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Emma Watson: «Belle mi piace perché mi somiglia»

13 lunedì Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Bill Condon, cinema, emma watson, Harry Potter, Hermione Granger, Io donna, La bella e la bestia, Luke Evans, Walt Disney

In passato l’attrice aveva rifiutato il ruolo di Cenerentola perché non si sentiva in sintonia con il personaggio, mentre Belle sembra fatta apposta per lei: è impegnata, legge molto, non punta sul suo aspetto estetico

di CRISTIANA ALLIEVI
Emma Watson: «Belle mi piace perché mi somiglia»

Se c’è una cosa che non si deve toccarle, è la privacy. Destino vuole però che proprio in questi giorni sui social infuri la polemica intorno alsemi topless di Emma Watson, apparso sulla copertina di Vanity Fair Usa. È bastato un tweet di una giornalista del Daily Mail che intendeva dire più o meno “sei tanto femminista quanto sottomessa al volere di un giornale (e del mercato), e in quanto tale poco credibile”, e per un paio di foto sexyl’attrice inglese si è trovata a rispondere della credibilità del suo ruolo come ambasciatrice Onu per la parità dei sessi. Un clamore che gioverà alla promozione del suo prossimo film The circle, in uscita ad aprile, se si pensa che Tom Hanks, a capo nella più grande azienda di tecnologia e social media del mondo, la incoraggerà a rinunciare proprio alla sua privacy.

Ma siamo nel cuore di Londra per parlare di La bella e la bestia di Bill Condon, il cartone animato diventato un musical strabiliante in cui le teiere danzano, insieme ai bicchieri di cristallo, mentre i piumini spolverano e le coreografie incantano.

Arriverà nelle sale dal 16 marzo la riuscita rivisitazione live action del celebre classico d’animazione prodotto dalla Disney, che fu il primo film del genere a ricevere una candidatura all’Oscar come Miglior film (vincendone poi due, per la colonna sonora e la canzone originale), e il primo lungometraggio animato a superare 100 milioni di dollari di incasso al botteghino. Condon all’inzio ha rifiutato la proposta della Disney di cimentarsi in quest’impresa, reputando il film del 1991 perfetto. Ma poi ha cambiato idea e ha lavorato per due anni con l’ottimo cast che include Dan Stevens, Luke Evans, Ewan McGregor, Stanley Tucci ed Emma Thompson.

emma-watson-hermione-belleLa ex Hermione Granger, che grazie a film come Noi Siamo Infinito, Noah eThe Bling Ring ha dato prova di essersi lasciata alle spalle la saga dei maghi che l’ha impeganta per più di un decennio, indossa pantaloni capri e ballerine nere su un capo outfit ecologico della collezione da lei disegnata. E un maglione bianco che ne sottolinea la figura esile, con una grande rouge nera che le attraversa il busto in diagonale, dall’alto in basso.

In passato ha rifiutato il ruolo di Cenerentola dichiarando che non si sentiva in sintonia col personaggio, mentre Belle sembra perfetta per lei: è impegnata nel sociale, legge molto, non punta sul suo aspetto estetico…
«Questo ruolo è una rottura, ha creato una distanza da tutte le principesse venute prima. Belle è una donna emancipata, risoluta, indipendente come Katharine Hepburn. Inoltre non ha paura di esprimere le proprie idee e sogna di esplorare il mondo. Adoro la sua risolutezza da quando avevo quattro anni».

Cos’altro c’è in comune tra lei e Belle?
«Si trova in un punto della vita in cui sta cercando di andare oltre le aspettative che tutti hanno su di lei. Sposare Gastone, che le ronza intorno, sarebbe l’happy end migliore secondo praticamente tutti, ma lei vuole crescere in un’altra direzione. Sono la solitudine e il senso di isolamento a farla incontrare con la bestia, i due entrano in un mondo parallelo rappresentato dal castello. Nonostante abbiano un background e storie diversissime, in qualche modo sono simili e per questo motivo si innamorano».

Il regista Bill Condon ci ha tenuto a precisare che a Belle non interessa diventare una principessa.
«L’ho scelta proprio per questo motivo, anche se ad attrarmi c’era la sfida della danza e del canto, che non avevo mai affrontato in un film».

Ha temuto il fatto di dover cantare davvero?
«È qualcosa che ho sempre voluto fare, certo che esordire con un musical così amato mi ha fatto sentire una certa pressione. Ma l’amore per le canzoni del musical che mi facevano impazzire da bambina mi ha accompagnata lungo tutto il processo».

Incoraggiare le ragazze a guardare oltre le apparenze, e a non limitarsi alla bellezza esteriore, è importante oggi?
«Certo che lo è. Ma è fondamentale che il mio personaggio si innamori di qualcuno che non ha le sue caratteristiche, è il contrasto che funziona. Ma questa storia non parla soltanto della bellezza e della bruttezza, dipinge anche la bella e la bestia che vivono in ognuno di noi, bisogna imparare a trovare un equilibrio tra questi due lati».

Qual è il suo lato animalesco?
«Sono freddolosa, soffro l’aria condizionata. E spesso ho fame… (ride,ndr)».

E quello più luminoso?
«La bellezza del mio personaggio viene dal non giudicare, e credo sia una grande chiave. Essere empatici e curiosi significa comprendere indirettamente ciò che ci circonda e non farsi invadere dal giudizio, che poi è la cosa che ci frega».

L’abito giallo che indossa nel film ha qualcosa di speciale: ha contributo alla sua creazione?
«Leggendo la sceneggiatura ho capito subito che qualsiasi abito avessi indossato mi avrebbe accompagnata fino al terzo atto del film, che è diverso dall’originale. Avrei dovuto indossare qualcosa di multifunzionale, adatto a cavalcare, ballare e anche battagliare, come quando scorazzo per la foresta a caccia di mio padre. Quindi la parte del busto doveva assomigliare leggermente a un’armatura, e ci abbiamo messo oro e catene, mentre volevo che  la parte della gonna fosse molto leggera. Quello che amo dell’abito originale è il suo essere una terza entità: quando Belle balla con la Bestia, l’abito balla con lei».

Contibuisce sempre al lavoro sui dettagli?
«Sempre, se non riesco a capire cosa pensa un personaggio quando si alza la mattina, cosa le piace indossare e molto altro, non posso comprendere chi è in realtà».

Il suo amore per la letteratura come l’ha formata?
«In tempi in cui mi sono sentita molto confusa e sopraffatta dal mondo circostante, i libri mi hanno aiutata a trovare un senso. In altri momenti sono stati una fuga, o degli amici, che sono sacri per me. Quando ero più giovane mi sono sentita obbligata a leggere, come accade a tutti a scuola, ma quando scegli di leggere poi lo ami».

Cosa sta leggendo in questo momento?
«Un libro che mi ha dato un’amica psichiatra, Men search’s for meaning, di Viktor E. Frankl (scritto nel 1946 e tradotto con il titolo Alla ricerca di un significato nella vita). Lo psichiatra internato ad Auschwitz ha raccontato la sua esperienza di prigioniero attraverso l’occhio tecnico del medico. Si è chiesto che cosa ha aiutato i sopravvissuti all’Olocausto a uscire vivi dai lager. La risposta è che non hanno mai perso di vista il motivo per cui vale la pena vivere. Per me è un libro sulla speranza».

 

Articolo uscito su IOdonna.it il 13 marzo 2017 

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Rebecca Hall «So essere una moglie atroce».

11 sabato Mar 2017

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Personaggi

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Berlinale 2017, Christine, Cristiana Allievi, GGG-Il grande gigante gentile, Herman Koch, Katharine Hepburn, Nella Larsen, Oren Moverman, Passing, Rebecca Hall, Regali da uno sconosciuto - The gift, Richard Gere, The dinner

HA STREGATO BEN AFFLECK, WOODY ALLEN E PATRICE LECONTE. È STATA ANCHE LA MOGLIE DI RICHARD GERE, UNA DONNA CHE HA DETESTATO. ED È CONVINTA CHE OGNI FAMIGLIA ABBIA UNA STORIA DA RACCONTARE, A PARTIRE DALLA SUA. E PRESTO SI METTERA’ DIETRO LA MACCHINA DA PRESA PER SCOPRIRLA MEGLIO

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L’attrice Rebecca Hall, 35 anni, esordirà presto dietro la macchina da presa.

«Come mi definirei? Una donna atroce». Ha due occhi grandi e una bocca molto carnosa, Rebecca Hall. Alta, magra, indossa un tubino color crema e accavalla le gambe accanto al tavolino di fronte a noi. «Il mio personaggio non era presente nel romanzo di Herman Koch, ma funziona bene per la storia. Sono quella che si può definire la moglie di un politico», racconta divertita riferendosi al suo personaggio in The dinner, il film di Oren Moverman appena passato in concorso all’ultima Berlinale, in cui Hall lavora accanto a Richard Gere, Steve Coogan e Laura Linney.

Nonostante l’accento very british, che sullo schermo la rende spesso sofisticata, non è né fredda né distaccata. Cerrto, ha un aplomb per cui sembra che stia per ad andare a parlare con la regina, ma Il Grande Gigante Gentile  di Speven Spielberg (film in cui lo faceva per copione) non c’entra: essere figlia di Peter, il regista teatrale inglese che ha fondato la Royal Shakespeare Company e di una cantante d’opera americana che è stata Carmen e Salomè lascia il segno. In una manciata di anni abbiamo ammirato Rebecca Hall in tutti i generi cinematografici possibili, dai blockbusters (Iron Men 3) alle science-fiction (Transcendence), fino ai thriller ad alta tensione (Regali da uno sconosciuto – The gift). E soprattutto a dirigerla sono stati i migliori registi su piazza, da Woody Allen a Ben Affleck.

