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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Frédéric Tcheng, lo scienziato che racconta la moda (quella di Dior in particolare)

21 domenica Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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Christian Dior, cinema, Cristiana Allievi, Dior and I, Frederic Tcheng, Moda, Raf Simons, San Pietroburgo

Raf Simons è diventato il designer di Dior e, in appena due mesi, ha lasciato il segno in una delle sfilate cruciali degli ultimi anni. Il regista francese Frédéric Tcheng l’ha convinto a portare sullo schermo questa avventura a metà tra invenzioni, tradizioni ed emozioni. E a Flair, per la prima volta, svela tutto quello che è successo dietro le quinte.

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Frédéric Tcheng, regista francese di Dior and I, incentrato sulla figura dello stilista tedesco Raf Simons.

Bianco e nero. L’ombra di una donna che gira su se stessa con la gonna a ruota viene catturata sui marciapiedi di Parigi. Gli inviti per la sfilata sono scritti a mano. I paparazzi sono aggrappati sui cancelli della maison. La polizia contiene la folla a fatica. Su queste immagini parla una voce fuori campo, quella di Dior, raccontando della presenza di due gemelli siamesi. C’è l’uomo che presiede alle sfilate, che lavora con i suoi dipendenti, che parla con la stampa. E c’è il suo gemello, che predilige la casa di Granville, frequenta pochi amici e soprattutto detesta i cambiamenti repentini. Cinquantacinque anni dopo, colore. La macchina da presa inquadra immagini straordinarie di tetti parigini poi si insinua fin su, in cima al palazzo, nel cuore pulsante della maison Dior. Alle pareti le foto elegantissime del couturier che ha rivoluzionato la moda campeggiano negli algidi corridoi. I sarti indossano camici bianchi e sembrano chimici in un laboratorio, però qui confezionano abiti preziosissimi. I lavoratori, persone semplici, sono chiamati a raccolta nel salone centrale per un grande evento: l’incontro con Raf Simons, il nuovo stilista della maison. L’uomo che deve materializzare una collezione in due mesi quando normalmente ce ne vogliono sei. Dior and I è ghiaccio bollente, un film emotivo nei contenuti e freddo visivamente. Bastano tre minuti di visione per capirne i punti di forza: la sovrapposizione tra passato e presente e la tensione. 36 anni, tre ottavi di sangue cinese nelle vene (suo nonno era cinese, la nonna solo per metà), Frederic Tcheng aveva un sogno: girare un film sulla prima collezione di Simons per Dior. Lo ha realizzato nel 2012, quando il designer belga si è insediato nella casa di moda, e si può dire che l’opera abbia superato se stessa, mostrando l’incontro fra due uomini (tre, se si include Dior) legati da vere e proprie affinità elettive. Quante, lo si capisce incontrando Tcheng di persona, in occasione della presentazione di Dior and I (che è ancora inedito in Italia) alla prima edizione dell’International Mediaforum di San Pietroburgo.

“Sono sempre a caccia di parallelismi tra la moda e il cinema”, l’ho sentita dire poco fa. Perché la interessano? «Il paradosso è che vengo da tutt’altro mondo. Sono un francese cresciuto a New York, mi sono trasferito a Parigi a studiare ingegneria, poi è arrivato il mio grande momento di crisi: non mi vedevo a lavorare come ingegnere per il resto della vita. Nel 2001 ho preso un anno sabbatico, mi sono iscritto a varie scuole di cinema finchè nel 2001 mi hanno accettato a quella della Columbia University».

Un ingegnere che torna all’Università a studiare cinema, questa è la notizia. «(ride, ndr) Ero molto felice di ricevere una formazione valida, dopo la quale è arrivato il progetto Valentino, l’ultimo imperatore. Il mio amico Matt Kapp era produttore del film, stavano andando a Parigi a girare nel castello dello stilista e mi ha chiesto di fargli da assistente di produzione. Mano a mano che le cose procedevano ho curato anche l’editing, alla fine ci ho lavorato cinque anni. È stato il mio ingresso nel mondo della moda».

Poi è venuta la nipote di Diana Vreeland. «Lisa aveva visto il film su Valentino, quando l’ho incontrata. Ha voluto che girassimo insieme Diana Vreeland, The Eye has to travel. A film finito, durante un footage a Parigi per vip ho incontrato Olivier Bialobos, capo della comunicazione di Dior. Gli ho chiesto se le voci che circolavano e che volevano Simons come successore di Galliano fossero vere. In quel momento nemmeno lui lo sapeva».

Aveva lavorato per Jil Sander ma non era molto noto ai media. «È vero, ma ho sempre avuto la percezione che fosse un designer interessante e in qualche modo lo sentivo vicino. E avevo un sogno, fare un film su Simons e la sua prima collezione per Dior».

Come ha reagito Raf alla proposta di ritrovarsi una telecamera tra i piedi, oltre allo stress già considerevole? «Non voleva assolutamente che facessi un film. Non è timido di persona ma non sopportava di stare davanti a una telecamera nè l’idea di uscirne come una star. L’ho tranquillizzato spiegando che ero interessato alla creatività, non a trasformarlo in qualcosa che non è. Mi ha risposto “non riesco a dire né si né no… Vieni una settimana, facciamo una prova”. Colpito dalla mia discrezione, non mi ha chiesto di andarmene. Una settimana è diventata due mesi, venti ore al giorno insieme».

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Raf Simons prepara la sua prima sfilata per Dior

Raf ne emerge come un uomo emotivo e allo stesso tempo molto ingegneristico nel lavorare. Studia, analizza, riflette… «È proprio così, non ci si crederebbe ma ha studiato industrial design, quindi non la moda ma materie pratiche. E la coincidenza è che anche Dior era un architetto, avrebbe voluto fare quella professione, prima di incontrare la moda».

Lei come si è calato nel mondo Dior? «Mi hanno mandato dozzine di libri di foto che ho ignorato. A catturarmi è stato un volumetto grigio, Christian Dior and I, uscito nel 1956, un anno prima della morte. Si capisce dall’incipit che Dior aveva una relazione alienata con la sua immagine e ne parlava allo stesso modo di Raf, che infatti mi ha confessato di aver smesso di leggere il libro dopo tre pagine, era uno specchio troppo forte».

 

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La sfilata così come ripresa nel film Dior and I di Tcheng

(continua…)

 Intervista esclusiva pubblicata du Flair, Novembre 2014

© Riproduzione riservata

Robert Pattinson, «Io, vagabondo in The rover»

15 lunedì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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animal kingdom, cosmopolis, david michod, Panorama, Robert Pattinson, the rover, Twilight

Con The rover,  nelle sale dal 4 dicembre, Pattinson convince anche gli indecisi. Dopo i lavori con Cronenberg, ecco l’impegnativo film girato con David Michod (regista di Animal Kingdom) che seppellisce definitivamente il passato mainstream di Twilight

Pattinson in The Rover

Sporco, brutto (si fa per dire) ma tutt’altro che cattivo, con i capelli mal rasati, i denti neri, la barba corta biondiccia, eccolo aggirarsi per una landa desolata australiana. Siamo in un’epoca non specificata, dopo il collasso del sistema economico occidentale. Il mondo non ha più né risorse né tantomeno una morale e tra parassiti, reietti e criminali, spicca lui, Rey, fratello minore di un criminale che con la sua band ha rubato l’auto a Eric (Guy Pearce), un vagabondo distrutto dall’odio e dalla noia e mosso dal desiderio di tornare in possesso del suo unico bene. Guardando The rover, “il vagabondo”, nelle sale dal 4 dicembre, del regista di Animal Kingdom David Michod, non si può che concordare con Variety, “Pattinson è la sorpresa del film, Pearce è impressionante”. Il nostro Robert ha studiato molto per essere questo Rey, ferito e, forse solo apparentemente, ritardato: cammina spingendo la testa in avanti e strizza gli occhi, dimostrando ancora una volta quanto le sue abilità performative siano articolate, in generi molto meno mainstream delle saghe dei vampiri. «Per questo film ho fatto tre ore di audizione, per ben due volte, e pensare che le odio… Sono pessimo in quelle situazioni, però poi tutte le volte, quando le supero, mi accorgo di avere più fiducia in me stesso». A sentire queste parole uno non crede che siano di Pattinson, diventato oggetto del desiderio da quando è apparso sullo schermo, in Harry Potter e il calice di fuoco. Da quel momento prima il cinema, poi a ruota la moda e le donne, lo corteggiano insistentemente. E per quanto si continui a salutare ogni nuovo bello che sbuca all’orizzonte come “il nuovo Pattinson”, di fatto continua a esserci solo lui. Va detto, non ha sbagliato un colpo. Da Edward Cullen in avanti, ha sedotto in Cosmopolis di Cronenberg, tanto che al grido “anch’io sulla limousine con Pattinson…” ha conquistato le ultime indecise (se ce n’erano). I maschi? Li ha catturati con l’aplomb del miliardario e i folli testa a testa con Paul Giamatti. Anche in Come l’acqua per gli elefanti di Francis Lawrence ha fatto fuori uno del calibro di Christoph Waltz e si è aggiudicato Reese Wintherspoon con una storia non banale (peccato per il nome affibbiato al suo personaggio: con tutti quelli a disposizione, dovevano chiamarlo proprio Jacob, come il suo rivale in Twilight?).

