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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Elio Germano: «Un figlio ti cambia prima di nascere».

21 mercoledì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Alba Rohrwacher, attori, Elio Germano, Gianni Zanasi, Madonna, relazioni, sopranaturale, Troppa Grazia

Sullo schermo ci ha abituati a personaggi di ogni tipo. Disadattati sociali, delinquenti, poeti leggendari, figli di ricchi contemporanei. L’ultimo è il ragazzo con il codino di Troppa grazia, ostinato nel cercare di tornare con la fidanzata che lo ha piantato da tempo, che è tormentata dalle apparizioni mistiche. Al confronto, la sua vita fuori dal set è molto meno avventurosa: sta da tre anni con Valeria, maestra di sostegno, di cui sappiamo pochissimo. Se non che nel 2017 è nato il loro primo figlio.  Attore e musicista, leader da vent’anni del gruppo rap Bestierare, tempo fa aveva detto: “Non potrei mai stare con una che fa il mio stesso mestiere. Quando torno a casa devo staccare”. Sulla paternità, invece, riusciamo a strappargli solo una battuta: «Mio figlio è ancora piccolo, ma in generale credo che non sia un bambino a cambiarti. Succede prima, quando decidi di diventare genitore». Fine delle confidenze, si torna a parlare dell’ultimo film, nelle sale dal 22 novembre.

Arturo, il personaggio che interpreta in Troppa Grazia, non ha figli. Ma le somiglia, almeno un po’? «Con il lavoro che faccio mi sembra di assomigliare a tutto e al contrario di tutto, mi dimentico di come sono fatto. Non lavoro razionalmente sulle similitudini fra me e i personaggi che interpreto. Arturo è un uomo in balia della sua donna, di cui è innamorato nonostante lei lo abbia lasciato da tempo. È molto ancorato alla realtà, ha problemi assurdi e non si fa contagiare dai sognatori che lo circondano».

Si riconosce, almeno nella sua determinazione? «Nell’ossessione direi, soprattutto quando lavoro. In un certo senso inventarsi un mondo che non c’è, relazioni che non si hanno, pensare che sei a letto con tua moglie o in stanza da solo a sognare, mentre di fronte a te vedi macchinari che si muovono mossi da operai, è roba da autistici e ossessionati».

Il film inizia con una discussione fra il suo personaggio e quello di Alba,  sul tradimento e come i maschi lo affrontino solo con il corpo… «È una voluta sequenza di stereotipi, dimostra quanto sia difficile non cadere in concetti pre masticati da qualcun altro, invece di pensare con la propria testa. Ci appoggiamo a dei sentiti dire che strutturano la nostra vita, e questo riguarda anche questioni più gravi, come la violenza sulle donne, che si stanno ampliando».

A cosa si riferisce? «Al #MeToo, per esempio. In questi mesi si sono creati stereotipi da entrambe le parti, ora è difficile arrivare a un dialogo davvero costruttivo. Si passa alle generalizzazioni, ho letto che in Francia ci si chiede se fare l’amore con la propria donna, mentre dorme, sia una forma di stupro o meno».

Nemmeno gli stereotipi sul tradimento sono solo veri, secondo lei? «Non c’è differenza fra uomini e donne su un argomento simile, dipende da come si imposta la propria vita e su cosa si basa un rapporto. Ho visto coppie che si definiscono aperte, composte da donne, uomini o da entrambe i sessi, e anche che stanno in tre, in quattro… Sono questioni private, è difficile generalizzare».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su F del 28 Novembre 2018.

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Vincent Lindon, In guerra

20 martedì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes, Personaggi

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attori, Cristiana Allievi, D La repubblica, Francia, In guerra, interviste illuminanti, La legge del mercato, lavoro, scioperi, sex symbol, Vincent Lindon

DA SEX SYMBOL A MILITANTE, CONVERSAZIONE CON UN ATTORE CHE NON MA (MAI) ACCETTATO COMPROMESSI. E SI VEDE

«Non faccio pubblicità di profumi. Compro le mie giacche e nessuno mi dice come dovrei vestirmi. Non vado alle feste nè agli show televisivi che non mi piacciono, non rispondo a giornali che odio. Quando ha deciso di seguire queste regole? Quando sono nato». Ecco la ricetta della libertà secondo Vincent Lindon, che da sex symbol di Francia è diventato l’attore più impegnato che la sua nazione possa vantare. Lo si era capito con quei 15 minuti di applausi per la sua interpretazione di un primo ministro in Pater, al Festival di Cannes, un film illuminante in fatto di amministrazione della cosa pubblica. Con La legge del mercato, di Stephane Brizé, in cui è un cinquantenne che ha perso il lavoro ed è costretto ad accettarne uno che lo mette moralmente in crisi, ha vinto la Palma d’oro come miglior protagonista. E diretto dallo stesso regista, dal 15 novembre lo vedremo in un confronto molto più radicale. In guerra, proiettato in anteprima mondiale a Cannes, racconta due mesi di sciopero dei 1100 lavoratori della Perrin Industries e la lotta del loro portavoce con un management che vuole licenziare tutti nonostante i profitti. «Non è un documentario, nonostante il realismo. Lo spettatore non capisce cosa sta succedendo, la drammaturgia è molto forte, e questo è puro cinema», racconta l’attore. «Sappiamo che Amédéo, l’uomo che interpreto, si prende cura della moglie e della figlia, ma di fatto è un uomo in uno stato di guerra: con uno sciopero le persone occupano un posto, non perdono energie su altri aspetti della vita, non dormono, sono focalizzati su una quesitone di vita o di morte. E il film fa lo stesso». Nella vita vera, Lindon è un aristocratico con idee chiare su cos’è lo stile. «Da piccolo chiedevo a mia madre com’era vestito qualcuno, lei mi rispondeva  “con pantaloni e giacca, ma era molto chic”. Per me significa indossare qualcosa che indossano gli altri, ma in modo completamente diverso. A un congresso in Russia una signora ha chiesto a Yves Saint Laurent come essere fatale, attraente e distinta. Lui le ha risposto “ci vogliono una giacca, una gonna nera e un uomo che la ami”. Per un uomo vale lo stesso: bastano una giacca nera, una camicia bianca e una donna lo ami».

