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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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«Sono l’ultimo cavaliere», parola di Ethan Hawke

09 mercoledì Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Alejandro Amenabar, Amadeus, Attimo fuggente, Boyhood, Clementine, Ethan Hawke, Indiana, James Franco, La sponda dell'utopia, Levon Roan, Malaparte Theater Company, Maya, Michael Stipe, Regression, Richard Linklater, Tom Stoppard, Uma Thurman

AL CINEMA SCEGLIE SEMPRE RUOLI DI UOMINI CHE CERCANO GIUSTIZIA. A TEATRO SCOMMETTE SOLO SULLE OPERE PIU’ RISCHIOSE. E COME PADRE SEPARATO (DA UMA THURMAN) NON SI DA’ TREGUA. ETHAN HAWKE È L’INSTANCABILE GENTILUOMO DI HOLLYWOOD. ORA, PER RACCONTARE SE STESSO AI SUOI FIGLI, HA SCRITTO UNA FAVOLA. CHE PER PROTAGONISTA HA UN EROE, PROPRIO COME LUI

Lo incontro con un asciugamano in mano da cui sbuca uno spazzolino da denti. È appena atterrato dagli Usa, si scusa per gli occhiali da sole che indossa, lo fanno sentire più protetto dopo il lungo viaggio intercontinentale. In completo di velluto a coste e t-shirt, è il ritratto di un uomo che non vive per l’immagine. Eppure Giorgio Armani ha dichiarato che per un biopic sulla sua vita vorrebbe proprio l’attore texano a interpretare se stesso. Si vede che lo sente simile a sé, considerato che Ethan è una specie di vulcano attivo. È attore, regista, produttore, sceneggiatore e scrittore. Non bastasse, è padre di quattro figli, Maya e Levon Roan (17 e 13 anni, avuti dalla ex moglie Uma Thurman) e Clementine e Indiana (7 e 4 anni, nati dalla moglie attuale, Ryan Shawhughens). E proprio pensando a loro ha scritto il terzo libro, Rules for a Knight, pubblicato da poco. A chi lo accusa di essere stakanovista, Hawke risponde che gli piace lavorare. A 22 anni aveva già fondato una compagnia teatrale, la Malaparte Theater Company di New York. E prima, quando di anni ne aveva 18, era nel cast dell’Attimo fuggente. Ora, dopo quarantacinque film e quattro candidature agli Oscar, dal 3 dicembre lo vedremo in Regression, del regista premio Oscar Alejandro Amenabar, nei panni del detective Bruce Kenner. Il regista avrebbe voluto vestirlo in maniera elegante, per rendere il personaggio che interpreta attraente, ma non c’è stato verso: Ethan gli ha risposto che non vuole apparire bello. La storia si svolge nel Minnesota, e l’attore americano indaga sul caso di una donna che accusa il proprio padre di un terribile crimine. Tra perdite di memoria, psicologi specializzati in regressioni e viaggi nella miseria umana, smaschererà un orribile mistero.

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Ethan Hawke, 45 anni, ha più di 40 film all’attivo e quattro candidature agli Oscar.

È stato più volte un agente di polizia, stavolta è un detective. «Il thriller si ispira a una serie di eventi realmente accaduti negli Stati Uniti durante gli anni ’80, in cui la polizia ha lavorato al fianco di psicologi ed esperti di superstizione. Io sono un detective divorziato che soffoca una personalità ossessiva risolvendo un caso dopo l’altro e finisce con l’ossessionarsi».

Cosa ha trovato interessante di questa storia? «L’esplorazione della paura. Il film la analizza da più parti, osserva le motivazioni per le quali vogliamo avere paura, ci piace avere paura, o del perché odiamo questa sensazione. Soprattutto mostra come le nostre paure, se non conosciute, si trasformino nei nostri peggiori incubi».

Lei come combatte le sue, di paure? «Facendo almeno una cosa creativa al giorno. Se non succede considero di aver buttato via una giornata, e la cosa non mi fa sentire per niente bene».

 Il personaggio creativo che le è piaciuto di più, sullo schermo? «È un ruolo difficile da interpretare, basta niente e risulti antipatico, egocentrico o incomprensibile. Direi che Tom Hulce in Amadeus è stato il migliore».

 Ha terminato il suo nuovo libro, in Rules for a Knight, storia di un cavaliere che scrive ai suoi figli prima di andare in battaglia, dando loro dei consigli. «L’ho scritto pensando ai miei ragazzi. Mia moglie Ryan stava leggendo un libro su come è difficile essere un genitore adottivo, ho preso spunto da questo».

