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Emma Watson: «Belle mi piace perché mi somiglia»

13 lunedì Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Bill Condon, cinema, emma watson, Harry Potter, Hermione Granger, Io donna, La bella e la bestia, Luke Evans, Walt Disney

In passato l’attrice aveva rifiutato il ruolo di Cenerentola perché non si sentiva in sintonia con il personaggio, mentre Belle sembra fatta apposta per lei: è impegnata, legge molto, non punta sul suo aspetto estetico

di CRISTIANA ALLIEVI
Emma Watson: «Belle mi piace perché mi somiglia»

Se c’è una cosa che non si deve toccarle, è la privacy. Destino vuole però che proprio in questi giorni sui social infuri la polemica intorno alsemi topless di Emma Watson, apparso sulla copertina di Vanity Fair Usa. È bastato un tweet di una giornalista del Daily Mail che intendeva dire più o meno “sei tanto femminista quanto sottomessa al volere di un giornale (e del mercato), e in quanto tale poco credibile”, e per un paio di foto sexyl’attrice inglese si è trovata a rispondere della credibilità del suo ruolo come ambasciatrice Onu per la parità dei sessi. Un clamore che gioverà alla promozione del suo prossimo film The circle, in uscita ad aprile, se si pensa che Tom Hanks, a capo nella più grande azienda di tecnologia e social media del mondo, la incoraggerà a rinunciare proprio alla sua privacy.

Ma siamo nel cuore di Londra per parlare di La bella e la bestia di Bill Condon, il cartone animato diventato un musical strabiliante in cui le teiere danzano, insieme ai bicchieri di cristallo, mentre i piumini spolverano e le coreografie incantano.

Arriverà nelle sale dal 16 marzo la riuscita rivisitazione live action del celebre classico d’animazione prodotto dalla Disney, che fu il primo film del genere a ricevere una candidatura all’Oscar come Miglior film (vincendone poi due, per la colonna sonora e la canzone originale), e il primo lungometraggio animato a superare 100 milioni di dollari di incasso al botteghino. Condon all’inzio ha rifiutato la proposta della Disney di cimentarsi in quest’impresa, reputando il film del 1991 perfetto. Ma poi ha cambiato idea e ha lavorato per due anni con l’ottimo cast che include Dan Stevens, Luke Evans, Ewan McGregor, Stanley Tucci ed Emma Thompson.

emma-watson-hermione-belleLa ex Hermione Granger, che grazie a film come Noi Siamo Infinito, Noah eThe Bling Ring ha dato prova di essersi lasciata alle spalle la saga dei maghi che l’ha impeganta per più di un decennio, indossa pantaloni capri e ballerine nere su un capo outfit ecologico della collezione da lei disegnata. E un maglione bianco che ne sottolinea la figura esile, con una grande rouge nera che le attraversa il busto in diagonale, dall’alto in basso.

In passato ha rifiutato il ruolo di Cenerentola dichiarando che non si sentiva in sintonia col personaggio, mentre Belle sembra perfetta per lei: è impegnata nel sociale, legge molto, non punta sul suo aspetto estetico…
«Questo ruolo è una rottura, ha creato una distanza da tutte le principesse venute prima. Belle è una donna emancipata, risoluta, indipendente come Katharine Hepburn. Inoltre non ha paura di esprimere le proprie idee e sogna di esplorare il mondo. Adoro la sua risolutezza da quando avevo quattro anni».

Cos’altro c’è in comune tra lei e Belle?
«Si trova in un punto della vita in cui sta cercando di andare oltre le aspettative che tutti hanno su di lei. Sposare Gastone, che le ronza intorno, sarebbe l’happy end migliore secondo praticamente tutti, ma lei vuole crescere in un’altra direzione. Sono la solitudine e il senso di isolamento a farla incontrare con la bestia, i due entrano in un mondo parallelo rappresentato dal castello. Nonostante abbiano un background e storie diversissime, in qualche modo sono simili e per questo motivo si innamorano».

Il regista Bill Condon ci ha tenuto a precisare che a Belle non interessa diventare una principessa.
«L’ho scelta proprio per questo motivo, anche se ad attrarmi c’era la sfida della danza e del canto, che non avevo mai affrontato in un film».

Ha temuto il fatto di dover cantare davvero?
«È qualcosa che ho sempre voluto fare, certo che esordire con un musical così amato mi ha fatto sentire una certa pressione. Ma l’amore per le canzoni del musical che mi facevano impazzire da bambina mi ha accompagnata lungo tutto il processo».

Incoraggiare le ragazze a guardare oltre le apparenze, e a non limitarsi alla bellezza esteriore, è importante oggi?
«Certo che lo è. Ma è fondamentale che il mio personaggio si innamori di qualcuno che non ha le sue caratteristiche, è il contrasto che funziona. Ma questa storia non parla soltanto della bellezza e della bruttezza, dipinge anche la bella e la bestia che vivono in ognuno di noi, bisogna imparare a trovare un equilibrio tra questi due lati».

Qual è il suo lato animalesco?
«Sono freddolosa, soffro l’aria condizionata. E spesso ho fame… (ride,ndr)».

E quello più luminoso?
«La bellezza del mio personaggio viene dal non giudicare, e credo sia una grande chiave. Essere empatici e curiosi significa comprendere indirettamente ciò che ci circonda e non farsi invadere dal giudizio, che poi è la cosa che ci frega».

L’abito giallo che indossa nel film ha qualcosa di speciale: ha contributo alla sua creazione?
«Leggendo la sceneggiatura ho capito subito che qualsiasi abito avessi indossato mi avrebbe accompagnata fino al terzo atto del film, che è diverso dall’originale. Avrei dovuto indossare qualcosa di multifunzionale, adatto a cavalcare, ballare e anche battagliare, come quando scorazzo per la foresta a caccia di mio padre. Quindi la parte del busto doveva assomigliare leggermente a un’armatura, e ci abbiamo messo oro e catene, mentre volevo che  la parte della gonna fosse molto leggera. Quello che amo dell’abito originale è il suo essere una terza entità: quando Belle balla con la Bestia, l’abito balla con lei».

Contibuisce sempre al lavoro sui dettagli?
«Sempre, se non riesco a capire cosa pensa un personaggio quando si alza la mattina, cosa le piace indossare e molto altro, non posso comprendere chi è in realtà».

Il suo amore per la letteratura come l’ha formata?
«In tempi in cui mi sono sentita molto confusa e sopraffatta dal mondo circostante, i libri mi hanno aiutata a trovare un senso. In altri momenti sono stati una fuga, o degli amici, che sono sacri per me. Quando ero più giovane mi sono sentita obbligata a leggere, come accade a tutti a scuola, ma quando scegli di leggere poi lo ami».

Cosa sta leggendo in questo momento?
«Un libro che mi ha dato un’amica psichiatra, Men search’s for meaning, di Viktor E. Frankl (scritto nel 1946 e tradotto con il titolo Alla ricerca di un significato nella vita). Lo psichiatra internato ad Auschwitz ha raccontato la sua esperienza di prigioniero attraverso l’occhio tecnico del medico. Si è chiesto che cosa ha aiutato i sopravvissuti all’Olocausto a uscire vivi dai lager. La risposta è che non hanno mai perso di vista il motivo per cui vale la pena vivere. Per me è un libro sulla speranza».

 

Articolo uscito su IOdonna.it il 13 marzo 2017 

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Call me by your name, eros e magnifica confusione by Luca Guadagnino

18 sabato Feb 2017

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Armie Hammer, Berlinale, Call me by your name, Cristiana Allievi, Esther Garrel, Luca Guadagnino, Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet

Il nuovo film del regista siciliano celebra il desiderio dei vent’anni, quando, come disse una volta Truman Capote, “l’amore, non avendo una mappa, non conosce confini”

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Da sinistra Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet e Armie Hammer in una scena di Call me by your name (courtesy Sony Pictures Classics).

Con Luca Guadagnino l’Italia ha trionfato alla Berlinale. E con lui, ha vinto l’universalità dell’amore. È successo nonostante Call me by your name, settimo film del produttore e regista palermitano, fosse proiettato nella sezione Panorama, e non in Concorso, perché l’anteprima mondiale è avvenuta un mese prima al Sundance, festival Usa che ha parecchio gradito l’opera. Scritta dallo stesso Guadagnino insieme a James Ivory e Walter Fasano a partire dall’omonimo romanzo dell’americano André Aciman, la pellicola che sarà distribuita in Italia da Sony Picture Classics è un inno alla passione e all’eros che non mostra nemmeno una scena di sesso esplicita e riesce a includere una storia di famiglia. Un successo, va detto, da attribuirsi anche alla scelta di un magnifico cast. Elio Perlman, interpretato dall’astro nascente Timothée Chalamet, è il figlio diciassettenne di una coppia ebrea molto abbiente in cui il padre (Michael Stuhlbarg) è un professore d’inglese specialista dell’epoca greco romana. Siamo in estate, nei dintorni di Crema, e il ragazzo è una specie di genio della musica. Parla tre lingue, trascorre la giornata ascoltando e trascrivendo note di Bach e Berlioz e flirtando con l’amica Marzia (Esther Garrel). Finchè nella meravigliosa villa seicentesca di famiglia – a pochi chilometri dalla vera casa di Guadagnino – arriva Oliver, un giovane ricercatore americano, interpretato da un Armie Hammer al massimo del suo splendore: ha 24 anni ed è una miscela esplosiva di cultura e fascino. A poco a poco tra lui ed Elio si fa strada un sentimento dalla forza inesorabile, che include anche la confusione di Elio tra la ragazza che lo ama e l’attrazione per Oliver, confusione resa dal regista in modo terribilmente empatico.

