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Wes Anderson scalda Berlino con L’Isola dei cani (e un cast stellare)

16 venerdì Feb 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Festival di Berlino

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20th Century Fox, Berlinale 2018, Cristiana Allievi, Festival di Berlino, Isle of dogs, L'isola dei cani, Wes Anderson

Il regista texano torna lì dove ha lanciato il suo The Grand Budapest Hotel e, al solito, incanta tutti. Con una storia semplice ma visionaria e piena di magia (vera) del cinema

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Dal film L’isola dei cani di Wes Anderson, che ha aperto la 68esima Berlinale (© 2018 Twentieth Century Fox)

«Volevamo raccontare una storia di cani. Si trattava di partire da loro, e di vedere dove ci avrebbero portati. Quando racconto certe storie non ho subito tutto chiaro in mente: parto da un’idea che cresce strada facendo». Con queste parole il visionario regista texano Wes Anderson ha aperto stamattina la sessantottesima Berlinale.
In una sala stampa gremitissima, con il cast che si è messo addirittura a cantare, ha presentato il suo film animato L’isola dei cani, a quattro anni di distanza da The grand Budapest Hotel che aveva dato il via all’edizione del 2014. E fa di nuovo centro, con la brillante fantasia che lo caratterizza e uno stuolo di superstar che hanno prestato la propria voce.

Siamo in un arcipelago in Giappone, fra 20 anni. A causa di una “saturazione canina”, e di un tipo di influenza che rischia di oltrepassare la soglia della specie e colpire anche gli umani, il sindaco della città di Magasaki emette un decreto esecutivo: tutti i cani devono essere esiliati su un’isola di immondizia. È così che Trash Island diventa una colonia di esilio di animali sia randagi sia addomesticati. Ognuno arriva chiuso nella propria gabbia, e viene abbandonato a un destino di solitudine, mancanza di cibo e di cure. Finché un ragazzino di 12 anni, Atari Kobayashi, decide di disubbidire al sindaco e vola con il suo Junior-Turbo Prop sull’isola per andare a cercare il suo animale. Con cinque amici speciali a quattro zampe (Chief, Rex, King, Duke, Boss, tutti nomi che servono a ricordare quanto agli animali manchino la casa e la famiglia di umani da cui provengono) scoprirà una cospirazione per sterminare per sempre tutti i cani della città. Ma il team porterà a termine una missione che cambierà il destino di tutti.

Il nono film di Anderson, e il secondo dopo Fantastic Mr. Fox a essere stato creato con la tecnica stop-motion, racconta la fantasiosa storia di un’isteria nei confronti dei cani, con una grande dose di ironia, dettagli e umorismo. «In origine erano due idee che poi sono diventate una. C’erano i cani, anche quelli Alfa, l’immondizia e i bambini. Poi è arrivata la location, e ha catalizzato la storia», racconta il regista sei volte candidato agli Oscar, che ha scritto questa versione fantasy del Giappone con gli storici collaboratori Roman Coppola, Jason Schwartzman e Kunichi Nomura. «Volevamo rendere omaggio al cinema giapponese di Akira Kurosawa e Hayao Miyazaki». Del primo regista sono film come L’angelo ubriaco, Cane randagio, Anatomia di un rapimento e I cattivi dormono in pace ad averlo ispirato, con quelle storie che ruotano intorno a temi come criminalità e corruzione e in cui si trascende il male grazie a personaggi dalla grande umanità e onestà. La stessa umanità che ritroviamo nei cani, che hanno sentimenti forti e versano lacrime di empatia. «I dettagli e i silenzi sono importantissimi e hanno un ritmo tutto loro, e per questi mi sono rifatto invece a Miyazaki. Anche la scelta di Alexander Desplat di stare un passo indietro con la musica in certi momenti, viene da quel tipo di ispirazione». Il regista ha lavorato vecchio stile, usando miniature di cani fatti a mano. «C’è una certa parte dello stop motion che usa modellini, e se lavori così, abbracci il vecchio metodo combinandolo con i processi digitali. Abbiamo ripreso miniature, e si vede, ed è un modo di lavorare che mi piace perché mi ricorda la storia del cinema». Un’idea di fantasia che, in anni di lavoro, si è plasmata sui fatti che, nel frattempo, accadevano nel mondo. «Temi come il futuro, la spazzatura e le avventure dei bambini valgono in ogni luogo e ogni tempo».

Le voci degli animali e dei protagonisti umani appartengono a un pool di superstar, da Bryan Cranston a Edward Norton, passando per Bill Murray, Jeff Goldblum, Tilda Swinton, Greta Gerwig e Scarlett Johansson. «Sono persone che amo e con cui ho lavorato nel corso degli anni. Il bello è che una proposta di prestare le voci a un film animato non si può rifiutare, è un lavoro che puoi fare quando vuoi, anche a casa tua», conclude il regista.

Il film sarà distribuito in Italia dalla 20th Century Fox nel mese di maggio.

Articolo pubblicato su GQ.it 

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La forza di The Post nelle voci di Streep, Hanks e Spielberg

30 martedì Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Golden Globes, Miti

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Cristiana Allievi, freepress, giornalismo, GQ Italia, journalism, libertà di stampa, Meryl Streep, Steven Spielberg, The post, Tom Hanks

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Nessuno può introdurre meglio di loro questo titolo, candidato all’Oscar 2018 per il migliore film e la migliore protagonista, ma anche tutto il suo valore storico, politico e simbolico

1971. Siamo alle prime avvisaglie di interferenza politica in quella che è la libertà chiave nella vita di una democrazia. Steven Spielberg pesca, non a caso, un evento che ha minato la libertà di stampa, e lo sceglie proprio in un momento in cui l’America soffoca sotto i colpi della xenofobia e di un presidente intenzionato a infamare chi non la pensa come lui.

La storia di The post, che sarà nelle sale dall’1 febbraio grazie a 01 Distribution, ruota intono alla figura di Katharine Graham, la prima donna che finisce al comando, da editore, del Washington Post, secondo giornale locale dopo il Washington Star.

Meryl Streep, che ha ottenuto la ventunesima nomination agli Oscar per questa interpretazione, racconta una donna impreparata al ruolo che si ritrova a coprire in una società fortemente maschilista. Grazie al suo straordinario coraggio darà una grande scossa alla storia dell’informazione, decidendo di pubblicare segreti governativi che riguardano la guerra in Vietnam.
«La prima versione della sceneggiatura è stata scritta da Liz Hannah e acquistata da Amy Pascal sei giorni prima delle elezioni presidenziali», racconta la Streep.

