Storia di una giovane francese che negli anni ’60 ricorre all’aborto clandestino, L’Événement non è «soltanto» un film, ma un’esperienza che mette alla prova lo spettatore anche fisicamente. Lo raccontano la regista e l’attrice protagonista
di Cristiana Allievi
La regista e giornalista Audrey Diwan con il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia nel 2021, vinto con La scelta di Anne- L’Evenement.
«Stavo attraversando un momento difficile quando un’amica mi ha consigliato di leggere L’evento. Raccontava il viaggio infernale di una brillante studentessa francese della classe proletaria che nel 1964, alla vigilia di esami scolastici che determineranno il suo futuro, rimane incinta. Decide di abortire. Una scelta drammatica, un’esperienza clandestina che quasi la uccide». È stata la storia della scrittrice Annie Ernaux, oggi 81enne, a segnare la vita di Audrey Diwan, che ha trasformato quel racconto nel suo secondo lungometraggio, La scelta di Anne- L’evenement, Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia. Un film ambientato in Francia undici anni prima che la legge Veil legalizzasse l’interruzione di gravidanza entro le prime dieci settimane dal concepimento.
Guai a dire alla Diwan che ha adattato quel libro perché la storia la riguardava da vicino. La regista sceglie con attenzione le parole con cui raccontarsi. «Ho abortito anch’io, ma la mia esperienza è stata molto diversa da quella della Ernaux. Non ho dovuto torturarmi con un ago, non ho mai rischiato di morire per proteggere i miei desideri, ho avuto la legge dalla mia e il comfort dell’assistenza medica.
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Intervista integrale a regista e attrice pubblicata su Vanity Fair n. 45
RAGGIUNGERE “PEAK STATE” VUOL DIRE POSSEDERE QUELLO SLANCIO CHE GARANTISCE LA RIUSCITA IN OGNI CAMPO. TONY ROBBINS, IMPRENDITORE E STRATEGIST, LO HA PROVATO SU SE STESSO E LO INSEGNA AGLI ALTRI. PRIMA LALE FOLLE DAL VIVO, ORA AI SUOI WORKSHOP ONLINE
di Cristiana Allievi
Ci sono presidenti degli Stati Uniti che lo chiamano la notte prima di un processo per impeachment, come Bill Clinton. Ma anche Lady D, Leonardo DiCaprio, Madre Teresa, Nelson Mandela e una sfilza di atleti ai vertici del ranking mondiale hanno fatto ricorso alle sue doti di strategist, definizione che preferisce a quella di coach. Imprenditore, autore di best seller come Money – Master the game, filantropo, Tony Robbins ha guidato cinquanta milioni di persone a raggiungere i propri obiettivi. Tanto da perdere la voce. Tanto che Netflix gli ha dedicato un docufilm, Tony Robbins-I am not your guru, di Joe Berlinger, il cui titolo la dice lunga sul suo carisma. Travolgente oratore, impegnato in settanta business diversi con fatturati stellari, è una montagna d’uomo specializzata nel creare “peak state”: stati d’animo in cui si riesce a superare le paure che separano dai propri obiettivi. Per raggiungere un’indipendenza finanziaria che, nella sua visione, va oltre il semplice denaro. Prima della pandemia viaggiava in 15 paesi ogni anno, trovando folle ad attenderlo negli hotel sede dei suoi workshop. Lo scorso marzo ha tenuto il primo esperimento di mega workshop virtuale: Unleash The power within (a cui chi scrive era presente),quattro giorni non stop con cinquantamila partecipanti da 136 paesi. Un bagno di energia e di gioia.