(continua…)

Articolo pubblicato di D La Repubblica del 17 novembre 2018

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Spike Lee: «Lassù qualcuno mi ama».

10 mercoledì Ott 2018

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Adam Driver, Agent Orange, BlacKkKlansman, Charlottesville, Cristiana Allievi, interview, interviste, interviste illuminanti, John David Washington, Prince, Spike Lee

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Il regista, attore, produttore e sceneggiatore Spike Lee, 61 anni (photo courtesy Vibe.com).

«Cosa è successo da quando BlaKkKlansmen è stato presentato all’ultimo festival di Cannes, lo scorso maggio? Il film ha avuto una grande risposta, e la cosa mi rende particolarmente felice: sta portando luce sulle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Giorno dopo giorno le notizie si stringono  intorno al collo dell’Agente arancio. Non fatemi pronunciare il suo nome, io lo chiamo così». Considerate che Agent Orange si riferisce ovviamente al colore della chioma  di Donald Trump, ma è anche il nome tristemente noto di un defoliante utilizzato durante la guerra in Vietnam e accusato di aver causato tumori e disabilità a centinaia di migliaia di civili. Vi sarete fatti un’idea  di quanto Spike Lee ami il suo presidente. Spike, 61 anni, di Brooklyn, è una palla di fuoco. Ha appena ritirato a Venezia il premio Filming Italy, nato per promuovere l’Italia come set cinematografico nel mondo. Gli nomino Charlottesville, da cui sono tornata da poco, mi chiede se il motivo della mia visita è stato l’anniversario di Unite the Right. Comprensibile, visto che dopo lo scontro mortale tra suprematisti bianchi dell’estrema destra e i contro manifestanti, il 12 agosto dello scorso anno, la cittadina che per lungo tempo era stata affascinante sede della University of Virginia e del suo fondatore, Thomas Jefferson, è ormai sinonimo di lotta razziale. Per questo motivo il regista di Fa’ la cosa giusta ha inserito gli avvenimenti di Charlottesville a chiusura del film che aveva appena terminato, e che ha poi vinto il Premio della giuria al festival di Cannes: un finale che inchioda alla sedia, in un silenzioso sgomento.Il film è un adattamento cinematografico del libro Black Klansman, scritto dall’ex agente di polizia Ron Stallworth, e racconta la vera storia di questo poliziotto nero che nel 1979 si è infiltrato nel Ku Klux Klan, vicenda mantenuta segreta fino al 2014. Stallworth avrebbe voluto che a interpretarlo fosse Denzel Washington, ma considerato che all’epoca degli eventi narrati aveva 25 anni, la strategia di Spike Lee è stata di fidarsi del sangue e puntare sul figlio di Denzel, John David. Scommessa che il pubblico – il 10 agosto scorso BlaKkKlansmen è uscito negli Usa, e a ruota un po’ in tutto il mondo, fino ad arrivare nelle nostre sale il 27 settembre –ha giudicato riuscitissima.Siamo in una suite di uno degli alberghi più belli del Lido di Venezia, Lee ha un piatto di frutta fresca davanti, ma non la toccherà per tutta la conversazione. Racconta di aver appena terminato le riprese della seconda stagione  della serie tv She’s gotta have it, ma torna sul rabbiosissimo BlacKkKlansman, che per molti versi, come vedremo, fa anche rima con amicizia. Anche se è una parola che  lui riserva a pochi eletti.

È stato Jordan Peele, uno dei produttori, a chiamarla per proporle la sceneggiatura di BlaKkKlansmen. Si può dire sia un successo nato da un’amicizia? «Non eravamo proprio amici. È andata così: mia moglie Tonya  Lewis era nel consiglio del Sarah Lawrence College, e un giorno mi ha detto “devi andare a parlare agli studenti di cinema della scuola”, e visto che volevo farla felice, ho seguito il suggerimento. Lì uno degli studenti mi ha detto “ciao, io ti conosco”, era Jordan Peele. Anni dopo mi ha proposto la sceneggiatura perché dice che so creare la tensione giusta e poi tirare un pugno allo stomaco. A me invece era piaciuto Scappa-Get Out, che Jordan ha scritto, diretto e interpretato».

Il cuore del film è la relazione fra due poliziotti, interpretati da Adam Driver e John David: come l’ha costruita sul set? «L’amicizia è uno dei tanti livelli del film, ci sono anche  il thriller, il poliziesco, il film d’epoca, tutto va insieme.  L’alchimia a cui allude è un fatto chimico, e glielo dimostro. Prendiamo due bicchieri, quello sulla destra del tavolo è Adam Driver, quello a sinistra è John David. L’attore A è bravo, l’attore B anche. Ma insieme non sai cosa succederà. Quindi proviamo ad avvicinare i bicchieri: sul set la chimica c’era dall’inizio, ma Adam e John David hanno dovuto lavorarci giorno per giorno. I personaggi non sono amici dal primo momento: l’avvicinamento è progressivo e avviene grazie a un goal comune, il Ku Klux Klan».

Ho sentito John David dire “non so cosa abbia visto in me Spike Lee”. «Lo conosco da prima che nascesse, glielo ripeto spesso. Sapevo che sarebbe stato perfetto, l’ho visto nella serie tv Borders e in alcuni film indipendenti. Non gli ho fatto audizioni, non ci siamo nemmeno incontrati prima, mi ha semplicemente risposto “Ok, ci sto”».

L’aveva già ingaggiato insieme al padre Denzel nel suo Malcom X, quando aveva solo 9 anni. «Io e Denzel siamo vicini, abbiamo lavorato insieme, anche se non siamo migliori amici».

Come ha scelto Adam Driver? «Per il lavoro che ha fatto. È un tipo di attore che non si ripete mai e questo mi piace molto».

Lei e John David siete neri, Adam è bianco… «Sul set c’erano molti altri attori bianchi, la linea di separazione che s’immagina non c’era. Thoper Grace, per dire, mi ha parlato di quanto sia stato duro per lui interpretare David  Duke, il capo del Klan. Per quanto mi riguarda, nel cuore ho amore per tutti, non odio. Inoltre quando le persone si incontrano su un set, sesso e differenze sociali spariscono. Di Jaspar Paakkonen non sapevo nemmeno che fosse finlandese, per me era uno dell’Alabama o del Mississippi. Mi ha invitato a un festival a Helsinki, a fine settembre, e lì ho scoperto che ha una delle 10 top Spa nel mondo».