E pensare che Guadagnino ha fatto di tutto per non dirigere questo film, avrebbe voluto restarne solo il produttore e proporlo ad altri colleghi. Ma da Taylor Wood a Ozpetek, passando per Gabriele Muccino, tutti gli dicevano “perché non lo fai tu?”. Così,  si è convinto. «Mi piace pensare che Call me by your name chiuda una trilogia di film sul desiderio, con Io sono l’amore e A bigger Splash», racconta. «Ma nei film precedenti il desiderio spingeva al possesso, al rimpianto e al bisogno di liberazione. Mentre qui volevamo esplorare l’idillio della giovinezza. Elio, Oliver e Marzia sono irretiti in una confusione che una volta Truman Capote ha descritto dicendo “l’amore, non avendo una mappa, non conosce confini”».
Come i suoi protagonisti, anche lo spettatore si trova catapultato in un universo idilliaco e passionale, guardando questi 130 minuti di immagini sulle note dei pezzi per pianoforte di John Adams ma anche di Lady, Lady, Lady di Joe Esposito (chi si ricorda di Flashdance?), oltre alla musica creata apposta per il film da Sufjan Stevens. «Io e Armie abbiamo trascorso molto tempo insieme prima delle riprese», racconta Timothée, «per tre settimane ci siamo fatti il caffè, abbiamo guardato film e ascoltato musica. Eravamo sempre insieme». E Hammer, che alla Berlinale era presente anche con il film di Stanley Tucci Final Portrait, rincara la dose. «Abbiamo fatto tutto quello che si vede nel film», provoca, per poi aggiungere un «beh, non proprio tutto. Di sicuro mi sento in sintonia con il modo in cui Luca è stato capace di far emergere il desiderio umano, questa brama che si sente fra i due personaggi. Sono emozioni primarie di desiderio che le persone sentono, e spero che questo aspetto aiuterà il film ad andare oltre ogni barriera».

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Il regista Luca Guadagnino, 46 anni (pic by Alessio Bolzoni).

Mentre si viene trasportati per mano nell’atmosfera ovattata in cui sboccia l’amore, tra bagni al fiume, sguardi e silenzi che dicono più di mille parole, fuori da questa bolla c’è un mondo che sfiorisce. Siamo negli anni Ottanta, nell’Italia di Licio Gelli e Bettino Craxi, delle piazze con i cartelloni elettorali di PCI e PSI. E mentre in questa famiglia molto internazionale, con madre francese e padre inglese, si parla di resti archeologici e di bellezza ellenica, dalla tv sbuca un giovanissimo Beppe Grillo, ancora solo comico. «È l’epoca in cui abbiamo assistito alla fine degli straordinari anni Settanta e all’inizio del conformismo degli Ottanta, con il pensiero di massa che ne è seguito», ricorda Guadagnino. «Mi piaceva mostrare un gruppo di persone che resta intoccato da tutto questo». In questa decadenza si avverte che un’estate molto fuori dal comune sta per finire, anche se nessuno lo vorrebbe. In un tessuto emotivo che non molla lo spettatore nemmeno per un istante, con la fine dell’estate per Elio arrivano i dialoghi illuminanti con il padre, dalla cui bocca escono parole che molti figli sognerebbero di sentirsi dire. E non è un caso, a sentire il regista. «Call me by your name è un omaggio ai padri della mia vita, il mio vero padre e i padri cinematografici, Renoir, Rivette, Rohmer e Bertolucci».

 Articolo pubblicato su GQ Italia
© Riproduzione riservata 

Kim Rossi Stewart: Tommaso e i quarantenni irrisolti

10 sabato Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Senza categoria

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Anche libero, Anche libero va bene, Cristiana Allievi, GQitalia, Kim Rossi Stewart, Tommaso, Venezia 73

Un film sulla mente che passa molto anche per la carne. Con qualche elemento autobiografico e molta riflessione sulla oggettività difficoltà (generazionale?) di riuscire a stare sulle proprie gambe abbastanza da viversi appieno e fino in fondo

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Kim Rossi Stewart, attore e regista romano, 47 anni. 

«È un film sulla mente, e a livello emotivo coinvolge meno del mio lavoro precedente. Del resto da quando l’uomo si è civilizzato e la sua intelligenza si è staccata da quella animale, con la mente bisogna farci i conti, nel bene e nel male». Così Kim Rossi Stewart racconta Tommaso, il film presentato fuori concorso a Venezia e da oggi al cinema.
È la storia di un uomo sulla quarantina che non riesce a tenersi accanto una compagna. Sogna fantastiche avventure con le donne, in realtà è congelato emotivamente e allontana sistematicamente chi gli si avvicina valicando i confini delle sue difese emotive. Dietro una specie di coazione a ripetersi ci sono due realtà, una madre assente e un bambino interiore con cui ha perso il contatto. Bambino che, dieci anni fa, stava al centro del primo lavoro dietro la macchina da presa del regista romano, Anche libero va bene, e che allora veniva abbandonato dalla madre. Ma mentre quella pellicola era riuscita nella sua analisi della relazione genitori-figli, in Tommaso sembra mancare il distacco necessario per ottenere lo stesso effetto.

Da una parte al regista va il merito di essersi messo al centro del proprio lavoro, con l’escamotage di far fare al suo protagonista il lavoro di attore in crisi. Dall’altra questo autobiogafismo è il punto debole del film: Rossi Stewart sembra troppo coinvolto col suo protagonista – che poi è se stesso- per poter restituire un racconto efficace e interessante. «Girando Tommaso mi sono trovato a valutare cosa può rappresentare, oggi, l’atto di mettersi a nudo. Ho giocato molto con questo aspetto, non so nemmeno io quanto lo abbia fatto. Avrei potuto scegliere altri mestieri per il mio protagonista, ma trovo che spogliarsi, con una buona dose di sincerità, sia un atto molto civile, etico e moralmente giusto. Se tutte le persone avessero questo obiettivo, dai capi di Stato alle persone più semplici, staremmo tutti molto meglio».

Tommaso è un attore frustrato che vorrebbe girare un film in cui racconta le proprie angosce interiori, ma nessuno glielo vuole produrre, e da spettatori si ha la sensazione di guardare proprio quel film a cui il protagonista allude. A un certo punto della storia dice “Io muoio, se non riesco a esprimermi liberamente”, frase che fa di nuovo pensare a chi sta dietro la macchina da presa. «La scelta del mio mestiere dice quanto questa frase mi riguardi, da sempre», racconta l’attore che più di vent’anni fa ha raggiunto la fama in tv grazie a Fantaghirò, e che a cinque anni era già sul set con il padre, attore e assistente alla regia. «Il mio lavoro mi ha sempre permesso di esprimere in modo libero tante questioni emotive. Poi c’è la vita privata, in cui l’espressione di me stesso ha il suo spazio».

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Rossi Stewart con Jasmine Trinca, una delle interpreti di Tommaso. 

I punti in cui Tommaso respira meglio sono forse quelli che ruotano intorno a sesso e seduzione, in cui si ha la sensazione di uscire da una zona di nebbia e di essere finalmente coinvolti. Mentre secondo Kim le immaginazioni erotiche sono un segnale a indicare la temperatura del malessere del suo protagonista, l’incapacità di vivere le cose concrete della vita, «la sessualità tira fuori gli aspetti più animaleschi, diretti e meno razionali di noi stessi, ed è nella natura delle cose che questo si senta nel film».

Senza svelare il finale della storia, non si può dire che Tommaso ne esca risolto. «Nel suo percorso viene risucchiato da una spirale, ma la cosa non è negativa», conclude Rossi Stewart. «Perché arriva a toccare il fondo, rischia, con coraggio, e secondo me entra in una nuova fase della vita. Ai miei occhi Tommaso riesce a uscire dalla ruota del criceto, scoprendo che quando si è in grado di stare sulle proprie gambe si è pronti per una relazione di coppia e per la grossa condivisione che questa comporta».

Se sente che il suo film appartiene a qualche genere? «So che ai giornalisti piacciono i paragoni, ma fatico ad associare questo film a qualcosa, se appartiene a un filone è quello autoreferenziale. Sono così ambizioso da voler creare qualcosa di unico, non mi vergogno ad ammetterlo».

