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Io, a un anno.

Cercavo una foto da bambina, per festeggiare il mio compleanno. La prima che è saltata fuori è questa, avevo un anno. Guardarla mi fa felice perché non mi sento molto diversa da allora. Ho molto vissuto, a volte in modo anche pericoloso. Tante vite in una, e non solo questa. Eppure includendo le esperienze dolorose, il mio sguardo non è cambiato da quello di questa bambina. Solo che per lei non esisteva il concetto di “vita”. Per me adulta, invece, questo dono è straordinario, anche se a volte lo dimentico e lo do per scontato. Ecco, mentre scrivo scopro di voler parlare della vita, pensa un po’. Ho capito che vissuta così, tanto per vivere, non è una gran cosa, anzi per certi aspetti è una fatica. Ci sono le bollette da pagare, le riunioni di condominio, le dichiarazioni dei redditi, la macchina che non parte, le liti col marito, la crisi dell’editoria, il razzismo, il pianeta che va a rotoli. Questa è la vita come mi sembra vista da fuori. Ma con un altro occhio è quello straordinario fenomeno per cui, momento dopo momento, posso essere il massimo di me stessa, bellezza, verità, consapevolezza… Solo parole? Affatto. È uno stato di cui tutti possiamo fare esperienza, a me è capitato grazie alla meditazione, e questo è un capitolo vasto che aprirò un’altra volta.

Non pensavo di dire queste parole, nemmeno quelle che seguono, ma un senso ci sarà. A 11 anni un caporedattore ha chiamato mia madre e le ha chiesto l’autorizzazione a pubblicare un mio tema su Amica. Erano venuti nella mia scuola a cercare ispirazione, chiedendo alle insegnanti di farci scrivere qualcosa e poi di consegnare i temi al giornale. Non ricordo niente del tema, solo di mia madre che mi ha detto “Cristiana, vogliono pubblicare il tuo tema…”. Non credo che la parola pubblicare avesse avuto un impatto, nemmeno ricordo di averle risposto. Dell’idea di scrivere, dentro di me, non c’era nemmeno l’ombra. C’era quella di viaggiare, quella sì, un fatto di famiglia. E oggi sono sicura che viaggiare porti a scrivere: basta sedermi sul sedile di un treno, meglio di un aereo, e le immagini partono da sole. È un fatto del cervello e secondo me è collegato anche all’anima. Fatto sta che mi sono ritrovata a viaggiare e a scrivere, a 23 anni, bla bla, quella dell’inizio del giornalismo è un’altra epopea e chi lo sa, magari un giorno la racconterò. Faccio un balzo a oggi, 23 marzo 2019. Scendo in edicola e compro D con La Repubblica. Apro il giornale e sento una commozione molto forte. A pagine 53, c’è un servizio, si chiama Prime visioni. Porta la mia firma ed è dedicato alle donne dell’industria del cinema. Donne con una visione forte, che sicuramente nella vita hanno dovuto attraversare molte cose, per farsi largo (sì, anche fra tanti uomini). Per molti motivi, questo articolo porta aria di primavera. E io mi sento fiera di sostenere una visibilità al femminile. Non per un fatto di sessismo, ma perché so che le donne portano una visione di cui questo pianeta ha tremendamente bisogno. Una visione che ha bisogno di spazio e di essere riconosciuta, specialmente nel mondo occidentale. A quel punto ci saranno più fiducia, più inclusione, più arte e più bellezza. E anche le donne al potere potranno fidarsi del proprio modo. Di essere.

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