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C’è una legge a Hollywood secondo la quale una vera star guadagna sempre di più per ogni film, ma solo finché arriva a 51 anni. A quel punto popolarità e salario vanno in picchiata. E poi c’è  la negazione di questa legge. Sessantadue anni, un Oscar per Schindler’s list e una seconda vita come eroe di film d’azione.

“Rinascita” è un po’ il suo secondo nome e non ha a che vedere solo con la sua carriera. Era il 2009 quando sua moglie, l’attrice Natasha Richardson, ebbe un grave incidente sugli sci in Canada. Finì in coma vegetativo, tenuta in vita dalle macchine, finché Liam non fece staccare la spina. Da quel momento tutto è cambiato. Neeson ha riscoperto il fisico prestante di quando tirava di boxe da giovane e, con il personaggio Bryan Mills della serie di film Taken, ha inaugurato il secondo atto della sua carriera. Alla faccia di ogni legge hollywoodiana oggi è tra i 10 attori più pagati del mondo, con oltre 34 milioni di euro guadagnati solo lo scorso anno.

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Liam Neeson, irlandese, 62 anni, vive la sua seconda stagione cinematorgrafica da “action hero” di Hollywwood (courtesy of Zimbio)

Non si è risposato, la relazione con l’imprenditrice inglese Freya St. Johnston non è durata, e quello che arriva ora nelle sale con il film Run all night-Una notte per sopravvivere (nelle sale dal 30 aprile) è un uomo che pensa solo a fare il padre. Sul grande schermo, dove interpreta un genitore pronto a tutto, e fuori, dove sta crescendo i suoi ragazzi: Michéal Richard, 20 anni, e Daniel Jack, 18.
Pochi giorni fa il primogenito, nella sua prima intervista, ha confessato di aver passato un periodo in clinica di riabilitazione per uso di alcol e droga: «Ho toccato il fondo», ha ammesso, spiegando di non aver superato il lutto per la scomparsa della madre. E così ora Neeson, con la sua voce profonda e rassicurante, non fa che dichiarare di voler restare più tempo possibile con i suoi figli. Confessando però che, quando sente aprire la porta di casa, spera sempre di vedere entrare sua moglie: «Penso a Natasha continuamente. Non puoi farti una ragione di una perdita come la nostra».

Una notte per sopravvivere ruota intorno all’amore del suo personaggio, un ex sicario della malavita, verso suo figlio, che non gli parla da anni e che finisce nei guai. Per interpretarlo ha attinto alla sua esperienza di genitore? 

«Ho già interpretato molte volte il ruolo di padre, stavolta la differenza è che non si tratta solo di proteggere qualcuno, quanto di riconquistarlo, una prospettiva ben diversa. Non posso nemmeno immaginare di perdere l’amore dei miei ragazzi o di dover combattere per ottenere la loro fiducia. Per questo capisco il mio personaggio che, per salvare suo figlio, si dimostrerà davvero disposto a tutto».

Di che cosa è orgoglioso, come padre?
«Tutti mi fanno notare che Michéal e Daniel sono molto educati. Io, però, sono fiero che mi guardino sempre dritto negli occhi quando parliamo. Anche nei momenti più difficili».

Che cosa ha imparato da loro?
«Tutto sulla tecnologia. Sono terrorizzato dalla materia, ho un vecchio smartphone e ogni mese loro mi dicono: “Papà, adesso è proprio ora di cambiarlo”. E poi sono impressionato dalla velocità con la quale comunicano: hanno pollici super flessibili e mandano messaggini a raffica»

Nessuna preoccupazione dopo la rehab di Michéal?
«La più grande è che si perdano, che siano tentati dalla droga. In fondo è il timore di tutti noi genitori, no? Se succede, sono guai. Ma io mi fido di loro, sono sensibili e, spero, abbastanza intelligenti».