«Tutti noi pensavamo si sarebbe trattato di uno sguardo nostalgico al passato, riflettendo su quanta strada avevano fatto le donne fino a oggi, soprattuto in vista di un presidente donna che davamo per scontato. Invece, con le elezioni, sono aumentate le ostilità verso la stampa e gli attacchi alle donne, dall’apice del nostro governo. Così  il film si trasforma, suo malgrado, in una riflessione su quanta strada non abbiamo ancora fatto».

Le vicende ruotano intorno alle Pentagon papers, un rapporto segreto di 7000 pagine stilato nel 1967 per l’allora segretario della difesa Robert Mcnamara. In pratica quei documenti raccontavano una verità a lungo nascosta: per quattro amministrazioni, quelle di Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson, il governo americano aveva mentito ai suoi cittadini e al mondo sulla guerra in Vietnam.
Mentre i politici sostenevano di volere la pace, la Cia e e i militari incrementavano il conflitto sapendo in partenza che non avrebbero avuto la meglio. In pratica, mandando a morte sicura quei 58.220 soldati che hanno perso la vita sul campo.

Il regista di Schindler’s List, Munich, Lincoln e Il ponte delle spieracconta, in un crescendo di tensione, come un brillante analista militare, Daniel Ellsberg, ex soldato dei Marines e poi del Vietnam, abbia deciso di fotocopiare e nascondere tutte quelle pagine, per poi consegnarle al New York Times.

Il 13 giugno 1971 appare in prima pagina un lungo articolo che fa scoppiare un inferno, e l’amministrazione Nixon chiede alla Corte Federale di bloccare la pubblicazione dei documenti da parte della testata, con la motivazione che quelle informazioni avrebbero messo in pericolo la sicurezza nazionale.

Da qui in avanti la storia si fa ancora più rovente perché gli altri quotidiani iniziano a darsi da fare per pubblicare i documenti, approfittando dello stop dato al New York Times.

«La libertà di stampa è un diritto che consente ai giornalisti di essere i guardiani della democrazia, una verità incontrovertibile», racconta il tre volte premio Oscar Steven Spielberg che segna un altro punto a suo favore per quanto riguarda il filone storico dei suoi lavori. «Nel 1971, il tentativo di Nixon di negare il diritto di pubblicare i Pentagon papers fu un atto inaudito. Era la prima volta che succedeva qualcosa del genere dalla Guerra Civile americana. Oggi ci troviamo ancora una volta a osservare questa minaccia, e questo rende quei fatti tremendamente attuali».

Il due volte premio Oscar Tom Hanks interpreta Dan Bradlee, direttore del quotidiano locale, per niente spaventato dalla competizione con un colosso: «Ben Bradlee era molto competitivo, una vera bestia», racconta. «Aveva passione, era il tipo di uomo che voleva trovare non una grande storia, ma “La” storia. Nel giugno del 1971 il Washington Post era in competizione con il Washington Star, che era il quotidiano principale della capitale: il fatto che il Times avesse una storia che il Post non aveva, era un fatto che teneva sveglio Bradley la notte. Lo faceva impazzire. C’è una scena, in cui sono tutti riuniti nella sala di consiglio e stanno leggendo il giornale avversario, in cui Bradlee dice “siamo gli ultimi a casa nostra!”. È fantastica, racchiude il senso della sfida che guiderà tutto il resto del film».

Bradlee ha la vista lunga, se si pensa che il suo modo di ragionare aprirà la strada a inchieste come quella del Watergate, che porterà alle dimissioni di Nixon. Ma niente sarebbe successo senza di lei, Katharine Graham. «Era una donna che aveva la sensazione che il posto in cui era non le competesse», continua Meryl Streep. «La rappresentazione della redazione del giornale, come era nel 1971, è molto fedele: c’erano solo uomini ed erano tutti bianchi, le donne erano solo segretarie. In un simile contesto, questa donna sfida Nixon, senza sapere che un giorno sarebbe finita a capo di una delle società di Fortune 500, qualcosa di inconcepibile all’epoca, come vincere un Pulitzer con la propria autobiografia. Ma tutto accade grazie all’enorme fiducia fra lei, l’editore, e Ben Bradlee, direttore del suo giornale, uno degli uomini più coraggiosi che abbia incrociato in vita mia, di quel genere disposto a rischiare tutto».

Articolo pubblicato su GQ.it il 29 gennaio 2017

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Paolo Virzì: Livorno- Key West, in viaggio contromano

14 domenica Gen 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, D La repubblica, Detroit, Donald Sutherland, Ella & John the Leisure Seeker, Florida, Helen Mirren, Notti magiche, On the road, Paolo Virzì

 

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Ha appena terminato le riprese di Notti magiche, film ambientato a Roma durante i Mondiali di calcio del 1990. E  dal 18 gennaio sarà nelle sale Ella & John- The leisure seeker, passato dall’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia e liberamente ispirato al romanzo di Michael Zadoorian (In viaggio contromano, Marcos Y Marcos), lavoro del regista, sceneggiatore e produttore livornese. Con Donald Sutherland ed Helen Mirren a fare da protagonisti, è il primo film interamente made in Usa del regista. Racconta il viaggio di una coppia in fuga dai sobborghi di Detroit e diretta in Florida, a Key West, a bordo di un vecchio camper. «È una storia diversa e non perché è ambientata in America», racconta Virzì. «Per la prima volta, rispetto ai miei copioni così affollati, ho voluto una storia semplice, fatta di due sole persone. Mi è servita a indagare cos’è un matrimonio, qual è l’elemento che lega due persone per tutta la vita. E per dire che non si tratta di una passeggiata».

Lei è un maestro, nel trattare temi difficili e penosi trasformandoli in avventure vincenti: come le riesce? «Sono cresciuto da solo, mio fratello Carlo è arrivato quando avevo otto anni. Eravamo in periferia, a Torino, i miei genitori non erano in una condizione economica privilegiata in più ero un timido. Evidentemente il tono delle storie che racconto viene da queste premesse».

Un figlio regista sarà stato l’ultimo dei pensieri di un padre carabiniere siciliano e di una casalinga livornese, è così? «Mia madre avrebbe voluto che facessi il medico, perché è molto ipocondriaca e sperava potessi prescriverle tante ricette. Ma a 21 anni grazie a Furio Scarpelli che mi ha preso a lavorare con lui ero già uno sceneggiatore, avevo scelto la mia strada».

