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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Il dono di Tahar

28 sabato Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Asghar Farhadi, Belfort, Cristiana Allievi, Il profeta, Joaquin Phoenix, Katell Quillévéré, Kevin Mcdonald, Mary Magdalene, Riparare i viventi, Tahar Rahim

 

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Tahar Rahim, attore francese, 35 anni (courtesy of Esquire).

«Da ragazzo guardavo un film dopo l’altro e avevo in mente solo una cosa: diventare attore. Ho capito crescendo che il motivo è legato alla mia infanzia. I miei genitori mi hanno cresciuto con la visione che le cose te le devi guadagnare, il loro motto era “lavora e avrai quello che vuoi”, e da bambino l’unico compito che avevo era ottenere buoni risultati a scuola. Oggi quando giro un film è la stessa cosa: devo dare il meglio di me in quel momento, tutto il mio lavoro è lì».

L’attore più richiesto e versatile di Francia indossa occhiali da sole, jeans e maglietta, ed è di ottimo umore. Figlio di immigrati algerini, a Belfort vedeva tanti film anche perché si annoiava a morte. Dopo aver girato una serie tv di culto ha scoperto da un giornale che Jacques Audiard cercava un volto per un criminale. Si è sottoposto a tre mesi di casting estenuanti e ha fatto centro due volte: Il profeta gli ha regalato la fama mondiale e l’incontro con l’attuale moglie, l’attrice Leila Bekhti. E questo è un dettaglio importante, che si aggiunge al fatto di essere l’ultimo di dieci figli. Perché Tahar Rahim, 35 anni, non è il tipo d’uomo che ha in mente solo la carriera, anzi. Ribattezzato l’Al Pacino di Francia, ha lavorato con registi importanti come Fatih Akin, Ashgar Farhadi, Kevin Macdonald e Lou Ye, e la sua bravura lo ha portato fino a Hollywood, dove ha terminato da poco le riprese di Mary Magdalene, il colossal con Joaquin Phoenix e Rooney Mara che vedremo nel 2107. Ma ha anche altro per la testa, e quel bilanciamento che lascia spazio anche alla sua parte femminile lo rende estremamanete gradevole nella conversazione. «Voglio sapere cosa significa essere padre e prendersi cura di un’altra vita, e non temo di perdere occasioni di lavoro: se qualcuno mi vorrà nei suoi film aspetterà che sia di nuovo disponibile». Non una frase a caso, se si pensa al film in cui lo vedremo dal 26 gennaio, uno tra i più interessanti dell’ultima Mostra di Venezia. Riparare i viventi, diretto da Katell Quillévéré e tratto dall’omonimo bestseller di Malye de Kerangal, racconta di un grave incidente di un ragazzino e del trapianto di cuore che nell’arco di 24 ore sposterà la vita da lui a un’altra persona. In questo film che non si sofferma tanto sulla drammaticità dell’evento ma punta a trasformarlo, sollevando interrogativi su cosa sia la morte e dove vada a finire la vita quando esce dal nostro corpo, Tahar ha il delicatissimo compito di parlare con i parenti di chi è in coma per convincerli a donare gli organi dei propri cari, seguendone l’assegnazione. «Il mio personaggio, Thomas, è una specie di angelo sulla terra, è qui con un compito preciso. Il film racconta cosa significa donare agli altri, non solo i propri organi ma anche attraverso l’aiuto nella vita di tutti i giorni. Non credo nella reincarnazione, per me questa è l’unica vita che viviamo. Non so se con un trapianto passi qualcosa di te a un altro ma ho visto molte interviste, c’è chi dice “mi sento lo stesso” e chi invece dichiara di percepire “qualcosa di diverso in me…”. Forse se dai il tuo cuore a qualcun altro gli cedi anche una parte della tua anima, ma potrei dirlo solo dopo averlo provato». Racconta che deve a sua madre e alle sue sorelle l’aver coltivato la sua parte più sensibile. «Sono l’ultimo della famiglia, e in quella posizione osservi più di quanto parli. Per prepararmi a questo film ho guardato tantissimo la coordinatrice delle infermiere: non potevo starle vicino mentre era davvero all’opera con le famiglie, sarebbe stato poco rispettoso, ma l’ho osservata per fare tonnellate di domande, insieme a molte simulazioni».

Ha provato a fare surf da onda andando nel sud est della Francia, a Biarritz, ma ha scoperto che è uno sport troppo duro per lui. «Più cresco e più sento il bisogno di stare nella natura. La mia passione è il cielo, l’astromonia. Se vuoi veramente conoscerlo devi andare alle Hawaii, o in certi paesi in montagna, ci vuole tempo per spostarsi e non è facile con il lavoro che faccio. Ma con questa passione così forte ci devo fare qualcosa, vorrei tornare a studiare: ogni volta che sollevo la testa e guardo le stelle mi viene un capogiro. Da bambino guardavo ore e ore di documentari, sono sicuro che lassù ci sia qualcosa». Tahar sa che non dovrebbe dirlo, ma ama ascoltare la musica girando per le strade di Parigi con il suo scooter. «Vengo dai sobborghi e adoro l’hip hop, specie quello degli anni Ottanta e Novanta, dagli N.W.A. a Grandmaster Flash al più recente Jay –Z. Ma sono di larghe vedute, mi piacciono anche Marvin Gaye, Otis Redding e la classica. Gli unici due generi off limits sono il metal e la trance, troppo rumorosi per i miei gusti».

Al cinema invece non ha generi proibiti, basta vedere quanto è stato bravo nelle commedie, da Samba a Un amico molto speciale, venute dopo una serie di drammoni impegnativi. «Non sono solo un depresso, o un omicida, amo la vita e mi piace andare a ballare (ride, ndr). A pensarci bene è lo spettatore che è dentro di me a scegliere quale sarà il prossimo progetto». Nel 2017 lo vedremo in Le secret de la chambre noir, di Kiyoshi Kurosawa, e in Un vrai Batard, che «racconta in realtà di come ti liberi dai tuoi condizionamenti, di come cresci e ti emancipi e dei problemi che incontri crescendo». E soprattutto sarà in quel Mary Magdalene diretto da Garth Davis, kolossal hollywoodiano in cui lui, che è musulmano, reciterà la parte di un cristiano. «Lavorare con un attore come Phoenix per me è impagabile, anche se non sono il protagonista. Lui recita Gesù, io sono Giuda e la storia è quella di Maria Maddalena (interpretata da Rooney Mara, ndr), testimone della crocifissione e della resurrezione di Cristo. Abbiamo girato molto in Italia, prima in Sicilia, in provincia di Trapani, poi nella zona dei Sassi di Matera, all’interno di alcune chiese rupestri, ma anche nei Calanchi di Pisticci. E credo che le riprese fatte a Napoli, nella Galleria Borbonica, saranno spettacolari». Cosa pensa di terrorismo ed estremismi religiosi, vivendo a Parigi? «La mia filosofia non è avere paura, se pensi in quei termini non vivi più. E poi mi creda, ci sono posti peggiori di Parigi, in cui vivere».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 28 gennaio 2017

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Charlotte Rampling: «Non posso nascondermi».

21 sabato Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Moda & cinema

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45 anni, Andrea Pallaoro, Charlotte Rampling, Cristiana Allievi, Dlarepubblica, IoCharlotte Rampling, Jean-Noel Tassez, Jonathan Anderson, Loewe, Stardust Memories, The Whale, Woody Allen

SCELTA DAL CINEMA (HA CINQUE FILM IN USCITA NEL 2017) E DALLA MODA, A 70 ANNI CHARLOTTE RAMPLING RESTA UNA DELLE PIU’GRANDI, RESISTENTI E AUDACI ICONE DI SEMPRE. E UNA DONNA NON FACILE DA INCONTRARE.

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Charlotte Rampling, 71 anni (courtesy of Loewe)

Capelli corti tirati indietro. Trucco drammatico. Mani appoggiate sul volto. Osservi le foto che Jamie Hawkesworth le ha scattato nel cuore di Parigi, con primi piani in cui le rughe del volto si contano una a una, e non ti capaciti di come quei due occhi verdi abbiano ancora una forza magnetica. È un’icona fashion apparsa in tonnellate di foto che oggi fa la stessa impressione di sempre: con la sua bellezza fredda e distaccata Charlotte Rampling ti mette ancora in soggezione. A 70 anni suonati Jonathan Anderson l’ha scelta per la campagna della sua collezione primavera 2017. Il direttore creativo di Loewe deve aver pensato alle foto con cui l’ha lanciata Helmut Newton, o a film culto come Il portiere di notte di Liliana Cavani, Stardust Memories di Woody Allen, Sotto la sabbia di François Ozon fino a 45 anni, che l’anno scorso le ha fatto vincere l’Orso d’argento al festival di Berlino e le ha regalato la prima candidatura agli Oscar. Fra tutte le espressioni che poteva scegliere per definirla, lo stilista irlandese ne ha usata una che colpisce: “crudezza”. E va detto, non è una donna simpatica. Precisa e creativa nelle risposte, è assolutamente incapace di mettere l’interlocutore a proprio agio. Conosce questo tratto di se stessa, quando dice con un velo di sarcasmo “diventi più interessante quando la gente sa che non può averti”.

Figlia di un ex colonnello dell’esercito due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi e di una pittrice ereditiera, la modella, attrice e cantante inglese racconta che le linee e le forme audaci l’hanno sempre attratta, come il coraggio di sperimentare. «Le creazioni di Jonathon di quest’anno erano teatrali, colorate e stravaganti, un vero azzardo. È l’approccio che preferisco, per questo ho accettato la sua offerta di indossarle. E anche perchè con quei capi addosso ho sentito che diventavo me stessa all’ennesima potenza».  Sul come si veste nella vita di tutti i giorni, l’entusiasmo si smorza. «Non sono molto avventurosa, so che mi stanno bene le cose semplici e abbastanza maschili, ed è quello che indosso più spesso».

