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~ Interviste illuminanti

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«I cattivi sono sexy, ma non ditelo a me», parola di Garrett Hedlund

07 sabato Nov 2015

Posted by Cristiana Allievi in Senza categoria

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HOLLYWOOD PARLA DI LUI COME DEL PROSSIMO BRAD PITT. HA UNA FIDANZATA FAMOSA E VOGLIA DI STUPIRE. AL CINEMA GARRETT HEDLUND ADESSO DIVENTA IL CAPITAN UNCINO PIU’ SENSUALE DI SEMPRE. MA GUAI A DIRGLIELO: PERCHE’ SE C’E’ UNA COSA CHE DETESTA E’ ESSERE CONDANNATO A FARE IL BELLO

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Garrett Hedlund ha 31 anni, è nato nel Minnesota e ha un padre svedese. Oggi vive in California.

Si accorge che sono arrivata nella suite dell’appuntamento, nel cuore di Londra, con quell’attimo di ritardo che mi permette di osservarlo mentre gira per la stanza con le mani in tasca. Appena mi vede sfodera un sorriso, ma la sensazione è che sia imbarazzato. Essere cresciuto in una fattoria del Minnesota evidentemente prevale ancora. Non contano i provini fatti volando a Los Angeles ai tempi del liceo, l’essere stato il fratello giovane di Brad Pitt in Troy e aver girato una decina di film, da lì in avanti, che lo hanno consacrato il biondo della prossima decade, dopo Robert Redford e Pitt stesso. Garrett Hedlund, un ragazzo gentile, con solidi valori familiari e un attaccamento fortissimo alle proprie radici, è ancora di una timidezza disarmante. Ma quando questo apre bocca, le cose cambiano: la sua voce profonda e potente prende il sopravvento, e lo sostiene. Se penso che fa coppia da tre anni con la collega Kirsten Dunst, conosciuta sul set di On the road, e che non ricordo di aver incontrato persone più riservate di loro, deduco che la conversazione non sarà facile. Ma ho la fortuna di averlo appena visto in Pan-Viaggio sull’isola che non c’è, il prequel di Peter Pan firmato da Joe Wright, nelle sale dal 12 novembre, un film che trasporta nel mondo e nella fantasia dei bambini dell’isola che non c’è.

In Pan lei è James Hook, ovvero Capitan Uncino con il braccio ancora intatto. Cosa le è piaciuto di questo personaggio? «Quando ho incontrato il regista gli ho chiesto cosa vedeva in me di questo personaggio. Mi ha risposto che non aveva mai immaginato che Hook potesse essere una specie di John Ford, felice di arrivare sul suo cavallo, ma io ho cambiato le cose! Dopo così tanti ruoli seri e argomenti scuri avevo bisogno di tornare alla leggerezza, mi sono divertito moltissimo».

Le ha ricordato la sua infanzia? «C’erano così tanti bambini sul set, che solo a guardarli mi veniva da sorridere. Mi sono rivisto in varie situazioni, soprattutto mi sono ricordato di quando giocavo a indiani e cowboys nei boschi…».

Nel film lei dice “mentire è crescere”, rivolto al bambino che in seguito conosceremo come Peter Pan. Condivide? «È una frase divertente, ma nella vita reale non vale sempre, dipende da chi sei. Naturalmente i bambini sono onesti, ma direi che no, non condivido l’idea».

Ha lavorato con lo straordinario Levi Miller, un undicenne molto dotato. Si è sentito più un amico o un padre, per lui? «Levi è come un fratello più piccolo. Quando ha fatto il provino per avere la parte di Pan, lo scorso febbraio, abbiamo letto insieme un punto molto emozionante del copione: aveva le lacrime che gli rigavano le guance. Tutti intorno a noi hanno iniziato a piangere, abbiamo capito che avrebbero scelto lui… Con quegli occhi blu e i capelli biondi mi ha ricordato molto me stesso.

In che cosa si è rivisto? «All’inizio della carriera mi è capitato spesso di essere il più piccolo su un set. Guardavo molto i più grandi cercando di imparare, e Levi mi ha dato finalmente l’opportunità di restituire l’esperienza che ho accumulato in questi anni, cosa che non capita spesso».

Nel prossimo film la dirigerà il premio Oscar Ang Lee. «È una parte meravigliosa, la girerò con Kirsten Stewart, Vin Diesel e Steve Martin. La storia è quella dell’incredibile libro di Ben Fountain, È il tuo giorno, Billy Lynn! Non ho mai letto niente di così capace di catturare la mia attenzione, lo trovo rivoluzionario quanto lo è stato On the road.

Hedlund con la fidanzata e collega  Kirsten Dunst, con cui ha una relazione da più di tre anni (courtesy of Pinterest.com)

Hedlund con la fidanzata e collega Kirsten Dunst, con cui ha una relazione da più di tre anni (courtesy of Pinterest.com)

Quale sarà il suo ruolo? «Sarò il sergente di un team, Bravo, che compie una missione in Iraq. Io e i miei sopravviviamo a una feroce battaglia, e quando torniamo in Usa veniamo trattati come eroi di guerra, ma si tratta di un tour mascherato da premio, e torneremo presto in guerra con un grande senso di amarezza per l’ipocrisia del nostro paese».

Lei sembra timido, è difficile fare un mestiere che non da tregua a livello pubblico? «Se diventassi famoso al punto da essere inseguito dai paparazzi mi scaverei un buco nella terra e mi nasconderei lì».

Concedere interviste, invece, le viene facile? «Sono sempre stato l’ascoltatore, l’osservatore, non colui che agisce, forse perché non mi reputo per niente bravo nell’esprimermi. Però, paradossalmente sono uno che sa mollare le cose conosciute e sicure, per buttarsi nel tornado e vedere se alla fine se ne esce vivi… Mi intervisti? Mi butto, ti rispondo…».

Sta dicendo anche che fa cose pericolose? «Molto più di quello che il mio manager e il mio agente approvano! Ti ripetono tutto il tempo “stai attento, hai una carriera…”, ma intanto tu sei ancora quel ragazzino in cerca di avventure che si ritrova a Salt Like City alle due di notte a dormire in macchina».

In macchina evidentemente si sente al sicuro. Una delle sue battute, in Pan, è “la tua casa è dove la fai tu”. Lei dove si sente nel suo nido? «(grande sospiro, ndr) In questo momento direi che ne ho avute tante, di case… Da bambino mi sono spostato da una fattoria all’altra, poi mi sono trasferito in Arizona. Oggi vivo a Los Angeles da 13 anni, e posso dirle che è così, la mia casa è dove la metto su io».

 La vede piena di bambini? «Certo che li voglio, ma non adesso. Desidero molto avere vicino un piccolo amico, o una piccola principessa, ma non in questo momento. Quando avevo 11 anni io era una situazione diversa, stavo in una fattoria con le mucche e nessun bambino, in una simile condizione, avrebbe sognato di diventare attore…».

E come si è sentito quando l’hanno presa per Troy, il suo primo film? «È stata la prima cosa incredibile che mi sia mai successa nella vita. Ma a distanza di anni, lavorare con Hugh Jackman, Rooney Mara e uno dei migliori registi sulla piazza, Joe Wright, ha ancora dell’incredibile per me».

 

Forse perché dal Minnesota ai registi più importanti del mondo, tutto sommato la strada è stata breve per lei. «Quando vivevo con mio padre nella nostra fattoria, a 30 miglia dalla città più vicina, ho messo subito in chiaro che avrei lavorato sodo per la mia vita, non avrei avuto tempo libero e sarei stato molto orgoglioso dei risultati ottenuti. A 18 anni ho scelto di inseguire un sogno e mi sono trasferito a Los Angeles da solo, non avevo un manager o un agente ma sapevo che un giorno li avrei avuti».

Lei appartiene a una nuova generazione di attori protagonisti a Hollywood. Ha paura che la trasformino in un clichè? «Penso solo ad avere ruoli interessanti, che non sono stati ancora fatti, o almeno così li vedo nella mia testa. Mentre nella vita di tutti i giorni amo ridere, i buoni amici, non cerco cose strane».

 Però sul lavoro dicono che sia uno tenace. «Faccio un mestiere duro, in cui si sta sul set tutto il giorno, e la concentrazione è altissima, quindi ho imparato ad esserlo».

La cosa peggiore che si è sentito dire? «”Sei troppo bello per certi ruoli”, una frase che mi ha motivato ad andare più in profondità».

Lei non si sbilancia mai sulla vita sentimentale, mentre la sua fidanzata lascia intuire tra le righe che entrambi siete fatti per la famiglia. «Famiglia, figli e una moglie amorevole sono sempre stati un obbiettivo più grande, nella mia educazione, del correre dietro a storie fuggevoli. Sono argomenti delicati, sappiamo che si può essere molto felici e molto tristi in entrambe le situazioni, ma è vero, sono sempre stato più un uomo da famiglia che il tipo a caccia di avventure».

È il maschio che corteggia? «Assolutamente sì, mai fare il primo passo con me».

 Per concludere, quali parti di se stesso sente più cresciute, e quali ancora adolescenti? «Vengo da una famiglia in cui c’è molto senso dell’umorismo, e il mio lavoro ha molto a che fare col restare un bambino, dentro. Direi che il senso dell’umorismo è una parte ancora infantile, mentre le mie ambizioni sono piuttosto cresciute. Dimenticavo, anche la mia voce è molto adulta. O no?».