Per The dinner, lo scuro thriller psicologico su un feroce scontro tra due coppie a cena in un ristorante di lusso- basato sull’omonimo bestseller di Koch venduto in 37 paesi- ha cambiato radicalmente ritmi lavorativi. «Lo abbiamo girato tutto di notte. Andavo sul set alle sette di sera e tornavo alle 8 di mattina, dopo tre settimane così diventi matta», racconta ridendo. «Gere è Stan, un membro del Congresso popolare candidato a governatore. È un calcolatore che pensa tutto il tempo e io sono la donna di potere che gli sta accanto. Diplomatica e molto ambiziosa, è una specie di centrale elettrica dietro le quinte». Il film si svolge quasi del tutto a tavola. Stan invita a cena il fratello minore e travagliato che ha smesso di frequentare quando erano ragazzi. «I loro figli sedicenni però sono amici, hanno appena commesso un crimine terribile per cui non verranno mai scoperti, ma i genitori devono decidere che azione intraprendere. È un film sulla diplomazia, mostra come quattro membri di una famiglia sono in grado di manipolarsi a vicenda». Proprio parlando di famiglia si capisce che è un tema centrale anche nella sua vita vera. «Nelle famiglie tutti hanno una storia interessante da raccontare, e le storie mi piacciono moltissimo». Menzionando il padre, un colosso del teatro, non nasconde quanto abbia aiutato la sua carriera. «Ho avuto una vita facile in termini di conoscenze per il mio lavoro, non posso certo lamentarmi. Ma per tutto c’è il rovescio della medaglia, e io sono sempre entrata in stanze in cui le persone davano per scontato di conoscermi. All’inizio la cosa mi spiazzava, poi ho imparato a lasciar credere alle persone ciò che vogliono: inutile andare a dire in giro che anche tu soffri e non ti senti perfetta». C’è un punto in cui il tema famiglia si incrocia con la vita di attrice, e riguarda nientemeno che suo marito. Sul set di Christine (per cui si è trasformata nella Chubbuck, la giornalista malata di depressione che ha trovato notorietà suicidandosi in diretta tv), ha incontrato Morgan Spector, che poco dopo è diventato suo marito. «Sono cresciuta nel caos più totale della mia famiglia, credevo che la stabilità non facesse per me, figuriamoci con un attore. Ma mi sbagliavo, la vita matrimoniale mi fa stare molto bene». Insieme hanno faticato non poco, ma Christine è stato un grande successo sia al Sundance sia a Toronto. «Quando ho letto la sceneggiatura mi ha molto disturbata e l’ho chiusa in un cassetto. Poi ho pensato fosse un ottimo motivo per accettare il ruolo. La Chubbuck era una giornalista in una piccolissima stazione tv della Florida, nel 1974, e il solo motivo per cui la gente la conosce è il suo gesto estremo. L’unico materiale che avevo per farmi un’idea di chi era sono 20 minuti di riprese di una sua trasmissione, in cui parlava con degli ospiti di argomenti assolutamente non importanti». «Per raccontare le due settimane prima del tragico evento. Ho dovuto immaginare come dev’essere stato non “funzionare” come gli altri, come ci si sente all’idea che il mondo esterno si accorga che sei malata. La medicina non aveva ancora scoperto cure, il litio è uscito l’anno dopo la sua morte. È stato un lavoro molto difficile ma necessario». Le ha fatto scoprire cose di sé che non conosceva. «Prendendo in mano una pistola finta e simulando di farmi fuori si è alzata l’adrenalina e ho iniziato a tremare come una foglia. Ho scoperto che il corpo reagisce come se lo stessi facessi davvero». A Hollywood, di personaggi “sgradevoli” come la Chubbuck se ne vedono pochi. «Non so perché succeda, ma come attrice mi sono presa l’impegno di far riflettere e sollevare certe domande». Ma è anche vero che non perde ocasione per dichiarare di non vedere l’ora di recitare in una commedia, «intelligente, come piacciono a me. Sono cresciuta guardando Barbara Stanwyck, Bette Davis e Myrna Loy e adoro i film che giravano Katharine Hepburn o Carole Lombard, ma al momento ruoli così non esistono». La rivelazione della conversazione arriva adesso: la Hall, che scrive da quando aveva 13 anni, sta pensando di dirigere se stessa, e sta cercando i soldi per il suo primo film: sarà tratto dalla storia che ha scritto chiuso in cassetto un decennio fa. È tratta da Passing, il romanzo di Nella Larsen del 1929 in cui due donne nere in Olanda sembrano abbastanza bianche da fingere di esserlo. «Mio nonno era nero e intorno alla sua vita ci sono fatti molto misteriosi. Su alcuni formulari scriveva “nero”, su altri “bianco”. È morto quando mia madre aveva 16 anni, scoprire la verità sulla sua storia mi intriga. Più ampiamente il racconto riguarda il sentirsi intrappolati da un’identità che ci creiamo e che poi dobbiamo sostenere». Se teme di presentarsi al mondo nella veste di regista? «In passato non ero pronta a espormi, mi è difficile ammettere che posso essere brava a fare più di una cosa, credo sia un problema di noi donne. Ma adesso tutti mi incoraggiano, e credo davvero di poter fare un bellissimo film».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 25 febbraio 2017 

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Mel Gibson Story: ascesa, caduta e rinascita tra due Oscar

26 domenica Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Andrew Garfield, Braveheart, Cristiana Allievi, Desmond Doss, Hacksaw RIdge, La resurrezione, Mad Max, Mel Gibson, Oscar2017, Suicide Squad

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A 21 anni dal doppio premio a Braveheart, l’attore e regista australiano torna sotto le luci e nel teatro degli Oscar dopo 10 anni bui e con un nuovo film di guerra ed eroismo

 

«Il mio prossimo film? Sarà un processo investigativo, voglio mostrare luci e ombre di un evento misterioso. Ho idee poco ortodosse e molto interessanti in merito…». Il film in questione, guarda il caso, si chiamerà La resurrezione, e sarà la continuazione di La passione. I conti tornano. Se infatti Mel Gibson oggi corre per l’Oscar, è di rinascita che è il caso di parlare, di ritorno dopo 10 anni di assoluto silenzio. I critici hanno applaudito il suo film di guerra, Hacksaw Ridge, nominandolo in ben sei categorie, inclusa quella di miglior regista per Gibson stesso. E dopo anni di esilio nel deserto – l’ultima nomination era stata perBraveheart – è questa la dichiarazione che l’autore australiano è stato accolto di nuovo, e a braccia aperte, nella famiglia del cinema. Non vincerà, questo è praticamente certo. E non solo perché i titoli in corsa includono Moonlight di Barry Jenkins e La La Land di Damien Chazelle. Il fatto è che gli organizzatori della cerimonia non lascerebbero mai Mel vicino a un microfono aperto.

Se per sempre, o per ora, si scoprirà col tempo.

Del resto il suo ritorno ufficiale ha già del miracoloso, se si pensa che l’attore e regista premio Oscar, arrestato per guida in stato di ebrezza, ha dichiarato al poliziotto che lo aveva in custodia che gli ebrei sono responsabili di tutte le guerre del mondo (epic fail con cui seppellire una carriera per sempre). È difficile trovare qualcuno dell’industry che non lo ami, a livello personale. Non è più il burlone delle feste glamour che era vent’anni fa, ma tutti lo considerano intelligente, generoso e parecchio alla mano. Ma il disgelo a livello ufficiale, quello dell’Academy per intenderci, è un’altra cosa, ed è una specie di miracolo. È avvenuto grazie a un film che mette insieme temi fortemente gibsonini come fede, violenza e guerra. Ironia vuole che il film uscisse in un’America che si preparava all’arrivo di Trump, raccontando la vita di Desmond Doss, un giovane pacifista che quando scoppia la seconda guerra mondiale si arruola volontario come medico, ma per le sue convinzioni religiose non toccherà armi. Guidato solo dalla propria incrollabile fede, a Okinawa salva la vita a 75 commilitoni. Questo eroe interpretato dal bravissimo Andrew Garfield è il primo obiettore di coscienza insignito della medaglia d’onore dal presidente Truman. E in molti hanno pensato che, consciamente o meno, in qualche modo rappresenti Gibson stesso, che ha anche scelto (simbolicamente?) di tornare a casa, in Australia, a girare il suo quinto film da regista.

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Il regista e attore australiano, 61 anni, con Andrew Garfield, protagonista di Hacksaw Ridge, in corsa per gli Oscar con 6 nominations.

Con la barba folta sale e pepe con cui lo si vede girare da diversi mesi sembra più un profeta dell’antico testamento che una star di Hollywood. Per rintracciare nella mente l’immagine della giovinezza di attore-sex symbol che ha alimentato successi come Mad Max e la serie di Arma letale bisogna attingere a ricordi da vite passate. Così come adesso sembra voler solo dirigere, e il ricordo dell’ultimo ruolo da attore degno di nota è lontano: era stato nel thriller di M. Night Shyamalan sui cerchi di grano, Signs, del 2002, seguito a Quello che vogliono le donne, del 2000.