Aveva 17 anni quando è iniziata la sua carriera di modella, poi è arrivato il cinema e da Georgy Svegliati a oggi ha girato più di 100 film, ha cantato e ha sempre lavorato anche in teatro. Ma soprattutto, ha mostrato un’inclinazione per la provocazione. «Dopo le prime commedie che ho girato la mia vita è cambiata radicalmente, e i ruoli che ho scelto hanno rispecchiato questi cambiamenti». Per quanto parli, con lei è difficile stabilire un reale contatto. Non stupisce, la sua non è stata un vita felice, e con i sette traslochi in 13 anni con la sua famiglia deve aver imparato a non attaccarsi a niente. Ma la radice dell’attaccamento è stata estirpata in modo ben più drastico, come ha finalmente fatto sapere al mondo la scorsa estate grazie alla biografia Io, Charlotte Rampling. Nel libro scritto a quattro mani con Christophe Bataille trova finalmente una spiegazione quel feeling di dolore e shoc che l’ha sempre accompagnata: a 23 anni, subito dopo essere diventata madre, l’amatissima sorella Sarah con cui da ragazza si esibiva nel cabaret, si è tolta la vita in Argentina, e questo lei lo ha scoperto molti anni dopo l’accaduto. Da lì in avanti la storia della Rampling è venata di fatica. Ancora giovanissima inizia una relazione a tre col fotografo Randall Lawrence e con il pubblicitario Bryan Southcombe, con cui si sposa. Dopo quattro anni di matrimonio incontra a una festa a Saint Tropez il musicista Jean Michel Jarre e va avivere con lui a Versailles. Ma soffre di depressione e scoprire che il suo uomo la tradisce non migliora questo continuo oscillare tra alti e bassi. Evidentemente la stoffa della Rampling è parecchio resistente, va avanti a lavorare finchè nel 2000 non torna una star grazie a François Ozon di cui diventa la musa e con cui girerà tre film. La morte della madre, nel 2001, la incoraggerà a uscire allo scoperto e a iniziare a scrivere la famosa biografia di cui sopra.

Uno dei grandi paradossi di una donna che è fisicamente esposta da cinquant’anni è che è molto riservata quando si tratta della sua anima. «Finchè non mi sono accorta che è quasi impossibile nascondersi. Essere fotografata è parte della mia vita, le cose cambiano, evolvono, ma nell’essenza tutto rimane lo stesso. Grazie al mio lavoro mi consegno a un film, mi do completamente all’arte. Qualsiasi sia il mezzo con cui la condivido, fotografie, cinema, tv, condivido la mia vita interiore. E in tutto quello che ho fatto ho voluto creare una continuità visibile: la faccia è cambiata, sto invecchiando, ma è riconoscibile».

Ha un talento tutto suo nel rappresentare in modo naturale persone reali e nel trasmettere una vulnerabilità. «Entri in contatto con le tue emozioni vere vivendole sin dall’inizio in modo appassionato e senza paura. A quel punto le puoi veicolare attraverso il corpo e gli occhi, per restituirle allo schermo. È quando invecchi che processi le cose, se non lo fai iniziano i problemi». Perchè I suoi ruoli più recenti sono più vulnerabili? «Mostrano l’accumulo di una vita dedicata alla ricerca della verità, in questo modo si diventa sempre più vulnerabili».

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L’attrice sul set di 45 anni, il film di Francois Ozon che le ha regalato la prima candidatura agli Oscar.

Alla sfilza di cose spiacevoli che la vita le ha messo davanti c’è da aggiungere la morte del suo partner da vent’anni, il businessmen francese Jean-Noël Tassez, mancato lo scorso anno dopo una relazione durata quanto il matrimonio con Michel Jarre.  Ma la sua vita a Parigi è quella di prima: nuoto, yoga e meditazione, «Non sono regolare, perchè odio fare le stesse cose tutti i giorni». Quando le fai notare che nel 2017 la vedremo in ben cinque film, tra cui The Whale diretto da Andrea Pallaoro («è il ritratto di una donna che vive uno sconvolgimento emotivo»), sdrammatizza a modo suo. «Non sono tutti ruoli principali, va detto. Tutto quello che ho fatto nel passato mi ha portata a questo momento, e adoro le possibilità che ancora oggi ho davanti». Sarà merito anche della stoffa atletica ereditata dal padre, fatto sta che se la chiamano tutti significa che c’è qualcosa in lei che è ancora molto vivo. «Ci ho lavorato su, non capita per caso. Devi essere disponibile per la vita, tenerti aperta, perché le cose succedano. E con i pensieri debilitanti c’è una sola strategia da attuare: imparare trucchi per rimandarli da dove vengono».

Articolo pubblicato su D La Repubblica il 14 gennaio 2017

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Spielberg: «Quel gigante, solo come me».

20 venerdì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Miti

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Bloodline, Cristiana Allievi, Daniel Day Lewis, Disney, E.T, GGG-Il grande gigante gentile, Kate Capshaw, Lincoln, Mark Rylance, Ruby Barnhill, Steven Spielberg, The night manager, Transparent

NEL SUO NUOVO FILM, TRATTO DA ROHALD DAHL, SPIELBERG DA’ VITA A UNA FAVOLA CHE HA COLPITO LA SUA IMMAGINAZIONE, IL MOTORE DELL’ARTE E DELLA VITA. E GLI HA RICORDATO I TEMPI IN CUI ERA PICCOLO E INVISIBILE AL MONDO INTERO.

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Il regista e produttore statunitense Steven Spielberg con la moglie, Kate Capshaw.

«Io e mia mia moglie ci siamo chiusi in casa per due giorni a guardare tutte le puntate di The girlfriend experience. A un certo punto squilla il telefono, sono i miei collaboratori Sam e Kristy e mi chiedono “Steve quando arrivi in ufficio? Cosa vuole dire che stai guardando la televisione?”». Ride, e dietro le lenti degli occhiali ci sono due occhi grandi così a confermare che il suo è entusiasmo reale. «Credo che le storie regalino molta ispirazione, e questa ci fa diventare persone migliori. E se le persone sono tornate a raccontarle significa che viviamo in una specie di Rinascimento». Confesso: credevo che Steven Spielberg fosse un control freak. È il tipo di star che prima di un’intervista vorrebbe sapere anche il segno zodiacale della persona che incontrerà, quindi è normale pensarlo. Invece ascoltando le parole che pronuncia come un fiume in piena, comprendo che la sua immaginazione è inarrestabile: è questo il motore dell’arte che ci porta in giro per mondi fantastici da quarant’anni, e che lo rende il più grande regista vivente di Hollywood, come lo definisce la critica internazionale. Ed è lo stesso motivo per cui vuole conoscere infiniti dettagli. «Ha presente Walter Mitty, che si compie viaggi pazzeschi imamginando di essere un grande eroe? La nostra mente vaga di continuo, sogniamo di essere eroi capaci di salvare persone, ci vediamo portati in giro sulle spalle tra gli applausi… Il comune denominatore di noi esseri umani è avere un’immaginazione, gli animali non la possiedono, hanno l’istinto». A 70 anni appena compiuti (il 18 dicembre), con tre premi Oscar alle spalle e film che hanno polverizzato ogni record di incassi, come E.T. -L’extraterrestre, Lo squalo e Jurassic Park, Spielberg ha ancora voglia di sfide. L’ultima è stata GGG-Il grande gigante gentile, la prima favola girata per la Disney che all’ultimo festival di Cannes ha registrato cinque minuti di standing ovation. Nelle sale dal 30 dicembre, la pellicola è una dichiarazione d’amore del regista per il cinema, sottolineata dalla magia con cui racconta il tema del sogno. Tratta da uno dei romanzi più amati di Roald Dahl, uscito nel 1982, quando Spielberg presentava al mondo il suo E. T., racconta la storia di Sophie (la straordinaria esordiente Ruby Barnhill), una precoce bambina di 10 anni che vive in un orfanotrofio di Londra. Scappando dal suo letto incontra un gigante buono alto sette metri (Mark Rylance) che la porterà in una terra molto lontana, il paese dei giganti. Giunta lì sarà Sophie a liberare il gigante dalla solitudine e da quella gang di hooligans che sono i suoi fratelli, con un’idea geniale che coinvolgerà addirittura la regina (Penelope Wilton).

Un gigante insegna a una bambina tutto sulla magia e sul mistero dei sogni. Il suo sogno più grande qual è? «È sempre stato il lavoro che faccio. Poi ci sono altri tipi di sogni, quelli che si fanno durante la giornata quando non si pensa a niente di preciso. Noi immaginiamo di continuo, i social media sono partiti da questo fatto. Perché Al Gore ha girato Una scomoda verità? Perché si è immaginato le cose terribili che accadranno e voleva allertarci».

La macchina da presa lavora molto sugli occhi: cos’ha visto in quelli di Mark Rylance, che ha scelto ancora una volta di coinvolgere? «Mark è un uomo che ama la vita, l’arte, il teatro e la sua famiglia, per questo ha occhi magnetici. Ho scoperto davvero l’uomo tra un ciak e l’altro de Il ponte delle spie, ho scoperto che è un tipo di persona che vorresti adottare, ha molta più innocenza di quella che mostra».

Cosa c’è di Spielberg in questo gigante buono? «È la persona più sola della storia e io credo di essermi sentito il bambino più solo al mondo. Ricordo il periodo delle scuole elementari e medie, ero uno dei milioni di invisibili, so come ci si sente. Non venivo da una famiglia che non mi amava, ma ero isolato socialmente, per lungo tempo ricordo di non essere stato incluso in niente».