 

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su GQ n. Ottobre 2018 

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Adam Driver: «Nel cuore resto un soldato».

21 venerdì Set 2018

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Adam Driver, attori, cinema, Cristiana Allievi, Don Chisciotte, Julliard, Spike Lee, Star Wars, Terry Gilliam

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L’attore Usa Adam Driver, 34 anni, attualmente nelle sale con due film. 

DA UNA PARTE AFFRONTA I RAZZISTI DEL KU KLUX KLAN, DALL’ALTRA I MULINI A VENTO, COME DON CHISCIOTTE. A NOI PERO’ RACCONTA LA SUA CARRIERA E LA SCELTA DI ARRUOLARSI NEI MARINES. PERCHÈ AVEVA CAPITO CHE NEL CINEMA VINCE CHI SA RESISTERE SOTTO PRESSIONE

«Sento la pressione di ogni lavoro. Temo che non funzionerà, che fallirà o che non sarò abbastanza bravo. Anche per questo mi rende più entusiasta lavorare con persone che hanno cercato di portare a termine un progetto per vent’anni, la loro tenacia nel resistere mi assicura che salterà fuori qualcosa di interessante». Adam Driver è altissimo. Come nelle altre occasioni in cui l’ho incontrato,  indossa jeans, t shirt e camicia aperta. A differenza del solito, invece, la nostra conversazione sarà più intensa.

31 anni, californiano cresciuto nell’Indiana, Driver era un ragazzino quando ha tentato di entrare alla prestigiosa Julliard di New York, senza riuscirci. Disorientato, dopo l’11 settembre si è arruolato nei Marines, e trascorsi due anni in Afganistan lo hanno congedato perché si è rotto lo sterno in un incidente in mountain bike. Depresso, è tornato all’attacco alla Julliard, e ce l’ha fatta. Poi, con Girls, serie tv dell’HBO, è diventato un volto a Hollywood, e da lì in avanti non si è più fermato.  All’ultimo Festival di Cannes è finite nel fuoco incrociato dei fotografi perché era il protagonista di due dei film di punta sulla Croisette. E anche se sei Kylo Ren, diciamolo, accusi il colpo. I due film sono entrambi nelle sale dal 27 settembre. Uno è BlaKkKlansmen di Spike Lee, in cui interpreta la spalla di John David Washington, primo poliziotto nero che nel 1979 si è (davvero) infiltrato nel Ku Klux Klan. Una vicenda mantenuta segreta fino a quando l’ex agente Ron Stallworth ha scritto il libro da cui è tratto il film. L’altro film è L’uomo che ha ucciso Don Chisciotte, ispirato al personaggio del classico della letteratura di Miguel de Cervantes. Un film che il suo regista, Terry Gilliam, ha impiegato 30 anni a portare a termine, funestato da ogni possibile disavventura produttiva. Qui Driver è Toby, cinico regista pubblicitario che si ritrova intrappolato nelle bizzarre illusioni di un vecchio calzolaio spagnolo che crede di essere Don Chisciotte. Inaspettatamente, nel film Driver è più sexy come mai, nonostante debba affrontare milioni di peripezie e confrontarsi con il proprio passato. «Don Chisciotte è un sognatore, idealista e romantico, che non vuole accettare i limiti della realtà e che continua a camminare nonostante gli ostacoli», continua.

A proposito di idealismo, cosa si impara lavorando con un regista che non cede, nonostante nove tentativi andati male? «Terry è una persona molto stimolante sul set, lo affronta come una catarsi. Non avevo mai lavorato con lui prima, quindi non so come è stato girare Il Barone di Munchausen o La leggenda del re pescatore. So che è difficile vederlo sulla sedia del regista, è sempre in piedi al monitor che recita la scena con te. E non ha nessun filtro per mascherare quello che sente».

 Se qualcosa non gli piace si vede, insomma. «È così. E considerato che i cavalli guardano sempre nel verso sbagliato, le pecore si muovono da tutte e parti e sul set si parlavano sette lingue diverse,  sul set avrebbe potuto esserci un’atmosfera dittatoriale, ma Terry non è così. Pensava a questo film da più di 25 anni, eppure ha mantenuto quell’atteggiamento possibilista che ho notato non solo in lui, ma in altri grandi registi».

Che cosa ci racconta del suo personaggio? «È un uomo che cerca disperatamente di avere il controllo della situazione. Io sono sia Sancho Panza sia Don Chisciotte, cerco  di essere radicato nella realtà e di avere il controllo ma sono anche  Chisciotte, che è tutto ispirazione ed è totalmente libero,  seduttivo. Certo, l’ispirazione può essere tossica, se non è gestita correttamente».

Lei fa un lavoro strano, sta dicendo questo? «Di sicuro recitare è uno strano modo di incontrare e conoscere le persone. Sei sotto una grossa pressione per dodici, quindici ore al giorno, per quattro mesi, a volte sei. Poi quando finisce il film sei nel vuoto, all’improvviso: non potrai mai tornare indietro ed essere la stessa persona che sei stato con quei colleghi».

(… continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 20 Settembre 2018 

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I coniugi Travolta: «Noi due contro tutti».

18 martedì Set 2018

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Cristiana Allievi, Gotti, Grease, interviste illuminanti, John Travolta, Kelly Preston, La febbre del sabato sera, matrimonio, Padrino, Pulp Fiction, Scientology

 

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John Travolta e Keppy Preston, 30 anni sul red carpet (courtesy Pop sugar). 