Mamma ci è rimasta male? «Un giorno le ho potuto dire che anch’io, in fondo, curavo le persone. È successo dopo aver letto Le storie che curano di Hillman, psicologo junghiano che ha detto che raccontare storie è un modo per guarire dalla mancanza di senso della vita».

(continua…)

Intervista pubblicata su D LaRepubblica il 13 gennaio 2018

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L’arte viva di Julian Schnabel

13 mercoledì Dic 2017

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Miti, pittura

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artisti, cinema, creazione artistica, icone, Julian Schnabel, New York, Pappi Corsicato, pittori

Il film di Pappi Corsicato omaggio all’artista newyorkese. Due anni di lavoro che offrono allo spettatore la sensazione di aver conosciuto un gigante

«L’unica foto di me che mi piace davvero è una in cui sto surfando. Ogni volta che la guardo cerco di ricordare la sensazione che provavo in quel momento. È una sensazione unica e irripetibile, mentre stai cavalcando un’onda, è potentissima».

L’acqua, il surf, la natura sono elementi chiave per Julian. Così come lo sono i suoi figli, gli amici e l’atto del creare un’opera d’arte.

In questo senso L’arte viva di Julian Schnabel, nelle sale come evento speciale il 12 e 13 dicembre grazie Nexo Digital, racconta un uomo attraverso le sue autentiche passioni.

Si può chiamarlo un viaggio che parte dall’Italia, dall’isola di Li Galli, davanti a Positano, e finisce nell’empireo dell’arte.

Oppure si può vederlo come l’omaggio di un artista a un altro artista.

 

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Julian Schnabel nel film di Pappi Corsicato (Nexo Digital)

Pappi Corsicato conosce Julian Schanbel (nato a New York nel 1956) da molti anni. Prima come pittore, poi come amico con cui trascorrere le vacanze. E a un certo punto dev’essergli scattato qualcosa dentro, per cui ha deciso di raccontarlo attraverso il film prodotto da Buena Onda con Rai Cinema.

Ci sono voluti due anni per girarlo, e l’effetto è potente: si esce dalla sala con la sensazione di aver conosciuto davvero un gigante, in tutti i sensi. Ci sono il suo amato pigiama, la dimora di Long Island e il palazzo in stole veneziano nel West Village di New York, i figli, le mogli e l’amata natura.

Soprattutto c’è lui, un artista esploso nella New York degli anni Ottanta, con Andy Warhol e Jeff Koons, amico di Al Pacino, Bono e Lou Reed, che nel film vediamo ritratto mentre è intento a creare le proprie opere.

Si alternano in sottofondo le testimonianze di amici e galleristi, che creano un bellissimo affresco.

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Julian Schnabel all’opera, nella natura (courtesy of Nexo Digital)

«Ho lasciato che Pappi frugasse nei miei archivi, anche se non ero entusiasta di partecipare a un film su di me, né ero nel migliore degli umori, in quel periodo. Ma Pappi è una persona molto gentile, ha un modo di fare le cose che mi ha conquistato. È un’operazione delicata, ognuno ha la propria visione delle altre persone, e se lo avesse girato la mia seconda moglie, un film su di me, o mia figlia Lola, entrambe ottime registe, sarebbe stato un lavoro diversissimo».

Al centro di tutto sta l’arte, o meglio la creazione artistica, cuore della vita personale di Schnabel, declinata in giganteschi dipinti e film come Lo scafandro e la farfalla (Miglior regia al Festival di Cannes, due Gloden Globe e la nomination come miglor regista agli Oscar), oPrima che sia notte (Leone d’argento e Gran premio della giuria al Festival di Venezia).

E poi ci sono il mare, le onde, il surf.
Molta acqua. «Per me è una macchina contro la gravità. È terrorizzante e potente allo stesso tempo, mi rigenera. E poi l’acqua è l’incarnazione delle memorie. Nella mia vita ho passato moltissimo tempo in acqua. Ed è il ricordo di me da bambino, quando mia madre mi abbracciava: l’acqua è la mia giovinezza».

Articolo pubblicato su Panorama il 13 dicembre 2017

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Noomi Rapace: «Ora che non sono più Lisbeth».

01 venerdì Dic 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Torino Film Festival

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cinema, Cristiana Allievi, Grazia, Millennium, Noomi Rapace, Seven Sisters, Star, Torino Film Festival

 

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L’attrice Svedese Noomi Rapace, 37 anni (courtesy Pinterest)

«Quando ero ragazza giocavo solo con i maschi. Poi a 13 anni mi sono infuriata quando ho capito che mi guardavano con un occhio più sessuale. Allora ho preso una decisione: “sarò io quella al comando, mi amerete ma non mi avrete mai…”». Noomi Rapace è un incrocio fra ghiaccio e fuoco, e questo la rende una donna unica nel suo genere, prima che un’artista fuori dai canoni. Figlia di un’attrice svedese e di un cantante di flamenco gitano, il suo carattere mascolino venato di una forte femminilità è un cocktail esplosivo che l’ha resa l’attrice svedese più famosa del mondo dai tempi della Bergman. 37 anni, nata a Hudiksvall, nel nord della Svezia, a sette era già sul set del primo film. La fama mondiale arriva nel 2009, grazie al ruolo di Lisbeth Salander, l’hacker geniale e violenta protagonista degli adattamenti cinematografici della trilogia Millennium, scritta dallo svedese Stieg Larsson.

Oggi vive a Londra, con il figlio Lev avuto dal primo marito, Ola Rapace. E tanto quanto si concede completamente sul set, nella vita reale è riservatissima: da quando si è seprata dal campione di kickboxing Sanny Dahlbeck, due anni fa, non si sa praticamente nulla delle sue relazioni sentimentali. Il futuro lavorativo, invece, la vede impegnata in film importanti, come Bright di David Ayer, con Will Smith e Joel Edgerton, e soprattutto Stockholm, accanto a Ethan Hawke. Nel 2018 interpreterà Ferrari di Michael Mann, in cui è Linda, moglie del fondatore della casa automobilistica. Ma già in questi giorni affronta una grande sfida: interpretare le sette sorelle di Seven Sister, presentato al Torino Film Festival. Siamo nel 2073, in Cina, sotto un regime che costringe le famiglie ad avere un solo figlio e a ibernare quelli in più. L’amore di un nonno (Willem Defoe), però, potrebbe costituire un’eccezione. Quando la figlia muore di parto dando alla luce sette gemelle, lui decide di nasconderle escogitando un modo geniale per salvarle tutte: usciranno a turno, una volta alla settimana, fingendo di essere la stessa persona. Le donne sono tutte interpretate da Noomi Rapace.