Dall’altra parte del monitor la luce è abbagliante. A Los Angeles una donna si raccoglie i capelli dietro la nuca. Sorride, scherza, ammicca. Nella stanza accanto un bimbo si è appena addormentato, e quando si risveglierà lei esisterà solo per lui e per il loro momento di gioco insieme. Una normale scena famigliare, non fosse che dall’altra parte dell’Oceano c’è Soko, al secolo Stéphanie Sokolinski, l’artista che fino a una manciata di anni fa era nota per due motivi: essere la ex fiamma di Kristen Stewart e la musa di Gucci. Lo scenario, oggi,, sole californiano incluso, è molto cambiato per la polistrumentista, cantautrice e attrice nata a Bordeaux, ma di origini polacche. Si è lasciata alle spalle una vita con la valigia in mano e una serie di relazioni instabili, e ha ceduto al richiamo ancestrale di diventare mamma di Indigo Blue (“abbiamo scelto il nome dalla canzone dei The Clean”), partorito due anni fa, che sta crescendo con la compagna Stella. “Sono in un relazione con una donna del mio sesso, e ho un bambino, sì, è possibile”, dice con un tono serio ma con un sorriso. Con il suo curriculum esistenziale, era perfetta per A good man, il film diretto da Marie-Castille Mention-Schaar in cui interpreta Aude, una donna che ama Benjamin, un transessuale (interpretato magnificamente da Noémie Merlant, la star di Ritratto di una donna in fiamme) e che non può avere bambini. Sarà proprio Benjamin a sacrificarsi per la coppia, non avendo ancora completato la transizione a uomo. Basato su una storia vera, il film uscirà nelle sale francesi il 3 marzo (da noi prossimamente) mostra molto non detto sulle conseguenze psicologiche delle scelte della coppia, per esempio quando uno dei due rinuncia alla carriera per stare con l’altro. «Per la maggior parte della mia vita sono stata al posto di Ben, nelle relazioni», racconta. «Ho sempre vissuto correndo e ho preso grandi decisioni di vita dicendo ai miei partner “io faccio questo, vuoi farne parte?”. Mi hanno seguita sui set, in tour o in qualsiasi cosa avessi già programmato, e lo hanno fatto a costo di grandi sacrifici. Ho sempre voluto lavorare su questo aspetto, riuscendo a far sentire l’altra persona speciale, e soprattutto ascoltata».
Nel 2006 il nome di Soko era balzato alle cronache per aver registrato I’ll Kill Her con un telefonino e avere spopolato su Myspace. E come si conviene a una donna che vive(va) di contrasti, da attrice ha attirato l’attenzione nei panni di una donna dell’Ottocento, Augustine, la prima paziente “isterica” dalla storia della medicina. Mentre è stato Io danzerò a regalare la fama internazionale, con la sua straordinaria rappresentazione di Loïe Fuller nel film basato sul romanzo di Giovanni Lista. L’anno dopo quel successo si è rinchiusa a scrivere le proprie storie. Il risultato è stato un terzo disco, Feel Feelings, uscito lo scorso luglio, con un video del singolo Are You a Magician? diretto dall’amica di lunga data Gia Coppola, nipote di Francis Ford. Un disco che celebra l’amore, naturalmente di ogni tipo, e che sembra frutto anche di una nuova consapevolezza. Arriva forte e chiara dai suoi ragionamenti. «Pensa che la maternità mi abbia cambiata?», sdrammatizza.
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L’intervista integrale su D la Repubblica, 30/1/2021
È stato appena eletto, per il secondo anno consecutivo, attore più sexy del mondo. Dirige e interpreta un kolossal ambientato nello spazio. Ma con noi ha rievocato gli anni in cui doveva lottare per un ruolo. E i fiaschi che si sono alternati ai successi. Come quella volta in cui gli dissero di cantare…
THE MIDNIGHT SKY (2020)
George Clooney as Augustine and Caoilinn Springall as Iris.
Philippe Antonello/NETFLIX
È sorridente, abbronzato. E come spesso accade, in vena di scherzare. «Questa conversazione è la mia prima uscita dal lockdown, una specie», esordisce dalla sua casa di Los Angeles. Subito dopo aggiunge «sento mia suocera parlare nell’altra stanza…». Quasi una battuta a far dimenticare le voci di crisi del suo matrimonio con Amal. L’attore nato nel Kentucky 59 anni fa e diventato famoso grazie al pediatra Ross di E.R. e a una vita da single impenitente, oggi ha due gemelli, Ella e Alexander, che riposano nella stanza accanto, non lontani dalle due prestigiose statuette vinte agli Oscar. Oggi la sua è una carriera densa di film, davanti e dietro la macchina da presa, eppure il 23 dicembre riuscirà a esordire di nuovo, con una prima regia di un film nello spazio. Netflix gli ha messo a disposizione un budget stellare per The Midnight Sky, basato sul romanzodi fantascienza del 2016 di Lily Brooks-Dalton, La distanza fra le stelle, che dirigerà e interpreterà a tre anni di distanza da Suburbicon. Sarà Augustine, un brillante astronomo con barba da Babbo Natale, capelli corti e occhi spesso sgranati, che nel mezzo di un’ambigua catastrofe globale manda messaggi disperati alla terra da un remoto avamposto nel Circolo polare artico in cui vive. Crede di essere solo, finché non incontra Iris (Caoilinn Springall), una bambina di otto anni, figlia misteriosamente abbandonata da un genitore scienziato.