Per questo motivo oggi non permettere facilmente alle persone del suo ambiente di diventare suoi amici, come ha dichiarato recentemente? «Io e Daniel Day Lewis abbiamo legato molto girando Lincoln, Rylance è diventato una persona intima in poco tempo. Per ogni film si forma una specie di famiglia, viaggiamo e lavoriamo insieme, litighiamo, ci amiamo, ci rispettiamo, ce la godiamo. Ma poi quel momento finisce, ci lasciamo e non ci vediamo più. È difficile che faccia entrare i film nella mia vita, per questo attribuisco moltissima importanza alle poche persone del cinema che entrano anche nella mia vita privata».

Questo è il suo primo film girato per la Disney, ha sentito la preoccupazione di come avrebbero accolto la sua versione della storia? «A essere onesto l’unica telefonata che aspettavo era quella della famiglia Dahl, e mi hanno chiamato per dirmi che il film gli era piaciuto molto. Io e i miei sceneggiatori abbiamo ampliato la trama e ogni volta che aggiungevamo qualcosa alla versione originaria spedivamo loro le aggiunte, hanno seguito il lavoro passo a passo».

Il suo lavoro tecnico per rendere i personaggi reali, con tanto di stregonerie digitali, è impressionante. «Avevo un obiettivo molto ambizioso, far dimenticare al pubblico ogni effetto speciale, tranne nel momento in cui facciamo materializzare i sogni, lì volevo che lo spettatore riconoscesse l’operazione tecnologica. È una meta molto ambiziosa, significa essere capaci di coinvolgere così tanto lo spettatore da creare una storia d’amore tra lui e i personaggi. Sul set dicevo a tutti “se raggiungiamo questo obiettivo otterremo un enorme risultato”».

Cinque minuti di standing ovation all’ultimo festival di Cannes non sono passati inosservati, a 34 anni di distanza da quando aveva portato E. T., e ne aveva strappati ben dieci… «Mi sono accontentato anche della metà (ride, ndr), una risposta ha significato molto per me e tutti i collaboratori. Ho passato quei cinque minuti piangendo, perché non mi prendo tutti i meriti: sono anche della persona che avrebbe dovuto essere seduta accanto a me e che invece non ci sarà più (Melissa Mathison sceneggiatrice del film e una delle più grandi collaboratrici di Spielberg, mancata lo scorso novembre, ndr)».

 La tecnologia cinematografica odierna la spaventa o pretende di dominarla, per forgiare la sua immagine? «Mi godo tutti gli strumenti per raccontare, sono elettrizzato dalla tecnologia, basta che non oltrepassi il confine diventando il motivo per cui si racconta una storia: se vuoi vendere tecnologia, allora vendi telefoni e computer, non un film. Oggi ci sono molte opportunità per i giovani registi di esprimersi e di diventare famosi, in streming, sui social, creando video di sei secondi ripetitivi su Vine. È importante che tutti abbiano la chance di esprimersi».

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E.T. L’extraterrestre, il film presentato al 35° Festival di Cannes (19982) e accolto con una standing ovation di 10 minuti.

Ha dichiarato recentemente di avere ancora momenti di disperazione, quando gira un film e incontra situazioni difficili da gestire. «Se vuole parliamo di quando ho girato Lo squalo, ero esternamente disperato! Mi succede ancora e credo che la disperazione mi serva, come la paura, fa venire quell’idea che non mi verrebbe se non sentissi la pressione che spinge a salvare me stesso e il mio equipaggio dal collasso. Mi è successo con Harrison Ford sul set di Indiana Jones, si è ammalato (di dissenteria, ndr) e mi ha detto che avevo un’ora per girare una scena di duello pensata per essere ripresa girata in tre giorni. “L’unica cosa che puoi fare in un’ora è sparare al tuo avversario”, gli ho detto, è diventato uno dei momenti memorabili del cinema ed è nato dalla mia disperazione».

 I momenti di gioia, invece, li ricorda? «Ce ne sono molti, di solito quando quello che vedo è così perfetto e mi sembra così geniale… È successo anche lavorando a Il ponte delle spie, con quella scena in cui la spia russa incontra il suo avvocato a New York. Ero al monitor senza parole, ho girato sei minuti a fila e dopo un po’ Tom e Mark hanno smesso di parlare, non capivo perché. Lì mi sono reso conto che quando quello che vedo mi piace sono così felice da dimenticaemi di urlare “azione” (ride, ndr)».

Dicono che lei non riguarda i suoi film. «Se prendo l’abitudine di sedermi e guardare un mio film temo di diventerei subito la star sulla via del tramonto, e la cosa mi terrorizza! Mi ci vede, lì con la luce del proiettore che mi illumina da dietro, a fare gesti melodrammatici da tragedia shakesperiena? Non voglio finire così!».

Ha accusato Hollywood di implosione. «Non si possono mettere tutte le uova in un cestino, intendo dire che non possiamo basarci su un genere per sostenere l’industria del cinema senza pensare alla conseguenze che comporta far fuori tutto il resto. Se il pubblico si stuferà e andrà dietro alla prossima novità, girando le spalle a film costati più di 200 milioni di dollari, si è pensa a che impatto avrà? Adesso i supereroi vanno per la maggiore, ma non credo che dureranno quanto i western o la science fiction».

Però i grandi investimenti continuano, basta pensare a cosa sta spende la Disney in questa direzione. «Fino a ora sono stati investimenti proficui, perché il genere tira e l’industria Marvel è molto sana, la Disney è stata saggia a investire. Penso solo che non durerà per sempre».

Le serie tv sono un’alternativa a questa invasione? «Sono un’ottima alternativa, anch’io ne ho una con la mia compagnia, The americans. Le mini serie trasmesse via cavo hanno le migliori sceneggiature in circolazione, e vengono da chi fino a ieri scriveva solo per il teatro. Adoro Blood line e Transparent, e ha visto The night manager? Siamo nella golden age della tv, al momento è lì che si concentrano le teste migliori su piazza».

Articolo pubblicato su VANITY FAIR Italia del 28 dicembre 2016

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Berenice Bejo: «Ho paura di deludere l’uomo che amo»

12 giovedì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Berenice Bejo, Dopo l'amore, Fai bei sogni, Glenn Close, Joachim Lafosse, Jorge Rafael Videla, Marco Bellocchio, Massimo Gramellini, Michel Hazanavicius, Oscar, Redoutable, The artist

AL CINEMA DI DONNE NE HA INTERPRETATE TANTE. MA GRAZIE A DOPO L’AMORE, NEI PANNI DI MOGLIE INTRAPPOLATA IN UN MATRIMONIO AGLI SGOCCIOLI, HA SENTITO QUALCOSA DI DIVERSO, UNA SFIDA. PERCHE’ LA SUA VITA SENTIMENTALE È MOLTO DIVERSA. ANCHE SE,  COME RIVELA IN QUESTA INTERVISTA, LE MANCA ANCORA UNA COSA PER ESSERE PERFETTA.

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L’attrice francese Benerice Bejo al Festival di Cannes (courtesy Grazia.fr)

«Quando un marito e una moglie si separano si trasformano in due animali in un campo di battaglia, dove vince chi uccide l’altro. È una situazione in cui si tira fuori il peggio, si diventa spietati nel fare l’elenco dei propri meriti e dei difetti dell’altro». Berenice Bejo ha i capelli neri, lucidissimi, raccolti dietro la nuca. Non comprendo subito perché raccontandomi il suo personaggio in Dopo l’amore, il film in cui la vedremo dal 19 gennaio, tiene una certa distanza dal personaggio. Diretta da Joachim Lafosse, insieme a Cédric Khan i due sono una coppia separata con due figlie costretta a convivere sotto lo stesso tetto a causa delle difficoltà economiche di lui, architetto in crisi lavorativa. E come mi racconterà a breve, la Bejo ha faticato molto ad accettarsi in un ruolo così duro e realistico.

Argentina di Buenos Aires, è figlia di Miguel Bejio, un regista spagnolo, e dell’avvocatessa De Paoli, che quando lei aveva tre anni si sono rifugiati a Parigi fuggendo dalla dittatura di Jorge Rafaél Videla. La sua storia artistica per certi versi è sui generis. Da bambina sfiora una parte in un film di Gérard Depardieu, e quando non la ottiene versa fiumi di lacrime. Poi a 17 anni rispondendo a un annuncio prende finalmente parte al suo primo film, algerino. Ma per i successivi 20 anni Berenice resta praticamente una sconosciuta, finchè non interpreta la star del cinema muto che regalerà a The artist, diretto dal marito Michel Hazanavicius, con cui ha due figli, 10 nominations agli Oscar. Poi vengono film come Il passato (la palma d’Oro a Cannes come miglior attrice), The search, The childhood of a leader (premio Orizzonti per la migliore regia alla Mostra di Venezia), Fai bei sogni di Marco Bellocchio, tutti lavori che ruotano intorno a drammi famigliari. E ironia vuole che, come nel film di Asghar Farhadi, anche in Dopo l’amore il personaggio di Bejo si chiami Marie, e che racconti di nuovo una separazione difficile.

Tra poco la vedremo nei panni di una donna che non riesce più a vivere con l’uomo che aveva sposato, mentre poco tempo fa con Bellocchio l’abbiamo vista salvare la vita al suo futuro marito. Quale delle sue versioni di sé preferisce? «Se accetto un ruolo è perché penso che mi divertirò. La differenza, nei casi che cita, è che per il film di Joachim ho un ruolo da protagonista, mentre quella di Bellocchio è una parte più piccola, che mi ha dato un immenso piacere. Dopo il film con Marco volevo lasciare tutto, trasferirmi in Italia e girare un altro film con lui (ride, ndr)».