Come è riuscita a calarsi in sette personalità differenti? «È stata un’esperienza molto fuori dall’ordinario. Per un lungo periodo ho vissuto in una realtà parallela, non sono mai uscita di sera, non ho visto nessuno, dentro di me non c’era spazio per nient’altro che non fossero queste sette donne. Mi venivano a prendere all’alba, e prima ancora andavo in palestra. Dopo questa interpretazione ho rifiutato molti film, ho avuto bisogno di un lungo stacco».

Era completamente sola, sul set? «Per due mesi e mezzo sì. Poi mi ha raggiunta Willem ed è stato un sogno. Ricordo di essere scoppiata a piangere, mi ha fatto molto effetto avere qualcuno vicino».

Interpreta spesso donne difficili, che tengono tutto dentro. «Il mio temperamento è caldo ma ho imparato a controllare le emozioni, perché nella cultura svedese non sono apprezzate, si aspettano che non mostri troppo di te. Ho dovuto imparare a controllarmi, ed è diventato un lavoro».

Però dopo aver interpretato la Lisbeth di Millennium ha dichiarato di essere stata male. «Finite le riprese sono corsa in bagno a vomitare, il mio corpo l’ha letteralmente rigettata. È stato come un esorcismo».

In Seven sister cambia identità, intenzione e look in modo sorprendente. Riesce ad essere sofisticata e ambiziosa, new age, atletica, sensibile, un maschiaccio e molto altro ancora. «Sono tutte parti di me, e quando l’ho riconosciuto il lavoro è diventato più semplice. Per anni ho praticato boxe e arti marziali, era la mia parte combattente, ma sono stata anche una punk, i piercing di Lisbeth erano i miei. E poi c’è una parte di me che sembra fredda ed egoista, ce n’è una selvaggia, insieme a quella sexy e più femminile».

[…]

L’intervista integrale è pubblicata su Grazia del 30/11/2017 

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Human Flow: quando la bellezza racconta bene una realtà devastante

02 sabato Set 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Ai Weiwei, arte, attivista, Cristiana Allievi, Human Flow, profughi, Venezia74

Meglio lasciarsi andare per apprezzare la forza del primo vero film dell’artista ribelle. Come Ai Weiwei si è lasciato andare per entrare nelle ragioni, speranze e potenzialità del grande flusso umano che attraversa questo secolo

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Davanti allo scorrere di immagini di straordinaria bellezza non si può che lasciarsi andare. Anche se, come nel caso dei 140 minuti di Human Flow, si tratta di un flusso umano di uomini, donne, bambini, che si spostano scappando dai luoghi del mondo devastati da guerra, carestie e cambiamenti climatici con zaini e sacchetti di plastica, coperti alla meglio per isolarsi dal freddo e diretti nei campi profughi.
Il paradosso del film di Ai Weiwei presentato in concorso alla Mostra di Venezia (e nelle sale dal 2 al 5 ottobre distribuito da 01 Distribution), è che tanta bellezza estetica racconta una situazione devastante. 65 sono i milioni di persone nel mondo che sono state costrette a lasciare le proprie case di cui 300.000, tra il 2015 e il 2016, erano bambini che viaggiavano da soli, senza adulti a guidarli o sostenerli. Quello che mette in luce l’occhio di Weiwei è la forza dei profughi, il loro mettersi alle spalle un passato per esplorare un futuro ignoto, in poche parole la loro umanità.

E a chi ha fatto notare che l’estetica della pellicola è troppo alta, per un simile tema, il regista cinese ha risposto senza esitazioni in un incontro per la stampa. «Nella storia del genere umano le grandi sofferenze non si contano, quella dei rifugiati è solo una parte. Ma la nostra evoluzione ha tratto forza proprio dal cercare la bellezza, principio per cui un artista deve riuscire a lottare: un documentario non è la realtà, è il racconto di una nuova realtà, quindi ha un’estetica lavorata».

Sessant’anni anni, Weiwei è un artista, designer e attivista celebrato, perseguitato e noto per uno spirito da fuorilegge. Suo padre, il poeta Ai Quing, è stato esiliato e la famiglia ha vissuto per 20 anni in un provincia sconosciuta della Cina, finché nel 1981 si è trasferito a New York. «So cosa significa essere torturati, il film è nato nel periodo in cui ero recluso, non avevo ancora il passaporto». Ha girato gli eventi che vediamo sullo schermo nel corso di un anno, attraverso 23 paesi, dal Bangladesh alla Turchia, dalla Grecia al Kenya, e questa è la sua opera prima da regista.

«Per me è stato un viaggio nella realtà, un’esperienza di studio da cui sono stato travolto, sono entrato nel progetto quasi per caso e senza preparazione. Ma il mio interesse era maggiore del raccontare una semplice storia: per illustrare una situazione così complessa occorreva fare riprese in vari posti, e raccontare la dimensione del fenomeno. Già a New York negli anni Ottanta avevo realizzato più di 10 mila ore di documentari sui diritti umani. E ci sono miei film sperimentali in cui con una sola inquadratura ho realizzato 150 ore di girato. Human Flow sembra lungo? Non è niente in confronto».

La produzione del film è vastissima, ha incluso 200 persone di troupe e ha avuto costi elevatissimi. «Come artista indipendente non ho mai usato il criterio del budget. Ho sempre detto “andiamo avanti”, anche a costo di interrompere un progetto a metà. Per fortuna in questo caso a metà strada si sono unite persone. Non importa quanto grandi sono stati gli investimenti, la possibilità di esprimere quel tema viene prima».
Crede che il nostro paese abbia un occhio giusto verso il problema dei profughi. «L’Italia ha una lunga storia di emigrazione e immigrazione. La vostra posizione politica vi fa gestire i rapporti col mondo in modo diverso dal resto del mondo, voi mantenete una cultura di comprensione del fenomeno».
C’è da chiedersi dove veda ancora la speranza, da uomo e artista, dopo tutto quello che ha visto in vita sua. «In tutti i paesi del mondo in cui sono stato ho incontrato differenze di povertà e di disastri ambientali. Ma ciò che mi ha colpito di più sono stati i bambini e la loro innocenza, quella voglia di correre dietro alla troupe e quell’innocenza che hanno negli occhi. Mi ha fatto rendere conto che da troppo tempo ci siamo dimenticati di quello sguardo. Credo nella fantasia, quando c’è esiste ancor una possibilità. Ecco perché continuo a fare arte».