Nato a New York da un ferroviere di discendenze irlandesi e da una madre irlandese, quando aveva quattro anni la sua famiglia si è trasferita con 11 figli in Australia, nel New South Wales, dove la nonna paterna era stata un noto contralto dell’opera. Dopo il liceo Mel è andato all’Università di Sidney esibendosi poi al National Institute of Dramatic Arts con future star del cinema come Geoffrey Rush e Judy Davis. Ha esordito al cinema con Interceptor, mentre con Tim – Un uomo da odiare, ha vinto il premio di miglior attore secondo l’Australian film institute (che equivale a ricevere un Oscar), cosa che si è ripetuta pochi anni dopo, con Gli anni spezzati. Risale invece al 1984 il suo debutto americano, in Il bounty, interpretato accanto a Anthony Hopkins. È stata poi la volta di Mad Max e, nel 1987, del personaggio di Martin Riggs con cui ha firmato la serie di Arma letale. Gli anni Novanta lo hanno visto vincere due Oscar con Braveheart- Cuore impavido (Miglior fotografia e Miglior Regia), a cui sono seguiti altri innumerevoli successi al box office, fino ai guai con l’alcol e tutto il resto che ne è seguito.
Questo grande ritorno con Hacksaw Ridge è la scintilla di un fuoco che sembra destinato a tornare a scaldare, e parecchio. Mel è un tipo ingestibile, e adesso che ha 61 anni ed è appena diventato padre del nono figlio sembra aver annunciato che le sorprese sono appena iniziate.

Chi crede che si sia ormai votato a dirigere solo film su figure bibliche ed eroi morali, potrebbe ricredersi. Per dirne solo una, circolano voci sul fatto che la Warner lo abbia parecchio corteggiato e che lui stia studiando il materiale di una nuova sceneggiatura. Si tratterebbe del sequel di Suicide Squad di David Ayer, e basterebbe a dire che chi ha pensato di aver capito chi è Mel Gibson si è sbagliato. E di grosso.

Articolo pubblicato su GQ Italia 

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Call me by your name, eros e magnifica confusione by Luca Guadagnino

18 sabato Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Senza categoria

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Armie Hammer, Berlinale, Call me by your name, Cristiana Allievi, Esther Garrel, Luca Guadagnino, Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet

Il nuovo film del regista siciliano celebra il desiderio dei vent’anni, quando, come disse una volta Truman Capote, “l’amore, non avendo una mappa, non conosce confini”

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Da sinistra Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet e Armie Hammer in una scena di Call me by your name (courtesy Sony Pictures Classics).

Con Luca Guadagnino l’Italia ha trionfato alla Berlinale. E con lui, ha vinto l’universalità dell’amore. È successo nonostante Call me by your name, settimo film del produttore e regista palermitano, fosse proiettato nella sezione Panorama, e non in Concorso, perché l’anteprima mondiale è avvenuta un mese prima al Sundance, festival Usa che ha parecchio gradito l’opera. Scritta dallo stesso Guadagnino insieme a James Ivory e Walter Fasano a partire dall’omonimo romanzo dell’americano André Aciman, la pellicola che sarà distribuita in Italia da Sony Picture Classics è un inno alla passione e all’eros che non mostra nemmeno una scena di sesso esplicita e riesce a includere una storia di famiglia. Un successo, va detto, da attribuirsi anche alla scelta di un magnifico cast. Elio Perlman, interpretato dall’astro nascente Timothée Chalamet, è il figlio diciassettenne di una coppia ebrea molto abbiente in cui il padre (Michael Stuhlbarg) è un professore d’inglese specialista dell’epoca greco romana. Siamo in estate, nei dintorni di Crema, e il ragazzo è una specie di genio della musica. Parla tre lingue, trascorre la giornata ascoltando e trascrivendo note di Bach e Berlioz e flirtando con l’amica Marzia (Esther Garrel). Finchè nella meravigliosa villa seicentesca di famiglia – a pochi chilometri dalla vera casa di Guadagnino – arriva Oliver, un giovane ricercatore americano, interpretato da un Armie Hammer al massimo del suo splendore: ha 24 anni ed è una miscela esplosiva di cultura e fascino. A poco a poco tra lui ed Elio si fa strada un sentimento dalla forza inesorabile, che include anche la confusione di Elio tra la ragazza che lo ama e l’attrazione per Oliver, confusione resa dal regista in modo terribilmente empatico.

E pensare che Guadagnino ha fatto di tutto per non dirigere questo film, avrebbe voluto restarne solo il produttore e proporlo ad altri colleghi. Ma da Taylor Wood a Ozpetek, passando per Gabriele Muccino, tutti gli dicevano “perché non lo fai tu?”. Così,  si è convinto. «Mi piace pensare che Call me by your name chiuda una trilogia di film sul desiderio, con Io sono l’amore e A bigger Splash», racconta. «Ma nei film precedenti il desiderio spingeva al possesso, al rimpianto e al bisogno di liberazione. Mentre qui volevamo esplorare l’idillio della giovinezza. Elio, Oliver e Marzia sono irretiti in una confusione che una volta Truman Capote ha descritto dicendo “l’amore, non avendo una mappa, non conosce confini”».
Come i suoi protagonisti, anche lo spettatore si trova catapultato in un universo idilliaco e passionale, guardando questi 130 minuti di immagini sulle note dei pezzi per pianoforte di John Adams ma anche di Lady, Lady, Lady di Joe Esposito (chi si ricorda di Flashdance?), oltre alla musica creata apposta per il film da Sufjan Stevens. «Io e Armie abbiamo trascorso molto tempo insieme prima delle riprese», racconta Timothée, «per tre settimane ci siamo fatti il caffè, abbiamo guardato film e ascoltato musica. Eravamo sempre insieme». E Hammer, che alla Berlinale era presente anche con il film di Stanley Tucci Final Portrait, rincara la dose. «Abbiamo fatto tutto quello che si vede nel film», provoca, per poi aggiungere un «beh, non proprio tutto. Di sicuro mi sento in sintonia con il modo in cui Luca è stato capace di far emergere il desiderio umano, questa brama che si sente fra i due personaggi. Sono emozioni primarie di desiderio che le persone sentono, e spero che questo aspetto aiuterà il film ad andare oltre ogni barriera».

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Il regista Luca Guadagnino, 46 anni (pic by Alessio Bolzoni).

Mentre si viene trasportati per mano nell’atmosfera ovattata in cui sboccia l’amore, tra bagni al fiume, sguardi e silenzi che dicono più di mille parole, fuori da questa bolla c’è un mondo che sfiorisce. Siamo negli anni Ottanta, nell’Italia di Licio Gelli e Bettino Craxi, delle piazze con i cartelloni elettorali di PCI e PSI. E mentre in questa famiglia molto internazionale, con madre francese e padre inglese, si parla di resti archeologici e di bellezza ellenica, dalla tv sbuca un giovanissimo Beppe Grillo, ancora solo comico. «È l’epoca in cui abbiamo assistito alla fine degli straordinari anni Settanta e all’inizio del conformismo degli Ottanta, con il pensiero di massa che ne è seguito», ricorda Guadagnino. «Mi piaceva mostrare un gruppo di persone che resta intoccato da tutto questo». In questa decadenza si avverte che un’estate molto fuori dal comune sta per finire, anche se nessuno lo vorrebbe. In un tessuto emotivo che non molla lo spettatore nemmeno per un istante, con la fine dell’estate per Elio arrivano i dialoghi illuminanti con il padre, dalla cui bocca escono parole che molti figli sognerebbero di sentirsi dire. E non è un caso, a sentire il regista. «Call me by your name è un omaggio ai padri della mia vita, il mio vero padre e i padri cinematografici, Renoir, Rivette, Rohmer e Bertolucci».

 Articolo pubblicato su GQ Italia
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Staley Tucci racconta l’artista Alberto Giacometti

16 giovedì Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura

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Alberto Giacometti, Armie Hammer, Clemence Poesy, cristianaallievi, Final Portrait, Geoffrey Rush, GQitalia, Stanley Tucci

Geoffrey Rush interpreta il geniale scultore svizzero in un film che, lontano dal classico biopic, sa essere folle e rock quanto il suo soggetto

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Armie Hammer e Geoffrey Rush in Final Portrait, di Stanley Tucci, in competizione alla 67 Berlinale (© Parisa Taghizadeh)

Ci sono lunghi minuti in cui il volto di Armie Hammer viene scrutato, scavato, quasi vivisezionato. A posarsi su di lui con una focalizzazzione assoluta è l’occhio di un artista che sembra vedere il mondo in modo diverso da come lo vediamo tutti noi. È questo il cuore di Final portrait, il quindo film che vede Stanley Tucci di nuovo dietro la macchina da presa, a 21 anni da Big Night. Nella pellicola, in concorso alla Berlinale, il regista e attore si focalizza sugli ultimi due anni di vita di Alberto Giacometti, scultore e pittore svizzero interpretato da un pirotecnico Geoffrey Rush, e ancor più precisamente sul suo incontro con l’amico scrittore e amante dell’arte James Lord, interpretato da un affascinante Armie Hammer (che a è presente al festival anche in Call me by your name di Luca Guadagnino, nella sezione Panorama). Non si tratta quindi di un classico biopic, ma della cronaca di un incontro tra due amici scandito in 18 giornate: tante ce ne sono volute perché James Lord potesse finalmente portare a casa un ritratto che Giacometti aveva promesso di eseguire in pochi giorni.

La storia è stata scritta da Tucci stesso, ispirandosi a un libro che aveva letto molti anni prima, ed è ambientata nella Parigi del 1964, quando Giacometti ha 64 anni e il suo amico Lord ne ha appena compiuti 40. Quest’ultimo si trova di passaggio nella città durante un viaggio, quando il pittore e scultore di fama mondiale gli chiede di posare per un ritratto, e lui accetta. James è un osservatore, ed è quindi un tipo più passivo. Vuole scrivere si Giacometti, farsi fare un ritratto da lui ma più di tutto è un amico che vuole passare tempo assieme, per conoscersi meglio. Quello di cui parlano in questi 18 giorni finirà nella biogarfia del pittore. Lo spettatore godrà delle nuanche di una particolarissima amicizia, ma soprattutto riceverà molte informazioni sulla frustrazione, la profondità e il chaos del processo creativo dell’artista.

