiana Allievi, DannyBoyle, GQitalia, Jameson, La luce sugli Oceani, Macbeth, Michael Collins, Michael Fassbender, Steve Jobs, Steve McQueen

IL TALENTO NATURALE? «QUANDO NON SAI MAI COSA ASPETTARTI, COME CON MARLON BRANDO». LA FAME? «ALL’INIZIO L’AVEVO, È NECESSARIA E POTENTE». MICHAEL FASSBENDER È IN ASSOLUTO IL PIU’ FISICO DEGLI ATTORI DEL MOMENTO. UNO CHE SI SPINGE OLTRE, SEMPRE. PER SOPRAVVIVERE A SE STESSO.

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L’attore Michael Fassbender, 39 anni, uno dei maggiori talenti in circolazione (courtesy of GQ.it)

«Hai una fame feroce, quando sei agli inizi e cerchi di fare quello che davvero desideri nella vita. Io almeno l’avevo. E’ necessaria ed è potente. Oggi sono ancora molto appassionato, amo quello che faccio, ma in modo più rilassato». Mi chiedo se non abbia il potere di leggere il pensiero, Michael Fassbender. Perché appena me lo trovo davanti ho la sensazione che sia più rilassato di una manciata di anni fa. E pensare che prima del 2007, a 30 anni compiuti, il ruolo per cui era più famoso era uno spot della Guinness. Poi, partendo da Hunger, che guarda caso significa fame, ha regalato ogni possibile declinazione del disagio fisico e psicologico – dalla brutalità agli scioperi della fame, dalle dipendenze dal sesso alle seduzioni pericolose – in un crescendo di estremi cinematografici per due dei quali è stato candidato agli Oscar: nei panni dell’algido e geniale creatore di Apple, in Steve Jobs, il cui motto era “stay hungry, stay foolish”, e in quelli dello spietato schiavista Edwin Epps in 12 anni schiavo. Fino al giardino di un faro di fronte alle coste dell’Australia che in La luce sugli oceani (accanto ad Alicia Vikander, sua compagna anche nella vita) cresce un bambino che ha salvato da una barca a remi alla deriva, passando per il difensore dell’umanità di Assassin’s Creed, in questi giorni al cinema.

È una mattina di sole sfavillante e Michael Fassbender indossa camicia bianca con jeans e giacca blu. Mi racconta una parte importante della sua identità che ormai ci si dimentica, offuscati dalla bravura delle sue performance, ma che forse ne sta proprio alla base. «Mio padre è tedesco e mia madre un’irlandese del nord, di Antrim, era la nipote di Michael Collins. Io mi sono sempre sentito il diverso del gruppo». Non ha un fascino aggressivo;  i suoi modi sono gentili,  i suoi sono accoglienti, per niente disperati.

Lei è la prova inconfutabile del fatto che recitare fa risparmiare un sacco di soldi dall’analista. «Serve a capire meglio se stessi e gli altri. E oggi so per certo che tutti sono capaci di fare cose terribili. Meglio non averle a portata di mano, me l’ha insegnato Macbeth».

Ha dichiarato “la sopravvivenza è sopravvivenza”: cosa significa questa parola per lei? «Essere capaci di adattarsi, il potere dell’adattamento è la più grande qualità in un uomo».

La possiede? «In un certo senso è qualcosa che ho ereditato da una parte della mia famiglia. Gli irlandesi sono stati colonizzati, sono emigrati, hanno subito la carestia, in milioni si sono ritrovati sulle navi, credendo di andare a Liverpool e ritrovandosi invece in Australia… Diciamo che la capacità di adattarsi è qualcosa che hanno dovuto sviluppare».

È stato come una meteora, in una manciata di anni è arrivato al top: la velocità le piace? «Ho guidato la prima auto che avevo 12 anni, e da allora non ho mai smesso di correre sui kart. Fuori Londra ci sono un paio di circuiti, entrambi abbastanza veloci, quando scendo in pista mi diverto ancora, in un certo senso mi rilasso. È qualcosa che sento facile».

So che ha provato anche il brivido della Ferrari. «A ottobre sono stato a Maranello per la prima volta, un sogno per me. Sul circuito di Fiorano ho guidato una 488 GTB e una F12 berlinetta. Nei primi giri ero piuttosto stressato, ma una volta imparato a convivere con la velocità e assorbite tutte le informazioni che mi sono state date le cose sono cambiate. Guidare su una pista, il più veloce possibile, è una specie di meditazione».

Se penso alle parole di Danny Boyle, che l’ha diretta in Steve Jobs e ha detto “mi ha impressionato la qualità di assoluto fascino che applica ferocemente per raggiungere la perfezione in quello che fa”, mi viene in mente un altro Michael: Schumacher. «È sempre stato un mio idolo, e la vittoria di cinque campionati del mondo consecutivi una grande fonte di ispirazione».

Anche a lui hanno dato del maniaco e dell’egoico. «È vero, faccio molti compiti a casa, anche perchè sono lento nel memorizzare. Leggo una sceneggiatura almeno 200 volte, la ripercorro in lungo e in largo guardando le cose da ogni angolazione. Poi però al primo ciak in un certo senso butto tutto dalla finestra: è da lì in avanti che inizio a godermi davvero il mio lavoro».

Le sue performance sono molto fisiche, del resto. «Ho iniziato col teatro pop e la pantomima, sono entrambi molto fisici nel modo di raccontare una storia. Quando ho frequentato il Drama centre di Londra ho approfondito anche la danza e il lavoro sul movimento in genere: tutt’oggi quando mi avvicino a qualcosa penso quasi esclusivamente in termini di fisicità».

Faccia un esempio. «Se devo interpretare un contadino mi focalizzo sul peso che porta, su come trasporta gli oggetti: quello che voglio arrivare a mostrare è la forza che lo connette alla terra e che non ottieni andando in palestra».