Articolo uscito si Grazia l’11/11/2015

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«Se a dirigere un film su Oscar Wilde sono io, Rupert Everett»

28 mercoledì Ott 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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A royal Night out, Altamira, Ampleforth, coming out, Cristiana Allievi, Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, Oscar Wilde, Rupert Everett, Tim Burton

Sta lavorando da otto anni per portare sullo schermo questo progetto e finalmente è arrivata l’ora X. Ecco perchè lo ritiene così importante

L'attore inglese Rupert Everett, 56 anni, sta per dirigere il suo film su Oscar Wilde.

L’attore inglese Rupert Everett, 56 anni, sta per dirigere il suo film su Oscar Wilde.

Sta lavorando da otto anni per portare sullo schermo la storia di Oscar Wilde. Ma quella che era diventata una questione di vita o di morte, raccontare gli ultimi tre anni della vita del poeta irlandese, ha raggiunto finalmente una svolta: le riprese del film inizieranno l’anno prossimo. Come racconta durante la tredicesima edizione del premio Kineo – Diamanti al cinema, dove è stato insignito dell’International Movie Award. Certo, se a Everett la vita è andata meglio che a Wilde, non si può dire che tutto sia stato facile, grazie alla sua omosessualità dichiarata. Ma resta uno dei volti indimenticabili della storia del cinema, e nonostante il tempo passi, nemmeno a 56 anni compiuti smentisce l’immagine del dandy. Discendente della famiglia reale di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra e Scozia, la sua vita, la vena polemica, il narcisismo e l’eleganza dei modi lo hanno reso una miscela esplosiva, un idolo, al punto da spingere Tiziano Sclavi a farne il protagonista del suo Dylan Dog. E in attesa di vederlo in Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children di Tim Burton, in Altamira di Hugh Hudson e A Royal Night Out di Julian Jarrold (in cui interpreta Giorgio VI, come ha fatto Colin Firth) parliamo con l’attore inglese di quello che gli sta più a cuore.

Finalmente ci siamo: il suo film su Oscar Wilde partirà…
«Inizierò le riprese l’anno prossimo a Napoli, finalmente. Ho scritto la sceneggiatura, sarò il regista e anche l’attore principale, nella mia fantasia voglio essere un Orson Welles! Nel cast ci saranno Emily Watson, Miranda Richardson, Tom Wilkinson e Colin Firth. Il cinema che amo, quello di Visconti e di Antonioni, con tecnici di primissimo livello, costumi sontuosi, decorazioni raffinate, è sparito: voglio tentare di riprodurre quel sogno, oggi».

Che Wilde vedremo?
«Quello degli ultimi tre anni di vita. La storia di Wilde è la storia di un meraviglioso essere umano che viene distrutto dalla società. Tengo molto a mostrare come in un momento si possa essere accettati, e in quello successivo reietti. Prima di Wilde la parola omosessuale non esisteva, ha dato scandalo. Ma già a metà Ottocento era una grande celebrità, un uomo modernissimo che ha attraversato l’America su uno speciale treno verde… È una figura cristica per il movimento omosessuale, per me, e soprattutto per il mio mondo lavorativo, che non è dei più facili».

Il poeta, esteta e scrittore irlandese Oscar Wilde.

Il poeta, esteta e scrittore irlandese Oscar Wilde.

In molti dovrebbero ringraziarla per il suo coming out. A Hollywood gliel’hanno fatto pagare?
«All’epoca vivevo a Parigi, Hollywood è venuta molto dopo. Di sicuro le mie dichiarazioni non mi hanno facilitato la carriera, essere gay nello showbusiness non è una gran cosa, e io non sono un’eccezione. E non mi riferisco al pubblico, che non si cura minimamente di queste cose, ma al business: cosa vuole che le dica? Il cinema è come il calcio, stessa cultura».

Ma non si è sentito più protetto, proprio perché parte del mondo dello spettacolo?
«Non mi lamento della mia vita, è stata molto fortunata. Forse oggi il mondo a cui si riferisce è cambiato, ma nel 1980, quando ho iniziato, non era amichevole con i gay».

A occhio lei non ha avuto paura di essere se stesso, o sbaglio?
«Ne ho avuta eccome, però non mi ha mai fermato dal vivere la mia vita. A un certo punto bisogna occuparsi del proprio futuro, nessuno lo fa al posto tuo. Oggi viaggio sulle mie gambe e fare un film da solo, con la completa responsabilità, è una sfida che mi piace. Non ho idea di come farò, ma la parola creatività significa qualcosa che viene fuori dal nulla, quindi credo che sarà un momento molto creativo».

Le esperienze difficili rinforzano?
«Tutto quello che va male, nella vita, finisce per rivelarsi con l’essere una cosa buona. Ho avuto molti anni per interrogarmi a fondo su quello che volevo fare, con Wilde. Quando qualcuno ti dice “questa cosa è inutile”, devi guardarci dentro e decidere: o sei d’accordo, o non lo sei affatto. In questo caso, a ogni passo ti rafforzi».

Quando ha passato la boa dei cinquanta ha detto di essere triste perché non si sentiva più sexy. A vederla di persona non sembra ancora il caso di buttarsi giù…
«A dire il vero a 50 anni ho dichiarato che non mi sentivo più dipendente dal sesso e che la cosa mi faceva molto piacere! Tutta la mia vita è stata guidata dall’idea del sesso, una reazione all’educazione cattolica ma soprattutto avevo ormoni piuttosto effervescenti. Anche se credo che la maggior parte degli uomini pensi al sesso, capirà il senso di liberazione».

Cos’è cambiato, con i cinquanta?
«Proprio gli ormoni, il sesso è per i giovani (ride, ndr), la marea dell’oceano ci spinge in alto e poi ci ributta giù».

Avere un padre ufficiale dell’esercito britannico ha inciso sul suo carattere?
«Di sicuro sono andato in reazione con tutto il mondo delle armi, questo sì. Mio padre è stato un uomo gentile fino a quando io e mio fratello eravamo piccoli, ma intorno ai 12 anni, di fronte alle nostre ribellioni, s’infuriava fino a schiacciarci».

Rupert Everett è stato un bambino impegnativo?
«Mi hanno cresciuto secondo il vecchio stile, addirittura senza tv. Una delle cose migliori della mia vita è stata la mia prima infanzia, in un ambiente molto organizzato, sicuro, tranquillo. Avevo poche cose, ero curioso di sottigliezze come la polvere colpita da un raggio di sole… In casa non ci era permesso far troppo rumore, dovevamo stare tranquilli. Anche i nonni mandavano il messaggio che non si doveva dare spettacolo, né alzare la voce, per avere l’attenzione di tutta la famiglia».

E lei ha reagito.
«Fino a sette anni sono stato molto solitario, sensibile e riflessivo, poi mi hanno portato in collegio (all’Ampleforth, un istituto diretto dai monaci Benedettini, ndr) e sono diventato un’altra persona. È iniziata la fase esibizionista, urlavo, mi facevo notare, facevo ridere gli altri tutto il tempo. È così che a 15 anni mi sono iscritto alla Central School of Speech and Drama di Londra e ho iniziato a recitare».

Curioso, ho letto una sua dichiarazione in cui dice che essere tranquilli, nella vita, è la cosa più importante.
«È vero, e ciò che disturba la quiete nel mio caso è vivere nel mondo del cinema, doversi mantenere, farsi venire nuove idee… Insomma, andare avanti».

Soffre d’ansia?
«Come potrei non soffrirne in un mondo che ci spinge a venderci di continuo, a tenere le cose sotto controllo, ad apparire perfetti? Avendo molte idee anch’io devo andare in giro a proporle, non mi lamento ma è stressante».

A proposito di andare avanti… Sarà presto Giorgio VI, in A Royal Night Out. Non è stufo di fare l’aristocratico in costume?
«Sono alto 193 centimetri, sono inglese e vengo dall’alta società. Non mi stupisce che mi vogliano per fare parti da nobile, e non mi preoccupa».

articolo uscito su GQ Italia a ottobre 2015

© Riproduzione riservata

«Una storia rock», parola di Amy Berg, regista di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin

12 lunedì Ott 2015

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Amy Berg, Amy Winehouse, Ball and Chain, Big Brother, Cat Power, Cristiana Allievi, David Niehaus, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Joss Stone, Mick Jagger, Monterey Pop festival, Pink, Rolling Stone, Woodstock

Una donna sola e disperatamente bisognosa di attenzioni. All’università del Texas viene eletta “il maschio più brutto del campus” e non si riprenderà mai davvero dallo shock. Una tigre che salta sul palco di Woodstock e intona a squarciagola Ball and chain. E che, proprio grazie al suo cuore maltrattato, raggiunge un pubblico sconfinato, che si riconosce nel suo grido di dolore. Le immagini di Janis, il film presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia, e nelle nostre sale dall’8 ottobre, sono una specie di doccia scozzese. Disorientanti e potenti, raccontano la vita della prima rockstar della storia, una delle cantanti più venerate di tutti i tempi e che, nonostante sia durata solo 27 anni e abbia inciso quattro album, resta fissa nei primi posti della lista dei più grandi cantanti e artisti di tutti i tempi ideata da Rolling Stone. A 45 anni esatti dalla sua morte, Emy Berg, regista candidata agli Oscar, ci consegna il suo omaggio a Janis, un’icona che molti anni fa ha aperto la strada alle Joss Stone, Amy Winehouse e Pink contemporanee. Ci ha lavorato sette anni e la sua abilità è stata unire due prospettive. Da una parte lascia che sia Janis stessa a parlare, per tutto il film, attraverso le lettere scritte alla famiglia e agli amanti negli anni, molte delle quali rese pubbliche per la prima volta grazie a questo film. Interviste alla famiglia, agli amici di infanzia e ai colleghi musicisti completano il quadro. Quando lo spettatore si è fatto un’idea complessiva della donna, ecco che emerge potente un’altra parte. Arrivano le immagini dei concerti e le foto che sprizzano vita da tutti i pori. A quel punto lo spettatore è catapultato nelle prime file dei live, a respirare quell’aria magica e intrisa di dolore che ha fatto della Joplin un riferimento imprescindibile. Occhi azzurrissimi, magra, Emy Berg indossa un paio di jeans a zampa e una camicia trasparente. Parla a bassa voce ma con molto entusiasmo del suo lavoro.

