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~ Interviste illuminanti

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«Sono un uomo in fuga», parola di Keanu Reeves

27 martedì Gen 2015

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Cristiana Allievi, Eli Roth, Grazia, Hollywood, John Wick, Keanu Reeves, Knock, Matrix, Men of tai chi, The whole Truth, Willem Dafoe

Era sparito dalle scene, ma ora, a 50 anni, Keanu Reeves è tornato in un film d’azione, John Wick, subito osannato dalla critica. Il quotidiano americano The New York Times ne celebra la perfezione, il settimanale Time loda l’humor nelle scene violente. Ora anche il pubblico italiano potrà rivedere l’attore al cinema e rimanere per lo meno sedotto dai suoi occhi esotici e da quell’aria timida così irresistibilmente sexy.

Per Reeves è un ritorno alla grande, ma non bisogna illudersi: presto scomparirà di nuovo, perché lui non è il solito divo di Hollywood. È un uomo che ama le fughe, che diserta la mondanità, che nasconde il proprio nome anche quando regala in beneficenza migliaia di dollari, che è stato scoperto dai paparazzi a passare la mattina con un barbone a Los Angeles, per donare ascolto e conforto.

L'attore Keanu Reeves è nato a Beirut, Libano, nel 1962

L’attore Keanu Reeves è nato a Beirut, Libano, nel 1962 (courtesy Grazia.it)

Reeves è imprevedibile, perché non segue le logiche del business. All’apice del successo si è messo a girare in lungo e in largo gli Stati Uniti con la band che aveva fondato, i Dogstar, vivendo senza fissa dimora per mesi. Oggi ha ripreso a suonare il basso e sta pensando di rimettere in piedi i Dogstar: «La band non è ancora ricostituita del tutto. Abbiamo ricominciato da poco. È un po’ come reincontrare dei vecchi amici dopo tanto tempo», racconta. Come faccia a essere così indipendente dalle regole di Hollywood? Per Reeves i soldi non contano: «Potrei tranquillamente vivere per i prossimi secoli con quello che ho già guadagnato», ha dichiarato.

Ma dietro la sua irrequietezza c’è anche altro. Il padre drogato e spacciatore, la leucemia che ha colpito la sorella Kim, di due anni più giovane di lui, il suo più grande punto di riferimento familiare, la figlia nata morta e la compagna Jennifer Syme scomparsa in un incidente d’auto.
Keanu Reeves è in fuga, ma i demoni del suo passato lo seguono ovunque. Oggi dice di essere single, di non avere tempo per l’amore, la verità è che il fantasma di Jennifer non è facile da sostituire. Meglio la solitudine. In una vita lontana dai fasti, l’unico capriccio che l’attore si concede è la passione per le moto. Ha fondato la Arch Motorcycle Co., che costruisce moto su misura. Ha scritto un libretto di poesie, Ode to Happiness, Ode alla felicità, quasi per esorcizzare il dolore. E l’anno scorso ha debuttato alla regia con Man of Tai Chi, girato interamente in Cina e di cui è anche protagonista.

Reeves parla a Grazia da Los Angeles, quando ha appena terminato la produzione dei thriller Knock, Knock, di Eli Roth, e The Whole Truth, con Renée Zellweger. E per le fan italiane c’è una buona notizia: Maria De Filippi l’ha voluto fortissimamente in questa edizione del suo programma C’è posta per te.

Reeves in una scena di John Wick: non si era mai visto prima un killer così ben vestito (courtesy Collider.com)

Che cosa l’ha attratta di John Wick? 

«Mi è piaciuto il mondo un po’ di fantasia in cui vive, con case bellissime, soldi a palate, oggetti sofisticati e opere d’arte. Mi sono piaciuti i dialoghi, ma soprattutto le cose che non vengono dette. Prediligo il mistero e le strade che si incrociano silenziosamente. I film d’azione mi sono sempre piaciuti, ma cerco di raccontare storie che abbiano qualcosa in più. È il motivo per cui sono andato da Chat e David (Stahelski e Leitch, i registi di John Wick, ndr) con questo progetto, avevo intuito che potevano rendere al meglio questo mondo sommerso».

Hanno un passato di stunt, hanno lavorato in molti film d’azione e uno dei due era la sua controfigura in Matrix. Com’è stato averli come registi? 

«Ho sentito che l’asticella si alzava, in termini di aspettative. Entrambi vengono dal mondo delle arti marziali e non cedono di un millimetro sui dettagli, per questo mi sono sottoposto a una preparazione fisica estremamente impegnativa, ho cominciato mesi prima delle riprese, cinque volte a settimana otto ore al giorno. Poi mi sono allenato un’estate intera per diventare John Wick».

Un uomo che è praticamente scomparso dopo aver detto addio alla vita da killer. Anche lei, uno degli attori più famosi di Hollywood, riesce a rimanere defilato dallo sguardo del  pubblico.
«Non so se John sia un uomo che cerca più di scomparire o di uscire dalla vita. Io non ho mai cercato di abbandonare la vita, ho sempre e solo voluto raccontare storie e mi reputo estremamente fortunato di riuscirci ancora».

C’è una linea sottile nel film, riassumibile in “ognuno ha un prezzo”, concorda?
«Sì, ogni persona ha il suo prezzo. Ma credo dipenda da quello che si sta comprando e vendendo, non trova?».

Willem Dafoe,  il grande cattivo del film, ha detto di aver accettato il ruolo solo per lavorare con lei.  Il motivo è che lei fa i film d’azione in modo diverso da tutti gli altri: riesce a mescolare mistero e forza.
«È molto bello da parte sua. Sono un grande fan di Willem, sono cresciuto guardando le sue interpretazioni, oneste e coraggiose, sia a teatro sia al cinema. Lavorare ai dialoghi è stato meraviglioso, recitare insieme ancora meglio. Snervante, ma molto divertente».

Willem Dafoe,  il grande cattivo del film, ha detto di aver accettato il ruolo solo per lavorare con lei.  Il motivo è che lei fa i film d’azione in modo diverso da tutti gli altri: riesce a mescolare mistero e forza. 

«È molto bello da parte sua. Sono un grande fan di Willem, sono cresciuto guardando le sue interpretazioni, oneste e coraggiose, sia a teatro sia al cinema. Lavorare ai dialoghi è stato meraviglioso, recitare insieme ancora meglio. Snervante, ma molto divertente».

Quali sono i tocchi personali che ha dato al film?
«Il mio apporto più grande è stato il video di John e sua moglie, che lui continua a guardare e riguardare. Lei avrebbe dovuto essere solo un flashback all’inizio del film, ma mi è venuta l’idea del video e ho voluto che diventasse una specie di leitmotiv per ricordare allo spettatore qual è il motore di tutta la storia».

I suoi colleghi di Hollywood si lamentano spesso del fatto che è sempre più difficile ottenere  parti che piacciano davvero, è d’accordo?
«A me sembra che nel cinema indipendente si stia vivendo un vero Rinascimento, ci sono molte opportunità. Mi vengono in mente i film di Paul Thomas Anderson e di Christopher Nolan, geni che hanno stravolto le regole del settore».

Come si è sentito in una New York leggermente proiettata nel futuro?
«Sono contento che la nomini, è una componente importante dell’atmosfera e ai miei occhi è un misto di passato, presente e futuro. Il look più forte che rintracci è nelle linee degli abiti, eleganti, ma dai colori futuristici come gli ori e i rossi. Ci si ispira al cinema di Hong Kong ma anche a Steven Spielberg e ai noir degli Anni 70».

C’è un’ultima domanda che voglio fare prima di salutarlo: in questo film l’attore ha scelto l’eleganza. Mi racconta che il costumista Luca Mosca ha dato agli abiti molti significati simbolici: «Il nero è funereo ed è sacerdotale, è anche molto elegante, ma non richiama l’attenzione. Quando lo indosso, senz’altro mi influenza», spiega Reeves, che d’altronde con il look di Matrix aveva lanciato uno stile.

Poi lo saluto, sapendo già che presto lui “scomparirà” di nuovo.