E dire che Fassbender, quando aveva 19 anni, fu rifiutato da ben due scuole di recitazione. Il direttore di una delle due  quasi lo annientò, dicendogli: “Riconosco un vero attore da come entra in questa stanza, e lei non lo è”. Non l’unica svista, se si pensa che Steve McQueen, il regista con cui ha girato tre capolavori, lo aveva mandato via al primo provino. Fu il suo casting director a dargli una seconda chance.

In un corto diretto da Bruce Weber, sul set di un servizio fotografico lei accenna al “corpo dell’animale istintivo”. «Lo vedo solo in due attori, Marlon Brando e Mickey Rourke. Il fatto di non sapere mai cosa uscirà da quei corpi li rende così interessanti da guardare, è quello che definisco avere un talento naturale».

Come si sente a spingersi oltre, come fa sempre? «Male, ma per fortuna dura poco. Se penso ai miei film con McQueen sono trenta giorni di riprese ciascuno. Ho un mio modo di ribilanciarmi: lavoro molto duramente quando è il momento di farlo, e non appena si spengono i riflettori mi lascio tutto alle spalle».

Ci riesce davvero? «Ci riesco. A essere sincero una parte del mio cervello è sempre impegnata, ma se esco con gli amici non voglio essere quello che si porta dietro il lavoro, non mi diverto. Soprattutto, non voglio correre il rischio più pericoloso, che è essere ossessionati da se stessi».

Chi sono i suoi amici? «Non ne ho (scoppia a ridere, ndr). Scherzo, sono ancora quelli di una volta e per me è fondamentale passar del tempo insieme  a loro».

E a berci sopra? «Alla fine della giornata non disdegno un whiskey, meglio se irlandese come il Jameson. Ma non posso eccedere perché mi disturba lo stomaco, e dev’essere il drink di un fine serata».

Adesso, invece, che è mezzogiorno? «(ride, ndr) Non ho paletti troppo rigidi, ma per quest’ora direi che è più indicata una coppa di champagne».

A giugno tornerà nella sua Irlanda e per non smentirsi sarà di nuovo un amorale, in Codice criminale. Ma prima, a marzo, interpreterà un veterano della Grande guerra in La luce sugli Oceani diretto da Cinfrance e tratto dal bestseller di M.L. Stedman. «In superficie Tom è un uomo molto contenuto, all’apparenza sembra svuotato, ma sotto sotto c’è una tempesta. È come una pentola d’acqua bollente con un coperchio sopra».

Guarda il caso… «Vuol sapere la verità? Secondo me si sono messi tutti in testa che sono un dannato e non vogliono darmi parti che fanno ridere».

Non solo, stavolta la isolano a Janus Rock, dove c’è solo un faro circondato dall’oceano. Come si sente negli spazi incontaminati? «A casa. Sono cresciuto in una campagna meravigliosa, a County Kerry, i miei si sono traferiti lì da Heidelberg quando avevo due anni. Se mi allontano per troppo tempo dalla natura ne sento il richiamo, sta diventando una parte sempre più essenziale nella mia vita. Mi piace come il ritmo del mio corpo risponde a quell’ambiente. Più invecchio, più mi sento diverso in città».

Cover story di GQ Italia gennaio 2017 

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Emma Stone, «Sognare è potere»

14 mercoledì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Amazing Spider Man, Andrew Garfield, Arizona, Birdman, Cabaret, Coppa Volpi, Cristiana Allievi, Damien Chazelle, Easy Girl, La La Land, Maniac, New York, Ryan Gosling, Steve Carell, The battle of the sexes, Woody Allen

CAMALEONTICA E IN CONTINUO MOVIMENTO, È LA CREATURA DI HOLLYWOOD CHE PIU’ INCANTA PER IL TALENTO NEL CAMBIARE PELLE. E RUOLI. IN LA LA LAND SVELA IL SUO PUNTO FERMO: LA CERTEZZA CHE I SOGNI TI INDICANO SEMPRE LA STRADA.

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Sul tavolo davanti a noi c’è una Red Bull. Emma Stone racconta che berla sarà un evento speciale: «lo farò alla fine della nostra intervista», scherza. È un camaleonte, questa giovane donna. Basta guardare le sue foto per accorgersi che la sua personalità è in continua evoluzione. Torna con la memoria alle sue prime audizioni e al feeling di essere rifiutata, che dall’alto di venti film girati, con tanto di nomination all’Oscar e Coppa Volpi vinta all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, sono ormai un ricordo lontano. «Non ho mai avuto un momento in cui ho pensato di fare le valigie e tornarmene a casa. Ma a essere onesta non mi sono mai esposta completamente». Non una frase a caso, perché in La La Land di Damien Chazelle, in cui la vedremo dal 26 gennaio accanto a Ryan Gosling, Emma incarna Mia, un’apprendista attrice che tenta di sfondare in teatro e intanto sbarca il lunario servendo cappuccini alle star del cinema. La relazione con Sebastian (Gosling), musicista jazz, dapprima aiuterà entrambi, poi il successo separerà le loro vite. «Mia è una donna che rischia molto. Passa sei anni a creare qualcosa di completamente suo. È la scrittrice, l’interprete e la regista di un one woman show: con queste premesse un rifiuto è devastante, e per fortuna non mi è mai successo di sperimentarlo. Ma sa cosa le dico? Ho imparato più dalle difficoltà, anche nelle mia vita privata, e dai film che non sono andati bene, che dalle esperienze che definiamo di successo. Le crisi ti costringono ad andare più in profondità, a essere migliore, a diventare più forte. E soprattutto a farti domande sul come hai fallito e su quanto tu stessa sia capacace di deludere gli altri. Tutto questo significa diventare davvero essere umani».