 

Articolo pubblicato da GQItalia.it

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Un tuffo nel cuore di Nick Cave in 3D

06 martedì Set 2016

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Andrew Dominik, Arthur Cave, Bad Seeds, Cristiana Allievi, Marilyn Monroe, Nexodigital, Nick Cave, One more time with feeling, Skeleton Tree

«A colori vedi il quotidiano, in bianco e nero vedi la verità». Il regista Andrew Dominik introduce il documentario che svela il nuovo album del cantautore e il suo dolore straziante, al cinema da fine settembre

NickCaveOMTWF.jpg«Il colore è incasinato, è difficile renderlo bello. Il bianco e nero è elegante, rende le cose scultoree. A colori vedi il quotidiano, in bianco e nero vedi la verità». Andrew Domink spiega così la bellezza abbagliante del suo One more time with feeling, il film appena presentato a Venezia che racconta la musica dell’ultimo disco di Nick Cave, e molto di più, e che in Italia vedremo il 27 e 28 settembre grazie a Nexodigital. Il regista di L’assassinio di Jesse James e Coogan-Killing them soflty, presenta l’ultimo disco dell’artista in modo inusuale, con un 3D in bianco e nero che avvolge lo spettatore tra le note e lo porta, lentamente, dritto nell’anima del cantautore australiano. Si parte con quella che sembra un’intervista musicale in auto, poi si vedono le prove con i Bad Seeds, momenti di vita privata, lavori di sovraincisione della voce, fino ad arrivare alle riflessioni più intime di Cave sulla vita e sul trauma. Il lavoro al nuovo album, Skeleton Tree (uscita 9 settembre), è stato infatti segnato dalla tragica perdita del figlio Arthur, precipitato dalle scogliere di Brighton a giugno dello scorso anno, dopo aver fatto uso di LSD. Quando il musicista si è reso conto che presto sarebbe arrivato il momento di presentare il nuovo lavoro alla stampa, ha capito che non ce l’avrebbe fatta, così ha chiamato Dominik per affidare il compito alle immagini e soprattutto a un amico. «Nick mi ha cercato a dicembre, abbiamo iniziato le riprese a febbraio. Lui voleva suonare, l’idea era di presentare un piccolo concerto del disco, ma avevamo solo 34 minuti di canzoni. Ci voleva altro, non sapevamo cosa, è emerso strada facendo». Le immagini della pellicola lasciano il segno, come il momento in cui si vede la faccia di Cave sbucare dal pianoforte che sembra quasi d’argento. «È venuta davvero bene», racconta Dominik, «ho piazzato le luci dietro la macchina da presa. E poi con le nuove lenti in circolazione, l’ultima frontiera del nostro lavoro, puoi rendere tutto splendido». Lui e Cave si sono conosciuti molti anni prima che il musicista e Warren Ellis scrivessero la colonna sonora del secondo film di Andrew, L’assassinio di Jesse James. «Ci siamo incontrati nel 1986, veniamo entrambe da Melbourne. Ma il motivo per cui siamo diventati amici è che avevamo la stessa fidanzata, che è stata prima con Nick e poi con me. Loro due erano rimasti amici, una volta lei lo ha chiamato e ho risposto io, così abbiamo fatto una lunga conversazione». Andrew stava volando a Parigi, quando ha ricevuto la chiamata di Cave per questo film.

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«Era traumatizzato, e ha scritto canzoni per cercare di esprimerlo. Sapevo che girando il film avremmo dovuto attraversare qualcosa che non c’entrava con l’essere un dio del rock. Lui stava rapportandosi con molte emozioni, ed è tutt’ora così, è nel mezzo del processo». One more time with feeling è rispettoso, si avvicina alla perdita e al lutto con piccoli passi. «Non è un argomento che potevamo affrontare di petto, dovevamo arrivarci girandoci intorno. Se parti dal trauma non sai più dove andare, mentre se ti ci avvicini, il film tiene una direzione». Il film rende vivido il lato umano del musicista. «Nick era preoccupato delle occhiaie e racconta le sue insicurezze, anche sull’invecchiamento. È molto onesto su chi è e su cosa gli succede, un aspetto che mi piace molto di lui. Questo film è un modo per mettere un piede davanti all’altro e andare avanti». La danza delle telecamere intorno al musicista e al suo modo di affrontare il dolore dura circa due ore, e permette di ascoltare i suoi testi, diventati decisamente più ermetici. Uscirà in 650 sale nel mondo, mentre da gennaio Dominik sarà impegnato nelle riprese del suo nuovo lavoro, un film su Marilyn Monroe tratto dal romanzo Blonde di Joyce Carol Oates.

 

Articolo pubblicato da GQ Italia 

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Giorgia Benusiglio: «Il mio errore l’ho pagato tutta la vita».

22 lunedì Ago 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Taormina, Senza categoria

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Ambrogio Crespi, Carlotta Benusiglio, Cristiana Allievi, ecstasy, Giorgia Benusiglio, Giorgia Vive, Grazia, Lamberto Lucaccioni, Mdma, smart drugs, Vuoi trasgredire? Non farti

 

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Giorgia Benusiglio, 34 anni (courtesy Mediaset.it)

«Un giorno ho letto su un opuscolo “la droga fa male, se vuoi provarla ti diamo consigli su come farlo”. Anche sui pacchetti di sigarette c’è scritto “il fumo uccide”, ma se ti fai una sigaretta non muori. Ho pensato che per una volta non mi sarebbe successo niente, l’ho pagata molto cara». È il 1999 quando Giorgia Benusiglio si cala mezza pasticca di ecstasy in discoteca e in poche ore è colpita da un’epatite tossica fulminante. Il padre, Mario, si danna per farle avere un fegato nuovo in tempi brevissimi. Dopo la terapia intensiva e le crisi di rigetto (le hanno dato due volte l’estrema unzione), è proprio il padre ad accompagnarla per mano verso la rinascita. La incontro su una terrazza siciliana dopo la proiezione del docu film di Ambrogio Crespi che racconta la sua battaglia, Giorgia Vive– La storia di una fine che è solo l’inizio, appena premiato con il Cariddi alla 62° edizione del festival di Taormina e da settembre in tour per le scuole e i palazzetti d’Italia. Tuta pantalone in seta a stampe, cintura che le fascia un vitino minuscolo, parla con Grazia pochi giorni dopo dopo aver incassato l’ennesimo colpo. Il destino due anni fa le ha strappato l’adorato padre e solo poche settimane fa la sorella Carlotta, trovata impiccata a un albero di un parco di Milano. Mentre me lo racconta Giorgia non versa una lacrima. Ha quel naturale sistema di protezione che ci fa sopravvivere al dolore quando pare impensabile riuscirci. Al di là dalla vetrata che ci separa dal terrazzo c’è la mamma, Giovanna, che cammina senza una meta con lo sguardo ferito. Cerca continuamente un contatto con gli occhi grandi e luminosi della figlia.

Credo sua madre la stia cercando… «Devo starle vicino, dopo l’odissea con me e la perdita di mio padre, adesso anche mia sorella. È davvero troppo. Io e il mio compagno stavamo per tornare a vivere insieme, ma il lutto che ha colpito di nuovo la mia famiglia ci ha fermati».

C’è qualcosa che vuole dire su quello che è appena successo? «Non posso, gli inquirenti mi hanno pregata di mantenere il silenzio e ho totale fiducia sul fatto che la verità verrà fuori. Ma dedico a Carlotta il premio ricevuto, a lei e a tutte quelle donne che non sanno dire no a un amore sbagliato, pagandolo con la vita».

In Giorgia Vive sorprende vedere quanto amore le abbia dato la sua famiglia. Si è chiesta da dove è nata la sua esigenza di ricorrere all’ecstasy? «Quello che ti droghi perché i genitori non ti amano è un falso mito. Oggi si fa uso di stupefacenti per paura di comunicare con gli amici, per far parte di un gruppo, per noia. È un altro tipo di disagio».

Perché questo film a distanza di tanto tempo? «Sei anni fa ho scritto Vuoi trasgredire? Non farti, che è alla sesta ristampa. La mia vita era andare in giro a presentarlo e a parlare con le persone, come mi ha insegnato mio padre. Poi ho incontrato Ambrogio Crespi al Cocoricò, in occasione della morte di Lamberto Lucaccioni (deceduto a 16 anni per overdose, ndr). Lui ha sentito la mia capacità di comunicare e mi ha proposto di fare il film: è stato con me 24 ore su 24 dandomi un supporto straordinario».

Sua sorella Carlotta appare di spalle, nel film. «All’inizio non voleva apparire, poi le cose sono cambiate. Un mese prima della conclusione dei lavori ha chiesto lei di “leggere” una lettera che mi aveva scritto 16 anni prima, mentre ero in terapia intensiva e non poteva avvicinarsi. Tra le parole che pronuncia ci sono queste: “ricorda che sono qui per sempre, sono accanto a te”. Eravamo d’accordo per incontrarci a Taormina, invece è stata l’ultima cosa che ha fatto, non l’ho più potuta abbracciare. Non credo niente accada per caso, la sua presenza nel film che racconta la mia storia dimostra che l’amore ha vinto ancora, nonostante il dramma».

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Come definirebbe la sua occupazione, oggi? «Sono una consulente per la prevenzione giovanile contro l’uso di sostanze stupefacenti. Giro l’Italia da 10 anni, all’inizio era una volta alla settimana, poi sono diventate tre, oggi è un continuo. Voglio dare l’informazione che non mi è stata data all’epoca, poi ognuno può fare le proprie scelte. L’anno scorso ho incontrato un ragazzo che ha preso Mdma,  era giallo dalla testa ai piedi, aveva un’epatite tossica non fulminante e ha avuto più tempo di me. Mi guardava piangendo e mi diceva “non lo sapevo…”. Sulla mia pagina FB (Giorgia Benusiglio Prevenzione Droghe, ndr) ricevo 25 messaggi al giorno, anche da genitori che hanno molto bisogno di sostegno. Oggi gli adolescenti usano ecstasy, anfetamine, cannabinoidi, Mdma, e sta tornando l’eroina, non iniettata ma fumata. Poi ci sono le “smart drugs” le droghe sintetiche che si acquistano su internet vendute come tisane, profumatori d’ambiente e molto altro. Ne escono 100 nuove all’anno, la polizia non riesce a classificarle come illegali e non puoi arrestare i pusher».

I dati ufficiali sull’uso delle droghe? «Dicono che tra gli adolescenti il 78.2 per cento ha fatto uso, fa uso o userà sostanze stupefacenti».