Articolo pubblicato su GQ Italia

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La Macchina di Amleto di Bob Wilson festeggia i 60 anni di Spoleto

24 giovedì Ago 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, Miti, Personaggi, Teatro

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Accademia Silvio d'Amico, calcio brasiliano, Cultura, Festival dei Due Mondi, Garrincha, Hamletmachine, l'Italia migliore, La macchina di Amleto, Robert Wilson, Shakespeare, Teatro

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Il registra e drammaturgo Robert Wilson, anche scultore, pittore, video artista e designer di suono e luci  (courtesy of Slamp)

«Nel 1973 ho fatto la mia prima performance a Spoleto. All’epoca ero un artista completamente sconosciuto e Gian Carlo Menotti ha avuto il coraggio di presentare Una lettera per la regina Vittoria, un lavoro in cui ho avvicinato un testo “nonsense” di Christopher Knowles  a un nuovo tipo di musica, un quartetto d’archi con musiche di Loyd. Per questo motivo tenevo a celebrare in molto speciale l’anniversario dei 60 anni del festival da lui creato». A parlare è uno dei più importanti artisti contemporanei viventi, il regista texano Robert Wilson, che il 14 luglio al Festival dei Due Mondi porterà l’Hamletmachine di Heiner Müller, un testo con cui aveva debuttato 31 anni fa a New York, e che da allora non aveva più affrontato. «I tempi sono cambiati, io stesso lo sono, e le persone che andranno in scena. Ricordo che già tra la prima rappresentazione con gli studenti della New York University e quella successiva, con gli allievi di Amburgo, c’era stato uno scarto notevole. I tedeschi conoscevano Müller ed erano più vicini ai fatti della rivoluzione di Budapest, su cui è blandamente basata l’opera. Gli americani, invece, erano lontani da quello che Heiner pensava di quel periodo». 75 anni, cresciuto in una piccola cittadina del Texas dove non c’erano teatri, gallerie d’arte o musei, Wilson è noto per una concezione di teatro che include il movimento e la danza, la pittura e il design, ma anche scultura, musica e parole. Un eclettismo che lo ha visto creare sodalizi con artisti di ogni provenienza, da Philip Glass a Tom Waits, da Lou Reed a Susan Sontag. E da anni il suo cuore batte in modo speciale per Shakespeare. «Quando studiavo in Texas lo trovavo difficile da leggere, e quando mi sono trasferito a New York, a vent’anni, lo percepivo come noioso. Ma quando ho sentito John Gielgud a un reading, per la prima volta, all’improvviso, qualcosa è risuonato dentro di me». Tanto che a un certo punto della carriera, negli anni Novanta, ha voluto cimentarsi lui stesso con il drammaturgo inglese. «La più grande sfida è stata proprio Amleto, ho passato quattro anni e mezzo per memorizzare le parti di tutti i personaggi, da Gertrude a Ofelia, e per sette anni l’ho portato in giro come un monologo». Il suo Hamletmachine è diversissimo, qui Amleto è una specie di macchinae il regista lo spiega per connessioni. «Andy Warhol ha detto “dipingo in questo modo perché voglio essere una macchina”, e Heinrich von Kleist ha scritto Il teatro delle marionette, un testo straordinario in cui ha dichiarato “un bravo attore è come un orso, non si muove mai per primo, aspetta che sia tu a farlo…”». Fatto particolarmente degno di nota è che allo spettacolo del 14 luglio Wilson dirigerà il debutto di 15 attori ancora non diplomati dell’Accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico. «Di questi ragazzi mi ha molto colpito il fatto che guardassero al testo di Hamletmachine dal punto di vista filosofico e non storico. E come me all’epoca, si ritroveranno davanti a un’audience e a critici provenienti da tutto il mondo, sarà un’occasione unica per la loro carriera». Prima ancora del maestro, però, gli allievi della Silvio d’Amico devono ringraziare Salvatore Nastasi, vice segretario generale della Presidenza del Consiglio. 44 anni, laureato in Legge, ex direttore generale dello Spettacolo dal vivo e da quest’anno Presidente della Silvio D’Amico, l’idea di creare una compagnia di attori remunerati che poi porterà lo spettacolo per i teatri nazionali è stata sua. «Volevo che gli studenti avessero l’opportunità di mettere in pratica da subito e ad altissimo livello ciò che apprendono. Al Festival dei Due Mondi debutteranno anche due giovanissimi registi, Lorenzo Collalti, autore di Un ricordo d’inverno, e Mario Scandale, che dirigerà Arturo Cirillo in Notturno di donna con ospiti, di Annibale Ruccello». Il legame di Nastasi col teatro affonda le radici indietro nel tempo. «Direi che viene dai miei nonni, che si sono conosciuti al San Carlo di Napoli e di quel teatro mi hanno sempre parlato con gioia. Il destino ha voluto che conoscessi lì anche mia moglie Giulia (figlia di Giovanni Minoli, ndr), una coincidenza che trovo molto particolare».

Intanto a Spoleto si parlerà di nuovo di Wilson, che negli ultimi dieci anni è stato un appuntamento fisso. È già al lavoro con uno spettacolo (molto costoso) sul grande giocatore di calcio brasiliano Garrincha. «Con un folto gruppo di attori e una nutrita band di musicisti abbiamo letteralmente scritto le parole insieme. Improvvisiamo su tutto il fronte, dalla musica al lavoro di scena, un modo di procedere che sarebbe impensabile con i tedeschi con cui sto lavorando adesso». Perché ha scelto questo mito del dribbling? «Ero in Brasile ho scoperto lì questo eroe così noto di cui non sapevo nulla. Ho iniziato a conoscere la sua vita, tutto è inziato da lì».