Qual è la cosa più difficile di essere genitori divorziati? «I continui paragoni, ti possono devastare. Del tipo “dalla mamma mangiamo gelato tutto il tempo…”, oppure “non vengo da te il prossimo weekend…”. Poi ci sono regole a scuola, regole nella casa della nonna paterna, regole dalla nonna materna, regole dal papà, regole dalla mamma… Nessuno ha quelle giuste, sono solo regole. Così ho iniziato ad analizzarle».

La trovata narrativa è che il cavaliere scrive da un punto di vista di chi teme di non tornare dalla battaglia, e lascia ai figli lezioni di vita sul perdono, l’onestà, il coraggio e via dicendo… «Era il mio modo per dire loro cose importanti, volevo che questo tipo di conversazioni non si perdessero. Essere padre è la gioia più grande della mia vita, è l’unico ruolo che, se fallisco, renderà un fallimento la mia vita».

 Trova il tempo per stare con i ragazzi? «Certo, ma non mi avvicino nemmeno a starci quanto vorrei. Avendoli un weekend sì e uno no, ho sempre da fare, portarli a calcio, alla festa, arriva presto il momento di riportarli dalla madre».

 Cosa le piace fare, tutti insieme? «Dipingere con gli acquerelli e fare musica: mio figlio suona il pianoforte, mia figlia la chitarra e alle più piccole piace molto ballare (ride, ndr)».

Anche lei suona? «La chitarra, ma non canto».

So che per Boyhood, in cui era un padre musicista, si è cimentato… «Volevo che le cose fossero talmente vere che ha scritto una canzone per mio figlio e una per mia moglie».

Per Brecht, in teatro, non cantava davvero? «Ho mentito… Quando dico che non canto intendo dire che non mi piace come canto, ma per Brecht l’ho fatto. Come nel caso di Shakespeare, che era un musical».

Va fiero di tutto quello che fa? «Più cresco più divento umile. Se avessi letto Moby Dick o Anna Karenina prima di pubblicare L’amore giovane, non credo che avrei mai fatto uscire quel libro! Ma sono un uomo molto fortunato, ho un buon lavoro e non devo scrivere per denaro, cosa che mi fa sentire libero. Intanto vorrei anche girare qualche film commerciale in cui faccio il fratello di Brad Pitt!».

Tempo fa ha dichiarato che i “pop corn” film la fanno stare male. «Identità violate (con Angelina Jolie, ndr) è stato il primo film che ho fatto che non parlava di niente, e non mi è piaciuto. Ci sono troppe cose così in giro, trovo molto più divertente e difficile cercare di offrire un intrattenimento che non sia una perdita di tempo».

L’attore americano a 18 anni, nell’Attimo fuggente.

L’hanno accusata di essere pretenzioso, come fanno col suo collega James Franco. Lei si è difeso bene… «È una vita che me lo dicono, io incoraggio i giovani ad esserlo a mia volta, in un certo senso. Perché se hai il senso dell’umorismo, puoi ispirare gli altri. Ho sempre amato dirigere, ho fondato una compagnia teatrale che avevo 20 anni, è stata la grande gioia della mia vita. E poi se devi avere una seconda carriera, nella vita, meglio aver fatto altre esperienze».

In tempi di crisi si preoccupa anche lei pensando che non la chiameranno per il prossimo film? «È così per tutti gli attori. Il mio primo amore è il teatro, ma se penso a che fatica è stata La sponda dell’utopia, di Tom Stoppard (negli Usa ha vinto il maggior numero di Oscar teatrali mai assegnati, ndr), una trilogia in cui ogni parte dura tre ore, e al fatto che mi ci è voluto un anno per metterle insieme, le dico che il teatro è rischioso perché non ci paghi le bollette. Quando hai quattro figli inizi a capire perché alcuni colleghi accettano Spiderman, serve a pagare scuole private e college».

Quando trova il tempo per dormire? «Fare film ti consuma, ma solo per sei settimane. Non capisco molti colleghi che diventano matti dicendo che non abbiamo abbastanza tempo. Io cerco di riempire la mia vita con progetti che mi facciano essere più lucido su quali lavori scegliere come attore».

Ha trent’anni di carriera alle spalle, oggi come vede i suoi inizi? «Credo che il fatto di non sentire che è passato molto tempo appartenga alle persone più anziane, in generale. Se va da un ventenne e gli chiede degli anni Novanta, gli sembreranno lontanissimi. A me sembra ieri quando sono andato al Festival di Berlino con Prima dell’alba. Era il 1994, c’erano Richard Linklater (il regista con cui Hawke ha girato molti film, tra cui Boyhood, ndr), Douglas Coupland con il suo nuovo libro, Generazione Shampoo. Abbiamo lasciato il festival di nascosto per andare a un concerto dei R.E.M. a Barcellona, e dopo il concerto abbiamo passato la serata con Michael Stipe… Mi sembrano cose successe quindici minuti fa».