In Twilight, con la ex Kristen Stewart

E ci piace anche nei panni di questo disperato in salsa apocalittica, di cui spiga così la perdita di umanità: «se devasti il pianeta non esiste più nessuna speranza, cosa vuoi fare, quando non sai nemmeno dove vivere? Ma non so dire quale sia il vero messaggio del film, è interpretabile in molti modi». In questo caos tremendo, lui rappresenta una sorta di innocenza. «Michod non mi ha chiesto di recitare un ideale, però quando l’ho incontrato e gli ho chiesto se ero uomo handicappato mi ha risposto, “no, sei affetto da una sindrome per cui non si cade a pezzi, piuttosto si è come i cani, a cui si tirano calci e loro continuano a tornare da te…». Animal Kingdom per Pattinson è il miglior film degli ultimi 15 anni, e quando gli si fa notare che sta facendo una meravigliosa carriera, non ha dubbi sul segreto. «Dopo Cosmopolis ho capito la cosa più importante: se lavori con degli autori, non sarai mai scontento di quello che fai. Non importa come andrà il film, tu avrai fatto comunque un’esperienza che ti cambia».

L’articolo pubblicato su Panorama del 4 dicembre  2014

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Oliver Stone, «Conosco la forza della rabbia»

15 lunedì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in Miti

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angelina jolie, cinema, Cristiana Allievi, Icon, Oliver Stone, Oliver Stone; Panorama; politica; The untold history of United States; Michelangelo di Battista;, Panorama

C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano reso un tipo determinato. Il regista simbolo del cinema politico ha accettato di farsi fotografare e di raccontarsi a Cristiana Allievi per Icon, magazine di stile di Panorama, come mai prima d’ora: l’infanzia, i rapporti con i genitori, le radici del suo cinema, la rabbia e l’orgoglio di una generazione di americani.

Oliver Stone

Il regista premio Oscar Oliver Stone

Con gli anni non do più in escandescenze come un tempo, ma m’infurio ancora. D’altronde, non ho certo intenzione di invecchiare scrivendo la mia autobiografia. Continuo a chiedermi il significato delle epoche che ho vissuto. E, soprattutto, se le ho davvero capite. Resta questa, oggi più che mai, la mia priorità».

Figlio di un finanziere repubblicano di Wall Street ebreo e di una parigina, Oliver Stone non si stanca di ripetere che quello che conta, al cinema, è prima di tutto intrattenere. Ma resta un cercatore ossessivo e spietato della verità, un maniaco nello scovare e vagliare fonti per le sue storie. E il ritmo vorticoso di Jfk, i tagli alle interviste di Fidel Castro (Comandante) e ai leader palestinesi (Persona non grata), così come le piste ostinatamente battute dal suo giornalista per raccontare la dittatura militare e l’omicidio di Oscar Romero in America Centrale (Salvador), la dicono lunga sulla sua idea di intrattenimento.
Non conta se i film li ha scritti, come Fuga di mezzanotte, Scarface oConan; se li ha scritti e diretti, da Platoon a Le Belve; o si è semplicemente messo dietro la macchina da presa, come in Ogni maledetta domenica. E non conta neppure se vincono una pioggia di Academy Awards, fanno buchi da milioni di dollari (Alexander) o vengono stroncati prima di nascere, com’ è stato per il biopic su Martin Luther King, bloccato dagli eredi del leader nero spaventati dall’idea che, anziché un’icona retorica, il film raccontasse un uomo in carne e ossa, adultero e lacerato dai conflitti con il suo movimento: Stone aspira sempre a una grandezza di genere immenso. Che non ammette compromessi. C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile, invece, che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano convinto una volta per tutte della necessità di dividere il mondo tra chi fa sul serio e chi invece no. Abbandonata l’Università di Yale per arruolarsi nell’esercito, dopo aver scritto un romanzo autobiografico andato malissimo, A child’s night dream, e aver festeggiato tre matrimoni, tre divorzi e la nascita di altrettanti figli, Stone non è certo il tipo da nascondere o vergognarsi di essere finito anche in galera per abuso di droghe e alcol. E quando crede in una storia ci mette sempre la faccia e pure i soldi.

Per il suo progetto più ambizioso di sempre, The untold History of United States, dieci ore di documentario che smontano settant’anni di storia ufficiale americana, ha sborsato di tasca propria un milione di dollari sui cinque necessari. Mentre per il final cut di Alexander, insoddisfatto dei ritmi e dei tempi che la produzione gli aveva imposto, ha deciso unilateralmente di rimettere da cima a fondo le mani sul film.
D’altronde, non si può chiedere a chi ha cambiato per sempre il modo di raccontare la guerra al cinema (vedere alla voce Platoon) di avere un carattere facile. La rabbia di Stone è il motore della sua creazione.

Chi è stato il primo destinatario della sua rabbia?
Mio padre Louis, credo. Quando decisi di partire per il fronte mentre tutti cercavano rinvii. Era un repubblicano conservatore e mi aveva cresciuto nell’upper East Side con il terrore della globalizzazione del potere militare russo e l’odio per il comunismo. Ma non voleva assolutamente che partissi. Come ogni padre, era contro la guerra. E soprattutto riteneva non fosse necessario che ci andassi io, cosa su cui non sono mai stato d’accordo.

Il conflitto a volte rende simili. Che cosa si porta dentro Oliver di Louis?
Mio padre era un uomo onesto, lavorava moltissimo e non ha mai fatto il broker per soldi né ha mai giocato con denaro altrui. Come tanti allora, odiava Roosevelt, perché aveva imposto un mucchio di regole alla borsa e un mare di tasse. Ma chi venne dopo, leader politici come Reagan e Thatcher, fece peggio, spingendo verso ogni sorta di privatizzazione senza preoccuparsi di costruire un vero libero mercato. Una politica che ci ha portato alla follia. Alla fine la finanziaria di mio padre fu divorata da Sandy Weil, l’ex amministratore delegato del gigante della finanza Citigroup: il primo mega banchiere globale, l’uomo che voleva tutto. Mio padre ha finito col pagare commissioni su commissioni. Eppure l’ho visto rimanere leale verso i suoi clienti fino all’ultimo giorno. La borsa allora era un altro mondo. I grossi profitti le banche li reinvestivano nel sociale. Altro che mettersi in tasca il 70 per cento dei guadagni come fa Goldman Sachs.

Non dev’essere stato facile accettare un figlio artista.
Sì, per molto tempo ha pensato fossi solamente un fannullone, e a un certo punto ho iniziato a crederlo anch’io… Ma lo diceva quando avevo 20 anni e non mi ero ancora affermato. Non credeva nel business del cinema, semplicemente. Era qualcosa al di fuori del suo orizzonte, della sua visione limpida ma anche  austera della vita. Prima di morire, però, mi ha detto: “Mi sono sbagliato, questa cosa dei film funzionerà, la gente andrà sempre di più al cinema”. E aveva ragione: negli anni Ottanta l’industria cinematografica letteralmente esplose. E io ero pronto per raccogliere i frutti della mia tenacia. Da giovane ero pieno di tensioni e insicurezze, ma sono state queste le forze che hanno ispirato la mia vita. Il desiderio di fare sempre di più non mi ha ancora lasciato. E credo che in fondo ogni regista faccia quello che fa anche perché si sente insicuro nell’affrontare la vita.

Perché il conflitto, la violenza, è spesso al centro della sua arte?
Corruzione, governi distorti, guerra: li racconto perché sono stati il cuore delle mie esperienze in questo mondo, fin da quando sono nato. Da artista ho cercato di mostrare quello che vedevo come potevo, nel modo più realistico possibile. La violenza è qualcosa che conosco bene. Ma non credo che i miei film siano violenti. Piuttosto fanno vedere gli effetti della violenza. Tutti tranne uno, Assassini nati, dove ho voluto di proposito essere grottesco e far ammazzare 55 persone ai due protagonisti….

La rabbia la spinge a fare certi film piuttosto che altri?
Nel mio caso è diverso, è il genere a cambiare. Quando sono arrabbiatissimo giro un documentario, uso la via diretta per dirlo. Se racconto una storia, invece, è segno che sono più tranquillo.

Sembra capace di sopportare bene gli alti e i bassi. Le ho sentito dire: «A me Nixon piace». Eppure è stato un flop.
La vita è dura, devi guardarla nell’insieme. Alcuni miei film hanno avuto successo, altri no. Dipende da dove tira il vento e se in quel momento hai fortuna o meno. La meditazione mi ha molto influenzato nel modo di vedere le cose, mi ha reso più consapevole, peccato non l’abbia praticata quando ero giovane… Ho iniziato nel 1993, e anche se a volte può essere molto frustrante, se sei regolare diventa un modo di vivere. E poi parte di te.