L’attrice nominata agli Oscar per Birdman, in cui era un’adolescente in difficoltà che rendeva la vita difficile a un padre ex celebrità decaduta, nelle vene ha sangue svedese (dal nonno paterno), inglese, tedesco, scozzese e irlandese. E non si definirebbe mai una ribelle: non ricorda la reazione di suo padre, quando gli ha presentato il primo ragazzo, «evidentemente era un tipo a posto», racconta ridendo. A 15 anni, Emma ha convinto i suoi a farle mollare la scuola per trasferirsi a Hollywood: è bastata una presentazione in PowerPoint, con tanto di titolo, per farli cedere. È così che si è trasferita con la mamma a Los Angeles. Me lo racconta in una mattina di sole nel patio di un hotel italiano, senza perdermi un attimo con quei grandi occhi verdi. Se le si chiede come vede la strada fatta fin qui, oggi che è una delle attrici più ricercate su piazza, non ha dubbi. «Due anni fa ho letto in un’intervista qualcosa che mi ha colpita. Si diceva che i sogni sorgono per incontrarci, trasformandosi in opportunità, e sto scoprendo che è proprio così: è il mio lavoro, in un certo senso, a rivelarsi a me».

(…)

Come Matthew McConaughey, Nicole Kidman e molti altre celeb, Emma sarà presto protagonista anche del piccolo schermo. Il primo progetto di cui si mormora è  Maniac, una serie da 30 minuti a puntata con il collega di Superbad Jonah Hill. È un’altra pietra miliare per l’attrice, che si misurerà anche con il ruolo di produttrice. La prossima primavera, a Londra, inizierà le riprese di The favourite con Yorgos Lanthimos, il regista di quel capolavoro stravagante che è The Lobster. Ma prima avremo il piacere di vederla in The Battle of the sexes, diretta da Jonathan Dayton, il film che ricostruisce l’epico confronto sul campo da tennis del 1973 in cui si sfidarono Billie Jean King e Bobby Riggs, interpretato da Steve Carell. «È un film incredibile, ha lo stesso direttore della fotografia di La La Land, Linus Sandgren, e gran parte della troupe. È un film così diverso da quelli che ho fatto finora, non avevo mai recitato una persona davvero esistita come Billie Jean King. E quello che voglio portare a un regista, oggi, è un senso di apertura e di esplorazione, un’attitudine a immergermi nello sconosciuto».

(continua…)

L’intervista integrale è la storia di copertina di D La Repubblica del 10 dicembre 2016 

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Cassel va alla guerra

09 venerdì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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È solo la fine del mondo, Édouard Deluc, Brasile, Cristiana Allievi, Jean Pierre Cassel, Lea Seydoux, Maiwenn, Marion Cotillard, Mon roi-Il mio re, O filme da Minha vita, O grande circo Mìstico, Paul Gauguin, Sabine Litique, Vincent Cassel, Xavier Dolan

 

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L’attore francese Vincent Cassel, 50 anni (foto by Carlotta Manaigo).

Vederlo al centro di un gruppo di persone che parlano ma non si capiscono è una specie di corto circuito. Perché per Vincent Cassel la comunicazione è un fatto fondamentale. Non solo quella che passa attraverso le parole e i ragionamenti, ma soprattutto quella di corpi, istinti e percezioni. Anche per questo ha scelto Rio de Janeiro come base per la sua seconda vita, quella seguita alla fine del matrimonio con Monica Bellucci e allo status di padre delle loro due figlie. Cassel fatica a stare negli schemi, negli spazi confinati, o quanto meno sembra capace di sfarlo solo a tempo determinato. Una delle prime parole che nomina durante l’incontro è libertà, quando gli ricordiamo una frase pronunciata l’anno prima che non è passata inosservata, “Adesso sono il “gringo disponibile”. «Lo sono totalmente, sempre di più (ride, ndr). Mi sono creato una posizione sorprendente in Brasile. Gli stessi brasiliani mi chiedono “cosa ci fai qui, quando tutti noi vogliamo andare in Europa”?, io rispondo che vivo lì perché amo quel paese. I brasiliani sorridono, hanno tempo di spiegarti bene dov’è una certa via, ti parlano con piacere e amano il contatto fisico. Sono latini, hanno un approccio diverso, e anch’io sono latino, mia madre è corsa, amiamo il vino, siamo simili agli italiani. Certo, la vita quotidiana in Brasile è sempre stata un caos, e forse è quello che mi piace. Sono un uomo che apprezza l’Inghilterra ma preferisce l’Italia, perché non è perfettamente organizzata, c’è ancora quello spazio in cui le cose non sono chiarissime, e questo mi piace. E poi non fa freddo».