Come sta il suo corpo oggi? «Il problema del trapianto sono i medicinali. Ho una malattia autoimmune all’intestino, ho avuto un tumore tre anni dopo il trapianto, ogni mese faccio gli esami del sangue e ogni sei un check up completo, è il mio modo di sopravvivere».

Ha una dieta speciale? «La terapia che mi ha dato l’Ospedale San Raffaele vieta l’acido arachidonico, cioè gli omega 6 e 9. In pratica posso mangiare solo verdura, frutta, formaggi magri, legumi, grano saraceno, riso e pesce bianco. E quando sgarro sto male, me lo permetto solo se il giorno dopo non ho niente da fare».

Cosa le succede esattamente? «Mi si bloccano gli arti, non mi alzo nemmeno dal letto».

Si è perdonata per quello che ha fatto? «Sarei disonesta a risponderle di sì, ma ci sto lavorando. Sono in terapia con una dottoressa specializzata in EMDR (un approccio mirato al trattamento del trauma, ndr), in pratica riapro cicatrici chiuse male, per farle guarire. Sono razionalissima, purtroppo, ma pian piano ho fiducia nel fatto che questo aspetto si sgretoli, almeno un po’…».

È la testimonianza vivente che da una tragedia si può tirar fuori qualcosa di buono. «Quello che non mi stancherò mai di dire, a tutte le persone che incontro, è che le tragedie nella vita accadono. Bisogna rialzarsi e continuare a vivere».

Mentre la saluto penso che nessuno, più lei ha, ha i titoli per pronunciare simili parole.

Articolo pubblicato sul n. 35 di Grazia, 2016 

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Festival di Cannes 2016 (ricordando i momenti migliori del 2015)

08 martedì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Senza categoria

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Cannes 2015, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, I momenti più belli

Mentre ci prepariamo a restare stupiti dai red carpet, le feste, i film e le star che sfileranno sulla Croisette dall’11 al 22 maggio 2016 per il festival più prestigioso del mondo, ecco i migliori ricordi dell’anno scorso.

 

CANNES 2015: I MOMENTI PIÙ BELLI


Dal 13 al 24 maggio la kermesse del mondo del cinema. La raccontiamo giorno per giorno con gli scatti degli attimi da non dimenticare

di Cristiana Allievi

Si è alzato il sipario sulla 68esima edizione del Festival del Cinema di Cannes. Dal 13 al 24 maggio 19 film si contendono l’ambito premio e la città risplende di star, vip, feste, serate, lusso, abiti, curiosità, eccentricità. Qui raccogliamo per voi il meglio di quest’anno.

LE LACRIME DI CATHERINE DENEUVE – L’attrice francese Catherine Deneuve si asciuga le lacrime, commossa per la grande accoglienza ricevuta a Cannes per “La tete haute” (A testa alta) film di cui è protagonista e che ha inaugurato il Festival 2015 – 13 maggio 2015.

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L’attrice francese Catherine Deneuve

IL NARCOTRAFFICO DI VILLENEUVE- Buon film “Sicario” di Denis Villeneuve, molto applaudito alla proiezione stampa e che ha regalato applausi e riconoscimenti a Josh Brolin, Emily Blunt e Benicio Del Toro. Unica donna nella lotta ai cartelli della droga tra il Messico e gli Usa è, appunto, Emily Blunt, che in un incontro con la stampa ha criticato l’affronto alle spettatrici di “Carol” che alla prima del film sono state respinte perché “non indossavano scarpe adeguate” (avevano ai piedi le ballerine). Per la Blunt costringere ai tacchi significa relegare la donna al ruolo di “oggetto da guardare”. Josh Brolin non ha resistito: “stasera sul red carpet anche io e Benicio ci metteremo i tacchi alti…”, ha dichiarato. Per par condicio.

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Josh Brolin, Emily Blunt, the director Villeneuve and Benicio Del Toro, Sicarios’s cast (courtesy Reuters.com)

SENZA LIMITI – Le donne più belle, gli abiti più straordinari e i gioielli più costosi si sono visti all’atteso Gold Party di Chopard, accanto al Baoli Club. In un tendone allestito come una miniera d’oro, in riferimento all’iniziativa etica della casa di usare materiali estratti in maniera sostenibile, si sono radunati 700 invitati – tra cui è spuntato anche Leonardo Di Caprio col solito cappello calcato in testa per non farsi notare. Un mare di top, da Adriana Lima a Irina Shayk, con special guest Robbie Williams che ha cantato un’ora per la gioia di tutti.

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La top model Adriana Lima all’esclusiva festa di Chopard, a Cannes. 

MICHAEL CAINE, CHE GIOVINEZZA- È una bellezza al diapason quella a cui tende Sorrentino con “Youth”, film in concorso applaudito e fischiato alla proiezione per la stampa. Questo è il punto di forza e allo stesso tempo il limite del film che, va detto, vanta la recitazione notevole di Michael Caine (nella foto) e Harvey Keitel, con Jane Fonda in due sole scene, ma memorabili. La frase migliore l’ha detta Caine in conferenza stampa, dove ha dominato la scena: “Quel momento in cui io e Harvey siamo in piscina, e arriva Madalina Ghenea nuda, è la descrizione perfetta della gioventù che non avremo più… E l’idea mi fa piangere”.  Applausi scroscianti.

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Gli attori Michael Caine e Harvey Keitel nel film di Sorrentino (courtesy of whatworthseeing.com).  

UNICO CASSEL – Vincent Cassel è superlativo in “Mon Roi” di Maiwenn, il secondo film con cui gareggia per la Palma d’Oro. Ma la sua bravura non si limita allo schermo, con battute memorabili tipo quella in cui chiede un improbabile “Viazac” in farmacia, un misto tra Viagra e Prozac. Passando sulla Croisette ha incantato i giornalisti per la sua capacità di non nascondersi dietro frasi fatte. Il film parla di un amore travolgente, di figli, di incomprensioni, di separazione e di ritorni di fiamma. Lui ce la mette tutta a difendere l’uomo che interpreta, Giorgio. E che un po’, va detto, gli somiglia.

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Vincent Cassel, Emmanuelle Bercot (Miglior attrice a pari merito) e la regista di Mon Roi, Maiwenn (courtesy cinema.yahoo.com)

LA DENUNCIA DI LINDON- È sulle spalle dell’altro Vincent di Francia, che di cognome fa Lindon,  il film di denuncia sociale, “La loi du Marché” di Stephane Brizé. Un gigantesco Lindon – che Le Monde da come candidato alla Palma d’Oro – interpreta Thierry, un cinquantenne che ha perso il lavoro da mesi ed è costretto ad accettarne uno che lo mette moralmente in crisi.  “È il personaggio più simile a me stesso e allo stesso tempo più lontano. Io ho il sangue caldo, reagisco all’istante, Thierry soffre in silenzio, non vuole essere compatito… Diciamo che nella vita reale sono John McEnroe, nel film ho dovuto fare Bjorn Borg…”.

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Vincent Lindon, miglior attore protagonista per La legge del mercato, Cannes 2015.

NUTELLA PER NANNI – Commosso per la reazione della stampa al suo film in concorso a Cannes, Nanni Moretti (nella foto) è apparso particolarmente affabile alla festa in suo onore, tenutasi sulla spiaggia di fronte al Carlton Hotel. Tantissimi ospiti stranieri, soprattutto americani, intrattenuti con pezzi di pizza e dolci a cubetti infilzati negli stuzzicadenti che alludevano vagamente alla torta Sacher. Ultimo tocco “morettiano”, il gelato “ricopribile” di Nutella.

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Moretti commosso in sala dopo la proiezione di Mia madre (courtesy Liguriaoggi.it)

LA MORTE, SECONDO ROTH – La morte è un fil rouge di questa edizione del festival. Per citare solo alcuni titoli, “Mia madre”, lo stesso “Youth”, “Son of Saul” (opera prima applauditissima e con chance di vittoria), “The valley of Love” e l’ultimo, “Chronic”: tutti la raccontano o vi alludono. Tim Roth, il protagonista dell’ultimo citato, è un bravissimo infermiere che lava i suoi malati, guarda con loro la tv, ne diventa l’ultimo amico. Il film di Michel Franco è troppo freddo (e il finale è ingiustificato) ma ha un merito: mostra quanto i parenti dei malati deleghino a terzi il confronto con la vecchiaia, la malattia e la morte.

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Tim  Roth sul red carpet per Chronic di Michel Franco (courtesy movies.ndtv.com)

LA SFIDA DI MATTEO GARRONE – Al grido di “il mio film cerca il pubblico in sala”, Matteo Garrone, che ha già vinto il Grand Prix della giuria con Gomorra (2003) e Reality (2008), punta a sbancare il botteghino. Se stamattina in sala gli applausi per “Il racconto dei racconti” sono stati timidi, la stampa straniera è entusiasta del film e dunque Garrone ha validi motivi per credere nella sua missione. Nella foto: Bebe Cave, John C. Reilly, Salma Hayek, Matteo Garrone, Vincent Cassel e Toby Jones cast de “Il Racconto Dei Racconti” (Tale Of Tales) – 14 maggio 2015

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Una scema di Il racconto dei racconti, in concorso al festival (courtesy it.ibtimes.com)

PERCHÈ FUORI CONCORSO? – Applausi scroscianti e urla in sala per “Mad Max, Fury Road” di George Miller  fuori concorso. In molti si sono chiesti perché un film così palpitante non sia in gara. Fatto è che per una volta, il red carpet serale della sua star, Charlize Theron, non ha offuscato di certo l’esperienza visiva della mattina, all’altezza del miglior cinema di questo decennio.