«Il lavoro di Giacometti mi piace moltissimo, è antico e moderno insieme, e soprattutto è vero», racconta Tucci, che ha fatto riprodurre le sculture e i dipinti che si sarebbero trovati nello studio del maestro da un team di quattro artisti. «Una delle cose che amo di lui è lo spazio che crea, intorno alle figure, nel caso delle sculture, dentro la tela se si tratta di quadri. La posizione in cui le persone si collocano nello spazio dice moltissimo delle loro relazioni, del loro comportamento». Le immagini sono splendide, la saturazione del colore varia durante il film. «Lo avrei girato in bianco e nero, ma sarebbe stato più difficile da distribuire, così ho optato per una palette vicina ai colori dei lavori di Giacometti. Siccome è un film ambientato negli anni Sessanta, non volevo che Parigi diventasse troppo romantica e nostalgica, volevo fosse reale. Con Danny Cohen, direttore della fotografia, abbiamo girato con due macchine da presa in simultanea, per questo il tono del film è molto naturalistico». E, per dirla con le parole della sua protagonista femminile, Clemence Poesy, «è molto più rock and roll dei film d’epoca».

Tucci ha pensato a Geoffrey Rush molto prima di iniziare a lavorare al film, perché il suo volto è molto vicino a quello di Giacometti. Ma ha dovuto accorciarne e rafforzarne l’esile figura attraverso un accorto uso dei costumi. Mentre per affiancarlo ha avuto gioco facile con il californiano Armie Hammer, perfetto per calarsi nei panni dell’americano affabile e lievemente stiff. Unico dubbio, che fosse troppo bello per il ruolo. «Com’è stato lavorare con Geoffry? A parte il suo senso dell’umorismo, che non ha smesso di colpirmi ogni giorno, è stato come giocare una partita di tennis con qualcuno che è talmente più bravo di te da elevare il tuo stessogioco. Tutto quello che dovevo fare era sedermi e veder recitare uno dei miei idoli, niente male direi, ricomincerei subito (risata, ndr)».

Il padre di Armie è stato un collezionista d’arte, c’è da chiedersi se la cosa lo abbia influenzato. «Mi piace considerarmi un artista, la mia relazione con l’arte forse è più diretta».  Il finale di Final portrait ha un ritmo veloce. Dopo aver cambiato per tre volte la data del suo rientro, James Lord decide di dare una scadenza definitiva a Giacometti per tornare negli States. «Il ritratto finale è un compromesso, i due amici non si sono mai più rivisti», conclude Tucci. «Ma questo non conta. La sensazione che volevo lasciare nello spettatore – in un’epoca in cui grazie ai social pensiamo di dover mostrare sempre tutto per avere successo – è che Giacometti avrebbe rifatto tutto daccapo, era il suo modo di lavorare. E nonostante non fosse mai soddisfatto del proprio lavoro, questo ritratto “incompiuto” l’anno scorso è stato venduto per 20 milioni di dollari. Non male, direi»

Pubblicato su GQ.it

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Mel Gibson: «Vi spiego come sono rinato».

08 mercoledì Feb 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Apocalypto, Braveheart, Cristiana Allievi, Desmond Doss, Grazia, La battaglia di Hacksaw Ridge, La passione, Mad Max, Mel Gibson, The resurrection

DIECI ANNI DOPO L’ESILIO DA HOLLYWOOD È PRONTO PER GIRARE IL SEQUEL DI LA PASSIONE DI CRISTO. INTANTO, IN TEMA DI RINASCITA, TORNA CON UN FILM CHE È CANDIDATO A 6 OSCAR, LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE, PIACIUTO A CRITICA E PUBBLICO. DEL RESTO LUI NE È CONVINTO: IL CINEMA SALVA LE VITE, INCLUSA LA SUA

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Mel Gibson, 61 anni, regista, attore e sceneggiatore.

Ho davanti a me un uomo di sessant’anni con una folta barba sale e pepe. Gli occhi sono ancora molto blu e il fascino che emana è forte. Indossa una polo scura da cui sbucano due grandi bicipiti e tiene in mano un block notes e una penna. Mel Gibson è un resuscitato, uno che torna al mondo dopo dieci anni di silenzio, dopo aver scontato la sua pena per certi scandali che l’America non perdona facilmente. Un arresto in stato di ebrezza, pesanti frasi antisemite contro il poliziotto che lo aveva in custodia (mal giustificate con un “ero ubriaco”) e registrazioni di conversazioni cariche di violenza nei confronti dell’ex partner Oksana Grigoriev sono sono costati cari al regista premio Oscar. E forse non si dimenticheranno mai del tutto. Ma l’ex eroe di Mad Max è tornato con il quinto film da regista, La battaglia di Hacksaw Ridge, proiettato in anteprima mondiale all’ultima Mostra di Venezia e nelle nostre sale dal 2 febbraio. Un lavoro che ha segnato il disgelo delle relazioni con Hollywood (è andato bene al box office Usa e in molti lo volevano in corsa per gli Oscar) e mette insieme temi fortemente gibsoniani come fede, violenza e guerra. Ironia vuole che il film uscisse in un’America che si preparava all’arrivo di Trump, raccontando la vita di Desmond Doss, un eroe realmente esistito interpretato dal bravissimo Andrew Garfield, il primo obiettore di coscienza insignito della medaglia d’onore dal presidente Truman. Anche Gibson, a modo suo, ricorda un eroe, soprattutto dopo essersi defilato ed essersi guardato dentro con un po’ più di attenzione. Parlandogli ho la percezione che la sua rabbia sia senza fine, ma che lo sia anche il suo talento. Con il nono figlio in arrivo, dalla sceneggiatrice ventiseienne Rosalind Ross, racconta a Grazia cosa gli è successo in questo periodo di ritiro forzato. E dell’idea di girare il sequel di La passione di Cristo, che guarda il caso chiamerà The resurrection.

Con che sentimenti presenta se stesso e un nuovo film nuovo ai critici, al pubblico, al mondo intero? «È come mandare un figlio all’asilo, sento trepidazione, paura, emozioni miste. E anche speranza. Credo in quello che faccio e spero che anche altre persone lo capiscano. Mi piace molto l’idea che qualcosa che creo venga proiettato in una sala scura ed entri negli occhi, nel cuore, nelle anime e nelle menti delle persone».

 Desmond Doss è un medico pacifista che quando scoppia la seconda guerra mondiale si arruola volontario, ma per le sue convinzioni religiose non toccherà armi. Guidato solo dalla propria incrollabile fede, a Okinawa salva la vita a 75 commilitoni. Che effetto le fa? «È un uomo ordinario che ha fatto cose straordinarie in circostanze molto difficili, per me è un eroe. È andato a combattere senza armi, solo con la sua fede e il suo coraggio, restando molto centrato nel centro di un ciclone. È ovvio che è stato attraversato da qualcosa di più grande di lui, perché non ha mai pensato a se stesso come a un eroe, per anni gli è stato chiesto il permesso di adattare la sua storia in un film, ma si è rifiutato, “figuriamoci, non vado nemmeno al cinema”. Insisteva sul fatto che i veri eroi erano quelli sul campo. Mi è sembrata una storia che meritava di essere raccontata».

Con questo film ci vuole dire che anche lei, nel mezzo di una guerra, rinuncia alla violenza? «La sua osservazione mi sorprende. Posso solo dirle che ammiro questi tipi di uomini, mi ispirano. E in effetti queste sono le storie che mi piace raccontare…».

Questa è una storia di fede, e lei è molto religioso. Sarebbe stato diverso se la persona non avesse fatto le cose che ha fatto per fede ma solo per convinzioni morali? «Forse, ma in generale in tempi di guerra la gente credo pensasse in termini di qualcosa di più grande di noi, ed era un fatto importante».

Non so quanti milioni di persone sono state massacrate in nome della religione e di dio, nei secoli, e viene in mente anche Silence di Martin Scorsese. Però Desmond Doss è il primo che si comporta come una persona religiosa dovrebbe comportarsi, è qualcosa che non si era mai visto sullo schermo. «Anche io mi sono detto “non ho mai visto una storia del genere in vita mia…”. La guerra è un fatto giustificabile? Non molto spesso. Ci sono momenti in cui puoi uccidere, ma io ammiro chi non tocca una pistola e non uccide».

Se le chiedessero di andare in guerra farebbe l’obiettore? «Se fossi in una situazioine simile credo che imbraccerei un fucile. Se poi la userei non lo so, e non voglio nemmeno saperlo».

In che situazione ha trovato la forza di fare qualcosa che non avrebbe fatto, senza il supporto della fede? «Penserà che scherzo, ma già per svegliarsi la mattina ci vuole molto coraggio».

È un tipo di regista che si arrabbia sui set? «Si ma non urlo mai (ride, ndr). Diciamo che si sentono forti i miei sospiri, gli attori li sentono. Mi dicono spesso che sono uno che è davvero sul set con loro, e che sente tutto quello che sentono loro. Credo sia vero».

Quando recitava le è mai capitato di trovare registi che non sembravano curarsi molto degli attori? «Non credo di aver trovato un regista uguale all’altro, ognuno ha un modo molto personale di guidarti. C’è chi ti lascia fare e chi ti sta addosso, ho lavorato con persone molto matematiche che dicono pochissime parole, ma capisci che gli va bene quello che fai. Si tratta di capire chi hai davanti e di muoverti di conseguenza».