Una scena di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin della regista Emy Berg.

Una scena di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin della regista Emy Berg.

Il suo film mette in evidenza un fatto: Janis stava bene solo sul palco: le immagini al Monterey Pop Festival, uno dei momenti più memorabili di Woodstock, parlano chiaro. «Il palco era la sua cura, le performance dal vivo di Janis erano elettriche. Lì si lasciava andare, e la gioia e il dolore che liberava erano assolutamente inebrianti. Forse dire che con le performance live si guariva è eccessivo, di sicuro le facevano dimenticare il suo dolore e la forte insicurezza. Ma il grosso problema di Janis era come essere felice nelle restanti 23 ore della giornata, un fenomeno molto comune tra i cantanti».

È Janis stessa a parlare di sè, per tutto il film. «Ho scelto di raccontarla attraverso le sue lettere, scritte alla famiglia, agli amanti. Leggendole ho incontrato una donna vulnerabile e dolce, a caccia di conferme, completamente diversa da quella che si vedeva nei concerti, capace di esporsi davanti a milioni di persone senza paura. È stato lì che ho deciso di lavorare sul contrasto».

Come ha scelto Cat Power, per farle da voce? «L’ho sentita in un’intervista su You Tube e mi ha colpito quanto la sua voce sia simile a quella di Janis. Hanno molte cose che le accomuna, anche Cat ha lasciato la famiglia presto per seguire la musica, e non l’hanno capita. L’ho cercata su Google e le ho parlato al telefono, una settimana dopo era con noi e mi mandava foto sull’IPhone».

Avere una giovane star dell’indie rock nel film servirà ad attirare più pubblico? «Adesso vedo che è così, ma all’epoca pensavo solo a qualcuno che sapesse leggesse con facilità delle parole, senza recitare».

Secondo lei come si sentiva tra gli uomini, Janis? Dice cose contraddittorie in merito. «Se n’è andata dal Texas cercando un’affermazione lontano da casa, allo stesso tempo cercava una famiglia, a San Francisco. Janis aveva bisogno di un sistema che la supportasse, non a caso la rottura con i Big Brother, la sua prima band, l’ha distrutta. Non aveva realizzato quanto stesse bene in quella dimensione. Ha lasciato il paese, cambiato tour manager, si sentiva molto sola. Infatti ha iniziato ad aveva un camerino solo per lei, si è separata dagli altri».

L’uso delle droghe era davvero massiccio… «Aveva una storia di dipendenze, già all’epoca in cui viveva a San Francisco. Nelle droghe ha trovato un modo per calmare le voci che la tormentavano nelle famose 23 ore in cui non era sul palco. Non ha saputo trovare la strada per smettere, è morta per mano di una partita di eroina».

 Janis mostra chiaramente che anche una persona molto danneggiata come lei ha avuto la chance di salvarsi, grazie all’amore vero. «È un tema forte nell’industria musicale, è più difficile per una donna di successo avere una vita privata. Per Mick Jagger e i colleghi le cose sono sempre state più facile, per una donna famosa è dura avere un uomo che stia a casa, o che regga la differenza di esposizione. Ecco perché ho pensato che una storia come quella con David Niehaus- un insegnante che viaggiava per il mondo e non aveva la minima idea di chi fosse Janis quando l’ha conosciuta- andasse mostrata. Era il periodo in cui lei aveva smesso di drogarsi, lui era un uomo forte, non era mai stata con un uomo simile. E non lavorava nel settore, quindi non c’era competizione tra loro. Ma a causa di lettere non recapitate e sfortunate coincidenze, le droghe sono tornate e hanno distrutto tutto».

Amy Berg, regista Usa che racconta la prima rocker della storia a 45 anni dalla sua morte.

Amy Berg, regista Usa che racconta la prima rocker della storia a 45 anni dalla sua morte.

I fratelli di Janis le erano molto vicini. «Era legatissima al più giovane, Michael, prima della morte stava pensando di trasferirsi in California e seguirla in tour. Lora le era vicina di età, forse stava combattendo con gli stessi fantasmi ma aveva diversi interessi, non stava tentando di diventare una rockstar».

Lavorando al film si è fatta un’idea dell’origine della forte insicurezza della Joplin? «Quando Lora e Michael parlano del matrimonio dei loro genitori, che andava sempre più in crisi tanto più Janis diventava famosa, c’è una frase chiave: “i nostri genitori sentivano di aver dato vita a una calamità”. Significa che erano imbarazzati di avere una figlia simile, mi ha fatto riflettere».

C’è qualcosa che l’ha colpita e che non ha raccontato nel film? «La madre di Janis era una cantante, aveva una voce meravigliosa ma ha deciso di non tentare la carriera e diventare madre di famiglia. Credo che la figlia abbia fatto ciò che non è riuscito alla madre».

Crede che sua madre fosse gelosa di lei? «Credo proprio di sì. Forse si trattava più di paura che di gelosia, ma questo è il background emotivo della loro relazione. So che sarebbe stato molto interessante da raccontare, ma dovendo scegliere ho tenuto il focus su Janis».

Dal suo film si intuisce che conosceva bene Jimi Hendrix, ma non è chiaro in che modo. «Ho sentito varie storie su di loro, che non ho incluso. Ma so per certo che Janis era una delle donne che si è messa in coda per servirlo…».

Cosa intende dire? «Che dopo i suoi concerti Hendrix aveva la fila di donne che aspettavano di fare sesso con lui. Janis ha detto alla sua band che si è messa in coda anche lei…».

articolo pubblicato su D di Repubblica del 19/9/2015

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«Con Lolita ho chiuso», parola di Ludivine Sagnier

23 mercoledì Set 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Bonnie, Cristiana Allievi, François Ozon, Kim Chapiron, Love is in the Air-Turbolenze d’amore, Ludivine Sagnier, Ly Lan, Nicolas Bedos, Swimming Pool

È una delle attrici più quotate, e non solo in Francia, la sua patria. A Parigi, mentre allattava la sua ultima nata, ci ha spiegato perché con i ruoli da Lolita che l’hanno caratterizzata al suo esordio al cinema ha chiuso definitivamente. Adesso è tempo di tradimenti e la politica, ma solo sul set

Ludivine Sagnier, 36 anni, ha iniziato a sfilare a 9 anni e a 10 era già in un film di Resnais (courtesy of zimbio.com).

Ludivine Sagnier, 36 anni, ha iniziato a sfilare a 9 anni e a 10 era già in un film di Resnais (courtesy of zimbio.com).

Gira per la stanza cullando tra le braccia la figlia Tam, di pochi mesi. È la terza arrivata e ha un nome vietnamita come il padre, il regista Kim Chapiron. Ludivine Sagnier arriva al nostro incontro struccata e mi confessa di aver dormito molto poco. Si scuserà più volte, durante la conversazione, perché Tam piangerà spesso e lei la allatterà davanti a me. L’attrice francese, 36 anni, diventata famosa nel 2003 con il film di François Ozon Swimming Pool, in cui interpreta il ruolo di una procace e seducente ragazza, ora è al cinema con Love is in the Air-Turbolenze d’amore, di Alexandre Castagnetti, con Nicolas Bedos. Non faccio in tempo a farle la prima domanda che, ecco, Tam piange: «Mi scusi, devo darle da mangiare. È la prima volta nella mia vita che faccio una cosa del genere durante un’intervista, mi vergogno un po’». Faccio per alzarmi ma lei mi dice di andare avanti con le domande.

Dopo Bonnie, 10 anni, e Ly Lan, 6, è arrivata alla terza maternità. È difficile organizzarsi? «Sì, come per tutte le donne che lavorano. Pianifico ogni impegno al millesimo di secondo».

Quante babysitter ha? «Una, più una persona che mi aiuta in casa, fine. Il resto lo faccio io, come ogni donna che lavora».

È un caso raro che una 36enne in carriera abbia tre figli. «Non in Francia. Anche l’attrice Isabelle Huppert ne ha tre. Ma forse ha ragione lei: tre sono tanti, si deve cambiare spesso l’automobile, pensare sempre più in grande».