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L’intervista integrale è su Donna Moderna del 24 dicembre 2020
Ieri sera ha vinto un Emmy Award come miglior protagonista di Euphoria. È la più giovane attrice di sempre ad aggiudicarsi, a sorpresa, il prestigioso riconoscimento. Quando l’abbiamo incontrata la prima volta debuttava con Spider-Man ed era bastato un colpo d’occhio per capire che sarebbe diventata un’icona fashion, e così è stato. Il successo non ha cambiato questa eroina della Disney, che a Grazia aveva confidato in anteprima qual è il suo vero super potere…
Ero tremendamente nervosa, ma nessuno se n’è accorto, perché mi sforzo sempre di apparire controllata. Del resto, quando ho letto la sceneggiatura ho pensato: “Ma chi non vorrebbe interpretare un film stupendo come questo, e avere compagni di viaggio simili”?». Non mi aspettavo che dal vivo Zendaya fosse così alta e magra, e soprattutto che fosse così matura. Mentre la ascolto parlare del suo debutto sul grande schermo, in Spider-Man: Homecoming, nelle sale dal 6 luglio, la mia attenzione si divide in due: una parte segue il filo del suo discorso, l’altra cerca un indizio del fatto che la ragazza che ho davanti abbia davvero solo 20 anni.
Occhi scuri profondissimi, pelle perfetta, l’attrice e cantante ha quella bellezza tipica di chi nasce da un crogiolo di etnie: suo padre è afroamericano, la sua mamma ha origini tedesche, scozzesi e irlandesi. Il suo nome completo è Zendaya Maree Stoermer Coleman e si presenta all’intervista, a Barcellona, con pantaloni in seta verde brillante, stiletti altissimi bianchi e una maglia che aggiunge un tocco di rosso e lascia scoperte le spalle.
Zendaya è una star della Disney, un vivaio che sforna professionisti capaci di cantare, ballare e recitare. E lei, nata sulla baia di San Francisco, ha iniziato come modella per poi approdare alla serie tv A tutto ritmo, la prima di tanti successi. Poi è arrivato l’esordio musicale, quindi le collaborazioni con le popstar Selena Gomez, Beyoncé e Taylor Swift, e la firma di un contratto con la Hollywood Records.
E adesso è l’ora del salto sul grande schermo: sarà Michelle in una nuova versione del fumetto in cui Spider-Man è interpretato da Tom Holland. E a testimoniare che per Zendaya non sarà un atto unico, subito dopo sarà in The Greatest Showman, accanto a Hugh Jackman e Zac Efron.
Perché era così emozionata ai provini per Spider-Man? «Temevo di non poter dare il massimo. Dopo 12 anni di tv non vedevo l’ora di interpretare un film, e questo è il primo, capisce? Ho superato l’ansia concentrandomi su quello che dovevo fare: recitare».
Michelle, il suo personaggio, è piuttosto misteriosa. «L’ho trovata molto interessante proprio perché di lei sappiamo poco: è molto intelligente, una intellettuale che legge tanti libri. Proprio per queste qualità, fatica a frequentare le persone della sua età, un po’ perché non sa stringere amicizia, un po’ perché ama stare da sola ed essere indipendente. Comunque, mi sono divertita a interpretarla».
Spider-Man ha fatto parte della sua infanzia? «Da bambina non ho letto i fumetti del supereroe, nessuno mi ha introdotta in quel mondo. Eppure ricordo il primo film della serie che ho visto: avevo 16 anni e mi è piaciuto moltissimo. Spider-Man è un eroe. E quello interpretato da Tom Holland sarà ancora più coinvolgente, perché è una persona reale».