SONO SPOSATI DA QUASI 30 ANNI. INSIEME HANNO SUPERATO LA PERDITA DI UN FIGLIO E ORA TORNANO AL CINEMA FIANCO A FIANCO IN GOTTI, IL PRIMO PADRINO. JOHN TRAVOLTA E KELLY PRESTON RACCONTANO A GRAZIA PERCHÈ LORO, SENZA SEPARARSI MAI, POSSONO ESSERE PIU’ FORTI

«Vuole sapere cosa mi innervosisce di John? In cucina non pesa nessun ingrediente, va a occhio e le cose che crea funzionano perfettamente. Però sa fare solo un tipo di biscotti, al cioccolato e burro di nocciole». Non tutti sono capaci di svelare il segreto di un matrimonio che dura da 27 anni, ma lei ci riesce. E si capisce al volo che la ricetta sta nel saper giocare con il proprio partner, e con una certa ironia. Ho davanti a me Kelly Preston, signora Travolta da quasi tre decadi. È la prima a rompere il ghiaccio, mentre accanto a lei c’è John, Travolta of course. Contrariamente a quanto mi sarei immaginata l’icona di Grease, La febbre del sabato sera e Pulp Fiction sta un passo indietro, si commuove di fronte all’amore che le persone manifestano nei suoi confronti e non si nasconde davanti a “no comment” quando le domande sono scomode. I due formano una coppia solida, che nove anni fa ha attraversato la perdita di un figlio, Jett, in un incidente domestico.  Il loro anniversario di matrimonio si festeggia il 12 settembre e, per un caso, dal giorno successivo saranno insieme nelle sale con Gotti, il primo padrino, diretto da Kevin Connolly, il film presentato all’ultimo festival di Cannes che li ha riuniti sul set per la terza volta, dopo Gli esperti americani e Daddy Sitter.  Travolta interpreta John Gotti, il mafioso di origine italiane che diventa leader della famiglia Gambino: sarà condannato all’ergastolo nel 1992 e dopo 10 anni morirà in carcere. Kelly interpreta la moglie del boss, Vittoria, e questo film la riporta sul set otto anni dopo da Casino Jack, accanto a Kevin Spacey. «Dopo quel film ho scelto pochi e miratissimi progetti», continua. «Volevo esserci totalmente per i nostri due figli Ella e Ben, 18 e 8 anni, ma sono felice di essere tornata».

Com’è stato girare questo film in coppia?

K.P. «È stato meraviglioso. Ho amato questo ruolo, c’era molto materiale a disposizione, entrambe i figli di Gotti hanno scritto libri molto istruttivi, e poi c’era quello di Victoria stessa, This family of mine.  Ho usato internet, visto molti video, soprattutto un bellissimo pezzo di intervista di 8 minuti. Victoria ci ha anche invitati per pranzo, l’abbiamo raggiunta con i nostri ragazzi. Vive ancora nella stessa casa, ho potuto chiederle qualsiasi cosa, è molto intelligente, tosta, e molto, molto divertente. Vado orgogliosa del fatto che mi ha persino dato i suoi gioielli da indossare nel film».

 Com’è essere una coppia vera, su un set?

K. P. «È un lusso che rende tutto facile, e dal momento che i nostri ragazzi studiano tutti con insegnanti privati, anche loro sono sempre con noi. John è appena stato a girare The poison rose in Savannah, Georgia, ci siamo spostati tutti lì. E quando viaggiamo per promuovere i film cerchiamo di affittare case, altrimenti stiamo in hotel».

J.T.  «Sento che mi piace quando siamo tutti insieme, mi fa sentire in pace, viceversa mi sembra di essere un po’ sconnesso. Preferisco che i ragazzi stiano con me, e per fortuna possono farlo».

 

È vero che fate gare di cucina, in famiglia?

J. T. «Mischio tutti gli ingredienti a caso e faccio finta di sapere quello che faccio! Mi piacciono i programmi di cucina in tv ma non quelli competitivi, divento nervoso per i partecipanti. Per questo adoro Martha Stewart, è grandiosa nella sua scuola di cucina, e Kelly è un mago nel rifare quello che vede, ha un talento artistico in tutto, a partire dal preparare una tavola».

K.P. «La mia trasmissione culinaria preferita è la serie tv Chopped, anche se è stressante, devi fare le cose in mezz’ora! Quando facciamo le nostre competizioni famigliari a casa ci raggiungono anche la sorella di John e molti altri famigliari e amici. Formiamo una giuria ma non facciamo come in tv, dove ci sono solo piatti fatti al buoi, e non sai chi ha cucinato cosa».

 Grease ha appena compiuto 40 anni, secondo voi come li porta?

K.P. «Vent’anni fa abbiamo fatto una reunion per il film, non mi pare possibile ne siano passati altri 20! A Cannes ho visto la versione restaurata e il film mi sembra sempre gioioso, ha la stessa qualità di quando è uscito».

J.T. «Quando mia madre lo ha visto al cinema la prima volta ricorso che mi ha detto “tutto vola, nell’arco di 10 anni nemmeno ti renderai conto di cosa è successo. Ne sono passati 40, di anni, e mia madre aveva ragione, tanto che negli ultimi 10 anni  mi sembra che tutto si sia velocizzato ulteriormente».

Con Grease John è diventato un sex symbol planetario: mai avuta la sensazione di essere travolto dalla fama?

J.T. «No, al tempo del film ero già in una serie tv di successo, I ragazzi del sabato sera, ero abituato ad essere riconosciuto, è solo cambiata la proporzione della mia fama, dopo  The boy in the plastic bubble. Ho sempre vissuto una vita molto privata finchè mi sono affermato abbastanza e ho lasciato Hollywood per una comunità tranquilla a Santa Barbara, poi è stata la volta della Florida. Non ho mai sentito di vivere a Los Angeles, ci sono sempre andato solo a lavorare».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 13/9/2018

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Wim Wenders: «Confesso, ho peccato»

23 giovedì Ago 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

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3D, cinema, Cristiana Allievi, donne, fede, interviste, Papa Francesco, Wim Wenders

 

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Il regista, sceneggiatore e produttore Wim Wenders, 73 anni (foto di Caitlin Cronenberg, courtesy GQ Italia).