Oltre a suo padre, chi ha contato per la sua ispirazione?
Mia madre. E anche per me questa è una scoperta recente. Se rivedrà Alexander lo capirà. Quando uscì, nel 2004, mi costrinsero a stare sotto le tre ore e a tempi di lavoro strettissimi. Così, già nel 2007, iniziai a rimetterci mano. La nuova versione che uscirà è quello che avevo in mente. Ho rimesso mano a tutto il girato che avevo e ho proposto un viaggio completamente nuovo, di 3 ore e 26 minuti, nell’anima di un uomo, dalla nascita alla morte. Di un uomo che si è dovuto spingere fino alla fine del mondo per risolvere i conflitti con i suoi genitori.

Sua madre come Olimpia interpretata da Angelina Jolie…
Una donna fortissima, proprio così. I miei genitori lo sono stati entrambi, nonostante le loro incomprensioni. Penso che sia stato un bene, però: se uno dei due fosse stato dominante non ci sarebbe stato quel conflitto, quella frizione interna tra padre e madre, dentro di me, capace di scatenare una battaglia che è diventata il mio motore. Ero figlio unico e, come tutti, ho dovuto sopportare molte più emozioni di quante ne debba gestire normalmente un figlio. Tutto è molto più impegnativo quando sei da solo e la tua famiglia va inesorabilmente in pezzi.

La separazione è dolorosa. Come ha protetto i suoi figli dalla fine dei suoi matrimoni?
Sono stato sposato la prima volta per sette anni, la seconda per tredici e ora lo sono da diciotto (con la coreana Sun-Jung Jung, ndr). In pratica, quindi, è come se fossi sposato da sempre. Sono padre di tre figli, ho avuto i miei alti e bassi e di sicuro sto ancora imparando molto sulle relazioni. Ma cerco di fare del mio meglio per tenere tutto insieme. Nonostante sia stato molto vicino a mio figlio Sean, lo abbia ascoltato e aiutato sempre, ha comunque sofferto molto la fine del mio primo matrimonio. Non ho potuto evitarglielo: lo ammetto.

È un giovane regista, esattamente come lei ai tempi.
È vero, non ha ancora 30 anni e sta cercando il suo primo successo, che io ho avuto proprio alla sua età. Io, però, non avevo contatti in questo settore, mentre Sean è cresciuto circondato dalla regia. Ma non sono sicuro sia un vantaggio, molto sinceramente. È molto pericoloso avere un padre come me: è come bere vino e restarne inebriati. Ed è facile perdersi. Gli auguro il meglio. E anche se non potrò fare carriera al suo posto, vorrei che si convincesse che non mi importa quello che fa, né che cosa diventerà. Per me conta solo l’amore. Quindi, anche se dovesse finire in prigione, come d’altronde è capitato anche a me, sarò lì insieme a lui e lo amerò per come è.

“Nella mia vita c’è stata così tanta follia, ma per fortuna è sempre uscita col lavoro”, ha detto.
Fare film mi ha calmato, rassicurato, ha fatto uscire tutta la rabbia che avevo dentro. Martin Scorsese era il mio professore di cinematografia all’università (tornato dal Vietnam, Stone si è iscritto alla New York University, ndr): era pieno di energia, appassionato. È stato molto importante per me. E un giorno mi ha detto: “Sei stato in Vietnam, sei pieno di rabbia? Mettila nelle tue immagini…”. Con gli anni sono maturato e ho imparato a trasformarla in un’emozione positiva, ma la rabbia serve, anche per cercare la verità che continua a cambiare mentre cresciamo. Così, piano piano, sono maturato e ho trasformato la mia rabbia in qualcosa di positivo e di bello. E se da giovane avevo davanti agli occhi soltanto la guerra, i crimini, la corruzione, la menzogna, ora ho antenne più sottili: adesso sono i rapporti con gli altri al centro della mia attenzione.

Un’ispirazione nuova…
Sarà che sono più vicino alla morte… (scoppia a ridere). Ma vorrei girare qualcosa alla Visconti, qualcosa di simile a Bellissima, per intenderci. Ho sempre trovato straordinaria la passione di quella madre, e la relazione tra padre, madre e figlio mi ha affascinato. E poi adoro la Magnani.

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Stalin, Roosevelt e Churchill in una scena di The untold History of United States di Oliver Stone

In occasione della presentazione della versione per ragazzi del suo Untold History, edita da Atheneum Books e adattata da Susan Campbell Bartoletti, Olive Stone ha dichiarato: «Ho sempre pensato che ai giovani non piaccia la storia insegnata a scuola perché è stata eccessivamente “disneyficata” e resa insignificante dalle scuole americane, con gli Stati Uniti sempre rappresentati come fossero Biancaneve… Nel nostro racconto offriamo una versione più Dr. Jekyll e Mr. Hyde, con la Regina Cattiva che compie parecchie delle malefatte nel mondo. Alla fine ai ragazzi piacciono le storie horror».  (8 dicembre 2014)

 

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Il regista con la Jolie, interprete del suo Alexander

 

Qui la cover story per Panorama Icon con foto in esclusiva di Michelangelo Di Battista

Marzo 2014 © Riproduzione riservata

Quella volta che Brad Pitt mi ha detto: “Non ho più paura della morte”

10 mercoledì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Quella volta che

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brad pitt; angelina Jolie; cinema; Croisette; Terrence Malik; produttore; Cannes; famiglia; figli

Per Malick doveva essere solo un produttore, poi ha deciso di metterci anche la faccia (“altrimenti chi avrebbe guardato un film così impegnativo?”). Recita senza copione, viaggia di notte  (per i paparazzi) e ha un’idea chiara in testa: i momenti migliori della vita sono quelli che non ha mai pianificato

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La coppia Jolie-Pitt sulla Croisette

È stato la star indiscussa del festival di Cannes. Si è presentato sul red carpet della Croisette con capelli ingellati, pizzetto sale e pepe, occhiali tartarugati e completo bianco. Tocco finale, le catene d’oro bene in vista. Segno che anche quello del sex symbol è un ruolo da interpretare con cura. Perché poche ore dopo, sul red carpet della proiezione ufficiale di The tree of life  – il film scritto e diretto da Terrence Malick che ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes e che lo vede in veste anche di produttore- Brad Pitt si presenta in smoking, ma con la stessa bellezza magnetica.

La nostra intervista si svolge in un lussuosissimo albergo sul mare. L’attore americano, nel film, è protagonista assieme a Sean Penn e a Jessica Chastain (vedi pagina 52). Arriva nella suite in pantaloni color ghiaccio, maglietta bianca. Stessa catena d’oro e occhiali tartarugati.

La mia leggera tachicardia, mai manifestatasi prima davanti a un attore, mi conferma che probabilmente ho davanti l’uomo più bello del mondo (il quale, tra l’altro, sembra essere perfettamente a conoscenza della cosa). Ma un difetto, mi chiedo, lo avrà? Potrebbe non essere interessante, mi dico, mentre vedo i suoi occhi brillare come diamanti, dietro le lenti gialle degli occhiali.

La storia del film, ambientato negli Anni 50,  è quella di una famiglia e degli eventi che affronta. Lei è il signor O’Brien, un padre autoritario, che ama i suoi figli, ma che ha anche molte aspettative…
«Direi che il mio personaggio è un uomo molto triste, uno che non sente di farcela, oppresso dal sistema che lo circonda. O’Brien è in un circolo vizioso che ha un impatto forte su chi gli sta intorno».

Lei, invece, che padre è? 
«Uno che sta molto attento a non scaricare sui bambini le sue frustrazioni. Quando torno a casa, i miei figli sono incredibilmente consapevoli di quello che mi passa per la testa, ma io non voglio coinvolgerli. Voglio che siano liberi. Quello che desidero per tutte le persone, vale ancora di più per loro».

Ha dichiarato più volte che la morte la spaventa: diventare padre l’ha resa più timoroso o più forte? 
«Ha cambiato tutto. Anche i film in cui recito, altro non sono che un’estensione della direzione presa dalla mia vita. Oggi mi preoccupo molto di più, mi chiedo sempre se i ragazzi sono al sicuro, in ogni momento. La paternità ha cambiato anche il mio modo di scegliere i copioni: adesso so che, un giorno, i miei figli li vedranno. E ci penso due volte prima di accettare una parte».

Il regista del film, Terrence Malick, cinque film in quasi 40 anni di carriera e pochissime interviste, è una specie di figura mitica nel mondo del cinema. Com’è lavorare con lui?
«Malick è un mito, gli voglio molto bene. Gli interessa girare quello che

succede, non ha una tabella di marcia. I bambini del film, per esempio, erano alla loro prima esperienza cinematografica, avevano un armadio pieno di vestiti e lui li lasciava liberi di indossare ciò che volevano. Voglio dire che tutto, con Terrence, è molto autentico. Persino le luci sono quelle naturali».

Sembra che nel film ci sia molta poesia e poca “azione”… 
«Nessuno di noi aveva un copione. Ogni giorno il regista ci dava tre o quattro pagine e dovevamo sviluppare qualcosa a partire da lì. Se vedeva i ragazzi che inseguivano una farfalla, tutto il suo interesse andava lì. Non so se potrei rifare un’esperienza simile».