In che senso? «Non è un ragazzo cresciuto tra gli agi e, per quelli che, come me, sanno che cosa significhi, è una suggestione potentissima: “Anche io posso avere una seconda identità straordinaria, come lui”».
Mi parli della prima vita di Zendaya, quella di tutti i giorni. «Sono cresciuta a Oakland, non la comunità più facile in cui vivere. Da un certo punto di vista è una zona meravigliosa, ricca di cultura, di storia, di attivismo: sono successe lì molte cose importanti nella musica e nella lotta per i diritti civili. Però, per lo stesso motivo, è un luogo difficile, oltre alla creatività c’è tanta violenza. Ma è da posti così che arrivano le persone migliori».
Poi c’è la sua dimensione da star. «Questa è la mia vita da supereroe, in cui posso fare qualsiasi cosa, soprattutto giocare con personalità diverse: sono ancora io, ma in una versione migliore. Sembra di avere i poteri speciali, proprio come Spider-Man».
E come usa queste doti? «Il protagonista del film ha sviluppato le sue facoltà all’età di 15 anni, a me è successo tutto tra i 13 e 15, per cui ho dovuto imparare a usare la popolarità in modo responsabile, facendo sempre la scelta giusta e impegnandomi. Normalmente non mento, dico sempre quello che penso».
star del cinema e, adesso, anche un’icona della moda? «Credo che la mia dote principale sia la capacità di entrare in connessione con molte persone nel mondo. La gente sa chi sono e io ho questa abilità di dire ai giovani: “Mi piace questo, e siccome piace a me potrebbe piacere anche a te”».
Si chiama empatia. «È un potere, e mi chiedo ogni volta come usarlo per fare la cosa giusta. Voglio essere una fonte di ispirazione positiva, visto che molti mi guardano e vogliono imitarmi. Sono sempre concentrata nel regalare la versione migliore di me stessa in modo che anche i ragazzi facciano le scelte più giuste. Essere un modello per i giovani, nella parte più delicata della loro vita, quando stanno sviluppando un’identità, è una grande responsabilità».
Che cosa non sappiamo di lei? «Sono contenta di avere un carattere dolce. In più non mi piace uscire di sera, e questo mi tiene lontana dai guai».
I suoi genitori come l’hanno aiuta a diventare quello che è? «Sono entrambi insegnanti, hanno influenzato molto la mia crescita. I docenti sono le figure meno pagate e meno comprese della nostra società e, invece, mi chiedo che cosa ci sia di più importante del loro lavoro, che è dedicare tempo ai giovani e insegnare loro a diventare il più consapevoli possibile. Non è forse l’unico modo per avere un mondo migliore? Far crescere ragazzi maturi significa avere in futuro leader bravi che sapranno guidare il mondo. Ecco perché sono così fortunata ad avere loro come insegnanti e genitori. Se non avessi fatto l’attrice avrei seguito la loro strada».
È anche un peso? «Lo diventa se lo guardi in questo modo. Passi tutto il tempo a chiederti: “Che cosa diranno se mi muovo così?”. Ma a me piace considerarlo un dono. Sono grata di essere stata messa in una posizione per cui i genitori si fidano di me sulla cosa più importante della loro vita, i loro figli. Se accendi la tv e permetti ai ragazzi di guardarmi, mi lasci spazio per entrare nella loro mente, far parte della loro vita e avere i poster con il mio volto sui muri delle loro stanze. Per me è un regalo e non un pretesto per esaltarmi. Sono davvero quella che sembro, una tipa che non combina pasticci».
E come hanno reagito quando ha detto che voleva diventare un’attrice? «Mi hanno chiesto: “È davvero quello che vuoi fare? Allora va bene, crediamo in te e siamo con te”. Mi hanno aiutata, lasciando che seguissi il mio istinto».
Devono aver sostenuto anche molti sacrifici, lei ha iniziato che era ancora quasi una bambina. «È così, e avevo bisogno di loro. Oakland è a sei ore di auto dagli studi di Los Angeles, non ha idea di quante volte alla settimana abbiamo fatto avanti e indietro, per anni. Era impegnativo, soprattutto per il magro stipendio di due insegnanti, ma ne è valsa la pena». Ma avere i propri genitori come insegnanti non è strano? «Non posso dire che sia stato pesante, anzi. Ci sono vantaggi, per esempio posso entrare nell’ufficio di mio padre tutte le volte che voglio e usare il suo microonde».