Ancora Reevs in una scena di  John Wick (Courtesy it.ign.com)

Ancora Reevs in una scena di John Wick (Courtesy it.ign.com)

L’articolo è su Grazia del 25 gennaio 2015 

© Riproduzione riservata

«Perchè dopo il buio c’è sempre l’Alba», e Saverio Costanzo lo sa

15 giovedì Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Alba Rohrwacher, Cristiana Allievi, diventare genitori, Hungry Hearts, inquinamento, manie alimentari, Maurizio Costanzo, Saverio Costanzo

Per il suo film più importante il regista Saverio Costanzo ha scelto la sua musa e compagna di vita, Alba Rohrwacher. E lei per Hungry Hearts, da oggi nelle nostre sale, si è aggiudicata la coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia. Costanzo l’ha resa protagonista di una storia d’amore folle e di paure, a testimonianza del fatto che certe coppie fanno dell’andare in profondità il centro della propria relazione. Un fatto che fa ben sperare, perché per raccontare bene qualcosa, è meglio conoscerlo a fondo

Il regista Saverio Costanzo all'ultimo Festival di Venezia (foto Mymovies.it)

Il regista Saverio Costanzo all’ultimo Festival di Venezia (foto Mymovies.it)

«UCCIDE PIU’ IL TROPPO AMORE O IL NON AMORE?», chiedo a Saverio Costanzo. «Uccidono allo stesso modo», mi risponde. Incontro il regista per parlare del suo nuovo film, Hungry Hearts (“Cuori affamati”), nelle sale in questi giorni. La storia è di quelle che fanno discutere: racconta di una madre, Mina (Alba Rohrwacher), che ha la pretesa di preservare il figlio da un mondo esterno inquinato. Il padre Judd (Adam Driver) arriverà a strapparglielo per salvarlo, ma non riuscirà a evitare il peggio. Un tema forte, un’interpretazione intensa e drammatica, che è valsa ai due protagonisti la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia come migliori attori. E il fatto che per un ruolo così estremo, quello della madre travolta da ossessioni e paure, il regista abbia scelto proprio Alba Rohrwacher, la sua musa e compagna, è singolare, ma anche significativo: l’ha voluta accanto nella sua prova più difficile.

Saverio Costanzo è molto schivo: risulta chiaro, parlandogli, che delle interviste farebbe volentieri a meno. Normale, per uno che cerca di fuggire praticamente da sempre alla scomoda posizione di “figlio di”. Nel caso specifico, del giornalista Maurizio Costanzo,che lo ha avuto dalla prima moglie, la giornalista Flaminia Morandi. Ma il regista, padre di due bambini nati dalla relazione con Sabrina Nobile, inviata del programma di Italia Uno Le Iene, è un bell’esemplare di figlio al quale un genitore ingombrante ha reso necessario fare un salto: è probabile che proprio l’esigenza di stabilire un centro proprio, inespugnabile, lo abbia reso l’artista dal punto di vista originale e netto che oggi è. «La cosa interessante di Hungry Hearts è che mostra due genitori in buonissima fede», inizia il regista. «C’è una madre che mi ha profondamente colpito perché fa cose giuste, eppure…».

Eppure si fa divorare dall’ossessione: non porta il figlio fuori per non fargli respirare l’aria di New York, coltiva le verdure sul tetto per nutrirlo. Follia o amore di madre? 

«Non sono sicuro di niente, quando si parla del personaggio di Mina. Ma so per certo che il passaggio dall’essere figlio al diventare genitore è molto doloroso. Ci ostiniamo a presentarlo come naturale, ma non lo è».

Adam Driver, il padre del film Hungry Hearts, si è aggiudicato la Coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia come miglior attore protagonista (foto http://www.indie-eye.it)

Che cosa è doloroso nel diventare genitori?
«Il cambiamento del punto di vista. Da figlio ti vedi in un certo modo: all’improvviso devi fare i conti con una nuova dimensione».
Visto il cognome che porta, è inevitabile fare i conti con il suo, di padre. Che ha ammesso: «Con i miei figli non ci sono stato, ho sempre lavorato». Questo l’ha influenzata? 
«Penso di no, ma non so risponderle. E a proposito del cognome, non mi sono mai presentato come figlio di Maurizio Costanzo: voglio dire che già a 12 anni cercavo di essere Saverio, non “il figlio di”. Non mi sono mai sentito il figlio del personaggio, quello pubblico, ho tenuto le cose separate. Credo si sia trattato di una forma di rispetto innanzitutto per me stesso, poi per mio padre e infine per lo spettatore: mi è stato insegnato così».
È un caso che disagio e malessere esistenziale siano le cifra del suo cinema?
«Sì, non cerco il dolore, né il disagio o la sofferenza. Mi interessa fare un percorso attraverso una storia, il centro dei miei film è la ricerca, è un tendere a una scoperta attraverso un processo che faccio io, per primo. Quando dirigo so sempre qual è la sua tensione, so dove vuole andare, ma non so dove arriverà, lo scopro strada facendo».
Che cosa le interessa della quotidianità estrema che racconta? 
«Imparare a non giudicare i personaggi, che poi è un modo per giudicare meno anche me stesso». 
È severo con se stesso?  
«Decisamente sì». 
Ha detto di sé: «Sono pieno di paure, sono un codardo». 
«È vero, ho paura quasi di tutto nel quotidiano. Quando giro un film ne ho meno perché le cose diventano più chiare. Hai un ritmo prestabilito, la vita è più ordinata. E poi condivido con gli altri, sono costretto a fidarmi, ad affidarmi: per questo quando lavoro ho meno paura, perché mi aiutano gli altri, non sono solo».
Sullo schermo Alba Rohrwacher esce fisicamente distorta, dalla macchina da presa o dalle diete: lei non si è ribellata? 
«Non è contro di lei, naturalmente, e poi per un’attrice lavorare su un personaggio con il proprio corpo è un’esperienza molto intensa. Ad Alba piace». 
Come regista e attrice, ma anche come coppia, state facendo un viaggio incredibile. 
«Il lavoro che condividiamo è una cosa grossa e anche un grande piacere, ci permette di stare più tempo insieme. E scavare su certi temi è il modo migliore di essere una coppia».
Perché i suoi film sono tratti da romanzi (vedi riquadro a destra, ndr)? 
«Per pudore. Vince sempre la storia di qualcun altro perché dietro quella io mi difendo, mi nascondo. E nascondermi mi da più libertà». 
Costanzo con la compagna, Alba Rohrwacher (foto mymovies.it)

Costanzo con la compagna, Alba Rohrwacher (foto mymovies.it)

su Grazia del 21/1/2015

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Agnes B.,«Vi racconto i bambini che non hanno mai visto il mare»

04 domenica Gen 2015

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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Agnes B., Basquiat, cinema, Cristiana Allievi, David Lynch, incesto, Io donna, Je m'appelle hmmm..., Moda, Quentin Tarantino

Ha iniziato vendendo le sue creazioni al mercato delle pulci, oggi ha un impero da 332 negozi. Poi, a 70 anni, Agnes B. ha girato il primo film. Che parla di una fuga da un incesto. E di avventure on the road, come racconta lei stessa 

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La stilista e regista Agnes B. (Photo courtesy of agnes b. & Patric Swirc)

Céline ha 11 anni e un padre incestuoso e disoccupato. Così, alla prima occasione, scappa di casa, finendo sul camion di un autista scozzese che ha perso moglie e figlie. I due avranno un’avventura on the road dagli esiti imprevedibili. Lascia di stucco, l’esordio alla regia di Agnes B. – Agnès Troublé fuori dalle passerelle e dalle sue boutique. Je m’appelle Hmmm… è un film forte, girato tra la sua vera casa, Bordeaux e le spiagge di Biarritz. La cosa non dovrebbe sorprende, in effetti. Nata e cresciuta a Versailles in una famiglia borghesissima, a 21 anni Agnes aveva già alle spalle un matrimonio con un editore più vecchio di lei e due figli. Senza un soldo in tasca, scovata da una redattrice di Elle al mercato delle pulci, con le sue creazioni di moda e il suo stile solido e libero ha creato un impero: 332 negozi tra gli Usa e il Giappone, una casa di produzione cinematografica, un atelier e tre gallerie d’arte. Quentin Tarantino ne ha immortalato gli abiti in Pulp Fiction e Reservoir Dogs ed è un suo fan. Basquiat la adorava, lo stesso dicasi per artisti contemporanei che ha sostenuto di tasca propria, come i registi Claire Denis a Gaspare Noé, passando per l’eccentrico Vincent Gallo. La incontro in un hotel nel cuore di San Pietroburgo, per parlare di cinema, moda e vita, in occasione dell’International Media Forum in cui ha presentato il suo film che è in giro per i festival del mondo. In nero integrale, capelli biondo miele, mi colpisce subito per quel calore che emana e un senso di empatia verso il genere umano.

L’incesto come tema del proprio esordio registico: una scelta che lei fa a testa alta. «Ho scritto personalmente la storia, ci ho messo dieci anni. La cosa che mi ha colpita di più è che il film è esattamente ciò che ho scritto e che volevo raccontare. Non ho più produttori alle spalle e faccio davvero le cose spontaneamente. E non avendo fatto una scuola, non ho il senso di cosa si può fare o meno, sono molto libera».

La storia che racconta nel film la riguarda personalmente? «Diciamo che ne ho esperienza, ma non è stato con mio padre, né sono scappata, come fa Céline nel film. Leggo Le monde ogni giorno, sono storie frequenti anche se le persone non vogliono parlarne».