Articolo pubblicato su D La repubblica del 15 luglio 2017

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Cillian Murphy: «Dal rock al cinema, sono solo un uomo vero»

31 lunedì Lug 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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Batman, Christopher Nolan, cillianmurphy, cinema, Dunkirk, filmdanonperdere, WarnerBros

 

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Cillian Murphy, anto a Cork 41 anni fa (courtesy of @cillianmonline)

Ci sono sguardi a cui non si sfugge. Quello di Cillian, pronuncia “Kil-lian”, fa parte di questa categoria. Christopher Nolan ha puntato sui suoi grandi occhi per cimentarsi col primo film di guerra, Dunkirk, racconto della battaglia del 1940 in cui le truppe alleate sono riuscite a sfuggire via mare alla grande offensiva di Hitler in Europa tra il 26 maggio e il 3 giugno. Finalmente un ruolo principale per l’attore irlandese, dopo tutti quelli secondari interpretati proprio per Nolan. In questa parte lo sguardo di Murphy  riesce a trasmettere tutto lo sgomento di uno dei 400 mila soldati che si trovano intrappolati sulla spiaggia francese con le spalle al mare.

A pensare che all’ultima Berlinale lo si è visto nei panni di un banchiere cocainomane in preda alla gelosia, nel bellissimo The party di Sally Potter – anche in quel caso insieme a un cast stellare- si ha l’ennesima conferma che Murphy è uno bravo davvero. Negli anni si è spostato con nonchalance da spettacoli teatrali in cui era solo sul palco a personaggi come il medico irlandese di Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Per questo è stato nominato sia ai Golden Globes sia agli Mtv Movie Awards, e grazie alla sua interpretazione in 28 giorni dopo, di Danny Boyle, lo ha voluto Nolan come lo Spaventapasseri della trilogia di Batman. E contando anche Inception, siamo a quota cinque film girati insieme. «Chris mi ha telefonato dicendo che aveva qualcosa per me. Mi conosce abbastanza bene da immaginare cosa mi interessa e che tipo di ruoli vedo come una sfida. Quando si tratta di un suo film so già che sarà straordinario, ma in questo caso mi ha davvero steso». Nelle sale dal 31 agosto, Dunkirk è atteso come il più ambizioso film di guerra dai gloriosi anni di Spielberg e Oliver Stone, tanto che pare che il regista abbia avuto a disposizione cinque milioni di sterline da spendere per un aereo vintage della guerra nazista che si dice abbia gioiosamente fracassato in mille pezzi per la conclusione del film. «La prima cosa che ha catturato la mia attenzione è che non si trattava di un film di guerra americano, come sono stati finora i migliori», prosegue Murphy. «Chris ha riconosciuto qualcosa di unico nella storia, qualcosa che gli spettatori non hanno mai visto finora». Nato a Cork, primo di quattro figli di due insegnanti, Murphy è uno che dopo aver girato blockbuster si ritira per lavorare solo a progetti minori. Schivo e pochissimo interessato a stare sotto ai riflettori, è sposato dal 2004 con la visual artist Yvonne McGuinness con cui ha due figli. A vivere a Hollywood non pensa minimamente, si sente “europeo” e preferisce stare vicino alla sua famiglia. Uno normale, verrebbe da dire, che in Dunkirk interpreta un personaggio senza un nome, ma indicato come “shivering soldier”, soldato che trema. «Il mio personaggio rappresenta qualcosa di cui migliaia di soldati hanno fatto esperienza, che è il profondo impatto emozionale e psicologico che la guerra può avere su un individuo. Lo incontriamo quando viene raccolto dalla Moonstone, una delle navi civili che attraversano il canale della Manica per evacuare i soldati a Dunkerque. È qualcuno che è sopravvissuto a un’esperienza tanto orribile da alterarti la mente, per sentirsi dire “in realtà stiamo tornando lì”». Nella parata di talenti inglesi e irlandesi spiccano anche Tom Hardy, Mark Rylance, Kenneth Branagh e nientemeno che il cantante dei One direction Harry Styles, per cui Cillian ha solo elogi. «È molto bravo, abbiamo girato pochissime scene insieme ma abbiamo passato tempo insieme fuori dal set ed è un tipo in gamba e molto, molto divertente. E se un regista che conosce bene il talento come Nolan lo sceglie, ha i suoi motivi». Del resto molto prima che attore Cillian è un musicista, e a 10 anni ha detto ai suoi genitori che di lavoro voleva fare la rockstar. «Credo che esista una specie di gene della performance, e se lo hai prima o poi viene fuori. I miei mi hanno mandato a studiare chitarra, per anni ho suonato col mio gruppo di cinque musicisti, The Sons of Mr. Greengenes. Poi quel gene si è trasferito nella recitazione, e quando avremmo dovuto incidere un disco non ho firmato il contratto discografico (con la Acid Jazz Records, ndr). Non sono il tipo di uomo che può fare due cose insieme, così ho provato a eccellere in una sola».

Il suo amore per le performance live dev’esersi incontrato benissimo con le tendenze di Nolan. «La sua determinazione a catturare la maggior parte delle azioni nella camera da presa è il motivo per cui i suoi film hanno una qualià così viscerale e intensa. In Inception ricordo di aver sparato sul fianco di una montagna nel mezzo di una tempesta di neve, e lui continuava a girare anche quando la condizione diventava impossibile. Se vuoi ottenere le reazioni più utentiche e le risposte più veritiere da parte degli attori, buttali nel mare vero o fai volare dei veri Spitfire sulle loro teste. Gli spettatori sentiranno la veridicità, gli attori la sentono di sicuro». Tra i budget e la forza della storia lui non ha dubbi. «I grossi budget non significano nulla, se non sono mossi da una grande storia. Interstellar ha avuto successo perché era un film molto emozionale, e mi ha fatto piangere. Non conta quanto sono grandi gli oggetti su un set, o quanto tolgano il fiato, niente di tutto questo avrebbe avuto alcun impatto se la storia e le interpretazioni non avessero colpito il centro del plesso solare». E al contrario di molti maschi indecisi, lui ha idee chiare anche in fatto di responsabilità sentimentali. «Ho sempre saputo di voler metter su famiglia. Oggi in Irlanda non è così, i maschi stanno a casa fino a 30 anni perché non hanno lavoro. E allo stesso tempo le donne hanno bisogno di stabilità, di qualcuno che si occupi di loro, anche questo è un fatto». Più parla, più si capisce che le sue sono radici sane. «I miei modelli? Vengo da una dinastia di insegnanti, i miei lo sono entrambi, mio nonno era preside e tutti i miei zii e zie si sono dedicati alla scuola. Mi hanno insegnato indirettamente che è un lavoro enorme, ricordo il loro forte senso di responsabilità». A insegnare non ha mai pensato, perché «è una vocazione», ma sa cosa vuole per i suoi figli. «Penso ancora al mio insegnante di inglese in Irlanda, un uomo straordinario che mi ha fatto amare la letteratura e il teatro e mi ha portato persino ai concerti. Ma ricordo anche persone davvero stupide, avevo una certa abilità nel provocarle per far emergere la loro debolezza: per i miei ragazzi voglio maestri migliori». Uno come Ken Loach ne ha avuto la statura, quando ha girato Il vento che accarezza l’erba ed è finito a Cannes, nel 2006. «Il suo modo di lavorare, senza sceneggiatura e quindi senza capire esattamente cosa succede durante le riprese, è stato fondamentale. Ken mi ha insegnato a recitare con l’istinto, senza intellettualizzare ma rispondendo come una persona normale a ciò che succede. Ed è stata una rivelazione, perché recitare dovrebbe riguardare proprio questo, l’onestà e la verità, non la vanità e la fama».