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Charlize Theron in Mad Max: Fury road  (courtesy screencrush.com) 

PORNO LOVE- Merita un applauso per il solo fatto di aver messo in fila tremila persone ansiose di vedere il suo “porno” in 3D fuori concorso, “Love”. Gaspar Noé, regista argentino (nella foto il secondo da sinistra con Klara Kirstin Karl Glusman e Aomi Muyock) in conferenza stampa ha spiegato così la sua scelta di concentrarsi sui dettagli: “Tutti pensiamo sempre a fare l’amore, è il desiderio che abbiamo in comune. Allora perché non mostrarlo in un film?”. La sua non è trasgressione, prosegue, come non lo era in Pasolini, Bunuel e Fassbinder. E la nuova tecnologia è dalla sua parte.

DEMOCRAZIA SESSUALE – Lei dice “quando un uomo ti porta dei fiori, e di solito non lo fa, ti ha appena tradita”. Lui dice “un uomo che tradisce si perdona, una donna no…”.  In “The shadow of woman” di Louis Garrel, una doppia infedeltà in bianco e nero che sembra uscita direttamente dalla Nouvelle Vague,  mette Clotilde Courau (nella foto) di fronte a Stanislas Merhar. E lo fa con l’intento di mostrare una volta per tutte come la libido femminile sia potente tanto quanto quella maschile. Il cinema – disegnato dagli uomini e ancora determinato dal loro punto di vista – è avvisato.

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Clotilde Coreau sul red carpet per Louis Garrel (courtesy Cocolife.tv)

WOODY- PENSIERO: Nell’incontro con la stampa il regista statunitense Woody Allen ha divertito e intrattenuto con il sarcasmo che è un suo marchio di fabbrica. Parlando della prima serie tv che dirigerà per Amazon ha detto:  “È una tragedia, non so pensare a sei episodi da mezz’ora, spero che quelli di Amazon non la prendano a male, ma non so cosa sto facendo… Sono in un imbarazzo cosmico!”. E ancora: “La vita è una catastrofe, tutti finiremo nella stessa posizione, un giorno, una brutta posizione! L’unica possibilità è distrarre le persone dalla realtà. C’è chi guarda il baseball, io scrivo film. Ed è molto meglio che stare su una spiaggia a pensare che moriremo tutti!”.

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Emma Stone e Woody Allen (Courtesy movieplayer.it)

Applauditissimo il quarto film italiano a Cannes, “Louisiana” di Roberto Minervini (nelle sale dal 28 maggio). Un film estremo che indaga i margini della società americana, fatta di spogliarelliste, future mamme allo sbando, veterani di guerra, drogati e disperati di varie specie. Da anni residente negli Usa Minervini, che nella vita avrebbe voluto fare il reporter di guerra, incontra e racconta questi personaggi con la lucidità di documentarista e mostrando i paradossi feroci dell’America. Alcuni non pregiudicati presenti nel documentario lo hanno seguito fin sulla Croisette per assistere all’anteprima del film

IL RISCATTO DELLA TIGRE- Stavolta Jacques Audiard mischia la violenza dell’anima- tratto distintivo dei suoi personaggi- alla voglia di famiglia. E in concorso con Dheepan fa di nuovo centro. La storia è quella di una ex Tigre per la liberazione della patria Tamil che scappa con una donna e una bambina in Francia, cercando una nuova vita. I tre non sono una vera famiglia, ma lo diventano grazie alla forza del protagonista e dell’ultima scena del film: minuti di confronto sanguinoso, e di riscatto per l’ex guerriero, che rendono il film possente.

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Jacques Audiard, palma d’oro al suo Dheepan.  

LA SETE DI STEVE – Più della Porche grigia 911 e delle auto da corsa che, all’epoca, prendevano fuoco facilmente, resterà impresso il suo sguardo. Profondo, alla ricerca di qualcosa. “Steve McQueen, Le men & Le mans” di Gabriel Clarke e John McKenna (nella foto con al centro Chad McQeen) è il docufilm su una delle più grandi star del cinema di tutti i tempi alle prese con il sogno di girare un film sulla storica gara di durata francese. Un’ossessione che lo ha provato duramente (nei sei mesi di lavoro il suo regista lo ha abbandonato e il suo matrimonio è naufragato), ma non fermato: McQueen voleva che lo spettatore “provasse” ciò che sente il pilota nell’abitacolo di un’auto da corsa, per questo merita il titolo di regista visionario.

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Steve McQueen (courtesy tagheuer.com)

ROSA-SHOCKING: In abito rosa shocking con scollatura molto profonda l’ex angelo di Victoria’s Street, Miranda Kerr (nella foto) si è presentata al primo party sulla Croisette, a Plage L’Ondine, quello di una nota casa di gelati. Cosa ci faceva la top ed ex moglie di Orlando Bloom, tra i gelati conditi ai macarons e alla liquerizia? Come molte colleghe dalle gambe chilometriche, per esempio Bar Refaeli a Liya Kebed, è sbarcata in costa azzurra arruolata in veste di testimonial. Un trend che, a quanto pare, paga.

DEPARDIEU “IMMENSO”- Il regista avrebbe voluto Ryan O’Neill nei panni di un padre che, con la ex moglie (Isabelle Huppert), finisce nella Death Valley per volontà di un figlio che si è tolto la vita. La parte è andata invece a Gerard Depardieu, che sullo schermo di Valley of love è immenso (letteralmente). “Ho scelto di fare l’attore perché non volevo lavorare”, ha raccontato in conferenza stampa. “Quando giriamo un film si prendono cura di noi, ci nutrono, ci lavano i vestiti, ci danno una casa… Ci ho messo molto a capirlo, ma sono diventato attore perché mi ha semplificato la vita”. E conclude con i suoi gusti. “Rimpiango Fellini, Ferreri e Carlo Saula, e non conosco i nuovi registi. Mi piacciono e le serie tv e i film con Bruce Willis pieni di effetti speciali…”.

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Gerard Depardieu (courtesy Lefigaro.fr)

LE PANCE – Due pance in una giornata diventano tendenza. Quella di Colin Farrell (nella foto) in “The lobster” (ottimo film in concorso), e quella di Joaquin Phoenix in “The irrational men”. Entrambi hanno scene di nudo che tolgono ogni dubbio sul fatto che la loro è tutta ciccia vera. In particolare Farrell è panciuto per interpretare un personaggio surreale, Phoenix, bevitore accanito di whiskey. Considerato che hanno due donne a testa che fanno follie per loro, cogliamo la provocazione: le  “tartarughe” non vanno più, oggi una donna si conquista con il carisma. A proposito, loro dal vivo sono in gran forma…

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Colin Farrell in The lobster (courtesy news.com.au)

 

MICHAEL FASSBENDER- È il sex symbol irlandese a chiudere con l’ultimo film in competizione il festival di Cannes, calandosi nei panni del valoroso generale shakesperiano “Macbeth”, che si trasforma in assassino. Diretto da Justin Kurzel, ricoperto di terra e sangue per tutto il film, Michael Fassbender regala un’interpretazione intensa dell’uomo divorato dalla brama di potere. “Ero spaventato da questo personaggio”, ha dichiarato in conferenza stampa, “per interpretare quest’uomo “strappato intimamente”, dagli omicidi e dalla perdita del figlio, mi sono ispirato allo stress post traumatico dei soldati che tornano dalla guerra”. Perdita di senno a parte, resta indimenticabile la scena in cui riemerge dalle acque gelate della Scozia mostrando un fisico indimenticabile.

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Professione reporter, ne parla Mark Ruffalo

22 lunedì Feb 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Senza categoria

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Boston Globe, Cristiana Allievi, Foxcatcher, Hulk, I ragazzi stanno bene, Il caso Spotlight, Mark Ruffalo, Marvel, Michael Rezendes, Premio Pulitzer

«Io e Mike abbiamo passato molto tempo insieme. Ho cercato di capire soprattutto cosa l’ha spinto a fare ciò che ha fatto, quale fosse il motore. Era un fatto personale con la Chiesa? Era una vendetta? Avevo questo tipo di domande in testa, all’inizio. Ma poi il viaggio ti porta in luoghi inaspettati, e come sempre scopri che le persone sono davvero complesse. Ti sorprendi da solo di dove ti trovi, in certi momenti…». Mark Ruffalo parla di Mike Rezendes, il giornalista del Boston Globe che interpreta in Il caso Spotlight, di Tom McCarthy, nelle sale dal 18 febbraio. Un film che restituisce l’orgoglio, anche visivo, a una professione martoriata come quella del cronista, e per cui Ruffalo è candidato ai Golden Globes. Con il grande giornalismo d’inchiesta l’America ha sempre dato il meglio di sé, in questo caso nel 2002 ha smascherato la copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, aprendo poi la strada ad analoghe rivelazioni in oltre 200 città del mondo. 48 anni, cresciuto nel Wisconsin con mamma hair dresser e padre pittore edile con origini napoletane (ma non parla una parola di italiano), Mark Ruffalo è il cronista di punta del team di giornalisti investigativi del Globe, chiamato appunto Spotlight. Ma è fuori dal coro anche nella vita reale. Sopravvissuto a un tumore al cervello, alla perdita del fratello in circostanze non chiare e alla fagocitante macchina di Hollywood, è orgogliosamente padre di tre figli, avuti dall’attrice Sunrise Coigney. Oggi vive la vita che ha scelto ed è uno degli attori di maggiore qualità del cinema mondiale.