È diverso adesso il modo in cui sceglie i film? «In questo momento ho meno voglia di assentarmi per lunghi periodi e di andare lontano da casa, ma credo fermamente che anche per i figli sia importante avere una madre realizzata. Lavorare fa bene».

Al cinema ha iniziato con personaggi simili al cliché dell’adolescente sexy alla Lolita, in Turbolenze d’amore è una single 30enne che sogna l’amore con la A maiuscola. È una svolta? «Tutti invecchiamo, non si può interpretare Lolita fino a 50 anni. Trovo che questa donna single sui 30 anni sia molto attuale. È giovane, vuole essere indipendente, ma ha comunque un’idea romantica dell’amore. Non trova tutto questo molto moderno?».

Il film affronta anche il tema del tradimento.
«È stato interessante studiare l’aspetto della gelosia. In Turbolenze d’amore si capisce quanto sia un sentimento che nasce dall’insicurezza. È bello vedere che cosa scatena un’emozione così forte e distruttiva: che il tuo fidanzato ti tradisca davvero o meno quasi non conta».

Lei è gelosa?
«No, ma so che stiamo parlando di un sentimento pericoloso quanto la tossicodipendenza. La buona notizia è che con una psicoterapia mirata si può guarire».

Ha già interpretato donne molto diverse tra loro. Con quale nuovo personaggio si cimenterebbe?
«Mi mancano le donne di potere, per esempio le politiche. Non ne ho nessuna in mente, ma è un mondo che mi attira».

Sono pochi i ruoli per le donne, al cinema? Il cinema è sessista?
«Purtroppo sì. Ci sono ruoli favolosi per le 20enni, poi per le 40enni: nell’età di mezzo, invece, sembra che non succeda nulla di interessante. Io sono troppo giovane per fare la 40enne e troppo grande per essere una 20enne. Ma non mi posso lamentare perché lavoro lo stesso».

Come si sentirebbe se le sue figlie facessero il suo mestiere?
«Bonnie, la più grande (avuta dall’attore Nicolas Duvauchelle, ndr), è già apparsa nei miei film, l’unica regola che ho dato è stata: “solo un giorno di riprese”. Le bambine vengono sempre con me sul set, dopo la scuola, do loro compiti speciali. Chiedo di annotare i nomi degli elettricisti, dei macchinisti, oppure di descrivere che cosa succede durante la giornata. Voglio che imparino che puoi fare molte cose su un set, che non c’è solo il mestiere dell’attrice e del regista».

Lei quale altro mestiere sogna?
«Amo cantare, vorrei farlo di più. E spero di girare presto il film scritto da mio marito».

 Intervista uscita su Grazia del 4 settembre
© Riproduzione riservata

Yann Arthus-Bertrand, il regista che racconta gli esseri umani

21 lunedì Set 2015

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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6 miliardi di Altri, Bettencourt Shueller, cambiamenti climatici, Cristiana Allievi, Earth from above, emergenza pianeta, festival di Venezia, Human, Onu, Yann Arthus-Bertrand

Yann Arthus Bertrand, regista, scrittore, giornalista e fotografo francese.

Yann Arthus Bertrand, regista, scrittore, giornalista e fotografo francese (courtesy of artfinding.com)

C’è un uomo che racconta cosa si prova a uccidere. Una donna che ammette quanto le sia costato seguire i desideri di sua nonna, invece dei propri. E poi c’è chi ha così fame da ridursi a raccogliere i chicchi di riso da terra, negli anfratti delle strade del proprio villaggio. Si procede così per tre ore e 15 minuti, il tempo in cui sono stati condensati quattro anni di interviste a esseri umani provenienti da ogni angolo del pianeta, dall’Alaska all’Equador, sui temi più diversi. Si va dall’amore alla fame, dalla criminalità alla sessualità, e le parole si alternano alla bellezza straordinaria delle immagini della natura, e della musica che le accompagna. Con Human lo scopo di Yann Arthus-Bertrand, regista, fotografo, cineasta, ambientalista, narratore e maestro indiscusso delle riprese aeree, era quello di consegnare un ritratto del genere umano nella sua globalità e nelle sue infinite sfumature. Dopo Home, il film inchiesta sullo stato del pianeta visto da più di 600 milioni di persone, il nuovo film verrà presentato in anteprima mondiale al festival di Venezia, il 12 settembre, in contemporanea con il palazzo delle Nazioni Unite a New York. A un certo punto di Human un bambino stregone che è stato cacciato dalla sua famiglia dice “abbiamo tutti una missione su questa terra, e tocca a me trovarla..”. È forse questa la lezione più importante che Yann vuole lasciare allo spettatore, come racconta ad Icon proprio a Venezia, a poche ore dalla proiezione del film.

Lei è un maestro indiscusso delle riprese aeree. Da dove nasce il suo interesse per questa visione dal cielo? «Quando avevo trent’anni io e mia moglie siamo andati in Kenia a studiare i leoni per scrivere una tesi. Volevo diventare uno scienziato, ma non avevo i requisiti necessari e non volevo tornare a studiare. Così ho pensato a un dottorato sul comportamento dei leoni, e abbiamo scelto di seguire un’intera famiglia».

Per quanto li ha seguiti? «Per tre anni, tutti i giorni. Io fotografavo, mia moglie scriveva. Il leone è stato il mio maestro, quando ho scoperto la fotografia, grazie a lui ho imparato tutto sulla della bellezza evidente e sulla pazienza. A un certo punto è arrivata l’esigenza di studiare l’aspetto della territorialità, avevo bisogno di vedere le cose diversamente. E dall’alto registri cose insospettabili rispetto a quando sei a terra».

A quel punto ha deciso di fare il fotografo per davvero… «Sono tornato in Francia, era il grande momento del National Geographic, di Geo, di Airone da voi in Italia. Sono diventato il fotografo di wildlife e ho smesso di studiare. Era una vita meravigliosa, giravo per il mondo e guadagnavo. Poi ho scritto un libro che ha avuto enorme successo, Earth from above, ho guadagnato abbastanza da poter creare la mia fondazione».

Com’è nata, invece, la sua passione per il racconto in immagini filmate? «Nel 1991 per un guasto a un elicottero sono rimasto qualche giorno in un villaggio nel Mali, presso una famiglia di agricoltori di sussistenza. Sono un milione nel mondo, persone che non vendono i loro prodotti, coltivano la terra per solo sfamare la famiglia, e non sanno né leggere né scrivere. In quei due giorni mi hanno raccontato la loro vita, le loro angosce sulla morte e la malattia, il dispiacere per il fatto che i figli non potessero avere un’istruzione. Sapevo già quelle cose, ma mi sono accorto che sentirle dalla voce delle persone era diversissimo dal leggere il racconto di un giornalista. Io, che facevo le riprese aeree di tutti quegli omini, ho iniziato a chiedermi cosa avrebbero avuto da raccontarmi. Da lì è iniziato il progetto di 6 miliardi di Altri, una mostra multimediale precedente a Human.

La sua scelta è di comunicare cose di forte impatto ma senza alcun sensazionalismo, né spinta. «Ciascuno di noi reagisce per come è, a ciò che vede. C’è chi mi ha detto che non ha potuto vedere il film completo, era troppo violento… Tutte le persone che si vedono sullo schermo sono me e te, sono uno specchio. Ma concordo sull’assenza di sensazionalismo, io preferisco raccontare la verità senza giocare, certo è che un bambino che dice di essere stato venduto dai suoi genitori, è violentissimo da ascoltare».

Cosa pensa del cinema “normale”? «Non sopporto più la violenza gratuita, gli attori che fingono di soffrire, oggi c’è una grande confusione tra realtà e fantasia. La violenza è qualcosa che parte dall’economia, vivo in un paese che è il terzo produttore di armi al mondo, un paese che difende i diritti umani e allo stesso tempo vende aerei e missili che uccideranno bambini, colpendo una scuola. Non capisco perché siamo ancora in questa dinamica di violenza e di odio, la morte di un bambino è un’idea inaccettabile per me».

I problemi più urgenti del pianeta quali sono, secondo lei? «Non sono economici, quanto i cambiamenti climatici e i rifugiati. Dobbiamo smettere di combattere e aprire la mente, il papa ce lo ripete ogni giorno. Se non lo facciamo, esplodiamo. Il mio film parla di questo, di che cosa siamo al mondo a fare, di cosa significa essere esseri umani e di qual è la nostra missione».

È facile da trovare, secondo lei? «Dico spesso che è relativamente facile avere successo nella propria vita professionale, mentre è molto più complicato riuscire nella nostra vita in quanto esseri umani. Ma è a questo che dobbiamo tendere, ed è per questo che dobbiamo usare la nostra intelligenza».

Il nuovo film, Human, ha il sostegno di due colossi dell'impegno umanitario, la Fondazione Bettencourt Shueller e la Fondazione GoodPlanet, dello stesso Arthus-Bertrand .

Il nuovo film, Human, ha il sostegno di due colossi dell’impegno umanitario, la Fondazione Bettencourt Shueller e la Fondazione GoodPlanet, dello stesso Arthus-Bertrand .

Nel suo film una persona dice che la vita dell’uomo è più facile di quella della donna. Lo crede anche lei? «Innanzitutto credo che le donne non abbiano abbastanza potere sulla terra. Hanno un’intelligenza istintiva che le porta dritte a ciò che è essenziale, e credo dipenda dal fatto che la loro ambizione è riuscire a creare una famiglia, per cui serve intessere relazioni. Mentre l’uomo cerca la realizzazione professionale, e vuole realizzarsi attraverso di essa. Ma la felicità passa attraverso le relazioni e la crescita insieme, non i propri interessi personali».