Visivamente molto sofisticato, il suo lavoro alterna stati onirici a una natura straordinaria, musica contemporanea di David Daniels e Sonic Youth e arie d’opera. «Sono figlia di Godard, la relazione tra suono e immagine è molto importante per me. Ho sempre fatto la fotografa e ho girato corti per raccontare le mie collezioni, non sono pubblici perché i diritti valgono solo per una stagione, poi non puoi più mostrare le modelle. Ne avrò almeno 25 all’attivo, è così che ho imparato a girare, devo moltissimo alla mia piccola macchina da presa giapponese, una Harinezumi che non mi lascia mai».

La scena dei danzatori di Butoh, tutti bianchi, immersi nella foresta, è un altro omaggio al Sol Levante? «In realtà quell’immagine viene dalla mia infanzia. Sono nata e cresciuta a Versailles, nel parco c’erano tutte quelle statue bianche. Ricordo che un giorno le ho immaginate mentre si muovevano, una visione che evidentemente non mi ha abbandonata».

Ha una predilezione per il blu? Si rintraccia nelle auto come nei mobili, ma anche nella casa della nonna della bambina… «Quella che cita è casa mia e il tavolo che si vede è del mio studio! I colori che preferisco sono il rosso e il blu pallido. Volevo una grande differenza cromatica tra la vita della bambina e quella della donna adulta».

 La natura e la strada hanno una parte enorme nella sua visione. «Sa che in Francia il 25 per cento dei bambini non ha mai visto il mare? Da non credere. Quando viaggiavamo e avevo solo 10 anni mio padre mi metteva nel sedile accanto a lui, non è un caso che la strada e l’osservare le cose mi affascinino così tanto».

Si può dire che in strada sia nata la sua fortuna. «Avevo 20 anni, senza un soldo in tasca, mi vestivo mischiando pezzi di Monoprix. Un giorno, al mercato delle pulci, qualcuno di Elle magazine mi ha visto e ha detto “lei è vestita in modo bizzarro…”, e mi ha portata al giornale. Tutto è incominciato così».

Oggi grandi artisti indossano i suoi capi. «Sono 25 anni che David Lynch sceglie maglie e giacche disegnate da me, e Tarantino mi chiede di rifargli le stesse giacche di Pulp Fiction, le consuma (ride, ndr)».

A quarant’anni dall’apertura della sua prima boutique, a Parigi, saprebbe dire qual è il suo talento? «Mi è sempre piaciuto aiutare le persone a sentirsi bene, all’inizio stavo personalmente in negozio per questo. Ma dovremmo parlare di più del talento, e di come usarlo, oggi sento solo la parola “fama”… Le persone che credono troppo in se stesse di solito non sono le più dotate, del talento di cui sopra. Chi dubita è meno arrogante».

Da dove viene la sicurezza che trasmette? «Da una natura molto positiva e serena, mi piace ridere e parlare con i miei amici. E quando esco non è per fare shopping, non voglio sapere cosa propongono gli altri, voglio restare libera. Sa che non ho mai fatto una pubblicità in vita mia, per Agnes B.?».

In un’epoca di narcisismo sfrenato, il suo è un comportamento vintage. «La stampa mi ha sempre aiutata, in Giappone come in Cina, forse perché hanno visto qualcosa di diverso, la possibilità di uno stile che le persone creano da sole, abbinando come vogliono quello che propongo. Amo i capi che durano una vita e non mi piacciono le cose troppo costose, che poi si usano due volte… Ma più di tutto, mi piace che la gente abbia fiducia in me».

Io Donna,  14 dicembre 2014

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La locandina del film di Agnes B., Je m’appelle hmmm… (courtesy of allocine.fr)

Frédéric Tcheng, lo scienziato che racconta la moda (quella di Dior in particolare)

21 domenica Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

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Christian Dior, cinema, Cristiana Allievi, Dior and I, Frederic Tcheng, Moda, Raf Simons, San Pietroburgo

Raf Simons è diventato il designer di Dior e, in appena due mesi, ha lasciato il segno in una delle sfilate cruciali degli ultimi anni. Il regista francese Frédéric Tcheng l’ha convinto a portare sullo schermo questa avventura a metà tra invenzioni, tradizioni ed emozioni. E a Flair, per la prima volta, svela tutto quello che è successo dietro le quinte.

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Frédéric Tcheng, regista francese di Dior and I, incentrato sulla figura dello stilista tedesco Raf Simons.

Bianco e nero. L’ombra di una donna che gira su se stessa con la gonna a ruota viene catturata sui marciapiedi di Parigi. Gli inviti per la sfilata sono scritti a mano. I paparazzi sono aggrappati sui cancelli della maison. La polizia contiene la folla a fatica. Su queste immagini parla una voce fuori campo, quella di Dior, raccontando della presenza di due gemelli siamesi. C’è l’uomo che presiede alle sfilate, che lavora con i suoi dipendenti, che parla con la stampa. E c’è il suo gemello, che predilige la casa di Granville, frequenta pochi amici e soprattutto detesta i cambiamenti repentini. Cinquantacinque anni dopo, colore. La macchina da presa inquadra immagini straordinarie di tetti parigini poi si insinua fin su, in cima al palazzo, nel cuore pulsante della maison Dior. Alle pareti le foto elegantissime del couturier che ha rivoluzionato la moda campeggiano negli algidi corridoi. I sarti indossano camici bianchi e sembrano chimici in un laboratorio, però qui confezionano abiti preziosissimi. I lavoratori, persone semplici, sono chiamati a raccolta nel salone centrale per un grande evento: l’incontro con Raf Simons, il nuovo stilista della maison. L’uomo che deve materializzare una collezione in due mesi quando normalmente ce ne vogliono sei. Dior and I è ghiaccio bollente, un film emotivo nei contenuti e freddo visivamente. Bastano tre minuti di visione per capirne i punti di forza: la sovrapposizione tra passato e presente e la tensione. 36 anni, tre ottavi di sangue cinese nelle vene (suo nonno era cinese, la nonna solo per metà), Frederic Tcheng aveva un sogno: girare un film sulla prima collezione di Simons per Dior. Lo ha realizzato nel 2012, quando il designer belga si è insediato nella casa di moda, e si può dire che l’opera abbia superato se stessa, mostrando l’incontro fra due uomini (tre, se si include Dior) legati da vere e proprie affinità elettive. Quante, lo si capisce incontrando Tcheng di persona, in occasione della presentazione di Dior and I (che è ancora inedito in Italia) alla prima edizione dell’International Mediaforum di San Pietroburgo.

“Sono sempre a caccia di parallelismi tra la moda e il cinema”, l’ho sentita dire poco fa. Perché la interessano? «Il paradosso è che vengo da tutt’altro mondo. Sono un francese cresciuto a New York, mi sono trasferito a Parigi a studiare ingegneria, poi è arrivato il mio grande momento di crisi: non mi vedevo a lavorare come ingegnere per il resto della vita. Nel 2001 ho preso un anno sabbatico, mi sono iscritto a varie scuole di cinema finchè nel 2001 mi hanno accettato a quella della Columbia University».

Un ingegnere che torna all’Università a studiare cinema, questa è la notizia. «(ride, ndr) Ero molto felice di ricevere una formazione valida, dopo la quale è arrivato il progetto Valentino, l’ultimo imperatore. Il mio amico Matt Kapp era produttore del film, stavano andando a Parigi a girare nel castello dello stilista e mi ha chiesto di fargli da assistente di produzione. Mano a mano che le cose procedevano ho curato anche l’editing, alla fine ci ho lavorato cinque anni. È stato il mio ingresso nel mondo della moda».

Poi è venuta la nipote di Diana Vreeland. «Lisa aveva visto il film su Valentino, quando l’ho incontrata. Ha voluto che girassimo insieme Diana Vreeland, The Eye has to travel. A film finito, durante un footage a Parigi per vip ho incontrato Olivier Bialobos, capo della comunicazione di Dior. Gli ho chiesto se le voci che circolavano e che volevano Simons come successore di Galliano fossero vere. In quel momento nemmeno lui lo sapeva».

Aveva lavorato per Jil Sander ma non era molto noto ai media. «È vero, ma ho sempre avuto la percezione che fosse un designer interessante e in qualche modo lo sentivo vicino. E avevo un sogno, fare un film su Simons e la sua prima collezione per Dior».

Come ha reagito Raf alla proposta di ritrovarsi una telecamera tra i piedi, oltre allo stress già considerevole? «Non voleva assolutamente che facessi un film. Non è timido di persona ma non sopportava di stare davanti a una telecamera nè l’idea di uscirne come una star. L’ho tranquillizzato spiegando che ero interessato alla creatività, non a trasformarlo in qualcosa che non è. Mi ha risposto “non riesco a dire né si né no… Vieni una settimana, facciamo una prova”. Colpito dalla mia discrezione, non mi ha chiesto di andarmene. Una settimana è diventata due mesi, venti ore al giorno insieme».