Il Brasile è una scoperta di 30 anni fa, ma non è stata tutta colpa di Orfeo Negro di Marcel Camus, né della musica di Vinicius de Moraes: è una questione di affinità elettive. Lo aveva capito Maiwenn, quando ha scelto il Vincent di Francia per interpretare il maschio in lotta tra il legame e l’indipendenza del suo Mon roi- Il mio re. Deve averlo capito il giovane talento della regia canadese, Xavier Dolan, che lo ha calato nella situazione di incomunicabilità del suo È solo la fine del mondo, gran Premio della giuria al Festival di Cannes, al cinema dal 7 dicembre. Un film tratto dalla piece teatrale di Jean-Luc Lagarce in cui da un incontro di famiglia emergono emozioni, silenzi, esitazioni, irrequietezza, inquietanti imperfezioni e soprattutto una grande incapacità di capirsi. «Quello che recitiamo nel film di Xavier è un po’ la realtà», racconta l’attore francese, con una barba folta e lunga dovuta al suo prossimo personaggio, il pittore Paul Gauguin, nel film diretto da Édouard Deluc e girato a Tahiti. «Quando qualcuno ti ascolta davvero si tratta di un vero regalo. Anch’io ammetto di non farlo sempre. I motivi sono vari, dal dare una certa immagine di me stesso al proteggermi, ma direi che si tratta soprattutto di egoismo. Questo, ahimè, è il modo in cui gli esseri umani comunicano, o non comunicano, è parte della natura umana non ascoltare troppo gli altri. Abbiamo un certo periodo di tempo da passare qui, non durerà tanto e questo evidentemente ci influenza. Ogni tanto ci sono anche i santi, ma non ne vedo molti in circolazione». A proposito di santi, Cassel soffre l’idealizzazione dell’uomo da parte della donna, quel sognare a tutti i costi un principe azzurro. Quando gli si fa notare che Dolan nei suoi film “massacra” le figure femminili (nel caso di È solo la fine del mondo interpretate da Nathalie Baye, Marion Cotillard e Lea Seydoux), non si nasconde di certo. «Vorrebbe sostenere che nella vita reale le donne sono carine, con gli uomini? Se c’è una guerra in corso che non si ferma mai è quella tra uomo e donna. Non possiamo vivere insieme e in quanto esseri sessuali non possiamo stare l’uno senza l’altro. Se guardiamo come va il mondo, tutto sembra voler uccidere il desiderio, creiamo matrimoni in modo da immobilizzare le persone con idee del tipo “non muoverti troppo”, o “una volta che hai scelto, è per sempre, per tutta la vita!”. Tutte le religioni fanno casini, i preti non possono fare sesso, i musulmani nascondono le donne, gli ortodossi separano maschi e femmine ed eventualmente il sesso lo fanno attraverso un lenzuolo con un buco in mezzo. Ammettiamolo, abbiamo problemi col sesso, è tutto in un certo senso è riferibile a questo. Gli uomini lottano per avere più potere solo per potersi permettere le donne che vogliono, e le donne vogliono piacere agli uomini ma cercano il potere per sfuggire a questo fatto, comportandosi da uomini. Questo fatto di avere in circolazione “donne con le palle” sarà una bella notizia? A me pare un’atrocità». Come tutti i veri zingari, Cassel è legato alle proprie radici, con cui ha dovuto fare i conti sotto vari aspetti. I suoi hanno divorziato quando aveva 14 anni, la madre è la giornalista Sabine Litique, il padre Jean Pierre, mancato qualche anno fa, faceva l’attore. «Ho scelto di essere un cattivo perché lui sullo schermo era sempre il “nice guy”, oggi mi fa molto sorridere vedere che gli assomiglio ancora più di anni fa. Se ho temuto il confronto? Sì e no, considero Gerard Depardieu il mio padre cinematografico, sarebbe stato molto più difficile essere suo figlio! La famiglia comunque è una cosa complicata: non la scegli tu ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Puoi scegliere tua moglie, ma fratello, sorella e padre ti sono dati, e te la devi vedere con loro. Direi che non scegli nemmeno i tuoi figli, se credi in filosofie molto antiche scopri che sono loro che ti scelgono. Anche la credenza che i figli ti migliorano come persona non credo sia vera: se all’improvviso i padri diventassero persone meravigliose, non ci sarebbero in circolazione così tanti figli in crisi. Oscar Wilde scriveva “Charles inizia ad amare i suoi genitori, poi li odia e forse un giorno li perdonerà”. Trovo sia obbiettivo, qualsiasi cosa fai da genitore sbagli, e un giorno pagherai il conto».

Sono passati vent’anni dal primo film che lo ha consacrato come attore, L’Odio, una specie di dichiarazione sul futuro considerato che dal film di Mathieu Kassovitz in avanti ha infilato un personaggio inteso dopo l’altro, basta pensare a Nemico pubblico n. 1, La promessa dell’assassino e Il cigno Nero. Cassel è anche uno dei rari attori famosi in tutto il mondo che non si possono definire hollywoodiani, nemmeno quando partecipano a Jason Bourne. «È uno dei franchise più di classe che ci sono in circolazione, la troupe è inglese come il regista, Paul Greengrass, che però ama la Francia e ama il vino!». Anni fa gli piaceva ogni aspetto del suo lavoro, oggi guarda i film una volta sola e tutta la sua attenzione è focalizzata tra l’azione e il final cut.

«Recitare dev’essere divertente, più ti diverti più funziona. Anche con un soggetto difficile, profondo o triste ti devi godere il momento, devi raggiungere un punto in cui ti viene facile: più te la godi e più riveli te stesso, un po’ come fanno i bambini». Dice di non essere un tipo di uomo che pianifica molto il proprio lavoro. «Cerco di godermi quello che faccio e di restare libero. Ero un giovane attore quando ho sentiro dire a De Niro “il talento di un attore risiede nelle sue scelte”. Mi sono chiedo a lungo cosa volesse dire, intendeva sul set o rispetto ai film che accetti? Sono arrivato alla conclusione che si riferiva a tutte e due le cose. Se mi volto indietro mi rendo conto che le scelte fatte ti rappresentano davvero come persona». Agenda alla mano, nel suo immediato futuro ci sono due film brasiliani, O filme da Minha vita e O grande circo Mìstico, una pellicola francese con Sandrine Kiberlain, Fleuve Noir, e un film politico, Entebbe, di José Pedilha, sugli ostaggi palestinesi in Israele. E se gli fai notare che la quantità di film che gira e la sua voglia di “restare libero” sembrano contrastare, Cassel ti chiarisce la sua filosofia una volta per tutte. «Sono tutti film con cui giro per il mondo, questo è ciò che intendo con la parola libertà».

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 3 dicembre 2016.

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Gaspard Ulliel: «La sensualità non va controllata».