Le è mai capitato di dire “oddio, sto girando una scena come Stanley Kubric”? «Credo che siamo tutti molto influenzati da quello che ci piace, anche da altri attori e registi. Di sicuro rubo, o prendo a prestito, molte cose».

Ha dichiarato di voler dirigere il sequel di La passione, è vero? «Al momento stiamo solo parlando della direzione del film, per le riprese potrebbero volerci ancora due anni. Non è un film facile, è una cosa grossa, non riesco neanche a iniziare a spiegarle quanto grossa».

Ci provi… «Lo spionaggio industriale è sempre in agguato (risata, ndr). Diciamo che ho idee non ortodosse sul tema e credo possano essere interessanti».

Vuole mostrare l’esperienza delle resurrezione? «È così, voglio mostrare le luci e le ombre, sarà un processo investigativo».

Preparandomi al nostro incontro mi è venuto in mente che lei è uno di 11 figli, condizione ideale per diventare attore: devi lottare per avere l’attenzione dei suoi genitori. «Io ero il sesto, stavo nel mezzo. Non ascolto troppo gli psicologi, ma dicono che è la posizione migliore, non so se è vero. Comunque conviene sempre immaginare di essere amati, è la cosa migliore».

I suoi ultimi dieci anni sono stati come le montagne russe, si sente tornato sulla retta via? «Sono stati dieci anni in cui ho imparato molto, e la vita in genere è un’esperienza da cui si impara. Ho avuto molti alti e bassi, ho lavorato molto su me stesso e mi sento in una posizione più sana, adesso. Ma è un processo in divenire, e credo lo sarà sempre».

Si sente una persona migliore? «No, non mi sento né migliore né peggiore. Ci sto solo provando, come del resto ho sempre fatto. Sono un essere umano che galleggia, come lei. O forse lei galleggi più di me…».

Cosa la aiuta in questo senso, ha qualche ispirazione? «Una volta una persona mi ha detto “l’1 per cento è ispirazione, il restante 99 è lavoro: devi sederti e farlo».

Avrebbe mai detto che Mad Max, il film che l’ha lanciata nel mondo, avrebbe avuto un tale successo, così tanti anni dopo la sua interpretazione? «George Miller voleva tornare a lavorarci già 12 anni fa, e lì ero coinvolto anch’io. Ma ci sono stati ritardi per mancanza di budget, nel frattempo io ho avuto le emorroidi, avrei avuto bisogno di un cuscino per guidare il carrarmato (scoppia a ridere, ndr)».

Dopo quaranta anni di onorata carriera nel cinema, cosa le piace di questo mondo, che le piaceva anche agli inizi? «Amo i film da quando ero un bambino, per me erano come dei grandi sogni. Non credo che quell’amore sia diminuito in alcun modo: quando dirigo sento ancora la stessa attrazione che sentivo guardando quei sogni alla tv, in bianco e nero».

Intervista pubblicata sul n.6 di Grazia il 26/1/2017

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Il dono di Tahar

28 sabato Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Asghar Farhadi, Belfort, Cristiana Allievi, Il profeta, Joaquin Phoenix, Katell Quillévéré, Kevin Mcdonald, Mary Magdalene, Riparare i viventi, Tahar Rahim

 

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Tahar Rahim, attore francese, 35 anni (courtesy of Esquire).

«Da ragazzo guardavo un film dopo l’altro e avevo in mente solo una cosa: diventare attore. Ho capito crescendo che il motivo è legato alla mia infanzia. I miei genitori mi hanno cresciuto con la visione che le cose te le devi guadagnare, il loro motto era “lavora e avrai quello che vuoi”, e da bambino l’unico compito che avevo era ottenere buoni risultati a scuola. Oggi quando giro un film è la stessa cosa: devo dare il meglio di me in quel momento, tutto il mio lavoro è lì».

L’attore più richiesto e versatile di Francia indossa occhiali da sole, jeans e maglietta, ed è di ottimo umore. Figlio di immigrati algerini, a Belfort vedeva tanti film anche perché si annoiava a morte. Dopo aver girato una serie tv di culto ha scoperto da un giornale che Jacques Audiard cercava un volto per un criminale. Si è sottoposto a tre mesi di casting estenuanti e ha fatto centro due volte: Il profeta gli ha regalato la fama mondiale e l’incontro con l’attuale moglie, l’attrice Leila Bekhti. E questo è un dettaglio importante, che si aggiunge al fatto di essere l’ultimo di dieci figli. Perché Tahar Rahim, 35 anni, non è il tipo d’uomo che ha in mente solo la carriera, anzi. Ribattezzato l’Al Pacino di Francia, ha lavorato con registi importanti come Fatih Akin, Ashgar Farhadi, Kevin Macdonald e Lou Ye, e la sua bravura lo ha portato fino a Hollywood, dove ha terminato da poco le riprese di Mary Magdalene, il colossal con Joaquin Phoenix e Rooney Mara che vedremo nel 2107. Ma ha anche altro per la testa, e quel bilanciamento che lascia spazio anche alla sua parte femminile lo rende estremamanete gradevole nella conversazione. «Voglio sapere cosa significa essere padre e prendersi cura di un’altra vita, e non temo di perdere occasioni di lavoro: se qualcuno mi vorrà nei suoi film aspetterà che sia di nuovo disponibile». Non una frase a caso, se si pensa al film in cui lo vedremo dal 26 gennaio, uno tra i più interessanti dell’ultima Mostra di Venezia. Riparare i viventi, diretto da Katell Quillévéré e tratto dall’omonimo bestseller di Malye de Kerangal, racconta di un grave incidente di un ragazzino e del trapianto di cuore che nell’arco di 24 ore sposterà la vita da lui a un’altra persona. In questo film che non si sofferma tanto sulla drammaticità dell’evento ma punta a trasformarlo, sollevando interrogativi su cosa sia la morte e dove vada a finire la vita quando esce dal nostro corpo, Tahar ha il delicatissimo compito di parlare con i parenti di chi è in coma per convincerli a donare gli organi dei propri cari, seguendone l’assegnazione. «Il mio personaggio, Thomas, è una specie di angelo sulla terra, è qui con un compito preciso. Il film racconta cosa significa donare agli altri, non solo i propri organi ma anche attraverso l’aiuto nella vita di tutti i giorni. Non credo nella reincarnazione, per me questa è l’unica vita che viviamo. Non so se con un trapianto passi qualcosa di te a un altro ma ho visto molte interviste, c’è chi dice “mi sento lo stesso” e chi invece dichiara di percepire “qualcosa di diverso in me…”. Forse se dai il tuo cuore a qualcun altro gli cedi anche una parte della tua anima, ma potrei dirlo solo dopo averlo provato». Racconta che deve a sua madre e alle sue sorelle l’aver coltivato la sua parte più sensibile. «Sono l’ultimo della famiglia, e in quella posizione osservi più di quanto parli. Per prepararmi a questo film ho guardato tantissimo la coordinatrice delle infermiere: non potevo starle vicino mentre era davvero all’opera con le famiglie, sarebbe stato poco rispettoso, ma l’ho osservata per fare tonnellate di domande, insieme a molte simulazioni».

Ha provato a fare surf da onda andando nel sud est della Francia, a Biarritz, ma ha scoperto che è uno sport troppo duro per lui. «Più cresco e più sento il bisogno di stare nella natura. La mia passione è il cielo, l’astromonia. Se vuoi veramente conoscerlo devi andare alle Hawaii, o in certi paesi in montagna, ci vuole tempo per spostarsi e non è facile con il lavoro che faccio. Ma con questa passione così forte ci devo fare qualcosa, vorrei tornare a studiare: ogni volta che sollevo la testa e guardo le stelle mi viene un capogiro. Da bambino guardavo ore e ore di documentari, sono sicuro che lassù ci sia qualcosa». Tahar sa che non dovrebbe dirlo, ma ama ascoltare la musica girando per le strade di Parigi con il suo scooter. «Vengo dai sobborghi e adoro l’hip hop, specie quello degli anni Ottanta e Novanta, dagli N.W.A. a Grandmaster Flash al più recente Jay –Z. Ma sono di larghe vedute, mi piacciono anche Marvin Gaye, Otis Redding e la classica. Gli unici due generi off limits sono il metal e la trance, troppo rumorosi per i miei gusti».

Al cinema invece non ha generi proibiti, basta vedere quanto è stato bravo nelle commedie, da Samba a Un amico molto speciale, venute dopo una serie di drammoni impegnativi. «Non sono solo un depresso, o un omicida, amo la vita e mi piace andare a ballare (ride, ndr). A pensarci bene è lo spettatore che è dentro di me a scegliere quale sarà il prossimo progetto». Nel 2017 lo vedremo in Le secret de la chambre noir, di Kiyoshi Kurosawa, e in Un vrai Batard, che «racconta in realtà di come ti liberi dai tuoi condizionamenti, di come cresci e ti emancipi e dei problemi che incontri crescendo». E soprattutto sarà in quel Mary Magdalene diretto da Garth Davis, kolossal hollywoodiano in cui lui, che è musulmano, reciterà la parte di un cristiano. «Lavorare con un attore come Phoenix per me è impagabile, anche se non sono il protagonista. Lui recita Gesù, io sono Giuda e la storia è quella di Maria Maddalena (interpretata da Rooney Mara, ndr), testimone della crocifissione e della resurrezione di Cristo. Abbiamo girato molto in Italia, prima in Sicilia, in provincia di Trapani, poi nella zona dei Sassi di Matera, all’interno di alcune chiese rupestri, ma anche nei Calanchi di Pisticci. E credo che le riprese fatte a Napoli, nella Galleria Borbonica, saranno spettacolari». Cosa pensa di terrorismo ed estremismi religiosi, vivendo a Parigi? «La mia filosofia non è avere paura, se pensi in quei termini non vivi più. E poi mi creda, ci sono posti peggiori di Parigi, in cui vivere».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 28 gennaio 2017

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Charlotte Rampling: «Non posso nascondermi».