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Raf Simons prepara la sua prima sfilata per Dior

Raf ne emerge come un uomo emotivo e allo stesso tempo molto ingegneristico nel lavorare. Studia, analizza, riflette… «È proprio così, non ci si crederebbe ma ha studiato industrial design, quindi non la moda ma materie pratiche. E la coincidenza è che anche Dior era un architetto, avrebbe voluto fare quella professione, prima di incontrare la moda».

Lei come si è calato nel mondo Dior? «Mi hanno mandato dozzine di libri di foto che ho ignorato. A catturarmi è stato un volumetto grigio, Christian Dior and I, uscito nel 1956, un anno prima della morte. Si capisce dall’incipit che Dior aveva una relazione alienata con la sua immagine e ne parlava allo stesso modo di Raf, che infatti mi ha confessato di aver smesso di leggere il libro dopo tre pagine, era uno specchio troppo forte».

 

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La sfilata così come ripresa nel film Dior and I di Tcheng

(continua…)

 Intervista esclusiva pubblicata du Flair, Novembre 2014

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Robert Pattinson, «Io, vagabondo in The rover»

15 lunedì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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animal kingdom, cosmopolis, david michod, Panorama, Robert Pattinson, the rover, Twilight

Con The rover,  nelle sale dal 4 dicembre, Pattinson convince anche gli indecisi. Dopo i lavori con Cronenberg, ecco l’impegnativo film girato con David Michod (regista di Animal Kingdom) che seppellisce definitivamente il passato mainstream di Twilight

Pattinson in The Rover

Sporco, brutto (si fa per dire) ma tutt’altro che cattivo, con i capelli mal rasati, i denti neri, la barba corta biondiccia, eccolo aggirarsi per una landa desolata australiana. Siamo in un’epoca non specificata, dopo il collasso del sistema economico occidentale. Il mondo non ha più né risorse né tantomeno una morale e tra parassiti, reietti e criminali, spicca lui, Rey, fratello minore di un criminale che con la sua band ha rubato l’auto a Eric (Guy Pearce), un vagabondo distrutto dall’odio e dalla noia e mosso dal desiderio di tornare in possesso del suo unico bene. Guardando The rover, “il vagabondo”, nelle sale dal 4 dicembre, del regista di Animal Kingdom David Michod, non si può che concordare con Variety, “Pattinson è la sorpresa del film, Pearce è impressionante”. Il nostro Robert ha studiato molto per essere questo Rey, ferito e, forse solo apparentemente, ritardato: cammina spingendo la testa in avanti e strizza gli occhi, dimostrando ancora una volta quanto le sue abilità performative siano articolate, in generi molto meno mainstream delle saghe dei vampiri. «Per questo film ho fatto tre ore di audizione, per ben due volte, e pensare che le odio… Sono pessimo in quelle situazioni, però poi tutte le volte, quando le supero, mi accorgo di avere più fiducia in me stesso». A sentire queste parole uno non crede che siano di Pattinson, diventato oggetto del desiderio da quando è apparso sullo schermo, in Harry Potter e il calice di fuoco. Da quel momento prima il cinema, poi a ruota la moda e le donne, lo corteggiano insistentemente. E per quanto si continui a salutare ogni nuovo bello che sbuca all’orizzonte come “il nuovo Pattinson”, di fatto continua a esserci solo lui. Va detto, non ha sbagliato un colpo. Da Edward Cullen in avanti, ha sedotto in Cosmopolis di Cronenberg, tanto che al grido “anch’io sulla limousine con Pattinson…” ha conquistato le ultime indecise (se ce n’erano). I maschi? Li ha catturati con l’aplomb del miliardario e i folli testa a testa con Paul Giamatti. Anche in Come l’acqua per gli elefanti di Francis Lawrence ha fatto fuori uno del calibro di Christoph Waltz e si è aggiudicato Reese Wintherspoon con una storia non banale (peccato per il nome affibbiato al suo personaggio: con tutti quelli a disposizione, dovevano chiamarlo proprio Jacob, come il suo rivale in Twilight?).

In Twilight, con la ex Kristen Stewart

E ci piace anche nei panni di questo disperato in salsa apocalittica, di cui spiga così la perdita di umanità: «se devasti il pianeta non esiste più nessuna speranza, cosa vuoi fare, quando non sai nemmeno dove vivere? Ma non so dire quale sia il vero messaggio del film, è interpretabile in molti modi». In questo caos tremendo, lui rappresenta una sorta di innocenza. «Michod non mi ha chiesto di recitare un ideale, però quando l’ho incontrato e gli ho chiesto se ero uomo handicappato mi ha risposto, “no, sei affetto da una sindrome per cui non si cade a pezzi, piuttosto si è come i cani, a cui si tirano calci e loro continuano a tornare da te…». Animal Kingdom per Pattinson è il miglior film degli ultimi 15 anni, e quando gli si fa notare che sta facendo una meravigliosa carriera, non ha dubbi sul segreto. «Dopo Cosmopolis ho capito la cosa più importante: se lavori con degli autori, non sarai mai scontento di quello che fai. Non importa come andrà il film, tu avrai fatto comunque un’esperienza che ti cambia».

L’articolo pubblicato su Panorama del 4 dicembre  2014

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Oliver Stone, «Conosco la forza della rabbia»

15 lunedì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in Miti

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angelina jolie, cinema, Cristiana Allievi, Icon, Oliver Stone, Oliver Stone; Panorama; politica; The untold history of United States; Michelangelo di Battista;, Panorama

C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano reso un tipo determinato. Il regista simbolo del cinema politico ha accettato di farsi fotografare e di raccontarsi a Cristiana Allievi per Icon, magazine di stile di Panorama, come mai prima d’ora: l’infanzia, i rapporti con i genitori, le radici del suo cinema, la rabbia e l’orgoglio di una generazione di americani.

Oliver Stone

Il regista premio Oscar Oliver Stone

Con gli anni non do più in escandescenze come un tempo, ma m’infurio ancora. D’altronde, non ho certo intenzione di invecchiare scrivendo la mia autobiografia. Continuo a chiedermi il significato delle epoche che ho vissuto. E, soprattutto, se le ho davvero capite. Resta questa, oggi più che mai, la mia priorità».

Figlio di un finanziere repubblicano di Wall Street ebreo e di una parigina, Oliver Stone non si stanca di ripetere che quello che conta, al cinema, è prima di tutto intrattenere. Ma resta un cercatore ossessivo e spietato della verità, un maniaco nello scovare e vagliare fonti per le sue storie. E il ritmo vorticoso di Jfk, i tagli alle interviste di Fidel Castro (Comandante) e ai leader palestinesi (Persona non grata), così come le piste ostinatamente battute dal suo giornalista per raccontare la dittatura militare e l’omicidio di Oscar Romero in America Centrale (Salvador), la dicono lunga sulla sua idea di intrattenimento.
Non conta se i film li ha scritti, come Fuga di mezzanotte, Scarface oConan; se li ha scritti e diretti, da Platoon a Le Belve; o si è semplicemente messo dietro la macchina da presa, come in Ogni maledetta domenica. E non conta neppure se vincono una pioggia di Academy Awards, fanno buchi da milioni di dollari (Alexander) o vengono stroncati prima di nascere, com’ è stato per il biopic su Martin Luther King, bloccato dagli eredi del leader nero spaventati dall’idea che, anziché un’icona retorica, il film raccontasse un uomo in carne e ossa, adultero e lacerato dai conflitti con il suo movimento: Stone aspira sempre a una grandezza di genere immenso. Che non ammette compromessi. C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile, invece, che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano convinto una volta per tutte della necessità di dividere il mondo tra chi fa sul serio e chi invece no. Abbandonata l’Università di Yale per arruolarsi nell’esercito, dopo aver scritto un romanzo autobiografico andato malissimo, A child’s night dream, e aver festeggiato tre matrimoni, tre divorzi e la nascita di altrettanti figli, Stone non è certo il tipo da nascondere o vergognarsi di essere finito anche in galera per abuso di droghe e alcol. E quando crede in una storia ci mette sempre la faccia e pure i soldi.

Per il suo progetto più ambizioso di sempre, The untold History of United States, dieci ore di documentario che smontano settant’anni di storia ufficiale americana, ha sborsato di tasca propria un milione di dollari sui cinque necessari. Mentre per il final cut di Alexander, insoddisfatto dei ritmi e dei tempi che la produzione gli aveva imposto, ha deciso unilateralmente di rimettere da cima a fondo le mani sul film.
D’altronde, non si può chiedere a chi ha cambiato per sempre il modo di raccontare la guerra al cinema (vedere alla voce Platoon) di avere un carattere facile. La rabbia di Stone è il motore della sua creazione.