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Mark Ruffalo, attore, 48 anni. La sua ultima interpretazione è quella del giornalista Michael Rezendes in Il caso Spotlight (courtesy of geekynews.com)

Ha mai avuto un interesse particolare per il giornalismo? «Non ho mai avuto un amore speciale per la professione, ma oggi ne comprendo più a fondo la disciplina, la capacità di discernere, la metodologia. Casi isolati di abusi sessuali da parte di sacerdoti cattolici erano già stati denunciati prima dell’inchiesta del team Spotlight, ma le rivelazioni meticolosamente documentate dai cronisti del Globe, di una precisione senza precedenti, hanno rivelato la portata impensabile dei crimini. Mi hanno colpito la forza della passione, il fiuto, il coraggio e la determinazione a far emergere la verità fino in fondo».

Anche un certo sangue freddo. «Trovo che la forza del film sia la sua capacità di condurre lo spettatore attraverso una storia sordida in quel modo critico e freddo necessario per non far attivare nè le difese nè i credo personali dello spettatore. Credo sia l’approccio migliore per il momento in cui ci troviamo».

Come ha reagito Mike Rezendes sapendo che lei lo avrebbe interpretato? Le ha dato dei consigli o le ha dato dei divieti? «(ride, ndr) L’interpretazione di un evento reale crea sempre imbarazzo. Pochi si fidano di Hollywood, quindi noi attori dobbiamo combattere contro preconcetti e garantire che saremo onesti e sinceri. E poi la gente in genere è terrorizzata all’idea di vedere la propria vita spiattellata in pubblico, lo sarei anch’io. Ma quando ha visto il film, Mike mi ha detto di essere rimasto molto colpito».

 All’epoca delle inchieste del Globe il giornalista era la fonte di informazione, influenzava l’opinione pubblica. Oggi un flusso impressionante di notizie sembra alla portata di tutti, in realtà sta emergendo il problema che quelle notizie vanno decodificate e collocate in un contesto, e per questo occorre un mestiere. Da cittadino lei cosa ne pansa? «Stiamo assistendo alla decentralizzazione e alla disintermediazione di tutto, informazione inclusa, ed è necessario, altrimenti si crea un mondo monolitico e continuiamo a ripetere gli stessi errori. Il cambiamento ci spaventa perché scopriamo più verità su chi siamo. Ma allo stesso tempo ho molta fiducia, quando abbiamo più scelta facciamo cose migliori, collettivamente».

Ha provato conflitti morali girando Il caso Spotlight? «Sono stato cresciuto come cattolico e ho radici italiane, ma non sono religioso. Atroce, nel film, non è solo vedere le vittime, ma anche la gente che ha perso la propria fede vedendo come si comporta un certo clero. Credo che la Chiesa abbia la grande opportunità di riparare ai danni fatti , di scusarsi e di risarcire anche economicamente le persone. Va fatta qualsiasi cosa, per guarire le ferite».

 Lei potrebbe diventare un buon cronista investigativo? «Sono troppo appassionato, temo… Ma come le dicevo mi piace l’idea di assorbire un po’ della disciplina della professione giornalistica».

Non occorre disciplina anche nel suo lavoro, per diventare ogni volta un’altra persona? Oltre a quest’ultima interpretazione, viene in mente quella del lottatore olimpico Dave Schultz che le è valsa una nomination agli Oscar, l’anno scorso, per Foxcatcher. «Più che affidarmi sull’espediente di prendere e perdere peso, per i miei personaggi mi baso su un cambiamento interiore. Studio le persone: se guardo al modo in cui è seduta sulla sedia trovo che dica moltissimo di lei. Non ci rendiamo conto di quante informazioni trasferiamo mentre sembra che non stiamo facendo nulla. Sono diventato consapevole di questo aspetto molto tempo fa, e ha iniziato a catturare la mia attenzione, volevo capire fino a che punto si può estendere questa osservazione».

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Il cast de Il caso Spotlight, di Tom McCarthy. Da sinistra: Michael Keaton, Liev Schreiber, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, John Slattery e Brian D’Arcy James (courtesy of Freneek.it)

 Fino a che punto? «Credo che nessuno di noi sia bloccato in un’identità, al contrario di quello che pensiamo siamo noi a decidere chi siamo, in larga parte. Possiamo cambiare a quante volte vogliamo».

A giudizio dei critici e del pubblico più attento, a un certo punto lei ha cambiato radicalmente marcia. Cosa le è successo con I ragazzi stanno bene, film che le è valso l’altra nomination agli Oscar? «Mi sono detto “è l’ultimo film, poi smetto di recitare”. Ho licenziato tutti, il mio agente, il manager, dentro di me, nel mio cuore, avevo chiuso, e questo ha stravolto le carte in tavola. Ho smesso di preoccuparmi, di voler essere amato e apprezzato e tutto è diventato divertente, ero finalmente libero. E poi I ragazzi stanno bene voleva essere un omaggio a mio fratello Scott (hair dresser trovato morto a Berverly Hills nel 2008, ancora oggi non si sa se sia stato un omicidio o un suicidio, ndr). È stato il mio modo di onorarlo, dirgli addio e usare il potere che il cinema può avere, a volte».

Nel 2002, mentre sua moglie era incinta del primo figlio, lei è stato gravemente malato in modo severo: c’è anche questo all’origine del suo cambiamento? «Quando mi hanno diagnosticato un tumore al cervello ero sicuro che sarei morto. In quei mesi ho capito che non stavo facendo cose che mi rendevano felice. Mi sono accorto che avevo sempre amato la recitazione, e avrei potuto non avere più la chance di viverla. Il dolore, la disillusione e anche il peso della strategia del business: direi che tutto questo mi ha cambiato. Oggi i miei figli e la mia famiglia vengono al primo posto».

Di cosa parla con i suoi bambini, in questo momento? «Mi chiedono di tutto, ma direi che questo è il momento di “mio fratello mi ama quanto lo amo io?”. Sono diversi da quando ero bambino io, trovo sia importante rassicurarli e cercare di sostenerli nelle loro diversità. La piccola, Odette, ha otto anni ed è molto dolce. Le faccio immaginare di essere una leonessa, la sprono a essere grintosa e a non avere paura. In qualche modo sento che deve essere riconosciuta, è l’ultima e voglio farla sentire potente. Poi c’è l’intermedia, Bella Noche, che è una forza della natura, mi parla già di giustizia sociale. Ma devo spiegarle che non si può sentirsi responsabili di tutto il mondo, non può sistemare le cose per tutti, deve lasciare che le persone trovino il loro modo di farlo».

Col figlio maschio come va? «Keen ha 14 anni, lui non mi parla del tutto (ride, ndr). Non è più come quando era piccolo, quando andavamo a comprare insieme le ultime novità sugli Avengers… Ora vuole il suo spazio, e lo capisco».

È stato difficile per un tipo come lei godersi il mondo della Marvel e vestire i panni di Hulk? «Al contrario, insegna che anche nel posto più triste del mondo si può ancora ridere. Ho sei film in tutto da girare con loro, sono ancora vivo e loro non si curano del fatto che Hulk abbia qualche capello grigio, mi sembra perfetto. Mi pagano anche bene, in un mercato che è diventato parecchio caotico, quindi finché sono felici, li uso per esprimere gioia».

Cosa intende dire? «Ho imparato dal mio lavoro che devi essere felice, altrimenti la tua vita diventa insignificante. C’è una frase di Nietzsche che dice “quando fissi un abisso, l’abisso farà altrettanto con te”. Nel mondo non c’è solo fango, ma anche gioia, dunque ben vengano i film della Marvel, c’è una morale dentro i fumetti a cui la gente è interessata».

Da circa un secolo, tra giornalisti e attori c’è un senso di mutuo sospetto: sotto sotto ognuno pensa che il suo lavoro sia un po’ più difficile, o più importante, dell’altro… «Ho scoperto invece un’affinità, lavorando a questo film, ed è che in entrambe i casi interessa la verità: che si tratti di una scena o di un caso di cronaca, è quello che cerchiamo. Certo, i cronisti sono stati dei muri, all’inizio, non volevano rispondere alle nostre domande. Ma anche in questo senso Il caso Spotlight è stato perfetto: ha schierato dei veterani da entrambe le parti, che hanno potuto finalmente contemplarsi e arrivare persino a stimarsi». 

 

Articolo pubblicato su GQ Febbraio 2016

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«Supereroe come noi», Claudio Santamaria

20 sabato Feb 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Brutti e cattivi, Claudio Santamaria, Cosimo Gomez, Cristiana Allievi, Enzo Ceccotti, Gabriele Mainetti, L'uomo Ragno, Lo chiamavano Jeeg Robot, Marvel

«I supereroi mi affascinano da quando sono un bambino. Tifavo per L’uomo Ragno perché l’ho sempre visto come un tipo alla mano, come potrei essere io.  Superman invece mi era antipatico. “Ma guarda questo, vola, vede attraverso i muri, va alla velocità della luce e con tutti questi super poteri non fa niente per salvarci, e questo solo perché il padre gli ha detto che non deve immischiarsi negli affari del mondo. Se li avessi io, i super poteri,  prenderei tutti i corrotti e gli indagati e li porterei su un isolotto a zappare la terra. Al loro posto chiamerei a Montecitorio persone oneste, gente che prende decisioni per la collettività». 