21 sabato Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Moda & cinema

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45 anni, Andrea Pallaoro, Charlotte Rampling, Cristiana Allievi, Dlarepubblica, IoCharlotte Rampling, Jean-Noel Tassez, Jonathan Anderson, Loewe, Stardust Memories, The Whale, Woody Allen

SCELTA DAL CINEMA (HA CINQUE FILM IN USCITA NEL 2017) E DALLA MODA, A 70 ANNI CHARLOTTE RAMPLING RESTA UNA DELLE PIU’GRANDI, RESISTENTI E AUDACI ICONE DI SEMPRE. E UNA DONNA NON FACILE DA INCONTRARE.

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Charlotte Rampling, 71 anni (courtesy of Loewe)

Capelli corti tirati indietro. Trucco drammatico. Mani appoggiate sul volto. Osservi le foto che Jamie Hawkesworth le ha scattato nel cuore di Parigi, con primi piani in cui le rughe del volto si contano una a una, e non ti capaciti di come quei due occhi verdi abbiano ancora una forza magnetica. È un’icona fashion apparsa in tonnellate di foto che oggi fa la stessa impressione di sempre: con la sua bellezza fredda e distaccata Charlotte Rampling ti mette ancora in soggezione. A 70 anni suonati Jonathan Anderson l’ha scelta per la campagna della sua collezione primavera 2017. Il direttore creativo di Loewe deve aver pensato alle foto con cui l’ha lanciata Helmut Newton, o a film culto come Il portiere di notte di Liliana Cavani, Stardust Memories di Woody Allen, Sotto la sabbia di François Ozon fino a 45 anni, che l’anno scorso le ha fatto vincere l’Orso d’argento al festival di Berlino e le ha regalato la prima candidatura agli Oscar. Fra tutte le espressioni che poteva scegliere per definirla, lo stilista irlandese ne ha usata una che colpisce: “crudezza”. E va detto, non è una donna simpatica. Precisa e creativa nelle risposte, è assolutamente incapace di mettere l’interlocutore a proprio agio. Conosce questo tratto di se stessa, quando dice con un velo di sarcasmo “diventi più interessante quando la gente sa che non può averti”.

Figlia di un ex colonnello dell’esercito due volte medaglia d’oro alle Olimpiadi e di una pittrice ereditiera, la modella, attrice e cantante inglese racconta che le linee e le forme audaci l’hanno sempre attratta, come il coraggio di sperimentare. «Le creazioni di Jonathon di quest’anno erano teatrali, colorate e stravaganti, un vero azzardo. È l’approccio che preferisco, per questo ho accettato la sua offerta di indossarle. E anche perchè con quei capi addosso ho sentito che diventavo me stessa all’ennesima potenza».  Sul come si veste nella vita di tutti i giorni, l’entusiasmo si smorza. «Non sono molto avventurosa, so che mi stanno bene le cose semplici e abbastanza maschili, ed è quello che indosso più spesso».

Aveva 17 anni quando è iniziata la sua carriera di modella, poi è arrivato il cinema e da Georgy Svegliati a oggi ha girato più di 100 film, ha cantato e ha sempre lavorato anche in teatro. Ma soprattutto, ha mostrato un’inclinazione per la provocazione. «Dopo le prime commedie che ho girato la mia vita è cambiata radicalmente, e i ruoli che ho scelto hanno rispecchiato questi cambiamenti». Per quanto parli, con lei è difficile stabilire un reale contatto. Non stupisce, la sua non è stata un vita felice, e con i sette traslochi in 13 anni con la sua famiglia deve aver imparato a non attaccarsi a niente. Ma la radice dell’attaccamento è stata estirpata in modo ben più drastico, come ha finalmente fatto sapere al mondo la scorsa estate grazie alla biografia Io, Charlotte Rampling. Nel libro scritto a quattro mani con Christophe Bataille trova finalmente una spiegazione quel feeling di dolore e shoc che l’ha sempre accompagnata: a 23 anni, subito dopo essere diventata madre, l’amatissima sorella Sarah con cui da ragazza si esibiva nel cabaret, si è tolta la vita in Argentina, e questo lei lo ha scoperto molti anni dopo l’accaduto. Da lì in avanti la storia della Rampling è venata di fatica. Ancora giovanissima inizia una relazione a tre col fotografo Randall Lawrence e con il pubblicitario Bryan Southcombe, con cui si sposa. Dopo quattro anni di matrimonio incontra a una festa a Saint Tropez il musicista Jean Michel Jarre e va avivere con lui a Versailles. Ma soffre di depressione e scoprire che il suo uomo la tradisce non migliora questo continuo oscillare tra alti e bassi. Evidentemente la stoffa della Rampling è parecchio resistente, va avanti a lavorare finchè nel 2000 non torna una star grazie a François Ozon di cui diventa la musa e con cui girerà tre film. La morte della madre, nel 2001, la incoraggerà a uscire allo scoperto e a iniziare a scrivere la famosa biografia di cui sopra.

Uno dei grandi paradossi di una donna che è fisicamente esposta da cinquant’anni è che è molto riservata quando si tratta della sua anima. «Finchè non mi sono accorta che è quasi impossibile nascondersi. Essere fotografata è parte della mia vita, le cose cambiano, evolvono, ma nell’essenza tutto rimane lo stesso. Grazie al mio lavoro mi consegno a un film, mi do completamente all’arte. Qualsiasi sia il mezzo con cui la condivido, fotografie, cinema, tv, condivido la mia vita interiore. E in tutto quello che ho fatto ho voluto creare una continuità visibile: la faccia è cambiata, sto invecchiando, ma è riconoscibile».

Ha un talento tutto suo nel rappresentare in modo naturale persone reali e nel trasmettere una vulnerabilità. «Entri in contatto con le tue emozioni vere vivendole sin dall’inizio in modo appassionato e senza paura. A quel punto le puoi veicolare attraverso il corpo e gli occhi, per restituirle allo schermo. È quando invecchi che processi le cose, se non lo fai iniziano i problemi». Perchè I suoi ruoli più recenti sono più vulnerabili? «Mostrano l’accumulo di una vita dedicata alla ricerca della verità, in questo modo si diventa sempre più vulnerabili».

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L’attrice sul set di 45 anni, il film di Francois Ozon che le ha regalato la prima candidatura agli Oscar.

Alla sfilza di cose spiacevoli che la vita le ha messo davanti c’è da aggiungere la morte del suo partner da vent’anni, il businessmen francese Jean-Noël Tassez, mancato lo scorso anno dopo una relazione durata quanto il matrimonio con Michel Jarre.  Ma la sua vita a Parigi è quella di prima: nuoto, yoga e meditazione, «Non sono regolare, perchè odio fare le stesse cose tutti i giorni». Quando le fai notare che nel 2017 la vedremo in ben cinque film, tra cui The Whale diretto da Andrea Pallaoro («è il ritratto di una donna che vive uno sconvolgimento emotivo»), sdrammatizza a modo suo. «Non sono tutti ruoli principali, va detto. Tutto quello che ho fatto nel passato mi ha portata a questo momento, e adoro le possibilità che ancora oggi ho davanti». Sarà merito anche della stoffa atletica ereditata dal padre, fatto sta che se la chiamano tutti significa che c’è qualcosa in lei che è ancora molto vivo. «Ci ho lavorato su, non capita per caso. Devi essere disponibile per la vita, tenerti aperta, perché le cose succedano. E con i pensieri debilitanti c’è una sola strategia da attuare: imparare trucchi per rimandarli da dove vengono».

Articolo pubblicato su D La Repubblica il 14 gennaio 2017

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Spielberg: «Quel gigante, solo come me».

20 venerdì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Miti

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Bloodline, Cristiana Allievi, Daniel Day Lewis, Disney, E.T, GGG-Il grande gigante gentile, Kate Capshaw, Lincoln, Mark Rylance, Ruby Barnhill, Steven Spielberg, The night manager, Transparent

NEL SUO NUOVO FILM, TRATTO DA ROHALD DAHL, SPIELBERG DA’ VITA A UNA FAVOLA CHE HA COLPITO LA SUA IMMAGINAZIONE, IL MOTORE DELL’ARTE E DELLA VITA. E GLI HA RICORDATO I TEMPI IN CUI ERA PICCOLO E INVISIBILE AL MONDO INTERO.

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Il regista e produttore statunitense Steven Spielberg con la moglie, Kate Capshaw.