Che cosa vorrebbe fare in futuro? «Ho tanti desideri, ma in cima alla lista metto la felicità. Quello che faccio, che siano film, moda o musica, voglio godermelo. E se un giorno mi accorgessi di non divertirmi più e di non essere soddisfatta, mi dedicherei ad altro. Forse diventerei anch’io un’insegnante».
Ci salutiamo e sono ancora più ammirata di quando è iniziata la nostra conversazione. Zendaya è molto più grande dell’età che ha e, soprattutto, può far imparare ai ragazzi che cosa sia un vero super potere: credere in se stessi.
RITROVARE NEL CASSETTO L’INVITO A UNA FESTA A CASA DI LEONARDO MONDADORI, MI HA FATTO FARE IL PUNTO DEGLI ULTIMI 20 ANNI DI APPASSIONATO LAVORO
Per raccontare questo invito devo fare un passo indietro. Tutto iniziò alla fine del 1999, che già sembra un titolo di fantascienza. Gli americani sbarcarono in Italia per riaprire un giornale che negli anni Settanta e soprattutto Ottanta nel nostro paese fu un cult. Una rivista che tutti compravano e tutti leggevano, ma di nascosto, avvolgendola nel quotidiano per non farsi notare: era troppo trasgressiva, sexy ed emancipata per il pubblico di allora.Alla fine del 1999 l’idea di riaprire la testata in team con la Mondadori fu un evento clamoroso per l’editoria. L’allora vicedirettore di Io Donna, Silvia Brena, scelse un pool di giovani donne fidate con cui lavorava da tempo nella redazione del femminile del Corriere della Sera, fra cui me. Una delle cose più incredibili che ricordo erano le riunioni con gli americani di Hearst, che in Usa avevano fondato il giornale a fine Ottocento, partendo con un rotocalco per famiglie. La sterzata su sessualità, carriera ed emancipazione femminile con Helen Gurley Brown, che ha tolto i pannolini da casa e ha rivestito le donne a colpi di gioielli e scollature profonde. Tornando alle riunioni, per me furono la scoperta di un modo completamente nuovo di pensare e quindi di scrivere. Passavo le giornate a smontare e rimontare i pezzi perché quello che era il must del giornale era una specie di tabù per il resto dell’editoria: dare del TU ai lettori. Non si trattava solo di un cambio di pronomi personali. Venendo dal rigore di Io donna significava ribaltare un modo di comunicare, con se stessi e con il pubblico. Bisognava andare al cuore delle cose, scoprire se valevano per sé e poi condividerle come si fa quando si ha un consiglio prezioso da dare a un amico. Ci feci anche una tesi di giornalismo, tanto fu forte l’impatto che ebbe su di me questa direzione. Quando finalmente il primo numero fu pronto per andare in edicola eravamo elettrizzate. Figuriamoci quando l’editore in persona ci invitò una ad una per andare a festeggiare l’evento con la redazione internazionale made in Usa, a capo di 56 edizioni nel mondo. Andai da un sarto di Viale Piave a Milano che mi confezionò un abito in shantung di seta che ho ancora nell’armadio. Ne approfitto per ringraziare i maestri che ho incontrato agli inizi della carriera, che mi hanno insegnato tutto e hanno tirato fuori il meglio di me preparandomi a quella nuova fase. All’epoca non ero così consapevole della fiducia e degli incarichi, a volte incredibili, che mi avevano affidato. Oggi onoro il percorso.