30 mercoledì Nov 2016

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes, Moda & cinema, Personaggi

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È solo la fine del mondo, Blue, Chanel, Gaspard Ulliel, The dancer, Xavier Dolan, Yves Saint Laurent

tumblr_lsxmu9Q5Z61qmei7mo1_500.pngL’amico di un amico della madre apre un’agenzia di casting e cerca belle facce. È così che Gaspard, ancora bambino, inizia a lavorare per la tv. È un gran curioso, e pur non prendendo quel mondo sul serio, si concede due lavori all’anno in modo da non saltare mai la scuola. Un passo dopo l’altro, dalle piccole parti passa alle grandi, quindi al cinema. All’università studia per diventare regista, ma ha troppe richieste come attore e il destino ha la meglio. È così che finisce a lavorare con i registi più chic in circolazione (Bertrand Bonello, André Thechiné), vince il Cesar (l’Oscar dei francesi) e fa della bellezza e dello stile un tratto distintivo. Sarà che ha sempre un taglio di capelli perfetto, sarà lo sguardo azzurrissimo a cui è difficile resistere, fatto sta che Gaspard è diventato un’icona recitando in Yves Saint Laurent e prestando il volto allo spot del profumo Chanel. E anche nelle relazioni sentimentali la bellezza è il suo marchio di fabbrica: ha avuto per fidanzate Cécile Cassel, sorella di Vincent la modella Jordan Crasselle, e da tre anni è legato alla modella Gaelle Pietri, con cui otto mesi fa ha avuto il primo figlio. All’ultimo festival di Cannes è stato una star assoluta, con un film presente nella sezione Un certain regard e un secondo in competizione. E proprio questo film vedremo dal 7 dicembre, quando sarà uno scrittore omosessuale a cui rimane poco da vivere, l’uomo al centro del nuovo film del regista di culto Xavier Dolan, È solo la fine del mondo, gran premio alla regia all’ultimo Festival di Cannes. Da gennaio sarà in Vietnam per tre mesi sul set del film di Guillaume Nicloux, un film d’epoca sulla guerra in Indocina nel 1945. E sempre il prossimo anno lo vedremo in The dancer, biopic non convenzionale sulla danzatrice americana Loie Fuller e magnifico esordio dietro la macchina da presa di Stephanie Di Giusto.

La sensualità è elemento cha ha molto a che fare con la sua immagine. Come la vive? «Non so se ne sono consapevole, è qualcosa di organico che non dovresti controllare. Nessuno dovrebbe cercare di avere un’idea precisa della propria sensualità, perderebbe di forza».

Il suo volto è associato a un notissimo profumo, da attore non ha mai avuto timore di questo tipo di esposizione? «Quando mi ha chiamato Chanel ero un giovane attore, ci ho pensato a lungo prima di accettare. Quando ti sei affermato puoi fare quel che vuoi, ma io non ero ancora conosciuto, avrebbe potuto essere pericoloso. Invece è andata benissimo, mi ha reso indipendente economicamente, libero di scegliere i film che volevo davvero girare, e ormai è parte della mia immagine. Da attore mi piace essere associato a una fragranza, non è come fare pubblicità per una scarpa o una borsa. Il profumo è qualcosa di astratto, è poesia, è un’essenza».

Parlando di sensi, cosa preferisce mangiare e bere? «Quando mi sento sensuale non mi viene in mente il cibo, mentre sono ossessionato dal vino. In questo periodo gli do una tale importanza che mi capita di sceglierlo per primo e poi gli accosto il cibo più adatto. Ho appena scoperto un vino spagnolo che mi ha stregato, il Vega Sicilia Unico. È difficilissimo da trovare in Francia, ne ho acciuffata una bottiglia vintage del 2004 su ebay. Per fortuna ci sono persone che non sanno cosa stanno vendendo, e capitano dei veri affari».

 Il suo cocktail preferito? «L’Old fashion, il migliore l’ho bevuto in un piccolo bar di Lisbona».

Diceva che non bisogna essere troppo consapevoli della sensualità, vale anche per lo stile? «Quello è dato da come cammini, ti muovi, sorridi. È la combinazione di molti fattori, ed è più importante della moda: lo stile resta per sempre, la moda cambia».

Lei ha due genitori che vengono da quel mondo… «Mio padre era un fashion designer e mia madre una stylist, ci è voluto molto tempo prima di potermi vestire come volevo! Mia madre sceglieva cosa mettermi quando andavo a scuola, ogni mattina. Tutt’oggi dice qualcosa su quello che indosso, ma ormai ho il mio stile e non la ascolto più (ride, ndr)».

(….continua)

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 19/11/2016

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Sting on the rock

27 giovedì Ott 2016

Posted by Cristiana Allievi in Musica, Personaggi

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57th&9th, Alan Rickman, Coco Sumner, Cristiana Allievi, David Bowie, Dlarepubblica, Gordon Matthew Sumner, If you can't love me, Joe Sumner, Message in a bottle, Prince, Rock and roll Hall of fame, Sting, The last ship, The police, Trudie Tyler

Più sexy, ruvido: il re della musica inglese riparte dalle origini. E alza il volume con un album eclettico e sorprendente. Gordon Matthew Sumner parla di carriera, amore, figli. Di amici persi: Prince e David Bowie. E di sé. «Sono un agnostico curioso di sapere perché siamo qui».

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Sting, all’anagrafe Gordon Matthew Sumner, 65 anni, inglese, ha venduto 100 milioni di dischi. Il suo nuovo album si intitola 57th & 9th.