Cosa l’ha fatta arrivare fin qui? «La voce del mio allenatore di football che parla sempre nella mia testa, “Duecento per cento, Hawke! Sforzi ordinari, risultati ordinari!”. È stato lui a consigliarmi di non lasciare la squadra quando mi hanno preso per il mio primo film, a 12 anni. Ora che ci penso forse devo a lui se sono cresciuto facendo più cose insieme…».

Intervista pubblicata di Grazia del 2 dicembre 2015, n. 49

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Alison Balsom, la trombettista più bella del mondo

08 martedì Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in Musica

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Alison Balsom, Classic BRIT Awards, Cristiana Allievi, Dizzy Gillespie, Edward Gardner, Grazia, Haydn, Musica

Il tipo di viso e il biondo miele della chioma farebbero pensare a una svedese. Ma sono nel salotto di casa dell’inglesissima Alison Balsom, luminosa e stracolma di libri alle pareti. Lei, che viene da Cambridge, mi racconta di appartenere a una famiglia inglese da centinaia di anni. Fin qui tutto normale. Ma il resto è mitico, se si pensa che la Balsom è la trombettista più famosa del mondo, per almeno tre motivi. Primo, suona uno strumento poco familiare tra le donne. Secondo, è stupenda, e terzo, è molto molto brava (e fino a pochissimo tempo fa era in coppia con Edward Gardner, il quotatissimo giovane direttore d’orchestra inglese con la faccia da eterno ragazzino: la cosa non guastava affatto). Alison ha una predilezione per Haydn, a sette anni aveva già “la fortuna di suonare”, e la sua è una carriera straordinaria, che dal Conservatorio di Parigi l’ha piazzata subito nell’olimpo dei migliori trombettisti del mondo. Il 12 maggio prossimo, c’è da scommetterci, sarà incoronata artista dell’anno ai Classic BRIT Awards 2011, alla Royal Albert Hall di Londra, e sarebbe la seconda volta che succede. L’abito che indosserà? È di uno stilista italiano, e non è un caso…

Alison Balsom

 

Partiamo dallo strumento che suona, scelta inusuale per una donna. «È stato amore a prima vista, mi sono innamorata del suono della tromba a sette anni, e anche del suo silenzio. Mi è sembrato da subito uno strumento molto naturale da suonare».

 Ma come lo ha scoperto? «Mia madre aveva in casa una videocassetta di , una folgorazione. Ma ci sono altri fattori credo, per esempio il fatto che alle scuole elementari sia stata fortunatissima, suonavo già suonare vari strumenti, tra cui la tromba».

 Il 12 maggio molto probabilmente riceverà un premio come miglior artista classica dell’anno, sarebbe la seconda volta. «Sarebbe come se fosse la prima, però! E poi questa volta c’è un ingrediente speciale: suonerò in diretta sul canale più popolare del Regno Unito, Itv. Credo che anche gli spettatori meno attenti potranno capire molte cose sul mio strumento, quella sera, e l’idea mi rende felice».

 Guardando le cover dei suoi cd si capisce molto bene una cosa: il suo amore per la moda. Come lo coniuga  al “severo” look dei musicisti classici? «Sono entrambe mie passioni, la moda e la musica classica. Per quanto riguarda la musica, io non suono tutto ma solo quello che amo, e cerco di dare il meglio, di stare sempre a un livello altissimo. Dall’altra parte c’è il mio lato glamour, l’amore per i vestiti, e non mischio le sue cose, in genere. Ma quando si tratta di una cover è difficile separare…».

 Ho visto delle sue foto alla sfilata di Armani di qualche mese fa, e so che lui era a un suo concerto: come vi siete incontrati?«Avevo un concetto a Milano, durante la settimana della moda, la stampa da voi ne ha parlato molto. Credo che il suo staff abbia scoperto che ero in città, e mi hanno invitata a scegliere un abito».

 Quindi? «Ci siamo incontrati pochi minuti prima della sfilata, c’era tensione! Le modelle erano agli ultimi ritocchi, Armani mi ha detto “vai ad accomodarti, stiamo per iniziare…”. Ero in prima fila, e mi sentivo molto a disagio…».

 Per le star che aveva intorno? «No, perché avevo un abito cortissimo (ride, ndr)! La prima fila è molto in mostra, per fortuna ero seduta accanto a un bellissimo attore inglese, Luke Evans (uno dei protagonisti di Tamara Drewe, di Stephen Frears, ndr), ci siamo molto divertiti e dopo la sfilata sono andata dritta al mio concerto. Credo che Armani sarà presente anche alla serata dei Brit’s Awards a Londra».