NATO DA UNA FAMIGLIA OPERAIA, SI DIVERTE A INTERPRETARE UOMINI RICCHI. COME IN MURDER MYSTERY, IN CUI È UN VISCONTE BILLIONARIO CHE GIRA IN ROLLS-ROYCE. «TUTTI MI RIPETONO CHE SONO FANTASTICO MA NON È VERO: IL SUCCESSO NON STABILISCE CHI SEI»., DICE L’ATTORE. ABITUATO A RAGIONARE CON LA SUA TESTA, NON HA PERSO SEX APPEAL NEANCHE DOPO AVER FATTO OUTING. PER CAPIRE IL MOTIVO BASTA LEGGERE COSA RACCONTA
di Cristiana Allievi
Tutte le volte che ho incontrato Luke Evans mi ha fatto la stessa impressione. Parlando di teatro e di musical, ma anche del Gaston che ha interpretato in La bella e la bestia, dell’Aramis de I tre moschettieri o dell’arciere di Lo Hobbit, ho sempre pensato che fosse intelligente e generoso sopra la media. E anche con accanto una publicist che mi ricorda di fargli solo domande sul film, lui riesce a trasmettere qualcosa di se stesso. Lo incontro con la scusa dell’affascinante riccone che è il personaggio di Murder Mistery. Scritta da James Vanderbilt, diretta da Kyle Newacheck e ispirata ad Assassinio sull’Oriente Express di Agatha Christie, la commedia racconta a storia di una parrucchiera e un poliziotto newyorkesi (Adam Sandler e Jennifer Aniston) che volando in vacanza in Europa incontrano un affascinante visconte (Luke Evans) che li invita inaspettatamente sullo yacht di famiglia al largo di Montecarlo. Attratta dall’avventura e da una proposta più allettante di quella programmata, la coppia si ritroverà però coinvolta nella morte di un billionario, sospettata insieme a tutti gli altri ospiti. Evans non ha però il tempo di godersi i 30 milioni di streamer (sommando account di Usa, Canada e resto del mondo) che ha avuto il film, segnando il record di spettatori su Netflix nel weekend di apertura. È già a Budapest sul set della seconda stagione di L’alienista, la serie di TNT nominata agli Emmy e ai Golden Globe in cui interpreta il reporter del New York Times John Moore. «Siamo un anno dopo rispetto a dove eravamo rimasti», racconta con voce chiara e pacata. «I personaggi sono gli stessi ma la storia è cambiata. Io non faccio la stessa professione, ci saranno belle sorprese».
Laetitia Casta, attrice e regista, 40 anni (photo by Philip Gay/F).
HA SPOSATO L’UOMO CHE AMA, FREGANDOSENE DEI PREGIUDIZI E DELLE ASPETTATIVE FAMILIARI. «MI SONO PRESA UN RICHIO», DICE L’ATTRIC E E MODELLA FRANCESE. CHE OGGI TORNA SUL SET DIRETTA DLA MARITO E CONFESSA: «NON È STATO SEMPLICE, HO LOTTATO PER FARMI RISPETTARE, IL CINEMA È UN MONDO ANCORA DOMINATO DAGLI UOMINI».
«Com’è stato girare un film con mio marito? Un’esperienza eccitante e ricca. E per fortuna è durata solo quattro settimane». Me la ricordavo così Laetitia Casta. Simile a un gatto che sembra sonnecchiare ma che, quando meno te lo aspetti, fa un incredibile balzo in avanti. «Non ci conoscevamo come attrice e regista, in una situazione in cui lui lottava per il suo film e il suo personaggio, e io per il mio. Entrambi dovevamo sopravvivere». Dal momento che il marito di cui sta parlando è Louis Garrel, e che rappresenta una novità su più fronti, c’era da aspettarsi questo fuoco e fiamme. È l’uomo a cui ha detto finalmente sì, dopo anni di interviste in cui dichiarava che lei, il matrimonio, mai. E nel film in cui la vedremo dall’11 aprile Garrel la dirige ma è anche l’uomo che lei tradisce (per copione): di carne al fuoco ce n’è parecchia. Grazie all’escamotage del triangolo amoroso, L’uomo fedele indaga la natura dei sentimenti umani attraverso una storia densa, ironica e autoironica. La Casta è Marianne e vive con Abel (Garrel), finché non scopre di essere incinta del miglior amico di lui, Paul. A complicare le cose c’è la sorella di quest’ultimo, Eve (Lily Rose-Depp), che vuole strappare Abel a Marianne. Mentre me ne parla faccio un veloce ripasso mentale. Da top model planetaria Laetitia è finita su almeno un centinaio di copertine, fra cui ci sono Sport Illustrated e il nudo integrale su Elle. È diventata famosa grazie a un paio di jeans di Guess? di cui è testimonial dal 1993, ha conquistato l’attenzione nientemeno che di Yves Saint Laurent e in Francia la adorano tanto da averla scelta come “Marianne” nazionale (la donna simbolo della repubblica francese).