«Io e mia mia moglie ci siamo chiusi in casa per due giorni a guardare tutte le puntate di The girlfriend experience. A un certo punto squilla il telefono, sono i miei collaboratori Sam e Kristy e mi chiedono “Steve quando arrivi in ufficio? Cosa vuole dire che stai guardando la televisione?”». Ride, e dietro le lenti degli occhiali ci sono due occhi grandi così a confermare che il suo è entusiasmo reale. «Credo che le storie regalino molta ispirazione, e questa ci fa diventare persone migliori. E se le persone sono tornate a raccontarle significa che viviamo in una specie di Rinascimento». Confesso: credevo che Steven Spielberg fosse un control freak. È il tipo di star che prima di un’intervista vorrebbe sapere anche il segno zodiacale della persona che incontrerà, quindi è normale pensarlo. Invece ascoltando le parole che pronuncia come un fiume in piena, comprendo che la sua immaginazione è inarrestabile: è questo il motore dell’arte che ci porta in giro per mondi fantastici da quarant’anni, e che lo rende il più grande regista vivente di Hollywood, come lo definisce la critica internazionale. Ed è lo stesso motivo per cui vuole conoscere infiniti dettagli. «Ha presente Walter Mitty, che si compie viaggi pazzeschi imamginando di essere un grande eroe? La nostra mente vaga di continuo, sogniamo di essere eroi capaci di salvare persone, ci vediamo portati in giro sulle spalle tra gli applausi… Il comune denominatore di noi esseri umani è avere un’immaginazione, gli animali non la possiedono, hanno l’istinto». A 70 anni appena compiuti (il 18 dicembre), con tre premi Oscar alle spalle e film che hanno polverizzato ogni record di incassi, come E.T. -L’extraterrestre, Lo squalo e Jurassic Park, Spielberg ha ancora voglia di sfide. L’ultima è stata GGG-Il grande gigante gentile, la prima favola girata per la Disney che all’ultimo festival di Cannes ha registrato cinque minuti di standing ovation. Nelle sale dal 30 dicembre, la pellicola è una dichiarazione d’amore del regista per il cinema, sottolineata dalla magia con cui racconta il tema del sogno. Tratta da uno dei romanzi più amati di Roald Dahl, uscito nel 1982, quando Spielberg presentava al mondo il suo E. T., racconta la storia di Sophie (la straordinaria esordiente Ruby Barnhill), una precoce bambina di 10 anni che vive in un orfanotrofio di Londra. Scappando dal suo letto incontra un gigante buono alto sette metri (Mark Rylance) che la porterà in una terra molto lontana, il paese dei giganti. Giunta lì sarà Sophie a liberare il gigante dalla solitudine e da quella gang di hooligans che sono i suoi fratelli, con un’idea geniale che coinvolgerà addirittura la regina (Penelope Wilton).

Un gigante insegna a una bambina tutto sulla magia e sul mistero dei sogni. Il suo sogno più grande qual è? «È sempre stato il lavoro che faccio. Poi ci sono altri tipi di sogni, quelli che si fanno durante la giornata quando non si pensa a niente di preciso. Noi immaginiamo di continuo, i social media sono partiti da questo fatto. Perché Al Gore ha girato Una scomoda verità? Perché si è immaginato le cose terribili che accadranno e voleva allertarci».

La macchina da presa lavora molto sugli occhi: cos’ha visto in quelli di Mark Rylance, che ha scelto ancora una volta di coinvolgere? «Mark è un uomo che ama la vita, l’arte, il teatro e la sua famiglia, per questo ha occhi magnetici. Ho scoperto davvero l’uomo tra un ciak e l’altro de Il ponte delle spie, ho scoperto che è un tipo di persona che vorresti adottare, ha molta più innocenza di quella che mostra».

Cosa c’è di Spielberg in questo gigante buono? «È la persona più sola della storia e io credo di essermi sentito il bambino più solo al mondo. Ricordo il periodo delle scuole elementari e medie, ero uno dei milioni di invisibili, so come ci si sente. Non venivo da una famiglia che non mi amava, ma ero isolato socialmente, per lungo tempo ricordo di non essere stato incluso in niente».

Per questo motivo oggi non permettere facilmente alle persone del suo ambiente di diventare suoi amici, come ha dichiarato recentemente? «Io e Daniel Day Lewis abbiamo legato molto girando Lincoln, Rylance è diventato una persona intima in poco tempo. Per ogni film si forma una specie di famiglia, viaggiamo e lavoriamo insieme, litighiamo, ci amiamo, ci rispettiamo, ce la godiamo. Ma poi quel momento finisce, ci lasciamo e non ci vediamo più. È difficile che faccia entrare i film nella mia vita, per questo attribuisco moltissima importanza alle poche persone del cinema che entrano anche nella mia vita privata».

Questo è il suo primo film girato per la Disney, ha sentito la preoccupazione di come avrebbero accolto la sua versione della storia? «A essere onesto l’unica telefonata che aspettavo era quella della famiglia Dahl, e mi hanno chiamato per dirmi che il film gli era piaciuto molto. Io e i miei sceneggiatori abbiamo ampliato la trama e ogni volta che aggiungevamo qualcosa alla versione originaria spedivamo loro le aggiunte, hanno seguito il lavoro passo a passo».

Il suo lavoro tecnico per rendere i personaggi reali, con tanto di stregonerie digitali, è impressionante. «Avevo un obiettivo molto ambizioso, far dimenticare al pubblico ogni effetto speciale, tranne nel momento in cui facciamo materializzare i sogni, lì volevo che lo spettatore riconoscesse l’operazione tecnologica. È una meta molto ambiziosa, significa essere capaci di coinvolgere così tanto lo spettatore da creare una storia d’amore tra lui e i personaggi. Sul set dicevo a tutti “se raggiungiamo questo obiettivo otterremo un enorme risultato”».

Cinque minuti di standing ovation all’ultimo festival di Cannes non sono passati inosservati, a 34 anni di distanza da quando aveva portato E. T., e ne aveva strappati ben dieci… «Mi sono accontentato anche della metà (ride, ndr), una risposta ha significato molto per me e tutti i collaboratori. Ho passato quei cinque minuti piangendo, perché non mi prendo tutti i meriti: sono anche della persona che avrebbe dovuto essere seduta accanto a me e che invece non ci sarà più (Melissa Mathison sceneggiatrice del film e una delle più grandi collaboratrici di Spielberg, mancata lo scorso novembre, ndr)».

 La tecnologia cinematografica odierna la spaventa o pretende di dominarla, per forgiare la sua immagine? «Mi godo tutti gli strumenti per raccontare, sono elettrizzato dalla tecnologia, basta che non oltrepassi il confine diventando il motivo per cui si racconta una storia: se vuoi vendere tecnologia, allora vendi telefoni e computer, non un film. Oggi ci sono molte opportunità per i giovani registi di esprimersi e di diventare famosi, in streming, sui social, creando video di sei secondi ripetitivi su Vine. È importante che tutti abbiano la chance di esprimersi».

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E.T. L’extraterrestre, il film presentato al 35° Festival di Cannes (19982) e accolto con una standing ovation di 10 minuti.

Ha dichiarato recentemente di avere ancora momenti di disperazione, quando gira un film e incontra situazioni difficili da gestire. «Se vuole parliamo di quando ho girato Lo squalo, ero esternamente disperato! Mi succede ancora e credo che la disperazione mi serva, come la paura, fa venire quell’idea che non mi verrebbe se non sentissi la pressione che spinge a salvare me stesso e il mio equipaggio dal collasso. Mi è successo con Harrison Ford sul set di Indiana Jones, si è ammalato (di dissenteria, ndr) e mi ha detto che avevo un’ora per girare una scena di duello pensata per essere ripresa girata in tre giorni. “L’unica cosa che puoi fare in un’ora è sparare al tuo avversario”, gli ho detto, è diventato uno dei momenti memorabili del cinema ed è nato dalla mia disperazione».

 I momenti di gioia, invece, li ricorda? «Ce ne sono molti, di solito quando quello che vedo è così perfetto e mi sembra così geniale… È successo anche lavorando a Il ponte delle spie, con quella scena in cui la spia russa incontra il suo avvocato a New York. Ero al monitor senza parole, ho girato sei minuti a fila e dopo un po’ Tom e Mark hanno smesso di parlare, non capivo perché. Lì mi sono reso conto che quando quello che vedo mi piace sono così felice da dimenticaemi di urlare “azione” (ride, ndr)».

Dicono che lei non riguarda i suoi film. «Se prendo l’abitudine di sedermi e guardare un mio film temo di diventerei subito la star sulla via del tramonto, e la cosa mi terrorizza! Mi ci vede, lì con la luce del proiettore che mi illumina da dietro, a fare gesti melodrammatici da tragedia shakesperiena? Non voglio finire così!».

Ha accusato Hollywood di implosione. «Non si possono mettere tutte le uova in un cestino, intendo dire che non possiamo basarci su un genere per sostenere l’industria del cinema senza pensare alla conseguenze che comporta far fuori tutto il resto. Se il pubblico si stuferà e andrà dietro alla prossima novità, girando le spalle a film costati più di 200 milioni di dollari, si è pensa a che impatto avrà? Adesso i supereroi vanno per la maggiore, ma non credo che dureranno quanto i western o la science fiction».

Però i grandi investimenti continuano, basta pensare a cosa sta spende la Disney in questa direzione. «Fino a ora sono stati investimenti proficui, perché il genere tira e l’industria Marvel è molto sana, la Disney è stata saggia a investire. Penso solo che non durerà per sempre».

Le serie tv sono un’alternativa a questa invasione? «Sono un’ottima alternativa, anch’io ne ho una con la mia compagnia, The americans. Le mini serie trasmesse via cavo hanno le migliori sceneggiature in circolazione, e vengono da chi fino a ieri scriveva solo per il teatro. Adoro Blood line e Transparent, e ha visto The night manager? Siamo nella golden age della tv, al momento è lì che si concentrano le teste migliori su piazza».