Lei ha una voce profonda e calma, uno sguardo protettivo, ma poi riesce a trasformarsi in un killer spietato. Come fa?
«Tutti abbiamo una parte oscura dentro di noi. Il bello di recitare è che ti ritrovi in una specie di arena protetta, in cui sei libero di esplorare quel lato senza che nessuno si faccia male. Poi, certo, sotto deve esserci una grande storia perché, come diciamo noi attori, se qualcosa non è sulla pagina del copione, non sarà nemmeno sul set».

In Una notte per sopravvivere c’è una scena in cui lei ed Ed Harris siete al bar. C’è così tanta complicità fra voi che uno spettatore può quasi sentire il sapore della birra che state bevendo. Ha trovato un nuovo amico?
«Siamo molto affiatati. Nella scena di cui parla, siamo in un vero bar nel cuore di New York e la conversazione è quella tipica tra gangster: “Hai ucciso mio figlio, quindi devo uccidere il tuo”, “Hai fatto fuori due dei miei, io ne ammazzo tre dei tuoi”. Ci siamo divertiti».

Per lei che cosa conta davvero nell’amicizia?
«La lealtà, soprattutto, ma subito dopo viene la costanza, cioè la cura del rapporto nel tempo».

Neeson in Una notte per sopravvivere, ha 12 ore per salvare la vita al figlio (courtesy Indiewire.com)

Neeson in Una notte per sopravvivere, ha 12 ore per salvare la vita al figlio (courtesy Indiewire.com)

Come con il regista catalano Jaume Collet-Serra: dopo Unknown-Senza identità e Non-stop, siete al terzo film insieme. Ma lei è un tipo d’uomo che si lascia guidare facilmente da un altro?
«Sì, e mi piace molto essere diretto. Soprattutto come fa Jaume. Lui non ti dà ordini, non ti dice: “Parla un po’ più velocemente” o “Fai più fretta”. A me piace chi si spiega bene e che piuttosto ti dice: “Sai, credo che la persona che stai interpretando si senta molto vecchia in questo momento. Dovresti trovare un tono più adatto alla situazione”. Sono sfumature, ma non possiamo trascurare le emozioni».

Lei sembra un uomo sensibile.
«Sì, è una caratteristica fondamentale per arrivare al cuore di un personaggio. E per farlo occorre saper ascoltare, osservando a fondo le persone».

Ha iniziato a recitare a teatro a 11 anni, in Irlanda. Per tanto tempo, però, si è parlato di lei solo come l’attore del film Schindler’s List. Come è diventato un uomo d’azione?
«Sentivo il desiderio di fare qualcosa di più fisico. Quando ho recitato in Taken, otto anni fa, pensavo non sarebbe nemmeno arrivato nelle sale cinematografiche. Invece il passaparola ha fatto il miracolo e Hollywood ha iniziato a vedermi sotto una luce differente. Ho colto l’occasione: mi sembrava il momento giusto per cambiare alcune cose del mio stile di vita. Per esempio ho chiuso con birra, vino e superalcolici».

Di lei si dice che si prepari meticolosamente dal punto di vista fisico. Essere stato un pugile l’aiuta a mantenersi in forma?

«Mi piace fare un po’ di tutto: corsa, sollevamento pesi, un po’ di boxe al sacco. Tutto questo esercizio serve a tenere il tuo corpo in tensione e a essere più naturale. Sul set devo combattere come un 50enne, ma di anni io ne ho 62. Non è facile: almeno il mio passato da pugile mi ha insegnato a non aver paura delle difficoltà».

Pochi giorni fa, a un’anteprima a Dubai, i fan l’hanno assalita. Ma è vero che in Italia, dove ha girato Third person, per una volta un film romantico, i paparazzi sono stati ancora più invadenti?
«Posso dirle di non aver mai vissuto una cosa del genere. Girare per la strada, qui in Italia, mi è stato letteralmente impossibile».

L’intervista è finita e ci salutiamo. Di Liam non dimenticherò mai gli occhi liquidi e quel suo sguardo che non ti lascia, che racconta tante cose e che ti colpisce dritto al cuore.

Su Grazia del 29/4/2015 

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