Dopo il 12 settembre Human potrà contare su una distribuzione capillare in tutto il mondo, grazie al sostegno di network, della rete, dei cinema e delle televisioni.

Articolo pubblicato su Icon Panorama di settembre 2015

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Vincent Cassel: «Non chiedetemi l’impossibile»

26 mercoledì Ago 2015

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes, Miti

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Ariel Keliman, Cherau, Cristiana Allievi, Eyes wide Shut, Intimacy, Irreversible, maschi, Mon Roi, Monica Bellucci, Partisan, relazioni di coppia, Vincent Cassel, YSL

DICE CHE L’AMORE VERO NON FINISCE MAI, NEMMENO IL SUO CON LA BELLUCCI. HA IMPARATO SULLA SUA PELLE CHE IN OGNI COPPIA CI SONO SEGRETI INCONFESSABILI E TROPPI COMPROMESSI. E SA CHE SARA’ SEMPRE UN GENITORE IMPERFETTO. VINCENT CASSEL FA IL SUO BILANCIO SENTIMENTALE CON GRAZIA. E SVELA IL SUO UNICO TABU’

L'attore francese Vincent Cassel, 48 anni (courtesy of ohmymag.com)

L’attore francese Vincent Cassel, 48 anni, all’ultimo Festival di Cannes con Mon Roi (courtesy of ohmymag.com)

«Voi donne giudicate gli uomini, dalla mattina alla sera», mi dice. «Spostate di lato lo sguardo e pensate “Guarda questo come mi tratta, crede davvero di essere un macho…”. Adesso il trend è dire che il maschio è manipolatore e narcisista. Ma è tempo di piantarla». Non posso credere di essere nel pieno di una chiacchierata sul rapporto uomo-donna, di quelle che si fanno con le amiche più strette, con l’attore francese più sexy che ci sia. E il bello è che lui, icona del maschio dannato, imprendibile e per questo super seducente, sta demolendo lo stesso mito che rappresenta agli occhi delle donne. Maglietta nera aderente, pantaloni color nocciola in lino, l’attore e produttore 48enne, padre di due figlie, Deva e Leonie, avute dalla ex moglie Monica Bellucci, è un’ondata di elettricità. In Italia lo vedremo in Partisan, nelle sale dal 27 agosto, una sorprendente opera prima dell’australiano Ariel Kleiman, ma la nostra discussione si accende quando gli parlo di Mon Roi, film molto applaudito all’ultimo festival di Cannes che debutterà il 21 ottobre e poi arriverà anche in Italia. È la storia di un amore prima intenso poi distruttivo, in cui Cassel interpreta Giorgio, un seduttore incapace di legami profondi, innamorato solo della propria libertà di prendere e lasciare chi afferma di amare. L’attore riesce a mettere in luce complessità e contraddizioni maschili in cui molti uomini potranno rispecchiarsi, se avranno il coraggio di ammetterlo. Da qui nasce la provocazione con cui inizio l’intervista. Gli chiedo dove finisce Giorgio e dove comincia Vincent? «Noi maschi non siamo sempre attaccati al nostro egoismo. È una malattia diffusa ma non tutti ce l’hanno», dice l’attore. «La verità è che è dura, da uomo, far combaciare chi sei con le tue responsabilità, senza rinnegare te stesso».

Si sta lamentando perché il macho è stato deposto? «Sono felice di essere un uomo, ma i ruoli stanno cambiando, adesso anche le donne hanno le palle, e non so se è una buona notizia… Si comportano sempre più spesso come uomini, ma mi chiedo perché a noi non è permesso comportarci come donne».

Guardando Mon Roi ci si chiede per tutto il tempo chi ha ragione, il marito, che prima si prende tutto poi inizia con le crisi da mancanza di libertà, o la moglie, incapace di resistere al fascino di lui e ai suoi copi di testa… «La coppia è qualcosa di impossibile, o quantomeno diciamo che dipende dal tempo. Mi guardo intorno, quante persone stanno insieme per sempre senza fare enormi compromessi? Più conosci qualcuno, più riveli te stesso all’altra persona. E più sai che ci sono parti dentro di te che sembrano impossibili da ammettere».

Quindi, a un certo punto, l’amore può finire per sempre? «Ho sentito dire dell’amicizia, “chi non è tuo amico oggi, non lo era mai stato nemmeno prima”. Lo stesso vale per l’amore, se hai vissuto anni con qualcuno e poi non gli parli più c’è qualcosa di sbagliato, l’ho sempre pensato: se la persona non ti ama, non ti ha mai amato. Quando ti lasci, la rabbia, la gelosia, tutte queste emozioni possono interferire per un momento, poi devi ammettere che se una donna è stata importante per te, non puoi cambiare un fatto simile».

L’anno scorso ha dichiarato che niente è cambiato tra lei e Monica Bellucci, eccetto il fatto che non siete più sposati. Nel film si separa ma si muove allo stesso modo, come non fosse successo niente… «Oggi sento che non è vero che niente è cambiato. Comunque non credo di essere un’eccezione».

In che senso? «Non credo che i miei problemi di relazione siano diversi da quelli che ha la mia vicina di casa. Cambiano i dettagli, per il resto siamo tutti uguali. Improvvisando, sul set, venivano fuori un mucchio di frasi come “no, per favore, non andartene…”, alla fine della giornata io ed Emmanuelle eravamo esausti. Ma come attore non posso nascondermi, devo permettere all’umanità di affiorare».

Ma sarà più facile recitare cose che si sono vissute sulla pelle… «Innanzitutto recitare è facile, e poi ho 48 anni, e più cresci come persona più sei ricco, dopo aver avuto i miei figli mi è stato più facile recitare con bambini. Per risponderle, i personaggi dei film, i loro problemi e la mia vita personale hanno moltissimo in comune, e allo stesso tempo sono diversissimi».

Il Gregory che interpreta in Partisan è molto difficile da inquadrare. È il mentore di un gruppo di donne e bambini disagiati. Li porta via dalla strada, li protegge ma insegna loro come diventare assassini, in nome di un codice morale distorto. «È decisamente una persona che ce l’ha con il mondo. Ha creato una famiglia ideale con tanti bambini e tante donne, e lui, lì in mezzo come un gallo, è l’unico uomo. Ma il cuore del film riguarda i genitori e il modo in cui passano il proprio sapere ai figli. Anche se lo si fa con amore e con atteggiamento positivo, alla fine si sbaglia comunque. Il film estremizza il concetto, coinvolge i piccoli in temi come l’omicidio e la violenza, ma il racconto riguarda la famiglia e la paternità».

È vero che voleva rifiutare il film? «Quando ho letto la sceneggiatura l’ho trovata una delle cose più interessanti e misteriose che mi sia capitato di vedere, ma le riprese erano in Australia e per me era troppo lontano. Ma ho deciso di scrivere almeno una nota ad Ariel, ha solo 28 anni i suoi corti mi avevano rapito, l’ho ritenuto molto bravo. Lui mi ha risposto che la distanza non era un problema, avremmo trovato una soluzione. E da lì in avanti ci siamo organizzati».

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Cassel nei panni di Gregory in Partisan, esordio alla regia dell’australiano Ariel Kleiman.

Sono sempre progetti che sfuggono agli schemi ad attrarla. «Mi piacciono le esperienze particolari, i registi con uno stile ben definito. E lo stile per me non è una cosa superficiale, riguarda il modo in cui vuoi attirare l’attenzione delle persone invogliandole a guardare quello che fai. Di certo Ariel ha talento».

Lei mostra un’evoluzione, dentro e fuori dallo schermo: si cambia, col tempo? «Credo che nessuno di noi cambi».

Sicuro? «Mi accetto di più, e ho imparato a usare i miei punti di forza. Ma questo non significa che sono cambiato, non sono un’altra persona».

Voi attori francesi sembrate molto bravi a mostrarvi, a livello sia fisico sia emotivo. Ci sono cose che per lei sono tabù? «Ha visto Love di Gaspar Noè, il porno presentato a Cannes? Io e Monica abbiamo parlato con lui, anni fa, prima di girare il film che poi è diventato Irreversible: voleva fare una specie di Eyes Wide Shut con scene di sesso esplicite. Ho declinato subito l’offeta, Monica mi ha detto “perché lo hai fatto? Prima parliamone…”. Abbiamo guardato Intimacy, di Chereau, e altri film sul genere, film veri con scene di sesso. E lì abbiamo capito che era impossibile, non potevamo metterci in una situazione simile, non davanti a una telecamera. È un tabù? Io dico che voglio mantenere un certo tipo di distanza».

Sembra l’unica, considerati i ruoli che ha interpretato. «Ma fa la differenza. Ha visto YSL di Bertrand Brunello? Molti attori del film sono amici, da Louis Garrell a Gaspard Uilleil, amo il film e quando l’ho visto ho detto “viva la Francia!”. Ma davanti a quei baci tra loro, sapendo che non sono gay nella vita reale, mi sono detto “non lo farei”. Da giovane osavo di più, facevo di tutto, crescendo non sento più di fare cose che non mi piacciono».