Articolo pubblicato su VANITY FAIR Italia del 28 dicembre 2016

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Berenice Bejo: «Ho paura di deludere l’uomo che amo»

12 giovedì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Festival di Cannes, Personaggi

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Berenice Bejo, Dopo l'amore, Fai bei sogni, Glenn Close, Joachim Lafosse, Jorge Rafael Videla, Marco Bellocchio, Massimo Gramellini, Michel Hazanavicius, Oscar, Redoutable, The artist

AL CINEMA DI DONNE NE HA INTERPRETATE TANTE. MA GRAZIE A DOPO L’AMORE, NEI PANNI DI MOGLIE INTRAPPOLATA IN UN MATRIMONIO AGLI SGOCCIOLI, HA SENTITO QUALCOSA DI DIVERSO, UNA SFIDA. PERCHE’ LA SUA VITA SENTIMENTALE È MOLTO DIVERSA. ANCHE SE,  COME RIVELA IN QUESTA INTERVISTA, LE MANCA ANCORA UNA COSA PER ESSERE PERFETTA.

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L’attrice francese Benerice Bejo al Festival di Cannes (courtesy Grazia.fr)

«Quando un marito e una moglie si separano si trasformano in due animali in un campo di battaglia, dove vince chi uccide l’altro. È una situazione in cui si tira fuori il peggio, si diventa spietati nel fare l’elenco dei propri meriti e dei difetti dell’altro». Berenice Bejo ha i capelli neri, lucidissimi, raccolti dietro la nuca. Non comprendo subito perché raccontandomi il suo personaggio in Dopo l’amore, il film in cui la vedremo dal 19 gennaio, tiene una certa distanza dal personaggio. Diretta da Joachim Lafosse, insieme a Cédric Khan i due sono una coppia separata con due figlie costretta a convivere sotto lo stesso tetto a causa delle difficoltà economiche di lui, architetto in crisi lavorativa. E come mi racconterà a breve, la Bejo ha faticato molto ad accettarsi in un ruolo così duro e realistico.

Argentina di Buenos Aires, è figlia di Miguel Bejio, un regista spagnolo, e dell’avvocatessa De Paoli, che quando lei aveva tre anni si sono rifugiati a Parigi fuggendo dalla dittatura di Jorge Rafaél Videla. La sua storia artistica per certi versi è sui generis. Da bambina sfiora una parte in un film di Gérard Depardieu, e quando non la ottiene versa fiumi di lacrime. Poi a 17 anni rispondendo a un annuncio prende finalmente parte al suo primo film, algerino. Ma per i successivi 20 anni Berenice resta praticamente una sconosciuta, finchè non interpreta la star del cinema muto che regalerà a The artist, diretto dal marito Michel Hazanavicius, con cui ha due figli, 10 nominations agli Oscar. Poi vengono film come Il passato (la palma d’Oro a Cannes come miglior attrice), The search, The childhood of a leader (premio Orizzonti per la migliore regia alla Mostra di Venezia), Fai bei sogni di Marco Bellocchio, tutti lavori che ruotano intorno a drammi famigliari. E ironia vuole che, come nel film di Asghar Farhadi, anche in Dopo l’amore il personaggio di Bejo si chiami Marie, e che racconti di nuovo una separazione difficile.

Tra poco la vedremo nei panni di una donna che non riesce più a vivere con l’uomo che aveva sposato, mentre poco tempo fa con Bellocchio l’abbiamo vista salvare la vita al suo futuro marito. Quale delle sue versioni di sé preferisce? «Se accetto un ruolo è perché penso che mi divertirò. La differenza, nei casi che cita, è che per il film di Joachim ho un ruolo da protagonista, mentre quella di Bellocchio è una parte più piccola, che mi ha dato un immenso piacere. Dopo il film con Marco volevo lasciare tutto, trasferirmi in Italia e girare un altro film con lui (ride, ndr)».

Quindi non c’è un tipo di donna a cui si sente più vicina? «Davvero non penso a questo aspetto quando accetto un film».

Guardando Dopo l’amore mi sono chiesta per tutto il tempo il vero significato del titolo: racconta quello che succede davvero alla fine di un amore o mostra semplicemente quello in cui si trasformano tante relazioni, dopo qualche tempo? «Per fortuna la mia con mio marito Michael non è così! Comunque capisco, il titolo italiano è diverso dall’originale francese che letteralmente sarebbe L’economia della coppia. Credo che la maggior parte delle persone abbia storie più felici di questa, che riguarda persone che si stanno dividendo. Ci sono momenti nella vita di Marie e Boris in cui i due si odiano davvero, ma quello che mi piace molto della storia è che all’improvviso si capisce perchè il mio personaggio è così triste e frustrato: non le piace sentirsi così, ma ha bisogno di attraversare la rabbia per riuscire finalmente a perdonare».

Come si sente nei panni di una donna dura? «Ho voluto restituire una figura molto umana, una donna che lavora, che ha figli, marito, che cucina e durante la giornata fa cose normali. Poi ci sono momenti in cui non vorrebbe niente della sua routine, ma deve affrontarla ugualmente e questo è proprio quello che cerca di far capire al marito quando dice “i bambini non ci sono solo quando vuoi giocare con loro, è un lavoro di tutti i giorni e ho bisogno che diventi un uomo responsabile”».

L’odio è una parte necessaria nel processo di separarsi? «Prima di perdonare qualcuno che hai amato è necessario odiarlo. E se hai due bambini splendidi, una casa magnifica, e capisci che avresti potuto essere una buona coppia, è dura… È un po’ come quando hai 15 anni e odi i tuoi geniori, è una fase necessaria per poi capirli e perdonarli perchè non sono perfetti e soprattutto non sono come tu vorresti che fossero. Marie ha bisogno di capire che Boris non sa affrontare le cose nello stesso modo in cui le affronta lei, è diverso. Ma alla fine capisce che a suo modo è un buon padre».

Si chiede mai cosa farebbe al posto dei personaggi che interpreta, specie in questo caso, visto che anche lei ha due figli con suo marito? «Quando recito non proietto mai me stessa sul personaggio, mentre lo faccio quando guardo il film. La mia vita è l’opposto di quello che recito in Dopo l’amore, eppure quella donna è insostenibile, è l’incarnazione della durezza. Alla fine delle riprese mi dicevo “esci dal mio corpo, mi disgusti” (ride, ndr), e ricordo che non sono riuscita a guardare il film, era troppo doloroso». 

Davvero? «Era tremendo vedermi in una donna dura che mi assomiglia, ha i miei stessi capelli, è senza trucco… Mi chiedevo “a quarant’anni sto diventando davvero così? Sto trasformandomi in questo orrore?”. Per fortuna poco dopo mi sono rivista in Fai bei sogni di Bellocchio e mi sono sentita sollevata, “meno male che so essere anche dolce” (ride, ndr)».

Le capita spesso di avere sentimenti così forti guardandosi sullo schermo? «In passato sono stata molto insicura delle mie performance, le cose andavano meglio quando mi rivedevo la seconda volta. Ma è normale che succeda, dai così tanto di te stessa che poi ti spaventi credendo di essere davvero tu quella che rivedi».

Aneddoti che ricordano che non è così? «Ricordo di aver incontrato Glenn Close agli Oscar, per The artist, e dai personaggi che ha interpretato mi sarei aspettata una donna molto diversa da quella che ho incontrato. Eravamo sul red carpet e mio marito per sbaglio le ha calpestato il vestito, lei è stata quasi timida nel rispondergli…».

La nomination agli Oscar che le è valso il suo personaggio muto l’ha fatta sentire più sicura di sé? «Senza dubbio, mi ha aiutata moltissimo. Ma direi che anche Il passato ha giocato un ruolo chiave, sono stati sei mesi di riprese e il regista non era mio marito: lì ho scoperto che lavorativamente ero in grado di dare moltissimo anche a un altro».

Vantaggi e svantaggi di lavorare col proprio uomo? «Quando lavoro con Michel seguo i progetti dal primo momento e dopo due o tre giorni mi sento già sicura, poi però c’è il problema di non voler deludere l’uomo che amo. Ma quando ho lavorato con Asghar Farhadi, subito dopo The artist, era un grande regista e aveva vinto l’Oscar. Per tre settimane mi sono chiesta se potevo dargli abbastanza, ero davvero stressata».

Dall’ultimo film insieme sulla guerra in Cecenia, The search, che la critica ha massacrato, ha girato cinque film da sola, e tra poco tornerà con un film diretto ancora da suo marito. «Il mondo non ha voluto accettare una storia in cui si parlava di dolore, di guerra, di solitudine, Michel ci ha messo un bel po’ per riprendersi da quella ferita. Redoutable è un biopic sul regista e sceneggiatore Jean-Luc Godard, in cui io ho un parte minore: a raccontare la storia d’amore tra Godard e l’attrice Anne Wiazemsky saranno soprattutto Louis Garrel e Stacey Martin».

Se guarda a cosa le è successo negli ultimi anni, e a quello che sognava quando ha iniziato questo lavoro, cosa vede? «Da piccola ho sempre voluto fare l’attrice, ma non mi sono mai immaginata nel successo o ricoperta di premi. Per forza, è impossibile farlo, inoltre oggi il cinema è visto come un insieme di celebrities ma non era così quando ero piccola. È tutto un po’ cambiato, quando parlo con ragazzi giovani li sento dire “voglio diventare famoso”, forse sono state la tv e i reality a cambiare le cose».

Cos’altro ricorda di quando era bambina lei? «Volevo andare sullo schermo perché per me era così bello vedere i film con i miei genitori che desideravo restituire loro quel piacere. Poi le cose sono diventate più grandi di quello che credevo…».

Intervista pubblicata su Grazia dell’11/1/2017

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