IL DOCU FILM DI WIM WENDERS SUL PAPA ARRIVA NELLE SALE E IL REGISTA ANCORA SI INTERROGA SU QUANTO LO ABBIA CAMBIATO L’INCONTRO CON FRANCESCO. AL PUNTO CHE, PER LA PRIMA VOLTA, HA DECISO DI PRENDERSI UNA PAUSA PER RIFLETTERE. ANCHE SUL TEMA DEL FEMMINILE

«Nemmeno nei miei sogni più selvaggi avrei pensato di girare un film sul Papa. Lo avevo osservato attentamente, nel suo primo anno di pontificato, e mi era piaciuto. Ancora prima, quando lo hanno annunciato in tv, ero entusiasta: mi sono detto che chiunque sarebbe arrivato aveva un sacco di coraggio, per scegliere quel nome». A più di quarant’anni dagli esordi, il regista di Paris Texas e Il cielo sopra Berlino ha una carica straordinaria. È lo stesso motore che lo ha reso un artista instancabile nel continuare a ridefinire il suo gesto creativo. Cresciuto a Dusseldorf, ha masticato molto rock and roll e western hollywoodiani, assorbendo quell’iconografia made in the Usa che ci ha restituito in tanti dei suoi motel e centri commerciali, nella rappresentazione del West americano, nei jukeboxes e nelle musiche dei suoi film. Fra esperimenti e azzardi vari, fra cui un irriverente uso del 3D, Wenders non ha mai temuto il rischio, né i tonfi più clamorosi. Quindi stupisce, ma fino a un certo punto, Papa Francesco- Un uomo di parola, l’ennesimo, riuscitissimo, azzardo. Nelle sale dal 4 ottobre, presentato come evento speciale all’ultimo festival di Cannes, questo documentario è un lungo racconto-intervista in cui il cineasta tedesco lascia che Bergoglio risponda alle sue domande parlando direttamente agli spettatori. Un lavoro che trasuda ammirazione e che stupisce, se si pensa al passato politicamente impegnato di Wenders. Ma a vincere è lo stupore per la forza comunicativa del papa, degna di una rockstar. E che ha convinto lo stesso Wenders a cambiare, come racconta lo stesso regista in questa intervista.

Com’è stato incontrare il pontefice nel privato di un set? «Il primo giorno di riprese eravamo pronti da ore con la mia troupe. Eravamo tesi, ho detto a tutti “non gli chiederò di fare la stessa cosa due volte, non è un attore, non avrà trucco: quello che succede, succede”. Bergoglio è entrato nella stanza da solo, ha iniziato a stringere la mano a tutti, uno per uno, guardato tutti negli occhi. Ha mostrato cosa intende con parità, abbiamo sentito un contatto reale, è un uomo che non finge».

I messaggi che lancia dallo schermo ruotano intorno a famiglia, figli e relazioni, e sono molto semplici, eppure lasciano il segno. Perché? «Ho visto una madre sconvolta, quando Bergoglio le ha chiesto “passa tempo con suo figlio?”, in quel momento si è accorta di non farlo, di lasciarli soli con l’ipad. Anch’io sapevo di poter vivere con meno di quello che ho, ma mentre il papa mi parlava ho realizzato che mentivo a me stesso».

I suoi “sperperi”? «Compro 30 cd di musica ogni settimana e la maggior parte li ascolto una sola volta. Ho sempre accumulato, anche un mare di abiti, e se penso al numero di paia di scarpe che vedo nelle case dei miei amici, è impressionante. Evidentemente serve il papa a ricordarci che tutto questo è assurdo: lui indossa le stesse scarpe da 10 anni e si è presentato su una Fiat Panda».

Dopo questo incontro ha rivalutato la religione? «Sono una persona spirituale, ma non sono cattolico. La rigidità delle istituzioni mi spaventa, si prendono tutte più seriamente di quello che rappresentano».

Da re dei road movie  si è messo a girare in 3D, sfidando i colleghi d’Oltreoceano: anche lei è un uomo coraggioso.  «Hollywood non ha usato il 3 D, lo ha abusato, e senza prenderlo seriamente. Ci facevano solo film d’azione, invece di studiarlo come un cambiamento epocale, un nuovo linguaggio per il cinema».

Che lei ha usato per intimi drammi familiari e addirittura dialoghi fra amanti, quasi una sfida impossibile. «Con quella tecnologia lavorano parti diverse del cervello, che rintracciano anche la profondità, e gli occhi sono naturalmente diretti verso la persona che sta parlando. In pratica si è immersi in quello che guarda, mi è sembrato uno strumento perfetto per riportare i dialoghi al centro».

(…continua)

Intervista pubblicata su GQ, n.  settembre 2018 

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Vanessa Paradis: «Un po’ di follia è il mio regalo di nozze».

08 venerdì Giu 2018

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Cannes, Chanel, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Grazia, Knife+Heart, Vanessa Paradis

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L’attrice francese Vanessa Paradis, 45 anni, star 71° Festival di Cannes con un film in concorso, Knife + Heart.

LA SEPARAZIONE DALL’ATTORE JOHNNY DEPP È IL PASSATO REMOTO. ORA L’ATTRICE E CANTANTE FRANCESE È TORNATA SOTTO I RIFLETTORI E HA VOGLIA DI FAR PARLARE DI SE’: CON UN NUOVO THRILLER A BASE DI SESSO E IL PRIMO MATRIMONIO DELLA SUA VITA

L’appuntamento è nella suite Chanel dell’hotel Majestic sulla Croisette. Ho appena visto Knife + Heart, di Yann Gonzales, il film passato in Concorso all’ultimo festival di Cannes di cui è protagonista e che a fine giugno sarà nelle sale di tutta la Francia. È il ritorno di Vanessa Paradis dopo un periodo di assenza dallo schermo, alla vigilia di un evento speciale: in luglio si sposerà (per la prima volta) con il regista e sceneggiatore francese Samuel Benchetrit, in una cerimonia per pochi intimi sull’isola di Ré, Francia. Per la ex signora Depp è il primo sì della vita: lei e Johnny non si sono mai sposati, nonostante due figli insieme, Lily-Rose e John. Dopo 14 anni di vita insieme, sei anni fa si sono separati bruscamente, quando il Pirata dei Caraibi, in piena crisi di mezza età, è stato travolto dalla passione per Amber Heard, vent’anni meno di lui. Come poi sia andata a finire (male), è storia nota. Difficile ignorare tutto questo, mi dico. Ma Vanessa è in ritardo, ho tempo per riordinare i pensieri. A 14 anni, con il tormentone Joe le taxi, Vanessa è finita al n. 1 delle classifiche francesi (ma anche al n.3 in Uk e al n. 4 in Italia). Poi ha cantato con artisti come Lenny Kravitz, con cui è stata fidanzata, e Serge Gainsbourg, che le ha scritto il secondo disco. E Be my baby, canticchiata un milione di volte, è una sua hit. «Mi scuso moltissimo per il ritardo», dice in modo diretto e sincero sapendo che la aspetto da 30 minuti. «La mia vita è un frullatore, e ogni volta che vengo a Cannes è un’avventura molto intensa, ormai l’ho capito». Indossa una camicia kimono di seta bianca a fiori, con il bordo color giallo intenso, portata sui jeans. Si accende una sigaretta, mi da subito l’impressione di essere una donna femminile e molto forte. «Ha visto il film? Spero non alle 8 del mattino…». Il motivo della preoccupazione è la trama di “un coltello nel cuore” (questa la traduzione del titolo originale francese), che la vede nel ruolo di una produttrice di film porno gay negli anni Settanta. Lesbica, bionda platinata, e soprattutto distrutta per la fine dell’amore con la sua editor e amante (Kate Moran), cerca di riconquistarla girando il suo film più ambizioso. Ma i suoi attori vengono uccisi uno dopo l’altro, e la sua vita è messa sotto sopra.