Per adesso l’attore romano, 41 anni, già in carriera con super registi come Bertolucci, Avati e Soldini (ma ha avuto una parte anche in Casino Royale) ed esperto di eroi  (ha prestato la voce a Christian Bale in tutti i suoi Batman), si deve accontentare di fare giustizia sul grande schermo nei panni di Enzo Ceccotti in Lo chiamavano Jeeg Robot, applauditissimo all’ultima Festa del cinema di Roma e nelle nostre sale dal 25 febbraio. Una vera novità per il cinema italiano: opera prima di Gabriele Mainetti, attore, regista e produttore che si era cimentato con i corti (l’ultimo, Tiger Boy del 2012, ha ottenuto diversi riconoscimenti in Italia e all’estero), è anche il primo film italiano ispirato al “genere Marvel” non imita il prodotto made in Usa e che può dirsi riuscito.

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Claudio Santamaria, 41 anni, veste i panni del primo supereroe  tutto italiano, nonostante il suo nome sia Jeeg Robot (courtesy of Comingsoon.it)

Un racconto originale che punta sul sentimento comune secondo cui tutti, sotto sotto, vorremmo credere che qualcuno veglia su di noi e ci protegge dai cattivi. «Un supereroe in effetti è una specie di divinità, incarna il bisogno che abbiamo di contatto col sovrumano. Ma quello che sospende l’incredulità dello spettatore è la storia d’amore, in cui i super poteri sono marginali. Il mio personaggio è come un uomo che vince alla lotteria e invece di pensare “adesso mi compro tutto”, decide di aiutare gli altri: ed è lì che diventa un super eroe». A cambiare la vita di Enzo, per cui Santamaria ha raggiunto 100 chili di peso e ha lavorato per ottenere una voce bassissima, «da periferia», è Alessia, fragile figlia di un boss della mala interpretata dell’attrice esordiente Ilenia Pastorelli. Al contrario di quanto succede in Spiderman, in cui il supereroe dice di aver troppo da fare per impegnarsi in un rapporto sentimentale, qui la protagonista femminile  sprona “Jeeg” a usare i suoi poteri per aiutare l’umanità. Sul fatto che si tratti di una novità per l’Italia, l’attore de l’Ultimo bacio, che ad aprile sarà sul set di Brutti e cattivi, opera prima dello scenografo Cosimo Gomez, non ha dubbi. «Il film parla di supereroi, e non avevamo questo tipo di cinematografia, da noi. Attingere all’immaginario Marvel e riempirlo di poesia è nelle nostre corde, per questo la gente ci si riconosce. Sono sicuro che ci sarà un prima e un dopo questo film…».

Articolo uscito su D La repubblica del 13 febbraio 2016

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Kate Winslet, «L’altra parte di me»

26 martedì Gen 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Apple, Cristiana Allievi, Joanna Hoffmann, Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Michael Fassbender, Mildred Pierce, Ned Rocknroll, Steve Jobs, The Dressmaker, The reader, Titanic

I PREMI VINTI E LE PRIME RUGHE. I FIGLI AVUTI DA TRE UOMINI DIVERSI E L’ULTIMO FILM ACCANTO AL SEX SYMBOL MICHAEL FASSBENDER. L’ATTRICE INGLESE PARLA A GRAZIA DELLA DONNA CHE È IN PUBBLICO E DI QUELLA CHE VUOLE TENERE PRIVATA. «PERCHÈ», DICE, « LONTANO DA TUTTO CHE HO TROVATO LA MIA FELICITA’».

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L’attrice Kate Winslet, 40 anni. Ha vinto un Oscar, tre Golden Globes, un Emmy e un Grammy, gli Oscar Usa per la musica (courtesy of Femina.cz)

«Quando mi guardo allo specchio noto rughe diverse. Non sono più quelle che avevo la mattina e che sparivano in due ore, adesso rimangono…». È il suo modo di raccontarmi che ha appena compiuto 40 anni, e che la cosa non la impensierisce. La metafora scelta da Esquire per definirla, “un pezzo di bacon inglese di qualità in un mare di scemenza hollywoodiana al silicone”, non sarà particolarmente chich, ma rende bene l’idea. Kate Winslet è uno dei più grandi talenti in circolazione. Un’attrice di sostanza che ha girato più di trenta film e ha vinto un Oscar, due Golden Globes, un Emmy e persino un Grammy (gli Oscar americani della musica). Ma è anche una donna con una vita reale altrettanto vissuta: si è sposata tre volte, con i registi Jim Threapleton e Sam Mendes, e con Ned Rocknroll, suo attuale marito, nipote del magnate della Virgin Records Richard Branson. Sono gli uomini da cui ha avuto i suoi tre figli, Mia, 14, Joe, 11, e Bear, poco più di un anno. Chi la conosce da vicino dice che Kate si sveglia tutte le mattine alle sei, nella casa in campagna fuori Londra, prepara la colazione per la famiglia e veste i bambini per andare a scuola. Ma il fatto che non affidi i suoi ragazzi a uno stuolo di babysitter è meno strabiliante di sentirla dire «il ruolo di Joanna Hoffman non mi è arrivato, sono andata a prendermelo». Stiamo parlando di Steve Jobs, candidato a 4 Golden Globs (uno è per la sua performance come attrice non protagonista) e nelle sale dal 21 gennaio prossimo: un film che Kate che ha voluto fortemente. Era in Australia a girare Dressmaker, in uscita il prossimo aprile, quando ha sentito da una make up designer che Danny Boyle stava per dirigere Fassbender in un film su Steve Jobs, il leggendario fondatore della Apple e papà dell’iPhone. Dopo vari tentativi di ottenere il copione, tutti falliti, scopre che c’è un ruolo femminile da interpretare, quello della ex direttrice del marketing della Macintosh. Chiede a suo marito di andare a comprarle una parrucca bruna, si toglie il trucco, indossa un paio di occhiali, si pettina nel modo più simile a Joanna e si fa una foto che spedisce via mail a Scott Rudin (il produttore del film), senza un oggetto. Rudin rimane colpito e la gira a Boyle, che non riconosce l’attrice: pochi giorni dopo Kate riceve il copione.

Che sensazione ha provato, con quella sceneggiatura finalmente in mano? «Riuscire a riceverla è stata un’esperienza disastrosa! Sono tecnofobica e assolutamente incapace di usare qualsiasi dispositivo tecnologico, ho avuto problemi a scaricarla sul computer! Ho dovuto mettere in caricare l’Ipad, che non uso mai, e poi scaricare un’applicazione apposita. A quel punto mi hanno aiutata tre tecnici sul set di Dressmaker, hanno avviato tutto e ho finalmente letto quelle benedette 185 pagine».

Perché teneva così tanto a questo film? «Per la sceneggiatura di Aaron Sorkin, per Michael Fassbender e per Danny Boyle. È stata senza dubbio una delle esperienze creative più gratificante che mi siano mai capitate».

Per quale ragione? «Per come Boyle ci ha fatti lavorare. La storia si concentra su tre presentazioni clou dell’attività di Jobs: il Macintosh, nel 1984, il NeXT Cube, nel 1988 e l’iMac nel 1998. E c’è un doppio filone, da una parte il pubblico, che attende Jobs come fosse una rockstar, dall’altra il backstage degli eventi, che rivela un uomo attraverso le sue relazioni con gli altri».

Ho letto che l’idea di lavorare con Fassbender, che interpreta Jobs, è stata la vera molla per lei. «Lo ammiro moltissimo per i rischi che si prende, abbiamo la stessa attitudine verso la recitazione. Non ho mai visto un attore che si comporta in modo così professionale, era così preparato, sul pezzo al 100 per 100, ha alzato l’asticella per tutti noi».

Ha incontrato di persona Joanna Hoffman, l’unica donna che Jobs ascoltasse? «Ci siamo viste e ho cercato di catturare i suoi aspetti più peculiari, ma poi mi hanno lasciata libera di recitare un personaggio. Joanna è una ragazza polacco armena che si trasferisce negli Usa da teenager, diventa un’archeologa esperta e si ritrova a lavorare per la Apple. Steve fa di lei il capo del marketing di Macintosh, per 14 anni diventa la sua “moglie lavorativa”, la confidente, li lega un’amicizia molto profonda».

Joanna vede un lato di Jobs che non ci si aspetta… «Io sono il canale attraverso cui gli spettatori possono captare la sua parte più morbida e umana, mi sono sentita molto responsabile per questo. Ho capito che Jobs aveva degli estremi, era una sfida totale ma aveva anche la capacità di ascoltare, almeno Joanna, e di riflettere sul proprio modo di fare».

Ricorda il giorno in cui ha acquistato il suo primo computer? «Non ne ho ancora comprato uno. Ho ricevuto il mio Ipad in regalo dai produttori di Mildred Pierce (la serie della HBO per cui ha vinto un Emmy, ndr). In compenso ricordo tutto sull’evoluzione dei cellulari (ride, ndr)».

In quel campo è più preparata? «Da due anni ho un Iphone, e prima possedevo un Blackberry. Ma ricordo ancora il mio mitico cellulare di quando avevo vent’anni. Era giallo e nero, grande più o meno come un mattone: faceva simpatia».

Sullo schermo le tocca la parte di una workaholic, lo è anche nella vita? «Non potrei mai lavorare come i ragazzi di Macintosh, che vivevano in ufficio, si riposavano su un divano e bevevano caffè per ricominciare! Non potrei nemmeno lavorare quanto lavora Fassbender (ride, ndr), sono meravigliata che stia ancora in piedi e che sorrida! Posso reggere in questo modo solo facendo un film all’anno, che occupa al massimo cinque mesi del mio tempo, anche se ammetto che ultimamente il ritmo è aumentato».