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su F del 17 Aprile 2019
Cercavo una foto da bambina, per festeggiare il mio compleanno. La prima
che è saltata fuori è questa, avevo un anno. Guardarla mi fa felice perché non
mi sento molto diversa da allora. Ho molto vissuto, a volte in modo anche
pericoloso. Tante vite in una, e non solo questa. Eppure includendo le
esperienze dolorose, il mio sguardo non è cambiato da quello di questa bambina.
Solo che per lei non esisteva il concetto di “vita”. Per me adulta,
invece, questo dono è straordinario, anche se a volte lo dimentico e lo do per
scontato. Ecco, mentre scrivo scopro di voler parlare della vita, pensa un po’.
Ho capito che vissuta così, tanto per vivere, non è una gran cosa, anzi per
certi aspetti è una fatica. Ci sono le bollette da pagare, le riunioni di
condominio, le dichiarazioni dei redditi, la macchina che non parte, le liti
col marito, la crisi dell’editoria, il razzismo, il pianeta che va a rotoli.
Questa è la vita come mi sembra vista da fuori. Ma con un altro occhio è quello
straordinario fenomeno per cui, momento dopo momento, posso essere il massimo
di me stessa, bellezza, verità, consapevolezza… Solo parole? Affatto. È uno
stato di cui tutti possiamo fare esperienza, a me è capitato grazie alla
meditazione, e questo è un capitolo vasto che aprirò un’altra volta.
Non pensavo di dire queste parole, nemmeno quelle che seguono, ma un senso
ci sarà. A 11 anni un caporedattore ha chiamato mia madre e le ha chiesto
l’autorizzazione a pubblicare un mio tema su Amica. Erano venuti nella mia
scuola a cercare ispirazione, chiedendo alle insegnanti di farci scrivere
qualcosa e poi di consegnare i temi al giornale. Non ricordo niente del tema,
solo di mia madre che mi ha detto “Cristiana, vogliono pubblicare il tuo
tema…”. Non credo che la parola pubblicare avesse avuto un impatto,
nemmeno ricordo di averle risposto. Dell’idea di scrivere, dentro di me, non
c’era nemmeno l’ombra. C’era quella di viaggiare, quella sì, un fatto di
famiglia. E oggi sono sicura che viaggiare porti a scrivere: basta sedermi sul
sedile di un treno, meglio di un aereo, e le immagini partono da sole. È un
fatto del cervello e secondo me è collegato anche all’anima. Fatto sta che mi
sono ritrovata a viaggiare e a scrivere, a 23 anni, bla bla, quella dell’inizio
del giornalismo è un’altra epopea e chi lo sa, magari un giorno la racconterò.
Faccio un balzo a oggi, 23 marzo 2019. Scendo in edicola e compro D con La
Repubblica. Apro il giornale e sento una commozione molto forte. A pagine 53,
c’è un servizio, si chiama Prime visioni. Porta la mia firma ed è dedicato alle
donne dell’industria del cinema. Donne con una visione forte, che sicuramente
nella vita hanno dovuto attraversare molte cose, per farsi largo (sì, anche fra
tanti uomini). Per molti motivi, questo articolo porta aria di primavera. E io
mi sento fiera di sostenere una visibilità al femminile. Non per un fatto di
sessismo, ma perché so che le donne portano una visione di cui questo pianeta
ha tremendamente bisogno. Una visione che ha bisogno di spazio e di essere
riconosciuta, specialmente nel mondo occidentale. A quel punto ci saranno più
fiducia, più inclusione, più arte e più bellezza. E anche le donne al potere
potranno fidarsi del proprio modo. Di essere.
Con La casa di Jack Matt Dillon ha accettato il ruolo più scomodo, e anche doloroso, tra gli oltre sessanta della sua carriera. Interpretare un feroce assassino di donne, con la regia di Lars von Trier, è stato un rischio. Grazie al quale ha trovato la verità, come racconta in questa intervista esclusiva per D La Repubblica
L’attore americano Matt Dillon, 55 anni, fotografato per D la Repubblica.