Sono le 10 del mattino e Sting ha appena finito di nuotare e scrivere una mail alla figlia Coco, che ieri sera aveva un concerto a New York. «Volevo sapere com’è andata, le ho chiesto di chiamarmi, ma non mi ha ancora risposto. In fondo sono sempre suo padre». Ride, mentre gli diciamo che dei dieci brani molto rock del suo nuovo album, 57th&9th, è una super ballad quella che lascia di più il segno. Forse perché If you can’t love me è quella che rallenta il ritmo vorticoso del disco. «La canzone non parla di me, ma di un amico molto vicino che attraversa la fine del suo matrimonio. Gliel’ho suonata e mi ha detto “stai raccontando la mia situazione!”, è così. È un pezzo triste. Scuro». Indossa un maglione di cotone e jeans super skinny, look total black e sne- akers senza lacci coloratissime. Quello che colpisce della nuova ventata rock di Sting, a decenni di distanza dall’ultima volta che ha affrontato il genere, è il fatto che non si tratta di quello dei Police, tra le rock band più di successo di tutti i tempi. Si trat- ta di una specie di eclettico incontro tra vecchio e nuovo. «C’è tutto il mio Dna in questo disco. Normalmente lavoro senza scadenze, aspettando l’ispirazione, ma stavolta è stato diverso. Il mio manager mi ha sventolato davanti agli occhi un foglio dicendomi: “Questa è la tabella di marcia. Inizi questo giorno e finisci quest’altro”. Gli ho risposto ok, ci provo. Non avevo idee, né preparazione, ho chiamato Dominic Miller e Vinnie Colaiuta, con cui lavoro da trent’anni, siamo andati in studio e abbiamo iniziato un gioco di ping pong a tre: uno lanciava un’idea e l’altro rispondeva. Poi tornavo a casa e iniziava il lavoro difficile: tradurre la storia astratta della musica. Per stare in quei tempi ho dovuto usare dei trucchi con me stesso. Mi chiudevo sul terrazzo della casa a New York, al freddo, con il cappotto e una tazza di caffè e mi dicevo che non potevo rientrare fin- ché non avevo finito la canzone. Così facendo in un weekend ho prodotto quattro brani! Per ognuno mi sono inventato un nuovo trucco». Nel nuovo album la voce è in primo piano, ed è giocata su tonalità basse e molto sexy. «Recito un personaggio, come fossi un attore, in nove pezzi su dieci. Solo in una canzone sono davvero io, Heading South On The Great North Road. Si ispira a una strada fuori Newcastle, la Great North Road, e parla del mio viaggio di giovane uomo, della promessa di una vita diversa. Già a sette anni ero distaccato, solitario e determinato. Da lì in avanti sono cambiato pochissimo».

A quell’età Gordon Matthew Sumner accompagnava il padre lattaio nelle sue consegne e intanto fantasticava di diventare un musicista. Negli anni ha sbarcato il lunario in vari modi, lavorato all’ufficio delle imposte, insegnato alle elementari di una città mineraria vicino a casa. Di sera suonava nei locali jazz, dove un musicista lo ribattezzò Sting, “pungiglione”, dopo averlo visto con un maglione a strisce gialle e nere. La svolta arriva a fine anni Settanta, quando si traferisce a Londra con la prima moglie, Frances Tomelty, e conosce quel Copeland con cui fonda i Police. Da lì in avanti la realtà supera tutti i sogni di bambino: escludendo 15 film girati e tre nomination agli Oscar, Sting ha vinto 10 Grammy Awards e un golden Globe, venduto qualcosa come 100 milioni di dischi e scritto alcuni tra i pezzi più memorabili degli ultimi trent’anni, vedi alla voce Roxanne, Message in a bottle, Every Breath You Take o Englishman in New York. Non soprende che un uomo così debba fare i conti con la fama, e dalla canzone Rise and Fall del 2002 alla nuova 50.000, l’analisi su cosa significhi essere una rockstar è un appuntamento fisso. «Per il mio completanno ero in Australia e ho suonato davanti a 500mila persone. La fama è un’esposizione intossicante, ti fa sentire forte e speciale. Ma è anche molto pericolosa: rischi di credere di essere davvero im- portante. E non lo sei, è solo un’illusione. Oggi quando salgo sul palco me la godo, è divertente, ma quando scendo sono solo. E felice di esserlo». 50.000 è una riflessione sulla mortali- tà, la disparità tra la natura divina di una star e la realtà riflessa dello stesso uomo. «Ho perso molti amici quest’anno, Prince, David Bowie e Alan Rickman. Erano tutte icone culturali e il bambino che è in noi rimane scioccato dal vedere che anche loro sono mortali. Come me». La riflessione è una delle due ali dell’arte di Sting. L’altra è la vastità degli spazi che attraversa. Dai tour come quello di quest’estate con Peter Gabriel ai dischi di canzoni di Natale; dai musical sulla propria adolescenza The Last Ship (che ha scrit- to e recitato per tre mesi a Broadway nel 2014), alla reunion dei Police anni fa, con tanto di tour mondia- le che ha fruttato qualcosa come 110 milioni di euro. Poi ci sono le aperture etni- che, testimoniate da brani come Desert Rose, e quelle più spirituali, come l’in- cisione del mantra Hare Krishna con Krishna Das, in cui Sting fa un passo in- dietro e usa la propria come seconda voce. «Conosco molto bene Krishna Das, abbiamo viaggiato insieme in India. Mi ha chiesto di cantare con lui e l’ho fatto. Non so come definire la mia spiritualità, sono un agnostico curioso di sapere perché siamo qui. Credo che siamo noi a creare dio: non credo che lui, o lei, esista fuori dall’immagi- nazione. Se sei arrabbiato, amareggiato e vendicativo, quello è il tuo dio. Se sei gentile, delicato e bilanciato, il tuo dio è questo. Bisogna stare attenti al dio che ci creiamo, perché diventa reale».