È vero che in questi anni si è allontanata a lungo dai suoi figli solo due volte? «Ho sempre viaggiato con la famiglia dietro, e pianificato i miei lavori in base alla scuola dei ragazzi. Sono speciali, sono creature felici di essere come sono, e questo è il massimo che una madre può sperare per suo figlio. Non so dirle perché, ma nella mia vita personale non sono mai stata così felice».

Quello con Ned Rocknroll è il suo terzo matrimonio. «Nessuno in realtà lo conosce, cosa che mi va a genio, come il fatto che non sia uscita una riga sui giornali sul motivo per cui sono finiti i miei matrimoni precedenti. Alla gente piace giudicare solo perché sente un nome, ma nessuno in realtà sa niente».

Dicevamo di Ned, che marito è? «Mi supporta moltissimo. Sono andata a incontrare Boyle dall’altra parte dell’Australia, mentre ero sul set di Dressmaker. Dopo il colloquio mi ha detto “Ci vediamo il 9 gennaio a San Francisco per le prove”. Era il 16 dicembre e avevo tutt’altri piani per Natale. Sono tornata da mio marito, gli ho raccontato tutto incluso che non sapevo come fare. “Semplice”, mi ha risposto lui, “il 9 sarai su quel set”, ed è il motivo per cui è mio marito».

Oggi come vede Titanic, film del 1997 che per più di un decennio è stato ineguagliabile a livello di incassi e che la ha dato una nomination all’OScar? «È stato il lavoro che ha avuto il maggior impatto sulla direzione della mia carriera, mi ha aperto moltissime strade. Ma non mi ha reso ricca, come credono in molti: avevo 19 anni, nessuno sapeva chi fossi».

 Si sente diversa oggi? «Non credo di essere cambiata molto come persona, mentre lo sono molto come attrice. Il bello del mio lavoro è che a ogni film non sai cosa ti succederà, per Steve Jobs mi svegliavo alle 3 del mattino, camminavo nella notte per andare a girare all’Opera House di San Francisco, e stavo benissimo».

Potrebbe vivere senza lavorare? «Sì ma non per molto, perché amo quello che faccio e più invecchio più scopro che mi piace. Compiendo 40 anni mi sono accorta all’improvviso di essere una di quelle persone che è in giro da tanto tempo. Sono passati 23 anni da Heavenly Creatures, recito da più di metà della mia vita e ne sono orgogliosa. Ho una carriera davvero solida, e so che è inusuale».

 Vincere l’Oscar per The reader è stata la sua gioia più grande? «È stato il momento più glorioso, trionfante, intenso della mia vita. È il premio più importante che ci sia, l’ho vinto e mi sono sentita come mai mi era capitato prima».

Eppure chi la conosce bene giura che lei non corrisponde allo stereotipo della star del cinema. «Semplicemente non vivo così, e la mia vita reale è davvero reale, continuo a ripeterlo perché è vero. Non sono famosa fino a quando non mi ritrovo su un red carpet, o a fare una pubblicità: lì divento una star, all’improvviso».

Tiene molto a che la sua vita privata resti tale, ma davanti alla macchina da presa è disinibita, si è spogliata in ben 12 film. Ha un rapporto sereno con il suo corpo? «Non ho mai usato controfigure, ma non penso che potrò andare avanti così a lungo, dopo tre figli. A 20 anni guardavo il mio corpo in modo poco sano, come tutte le adolescenti. Poi è cresciuta la consapevolezza di doverlo mantenere in forma, e oggi lo vedo come uno strumento che devo preservare in buono stato, perché ho tre ragazzi che hanno bisogno di me».

Cover story di Grazia, n. 4 del 20/1/2016

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

 

 

Quella volta che Mick Jagger mi ha detto “Quando sei giovane corri molto, invecchiando devi usare l’intelligenza”

15 martedì Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in Miti, Quella volta che, Senza categoria

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Tag

Apocalypse Now, Beatles, Bianca Perez Morena, Carla Bruni, Chet Baker, Exile on main street, Francis Ford Coppola, Jarry Hall, Keith Richard, Let’s get lost, Mick Jagger, Stephen Kijak, Stones in Exile, Villefranche-sur- Mer

Certo non siamo qui per parlare di musica. Non mi aspetto nemmeno di scoprire certe verità sulle relazioni clandestine avute con modelle e donne più o meno blasonate di ogni nazionalità (c’è stata persino Carla Bruni, mentre era ancora sposato con Jarry Hall). Né forse mi rivelerà qualcosa di nuovo sulle sregolatezze di un uomo che è sulla cresta dell’onda da 46 anni: Mick Jagger è la leggenda del rock, sarà allenato a dissimulare almeno tanto quanto lo è (tutt’ora) a fare i balzi che fa sul palco durante un concerto con i Rolling Stones. Cosa mi aspetto, allora, dall’incontro con un mito? Di essere in fibrillazione- come sono – e di sentire l’energia che sprigiona dal vivo, di vedere com’è quella faccia così impertinente, quella bocca gigante che ha segnato la storia del rock, a due metri di distanza. Ho appena assistito all’anteprima mondiale del documentario Stones in Exile, di Stephen Kijak, presentato al Festival di Cannes, docu film che racconta gli inizi degli anni Settanta, quando la band ha lasciato l’Inghilterra per problemi di fisco e si è ritirata a Villefranche-sur- Mer, in una villa affitata da Keith Richards. Jagger ha appena attraversato la folla in delirio che lo aspettava da ore sulla Croisette. Indossa un elegante giacca grigia leggermente cangiante su jeans neri scoloriti, camicia bianca e sneakers color argento. Gli occhi brillano come due stelle, di una luce che non accenna a spegnersi. Il viso è scavato, sì, ma tutt’altro che appassito: Mick Jagger è in un certo senso un uomo senza età. Quando parla muove le mani nello stesso modo in cui le agita sul palco mentre canta, e sorride spesso in modo contagioso. Alla faccia della coerenza, decido di partire proprio dalla musica.

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Il cantante Mick Jagger, 72 anni, frontman dei Rolling Stones (courtesy of gds.it)

Il film che ho appena visto racconta del disco registrato nel 1971, Exile on Main Street: il decimo album degli Stones oggi è giudicato leggendario (è uscita in questi giorni la versione rimasterizzata ed è in testa alle classifiche dei dischi più venduti in Inghilterra) , ma all’epoca non era stato tanto compreso… «Al momento della pubblicazione non era stato accolto così male, ma non era stato capito. Il motivo credo fosse che era davvero lungo, quindi ci voleva molto tempo per assorbirlo, e così è stato».

Come si sente una star come lei a riguardarsi in immagini di quarant’anni fa? «Eravamo giovani, belli e stupidi, adesso siamo solo stupidi (ride, ndr). In quel momento Nixon era il presidente, c’era la guerra in Vietman, Eddy Merckx aveva vinto il Tour de France… Ma noi non sapevamo niente di tutto ciò, eravamo chiusi tutto il giorno a suonare».

Ma rivedere lei e i suoi compagni quando eravate praticamente ragazzi che effetto le ha fatto? «È come aprire un album di famiglia, con foto che non vedevi da secoli: dici “che bella”, oppure “che orrore”… Se però lo fai per lavoro devi essere professionale, superiore (ride, ndr)».

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Mick Jagger ai tempi di Exile on main street, nel 1971 (courtesy of Sequenza21.com)

Keith Richards ha detto che nella coppia che formate lei è “rock” e lui “roll”… «Diciamo che io sono “wrote”, e lui roll (la battuta allude al fatto che Mick scrive i testi e Richards è l’uomo degli estremi, ndr)».

A proposito, ma come riuscivate a lavorate con tutto quell’alcool e il fumo di cui non fate mistero anche nel film? «(ride, ndr) Noi ce l’abbiamo fatta benissimo! Non dico che sia una cosa grandiosa, o ideale, ma ci siamo riusciti…».

E come si dura per più di 40 anni? «È come in una partita di calcio. Quando sei giovane e c’è rischio di perdere corri molto, quando invecchi invece devi usare più l’intelligenza… Il lavoro da fare è tantissimo, e allo stesso tempo non si deve perdere la visione d’insieme. Ma soprattutto, mi creda, conta molto la fortuna, essere al momento giusto nel posto giusto».

La leggenda vuole che i Beatles e gli Stones siano sempre stati rivali, ma ho visto che Ringo Starr e Paul McCartney erano nei paraggi della villa in Francia, quando lei e Bianca Perez Morena (modella nicaraguese e prima moglie) vi siete sposati, a confermare che non era vero… Come vi siete sentiti quando i vostri colleghi si sono sciolti? «La cosa ci ha intristito, ma a dire la verità i Beatles non si esibivano dal vivo da anni, mentre noi lo abbiamo sempre fatto, ed è stata la nostra forza».

Infatti Martin Scorsese, che ha girato un altro film su di voi, Shine a light, ha scelto di riprendervi in un live, in un teatro newyorkese. Poi c’è Jean Luc Godard nel 1968 aveva girato One plus one-Sympathy for the devil: chi ha ritratto meglio gli Stones? «Difficile da dire, sono due punti di vista molti diversi e mi piacciono entrambi».

Lei guarda i documentari? «Mi piacciono quelli di Bruce Weber. Ce ne sono di stupendi, come quelli su Chet Baker (Let’s get lost, ndr) o quelli girati su vari set cinematografici».

 Chi è il suo regista preferito? «Amo molto Francis Ford Coppola, Apocalypse Now è uno dei miei film preferiti».

 

Articolo pubblicato su Grazia del 7 giugno 2010

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