L’ultima domanda è sul narcisismo: il suo, quello del divo Vincent Cassel.  «Non sono una star ma un attore. Non credo ai divi, sono un bluff. Mi creda, la celebrità è un trucco, un grande trucco nascosto, e molti lo scambiano per magia. E se ti consideri un mago che conosce i trucchi, non puoi pensare di essere una star del cinema. Sono solo un buon venditore. E sono più orgoglioso di questo che di illudermi con la storia della star».

Pubblicato su Grazia del 26/8/2015

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Matthias Schoenaherts: «Essere bello è solo la metà del lavoro»

14 domenica Giu 2015

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes

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A bigger Splash, Bullhead, Cannes 2015, Cristiana Allievi, Diane Kruger, Jackson Pollock, Jaques Audiard, Kate Winslet, Le regole del caos, Luca Guadagnino, Maryland, Matthias Schoenaerts, The danish girl, Un sapore di ruggine e ossa, Via dalla pazza folla

Matthias Schoenaerts, attore belga, 37 anni, è l'uomo della prossima stagione cinematografica (courtesy thefasionisto.com).

Matthias Schoenaerts, attore belga, 37 anni, è l’uomo della prossima stagione cinematografica (courtesy thefasionisto.com).

Per i suoi ruoli più riusciti ha gonfiato i muscoli, tirato di boxe e non ha dormito per settimane. Ora Matthias Schoenaerts arriva al cinema con un film in costume che parla di sentimenti. “Così posso dimostrare anch’io che ho un lato femminile”, racconta a Grazia. 

«Se ami qualcosa o qualcuno, non puoi avere paura dei tuoi sentimenti». Conoscevo l’attore belga Matthias Schoenaerts, 37 anni, per i suoi ruoli da duro, oltre che per i suoi occhi ammalianti. Stavolta questo nuovo sex symbol del cinema internazionale mi sorprende mostrando il suo lato riflessivo. Rispetto all’ultima volta in cui l’ho incontrato, mi sembra molto più alto. Qualche anno fa, nel film Bullhead, era una specie di Minotauro che si iniettava cocktail di ormoni. In Un sapore di ruggine e ossa, il film di Jacques Audiard che gli ha regalato la notorietà internazionale, era un pugile. Adesso, invece, arriva al cinema accanto a Kate Winslet nel Le regole del caos (nelle sale), delicato film in costume ambientato ai tempi del Re Sole e diretto da Alan Rickman: «È una storia di passione, che va dritta al cuore», mi dice, anticipandomi che, prossimamente, lo vedremo cambiare parecchio sul grande schermo. Matthias ha appena terminato le riprese di A Bigger Splash di Luca Guadagnino e di The Danish Girl di Tom Hooper, in autunno lo vedremo nel dramma vittoriano Via dalla pazza folla e in Maryland, il thriller con Diane Kruger presentato all’ultimo festival di Cannes.

Lei è un cocktail inusuale: da una parte c’è la sua fisicità, dall’altra questa sua inaspettata vena sensibile. Come ci si trova, dentro?
«Il fisico dipende solo dalla boxe che ho fatto da ragazzo, ma ho un lato femminile sviluppato perché sono stato cresciuto da mia madre e mia nonna».

Che cosa ha imparato da loro?
«Tutto. E francamente non capisco perché gli uomini tendano sempre a ridimensionare il valore delle donne. È strano, perché ogni figlio ha una madre e diventare uomo significa avere la consapevolezza della sua importanza nella tua vita».

Lei ha lavorato con tante donne: Marion Cotillard, Kate Winslet, Tilda Swinton e Carey Mulligan. Che cosa hanno in comune le grandi dive di oggi?
«La generosità. Sono donne che cercano sempre la verità. E per me questo è un aspetto che conta più del fatto che, come attrici, piacciano o meno».

Le donne belle la mettono in soggezione?
«Non sono un tipo facile da intimidire. Credo potrebbe riuscirci solo l’ex pugile Mike Tyson, il mio idolo».

Lei è reduce dal successo a Cannes del film Maryland. Se lo aspettava?
«Prima di girare ero terrorizzato: avevo poche settimane per entrare nella parte di un soldato affetto da stress post-traumatico e ho pensato di rinunciare».

Invece?
«Non riuscivo a dormire dalla paura. Poi ho pensato che l’insonnia, invece di essere un problema, poteva diventare la soluzione. Per nove settimane ho riposato solo tre ore a notte: si diventa un po’ matti, aggressivi, ma i sensi lavorano al 400 per cento. Vedevo e sentivo cose che normalmente non percepisco. Esattamente come il mio personaggio».

Diane Kruger e Matthias Schoenaerts al festival di Cannes per

Diane Kruger e Matthias Schoenaerts al festival di Cannes per “Maryland” (Disorder) , in competizione nella sezione Un Certain Regard (courtesy reuters.com).

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 9/6/2015

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Bebe Cave: «Il mio salto nel vuoto»

09 martedì Giu 2015

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes

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Bebe Cave, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Harry Potter, Helen Mirren, Il racconto dei racconti, Jessie Cave, Matteo Garrone, Salma Hayek, The audience

Prima l’ha sospesa sull’orlo di un precipizio perché fosse terrorizzata. Poi le ha riempito la stanza di palloncini per festeggiare i suoi 17 anni. Bebe Cave racconta il suo incontro con il regista Matteo Garrone che l’ha scelta come protagonista di uno dei tre episodi di cui è composto  Il racconto dei racconti, in concorso all’ultimo festival di Cannes. E adesso, grazie al personaggio di Viola, si ritrova tra le grandi del cinema. 

Ha un padre che, per errore, la condanna a diventare sposa di un orco. Ma lei, la principessa, farà di tutto per sfuggire a questo destino. La figlia del re ha il volto dell’inglese Bebe Cave (pronuncia “Bibi”). È la protagonista di La pulce, l’episodio più bello di Il racconto dei racconti, ottavo lungometraggio del regista di Gomorra, in corsa per la Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes e ancora nelle sale. A teatro è già stata principessa accanto alla regina Helen Mirren, in The Audience. E dopo varie serie tv, ha girato Grandi speranze con Ralph Fiennes ed Helena Bonham Charter. Massa di capelli biondi, frizzante come una bottiglia di champagne, a soli 17 anni è stata sul red carpet della Croisette. Riesco a parlarle dopo le 16, orario inglese, quando terminano le lezioni del suo ultimo anno di liceo.

Bebe Cave, attrice britannica, 17 anni, è la protagonista di uno dei tre episodi di Il racconto dei racconti di Matteo Garrone.

Bebe Cave, attrice britannica, 17 anni, è la protagonista di uno dei tre episodi di Il racconto dei racconti di Matteo Garrone.

Come ti ha trovata Matteo Garrone? «Stava cercando una giovane inglese, ha visto un’intervista che ho fatto insieme a mia sorella Jessie per Grandi speranze, credo l’unica presente in rete!».

 Jessie aveva già recitato in due film della saga di Harry Potter, nei panni di Lavanda… «Infatti originariamente Matteo voleva lei, ma quando ha visto che ha 10 anni più di me, ha cambiato idea, una fortuna sfacciata!».

Raccontaci l’incontro con il regista di Gomorra. «Ero abituata alle audizioni formali, che prevedono almeno due step prima dell’incontro con un regista. Così, quando Matteo è arrivato a Londra di persona, e ha iniziato a mostrami le foto di dove avremmo girato, ero spiazzata. Mi ha parlato per dieci minuti a fila, e quando mi ha chiesto se avevo qualche domanda da fargli ho risposto: “Quante altre ragazze sta incontrando per il ruolo?”. Non avevo capito che mi aveva già scelta, stavo per scoppiare a piangere».

Com’è Garrone sul set? «Attori che avevano già lavorato con lui mi avevano avvisata, non avrei mai più visto niente del genere in vita mia. Matteo ha un modo molto personale di approcciare un film, al secondo giorno di riprese mi ha detto “gireremo la scena in cui sei arrabbiatissima con tuo padre in cima al castello…”. Sono finita attaccata a una catena di ferro, davanti avevo il vuoto e voleva mi avvicinassi sempre di più al precipizio… Ero terrorizzata, sarei potuta cadere giù. Matteo soffre di vertigini, faticava a guardare quello che facevo: ma cercava l’elettricità, voleva che morissi di paura!».

Cosa ti ha insegnato, di fondamentale? «Il suo voler rendere le cose più reali possibili, lo pretende anche dentro una favola! Ma è comprensibile, anche in questo caso si tratta di emozioni umane, e voleva che restituissi a tutti i teenagers quello che ha vissuto Viola. Si è fidato di me, delle parole che secondo me una persona come lei avrebbe detto».

 Poco fa mi raccontavi di non volere che le riprese finissero… «Su quel set, tra Gioia del Colle e Bari, ho passato i due mesi più belli della mia vita. Ho anche compiuto 17 anni, e mi hanno fatto trovare la stanza piena di palloncini e di dolci, non lo dimenticherò mai».

Bebe sul red carpet di Cannes con Vincent Cassel, Salma Hayek e John Reilly (courtesy of bbc.com)

Bebe sul red carpet di Cannes con Vincent Cassel, Salma Hayek e John Reilly (courtesy of bbc.com)

Come sei diventata un’attrice? «Ho iniziato a 10 anni, con la tv, a 14 avevo già capito di non voler fare altro. Con Jessie abbiamo costretto mia madre, un medico, a trovarci un’agente per fare audizioni».