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10 sono i brani del nuovo disco in uscita l’11 novembre (courtesy DRepubblica)

Parole che rimandano alla Inshallah del nuovo disco, che in arabo suo- na più o meno “se è volere divino, accadrà”. È il titolo scelto da Sting per il brano dedicato alla crisi dei rifugiati. «È una parola bellissima, un’espressione di coraggio e speranza che si dovrebbe sentire di più. Io non offro una soluzione politi- ca al problema, ma credo che se una soluzione c’è, dev’essere radicata nell’empatia. Abbiamo idea di cosa significhi essere un rifugiato, trovarsi su una barca e sperare di arrivare a Lampedusa? O di come ci si senta a scappare da una guerra, dalla povertà o, tra poco, dagli effetti del cambiamento clima- tico?». Da vent’anni Sting lotta contro la deforestazione con la seconda moglie, l’attrice e produttrice Trudie Styler. L’ha spo- sata 24 anni fa con una cerimonia sfarzosa, in cui lei è arrivata all’altare sul cavallo bianco. In uno dei due libri che ha scritto, Broken Music, la «risposta pop al Dalai Lama», com’è stato ri- battezzato Sting dalla stampa Uk, racconta della prima volta che l’ha incontrata. «Mi è sembrata un angelo danneggiato», e poi: «Siamo insieme per guarire le reciproche ferite». I due viaggiano tra varie proprietà sparse per il mondo. C’è il castello nello Wiltshire (Sting lo chiama «la casa al lago»), in cui registra i suoi dischi. Ci sono le case di Londra e di New York, quella sulla spiaggia di Malibù e la Villa fiorentina Palagio, a Figline Valdarno. La coppia ha quattro figli, gli altri due vengono dal primo matrimonio di Sting con Frances Tomelty. «Ho sei figli e a gennaio raggiungerò quota sei nipoti, una cosa da non cre- dere. Ho completamente perso il controllo sul tema! Faccio un lavoro stagionale, c’è il momento in cui scrivo, registro e sono in tour, e poi arriva la stagione in cui posso dedicarmi alla famiglia». Un bilancio sul suo essere genitore? «Forse non sono stato un padre perfetto, ma ho dimostrato loro di avere un lavoro che amo e che farei anche gratis. Sono cresciuti in- dipendenti, compassionevoli, quindi non ho fallito, anche se è stato difficile. La loro madre è stata molto di supporto, i ragazzi si vogliono bene e io ne sono orgoglioso». Due sono musicisti, Coco e Joe. «Sono bravi. Per Joe è stato più difficile, ha vissuto nella mia ombra da quando era piccolo, mentre Coco è una donna, trova sempre la via d’uscita. Pratica la boxe, fa la deejay e lavora nella cucina di un ristorante di Londra. È curiosa come me. L’altro giorno camminavo per Park Avenue e me la ritrovo su un manifesto gigante, accanto alla cattedrale. È al numero 19 della classifica Usa, io al numero 5, manca poco e mi rag- giunge!». Ci pensa un attimo, poi: «Quando osservo i miei figli suonare, vedo in loro il 50% del mio Dna. Ma ad intrigarmi è il restante 50%, fatto di altri ingredienti. Ora che ci penso, sa che sto diventando molto emotivo?».

Articolo pubblicato su D La Repubblica il 24 ottobre 2016 

© Riproduzione riservata

Jude Law, «La famiglia è un luogo che dà sicurezza, voglia di scappare e di ritornare»

19 mercoledì Ott 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, Genius, Jude Law The Young Pope, Michael Grandage, Paolo Sorrentino, Phillipa Coan, Ritorno a Cold Mountain, Thomas Wolfe

PAPA IN TV (IN UN’ATTESISSIMA SERIE DIRETTA DA SORRENTINO), NELLA REALTA’ HA AVUTO CINQUE FIGLI DA TRE DONNE. E ORA HA UNA FIDANZATA DI 14 ANNI PIU’ GIOVANE. MA, A MODO SUO, HA BISOGNO DI UN PORTO SICURO DOVE TORNARE. PER POI ANDARSENE SENZA SENSI DI COLPA: «CONCENTRARSI SUL LAVORO NON È EGOISMO. PICASSO NON AVREBBE DIPINTO CAPOLAVORI SE NON SI FOSSE PRESO DEL TEMPO PER SE’».

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L’attore inglese Jude Law, 43 anni, ha debuttato al cinema nel 1994.

«Non vorrei sembrarle presuntuoso, ma non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui non sapessi che sarei stato un attore. Già ai tempi della scuola per me era eccitante mettere in scena drammi, raccontare storie mi faceva sentire benissimo, non ho mai considerato altre opzioni. Sono stato fortunato ad avere genitori che hanno incoraggiato me e mia sorella a esplorare ciò che ci rendeva felici». Gesticola molto mentre parla. Lo osservo pensando che questo aspetto, così naturale in lui, lo avvicina agli italiani. Mentre la sua voce è impostata ed è frutto di anni di lavoro nel teatro shakespeariano, anni che gli sono valsi riconoscimenti pari alle due nomination agli Oscar ricevuti per i ruoli sul grande schermo (Il talento di Mr. Ripley e Ritorno a Cold Mountain). Figlio di due insegnanti che hanno scelto il suo nome perché amavano Hey Jude dei Beatles, l’attore britannico ha due cose che lo rendono chiaramente molto felice: il suo lavoro e cinque figli. E se è bravo a gestire il primo, non si può dire che sia da meno sul secondo fronte. Basti pensare che la sua nuova fiamma, Phillipa Coan, è una studentessa di psicologia ventinovenne che Jude ha iniziato a frequentare l’anno scorso, mentre nasceva il quinto figlio, avuto da una relazione lampo con la cantautrice Chaterine Harding. Sarà un caso, ma nello stesso momento in cui ha confidato agli amici intimi “questa volta non voglio rovinare tutto”, ha indossato l’abito bianco di Lenny Belardo, il primo Papa americano della storia secondo Paolo Sorrentino. In questi panni andrà in onda su Sky Atlantic HD dal 21 ottobre nella serie The Young Pope, di cui è anche produttore, molto applaudita all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Subito dopo, dall’11 novembre, sarà nientemeno che Thomas Wolfe in Genius, di Michael Grandage, presentato all’ultimo festival del cinema di Berlino.