Perché?
«È sfinente, ma davvero incredibile».

Come influenzerà il suo modo di lavorare? 
«La mia esperienza mi dice che i migliori momenti della mia vita non sono mai stati pensati prima, o pianificati, sono eventi felici che sono semplicemente… capitati. Ecco, vorrei andare sempre più in questa direzione, studiare meno e affrontare di più quello che succede».

Malick non parla con la stampa, non ha ritirato nemmeno la Palma d’oro a Cannes. Come si è sentito a dover rappresentare il film parlando anche al suo posto? 
«In effetti è stato strano farmi intervistare e dire: “Terrence pensa”, “Terrence crede…”. Però capisco la dinamica. Quando lui ha iniziato a lavorare, 20 anni fa, il cinema non era come oggi, non c’era questa pressione per farti andare in giro per il mondo a vendere la tua creazione».

E la propria immagine. 
«Capisco la difficoltà della situazione. Io non ci faccio troppo caso e rilascio volentieri interviste, anche perché ci sono così tanti film sul mercato che non è uno scherzo farsi notare. Però cerco di non farmi coinvolgere troppo».

Anche per lei le cose sono molto cambiate. Ai tempi di “Sette anni in Tibet” non rilasciava interviste da solo, c’era sempre qualcuno seduto accanto a lei. Oggi siamo solo in due…
«Ai tempi non ero preparato, pensavo solo ai film e non ero pronto a tutto quello che comportano. Avere un registratore puntato addosso può essere un incubo e io non sapevo davvero come affrontarlo. Tutto quello che volevo era recitare».

E oggi?
«Sono più vecchio, più maturo, capisco più il meccanismo. Non combatto con

la “macchina” di comunicazione perché ormai conosco le sue regole. Le parole dei giornalisti hanno più importanza, in certe situazioni. Per esempio questo film: The tree of life va discusso, capito, affrontato. In genere sono un tipo schivo, cerco di non commentare tutto e preferisco fare le mie scelte. Indipendentemente da quello che si dice e che si scrive».

Sean Penn, in questo film, è suo figlio. E a Cannes era anche in concorso come miglior attore protagonista di “This must be the place” del nostro Paolo Sorrentino. Cosa pensa di lui come attore? 
«Sean è la ragione per cui ho iniziato a recitare. Era uno dei miei idoli quando

cercavo di capire cosa volessi fare da grande. È uno dei pochi che conoscono il timore, ma allo stesso tempo sanno che cos’è l’amore. E porta questa incredibile qualità nella sua recitazione».

Passiamo alla sua di famiglia e ai suoi sei figli. Li ha portati con sé anche per il film di Malick? 
«Sempre. Io e Angelina (Jolie, la sua compagna, ndr) siamo sempre con loro e lavoriamo sul set uno alla volta in modo da non lasciarli da soli. Nel caso di The tree of life abbiamo affittato una casa in Texas. Siamo molto felici dell’educazione che stiamo dando loro immergendoli in altre culture, in tanti posti del mondo diversi».

Hanno capito che sono figli della coppia più famosa di Hollywood?
«Loro pensano che, per lavoro, raccontiamo storie. Non sanno esattamente che cosa facciamo, quindi non ne sono troppo impressionati».

I suoi figli non hanno visto i suoi film?
«Nessuno. Forse nemmeno Angelina l’ha fatto! Non abbiamo molto tempo libero».

Com’è dover sempre fare i bagagli? 
«In famiglia siamo bravissimi in questa attività, soprattutto Angelina».

Come vi organizzate, visto che ogni mossa di lei e della Jolie muove 

stuoli di paparazzi? 
«Cerchiamo di viaggiare di notte, quando la gente dorme, perché è molto, molto difficile farlo alla luce del sole».

Prima diceva che si preoccupa dei suoi figli e di come giudicheranno i suoi film. Ne teme qualcuno in particolare?
«Una volta mi piacevano i personaggi più irriverenti, ora voglio che i ragazzi sappiano che il loro papà è un uomo maturo».

Ci dobbiamo preoccupare? 
«Sono più consapevole di non essere… “eterno”. Ci sono un po’ di film che voglio fare presto. Non dico che cambieranno il mondo, ma sono storie che hanno un senso. E sono sicuro che lo avranno anche per i miei figli».

Cristiana Allievi

La Locandina di "The Tree of Life" in concorso a Cannes

La Locandina di “The Tree of Life” in concorso a Cannes.

Qui il mio articolo su Grazia

2011 © Riproduzione Riservata 

John Turturro: «Tutta la vostra grande bellezza»

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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cinema, Cristiana Allievi, Gigolò per caso, Italia, John Turturro, Mia Madre, Palermo, Torino

Le chiese di Palermo, i dischi di Napoli, le librerie di Torino: il grande attore e regista italoamericano racconta a Panorama la sua Italia, personalissima segreta

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“Questo Paese è così ricco di storia e di bellezza da rendere maledettamente complessa la scelta di che cosa mostrare in un film”. Padre carpentiere pugliese immigrato a New York, madre cantante jazz di origine siciliana, John Turturro, 57 anni e 60 film alle spalle, è l’italoamericano più amato da Martin Scorsese, da Spike Lee e dai fratelli Coen. L’attore, nato a Brooklyn, ha appena terminato di girare a Roma Mia madre di Nanni Moretti e, per interpretare il suo quinto film da regista, Gigolò per caso, nelle sale italiane dal 17 aprile, si è scelto, guarda caso, l’italico nome di Fioravante.

Quando si lascia andare ai ricordi e alle esperienze tricolori, Turturro finisce per tracciare una personale geografia del cuore, competente e inattesa.  Dove si sente più a casa, nel nostro Paese?
Ho trascorso molto tempo in Sicilia. I ricordi di Palermo, con la sua architettura e il suo cibo da sogno, sono indelebili. In generale mi trovo bene ovunque. L’unica eccezione è stata Como: lì mi sono sentito un estraneo. Di Torino amo la quiete contemplativa, le librerie e anche le montagne che la circondano. Lo trovo un bel contrasto con Napoli, così selvaggia, affollata e ruvida.

Non a caso, nel 2010 lei a Napoli ha dedicato un film documentario musicale come Passione.
Di Napoli adoro tutto: il paesaggio, la povertà, il mare, il vulcano. Nel centro storico ho scovato lo studio in cui sono stati stampati i primi dischi in vinile, il Phonotype recording studio. Proprio lì, dietro l’angolo, c’è la Taverna dell’arte, dove la compagnia del proprietario e oste, don Alfonso, è grande tanto quanto il cibo che serve.

Ha scovato nuovi talenti musicali partenopei?
Antonio Fraioli, compositore e violinista, mi ha spedito il suo ultimo disco e l’ho trovato fantastico. Sono anche diventato fan degli Spakka-Neapolis 55.

Si è mai regalato una vacanza italiana?
Purtroppo no. In maggio mi concederò una full immersion nei luoghi di Fellini per le riprese di Tempo instabile con probabili schiarite, il prossimo film del mio amico Marco Pontecorvo.

Che cosa visita, nei momenti liberi dalle riprese?
Giro per mostre. Ho visto Modigliani e gli artisti di Montparnasse, ma la mostra del Caravaggio a Roma nel 2010 è stata una delle mie preferite di sempre. Sono un suo grande fan. Ho iniziato il film Passione con uno dei suoi dipinti. Vado a vedermi tutte le chiese in cui sono esposte le sue opere.

Ha mai pensato a un film su Caravaggio?
È molto difficile fare un buon lavoro su un pittore: l’unico film in tema che ho apprezzato è stato quello con Ed Harris nei panni di Jackson Pollock (“Pollock” è il titolo della pellicola, ndr).

Come immagina un Caravaggio “alla Turturro”?
Dovrebbe avere un taglio moderno. Caravaggio era un matto, una specie di rapper dei giorni nostri. Per scrivere qualcosa di efficace su un personaggio del genere ci vorrebbe uno stile di scrittura alla Pier Paolo Pasolini. Più ci penso e più mi pare un’idea pericolosa, ma non esistono sfide senza rischi.