In Knife+heart ha ruolo a dir poco sorprendente. «Lo so, è un film folle. È stato un grande regalo per me. Quando fai cinema vuoi essere trasportata lontano da te stessa. Un personaggio con cui posso giocare è una gioia, per questo motivo non ho mai dubitato della mia eroina underground, che è ispirata alla figura di una regista veramente esistita. Ma so che tutti sono stupiti dalla mia scelta».

Si è chiesta perché tanta meraviglia? «Credo che non lo sarebbero se avessi accettato il ruolo di una serial killer, o di una zombie. Ma qui si tocca la sessualità, e peggio ancora l’omosessualità fra persone ai margini, tutte cose che in fondo si pensa non dovrebbero esistere».

Lei fa spesso scelte provocatorie. Il suo secondo disco, Variations sur le meme t’aime, lo aveva scritto il cantautore più dannato di Francia, Serge Gainsbourg.  «Amo le persone, amo viaggiare e amo la vita. Sono irresistibilmente attratta da chi non ha il mio background, mi piace la diversità».

Diversi ma il top, considerato che ha lavorato con icone  come Alain Delon e Jean Paul Belmondo ed è ambasciatrice della maison da quasi tre decadi. «Sono stata molto fortunata, molti eventi del mio lavoro dipendono dal desiderio altrui. Altre attrici provocano le cose, acquistano i diritti di un libro, scrivono una sceneggiatura, io non sono così. Il film con Delon è arrivato perché Patrice Lecomte voleva dirigerlo, e poi ha scelto me».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 25 del 7/6/2018

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Alba Rohrwacher: «Un giorno imparerò a gioire».

29 martedì Mag 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes

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Alba Rohrwacher, Alice Rohrwacher, Cannes 2018, cinema, Cristiana Allievi, Grazia, Lazzaro Felice, Personaggi, Troppa Grazia

SULLA CROISETTE ALBA HA VINTO DUE VOLTE: CON IL FILM DIRETTO DALLA SORELLA E CON TROPPA GRAZIA. EPPURE LEI NON RIESCE ANCORA AD ABBANDONARSI AL SUCCESSO

Cannes, Maggio 2018. Entro nella suite all’Hotel Carlton che affaccia sul mare della Croisette. Mi saluta con gentilezza, e una volta che mi sono accomodata sulla poltrona mi chiede se voglio un caffè, che mi prepara lei stessa. La sera prima del nostro incontro Lazzaro Felice (nelle sale dal 31 maggio) il film diretto dalla sorella Alice e passato in Concorso al Festival di Cannes, ha avuto una standing ovation di 10 minuti. Lei, che è fra i protagonisti, è ancora emozionata. Non sa che a breve il film vincerà il premio per la miglior sceneggiatura e che anche l’altro lavoro presente a Cannes, Troppa grazia, di cui è protagonista assoluta, sarà votato miglior film della Quinzaine. Insomma, ho di fronte a me la vera protagonista del Festival più importante del mondo, che è stata anche sul tappeto rosso con Cate Blanchett in una simbolica Montèe des marches, a “chiedere” un cambiamento della condizione delle donne nel cinema. Del resto è una della attrici più talentuose che abbiamo, e ultimamente il cinema francese ce la scippa volentieri, vedere alle voci La meccanica delle ombre e I fantasmi d’Ismael. Non parla, quasi sussurra, tanto che farò quasi fatica a riascoltare le sue parole nel registratore. Ma non importa, perché a rimanermi nel cuore, di Alba, sono i sorrisi, che quando si palesano le fanno strizzare gli occhi, proprio come fanno i gatti.

Come l’ha fatta sentire l’accoglienza del pubblico? «Non dimenticherò mai la sensazione alla fine della proiezione di Lazzaro felice, è stata straordinaria. E avrebbe dovuto succedere tante altre volte, perché le cose mi sono andate molto bene, sono fortunata. Invece l’unica volta che mi sono sentita come ieri sera è stata dopo Hungry Hearts».

Cosa mi sta dicendo? «Che devo, voglio imparare a gioire delle cose belle. Per me è difficilissimo e so che è un limite».

Perché fatica a gioire dei successi? «Penso sempre di non meritarmeli, è il mio carattere».

Nel caso di Hungry Hearts c’era  anche la regia del suo compagno, Saverio Costanzo… «Ricordo di aver avuto una sensazione molto chiara, mi sono svegliata la mattina e ho detto “sono felice, e non è un peccato esserlo”. Ho capito che me ne dovevo prendere la responsabilità».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 23 del 24/5/2018

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Matteo Garrone e il suo Dogman, un film da Palma d’oro

23 mercoledì Mag 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, Festival di Cannes, Senza categoria

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cinema, Cristiana Allievi, Dogman, Edoardo Pesce, Festival di Cannes, Marcello Fonte, Matteo Garrone

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Marcello Fonte in Dogman, il film per cui ha vinto il premio come miglior attore protagonista all’ultimo festival di Cannes. 