Il film di Sorrentino, lungo 10 ore e diviso in puntate, racconta la storia di Lenny Belardo, alias Pio XIII, uomo affascinante e acutissimo. C’è qualcosa di shakesperiano, nel suo modo di interpretarlo. «Non ho associato consciamente Shakespeare a Lenny, ma c’è qualcosa nei grandi temi che affronta che mi ha portato a quel tipo di teatro. Diciamo la verità, sono pochi i film in cui ti capitano grandi discorsi. In Amleto ne avevo sette, in Enrico V erano cinque, lo stesso sarà in The Young pope».

 Qualcosa di questo personaggio incanta, cosa ci ha messo di suo? «Il modo in cui fuma, in cui indossa le ciabatte e cammina, io e Paolo abbiamo lavorato molto a questi dettagli. Nel film si vede il papa che si prepara a uscire in pubblico, assomiglia molto a quello che fa un attore prima di una performance così come uomini e donne di potere, che sono nelle loro case a bere il caffè, e pochi minuti dopo diventano la regina o il primo ministro. E’ tutto molto familiare, è quello che faccio di lavoro».

I suoi discorsi, nel film, lasciano senza parole… «Quando ho letto la sceneggiatura mi hanno fatto lo stesso effetto. Mi piacerebbe prendermi i meriti, ma i dialoghi sono di Paolo».

Sorrentino crea un corto circuito: la rende bello come mai, e al tempo stesso non punta sul suo aspetto esteriore. In tutto questo, lei resta un magnete per lo spettatore. «Non sapevo da dove cominciare a prepararmi. Ho pensato di dover studiare la Bibbia e di informarmi sul Vaticano. Ho imparato molto, ma non arrivavo da nessuna parte. Paolo mi ha detto “concentrati su Lenny, diventa Lenny”. Abbiamo lavorato alla sua storia, su domande tipo “da dove viene questo ragazzo?”, “cosa significa essere orfano?”, “come ha imparato a sopravvivere?”, “cosa significa diventare papa per uno come lui?”. Ne è emerso un uomo molto calcolatore e molto sincero. Lenny non recita ed è molto intelligente, molto più di me (sorride, ndr)».

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Law nei panni di Lenny Belardo, in The Young Pope.

Anche lei sente la responsabilità di essere una persona pubblica? «Non molto, forse se avessi una parte rivolta specificamente ai bambini, come accade in Superman, sarebbe diverso, perché saprei che un bambino mi vedrebbe come un eroe. Mi sento un modello solo per i miei figli, in quanto attore il mio compito è incuriosire e appagare il pubblico. E quando mi intervistano non sono tipo da dare scandalo».

In Genius sarà Thomas Wolfe, il talento lanciato da Perkins, uno degli editor letterari più rispettati di tutti i tempi. L’amicizia tra i due mette a dura prova gli altri rapporti della loro vita: lei crede che essere un genio, o un artista, autorizzi a ignorare la propria famiglia? «Quando sei coinvolto in qualcosa di creativo è terribilmente difficile mantenere un equilibrio. Quando i miei tre figli erano piccoli era più complicato perché giravo film all’estero. Ma da cinque anni a questa parte giro tra il Regno Unito e l’Europa e non sento più di essere lontano da loro. Comunque c’è una responsabilità da accettare, in quanto padre, e allo stesso tempo puoi essere sincero solo con te stesso, come individuo. Io mi sento sincero quando considero il mio ruolo di genitore, voglio che i bambini crescano sapendo chi sono il loro padre e la loro madre, e che li amino per come sono».

Qual è il sottile confine tra amare quello che si fa ed essere egoisti? «Pensare a se stessi sembra egoistico ma a volte è molto importante. Concentrarti su quello che fai, e prenderlo molto seriamente, specie se hai talento, è importante. Forse se Picasso non fosse stato così egoista non avremmo il suoi grandiosi dipinti, lo stesso vale per musicisti e scrittori. Vorrei avere la risposta alla sua domanda, la mia è solo un’opinione».

Con Genius ha lavorato con Nicole Kidman dieci anni dopo Ritorno a Cold Mountain. «Non viviamo vicini e siamo entrambi molto occupati, ma non ci siamo mai persi di vista. Quel film insieme ci era molto piaciuto, tornare sul set dopo tanto tempo è molto bello. Recitare è come il tennis, mandi qualcosa e te la rimandano indietro. Nicole non conosce la paura, vuole provare tutto e farlo provare anche a te, è appagante lavorare con lei».

Molti artisti si perdono, nel processo creativo, lei come se la cava? «La famiglia per me è un luogo meraviglioso in cui tornare. È sicura, è reale, è normale, mi da sicurezza, forza. E anche il desiderio di scappare di nuovo! (ride, ndr)».

Ha mai intrattenuto i suoi figli recitando? «L’ho fatto, ma quella è la mia vita privata, a casa. Chi mi conosce bene può dire che non recito tutto il tempo. C’è un altro Jude Law, che a performance terminata non vuole vedere nessuno».

Com’è Jude Law in modalità off? «Quieto, perché fa un lavoro molto stancante».

Twitta, ha un profilo FB? «Niente di tutto questo, ho solo una mail che uso per lavoro».

Ultima domanda: cos’ha imparato del Vaticano, nei panni del Papa? «Quanto sia teatrale, mi ha ricordato che il teatro è nato in chiesa, dove gli uomini raccontano storie e indossano costumi, si prendono cura delle luci e usano l’incenso… Sono molto più simili a me di quanto pensassi».

Articolo pubblicato su F del 19 ottobre 2016

© Riproduzione riservata 

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