Anche tuo padre è un medico, ti ha sostenuta? «Per papà è  uno shock, non si è ancora abitato all’idea, spera che prima o poi faccia il dottore anch’io, come mio fratello più grande. Siamo cinque fratelli, l’altro maschio è all’università e studia storia, farà il primo ministro. Il terzo è un attore, in famiglia siamo tre contro quattro…».

Con Jessie non c’è nessuna competizione? «Siamo le migliori amiche, forse perché ci separano 10 anni, ma in effetti su una cosa c’è competizione: i vestiti. Ne ha tonnellate, se gliene prendo uno dall’armadio non se ne accorge. Ma se glielo chiedo, guai: me lo nega, è un po’ possessiva!».

Quali attrici hai come modello? «Mia sorella su tutte, e poi Jennifer Lawrence. Ha iniziato da giovanissima e ha affrontato un sacco di problemi, senza mollare. Recita in modo realistico e non ha paura di essere buffa, in un mondo come Hollywood, così ossessionato dall’immagine».

Tempo per l’amore ne hai? «Sono la più giovane, i miei fratelli non mi permetteranno mai di avere un fidanzato! Se mai ne portassi a casa uno, lo butterebbero fuori dalla porta o dalla finestra! Mi vedono ancora come la little sister, ma a 18 anni sarò adulta, si dovranno accorgere che sto crescendo…».

articolo pubblicato su Grazia del 20/5/2015

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MILLA JOVOVICH: «DOVE TROVO LA MIA FORZA»

05 venerdì Giu 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Dashiel, Ever Gabo, Gisele Bundchen, Il quinto elemento, Luc Besson, Milla Jovovich, Paul Anderson, Pierce Brosnan, Resident Evil, Richard Avedon, Survivor

Da poche settimane, è diventata mamma per la seconda volta, il 1° aprile è nata Dashiel Edon. E Milla Jovovich sprizza gioia da tutti i pori. Incontro la top model di origini ucraine, 39 anni, per parlare di Survivor, il thriller contemporaneo, ora al cinema. Sono preparata a trovarmi davanti una diva dei film d’azione e invece mi spiazza offrendomi il lato più intimo. Tra una domanda e l’altra si parla di poppate e di uomini, mentre cerca di domare la primogenita, Ever Gabo, 7 anni, che è rimasta a casa da scuola e pretende attenzioni, e la nuova arrivata dorme beata nell’altra stanza. Il papà è Paul Anderson, 50, il regista inglese della saga Resident Evil che ha fatto di Milla un’icona. Prima di lui, Jovovich aveva sposato il francese Luc Besson, che l’aveva scelta per Il quinto elemento, e prima ancora c’era stato un matrimonio lampo con l’attore americano Shawn Andrews.

L'attrice, modella e cantance ucraina Mila Jovovich, 39 anni

L’attrice, modella e cantance ucraina Mila Jovovich, 39 anni (courtesy of celluloidportraits.com)

È mamma da meno di due mesi. Come sta? «Benissimo. Dashiel è una meraviglia e, soprattutto, mi lascia dormire. Per questo non sembro uno zombie come sette anni fa, quando è nata sua sorella Ever Gabo».

Ha postato le immagini della sua gravidanza su Instagram e Dashiel è apparsa appena nata: non ha paura di esporsi?
«Quello che amo dei social media è che posso scegliere che cosa mostrare. Quando è nata Ever Gabo avevo i paparazzi addosso tutto il giorno, era tutto troppo invasivo. Così stavolta ho giocato d’anticipo, perché è impossibile fare il mio lavoro e avere il totale controllo della privacy».

Sui social media si è definita “una fabbrica di latte”. Non è troppo?
«Voglio allattare mia figlia e sì, sono orgogliosa di essere una latteria. Non so come sia da voi,
 in Italia, ma qui negli Stati Uniti l’allattamento al seno viene scoraggiato. Non so e non voglio sapere quali siano le motivazioni. Certo, in America è normale tornare al lavoro subito dopo il parto. Basterebbe lasciarci il tempo di stare con i nostri piccoli, invece di chiederci di rientrare dopo una settimana, no?».

Non tutte le madri possono permetterselo, soprattutto di questi tempi.
«Riconosco di essere molto fortunata».

Con la sua prima figlia era stato diverso? «Dopo un mese ero già sul set. Sono riuscita ad allattarla per tre mesi, poi ho conservato il latte per il quarto. Con Dashiel non farò così».

Quando pensa di riprendere a lavorare nel mondo della moda?  
«Quest’anno mi sono presa la prima pausa della mia vita. Me la merito. Non mi pentirei di questa pausa di riflessione nemmeno se al rientro non mi dessero più un lavoro».

La sua collega brasiliana Gisele Bündchen, 34 anni, ha appena lasciato le passerelle, dicendo che è stato il corpo a chiederglielo.
«Fa bene, potendolo fare. Ha iniziato a sfilare giovanissima, ha lavorato tantissimo».

Anche lei non scherza. Ha posato per le prime copertine, fotografata da Richard Avedon, quando aveva 11 anni.
«La modella è solo una delle cose che ho fatto in vita mia. E se è rimasto un interesse nei miei confronti anche dopo i 30 anni, età in cui chi vive di passerelle ha smesso di lavorare da un pezzo, lo devo all’aver differenziato le mie attività. Ma non creda che sia stato facile».

Perché?
«Negli Anni 80 in molti non hanno accettato il fatto che fossi modella, cantante, attrice. Però ce l’ho fatta. Sono stata capace di provare a tutti di essere all’altezza. Sì, sono sempre stata molto determinata, mettevo me stessa al primo posto».

(Ever Gabo ci distrae: vuole guardare la tv, ma mamma Milla non le dà il permesso. Cerca di convincerla a leggere un libro di favole con la tata).

Ora che è diventata madre mette ancora se stessa al primo posto? Non ci credo.  
«Essere mamma è la cosa più importante che mi sia capitata. Mi sta rendendo felice come niente altro. Ora sì che c’è qualcosa che ha la priorità. Penso sia questa la vera felicità e non la puoi sperimentare finché tutto gira solo intorno a te»
(Ever Gabo rientra dal giardino, vorrebbe a giocare con della terra sul letto dei genitori. Milla la invita a non salire sui cuscini con i piedi nudi, perché «poi la mamma si deve sdraiare»).

In Survivor è lei la protagonista. Siamo sempre abituati a vedere gli uomini nei ruoli importanti dei film d’azione, lei è un’eccezione.
«Non avevo mai avuto modo di interpretare una donna forte e contemporanea. Kate Abbott, il mio personaggio, è un’impiegata del dipartimento di Stato americano che deve sventare un attacco terroristico pianificato a New York per la notte di Capodanno. È una sofisticata, di successo, e non lascia che altre persone interferiscano nella sua vita».
Possiamo dire che ha rubato la scena a Pierce Brosnan, che in Survivor è uno spietato serial killer. Come ha preso il fatto di non essere il protagonista, lui che è lo 007 più famoso dopo Sean Connery?
«È uno degli uomini più adorabili che abbia mai incontrato, molto alla mano. Quando abbiamo girato a Londra, come camerino ci hanno dato da dividere un ufficio vuoto in una chiesa. Lui non ha fatto una piega. Anzi, il meglio l’ha dato quando sono arrivati mio marito, i suoi cugini, i fratelli con figli, sua madre: sono inglesi e sono venuti tutti a trovarci, approfittando del fatto che fossimo a Londra».

La Jovovich con il marito, il regista Paul Anderson. Insieme hanno due figlie (courtesy of wonkoo.com)

La Jovovich con il marito, il regista Paul Anderson. Insieme hanno due figlie (courtesy of wonkoo.com)

Un’intera tribù di fan all’attacco?
«Esatto. Confesso, ero molto preoccupata. Quando lo hanno visto, sono andati in fibrillazione: avevano davanti Brosnan, il supereroe inglese. Pierce a quel punto avrebbe potuto sparire in un’altra stanza, invece che cos’ha fatto? Ha iniziato a scattare foto a tutti, a rispondere alle loro domande. È davvero un uomo fantastico, tratta le persone in un modo unico, le fa sentire meravigliose. E ha un grande rispetto per le donne».

Lei ha dichiarato: «Gli uomini che ho avuto, hanno amato il mio spirito indipendente, erano orgogliosi del mio successo al punto da diventare gelosi del tempo che dedicavo alla mia carriera». Con suo marito Paul è così?
«È un vero supporto, ama la mia forza e il mio successo non lo ha mai fatto sentire insicuro. Se siamo a una prima e tutti urlano “Milla, Milla” non fa una piega, anche se il regista è lui. Del resto non posso andare in giro a dire: “Su, guardate mio marito, non me”. La gente diventa matta per gli attori, non è una cosa personale e Paul lo sa. È un uomo dotato di un infinito senso pratico».

Voi due condividete il lavoro. È questo il segreto?
«Di sicuro ci siamo aiutati a vicenda ad avere successo ed è bello lavorare insieme alla costruzione di un progetto. Non mi riferisco solo alla carriera, al conto in banca o alla casa, ma alle due splendide bambine frutto del nostro amore. Qualche giorno fa, per la festa della mamma, Paul mi ha detto: “Grazie di avermi regalato queste meraviglie”. Ever Gabo e Dashiel Edon hanno cambiato il nostro sguardo sulla vita. Mi fanno accettare il fatto di non essere più la giovane pollastrella che ero».