Quindi non c’è un tipo di donna a cui si sente più vicina? «Davvero non penso a questo aspetto quando accetto un film».

Guardando Dopo l’amore mi sono chiesta per tutto il tempo il vero significato del titolo: racconta quello che succede davvero alla fine di un amore o mostra semplicemente quello in cui si trasformano tante relazioni, dopo qualche tempo? «Per fortuna la mia con mio marito Michael non è così! Comunque capisco, il titolo italiano è diverso dall’originale francese che letteralmente sarebbe L’economia della coppia. Credo che la maggior parte delle persone abbia storie più felici di questa, che riguarda persone che si stanno dividendo. Ci sono momenti nella vita di Marie e Boris in cui i due si odiano davvero, ma quello che mi piace molto della storia è che all’improvviso si capisce perchè il mio personaggio è così triste e frustrato: non le piace sentirsi così, ma ha bisogno di attraversare la rabbia per riuscire finalmente a perdonare».

Come si sente nei panni di una donna dura? «Ho voluto restituire una figura molto umana, una donna che lavora, che ha figli, marito, che cucina e durante la giornata fa cose normali. Poi ci sono momenti in cui non vorrebbe niente della sua routine, ma deve affrontarla ugualmente e questo è proprio quello che cerca di far capire al marito quando dice “i bambini non ci sono solo quando vuoi giocare con loro, è un lavoro di tutti i giorni e ho bisogno che diventi un uomo responsabile”».

L’odio è una parte necessaria nel processo di separarsi? «Prima di perdonare qualcuno che hai amato è necessario odiarlo. E se hai due bambini splendidi, una casa magnifica, e capisci che avresti potuto essere una buona coppia, è dura… È un po’ come quando hai 15 anni e odi i tuoi geniori, è una fase necessaria per poi capirli e perdonarli perchè non sono perfetti e soprattutto non sono come tu vorresti che fossero. Marie ha bisogno di capire che Boris non sa affrontare le cose nello stesso modo in cui le affronta lei, è diverso. Ma alla fine capisce che a suo modo è un buon padre».

Si chiede mai cosa farebbe al posto dei personaggi che interpreta, specie in questo caso, visto che anche lei ha due figli con suo marito? «Quando recito non proietto mai me stessa sul personaggio, mentre lo faccio quando guardo il film. La mia vita è l’opposto di quello che recito in Dopo l’amore, eppure quella donna è insostenibile, è l’incarnazione della durezza. Alla fine delle riprese mi dicevo “esci dal mio corpo, mi disgusti” (ride, ndr), e ricordo che non sono riuscita a guardare il film, era troppo doloroso». 

Davvero? «Era tremendo vedermi in una donna dura che mi assomiglia, ha i miei stessi capelli, è senza trucco… Mi chiedevo “a quarant’anni sto diventando davvero così? Sto trasformandomi in questo orrore?”. Per fortuna poco dopo mi sono rivista in Fai bei sogni di Bellocchio e mi sono sentita sollevata, “meno male che so essere anche dolce” (ride, ndr)».

Le capita spesso di avere sentimenti così forti guardandosi sullo schermo? «In passato sono stata molto insicura delle mie performance, le cose andavano meglio quando mi rivedevo la seconda volta. Ma è normale che succeda, dai così tanto di te stessa che poi ti spaventi credendo di essere davvero tu quella che rivedi».

Aneddoti che ricordano che non è così? «Ricordo di aver incontrato Glenn Close agli Oscar, per The artist, e dai personaggi che ha interpretato mi sarei aspettata una donna molto diversa da quella che ho incontrato. Eravamo sul red carpet e mio marito per sbaglio le ha calpestato il vestito, lei è stata quasi timida nel rispondergli…».

La nomination agli Oscar che le è valso il suo personaggio muto l’ha fatta sentire più sicura di sé? «Senza dubbio, mi ha aiutata moltissimo. Ma direi che anche Il passato ha giocato un ruolo chiave, sono stati sei mesi di riprese e il regista non era mio marito: lì ho scoperto che lavorativamente ero in grado di dare moltissimo anche a un altro».

Vantaggi e svantaggi di lavorare col proprio uomo? «Quando lavoro con Michel seguo i progetti dal primo momento e dopo due o tre giorni mi sento già sicura, poi però c’è il problema di non voler deludere l’uomo che amo. Ma quando ho lavorato con Asghar Farhadi, subito dopo The artist, era un grande regista e aveva vinto l’Oscar. Per tre settimane mi sono chiesta se potevo dargli abbastanza, ero davvero stressata».

Dall’ultimo film insieme sulla guerra in Cecenia, The search, che la critica ha massacrato, ha girato cinque film da sola, e tra poco tornerà con un film diretto ancora da suo marito. «Il mondo non ha voluto accettare una storia in cui si parlava di dolore, di guerra, di solitudine, Michel ci ha messo un bel po’ per riprendersi da quella ferita. Redoutable è un biopic sul regista e sceneggiatore Jean-Luc Godard, in cui io ho un parte minore: a raccontare la storia d’amore tra Godard e l’attrice Anne Wiazemsky saranno soprattutto Louis Garrel e Stacey Martin».

Se guarda a cosa le è successo negli ultimi anni, e a quello che sognava quando ha iniziato questo lavoro, cosa vede? «Da piccola ho sempre voluto fare l’attrice, ma non mi sono mai immaginata nel successo o ricoperta di premi. Per forza, è impossibile farlo, inoltre oggi il cinema è visto come un insieme di celebrities ma non era così quando ero piccola. È tutto un po’ cambiato, quando parlo con ragazzi giovani li sento dire “voglio diventare famoso”, forse sono state la tv e i reality a cambiare le cose».

Cos’altro ricorda di quando era bambina lei? «Volevo andare sullo schermo perché per me era così bello vedere i film con i miei genitori che desideravo restituire loro quel piacere. Poi le cose sono diventate più grandi di quello che credevo…».

Intervista pubblicata su Grazia dell’11/1/2017

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Il battito animale di Fassbender

10 martedì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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12 anni schiavo, Alicia Vikander, Assassin's Creed, Cristiana Allievi, DannyBoyle, GQitalia, Jameson, La luce sugli Oceani, Macbeth, Michael Collins, Michael Fassbender, Steve Jobs, Steve McQueen

IL TALENTO NATURALE? «QUANDO NON SAI MAI COSA ASPETTARTI, COME CON MARLON BRANDO». LA FAME? «ALL’INIZIO L’AVEVO, È NECESSARIA E POTENTE». MICHAEL FASSBENDER È IN ASSOLUTO IL PIU’ FISICO DEGLI ATTORI DEL MOMENTO. UNO CHE SI SPINGE OLTRE, SEMPRE. PER SOPRAVVIVERE A SE STESSO.

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L’attore Michael Fassbender, 39 anni, uno dei maggiori talenti in circolazione (courtesy of GQ.it)

«Hai una fame feroce, quando sei agli inizi e cerchi di fare quello che davvero desideri nella vita. Io almeno l’avevo. E’ necessaria ed è potente. Oggi sono ancora molto appassionato, amo quello che faccio, ma in modo più rilassato». Mi chiedo se non abbia il potere di leggere il pensiero, Michael Fassbender. Perché appena me lo trovo davanti ho la sensazione che sia più rilassato di una manciata di anni fa. E pensare che prima del 2007, a 30 anni compiuti, il ruolo per cui era più famoso era uno spot della Guinness. Poi, partendo da Hunger, che guarda caso significa fame, ha regalato ogni possibile declinazione del disagio fisico e psicologico – dalla brutalità agli scioperi della fame, dalle dipendenze dal sesso alle seduzioni pericolose – in un crescendo di estremi cinematografici per due dei quali è stato candidato agli Oscar: nei panni dell’algido e geniale creatore di Apple, in Steve Jobs, il cui motto era “stay hungry, stay foolish”, e in quelli dello spietato schiavista Edwin Epps in 12 anni schiavo. Fino al giardino di un faro di fronte alle coste dell’Australia che in La luce sugli oceani (accanto ad Alicia Vikander, sua compagna anche nella vita) cresce un bambino che ha salvato da una barca a remi alla deriva, passando per il difensore dell’umanità di Assassin’s Creed, in questi giorni al cinema.

È una mattina di sole sfavillante e Michael Fassbender indossa camicia bianca con jeans e giacca blu. Mi racconta una parte importante della sua identità che ormai ci si dimentica, offuscati dalla bravura delle sue performance, ma che forse ne sta proprio alla base. «Mio padre è tedesco e mia madre un’irlandese del nord, di Antrim, era la nipote di Michael Collins. Io mi sono sempre sentito il diverso del gruppo». Non ha un fascino aggressivo;  i suoi modi sono gentili,  i suoi sono accoglienti, per niente disperati.

Lei è la prova inconfutabile del fatto che recitare fa risparmiare un sacco di soldi dall’analista. «Serve a capire meglio se stessi e gli altri. E oggi so per certo che tutti sono capaci di fare cose terribili. Meglio non averle a portata di mano, me l’ha insegnato Macbeth».

Ha dichiarato “la sopravvivenza è sopravvivenza”: cosa significa questa parola per lei? «Essere capaci di adattarsi, il potere dell’adattamento è la più grande qualità in un uomo».

La possiede? «In un certo senso è qualcosa che ho ereditato da una parte della mia famiglia. Gli irlandesi sono stati colonizzati, sono emigrati, hanno subito la carestia, in milioni si sono ritrovati sulle navi, credendo di andare a Liverpool e ritrovandosi invece in Australia… Diciamo che la capacità di adattarsi è qualcosa che hanno dovuto sviluppare».