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis ad una conferenza stampa di

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis alla conferenza stampa di “Gigolò per caso”

Intervista pubblicata su Panorama

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«Vi spiego perché Downton Abbey parla un po’ di noi»

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in Serie tv, Televisione

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Cristiana Allievi, Downton Abbey, Julian Fellowes, Meggie Smith, Panorama, Romeo e Giulietta, Serie tv, Televisione, William Shakespeare

Parla Julian Fellowes, ideatore della saga sulla famiglia aristocratica dei Crawley, vincitrice di 10 Emmy award, cinque Bafta e due Golden Globe.

julian fellows

E’ rimasto nell’ombra per vent’anni, facendo l’attore caratterista e lo scrittore per la tv. Poi è arrivato Robert Altman che gli ha fatto vincere un Oscar per la miglior sceneggiatura originale con Gosford Park, catapultandolo nella lista dei migliori scrittori per il cinema di Hollywood (The Tourist, The Young Victoria, Vanity Fair). Da lì in avanti è stata tutta un’ascesa per Julian Fellowes, attore, regista, produttore e scrittore di bestseller. E quando ha ideato la saga sulla famiglia aristocratica dei Crawley, Downton Abbey, di fatto ha creato una serie tv da Guinness dei primati che vanta nel palmarès 10 Emmy award (e 30 nomination), cinque Bafta e due Golden globe. Il 19 dicembre approda in Italia in prima serata la terza serie, su Rete4, mentre a gennaio in Usa ci sarà la première della quarta stagione e in Inghilterra inizieranno le riprese della quinta. Ricapitolando, la storia è quella della famiglia aristocratica dei Crawley che vive con la numerosa servitù in una casa nello Yorkshire, attraversando le varie fasi della storia inglese: dall’affondamento del Titanic alla dichiarazione di guerra alla Germania, poi, nella seconda stagione, gli anni della guerra…

Che cosa accadrà nella terza serie, finita al numero uno nella storia del network Pbs in Usa, con 24 milioni di telespettatori?
Sarà un po’ come quando, dopo un incidente, ci si tasta il corpo per capire quante ossa si sono rotte. Questo è quel che è successo negli anni Venti e Trenta, che mi colpiscono per la loro nebulosità, in un certo senso eccitante. C’erano tutti quei balli nuovi, gli aeroplani, i film, sempre più persone avevano la macchina, ma da un altro punto di vista serpeggiava la paura del futuro. Come oggi.

Non ha temuto di essere inopportuno mandando in onda una serie focalizzata su benessere e lusso, in un’epoca di crisi come la nostra?
È un momento di grandi insicurezze, i posti di lavoro o non ci sono o traballano, le regole sono vaghe, anzi nessuno sa esattamente quali siano. Proprio per questo credo che raccontare la vita di un gruppo di persone che vivono a stretto contatto tra loro, ma con orizzonti così diversi, sia molto utile. Era un’idea che avevo in mente già prima di scrivere Gosford Park.

Ha introdotto 18 personaggi, ognuno con una personalità e una direzione.
Il pubblico contemporaneo è molto sofisticato, è abituato a maneggiare tante informazioni in simultanea. Anche il racconto è veloce, in effetti, si deve rimanere svegli, mentre un tempo non importava se lo spettatore si alzava per andare a farsi una tazza di tè nel mezzo dello spettacolo tv.

Qual è il segreto di un tale successo?
L’abbraccio senza giudizio delle vite di tutti, benestanti e no. I personaggi sono presi sul serio dal primo all’ultimo, la servitù non è comica e i nobili non sono né padroni né egoisti. E poi ci sono i socialisti irlandesi, le femministe di specie differenti e i nuovi ricchi americani, i buoni e cattivi non dipendono dalla classe sociale. Regna un equilibrio ideologico che evidentemente premia.

Si ritiene uno snob?
Mi hanno accusato di esserlo. Francamente, analizzare perché le persone compiono certe azioni, e mostrare come in fondo la maggior parte degli esseri umani voglia andare avanti nella vita, non mi pare un atteggiamento snob.

Dal 2011 lei è un lord, vive con sua moglie Emma e suo figlio Peregrine a Londra e nel Dorset: ci sono similitudini tra la sua famiglia e quella protagonista di «Downton Abbey»?
Proprio come per i Crawley, nel mio caso gli antenati più nobili vengono dalla famiglia di mio padre, in quella di mia madre non se ne rintracciano. Questo fatto mi ha molto influenzato, credo sia il motivo per cui non prendo le parti di nessuno.

Una delle novità della terza serie è la presenza del premio Oscar Shirley MacLaine come interprete di Martha Levinson.
È salita a bordo in modo semplice, non si è mossa come una star che merita qualcosa di diverso dagli altri. È una donna gentile e conviviale, quando sono finite le riprese e se n’è andata tutti hanno vissuto una specie di lutto.

Dopo di lei ci dobbiamo aspettare una pioggia di star?
In realtà sono molti i big che ci hanno chiesto di venire a lavorare con noi, ma cose così vanno calibrate. Quando serve una grossa personalità, come nel caso della contessa di Grantham, va bene Maggie Smith, però non si può esagerare: le star di Hollywood si portano dietro una tale aura che rischiano di diluire l’atmosfera della storia e non va bene.

Sente la pressione del successo?
La pressione è un sottoprodotto inevitabile del successo, se non c’è significa che hai fatto un flop.

Non ha avuto timori nemmeno quando si è trattato di riscrivere William Shakespeare?
L’anno prossimo arriverà nelle nostre sale la sua versione di «Romeo e Giulietta». Shakespeare è stato riscritto più o meno dal giorno in cui ha reso l’anima al cielo, non c’è stata generazione, dopo, che non lo abbia affrontato, c’è stato persino chi ha dato alla storia un lieto fine. A far paura è il fatto di dovere tradurre un testo per un luogo, il cinema, diverso dal teatro, per cui era stato pensato.

La sua versione sarà fedele a quella del poeta inglese?
Abbiamo mantenuto i capisaldi di quella che secondo me è la miglior storia che sia mai stata scritta sul primo amore. Credo che solo uno studioso davvero raffinato potrà accorgersi di cosa ho modificato.

La locandina di Downton Abbey

La locandina di Downton Abbey

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Filippo Timi, un inferno di rose

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Teatro

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cinema, Cristiana Allievi, Don Giovanni, Fabio Zambernardi, Filippo Timi, Flair, L'uomo tigre, Panorama, Pinocchio, Teatro

“Un vibratore del lusso infiammato di paillette, come una superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”: secondo Filippo Timi che porta in scena un fantasmagorico “Don Giovanni” l’anima sta nel costume. Filippo Timi è uno dei protagonisti del nuovo numero di Flair in edicola con Panorama questa settimana

Filippo Timi interpreta il Don Giovanni

Filippo Timi interpreta il “suo” Don Giovanni

«Cercavo qualcosa di assoluto, non di storicamente corretto. Stavo guardando 2001: Odissea nello spazio, in particolare l’ultima sequenza, quella casa-stanza dal pavimento abbagliante mi è sembrata perfetta per esprimere un non-luogo, astratto ma in apparenza reale, concreto. Quindi ho utilizzato il colore bianco e il plexiglass, accanto a quinte dorate, per restituire la mia idea – filosofia e personaggi compresi – tra Barocco e Rococò».

Con questa scena “anti-sobria” si presenta Il Don Giovanni secondo Filippo Timi, il personaggio libertino di Molière e Mozart, che l’attore e regista perugino senza facili reverenze ha venato di humor nero, trasformandolo in un virus che contamina il pianeta. In una girandola di pelli color carne e nero, di tessuti carichi al limite dell’indossabilità, di cimeli e luci caravaggesche, i costumi firmati dal design director di Prada Fabio Zambernardi con lo stilista Lawrence Steele diventano gabbie esistenziali, mentre i dialoghi si spingono oltre la morale. Non solo: video da YouTube, con ginnaste olimpioniche e improbabili ballerine cinesi, servono a cambi di scena, quanto alla colonna sonora che passa da L’Uomo Tigre, indimenticato eroe nipponico dei cartoon, alla liberatoria Bohemian Rhapsody dei Queen.

Dopo il successo al teatro Franco Parenti di Milano che ha coprodotto lo spettacolo con lo Stabile dell’Umbria, presto Timi giocherà in casa. Dal 10 al 14 aprile sarà infatti a Perugia, al Teatro Morlacchi. Un incontro delicato. «È un passaggio cruciale, perché apro lo spettacolo con un video che ho girato a mia madre. Indossa una parrucca, è truccata, percorre il “Viale del Tramonto” proprio a casa mia… Non vedo l’ora di vedere la sua faccia quando si riconoscerà al Morlacchi, in formato 9 x10 metri! E poi c’è il fatto che nessuno è profeta in patria, anche se nel mio caso sia Amleto sia la versione di Giulietta e Romeo che ho proposto in umbro sono piaciute. Diciamo che le premesse sono buone».

Don Giovanni è una scelta estetica. Ma poi, centrifugando pop, Stanley Kubrick, You Tube, anni ’80 e la Sirenetta, la visione che ne risulta è eccentrica.

Guardi, è Don Giovanni che ha scelto me. Stavo preparando un lavoro sul male, su Satana e il Grand Guignol, e sono capitato su questa figura vampirizzante, fagocitante. È un mito attuale talmente forte da aver scalzato tutti gli altri, anche dentro in me.

“Un vibratore del lusso infiammato da un inferno di paillette, come una Superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”. Parole di Fabio Zambernardi che ha creato i fantasmagorici costumi. È una definizione impegnativa.

Un critico ha scritto che l’anima di Don Giovanni è il suo costume. Quando ho letto queste parole ho tralasciato le scenografie e mi sono focalizzato sugli abiti. Con Fabio non ci siamo dati limiti, anche perché l’anima della questione è andare oltre tutto, anche la morale, in un Settecento in cui c’è il trionfo dell’apparenza. Quindi l’estetica eccessiva proposta in scena si è fatta da sé: ha una precisa funzione, ogni elemento è importante perché esprime qualcosa che va oltre.