Chi pensa che le star di Hollywood siano fatte con lo stampino, dovrebbe incontrare Matt Dillon. In completo blu di grisaglia con polo bianca, il ragazzo che ha faticato a smarcarsi dai paragoni con James Dean oggi sceglie il basso profilo. E approccia il pacchetto celebrità come farebbe un marziano appena atterrato sulla terra. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta è stato il sex symbol di Rusty il selvaggio e I ragazzi della 57° strada, il poster boy di tutte le adolescenti del pianeta, ma la cosa sembra riguardare un altro. Ed è strano, considerato che si è appena preso un rischio gigantesco, uno di quelli che si prendeva Marlon Brando: si è messo nelle mani di Lars Von Trier e ha accettato il ruolo di serial killer che uccide ogni donna che incontra, in certi casi anche con i rispettivi figli. La casa di Jack, il titolo del film, è un viaggio nell’inconscio dell’essere e presentato all’ultimo Festival di Cannes, che ha comprensibilmente creato scompiglio, con un centinaio di spettatori che hanno lasciato la sala durante la proiezione. Il marchio di fabbrica del regista danese è il solito, sette anni fa era stato espulso dalla Croisette come “persona non grata” per alcune infelici uscite durante la conferenza stampa del suo Melancholia, frasi come “capisco Hitler”, seguite da “ok, sono un nazi”. Matt sapeva in cosa stava andando a ficcarsi. «Io stesso avevo parecchie riserve prima di accettare il ruolo, capisco se qualcuno si arrabbierà andando al cinema. Ma Lars ha voluto raccontare qualcosa di vero sui serial killer, non c’è niente di gratuito». Voce roca e profonda alla Tom Waits, sceglie le parole con molta cura, e la spiegazione non è solo da attribuire al suo carattere. Per comprendere le parole di Dillon, 54 anni, figlio di immigrati irlandesi a New York e secondo di sei fratelli, occorre addentrarsi nella storia che ha radunato sul set Uma Thurman, Bruno Ganz, Riley Keough, Siobhan Fallon Hogan e Sofie Grabol. Siamo negli anni Settanta in Usa, e nel mezzo di un bosco c’è Jack alla guida di un furgoncino. Una donna (Uma) ferma lo sconosciuto e gli chiede un passaggio. Lui non apre bocca, mentre lei sembra vaneggiare in un crescendo di tensione che termina con un repentino scatto dell’uomo, che afferra una spranga e la uccide con colpi violentissimi. Così lo spettatore si fa un’idea di cosa lo aspetta per i successivi 155 minuti in cui, seguendo il percorso di questo uomo intelligentissimo e colto, si rende conto del suo profilo di omicida seriale. «Ci sono stati momenti in cui guidando verso casa sono scoppiato a piangere, è stato un lavoro che mi ha scombussolato a livello emotivo. Se dovessi spiegare La casa di Jack a mia madre, cosa le direi? È una donna molto sensibile alla violenza, ma è anche una persona che comprende l’arte e quello che cercano di fare gli artisti».
Dillon era già arrivato a interpretare un personaggio estremo nel 2004, il poliziotto razzista di Crash diretto da Paul Haggis per cui si è aggiudicato candidature agli Oscar e ai Golden Globes. «Quello di Crash era un uomo molto oscuro ma che aveva ancora un barlume, i sensi di colpa», teorizza, «mentre per Jack ho capito che dovevo avere un vuoto là dove la maggior parte di noi sente. La sfida nel recitarlo è stata tagliare le emozioni, guardare qualcuno che stava soffrendo ed essere indifferente: io non sono proprio quel tipo di persona. Ho fatto fatica anche a girare la tremenda scena della caccia che coinvolge una famiglia intera, come quella nell’appartamento della ragazza bionda (la Keough), perché hanno a che fare con l’umiliare una donna. Lars voleva che diventassi Jack, e mi ha detto che i personaggi maschili dei suoi film sono sempre stati degli idioti, questo era quello che più si avvicina a chi è veramente il regista. Sappiamo tutti che non è un uomo violento, ma ama farsi condurre fino a dove lo guida la sua immaginazione».
(continua…)
Intervista di copertina pubblicata su D La Repubblica del 12 gennaio 2018