Chi è stato il primo destinatario della sua rabbia?
Mio padre Louis, credo. Quando decisi di partire per il fronte mentre tutti cercavano rinvii. Era un repubblicano conservatore e mi aveva cresciuto nell’upper East Side con il terrore della globalizzazione del potere militare russo e l’odio per il comunismo. Ma non voleva assolutamente che partissi. Come ogni padre, era contro la guerra. E soprattutto riteneva non fosse necessario che ci andassi io, cosa su cui non sono mai stato d’accordo.

Il conflitto a volte rende simili. Che cosa si porta dentro Oliver di Louis?
Mio padre era un uomo onesto, lavorava moltissimo e non ha mai fatto il broker per soldi né ha mai giocato con denaro altrui. Come tanti allora, odiava Roosevelt, perché aveva imposto un mucchio di regole alla borsa e un mare di tasse. Ma chi venne dopo, leader politici come Reagan e Thatcher, fece peggio, spingendo verso ogni sorta di privatizzazione senza preoccuparsi di costruire un vero libero mercato. Una politica che ci ha portato alla follia. Alla fine la finanziaria di mio padre fu divorata da Sandy Weil, l’ex amministratore delegato del gigante della finanza Citigroup: il primo mega banchiere globale, l’uomo che voleva tutto. Mio padre ha finito col pagare commissioni su commissioni. Eppure l’ho visto rimanere leale verso i suoi clienti fino all’ultimo giorno. La borsa allora era un altro mondo. I grossi profitti le banche li reinvestivano nel sociale. Altro che mettersi in tasca il 70 per cento dei guadagni come fa Goldman Sachs.

Non dev’essere stato facile accettare un figlio artista.
Sì, per molto tempo ha pensato fossi solamente un fannullone, e a un certo punto ho iniziato a crederlo anch’io… Ma lo diceva quando avevo 20 anni e non mi ero ancora affermato. Non credeva nel business del cinema, semplicemente. Era qualcosa al di fuori del suo orizzonte, della sua visione limpida ma anche  austera della vita. Prima di morire, però, mi ha detto: “Mi sono sbagliato, questa cosa dei film funzionerà, la gente andrà sempre di più al cinema”. E aveva ragione: negli anni Ottanta l’industria cinematografica letteralmente esplose. E io ero pronto per raccogliere i frutti della mia tenacia. Da giovane ero pieno di tensioni e insicurezze, ma sono state queste le forze che hanno ispirato la mia vita. Il desiderio di fare sempre di più non mi ha ancora lasciato. E credo che in fondo ogni regista faccia quello che fa anche perché si sente insicuro nell’affrontare la vita.

Perché il conflitto, la violenza, è spesso al centro della sua arte?
Corruzione, governi distorti, guerra: li racconto perché sono stati il cuore delle mie esperienze in questo mondo, fin da quando sono nato. Da artista ho cercato di mostrare quello che vedevo come potevo, nel modo più realistico possibile. La violenza è qualcosa che conosco bene. Ma non credo che i miei film siano violenti. Piuttosto fanno vedere gli effetti della violenza. Tutti tranne uno, Assassini nati, dove ho voluto di proposito essere grottesco e far ammazzare 55 persone ai due protagonisti….

La rabbia la spinge a fare certi film piuttosto che altri?
Nel mio caso è diverso, è il genere a cambiare. Quando sono arrabbiatissimo giro un documentario, uso la via diretta per dirlo. Se racconto una storia, invece, è segno che sono più tranquillo.

Sembra capace di sopportare bene gli alti e i bassi. Le ho sentito dire: «A me Nixon piace». Eppure è stato un flop.
La vita è dura, devi guardarla nell’insieme. Alcuni miei film hanno avuto successo, altri no. Dipende da dove tira il vento e se in quel momento hai fortuna o meno. La meditazione mi ha molto influenzato nel modo di vedere le cose, mi ha reso più consapevole, peccato non l’abbia praticata quando ero giovane… Ho iniziato nel 1993, e anche se a volte può essere molto frustrante, se sei regolare diventa un modo di vivere. E poi parte di te.

Oltre a suo padre, chi ha contato per la sua ispirazione?
Mia madre. E anche per me questa è una scoperta recente. Se rivedrà Alexander lo capirà. Quando uscì, nel 2004, mi costrinsero a stare sotto le tre ore e a tempi di lavoro strettissimi. Così, già nel 2007, iniziai a rimetterci mano. La nuova versione che uscirà è quello che avevo in mente. Ho rimesso mano a tutto il girato che avevo e ho proposto un viaggio completamente nuovo, di 3 ore e 26 minuti, nell’anima di un uomo, dalla nascita alla morte. Di un uomo che si è dovuto spingere fino alla fine del mondo per risolvere i conflitti con i suoi genitori.

Sua madre come Olimpia interpretata da Angelina Jolie…
Una donna fortissima, proprio così. I miei genitori lo sono stati entrambi, nonostante le loro incomprensioni. Penso che sia stato un bene, però: se uno dei due fosse stato dominante non ci sarebbe stato quel conflitto, quella frizione interna tra padre e madre, dentro di me, capace di scatenare una battaglia che è diventata il mio motore. Ero figlio unico e, come tutti, ho dovuto sopportare molte più emozioni di quante ne debba gestire normalmente un figlio. Tutto è molto più impegnativo quando sei da solo e la tua famiglia va inesorabilmente in pezzi.

La separazione è dolorosa. Come ha protetto i suoi figli dalla fine dei suoi matrimoni?
Sono stato sposato la prima volta per sette anni, la seconda per tredici e ora lo sono da diciotto (con la coreana Sun-Jung Jung, ndr). In pratica, quindi, è come se fossi sposato da sempre. Sono padre di tre figli, ho avuto i miei alti e bassi e di sicuro sto ancora imparando molto sulle relazioni. Ma cerco di fare del mio meglio per tenere tutto insieme. Nonostante sia stato molto vicino a mio figlio Sean, lo abbia ascoltato e aiutato sempre, ha comunque sofferto molto la fine del mio primo matrimonio. Non ho potuto evitarglielo: lo ammetto.

È un giovane regista, esattamente come lei ai tempi.
È vero, non ha ancora 30 anni e sta cercando il suo primo successo, che io ho avuto proprio alla sua età. Io, però, non avevo contatti in questo settore, mentre Sean è cresciuto circondato dalla regia. Ma non sono sicuro sia un vantaggio, molto sinceramente. È molto pericoloso avere un padre come me: è come bere vino e restarne inebriati. Ed è facile perdersi. Gli auguro il meglio. E anche se non potrò fare carriera al suo posto, vorrei che si convincesse che non mi importa quello che fa, né che cosa diventerà. Per me conta solo l’amore. Quindi, anche se dovesse finire in prigione, come d’altronde è capitato anche a me, sarò lì insieme a lui e lo amerò per come è.

“Nella mia vita c’è stata così tanta follia, ma per fortuna è sempre uscita col lavoro”, ha detto.
Fare film mi ha calmato, rassicurato, ha fatto uscire tutta la rabbia che avevo dentro. Martin Scorsese era il mio professore di cinematografia all’università (tornato dal Vietnam, Stone si è iscritto alla New York University, ndr): era pieno di energia, appassionato. È stato molto importante per me. E un giorno mi ha detto: “Sei stato in Vietnam, sei pieno di rabbia? Mettila nelle tue immagini…”. Con gli anni sono maturato e ho imparato a trasformarla in un’emozione positiva, ma la rabbia serve, anche per cercare la verità che continua a cambiare mentre cresciamo. Così, piano piano, sono maturato e ho trasformato la mia rabbia in qualcosa di positivo e di bello. E se da giovane avevo davanti agli occhi soltanto la guerra, i crimini, la corruzione, la menzogna, ora ho antenne più sottili: adesso sono i rapporti con gli altri al centro della mia attenzione.

Un’ispirazione nuova…
Sarà che sono più vicino alla morte… (scoppia a ridere). Ma vorrei girare qualcosa alla Visconti, qualcosa di simile a Bellissima, per intenderci. Ho sempre trovato straordinaria la passione di quella madre, e la relazione tra padre, madre e figlio mi ha affascinato. E poi adoro la Magnani.