È stato come una meteora, in una manciata di anni è arrivato al top: la velocità le piace? «Ho guidato la prima auto che avevo 12 anni, e da allora non ho mai smesso di correre sui kart. Fuori Londra ci sono un paio di circuiti, entrambi abbastanza veloci, quando scendo in pista mi diverto ancora, in un certo senso mi rilasso. È qualcosa che sento facile».

So che ha provato anche il brivido della Ferrari. «A ottobre sono stato a Maranello per la prima volta, un sogno per me. Sul circuito di Fiorano ho guidato una 488 GTB e una F12 berlinetta. Nei primi giri ero piuttosto stressato, ma una volta imparato a convivere con la velocità e assorbite tutte le informazioni che mi sono state date le cose sono cambiate. Guidare su una pista, il più veloce possibile, è una specie di meditazione».

Se penso alle parole di Danny Boyle, che l’ha diretta in Steve Jobs e ha detto “mi ha impressionato la qualità di assoluto fascino che applica ferocemente per raggiungere la perfezione in quello che fa”, mi viene in mente un altro Michael: Schumacher. «È sempre stato un mio idolo, e la vittoria di cinque campionati del mondo consecutivi una grande fonte di ispirazione».

Anche a lui hanno dato del maniaco e dell’egoico. «È vero, faccio molti compiti a casa, anche perchè sono lento nel memorizzare. Leggo una sceneggiatura almeno 200 volte, la ripercorro in lungo e in largo guardando le cose da ogni angolazione. Poi però al primo ciak in un certo senso butto tutto dalla finestra: è da lì in avanti che inizio a godermi davvero il mio lavoro».

Le sue performance sono molto fisiche, del resto. «Ho iniziato col teatro pop e la pantomima, sono entrambi molto fisici nel modo di raccontare una storia. Quando ho frequentato il Drama centre di Londra ho approfondito anche la danza e il lavoro sul movimento in genere: tutt’oggi quando mi avvicino a qualcosa penso quasi esclusivamente in termini di fisicità».

Faccia un esempio. «Se devo interpretare un contadino mi focalizzo sul peso che porta, su come trasporta gli oggetti: quello che voglio arrivare a mostrare è la forza che lo connette alla terra e che non ottieni andando in palestra».

E dire che Fassbender, quando aveva 19 anni, fu rifiutato da ben due scuole di recitazione. Il direttore di una delle due  quasi lo annientò, dicendogli: “Riconosco un vero attore da come entra in questa stanza, e lei non lo è”. Non l’unica svista, se si pensa che Steve McQueen, il regista con cui ha girato tre capolavori, lo aveva mandato via al primo provino. Fu il suo casting director a dargli una seconda chance.

In un corto diretto da Bruce Weber, sul set di un servizio fotografico lei accenna al “corpo dell’animale istintivo”. «Lo vedo solo in due attori, Marlon Brando e Mickey Rourke. Il fatto di non sapere mai cosa uscirà da quei corpi li rende così interessanti da guardare, è quello che definisco avere un talento naturale».

Come si sente a spingersi oltre, come fa sempre? «Male, ma per fortuna dura poco. Se penso ai miei film con McQueen sono trenta giorni di riprese ciascuno. Ho un mio modo di ribilanciarmi: lavoro molto duramente quando è il momento di farlo, e non appena si spengono i riflettori mi lascio tutto alle spalle».

Ci riesce davvero? «Ci riesco. A essere sincero una parte del mio cervello è sempre impegnata, ma se esco con gli amici non voglio essere quello che si porta dietro il lavoro, non mi diverto. Soprattutto, non voglio correre il rischio più pericoloso, che è essere ossessionati da se stessi».

Chi sono i suoi amici? «Non ne ho (scoppia a ridere, ndr). Scherzo, sono ancora quelli di una volta e per me è fondamentale passar del tempo insieme  a loro».

E a berci sopra? «Alla fine della giornata non disdegno un whiskey, meglio se irlandese come il Jameson. Ma non posso eccedere perché mi disturba lo stomaco, e dev’essere il drink di un fine serata».

Adesso, invece, che è mezzogiorno? «(ride, ndr) Non ho paletti troppo rigidi, ma per quest’ora direi che è più indicata una coppa di champagne».

A giugno tornerà nella sua Irlanda e per non smentirsi sarà di nuovo un amorale, in Codice criminale. Ma prima, a marzo, interpreterà un veterano della Grande guerra in La luce sugli Oceani diretto da Cinfrance e tratto dal bestseller di M.L. Stedman. «In superficie Tom è un uomo molto contenuto, all’apparenza sembra svuotato, ma sotto sotto c’è una tempesta. È come una pentola d’acqua bollente con un coperchio sopra».

Guarda il caso… «Vuol sapere la verità? Secondo me si sono messi tutti in testa che sono un dannato e non vogliono darmi parti che fanno ridere».

Non solo, stavolta la isolano a Janus Rock, dove c’è solo un faro circondato dall’oceano. Come si sente negli spazi incontaminati? «A casa. Sono cresciuto in una campagna meravigliosa, a County Kerry, i miei si sono traferiti lì da Heidelberg quando avevo due anni. Se mi allontano per troppo tempo dalla natura ne sento il richiamo, sta diventando una parte sempre più essenziale nella mia vita. Mi piace come il ritmo del mio corpo risponde a quell’ambiente. Più invecchio, più mi sento diverso in città».

Cover story di GQ Italia gennaio 2017 

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Emma Stone, «Sognare è potere»

14 mercoledì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Amazing Spider Man, Andrew Garfield, Arizona, Birdman, Cabaret, Coppa Volpi, Cristiana Allievi, Damien Chazelle, Easy Girl, La La Land, Maniac, New York, Ryan Gosling, Steve Carell, The battle of the sexes, Woody Allen

CAMALEONTICA E IN CONTINUO MOVIMENTO, È LA CREATURA DI HOLLYWOOD CHE PIU’ INCANTA PER IL TALENTO NEL CAMBIARE PELLE. E RUOLI. IN LA LA LAND SVELA IL SUO PUNTO FERMO: LA CERTEZZA CHE I SOGNI TI INDICANO SEMPRE LA STRADA.

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Sul tavolo davanti a noi c’è una Red Bull. Emma Stone racconta che berla sarà un evento speciale: «lo farò alla fine della nostra intervista», scherza. È un camaleonte, questa giovane donna. Basta guardare le sue foto per accorgersi che la sua personalità è in continua evoluzione. Torna con la memoria alle sue prime audizioni e al feeling di essere rifiutata, che dall’alto di venti film girati, con tanto di nomination all’Oscar e Coppa Volpi vinta all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, sono ormai un ricordo lontano. «Non ho mai avuto un momento in cui ho pensato di fare le valigie e tornarmene a casa. Ma a essere onesta non mi sono mai esposta completamente». Non una frase a caso, perché in La La Land di Damien Chazelle, in cui la vedremo dal 26 gennaio accanto a Ryan Gosling, Emma incarna Mia, un’apprendista attrice che tenta di sfondare in teatro e intanto sbarca il lunario servendo cappuccini alle star del cinema. La relazione con Sebastian (Gosling), musicista jazz, dapprima aiuterà entrambi, poi il successo separerà le loro vite. «Mia è una donna che rischia molto. Passa sei anni a creare qualcosa di completamente suo. È la scrittrice, l’interprete e la regista di un one woman show: con queste premesse un rifiuto è devastante, e per fortuna non mi è mai successo di sperimentarlo. Ma sa cosa le dico? Ho imparato più dalle difficoltà, anche nelle mia vita privata, e dai film che non sono andati bene, che dalle esperienze che definiamo di successo. Le crisi ti costringono ad andare più in profondità, a essere migliore, a diventare più forte. E soprattutto a farti domande sul come hai fallito e su quanto tu stessa sia capacace di deludere gli altri. Tutto questo significa diventare davvero essere umani».

L’attrice nominata agli Oscar per Birdman, in cui era un’adolescente in difficoltà che rendeva la vita difficile a un padre ex celebrità decaduta, nelle vene ha sangue svedese (dal nonno paterno), inglese, tedesco, scozzese e irlandese. E non si definirebbe mai una ribelle: non ricorda la reazione di suo padre, quando gli ha presentato il primo ragazzo, «evidentemente era un tipo a posto», racconta ridendo. A 15 anni, Emma ha convinto i suoi a farle mollare la scuola per trasferirsi a Hollywood: è bastata una presentazione in PowerPoint, con tanto di titolo, per farli cedere. È così che si è trasferita con la mamma a Los Angeles. Me lo racconta in una mattina di sole nel patio di un hotel italiano, senza perdermi un attimo con quei grandi occhi verdi. Se le si chiede come vede la strada fatta fin qui, oggi che è una delle attrici più ricercate su piazza, non ha dubbi. «Due anni fa ho letto in un’intervista qualcosa che mi ha colpita. Si diceva che i sogni sorgono per incontrarci, trasformandosi in opportunità, e sto scoprendo che è proprio così: è il mio lavoro, in un certo senso, a rivelarsi a me».

(…)

Come Matthew McConaughey, Nicole Kidman e molti altre celeb, Emma sarà presto protagonista anche del piccolo schermo. Il primo progetto di cui si mormora è  Maniac, una serie da 30 minuti a puntata con il collega di Superbad Jonah Hill. È un’altra pietra miliare per l’attrice, che si misurerà anche con il ruolo di produttrice. La prossima primavera, a Londra, inizierà le riprese di The favourite con Yorgos Lanthimos, il regista di quel capolavoro stravagante che è The Lobster. Ma prima avremo il piacere di vederla in The Battle of the sexes, diretta da Jonathan Dayton, il film che ricostruisce l’epico confronto sul campo da tennis del 1973 in cui si sfidarono Billie Jean King e Bobby Riggs, interpretato da Steve Carell. «È un film incredibile, ha lo stesso direttore della fotografia di La La Land, Linus Sandgren, e gran parte della troupe. È un film così diverso da quelli che ho fatto finora, non avevo mai recitato una persona davvero esistita come Billie Jean King. E quello che voglio portare a un regista, oggi, è un senso di apertura e di esplorazione, un’attitudine a immergermi nello sconosciuto».