Un lavoro classico e potente, che finisce dritto nella rosa dei potenziali vincitori della Palma D’Oro

Anticipato da un tappeto rosso che ha visto sfilare anche Nicoletta Braschi e Roberto Benigni, e concluso con una standing ovation di 10 minuti (ripetutasi all’ingresso del regista e del cast in sala stampa), il film apre con un primo piano sui denti di un cane feroce che viene placato e lavato dal mite protagonista. Una scena che racchiude l’essenza della storia che vedremo, quella di un uomo che deve sopravvivere in una periferia popolata da belve, che non sono, però, gli animali di cui si occupa per professione e a cui allude il titolo, ma i consimili che lo circondano.

Marcello è un uomo di piccola statura che porta avanti un salone di toelettature per cani, faticosamente messo in piedi in una periferia malfamata, un luogo che sembra un po’ un asfissiante e che il regista ha trovato (di nuovo) in un angolo disabitato di Castelvolturno. La vita del protagonista è semplice e scandita dalla passione con cui cura e pulisce gli animali – cuccioli e cani adulti dalle razze e dalle taglie più svariate che arrivano nel suo negozio -, l’amore profondo che lo lega a sua figlia Alida e la vita squallida del luogo in cui domina la personalità violenta e terrorizzante di Simone, un ex pugile che tiene in pugno la zona. Gli altri abitanti del luogo, stufi dei soprusi, iniziano a mormorare che bisogna liberarsi di Simone, ma Marcello sembra non sposare la loro idea e rimanere fedele a quel piccolo mostro che gli è famigliare da sempre.

«Come è capitato spesso nei miei film, anche all’origine di Dogman c’è una suggestione visiva, un’immagine, un ribaltamento di prospettiva: quella di alcuni cani, chiusi in gabbia, che assistono come testimoni all’esplodere della bestialità umana. Un’immagine che risale a 13 anni fa, quando per la prima volta ho pensato di girare questo film», racconta il regista romano, classe ’68, amatissimo a Cannes.
Era stato sulla Croisette nel 2002 con L’imbalsamatore, nella sezione Quinzaine, poi per la prima volta in Concorso con Gomorra, nel 2008, con cui vinse il Gran Prix, e di nuovo nel 2012 e nel 2015, con Reality e Il racconto dei Racconti.

«La storia è cambiata molto negli anni, insieme a noi, e siamo arrivati a fare questo film e a raccontare Marcello, ampliando molto la storia e dandole un senso più profondo e umano. Il protagonista resta incastrato dentro meccanismi di violenza, dentro un incubo, e riesce fino alla fine, al suo meglio, a non trasformarsi in un mostro ma a rimanere in qualche modo una vittima della macchina. È molto naif, innocente, e la sua umanità è la forza del film».

Dogman non è soltanto un film di vendetta, insiste Garrone, a cui in piena conferenza stampa squilla il cellulare («non sono fortissimo con la tecnologia, pensavo di aver messo la modalità aerea»), anche se la vendetta gioca un ruolo importante, così come non è soltanto una variazione sul tema (eterno) della lotta tra il debole e il forte. «È invece un film che, seppure attraverso una storia estrema, ci mette di fronte a qualcosa che ci riguarda tutti: le conseguenze delle scelte che facciamo quotidianamente per sopravvivere».

Gli attori sono di una bravura straordinaria. Il protagonista, Marcello Fonte, ha «il volto antico che sembra arrivare da un’Italia che sta scomparendo», dice Garrone, che si sta preparando a girare Pinocchio con Toni Servillo. «Mi ha sempre ricollegato molto a uno dei miei grandi miti del passato, Baxter Keaton, è riuscito a portare al film, soprattutto nella prima parte, momenti di comicità. Quindi un personaggio che abbiamo completamente reinventato rispetto al fatto di cronaca, che è stato molto cruento, soprattutto per quanto riguarda la tortura».

Le vicende del film sono liberamente ispirate ai fatti del 16 febbraio 1988, quando Pietro De Negri, il “Canaro della Magliana”, uccise brutalmente l’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci, dopo averlo rinchiuso in una gabbia per cani. Ma come sempre accade, Garrone allarga lo sguardo rispetto all’ispirazione da cui parte e la trasforma in una metafora universale, in questo caso della perdita dell’innocenza.
Edoardo Pesce è quasi irriconoscibile, trasfigurato dalla cattiveria. E accanto a lui Marcello diventa ancora più significativo, con il suo incarnare una forma di innocenza in grado di “reggere” la brutalità dell’antagonista. Finché non accade qualcosa che va oltre il sopportabile: a quel punto Marcello avrà un’idea che lo spettatore (che non conosce i fatti di cronaca) non si aspetterebbe.
A questa storia che, alla fine, mostra un mondo gelido che rimane sempre uguale, addirittura quasi indifferente, danno un tocco straordinario le luci e la fotografia a cui ha lavorato il danese Nicolaj Bruel.

Articolo pubblicato su GQ.it

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Cold War, l’amore (scolpito nel jazz) ai tempi della Guerra Fredda

12 sabato Mag 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Politica

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Cannes 2018, cinema, Cold War, Cristiana Allievi, GQ Italia, Pawlikowski, recensione

Tutti i pregi del film che a oggi pare il migliore visto al Festival di Cannes 2018

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Una scena del film di Pawlikowski, in corsa per la Palma d’Oro al 71° Festival di Cannes. 

Siamo nel Dopoguerra, in Polonia. Fra le rovine di una chiesa ortodossa c’è un coro che canta. Un uomo e una donna, pianista e direttore d’orchestra lui, lei cantante e ballerina, si scambiano uno sguardo che cambierà le loro vite. Appartengono a due classi sociali diverse, e i tempi sono quelli durissimi della Guerra Fredda a cui allude il titolo. Ma nonostante gli ostacoli, le relazioni che entrambi hanno con altri, e un mondo che continua a cambiare intorno a loro, sono irresistibilmente attratti uno dall’altra. Vivranno una storia d’amore impossibile, viaggiando dalla Polonia a Berlino, dalla Jugoslavia a Parigi.