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Stalin, Roosevelt e Churchill in una scena di The untold History of United States di Oliver Stone

In occasione della presentazione della versione per ragazzi del suo Untold History, edita da Atheneum Books e adattata da Susan Campbell Bartoletti, Olive Stone ha dichiarato: «Ho sempre pensato che ai giovani non piaccia la storia insegnata a scuola perché è stata eccessivamente “disneyficata” e resa insignificante dalle scuole americane, con gli Stati Uniti sempre rappresentati come fossero Biancaneve… Nel nostro racconto offriamo una versione più Dr. Jekyll e Mr. Hyde, con la Regina Cattiva che compie parecchie delle malefatte nel mondo. Alla fine ai ragazzi piacciono le storie horror».  (8 dicembre 2014)

 

Oliver stone Alexander

Il regista con la Jolie, interprete del suo Alexander

 

Qui la cover story per Panorama Icon con foto in esclusiva di Michelangelo Di Battista

Marzo 2014 © Riproduzione riservata

Quella volta che Brad Pitt mi ha detto: “Non ho più paura della morte”

10 mercoledì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Quella volta che

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brad pitt; angelina Jolie; cinema; Croisette; Terrence Malik; produttore; Cannes; famiglia; figli

Per Malick doveva essere solo un produttore, poi ha deciso di metterci anche la faccia (“altrimenti chi avrebbe guardato un film così impegnativo?”). Recita senza copione, viaggia di notte  (per i paparazzi) e ha un’idea chiara in testa: i momenti migliori della vita sono quelli che non ha mai pianificato

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La coppia Jolie-Pitt sulla Croisette

È stato la star indiscussa del festival di Cannes. Si è presentato sul red carpet della Croisette con capelli ingellati, pizzetto sale e pepe, occhiali tartarugati e completo bianco. Tocco finale, le catene d’oro bene in vista. Segno che anche quello del sex symbol è un ruolo da interpretare con cura. Perché poche ore dopo, sul red carpet della proiezione ufficiale di The tree of life  – il film scritto e diretto da Terrence Malick che ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes e che lo vede in veste anche di produttore- Brad Pitt si presenta in smoking, ma con la stessa bellezza magnetica.

La nostra intervista si svolge in un lussuosissimo albergo sul mare. L’attore americano, nel film, è protagonista assieme a Sean Penn e a Jessica Chastain (vedi pagina 52). Arriva nella suite in pantaloni color ghiaccio, maglietta bianca. Stessa catena d’oro e occhiali tartarugati.

La mia leggera tachicardia, mai manifestatasi prima davanti a un attore, mi conferma che probabilmente ho davanti l’uomo più bello del mondo (il quale, tra l’altro, sembra essere perfettamente a conoscenza della cosa). Ma un difetto, mi chiedo, lo avrà? Potrebbe non essere interessante, mi dico, mentre vedo i suoi occhi brillare come diamanti, dietro le lenti gialle degli occhiali.

La storia del film, ambientato negli Anni 50,  è quella di una famiglia e degli eventi che affronta. Lei è il signor O’Brien, un padre autoritario, che ama i suoi figli, ma che ha anche molte aspettative…
«Direi che il mio personaggio è un uomo molto triste, uno che non sente di farcela, oppresso dal sistema che lo circonda. O’Brien è in un circolo vizioso che ha un impatto forte su chi gli sta intorno».

Lei, invece, che padre è? 
«Uno che sta molto attento a non scaricare sui bambini le sue frustrazioni. Quando torno a casa, i miei figli sono incredibilmente consapevoli di quello che mi passa per la testa, ma io non voglio coinvolgerli. Voglio che siano liberi. Quello che desidero per tutte le persone, vale ancora di più per loro».

Ha dichiarato più volte che la morte la spaventa: diventare padre l’ha resa più timoroso o più forte? 
«Ha cambiato tutto. Anche i film in cui recito, altro non sono che un’estensione della direzione presa dalla mia vita. Oggi mi preoccupo molto di più, mi chiedo sempre se i ragazzi sono al sicuro, in ogni momento. La paternità ha cambiato anche il mio modo di scegliere i copioni: adesso so che, un giorno, i miei figli li vedranno. E ci penso due volte prima di accettare una parte».

Il regista del film, Terrence Malick, cinque film in quasi 40 anni di carriera e pochissime interviste, è una specie di figura mitica nel mondo del cinema. Com’è lavorare con lui?
«Malick è un mito, gli voglio molto bene. Gli interessa girare quello che

succede, non ha una tabella di marcia. I bambini del film, per esempio, erano alla loro prima esperienza cinematografica, avevano un armadio pieno di vestiti e lui li lasciava liberi di indossare ciò che volevano. Voglio dire che tutto, con Terrence, è molto autentico. Persino le luci sono quelle naturali».

Sembra che nel film ci sia molta poesia e poca “azione”… 
«Nessuno di noi aveva un copione. Ogni giorno il regista ci dava tre o quattro pagine e dovevamo sviluppare qualcosa a partire da lì. Se vedeva i ragazzi che inseguivano una farfalla, tutto il suo interesse andava lì. Non so se potrei rifare un’esperienza simile».

Perché?
«È sfinente, ma davvero incredibile».

Come influenzerà il suo modo di lavorare? 
«La mia esperienza mi dice che i migliori momenti della mia vita non sono mai stati pensati prima, o pianificati, sono eventi felici che sono semplicemente… capitati. Ecco, vorrei andare sempre più in questa direzione, studiare meno e affrontare di più quello che succede».

Malick non parla con la stampa, non ha ritirato nemmeno la Palma d’oro a Cannes. Come si è sentito a dover rappresentare il film parlando anche al suo posto? 
«In effetti è stato strano farmi intervistare e dire: “Terrence pensa”, “Terrence crede…”. Però capisco la dinamica. Quando lui ha iniziato a lavorare, 20 anni fa, il cinema non era come oggi, non c’era questa pressione per farti andare in giro per il mondo a vendere la tua creazione».

E la propria immagine. 
«Capisco la difficoltà della situazione. Io non ci faccio troppo caso e rilascio volentieri interviste, anche perché ci sono così tanti film sul mercato che non è uno scherzo farsi notare. Però cerco di non farmi coinvolgere troppo».

Anche per lei le cose sono molto cambiate. Ai tempi di “Sette anni in Tibet” non rilasciava interviste da solo, c’era sempre qualcuno seduto accanto a lei. Oggi siamo solo in due…
«Ai tempi non ero preparato, pensavo solo ai film e non ero pronto a tutto quello che comportano. Avere un registratore puntato addosso può essere un incubo e io non sapevo davvero come affrontarlo. Tutto quello che volevo era recitare».

E oggi?
«Sono più vecchio, più maturo, capisco più il meccanismo. Non combatto con

la “macchina” di comunicazione perché ormai conosco le sue regole. Le parole dei giornalisti hanno più importanza, in certe situazioni. Per esempio questo film: The tree of life va discusso, capito, affrontato. In genere sono un tipo schivo, cerco di non commentare tutto e preferisco fare le mie scelte. Indipendentemente da quello che si dice e che si scrive».

Sean Penn, in questo film, è suo figlio. E a Cannes era anche in concorso come miglior attore protagonista di “This must be the place” del nostro Paolo Sorrentino. Cosa pensa di lui come attore? 
«Sean è la ragione per cui ho iniziato a recitare. Era uno dei miei idoli quando

cercavo di capire cosa volessi fare da grande. È uno dei pochi che conoscono il timore, ma allo stesso tempo sanno che cos’è l’amore. E porta questa incredibile qualità nella sua recitazione».

Passiamo alla sua di famiglia e ai suoi sei figli. Li ha portati con sé anche per il film di Malick? 
«Sempre. Io e Angelina (Jolie, la sua compagna, ndr) siamo sempre con loro e lavoriamo sul set uno alla volta in modo da non lasciarli da soli. Nel caso di The tree of life abbiamo affittato una casa in Texas. Siamo molto felici dell’educazione che stiamo dando loro immergendoli in altre culture, in tanti posti del mondo diversi».

Hanno capito che sono figli della coppia più famosa di Hollywood?
«Loro pensano che, per lavoro, raccontiamo storie. Non sanno esattamente che cosa facciamo, quindi non ne sono troppo impressionati».

I suoi figli non hanno visto i suoi film?
«Nessuno. Forse nemmeno Angelina l’ha fatto! Non abbiamo molto tempo libero».

Com’è dover sempre fare i bagagli? 
«In famiglia siamo bravissimi in questa attività, soprattutto Angelina».

Come vi organizzate, visto che ogni mossa di lei e della Jolie muove 

stuoli di paparazzi? 
«Cerchiamo di viaggiare di notte, quando la gente dorme, perché è molto, molto difficile farlo alla luce del sole».

Prima diceva che si preoccupa dei suoi figli e di come giudicheranno i suoi film. Ne teme qualcuno in particolare?
«Una volta mi piacevano i personaggi più irriverenti, ora voglio che i ragazzi sappiano che il loro papà è un uomo maturo».

Ci dobbiamo preoccupare? 
«Sono più consapevole di non essere… “eterno”. Ci sono un po’ di film che voglio fare presto. Non dico che cambieranno il mondo, ma sono storie che hanno un senso. E sono sicuro che lo avranno anche per i miei figli».

Cristiana Allievi

La Locandina di "The Tree of Life" in concorso a Cannes

La Locandina di “The Tree of Life” in concorso a Cannes.