(continua…)

L’intervista integrale è la storia di copertina di D La Repubblica del 10 dicembre 2016 

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Woody Allen «A scuola ero un asino»

14 mercoledì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Quella volta che

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ipocondria, Woody Allen


Il grande regista e attore americano racconta a OK il suo passato di studente per niente modello. E smentisce la leggenda sul suo essere ipocondriaco, definendosi al massimo «un allarmista»

Tutti credono che io sia un intellettuale. Penso dipenda dal fatto che porto gli occhiali. In realtà non lo sono mai stato, a scuola ero un pessimo studente, mi hanno persino buttato fuori dall’Università. Tutti i miei amici sono diventati dottori e avvocati, io da giovane non sapevo cosa fare. Immagino che se non avessi avuto il dono di far ridere le persone sarei finito a riparare ascensori, non avrei potuto fare niente di creativo. Ci ho messo tempo a capire di avere un dono, un’abilità diversa. E la scoperta che si trattava di divertire le persone è stata lenta anche perché sono molto timido e l’ultima cosa che pensavo di fare era trovarmi su un palcoscenico o su un set cinematografico.
Spesso mi chiedono come faccio a fare un film dopo l’altro. Io rispondo: «È l’unica cosa buona che faccio, tutto il resto è sbagliato!».

Nessuno è un disastro totale, tutti possono fare qualcosa: io sono un disastro in tutto, ma sono produttivo. È stata questa la mia vera cura, più dell’analista. Spesso i giornali associano il mio nome alla psicanalisi e alla psicoterapia. Io ho sempre raccontato barzellette sull’argomento perché in America è molto facile far ridere schiacciando quel tasto.

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Se si parla di sesso la gente ride immediatamente, lo stesso succede con la psicanalisi. Comunque ci ho flirtato sin da giovanissimo e mi sono avvicinato alla materia con risultati a volte buoni e altri meno buoni. Diciamo che ho pensieri positivi in merito, credo che faccia bene a moltissimi e ad altri no.

NON SONO IPOCONDRIACO
E sempre in merito ai miti che mi riguardano personalmente, non è vero che sonoipocondriaco, semmai sono un allarmista: non mi sento ammalato di continuo, è che quando io mi ammalo penso sempre sia la volta buona.

Dicevo della produttività, la mia vera terapia e la mia fortuna. Trovo che chiunque si impegni in un’attività faccia la cosa giusta, a me serve a non seguire pensieri catastrofici. Se non ci si tiene occupati, la mente fa viaggi strani e poco sani. Ma non è l’unico motivo per cui faccio un film all’anno. Ho capito col tempo che inventare storie è la mia passione e serve a mantenermi a un buon livello di energia generale. Non credo che per fare questo occorra essere attori o registi: essere occupati e avere un lavoro creativo sono due cose diverse.
Ci si può mantenere impegnati anche dipingendo il proprio appartamento, non è indispensabile avere quel dono speciale della creatività che hanno un pittore, un compositore, uno scrittore. Per quello si deve essere fortunati. E anche qui occorre precisare: con essere fortunati non intendo essere famosi, ma nascere con un talento. Picasso è nato con un talento, Mozart anche.

GIRARE FILM È LA MIA TERAPIA Quando mi ricordano che anche io sono musicista, sorrido e dico che le cose sono diverse da come sembrano.

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La gente viene ad ascoltarmi suonare perché mi conosce come regista e attore, altrimenti non verrebbe nessuno! Non so se per me quale attività sia più terapeutica. Dirigere un film non è pesante, fanno tutto gli attori, basta ingaggiarne di bravi… Anche suonare al mio livello è facile, mi alleno solo un’ora al giorno, mentre i veri musicisti suonano cinque volte di più. Mentre scrivere sceneggiature è allucinante: sei solo nella stanza, non succede nulla. Dimenticavo, dirigere film mi fa bene anche perché mi permette di viaggiare. Parigi è il luogo in cui vivrei se non fossi a New York. Adoro anche Londra ma, se dovessi scegliere, Parigi è come casa, ha lo stesso nervosismo, la stessa cultura. Se non fossi stato così codardo da giovane, sarei andato a viverci. Ero spaventato dal perdere le mie radici. Che invece non dovevano essere così profonde, visto dove mi trovo adesso.

Articolo pubblicato su Ok Salute del 24 febbraio 2014

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Cassel va alla guerra

09 venerdì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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È solo la fine del mondo, Édouard Deluc, Brasile, Cristiana Allievi, Jean Pierre Cassel, Lea Seydoux, Maiwenn, Marion Cotillard, Mon roi-Il mio re, O filme da Minha vita, O grande circo Mìstico, Paul Gauguin, Sabine Litique, Vincent Cassel, Xavier Dolan

 

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L’attore francese Vincent Cassel, 50 anni (foto by Carlotta Manaigo).

Vederlo al centro di un gruppo di persone che parlano ma non si capiscono è una specie di corto circuito. Perché per Vincent Cassel la comunicazione è un fatto fondamentale. Non solo quella che passa attraverso le parole e i ragionamenti, ma soprattutto quella di corpi, istinti e percezioni. Anche per questo ha scelto Rio de Janeiro come base per la sua seconda vita, quella seguita alla fine del matrimonio con Monica Bellucci e allo status di padre delle loro due figlie. Cassel fatica a stare negli schemi, negli spazi confinati, o quanto meno sembra capace di sfarlo solo a tempo determinato. Una delle prime parole che nomina durante l’incontro è libertà, quando gli ricordiamo una frase pronunciata l’anno prima che non è passata inosservata, “Adesso sono il “gringo disponibile”. «Lo sono totalmente, sempre di più (ride, ndr). Mi sono creato una posizione sorprendente in Brasile. Gli stessi brasiliani mi chiedono “cosa ci fai qui, quando tutti noi vogliamo andare in Europa”?, io rispondo che vivo lì perché amo quel paese. I brasiliani sorridono, hanno tempo di spiegarti bene dov’è una certa via, ti parlano con piacere e amano il contatto fisico. Sono latini, hanno un approccio diverso, e anch’io sono latino, mia madre è corsa, amiamo il vino, siamo simili agli italiani. Certo, la vita quotidiana in Brasile è sempre stata un caos, e forse è quello che mi piace. Sono un uomo che apprezza l’Inghilterra ma preferisce l’Italia, perché non è perfettamente organizzata, c’è ancora quello spazio in cui le cose non sono chiarissime, e questo mi piace. E poi non fa freddo».

Il Brasile è una scoperta di 30 anni fa, ma non è stata tutta colpa di Orfeo Negro di Marcel Camus, né della musica di Vinicius de Moraes: è una questione di affinità elettive. Lo aveva capito Maiwenn, quando ha scelto il Vincent di Francia per interpretare il maschio in lotta tra il legame e l’indipendenza del suo Mon roi- Il mio re. Deve averlo capito il giovane talento della regia canadese, Xavier Dolan, che lo ha calato nella situazione di incomunicabilità del suo È solo la fine del mondo, gran Premio della giuria al Festival di Cannes, al cinema dal 7 dicembre. Un film tratto dalla piece teatrale di Jean-Luc Lagarce in cui da un incontro di famiglia emergono emozioni, silenzi, esitazioni, irrequietezza, inquietanti imperfezioni e soprattutto una grande incapacità di capirsi. «Quello che recitiamo nel film di Xavier è un po’ la realtà», racconta l’attore francese, con una barba folta e lunga dovuta al suo prossimo personaggio, il pittore Paul Gauguin, nel film diretto da Édouard Deluc e girato a Tahiti. «Quando qualcuno ti ascolta davvero si tratta di un vero regalo. Anch’io ammetto di non farlo sempre. I motivi sono vari, dal dare una certa immagine di me stesso al proteggermi, ma direi che si tratta soprattutto di egoismo. Questo, ahimè, è il modo in cui gli esseri umani comunicano, o non comunicano, è parte della natura umana non ascoltare troppo gli altri. Abbiamo un certo periodo di tempo da passare qui, non durerà tanto e questo evidentemente ci influenza. Ogni tanto ci sono anche i santi, ma non ne vedo molti in circolazione». A proposito di santi, Cassel soffre l’idealizzazione dell’uomo da parte della donna, quel sognare a tutti i costi un principe azzurro. Quando gli si fa notare che Dolan nei suoi film “massacra” le figure femminili (nel caso di È solo la fine del mondo interpretate da Nathalie Baye, Marion Cotillard e Lea Seydoux), non si nasconde di certo. «Vorrebbe sostenere che nella vita reale le donne sono carine, con gli uomini? Se c’è una guerra in corso che non si ferma mai è quella tra uomo e donna. Non possiamo vivere insieme e in quanto esseri sessuali non possiamo stare l’uno senza l’altro. Se guardiamo come va il mondo, tutto sembra voler uccidere il desiderio, creiamo matrimoni in modo da immobilizzare le persone con idee del tipo “non muoverti troppo”, o “una volta che hai scelto, è per sempre, per tutta la vita!”. Tutte le religioni fanno casini, i preti non possono fare sesso, i musulmani nascondono le donne, gli ortodossi separano maschi e femmine ed eventualmente il sesso lo fanno attraverso un lenzuolo con un buco in mezzo. Ammettiamolo, abbiamo problemi col sesso, è tutto in un certo senso è riferibile a questo. Gli uomini lottano per avere più potere solo per potersi permettere le donne che vogliono, e le donne vogliono piacere agli uomini ma cercano il potere per sfuggire a questo fatto, comportandosi da uomini. Questo fatto di avere in circolazione “donne con le palle” sarà una bella notizia? A me pare un’atrocità». Come tutti i veri zingari, Cassel è legato alle proprie radici, con cui ha dovuto fare i conti sotto vari aspetti. I suoi hanno divorziato quando aveva 14 anni, la madre è la giornalista Sabine Litique, il padre Jean Pierre, mancato qualche anno fa, faceva l’attore. «Ho scelto di essere un cattivo perché lui sullo schermo era sempre il “nice guy”, oggi mi fa molto sorridere vedere che gli assomiglio ancora più di anni fa. Se ho temuto il confronto? Sì e no, considero Gerard Depardieu il mio padre cinematografico, sarebbe stato molto più difficile essere suo figlio! La famiglia comunque è una cosa complicata: non la scegli tu ed è qualcosa da cui non puoi scappare. Puoi scegliere tua moglie, ma fratello, sorella e padre ti sono dati, e te la devi vedere con loro. Direi che non scegli nemmeno i tuoi figli, se credi in filosofie molto antiche scopri che sono loro che ti scelgono. Anche la credenza che i figli ti migliorano come persona non credo sia vera: se all’improvviso i padri diventassero persone meravigliose, non ci sarebbero in circolazione così tanti figli in crisi. Oscar Wilde scriveva “Charles inizia ad amare i suoi genitori, poi li odia e forse un giorno li perdonerà”. Trovo sia obbiettivo, qualsiasi cosa fai da genitore sbagli, e un giorno pagherai il conto».