E adesso? 

«Vita in famiglia 24 ore su 24. Poi a luglio partiremo tutti per il Sudafrica, dove resteremo fino a Natale per le riprese del sesto capitolo di Resident Evil, quello che chiuderà la saga. Ho uno sguardo più ampio sul mio domani, c’è la carriera, ma non si tratta più, come prima, di girare un film dopo l’altro. Oggi vedo una logica in ciò che faccio e questo mi rende molto felice».

Che cos’altro le dà gioia?
«Mia madre vive a pochi isolati da qui, mio padre sta a Newport Beach e tutti i weekend viene a vedere le bambine. Da figlia unica, sono così contenta che le mie figlie abbiano tante persone intorno, una vera tribù di cugini, zii, nonni. Sanno di avere un posto preciso nel mondo. E sono sicura che così cresceranno con un senso di sicurezza maggiore».

Su Grazia del 22 maggio 2015

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Liam Neeson: «Io ti salverò»

02 sabato Mag 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Deniel Jack, Ed Harris, Freya St. Johnson, Liam Neeson, Michael Richard, NAtascha Richardson, Run all nught, Schindler's list, Taken, Third person, Una notte per sopravvivere

C’è una legge a Hollywood secondo la quale una vera star guadagna sempre di più per ogni film, ma solo finché arriva a 51 anni. A quel punto popolarità e salario vanno in picchiata. E poi c’è  la negazione di questa legge. Sessantadue anni, un Oscar per Schindler’s list e una seconda vita come eroe di film d’azione.

“Rinascita” è un po’ il suo secondo nome e non ha a che vedere solo con la sua carriera. Era il 2009 quando sua moglie, l’attrice Natasha Richardson, ebbe un grave incidente sugli sci in Canada. Finì in coma vegetativo, tenuta in vita dalle macchine, finché Liam non fece staccare la spina. Da quel momento tutto è cambiato. Neeson ha riscoperto il fisico prestante di quando tirava di boxe da giovane e, con il personaggio Bryan Mills della serie di film Taken, ha inaugurato il secondo atto della sua carriera. Alla faccia di ogni legge hollywoodiana oggi è tra i 10 attori più pagati del mondo, con oltre 34 milioni di euro guadagnati solo lo scorso anno.

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Liam Neeson, irlandese, 62 anni, vive la sua seconda stagione cinematorgrafica da “action hero” di Hollywwood (courtesy of Zimbio)

Non si è risposato, la relazione con l’imprenditrice inglese Freya St. Johnston non è durata, e quello che arriva ora nelle sale con il film Run all night-Una notte per sopravvivere (nelle sale dal 30 aprile) è un uomo che pensa solo a fare il padre. Sul grande schermo, dove interpreta un genitore pronto a tutto, e fuori, dove sta crescendo i suoi ragazzi: Michéal Richard, 20 anni, e Daniel Jack, 18.
Pochi giorni fa il primogenito, nella sua prima intervista, ha confessato di aver passato un periodo in clinica di riabilitazione per uso di alcol e droga: «Ho toccato il fondo», ha ammesso, spiegando di non aver superato il lutto per la scomparsa della madre. E così ora Neeson, con la sua voce profonda e rassicurante, non fa che dichiarare di voler restare più tempo possibile con i suoi figli. Confessando però che, quando sente aprire la porta di casa, spera sempre di vedere entrare sua moglie: «Penso a Natasha continuamente. Non puoi farti una ragione di una perdita come la nostra».

Una notte per sopravvivere ruota intorno all’amore del suo personaggio, un ex sicario della malavita, verso suo figlio, che non gli parla da anni e che finisce nei guai. Per interpretarlo ha attinto alla sua esperienza di genitore? 

«Ho già interpretato molte volte il ruolo di padre, stavolta la differenza è che non si tratta solo di proteggere qualcuno, quanto di riconquistarlo, una prospettiva ben diversa. Non posso nemmeno immaginare di perdere l’amore dei miei ragazzi o di dover combattere per ottenere la loro fiducia. Per questo capisco il mio personaggio che, per salvare suo figlio, si dimostrerà davvero disposto a tutto».

Di che cosa è orgoglioso, come padre?
«Tutti mi fanno notare che Michéal e Daniel sono molto educati. Io, però, sono fiero che mi guardino sempre dritto negli occhi quando parliamo. Anche nei momenti più difficili».

Che cosa ha imparato da loro?
«Tutto sulla tecnologia. Sono terrorizzato dalla materia, ho un vecchio smartphone e ogni mese loro mi dicono: “Papà, adesso è proprio ora di cambiarlo”. E poi sono impressionato dalla velocità con la quale comunicano: hanno pollici super flessibili e mandano messaggini a raffica»

Nessuna preoccupazione dopo la rehab di Michéal?
«La più grande è che si perdano, che siano tentati dalla droga. In fondo è il timore di tutti noi genitori, no? Se succede, sono guai. Ma io mi fido di loro, sono sensibili e, spero, abbastanza intelligenti».

Lei ha una voce profonda e calma, uno sguardo protettivo, ma poi riesce a trasformarsi in un killer spietato. Come fa?
«Tutti abbiamo una parte oscura dentro di noi. Il bello di recitare è che ti ritrovi in una specie di arena protetta, in cui sei libero di esplorare quel lato senza che nessuno si faccia male. Poi, certo, sotto deve esserci una grande storia perché, come diciamo noi attori, se qualcosa non è sulla pagina del copione, non sarà nemmeno sul set».

In Una notte per sopravvivere c’è una scena in cui lei ed Ed Harris siete al bar. C’è così tanta complicità fra voi che uno spettatore può quasi sentire il sapore della birra che state bevendo. Ha trovato un nuovo amico?
«Siamo molto affiatati. Nella scena di cui parla, siamo in un vero bar nel cuore di New York e la conversazione è quella tipica tra gangster: “Hai ucciso mio figlio, quindi devo uccidere il tuo”, “Hai fatto fuori due dei miei, io ne ammazzo tre dei tuoi”. Ci siamo divertiti».

Per lei che cosa conta davvero nell’amicizia?
«La lealtà, soprattutto, ma subito dopo viene la costanza, cioè la cura del rapporto nel tempo».

Neeson in Una notte per sopravvivere, ha 12 ore per salvare la vita al figlio (courtesy Indiewire.com)

Neeson in Una notte per sopravvivere, ha 12 ore per salvare la vita al figlio (courtesy Indiewire.com)

Come con il regista catalano Jaume Collet-Serra: dopo Unknown-Senza identità e Non-stop, siete al terzo film insieme. Ma lei è un tipo d’uomo che si lascia guidare facilmente da un altro?
«Sì, e mi piace molto essere diretto. Soprattutto come fa Jaume. Lui non ti dà ordini, non ti dice: “Parla un po’ più velocemente” o “Fai più fretta”. A me piace chi si spiega bene e che piuttosto ti dice: “Sai, credo che la persona che stai interpretando si senta molto vecchia in questo momento. Dovresti trovare un tono più adatto alla situazione”. Sono sfumature, ma non possiamo trascurare le emozioni».

Lei sembra un uomo sensibile.
«Sì, è una caratteristica fondamentale per arrivare al cuore di un personaggio. E per farlo occorre saper ascoltare, osservando a fondo le persone».

Ha iniziato a recitare a teatro a 11 anni, in Irlanda. Per tanto tempo, però, si è parlato di lei solo come l’attore del film Schindler’s List. Come è diventato un uomo d’azione?
«Sentivo il desiderio di fare qualcosa di più fisico. Quando ho recitato in Taken, otto anni fa, pensavo non sarebbe nemmeno arrivato nelle sale cinematografiche. Invece il passaparola ha fatto il miracolo e Hollywood ha iniziato a vedermi sotto una luce differente. Ho colto l’occasione: mi sembrava il momento giusto per cambiare alcune cose del mio stile di vita. Per esempio ho chiuso con birra, vino e superalcolici».

Di lei si dice che si prepari meticolosamente dal punto di vista fisico. Essere stato un pugile l’aiuta a mantenersi in forma?

«Mi piace fare un po’ di tutto: corsa, sollevamento pesi, un po’ di boxe al sacco. Tutto questo esercizio serve a tenere il tuo corpo in tensione e a essere più naturale. Sul set devo combattere come un 50enne, ma di anni io ne ho 62. Non è facile: almeno il mio passato da pugile mi ha insegnato a non aver paura delle difficoltà».

Pochi giorni fa, a un’anteprima a Dubai, i fan l’hanno assalita. Ma è vero che in Italia, dove ha girato Third person, per una volta un film romantico, i paparazzi sono stati ancora più invadenti?
«Posso dirle di non aver mai vissuto una cosa del genere. Girare per la strada, qui in Italia, mi è stato letteralmente impossibile».

L’intervista è finita e ci salutiamo. Di Liam non dimenticherò mai gli occhi liquidi e lo sguardo, di quelli che non ti lasciano. E che raccontano anche più delle bellissime parole  che ho ascoltato.

Su Grazia del 29/4/2015 

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