© Riproduzione riservata

Intervista pubblicata su D La repubblica del 29 luglio 2017

 

 

La libertà di correre, secondo Pierre Morath

03 sabato Giu 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi, Sport

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Tag

corsa, Cristiana Allievi, Free to run, KAthrine Switzer, maratona, New York, Noel Tamini, Olimpiadi, Pierre Morath, Spiridon, Steve Prefontaine

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Pierre Morath, giornalista sportivo, regista, storico ed ex atleta (foto di Miguel Bueno).

 

Chi crede che infilarsi le sneakers e lanciarsi in una corsa al parco sia uno dei gesti più naturali che si possano immaginare, non crederà ai propri occhi. Davanti alle immagini di Free to run (al cinema), si resta di stucco e allo stesso tempo si esce galvanizzati. Si vedono i primi corridori “liberi” per le strade del Bronx a petto nudo, inseguiti dalla polizia come sovversivi. Ma anche la nascita della Maratona di New York, le battaglie di Steve Prefontaine -il James Dean della corsa-, le vittorie olimpiche di Franck Shorter e le prime Olimpiadi a cui parteciparono anche le donne.

Pierre Morath, 47 anni, svizzero francese, è l’autore di un vero e proprio inno alla libertà individuale attraverso la corsa. Il suo occhio di storico e giornalista ha voluto raccontare una storia sportiva facendola andare di pari passo con le trasformazioni sociali e, soprattutto, con gli step dell’emancipazione femminile. Perché per quanto surreale sia da credere, le donne hanno dovuto lottare persino per conquistarsi il diritto di correre, e hanno potuto partecipare alla prima Olimpiade solo nel 1984. «Sono state Bobbi Gibb e Kathrine Switzer a sfondare vere barriere ideologiche», racconta Morat, un incrocio perfetto tra Chris Martin, Vincent Cassel e Benedict Cumberbatch, «quando i preconcetti e l’ignoranza in fatto di medicina faceva si che esistessero slogan come “se corri diventerai un uomo” e “se ti spingi oltre gli 800 metri ti cadrà l’utero…” volte a scoraggiare le donne», ricorda questo runner che ha mancato le qualificazioni alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 nei 1500 metri per colpa di una tendinite. Quello che mostra sembra un altro mondo. «Negli anni Sessanta lo sport non era visto come oggi, era una cosa utile nella misura in cui si gareggiava e si dava visibilità a un team e a una nazione, altrimenti non aveva senso. Inoltre la corsa era praticata solo in pista, in un’area chiusa, e la maratona non solo era vista come qualcosa per ottimi atleti, ma era la specialità dei lavoratori, contro la corsa sulla media distanza che vedeva tra i suoi runnes studenti di medicina». In pratica correre in mutande per strada, e senza essere dei campioni, era vista come una follia, e dal 1968 in poi, allo scoppio delle prime proteste, la libertà di correre viene presa anche in Europa come il simbolo di egualitarismo e di ribellione nei confronti di una società troppo conformista.

Nel 2002, quando viene folgorato dalla storia di Kathrine Switzer e Noel Tamini, Morath non è un regista ma sta scrivendo un libro sulla corsa su strada. Inizia a collaborare come giornalista con una tv di Ginevra e nel 2005 dirige il suo primo documentario, Les regles du jeu, ritratto del mondo dell’hockey su ghiaccio, Nel 2008 è la volta di Togo, ambientato nel paese africano. «Racconta la miracolosa qualificazione della squadra di football per la World Cup nel 2006, uno specchio di come il football in Africa fosse connesso alla politica: “se ci qualifichiamo tutti i problemi spariranno”, dicevano». E in effetti la qualificazione della nazionale ha evitato una guerra civile ormai alle porte. Più avanti, nel 2012, Morath fa una divagazione dal mondo dello sport con Chronique d’une mort oubliée, la ricostruzione del caso di Michel Christen, trovato nel suo appartamento a Ginevra a due anni dalla morte.

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Gli archivi olimpionici costano qualcosa come 20 mila dollari per un minuto di immagini, e allo stesso tempo mostrare un movimento “libertarian” che diventa liberalismo, come quello della corsa, diventa un’ossessione per Morath. Ma nel frattempo si è affermato come regista ed è riuscito a raccogliere il budget di un milione e mezzo di euro, così contta la donna che lo aveva folgorato anni prima. «Katherine era una teeneger americana a cui il padre consiglia di correre un miglio al giorno per diventare forte. Lei si allena, si sente sempre meglio, ma la federazione non vuole farla correre con gli uomini». A Boston nel 1967 si corre la prima maratona aperta a tutti, e lei riesce a farsi registare ufficialmente con il nome di un uomo. Ma Jock Semple, direttore della corsa, si presenta in pista per strapparle il pettorale numero 261 e farla ritirare dalla corsa. Stretta tra il fidanzato e il coach, la Switzer procede fino al nastro d’arrivo. «Quando ho contattato Kathrine è stata molto aperta, ma tempo dopo ho scoperto che era piuttosto scettica: da giornalista non credeva che saremmo riusciti a terminare il lavoro. Mi ha aiutato molto a fare le prime interviste, è diventata centrale nel film perché il problema delle donne lo è, in questa storia. All’epoca non esisteva la medicina sportiva, e la verità è che la società aveva paura che le donne lasciassero le case come mogli e madri, l’idea era troppo spaventosa». Mentre quella combatte la sua battaglia negli Usa, dall’altra parte del mondo, in Svizzera-dove il clima è ancora più inflessibile e le donne non hanno nemmemno diritto di voto- c’è Noel Tamini, fondatore della rivista Spiridon. È l’uomo a cui si deve la diffusione di una nuova visione della corsa a lunga distanza e il recupero del suo aspetto mistico in mezzo alla natura. E soprattutto è lui che mostra le prime immagini di donne che corrono e sono belle, femminili e in forma.