Sono passati vent’anni dal primo film che lo ha consacrato come attore, L’Odio, una specie di dichiarazione sul futuro considerato che dal film di Mathieu Kassovitz in avanti ha infilato un personaggio inteso dopo l’altro, basta pensare a Nemico pubblico n. 1, La promessa dell’assassino e Il cigno Nero. Cassel è anche uno dei rari attori famosi in tutto il mondo che non si possono definire hollywoodiani, nemmeno quando partecipano a Jason Bourne. «È uno dei franchise più di classe che ci sono in circolazione, la troupe è inglese come il regista, Paul Greengrass, che però ama la Francia e ama il vino!». Anni fa gli piaceva ogni aspetto del suo lavoro, oggi guarda i film una volta sola e tutta la sua attenzione è focalizzata tra l’azione e il final cut.

«Recitare dev’essere divertente, più ti diverti più funziona. Anche con un soggetto difficile, profondo o triste ti devi godere il momento, devi raggiungere un punto in cui ti viene facile: più te la godi e più riveli te stesso, un po’ come fanno i bambini». Dice di non essere un tipo di uomo che pianifica molto il proprio lavoro. «Cerco di godermi quello che faccio e di restare libero. Ero un giovane attore quando ho sentiro dire a De Niro “il talento di un attore risiede nelle sue scelte”. Mi sono chiedo a lungo cosa volesse dire, intendeva sul set o rispetto ai film che accetti? Sono arrivato alla conclusione che si riferiva a tutte e due le cose. Se mi volto indietro mi rendo conto che le scelte fatte ti rappresentano davvero come persona». Agenda alla mano, nel suo immediato futuro ci sono due film brasiliani, O filme da Minha vita e O grande circo Mìstico, una pellicola francese con Sandrine Kiberlain, Fleuve Noir, e un film politico, Entebbe, di José Pedilha, sugli ostaggi palestinesi in Israele. E se gli fai notare che la quantità di film che gira e la sua voglia di “restare libero” sembrano contrastare, Cassel ti chiarisce la sua filosofia una volta per tutte. «Sono tutti film con cui giro per il mondo, questo è ciò che intendo con la parola libertà».

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 3 dicembre 2016.

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Natalie Portman: «La perfezione non esiste»

18 venerdì Nov 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Benjamin Millepied, Christian Bale, Eating animals, Jackie, Luc Besson, Natalie Portman, Planetarium, Safran Foer, Terrence Malick, The knight of cups, Weightless

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L’attrice israeliana naturalizzata statunitense Natalie Portman, 35 anni. 

«Avevo 19 anni e stavo recitando in Il gabbiano di Chekhov, al Delacorte Theatre in Central Park. Dopo la premiere sono uscite le prime critiche e ho fatto l’errore di leggerle. Sono andata in panico, ero quasi isterica. Mi sono precipitata nel camerino di Phil Semyour Hoffman, che era nel cast, urlando“non posso farcela, sono totalmente paralizzata!”. Lui, con una calma assoluta, mi ha detto: “Tutti quelli che sono sul palco con te, da Meryl Streep a Christopher Walken, a me, hanno fatto un sacco di casini quando erano alla scuola di teatro. Abbiamo sbagliato mentre non ci guardava nessuno, tu lo stai facendo là fuori, è normale avere paura!”. Mi stava autorizzando a sbagliare, e i quel momento ho capito che se un attore della sua portata, il migliore di tutti, è inciampato, allora potevo sbagliare anch’io». Il fatto che a pronunciare queste parole sia una delle attrici più pacate che ci siano in circolazione ha dell’incredibile. Indossa un abito Valentino Red color crema con disegni di pappagallini, e mi dice che oggi non commette più l’errore di leggere quello che scrivono di lei. L’incarnato del viso è perfetto, come ci si aspetta dal volto di Dior Parfums. Natalie Portman mi ha sempre dato l’idea di essere la prima della classe. A 13 anni era già sul set di Leon, e Luc Besson l’ha catapultata nel mondo del cinema che era una bambina. Ma a 18 anni, nonostante fosse già un’attrice sulla rampa di lancio, è tornata all’Università a studiare Psicologia. Cose che capitano, nelle famiglie borghesi, e Natalie è nata a Gerusalemme dal medico Avner Hershlag, ebreo di origine polacca, e da Shelley Stevens, casalinga di origini americane che poi è diventata la sua agente. Non bastasse, negli anni ha studiato giapponese, francese, tedesco e arabo, lingue che si aggiungono a quelle materne, l’ebraico e l’inglese. Insomma, se si pensa che ha anche sposato l’ex direttore del balletto dell’Opera di Parigi, Benjamin Millepied, e che è diventata produttrice e regista, sembra il ritratto della perfezione. Quando le elenco tutti i motivi per cui sarebbe facile etichettarla come “secchiona”, con l’aggravante di aver anche vinto il premio più ambito da un attore, l’Oscar, grazie a Il cigno nero, mi fa capire che mi sbaglio: «Quello è un falso idolo, e bisogna stare attenti a credere troppo alle statuette d’oro… ll consiglio che darei per avere successo? Non temere di fare casini! Non siamo sergenti, nessuno morirà per un nostro errore, la peggior cosa che può succedere a un attore è impegnarsi in qualcosa che non funziona: sbaglia quanto vuoi, va benissimo. Ancora meglio se accetti le conseguenze». Ora è al cinema con Knight of cups di Terrence Malick, e nel 2017 la vedremo in almeno tre film: Jackie, del regista cileno Pablo Larrain, presentato all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, e sono in molti a scommettere che nei panni della moglie di Kennedy vincerà il secondo Oscar. Poi verrà Planetarium, della regista francese Rebecca Zlotowski quindi Annihilation, di Alex Garland. E nei panni di produttrice promuoverà il il documentario Eating animals, dalle memorie di Jonathan Safran Foer.

Lavorare con Terrence Malick dev’essere molto affascinante, si è ispirata a lui per diventare regista? «Ho preso molto da Terrence, soprattutto il suo abbracciare le cose difficili del percorso. Se piove di solito i set si fermano, mentre con lui si gira con la pioggia. C’è vento? Lui riprende il vento… Il mondo ha bisogno dei suoi film, pieni di bellezza, spirito ed energia positiva».

L’ha voluta anche per il suo Weightless, in cui si trova al centro di un triangolo amoroso con Christian Bale e Michael Fassbender. «Il mio personaggio è molto diverso dal precedente, sarò bionda. Ma non le dirò di più, il rischio che si corre quando si gira con Terrence è di non ritrovarsi nemmeno in una scena del film».

Con A tale of love and darkness ha esordito alla regia. Essere sceneggiatrice, attrice e dirigere un film l’ha cambiata? «È stata una sfida enorme, trovare persone che credono in te, recitare in ebraico, scrivere una sceneggiatura che rispetti la realtà delle cose ed essere madre allo stesso tempo… Coinvolgerti in una cosa tutta tua, e per lungo tempo, da una soddisfazione enorme, ti prendi i meriti e le critiche. Da attore lavori per qualche settimana e poi ti presenti alla premiere un anno dopo. E se il film non va bene, è sempre colpa del regista».

 Com’è arrivata a impegnarsi in un film dalla storia particolare come Planetarium? «Conosco Rebecca da una decina d’anni, la make up artist dei suoi film, Saraï Fiszel, è un’amica comune che vive a Los Angeles. Mi ha chiamata per dirmi che voleva interpretassi un’americana trasferitasi in Francia, era proprio il periodo in cui ero andata a vivere a Parigi con mio marito».

Nel film lei ha il dono di parlare con i fantasmi e insieme a sua sorella vi esibite in giro per la Francia, finché un produttore non vi lancia nel mondo del cinema. Cosa ha a che fare tutto questo con lei? «L’idea di collegare lo spiritismo al cinema mi affascina molto. Il desiderio di “catturare” i morti, da una parte, e il fatto che tra cento anni si vedranno film che trasmettono ancora qualcosa nonostante gli attori siano defunti, è una nuova prospettiva sul cinema a cui non avevo mai pensato».