Dunque l’anima del personaggio vive nei suoi costumi. Un principio che vale anche nella vita reale?

La persona è qualcos’altro, di meglio e di peggio del personaggio, che resta comunque uno specchio dell’individuo, in un gioco di rimandi continuo. Nel mio caso ho scoperto che più sono specifico e concreto nell’interpretazione, più riesco a parlare a tutti.

Di solito con il Settecento viene in mente Maria Antonietta, l’oro, i minuetti. Il suo Don Giovanni preferisce invece L’Uomo Tigre.

Contaminare per me è un dovere. E poi avevo bisogno di stacchi netti nello spettacolo. Così ho ricavato dei video da quella miniera straordinaria che è You Tube: i video rompono con il tutto, quindi lo affermano. La scelta dell’Uomo Tigre come sigla? Nella mia immaginazione era scontato che Don Giovanni lo ascoltasse. Sarà preoccupante, ma è la verità.

Quali altre tessere vanno a formare il puzzle della sua estetica?

Jean Cocteau ma anche il film Che cosa sono le nuvole di Pasolini, un colpo al cuore. Come per me lo sono stati Otto e mezzo e La dolce vita di Fellini. Stanislavskij insegna che l’immagine è basilare, basta pensare allo Sean Penn di This Must Be the Place. È un concetto ampio, ma per essere veri a volte ci vuole una maschera, una sovrapposizione che ti rende più spudorato: solo travestendoti puoi spogliarti.

In scena lei indossa tacchi dorati e improbabili pellicce ricavate con le parrucche delle femmine sedotte.

Nel Settecento il machismo era diverso da quello di oggi, il Casanovadi Fellini è un attore pieno di pizzi rosa, trovo un salto interessante usare qualcosa per affermare il suo contrario. Per questo indosso quel meraviglioso cappotto fatto con 1500 rose, di una pesantezza che non si può immaginare. L’impossibilità dei materiali e la scomodità dei costumi corrispondono alla ricerca di un linguaggio del corpo più affascinante.

A parte portare in scena un Satana in uniforme delle SS rosa shocking, cos’è l’inferno per lei?

Direi che è la vita (pausa, ndr). Ma io non do agli inferi un’accezione negativa. Per me è fatto di attriti, anche vitali. Mentre il paradiso è fatto di momenti in cui tutto sembra andare a posto. E avere un senso.

“Vivere è un abuso, mai un diritto”, si afferma nello spettacolo.

È la citazione dal filosofo nichilista francese Albert Caraco. Io non concordo: sono un gioioso della vita.

Sul piano estetico, qual è la conseguenza di essere se stessi?

L’originalità, nel bene e nel male. Questo significa non essere uguali a nessun altro. Io non ho uno stile, fuori dalla scena, diciamo che sto comodo, vario. La fortuna è che non mi viene richiesto di mettermi una divisa sociale. E quando vado sul set la prima cosa che fanno è cambiarmi, quindi non conta ciò che indosso: nella vita mi vesto, per spogliarmi sul lavoro.

Succederà anche nel suo prossimo film, Come il vento di Marco Simon Puccioni?

Lì sarò un uomo che insegna teatro in carcere e devo dire che portare sul set i jeans anni ’80 è stata una vera svolta: indossandoli mi sono sentito subito mio padre.

L’apparenza, che torna a toccare corde profonde. Insegnamenti avuti dalla figura paterna?

L’uso dei cerotti. Faceva il cementista, tornava spesso a casa con le dita delle mani massacrate e per farci più attenzione ci metteva sopra lo scotch da elettricista. Io uso lo stesso procedimento.

Sempre a proposito di “mise” originali: è vero che porterà in teatro anche Pinocchio?

Sì, e tutto sarà di legno, e la fatina, al posto della bacchetta magica, avrà la sega elettrica. È un atto necessario, per trasformare un burattino in bambino bisogna farlo a pezzi.

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

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Io, Asia Argento e la mia Incompresa

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Asia Argento, Charlotte Gainsbourg, cinema, Cinema Italiano, Festival di Cannes, Gabriel Garko, Giulia Salerno, Incompresa, Panorama

Intervista alla regista al suo terzo film che sarà nelle nostre sale dal 5 giugno

Asia Argento alla 67a edizione del Festival di Cannes

Asia Argento alla 67a edizione del Festival di Cannes

Occhiali da intellettuale. Caschetto corto rasato da una parte. Ricoperta di tatuaggi, a partire da quello enorme che le spunta sul petto, giacca in pelle e stivali biker, Asia sfodera un look total black. E anche i muscoli, quando dice a sorpresa che non farà mai più l’attrice (“ci vuole troppo ego”), mentre racconta il suo terzo film da regista, Incompresa, che è stato in concorso a Cannes nella sezione Un certain regard e sarà nelle nostre sale dal 5 giugno. Sta già scrivendo il quarto film, Asia, mentre descrive la sua bambina figlia di divorziati, inquieta per non essere amata. Ma guai a usare la parola “autobiografico”. Nonostante la protagonista sia una magnifica Giulia Salerno che nel film si chiama Aria (secondo nome della regista) e sia capace di “vendicarsi” degli adulti con un’espressione implacabile, e i personaggi di Charlotte Gainsbourg e Gabriel Garko assomiglino per vari aspetti a Daria Nicolodi e a Dario Argento, Asia ti stronca prima di iniziare con un “se avessi voluto parlare della mia famiglia avrei girato un documentario”.

Cosa hai voluto raccontare con Incompresa?
La famiglia, ma in un modo in cui non viene presentata in Italia. Da noi i matrimoni si sfasciano, con tutte le conseguenze del caso, ma non si vuole affrontare la questione.

Da dove sei partita?
Da un’immagine di una bambina cacciata dalla casa del padre e che la madre non può prendere con sè. Cammina con il suo gatto in una mano e una valigia che pesa nell’altra, perchè non ha le rotelle. Poi da lì, scrivendo con Barbara Alberti ci siamo accorte che stavamo facendo un film per ragazzi, la cosa ci è molto piaciuta. Ma ci rivolgiamo ai bambini intelligenti, non a quelli lobotomizzati, rintronati da telefonini, videogiochi e social media.

Che scelte di regia hai privilegiato?
Ho lavorato senza storyboard né shortlist perché avevo il film molto chiaro in mente, esteticamente e poeticamente. Volevo girare con piani molto larghi perché con Nicola Pecorini (direttore della fotografia, ndr), eravamo un po’ stufi del cinema fatto tutto di primi piani, tra un 50 e 100 millimetri, che sembra aver paura di raccontare le stanze, la vita, i luoghi.

Ma ci sono primi piani in momenti inaspettati…
È vero, ma in genere l’obiettivo è avvicinarci sempre di più alla protagonista, infatti iniziamo con una commedia e finiamo su toni più strappacuore.

Perché hai scelto Gabriel Garko?
Ho scritto il film pensando a lui. In Italia una volta esistevano attori così, e li esportavano all’estero. Oggi da noi per essere considerato serio devi essere tormentato e brutto, o imbruttirti, mentre in Francia o in America uno come Gabriel non sarebbe ghettizzato in tv.

La Gainsbourg?
L’ho sempre sentita come una sorella nell’anima, e non perchè tutte e due abbiamo avuto genitori ingombranti, come qualche cretino ha scritto. La trovo straordinaria.

Parlando di musica, risulti tra gli autori dei brani originali del film, e in genere la colonna sonora è forte e coinvolgente…
Avevo un 45 giri che ho perso. Io e il produttore americano abbiamo scritto su Facebook che avremmo dato 100 dollari a chi ci avesse messo in contatto con i musicisti. Abbiamo trovato il batterista, da lui siamo risaliti al gruppo, gli Il Y A Wolkswagens, che ci hanno dato il loro pezzo, Kill Myself, l’unico che hanno mai prodotto.

Anche i colori rimangono impressi, molto anni Ottanta.
I rosa, i rossi, il turchese sono colori che ci ossessionavano e che oggi non ci sono più, ma li uso come dettagli. Non volevo fare un film in costume ma accennare a un tipo di estetica che ancora mi affascina, usando indumenti miei e di Nicoletta Ercole, la costumista, tutto vintage puro anni Ottanta.

Come la scelta di girare il pellicola…
Abbiamo dimostrato che non è vero che costa di più, perché se spendi all’inizio poi risparmi, quando non devi passare cinque settimane alla Color correction per cercare di far assomigliare i numeri alla realtà. Questo perchè la pellicola è viva, mentre il digitale è la riproduzione numerica della realtà. Volevo un film con una grana che assomigliasse alle Polaroid, qualcosa che sbiadisce e ciò che manca lo può immaginare lo spettatore.

Registi che ti hanno influenzata?
A parte Incompreso di Comencini, da ragazza mi aveva molto colpita I 400 colpi di Antoine Doinel, alter ego del regista Jean Pierre Leaud. Oggi ha 70 anni ma sarà per sempre il bambino di quel film.