E se si vede Spiridon che contribuisce in modo fondamentale all’emancipazione dai sistemi federali per organizzare gare al di fuori degli stadi, una delle provocazioni di Free to run è mostrare gli Usa come pionieri di qualcosa di “libero”, per trasformarlo poco dopo in un business. In questo senso Fred Lebow, entusiasta della corsa e con grandi visioni imprenditoriali, è un personaggio chiave: è lui ad aver fondato la maratona di New York trasformando una corsa di poche centinaia di persone in una delle sfide più ambite al mondo, e in un affare da milioni di dollari. «Da storico è interessante chiedersi dove ci ha portati la rivoluzione. Nel 2017 abbiamo un senso idealistico degli anni Settanta, ma si dice che molti rivoluzionari dell’epoca oggi lavorino in banca. E la Nike, che era una società anti establishment, insieme a McDonald è diventata un simbolo del capitalismo moderno».

Le immagini finali del film trasportano lo spettatore in un’Etiopia in cui si corre di nuovo liberi nella natura. «Noel Tamini è il mio eroe, il mio modello. È l’uomo che ha creato un cambiamento di coscienza in Europa, ma appena ha visto il suo amore trasformato in business se n’è andato in Africa a “vivere con se stesso”». Non solo, a quanto pare. Perché lì ha fatto rivivere lo spirito originario e libero da cui era nata la maratona.

Articolo pubblicato su D La Repubblica  del 3/6/2017

© Riproduzione riservata 

 

 

 

 

 

 

Festival di Cannes 2017: i vincitori, il bilancio, le polemiche

28 domenica Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, Festival di Cannes, Personaggi

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Tag

bilanci cannes, Cannes 2017, cinema, Diane Kruger, Joaquin Phoenix, Loveless, polemiche, premiati, The square

Chi è salito in vetta e chi meritava di più, le storie di cui parleremo ancora e le cose che invece non vorremmo rivedere nella prossima edizione

È quasi metaforico che la Palma d’Oro per il 70° del festival di Cannes sia stata assegnata allo svedese The square, di Ruben Ostlund, un film sulla decadenza del mondo dell’arte (e non solo quello).

Pochi secondi prima di annunciare il titolo, il presidente di giuria Pedro Almodovar ha dichiarato “tutto dipende dalla luce”, un’altra frase variamente interpretabile, in questa annata che verrà ricordata come la più povera di film davvero degni del festival di cinema più importante del mondo.

E proprio quest’anno è stato assegnato un premio eccezionale per il 70° anno: lo ha vinto Nicole Kidman, che con un video messaggio ha ringraziato Sofia Coppola e il festival, «grazie di esistere». Un premio meritato, se si pensa che l’attrice e produttrice australiana era presente sulla Croisette con ben quattro film, di cui due in concorso, L’inganno, proprio della Coppola, e The Killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos.

Il gran premio della giuria è andato a 120 Battements par minute di Robin Campillo, che in molti avrebbero voluto Palma d’oro, così come non ha convinto la miglior regia attribuita a Sofia Coppola, che con un video messaggio ha ringraziato sua madre, per aver sostenuto l’arte nella sua vita, e Jane Champion, per essere un modello artistico.

I due premi che hanno messo d’accordo tutti, o quasi, sono stati quelli alla miglior attrice, Diane Kruger, e al miglior attore, Joaquin Phoenix. La prima era sensibilmente toccata, «dedico la mia vittoria alle vittime della strage di Manchester, e a chi ha perso parte della propria vita», ha dichiarato con la voce spezzata. Mentre Phoenix ci ha messo un bel po’ ad alzarsi dalla poltrona per andare sul palco, visibilmente sorpreso. La spiegazione possibile è che avendo visto il suo You were never really here vincere il premio per la miglior sceneggiatura, pensava i giochi fossero chiusi. Invece proprio la sceneggiatura, che quest’anno è stata premiata a pari merito in due film, è la scelta più contestabile del festival.

Sono stati premiati infatti i questa categoria The killing of a sacred deer di Lanthimos e il film già citato di Lynne Ramsay, e soprattutto questo secondo non trova affatto la sua forza nella storia, ma nella regia e nella recitazione di Phoenix.

Anche il Premio della giuria, andato a Loveless, ha suscitato perplessità: il film del russo Andrey Zvyaginstev meritava di vincere un premio più importante.

Ma premi a parte, questa edizione sarà ricordata come l’edizione delle polemiche.Prima fra tutte quella che ha coinvolto Netflix, scoppiata per i titoli di Noah Baumbach e Bong Joon Ho, The Meyerowitz Stories con Dustin Hoffman e Adam Sandler e Okja con Tilda Swinton. Polemiche necessarie, che hanno fatto chiarezza sul dna del festival: dal 2018, ha dichiarato Thierry Fremaux, Cannes accetterà in concorso per la Palma d’Oro solo film pensati per uscire sul grande schermo.

Hanno fatto molto discutere anche i ritardi e le lungaggini delle procedure di sicurezza per entrare al Palais des Festival, con apertura delle borse una a una. Si ringrazia per aver scoraggiato atti di terrorismo, ma bisogna trovare un modo per snellire le code.

E per chiudere in bellezza, anche vista l’estate alle porte, vale la pena spendere una parola sulla Grecia, una specie di protagonista silenziosa. Almeno di tre film. In Sea Sorrow, proiettato fuori concorso, la regia esordiente Vanessa Redgrave la osanna come la terra capace di insegnare al resto del mondo come vanno trattati i rifugiati. In The killing of a sacred deerviene invece citata mitologicamente. Il cuore della storia è un parallelismo con il sacrificio di Ifigenia, figlia minore di Agamennone, che il padre sacrifica solo per andare a Troia, quindi per il potere. In ultimo la si vede in Aus Dem Nichts di Fatih Akin, come la terra che accoglie l’ultimo atto della sua protagonista, proprio Diane Kruger. Un gesto che diremo solo sembrare incomprensibile, per non svelare il finale del film, e che a detta della stessa attrice «ognuno dovrà spiegarsi a modo proprio». Un po’ come questa edizione del festival.

Articolo pubblicato su GQItalia.it

© Riproduzione riservata 

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