Con chi cercherebbe di mettersi in contatto, del suo passato? «Mi affascinerebbe sapere qualcosa di alcuni membri della mia famiglia di varie generazioni fa, di cui non so nulla».

Si dice che abbia coinvolto lei Lily Rose Depp nel film. «Rebecca faticava a trovare una brava attrice che parlasse francese e inglese e che potesse sembrare mia sorella, Lily Rose mi somiglia molto. È più matura per la sua età, mentre io sono molto immatura per la mia, ci incontriamo a metà strada (ride, ndr)».

Questo film e Jackie non sono diretti da hollywoodiani. «Li ho girati mentre vivevo a Parigi e mi interessava lavorare con registi con cui non avrei potuto collaborare negli Usa, perché appartengono a una tipologia che non pensa a un attore americano per i propri film. Pablo e Rebecca sono stati un dono per me».

L’anno scorso mi ha detto “vivendo in Europa mi sono accorta di quanto abbiamo perso noi americani senza accorgercene. A Parigi c’è una libreria ogni tre passi, a Los Angeles ce ne saranno due in tutta la città…”. Oggi  che è tornata a vivere in Usa con la sua famiglia, cosa dice? «In Europa ho imparato molto di me stessa, ho capito quanto sono americana (ride, ndr). Voglio sempre che le persone siano a loro agio, che stiano bene e siano felici, a Parigi non sorridono molto. Amo Los Angeles, è un posto incredibile e al momento è una specie di luogo dei sogni. Siamo circondati da arte, musica e alberi!».

A proposito di positività, lei è di nuovo in dolce attesa: oggi pensa che per una donna sia fondamentale essere madre, per sentirsi totalmente appagata? «Le persone sono diverse, c’è chi si sente davvero realizzato con i figli e chi senza. Questa ossessione dei media sulla maternità è assurda, soprattutto se si tratta di attrici. Per me un figlio è stata una svolta meravigliosa, mi ha cambiato la vita, ma sono sicura che altre donne possano sentirsi realizzate anche senza».

 

Storia di copertina pubblicata su F del 23 novembre 2016

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Christian Bale, l’uomo senza vanità

07 lunedì Nov 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino

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Tag

Batman Begins, Christian Bale, Christopher Nolan, Cristiana Allievi, Emmaline, L'impero del sole, Leonardo DiCaprio, Sibi Blazic, Stephen Spielberg, Terrence Malick, The knight of cups, Warner Herzog

IN KNIGHT OF CUPS DI TERRENCE MALICK SI PERDE TRA I LUSTRINI DI HOLLYWOOD. NELLA REALTA’ L’ATTORE TORNATO DA BATMAN AL CINEMA D’AUTORE CONSIDERA LA CELEBRITA’ “UNA BEFFA”.

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Christian Bale, 42 anni, attore gallese.

Cammina, stordito, in una landa desolata dalla bellezza ipnotica. Poco dopo attraversa luoghi polverosi, per approdare a feste in cui scorrono fiumi di champagne e splendide donne pendono dalle sue labbra. Mentre una voce fuori campo, che si scoprirà essere di suo padre, evoca la favola che gli raccontava da bambino, in cui un re spediva il proprio figlio in Egitto a cercare una perla e questi, dopo aver bevuto da una coppa, cadeva in un sonno profondo  dimenticandosi chi era. Christian Bale è perfetto nei panni di Rick, scrittore errante tra le luci di Los Angeles e Las Vegas alla ricerca di amore e di se stesso. È la trama di Knight of cups, scritto e diretto da Terrence Malick e presentato al festival di Berlino (al cinema dal 9 novembre), una grande metafora della vanità del mondo contemporaneo. Bale è perfetto perché recita da quando aveva 12 anni e se gli chiedi cosa pensa di tutto il contorno di star e luccichii ti risponde che il suo lavoro “non è sostanziale e non merita troppa attenzione”, che non gli piace parlarne e preferisce focalizzarsi sulle persone e le loro storie. Nato in Galles 42 anni fa e cresciuto tra l’Inghilterra e gli Usa in un contesto bohemienne, figlio di un’artista circense e di un pilota civile diventato in seguito famoso attivista, ha debuttato sullo schermo grazie a L’impero del sole di Steven Spielberg, sul cui set è stato paragonato al giovane Steve McQueen dal regista stesso e si è preso una cotta per Drew Barrymore. Di lì a poco ha pensato di smettere di recitare, mal sopportando l’attenzione che la fama gli ha subito portato. «Nel mio mondo ideale», racconta, «il cinema è gratis per tutti e io non promuovo i miei film. In quello reale ho deciso che il mio motto è “ricordati di non prenderti mai troppo sul serio”». È così che si è adattato alla scomodità della fama e ha tirato avanti. Negli anni Novanta ha lavorato moltissimo, finchè è arrivato American Psyco, nel 2000, in cui ha preso il posto di Leonardo DiCaprio, e grazie a cui è diventato un attore di culto, che per lui equivale a una beffa. Il passo successivo, con l’arrivo della rete, è stato diventare uno dei personaggi più noti nel web. Indossa una camicia nera su cargo color verde petrolio e sta molto bene con i capelli tirati indietro. Gli occhi brillano di un colore tra l’azzurro e il grigio, mentre racconta che le trasformazioni fisiche gli sono sempre piaciute. Il modo in cui Bale “abita” i personaggi è il suo tratto distintivo e a volte implica mutazioni clamorose, se si pensa a L’uomo senza sonno e ai 26 chili persi, fino al ruolo in Batman Begins di Christopher Nolan, un successo straordinario, come i due episodi successivi della saga. «Se mi chiede il primo ricordo che mi viene in mente, pensando a quel film, è di me seduto con addosso quella tuta, in un corridoio. Nelle pause delle riprese non potevo nemmeno uscire a prendere una boccata d’aria, non volevano rischiare che qualcuno mi fotografasse. Sono stato seduto lì per ore, tremendamente a disagio, pregavo solo dio che mi chiamassero sul set il prima possibile… Quel lavoro si è preso molto della mia stamina e della mia passione». Paradosso vuole che, nonostante trasformi il fisico secondo copione, Christian odi la palestra. «È tremendamente noiosa, sono inglese e preferisco andare al pub. E poi sono convinto che più ti si ingrossano i muscoli più perdi cellule del cervello. La cosa che mi piace davvero fare è dormire, è un meraviglioso lusso».

Considerato che con Batman ha sbancato il botteghino in modalità multi milionaria, avrebbe potuto farlo per un bel po’. Invece ha optato per il cinema indie (The new World- Il nuovo mondo, di Malick, L’Alba della libertà, di Warner Erzog e The prestige, di Christopher Nolan). L’Oscar gli arriva per un’altra trasformazione fisica, in The fighter, in cui allena il fratello “Irish” Micky Ward interpretato da Mark Wahlberg. Knight of cups è il secondo lavoro con Terrence Malick e nel 2017 vedremo il terzo, Weightless, un doppio triangolo amoroso. «Malick non ti chiede mai di fare qualcosa di specifico o di raggiungere un punto in particolare, accetta quello che riceve, anziché domandare cose alle persone. Gli interessa vedere cosa succede, per questo ottiene ottime performance dagli attori. Può capitarti di fare qualcosa in un modo eccellente, ti volti verso di lui e vedi che stava riprendendo una tenda mossa dal vento! Lì capisci che non puoi ripetere niente, e che essere vanitosi non ha senso, è molto liberatorio. Terrence in un certo senso ti toglie dalle spalle quella fatica di voler piacere a tutti costi alle persone, a lui per primo. Accanto a Bale ci sono Cate Blanchett, Natalie Portman e Freida Pinto, e insieme evocano il fatiscente mondo hollywoodiano, nonostante il film ricordi La dolce vita di Fellini, ma anche il cinema di Antonioni. «Ho partecipato ai party ridicoli che si vedono sullo schermo, e sono cresciuto per la strada, facendomi le canne, non avevo idea che la gente potesse vivere così. Ma ho capito presto che non era cosa per me, io non appartengo a quel genere di persone. Ma il film va molto oltre il mondo di Hollywood, parla di sogni, desideri e raggiungimenti. Tutti possiamo relazionarci a quel senso di mancanza di appagamento, una volta raggiunto il successo che credevi te lo avrebbe dato. Da bambino hai un sentire che ti dice che nella vita c’è molto di più, ma da adulto ti accorgi che ti è sfuggito dalle mani, in un modo che non avresti mai pensato». Grazie a Winona Ryder, Bale ha conosciuto la sua attuale moglie, Sibi Blazic con cui hanno due figli, Emmaline, 11 anni, e Joseph, 2 anni. Non ama parlare della sua famiglia, “per un attore è sempre meglio che certi aspetti della vita privata restino tali, altrimenti la capacità di raccontare altro da sé si offusca”, ma qualcosa concede. «La mia famiglia è un’ancora perché rappresenta una vita diversa. Non investo tutto nel lavoro, c’è sempre qualcosa di più importante che mi aspetta. Quello che adoro fare con mia figlia? Correre, arrampicarmi, giocare a nascondino, sono le cose che apprezzo quando torno a casa». Non bastasse questo, c’è un particolare che dice tutto sulla sua idea di normalità. «Guido il mio pick up vecchio di 12 anni perché mi piace molto, e non mi interessa cosa dicono gli altri. È chi sono io, da dove vengo. Sono solo una persona tremendamente fortunata».

Articolo pubblicato su D LaRepubblica il 29 ottobre 2016

© Riproduzione riservata

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