Dove avete girato?
Gli esterni nel quartiere Prati, il luogo di Roma che conosco meglio perché ci sono cresciuta. Gli interni sono tutti girati a Torino, dove abbiamo trovato le case perfette per il padre e la madre, oltre a un certo entusiasmo genuino per il cinema. La Regione Piemonte ci ha dato il finanziamento che non ci ha concesso lo Stato, le siamo molto grati.

A cosa punti ora, come regista?
A fare film che abbiano un’integrità poetica, e in questo voglio essere viva, commossa. Il botteghino non mi preoccupa, per me conta solo continuare a fare film. E credo che se si lavora con amore e dedizione il risultato poi arriva, e non sarà mai quello che uno si immagina.

Cosa significa per te la parola onestà?
In questo momento della mia vita significa tutto. Sono stata molto disonesta, in passato. Oggi cerco onestà nei rapporti umani, nella mia famiglia, con i miei bambini, che sono la cosa più importante. Da regista? È lo stesso, niente trucchetti per conquistarsi la simpatia del pubblico.

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Intervista pubblicata su Panorama © Riproduzione Riservata

Quella volta che Mickey Rourke mi ha detto: “Ero troppo piccolo per difendermi da mio padre”

15 mercoledì Ott 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Quella volta che

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cinema, Leone d'oro, Mickey Rourke, Nove settimane e mezzo, Quella volta che, The Wrestler, Venezia

Certo, non può succedere niente di grave. Ma Rourke non è uno che si incontra a cuor leggero. Sarà un po’ per le immagini del suo ultimo film, The Wrestler, e un po’ (tanto) per le cronache degli ultimi 20 anni che lo riguardano – un misto di boxe, botte da orbi alla ex moglie e follie varie. E poi stiamo pur sempre parlando del sex symbol che con Nove settimane e mezzo influenzò i sogni (e forse i comportamenti) dell’intero Occidente.

Con questo stato d’animo entro nella suite nel cuore di Roma in cui Lui sta aspettando. Dentro c’è un uomo alto,  dal fisico massiccio, con i capelli lunghi e un po’ incolti, scoloriti dal sole. Decisamente un bell’uomo, che sfoggia due vistosi anelli per ogni mano e una collana con un grosso ciondolo di giada. Indossa pantaloni di velluto beige, una maglietta grigia sbottonata che lascia scoperta una generosa parte del petto, e stivaletti neri da motociclista. Il viso è abbronzato, e del gonfiore con cui era apparso pochi mesi fa alla Mostra del cinema di Venezia non c’è più traccia.

The Wrestler - Mickey Rourke -3

Come sta?

«Bene, ma la mia voce se n’è andata (ne ha un filo, e scandisce le parole in tempi lunghissimi, ndr). Ieri ero in Turchia, sono andato in ospedale a fare accertamenti: mi hanno detto che sto solo parlando troppo, e non l’ho mai fatto in vita mia».

Merito del Leone d’Oro vinto a Venezia e della sua bravura…

«The Wrestler era il progetto giusto nelle mani del regista giusto, non credo che sarebbe stato così complesso e reale senza Darren Aronofsky. Ha voluto girare come se si trattasse di un documentario: la sensazione di chi guarda è quella di essere dentro la vita di qualcuno. All’inizio non volevo farlo, sapevo che questo regista mi avrebbe spinto molto avanti nel dolore, lo sapevo perché è intelligente. Così ho cercato di scappare».

Partiamo dal primo incontro tra voi.

«Viene da me e mi dice “Voglio che faccia tutto quello che ti dico, non voglio che mi manchi di rispetto, e posso pagarti”».

E lei?

«Ho risposto che se mi parlava in quel modo aveva palle, era il mio tipo di uomo. Poi non è stato per niente facile, non era mai soddisfatto, e sapeva che tasti schiacciare, come sfidarmi per tirare fuori il meglio da me. Mi ha scelto proprio perché è uno che vuole tutto. E non voleva che andassi in discoteca tutte le sere a correre dietro alle donne…».

Ci va ancora nei night club?

«Sì, ci vado (mi offre una delle 4 varietà di caramelle per la gola che, insieme al tè verde, alle gomme da masticare, a un pacchetto di Marlboro rosse e a una papaia, sono appoggiate sul tavolino che mi separa da lui, ndr)».

Insomma, lei è un tipo a cui bisogna stare addosso…

«Aronofsky era sempre su di me. Finito una scena, diceva “bellissima, ma puoi farla meglio. Guardami, Mickey, e brucia…”, ha voluto il mio sangue. Ha quel tipo di mentalità che quando facevo il pugile mi sfidava a combattere meglio, e oggi mi ha fatto girare un film dando il massimo».

All’apice della carriera, alla fine degli anni Ottanta, ha detto cose scomode: per esempio che a Hollywood non è mai esistito il rispetto per gli attori, e che la bravura non interessa a nessuno.

«Il cinema è puro business, è politica, lo penso tutt’ora. Ma all’epoca mi sono rifiutato di accettarlo, ero troppo naive, non abbastanza istruito per piegarmi. Non l’ho accettato, punto, pensavo che il mio talento bastasse, e che il resto potesse anche fottersi…».

Sulla rabbia, e su come gestirla, lei ha molto da raccontare. Ne ha voglia ? (fa un profondo respiro, ndr).

«È come leggere il libro l’Arte della guerra e poi trovarsi un giorno a fare una vera battaglia. Magari un giorno pensi di poterla vincere, perché il nemico ha il sole in faccia… Ma non sarà così tutte le volte, quindi dovrai scegliere le battaglie da portare avanti. E dovrai farlo con diplomazia, non con rabbia e sangue. Io non avevo né un piano né una strategia… Posso smettere di parlare per qualche minuto? Non ce la faccio più». (Passano due o tre minuti, in assoluto silenzio, ndr). «Era come continuare ad andare avanti, ma senza piani…».

Ha idea di dove stava andando?

«Il più lontano, il più ciecamente e il più velocemente possibile. Dove, non lo so».

Non sa dove era diretto, ma ha capito da dove stava scappando? «Da qualcosa di cui ho avuto paura e di cui mi vergognavo: volevo un posto in cui non sentire più quel dolore».

Quindi scappava dal dolore. «Mi ci sono voluti 15 anni per parlare con qualcuno, con un terapista».

Oggi direbbe che è più facile scappare dal dolore o affrontarlo? «Forse direi che aiuta molto riconoscerlo, dire “sì, esiste, lo sento”».

In altre parole, sopportarlo. «Lei non ha idea… Dentro di me pensavo, “Ok, in uno o due anni ti riprendi, puoi cambiare…”, invece ho dovuto proprio toccare il fondo (lungo silenzio, ndr). A un certo punto ho detto al mio terapista  “si immagini Robert De Niro, Al Pacino o Sean Penn, nessuno di loro potrebbe vivere come sto vivendo io in questo momento… Cosa farebbero al mio posto?”».

E lui?

«Mi ha risposto “solo tu potevi cadere così in basso, loro non avrebbero saputo come farlo”. Intendeva dire che ognuno ha la sua strada, ma in quel momento ho capito anche che tutto ha molto a che fare con le mie origini, e col non averci mai fatto la pace».

Ha voglia di essere più esplicito?

(osserva con affetto Loki, il suo chihuahua. Mi dice che ha 16 anni, che è una femmina e che lo conosce come nessun’altra persona. Sembra che questo momento gli serva a prendere coraggio, e una direzione, ndr). «Posso comprendere la rabbia e l’odio, posso comprendere tutto, ma la più grande debolezza che ho, e con cui fare i conti adesso, è il perdono. È l’aspetto più duro per me».

Ho letto una frase, ieri, che diceva “non accettare se stessi è la più grande violenza che uno possa compiere”…

«Può ripeterla, per favore?».

Non accettare se stessi è la più grande violenza che uno possa compiere. «È il mio tema del momento. Mi stanno succedendo cose molte belle ma, anziché essere felice, due giorni fa mi sono messo a piangere. Ero confuso, mi sentivo quasi colpevole».

Cosa le viene in mente?

«Perché dovrei avere una seconda chance? Sono stato un vero figlio di puttana nella mia vita… (segue un lungo silenzio, ndr). A New York c’è un prete di cui sono molto amico. Vado da lui a confessarmi, ma non mi fa entrare nel confessionale, ci sediamo in cucina, fumiamo e beviamo vino rosso, è diverso dagli altri. Pochi giorni fa gli ho detto che ero spaventato perché iniziavano a succedere eventi positivi…».

Cosa le ha risposto?

«Mi ha portato fuori a cena, non era mai successo prima. Solo lui e Franco sanno fermarmi dal fare cose terribili (Franco è il suo migliore amico, e tra poco me lo presenterà: è un signore con una faccia molto affidabile, sembra una persona buona, ndr)».

Dicevamo del prete.

«A cena gli ho detto che tornare in pista dopo tutti questi anni mi sembrava troppo. Mi ha risposto che sarebbe andato tutto bene. “Sì”, gli ho detto, “ma l’ultima volta non avevo paura…”. Così mi ha dato un libro, l’ho aperto: aveva cerchiato tutte le cose che riguardavano il perdono (silenzio, ndr). Ci sono giorni in cui parlo col prete, altri in cui parlo col terapista, a volte con entrambi (ride, ndr). Per otto, forse nove anni, non ho avuto un lavoro, e mi sono sentito una nullità. Tra l’altro vivevo a Los Angeles, una città costruita sull’invidia…».