Questa la trama di Cold War di Pawel Pawlikowski (traduzione letterale di “Zimna Wojna”), passato in Concorso al festival di Cannes: ottantaquattro minuti di straordinaria bellezza per cui si parla già di Palma d’Oro. Perché ogni fotogramma di questa coproduzione fra Polonia, Inghilterra e Francia, è un’immagine destinata a restare scolpita per sempre nella mente dello spettatore.

«È una storia a cui ho lavorato per un decennio. Spesso scrivo cose e le metto da parte, poi ci torno su», ha raccontato il regista polacco, premio Oscar per Ida. Nato a Varsavia, ha lasciato la Polonia a 14 anni, girato per Inghilterra, Germania e Italia, fino a stabilirsi nel Regno Unito nel 1977. «Ho vissuto in tutto il mondo, ma quando sono tornato nella mia terra, nel 2013, mi sono accorto di quanto fosse rimasta dentro di me. È importante lasciare la propria casa in una prima fase di vita, per poi tornarci nella seconda parte», racconta Pawlikowski, che ha studiato Lettere e filosofia a Londra e Oxford.

La sua scelta di ambientare una storia d’amore nel Dopoguerra non è casuale. «Il periodo storico mi ha facilitato nel creare degli ostacoli, e poi la gente al giorno d’oggi è molto distratta, c’è troppo rumore intorno a noi, è difficile immaginare che se una persona si innamora, il resto del mondo scompare. Mentre all’epoca la vita era più grafica, più chiara». Il film inizia nel 1949 e racconta 15 anni di vicende, è in bianco e nero e ha uno stile piuttosto classico. «Sono cresciuto con i film degli anni Cinquanta e Sessanta, è inevitabile. Non volevamo ripetere l’estetica di Ida (sempre in bianco e nero, e curata dallo stesso direttore della fotografia, Lukasz Zal) ma i colori non erano previsti perché in Polonia la natura non ne ha. Prima abbiamo pensato a qualcosa di “sovietico”, poi ha prevalso il bianco e nero, che è molto metaforico, ma lo abbiamo reso più drammatico di quello del mio lavoro precedente, contrastandolo. E poi l’eroina della storia è una donna molto agitata, la macchina si muoveva molto, c’è tanta energia».

I lunghi tempi di lavorazione non meravigliano, considerata la visione del cinema dell’autore. «I film non sono una storia, ma un pezzo d’arte, è normale che prendano molto tempo. Mentre giro voglio scolpire le scene, so che è frustrante per degli attori avere qualcuno che sta così tanto sull’immagine, ma tengo molto a curare la sincronia fra l’azione, l’immagine, la fotografia e la musica. È doloroso, specie per i produttori, perché il processo dura una vita, ma questa è la mia idea di cinema».

I due magnifici attori che interpretano Wiktor e Zula sono Tomastz Kot– volto di più di 30 film in Polonia- e Joanna Kulig, attrice dei precedenti due film di Pawlikowski, Ida e The woman in the fifth. «Sono cresciuta in montagna, in Polonia, e lì si canta molto, questo aspetto è stato facile per me. Mentre danzare, specialmente in gruppo, ha richiesto un duro lavoro per un anno, in cui ho studiato con un gruppo folk». Gli attori hanno dovuto lavorare molto anche sull’aspetto della chimica. «Tomastz è molto alto, ho passato mesi sui tacchi mentre lui cercava di rimpicciolirsi», scherza Joanna, «siamo amici e stando molto tempo insieme per le riprese, in tanti luoghi diversi, a volte finivamo per sentirci fratelli. Rendere l’amore che si vede sullo schermo è stato un processo lungo, ogni giorno cambiavamo qualcosa nei dialoghi. Pawel è un regista che fa ripetere le scene molte volte. Ricordo una volta, alle tre di notte, in cui mi sono detta “fai come se stessi meditando, stai tranquilla e ripeti la scena…”».

La musica è un personaggio centrale del film, a partire dal fatto che Wiktor suona il pianoforte e dirige un’orchestra. «Prima del film i tasti erano un mistero per me, ci ho passato molto tempo insieme e alla fine ho persino imparato a suonare Al chiaro di lunadi Debussy», racconta. Tutti i brani che sembra suonare al pianoforte sono in realtà suonati e arrangiati da Marcin Masecki, le altre musiche vanno da Porgy and Bess di Gershwinalle note del Mazowsze folk ensemble, gruppo fondato dopo la guerra e ancora attivo, passando dal lavoro musical etnografico di Marian e Jadwiga Sobieski. «Curo il suono tanto quanto la recitazione», precisa il regista. «In fatto di musica ho gusti molto cattolici, e con l’età divento nostalgico. Adoro il folk polacco ed è vero che uno spettatore può rintracciare anche qualche eco d’Italia, da bambino Celentano e Marino Marini andavano fortissimo in Polonia, e io li ascoltavo».

Il film è attraversato da un certo senso di nostalgia, ma «non è la forza che trascina il film», tiene a sottolineare, mentre racconta anche di sentirsi molto affine alla “Nuova onda” del cinema ceco, soprattutto a registi come Jaromil Jireš a Milos Forman. «Immagini e suoni vengono comunque sempre da qualcosa di antico, dentro di noi. Ed è vero che mi manca un mondo in cui non ci sono tutti questi stimoli, così come la natura che mostro, soprattutto il fiume, è ciò che frequentavo da bambino e che ho riscoperto da grande».

Il capolavoro porta la dedica “ai miei genitori”, che hanno gli stessi nomi dei protagonisti. Morti nel 1989 proprio prima della caduta del muro di Berlino, non sono però esattamente come quelli che si vedono sullo schermo. Ad esempio la madre vera del regista viene da una classe sociale borghese, mentre la donna del film arriva dalla provincia, per lei il Comunismo è una cosa facile e non ha interesse a scappare verso Occidente. «Ci sono molte cose in comune fra la coppia sullo schermo e i miei, soprattutto la dinamica relazionale. Si sono presi e mollati varie volte, in 40 anni, e per me sono sempre stati il soggetto cinematograficamente più interessante. Ma questo film non è il loro ritratto».

Per sapere come è andata a finire fra loro bisogna arrivare all’ultima scena del film, destinata a restare negli annali del cinema. In Italia il film sarà presto distribuito da Lucky Red.

Articolo pubblicato su GQ Italia

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