Qui il mio articolo su Grazia

2011 © Riproduzione Riservata 

John Turturro: «Tutta la vostra grande bellezza»

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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cinema, Cristiana Allievi, Gigolò per caso, Italia, John Turturro, Mia Madre, Palermo, Torino

Le chiese di Palermo, i dischi di Napoli, le librerie di Torino: il grande attore e regista italoamericano racconta a Panorama la sua Italia, personalissima segreta

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“Questo Paese è così ricco di storia e di bellezza da rendere maledettamente complessa la scelta di che cosa mostrare in un film”. Padre carpentiere pugliese immigrato a New York, madre cantante jazz di origine siciliana, John Turturro, 57 anni e 60 film alle spalle, è l’italoamericano più amato da Martin Scorsese, da Spike Lee e dai fratelli Coen. L’attore, nato a Brooklyn, ha appena terminato di girare a Roma Mia madre di Nanni Moretti e, per interpretare il suo quinto film da regista, Gigolò per caso, nelle sale italiane dal 17 aprile, si è scelto, guarda caso, l’italico nome di Fioravante.

Quando si lascia andare ai ricordi e alle esperienze tricolori, Turturro finisce per tracciare una personale geografia del cuore, competente e inattesa.  Dove si sente più a casa, nel nostro Paese?
Ho trascorso molto tempo in Sicilia. I ricordi di Palermo, con la sua architettura e il suo cibo da sogno, sono indelebili. In generale mi trovo bene ovunque. L’unica eccezione è stata Como: lì mi sono sentito un estraneo. Di Torino amo la quiete contemplativa, le librerie e anche le montagne che la circondano. Lo trovo un bel contrasto con Napoli, così selvaggia, affollata e ruvida.

Non a caso, nel 2010 lei a Napoli ha dedicato un film documentario musicale come Passione.
Di Napoli adoro tutto: il paesaggio, la povertà, il mare, il vulcano. Nel centro storico ho scovato lo studio in cui sono stati stampati i primi dischi in vinile, il Phonotype recording studio. Proprio lì, dietro l’angolo, c’è la Taverna dell’arte, dove la compagnia del proprietario e oste, don Alfonso, è grande tanto quanto il cibo che serve.

Ha scovato nuovi talenti musicali partenopei?
Antonio Fraioli, compositore e violinista, mi ha spedito il suo ultimo disco e l’ho trovato fantastico. Sono anche diventato fan degli Spakka-Neapolis 55.

Si è mai regalato una vacanza italiana?
Purtroppo no. In maggio mi concederò una full immersion nei luoghi di Fellini per le riprese di Tempo instabile con probabili schiarite, il prossimo film del mio amico Marco Pontecorvo.

Che cosa visita, nei momenti liberi dalle riprese?
Giro per mostre. Ho visto Modigliani e gli artisti di Montparnasse, ma la mostra del Caravaggio a Roma nel 2010 è stata una delle mie preferite di sempre. Sono un suo grande fan. Ho iniziato il film Passione con uno dei suoi dipinti. Vado a vedermi tutte le chiese in cui sono esposte le sue opere.

Ha mai pensato a un film su Caravaggio?
È molto difficile fare un buon lavoro su un pittore: l’unico film in tema che ho apprezzato è stato quello con Ed Harris nei panni di Jackson Pollock (“Pollock” è il titolo della pellicola, ndr).

Come immagina un Caravaggio “alla Turturro”?
Dovrebbe avere un taglio moderno. Caravaggio era un matto, una specie di rapper dei giorni nostri. Per scrivere qualcosa di efficace su un personaggio del genere ci vorrebbe uno stile di scrittura alla Pier Paolo Pasolini. Più ci penso e più mi pare un’idea pericolosa, ma non esistono sfide senza rischi.

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis ad una conferenza stampa di

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis alla conferenza stampa di “Gigolò per caso”

Intervista pubblicata su Panorama

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«Vi spiego perché Downton Abbey parla un po’ di noi»

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in Serie tv, Televisione

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Cristiana Allievi, Downton Abbey, Julian Fellowes, Meggie Smith, Panorama, Romeo e Giulietta, Serie tv, Televisione, William Shakespeare

Parla Julian Fellowes, ideatore della saga sulla famiglia aristocratica dei Crawley, vincitrice di 10 Emmy award, cinque Bafta e due Golden Globe.

julian fellows

E’ rimasto nell’ombra per vent’anni, facendo l’attore caratterista e lo scrittore per la tv. Poi è arrivato Robert Altman che gli ha fatto vincere un Oscar per la miglior sceneggiatura originale con Gosford Park, catapultandolo nella lista dei migliori scrittori per il cinema di Hollywood (The Tourist, The Young Victoria, Vanity Fair). Da lì in avanti è stata tutta un’ascesa per Julian Fellowes, attore, regista, produttore e scrittore di bestseller. E quando ha ideato la saga sulla famiglia aristocratica dei Crawley, Downton Abbey, di fatto ha creato una serie tv da Guinness dei primati che vanta nel palmarès 10 Emmy award (e 30 nomination), cinque Bafta e due Golden globe. Il 19 dicembre approda in Italia in prima serata la terza serie, su Rete4, mentre a gennaio in Usa ci sarà la première della quarta stagione e in Inghilterra inizieranno le riprese della quinta. Ricapitolando, la storia è quella della famiglia aristocratica dei Crawley che vive con la numerosa servitù in una casa nello Yorkshire, attraversando le varie fasi della storia inglese: dall’affondamento del Titanic alla dichiarazione di guerra alla Germania, poi, nella seconda stagione, gli anni della guerra…

Che cosa accadrà nella terza serie, finita al numero uno nella storia del network Pbs in Usa, con 24 milioni di telespettatori?
Sarà un po’ come quando, dopo un incidente, ci si tasta il corpo per capire quante ossa si sono rotte. Questo è quel che è successo negli anni Venti e Trenta, che mi colpiscono per la loro nebulosità, in un certo senso eccitante. C’erano tutti quei balli nuovi, gli aeroplani, i film, sempre più persone avevano la macchina, ma da un altro punto di vista serpeggiava la paura del futuro. Come oggi.

Non ha temuto di essere inopportuno mandando in onda una serie focalizzata su benessere e lusso, in un’epoca di crisi come la nostra?
È un momento di grandi insicurezze, i posti di lavoro o non ci sono o traballano, le regole sono vaghe, anzi nessuno sa esattamente quali siano. Proprio per questo credo che raccontare la vita di un gruppo di persone che vivono a stretto contatto tra loro, ma con orizzonti così diversi, sia molto utile. Era un’idea che avevo in mente già prima di scrivere Gosford Park.

Ha introdotto 18 personaggi, ognuno con una personalità e una direzione.
Il pubblico contemporaneo è molto sofisticato, è abituato a maneggiare tante informazioni in simultanea. Anche il racconto è veloce, in effetti, si deve rimanere svegli, mentre un tempo non importava se lo spettatore si alzava per andare a farsi una tazza di tè nel mezzo dello spettacolo tv.

Qual è il segreto di un tale successo?
L’abbraccio senza giudizio delle vite di tutti, benestanti e no. I personaggi sono presi sul serio dal primo all’ultimo, la servitù non è comica e i nobili non sono né padroni né egoisti. E poi ci sono i socialisti irlandesi, le femministe di specie differenti e i nuovi ricchi americani, i buoni e cattivi non dipendono dalla classe sociale. Regna un equilibrio ideologico che evidentemente premia.

Si ritiene uno snob?
Mi hanno accusato di esserlo. Francamente, analizzare perché le persone compiono certe azioni, e mostrare come in fondo la maggior parte degli esseri umani voglia andare avanti nella vita, non mi pare un atteggiamento snob.

Dal 2011 lei è un lord, vive con sua moglie Emma e suo figlio Peregrine a Londra e nel Dorset: ci sono similitudini tra la sua famiglia e quella protagonista di «Downton Abbey»?
Proprio come per i Crawley, nel mio caso gli antenati più nobili vengono dalla famiglia di mio padre, in quella di mia madre non se ne rintracciano. Questo fatto mi ha molto influenzato, credo sia il motivo per cui non prendo le parti di nessuno.

Una delle novità della terza serie è la presenza del premio Oscar Shirley MacLaine come interprete di Martha Levinson.
È salita a bordo in modo semplice, non si è mossa come una star che merita qualcosa di diverso dagli altri. È una donna gentile e conviviale, quando sono finite le riprese e se n’è andata tutti hanno vissuto una specie di lutto.

Dopo di lei ci dobbiamo aspettare una pioggia di star?
In realtà sono molti i big che ci hanno chiesto di venire a lavorare con noi, ma cose così vanno calibrate. Quando serve una grossa personalità, come nel caso della contessa di Grantham, va bene Maggie Smith, però non si può esagerare: le star di Hollywood si portano dietro una tale aura che rischiano di diluire l’atmosfera della storia e non va bene.