È proprio così? «Lì conta solo il successo, e per quanto cerchi di nasconderti, non puoi farlo tutti i giorni, dovunque tu vada… Se mi avessero detto che ci sarebbero voluti 15 anni per tornare a lavorare e per cambiare, piuttosto sarei tornato a Miami, anche a fare il ladro. A un certo punto, però, ho capito che valeva la pena cambiare, e che non sarei stato meno uomo per questo».

Dove ha trovato il coraggio di essere qui, oggi?

«Sono stato fortunato, ho cercato e trovato queste due persone, il prete e il terapista. Uno è perfetto perché sono cattolico, e non avrei potuto mettermi una pistola in bocca per farmi fuori; l’altro mi ha aiutato a capire perché ho fatto quello che ho fatto. Comunque sarebbe stato più facile morire, credo».

Adesso che vive a NY sta meglio?

«Lì mi sento a casa».

The Wrestler è un nuovo inizio, per lei? «Sento che è tutto nuovo, niente suona come qualcosa che viene del passato. Mi reputo anche fortunato perché non sono arrabbiato per il tempo che è andato, non ho desiderio di vendetta, nè ho troppa vergogna».

Ha altri progetti?

«Le dico che sono pronto a partire, sì, e che mi interessano film intelligenti, non posso lavorare per soldi».

Cosa conta davvero per lei, quando si sveglia la mattina?

«Essere forte, ma in un modo completamente nuovo: come lo sono stato nel passato mi ha ucciso, mi ha fatto troppo male».

Dove aveva imparato, quel modo?

«È una lunga storia (lungo silenzio, ndr). Quello è stato il grande problema, la causa di tutti i problemi (l’aria è di colpo così pesante che si taglia col coltello, gli occhi di Rourke diventano lucidi, ndr). Ero piccolo, ero debole, non potevo, mi vergognavo…».

La memoria fa un balzo nella sua biografia: la madre di Rourke si è separata dal padre quando lui aveva pochi anni. Così dall’Irlanda si sono trasferiti in Usa e, quando Mickey aveva 6 anni, sua madre gli ha messo davanti il nuovo compagno, un poliziotto violento, dicendogli “questo da oggi è tuo padre”.

Di cosa si vergognava?

«Di non poter restituire, nè combattere alla pari, ma non puoi farlo quando sei alto meno di un metro (gli occhi diventano di nuovo lucidi. Smette di parlare, ndr). Credo che non mi perdonerò mai per questo. Non so cos’altro dirle».

A questo punto mi fermo anch’io, fino a quando non mi fa capire che mi regala ancora un po’ di tempo, e di se stesso.

Com’è il suo nuovo modo di essere forte?

«Invece di reagire a livello istintivo penso alle conseguenze, alle ripercussioni. Non voglio più che le persone abbiano paura di me».

Mi sembra una persona molto delicata, se posso…

«È una novità, non mi ero mai permesso di essere come mi vede, è una sensazione molto strana, mi creda. Mi piace, ma è come vivere con uno sconosciuto, “chi sei?” mi chiedo ogni tanto. Poi mi ricordo dei tempi peggiori, di quando mi guardavo allo specchio e pensavo “sembri un mostro…”, era tremendo».

Oggi ha ancora qualche eccesso?

«Direi solo quello di correre dietro alle donne».

Non sembra pericoloso…

(ride, ndr).

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Mickey Rourke e Kim Basinger ai tempi di Nove Settimane e mezzo.

A questo punto Rourke si alza, raggiunge la finestra, si gira verso di me e dice: «Lei ha le domande giuste». Gli rispondo che mi interessa incontrare le persone. «Chissà se lo direbbe anche incontrandomi in discoteca, alle due di notte, ubriaco… Forse cambierebbe idea». Sorride, ed è l’unico momento in cui ricorda il sex symbol di quel vecchio film.

Panorama First 2008 © Riproduzione Riservata

Jeremy Irvine, «Pattinson, fatti più in là»

23 martedì Set 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Tag

cinema, Colin Firth, Cristiana Allievi, Fallen, Grazia, Jeremy Irvine, Leonardo DiCaprio, Robert Pattinson, The railway men, Toronto

 Ha solo 24 anni ma ha già Hollywood ai suoi piedi. E nessuna intenzione di diventare un sex symbol. Perché ha capito cosa regala la vera felicità…

936full-jeremy-irvine«Ero a un passo dal mollare tutto e andare a lavorare con mio padre. Quando ti senti dire cinque no a settimana, per due anni, non vedi più un motivo per insistere…». Reduce da Toronto per l’anteprima di The reach, seduto su una sedia, gambe allungate in avanti, parla guardandomi con due occhi blu grandi e sereni. Indossa una giacca in pelle nera e jeans a fasciargli i quadricipiti, ed è educatissimo. Non meraviglia, considerando che è cresciuto a Gamlingay, nella campagna dello Cambridgeshire, con padre ingegnere a madre politica, e forse anche grazie a questo oggi Jeremy Irvine ha davanti a sé uno scenario molto diverso da quello dei suoi esordi: Hollywood lo corteggia, lo stesso dicasi per gli stilisti e i registi. Perché dopo la serie di porte in faccia è arrivato Steven Spielberg a sceglierlo come protagonista di War Horse, un tale successo al box office da trasformarlo istantaneamente da signor nessuno in star. Da lì in poi ha fatto solo scelte intelligenti, come non montarsi la testa e scansare le offerte di franchise per teeneger, cosa che ti riesce solo se hai un mare di fiducia dalla tua. Dopo il successo di Now is good, dall’11 settembre è in Le due vie del destino, di Jonathan Teplitzky e, prossimamente, in quel The woman in Black- Angel of death in cui lo aveva preceduto Daniel Radcliffe. Guardando più in là, il 2015 sarà il suo anno, come protagonista di Fallen, primo capitolo della nuova adult saga scritta da Lauren Kate che lo impegnerà per ben cinque film. Insomma, ho davanti a me un bello che porta i capelli alla James Dean ed è il prossimo Robert Pattinson in circolazione. A me il compito di verificarne la stoffa…

 In Le due vie del destino interpreta la parte di Colin Firth da giovane, e divide il film con lui e la Kidman. Alla sua età ha già lavorato con Ralph Fiennes, Helena Bonham Carter, che effetto le fa volare così alto? «Condividere il set con star di questo calibro mi ha insegnato presto a lasciare da parte pensieri del tipo “sono solo il nuovo ragazzino…”, se ti fai intimorire sei fregato. Ma se penso che Colin, un premio Oscar, mi ha invitato a casa sua a Londra per preparare il personaggio insieme, ancora non ci credo. È un uomo appassionato e alla mano, e ha un gran senso dell’umorismo».

 Due inglesi con un certo aplomb si influenzano anche nello stile? Sul red carpet di Londra, insieme, eravate scintillanti… «Lì eravamo elegantissimi, ma nella vita di tutti i giorni sono più casual di Colin, mi sento bene con skinny jeans e t-shirts e mi vesto più o meno sempre così. Ho anche una collezione di giacche di pelle, tutte nere. Mia madre mi prende in giro, non capisce perché le scelgo tutte uguali. La risposta è che è il colore più facile da indossare, come mi hanno insegnato Dolce & Gabbana».

Con War House Spielberg l’ha trasformata in una star da un giorno all’altro, ma il suo primo ruolo da attore lo ricorda? «Impossibile dimenticarlo. Gli amici della compagnia teatrale shakespeariana mi dicevano che ero perfetto per fare l’albero… (ride, ndr). Di fatto è quello che è successo: la mia prima volta in palcoscenico è stata con due rami addosso».

La molla che l’ha fatta iniziare? «Un grande insegnante di teatro mi ha detto che la scuola di recitazione sarebbe stata pesante come l’addestramento militare. Non so dirle perchè, ma proprio questo mi ha attratto».

Infatti a 19 anni si è arruolato nell’esercito britannico, ma poi è stato rifiutato perché non ha dichiarato di essere diabetico. «(ride, ndr) Ho avuto la tipica fase di ribellione di un teenager, me lo spiego così. Ma tornando all’esercito, per fortuna la mia vita ha preso un’altra direzione».

Lei ha cambiato nome prendendo quello di suo nonno, perché? «C’era già un Jeremy Smith all’actors union, e siccome devi averne uno unico, mi hanno chiesto di sceglierne un altro».

Sua madre è una politica – e tra le altre cose si occupa di ridare una casa ai senzatetto – e suo padre è un ingegnere. L’hanno presa sul serio vedendola in scena, a fare l’albero? «Per due anni nessuno mi ha fatto lavorare, venivo respinto cinque volte a settimana. Il dubbio di aver buttato via il mio tempo mi è venuto, confesso. Stavo per mollare, diciamo per trovarmi un lavoro vero».

(continua…)

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Intervista esclusiva per  Grazia 

©Riproduzione riservata

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