Sente la pressione del successo?
La pressione è un sottoprodotto inevitabile del successo, se non c’è significa che hai fatto un flop.

Non ha avuto timori nemmeno quando si è trattato di riscrivere William Shakespeare?
L’anno prossimo arriverà nelle nostre sale la sua versione di «Romeo e Giulietta». Shakespeare è stato riscritto più o meno dal giorno in cui ha reso l’anima al cielo, non c’è stata generazione, dopo, che non lo abbia affrontato, c’è stato persino chi ha dato alla storia un lieto fine. A far paura è il fatto di dovere tradurre un testo per un luogo, il cinema, diverso dal teatro, per cui era stato pensato.

La sua versione sarà fedele a quella del poeta inglese?
Abbiamo mantenuto i capisaldi di quella che secondo me è la miglior storia che sia mai stata scritta sul primo amore. Credo che solo uno studioso davvero raffinato potrà accorgersi di cosa ho modificato.

La locandina di Downton Abbey

La locandina di Downton Abbey

Qui il mio articolo su Panorama

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Filippo Timi, un inferno di rose

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Teatro

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cinema, Cristiana Allievi, Don Giovanni, Fabio Zambernardi, Filippo Timi, Flair, L'uomo tigre, Panorama, Pinocchio, Teatro

“Un vibratore del lusso infiammato di paillette, come una superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”: secondo Filippo Timi che porta in scena un fantasmagorico “Don Giovanni” l’anima sta nel costume. Filippo Timi è uno dei protagonisti del nuovo numero di Flair in edicola con Panorama questa settimana

Filippo Timi interpreta il Don Giovanni

Filippo Timi interpreta il “suo” Don Giovanni

«Cercavo qualcosa di assoluto, non di storicamente corretto. Stavo guardando 2001: Odissea nello spazio, in particolare l’ultima sequenza, quella casa-stanza dal pavimento abbagliante mi è sembrata perfetta per esprimere un non-luogo, astratto ma in apparenza reale, concreto. Quindi ho utilizzato il colore bianco e il plexiglass, accanto a quinte dorate, per restituire la mia idea – filosofia e personaggi compresi – tra Barocco e Rococò».

Con questa scena “anti-sobria” si presenta Il Don Giovanni secondo Filippo Timi, il personaggio libertino di Molière e Mozart, che l’attore e regista perugino senza facili reverenze ha venato di humor nero, trasformandolo in un virus che contamina il pianeta. In una girandola di pelli color carne e nero, di tessuti carichi al limite dell’indossabilità, di cimeli e luci caravaggesche, i costumi firmati dal design director di Prada Fabio Zambernardi con lo stilista Lawrence Steele diventano gabbie esistenziali, mentre i dialoghi si spingono oltre la morale. Non solo: video da YouTube, con ginnaste olimpioniche e improbabili ballerine cinesi, servono a cambi di scena, quanto alla colonna sonora che passa da L’Uomo Tigre, indimenticato eroe nipponico dei cartoon, alla liberatoria Bohemian Rhapsody dei Queen.

Dopo il successo al teatro Franco Parenti di Milano che ha coprodotto lo spettacolo con lo Stabile dell’Umbria, presto Timi giocherà in casa. Dal 10 al 14 aprile sarà infatti a Perugia, al Teatro Morlacchi. Un incontro delicato. «È un passaggio cruciale, perché apro lo spettacolo con un video che ho girato a mia madre. Indossa una parrucca, è truccata, percorre il “Viale del Tramonto” proprio a casa mia… Non vedo l’ora di vedere la sua faccia quando si riconoscerà al Morlacchi, in formato 9 x10 metri! E poi c’è il fatto che nessuno è profeta in patria, anche se nel mio caso sia Amleto sia la versione di Giulietta e Romeo che ho proposto in umbro sono piaciute. Diciamo che le premesse sono buone».

Don Giovanni è una scelta estetica. Ma poi, centrifugando pop, Stanley Kubrick, You Tube, anni ’80 e la Sirenetta, la visione che ne risulta è eccentrica.

Guardi, è Don Giovanni che ha scelto me. Stavo preparando un lavoro sul male, su Satana e il Grand Guignol, e sono capitato su questa figura vampirizzante, fagocitante. È un mito attuale talmente forte da aver scalzato tutti gli altri, anche dentro in me.

“Un vibratore del lusso infiammato da un inferno di paillette, come una Superstar pronta a morire sul Sunset Boulevard”. Parole di Fabio Zambernardi che ha creato i fantasmagorici costumi. È una definizione impegnativa.

Un critico ha scritto che l’anima di Don Giovanni è il suo costume. Quando ho letto queste parole ho tralasciato le scenografie e mi sono focalizzato sugli abiti. Con Fabio non ci siamo dati limiti, anche perché l’anima della questione è andare oltre tutto, anche la morale, in un Settecento in cui c’è il trionfo dell’apparenza. Quindi l’estetica eccessiva proposta in scena si è fatta da sé: ha una precisa funzione, ogni elemento è importante perché esprime qualcosa che va oltre.

Dunque l’anima del personaggio vive nei suoi costumi. Un principio che vale anche nella vita reale?

La persona è qualcos’altro, di meglio e di peggio del personaggio, che resta comunque uno specchio dell’individuo, in un gioco di rimandi continuo. Nel mio caso ho scoperto che più sono specifico e concreto nell’interpretazione, più riesco a parlare a tutti.

Di solito con il Settecento viene in mente Maria Antonietta, l’oro, i minuetti. Il suo Don Giovanni preferisce invece L’Uomo Tigre.

Contaminare per me è un dovere. E poi avevo bisogno di stacchi netti nello spettacolo. Così ho ricavato dei video da quella miniera straordinaria che è You Tube: i video rompono con il tutto, quindi lo affermano. La scelta dell’Uomo Tigre come sigla? Nella mia immaginazione era scontato che Don Giovanni lo ascoltasse. Sarà preoccupante, ma è la verità.

Quali altre tessere vanno a formare il puzzle della sua estetica?

Jean Cocteau ma anche il film Che cosa sono le nuvole di Pasolini, un colpo al cuore. Come per me lo sono stati Otto e mezzo e La dolce vita di Fellini. Stanislavskij insegna che l’immagine è basilare, basta pensare allo Sean Penn di This Must Be the Place. È un concetto ampio, ma per essere veri a volte ci vuole una maschera, una sovrapposizione che ti rende più spudorato: solo travestendoti puoi spogliarti.

In scena lei indossa tacchi dorati e improbabili pellicce ricavate con le parrucche delle femmine sedotte.

Nel Settecento il machismo era diverso da quello di oggi, il Casanovadi Fellini è un attore pieno di pizzi rosa, trovo un salto interessante usare qualcosa per affermare il suo contrario. Per questo indosso quel meraviglioso cappotto fatto con 1500 rose, di una pesantezza che non si può immaginare. L’impossibilità dei materiali e la scomodità dei costumi corrispondono alla ricerca di un linguaggio del corpo più affascinante.

A parte portare in scena un Satana in uniforme delle SS rosa shocking, cos’è l’inferno per lei?

Direi che è la vita (pausa, ndr). Ma io non do agli inferi un’accezione negativa. Per me è fatto di attriti, anche vitali. Mentre il paradiso è fatto di momenti in cui tutto sembra andare a posto. E avere un senso.

“Vivere è un abuso, mai un diritto”, si afferma nello spettacolo.

È la citazione dal filosofo nichilista francese Albert Caraco. Io non concordo: sono un gioioso della vita.

Sul piano estetico, qual è la conseguenza di essere se stessi?

L’originalità, nel bene e nel male. Questo significa non essere uguali a nessun altro. Io non ho uno stile, fuori dalla scena, diciamo che sto comodo, vario. La fortuna è che non mi viene richiesto di mettermi una divisa sociale. E quando vado sul set la prima cosa che fanno è cambiarmi, quindi non conta ciò che indosso: nella vita mi vesto, per spogliarmi sul lavoro.

Succederà anche nel suo prossimo film, Come il vento di Marco Simon Puccioni?

Lì sarò un uomo che insegna teatro in carcere e devo dire che portare sul set i jeans anni ’80 è stata una vera svolta: indossandoli mi sono sentito subito mio padre.

L’apparenza, che torna a toccare corde profonde. Insegnamenti avuti dalla figura paterna?

L’uso dei cerotti. Faceva il cementista, tornava spesso a casa con le dita delle mani massacrate e per farci più attenzione ci metteva sopra lo scotch da elettricista. Io uso lo stesso procedimento.

Sempre a proposito di “mise” originali: è vero che porterà in teatro anche Pinocchio?

Sì, e tutto sarà di legno, e la fatina, al posto della bacchetta magica, avrà la sega elettrica. È un atto necessario, per trasformare un burattino in bambino bisogna farlo a pezzi.

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

Scenografia e costumi spettacolari per il Don Giovanni di Filippo Timi

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