 Ho visto una foto, in rete, in cui indossava skinny jeans e pullover, in total black: il look da rockstar è uno strappo alla regola, in una concert hall… «Sicuramente si trattava delle prove (ride divertita, ndr). Ma mi fa piacere l’idea, portare un po’ di rock nel mondo classico, credo sia necessario. Se non suoni bene è meglio che lasci perdere, ma se suoni bene, perché non aggiungere bollicine frizzanti?».

 A proposito di frizzante, come si allena per suonare uno strumento così fisico? «Direi che il mio lavoro è più simile a quello di una danzatrice che a quello di una sportiva. Ha molto a che fare con il comprendere il respiro, è quello l’elemento che fa andare tutto al posto giusto. Poi si tratta di fare molte scale…».

 A quali scale si riferisce? «A quelle musicali! Ma faccio anche yoga, una volta nuotavo e correvo, mi faceva molto bene farlo il giorno del concerto. Ma ora ho un figlio, che oggi ha un anno, e visto che lavoro da quando aveva 10 giorni, le cose sono un po’ cambiate! Quello che mi tiene in forma è lavorare moltissimo, viaggiare e suonare tre soli a sera, non è uno scherzo, mi creda».

 Quanti concerti fa, all’anno? «Un centinaio, e se aggiunge i viaggi, le prove e le incisioni di dischi, ho molto poco tempo libero».

Pochi giorni fa sui tabloid inglesi si è parlato della sua separazione dal direttore d’orchestra Edward Gardner. Facevate una coppia bellissima e super glamour… «Ci siamo separati a Capodanno, ma la notizia è uscita adesso. Oggi sono una madre lavoratrice single e sono serena. Mi piace suonare, sento di poter continuare a farlo bene. Non ho nuovo compagno, ma al momento mi sento proprio bene così come sono…».

 

Allison balsom concerto

Articolo pubblicato su Grazia del 2011

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Slava Fetisov, “cattivo” maestro

06 domenica Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Sport

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asteroide 8806, CCCP player of the year, cinema, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Gabe Polski, Guerra fredda, hockey team, Icon, KGB, Panorama, Red Army, Slava Fetisov, Viktor Tikhnonov

190 centimetri di altezza, una stazza corporea considerevole. Capitano della nazionale di hockey russa per nove stagioni, due volte CCCP Player of the year, due medaglie d’oro alle Olimpiadi e sette ori ai campionati del Mondo fanno di lui uno degli atleti più forti di tutti i tempi. Ma i titoli sportivi impallidiscono, di fronte alla grandezza umana. Perché prima di diventare Ministro dello Sport di Putin, Vjačeslav Aleksandrovič, detto Slava, Fetisov, ha combattuto e vinto per la libertà delle generazioni a venire. È successo quando, a un certo punto della carriera, ha chiesto il passaporto per giocare negli Usa e, da eroe nazionale, in un istante si è trasformato in nemico politico. Alla fine di una lunga battaglia è riuscito a spuntarla. Lo incontro in un hotel della costa Azzurra dov’è venuto a presentare il docu film del candidato agli Oscar Gabe Polski, Red Army (sugli schermi Usa da gennaio 2015 e prossimamente in Italia). Questi 76 applauditissimi minuti all’anteprima mondiale dell’ultimo festival di Cannes raccontano quarant’anni di storia attraverso la sua vita, quella della Red Army – uno dei più grandi hockey team della storia- l’ex Urss di Gorbaciov, le Olimpiadi, le vittorie dei russi, in un misto di vertigine sportiva e interviste dei giorni nostri. Tanto sono frenetiche le splendide immagini di repertorio delle prime sfide Usa-Urss in piena guerra Fredda, tanto è placida la calma di Fetisov quando parla, con parole che pesano.

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Fetisov alle Olimpiadi del 1980 con la maglia dell’Unione Sovietica.

«Mi chiede se mi pento degli anni spesi in allenamenti massacranti? Quando sei giovane e ambizioso, e vieni dai bassifondi della società, non te ne frega un cazzo di vivere in un camp per 11 mesi all’anno, non hai niente da perdere. I miei amici oggi sono tutti nella tomba, caduti sotto i colpi delle droghe e dell’alcool, io ho sempre voluto essere un bravo studente, mi sono allenato e non sono mai andato in conflitto col sistema, che in cambio mi dava la libertà». A giudicare dall’allenatore della Red Army, Viktor Tikhnonov, un vero dittatore che poi si è scoperto anche essere membro del Kgb, c’è da chiedersi di quale libertà parli. Del resto l’hockey era un affare di stato, uno strumento di propaganda attraverso cui, vittoria dopo vittoria, il governo dimostrava la superiorità del sistema sovietico sul resto del mondo: i suoi atleti ne erano l’arma micidiale. Li portavano a giocare negli Usa e gli toglievano il passaporto per non far venir voglia di scappare, alla vista di quei colleghi a stelle e strisce che indossavano moderni jeans e guadagnavano un sacco di soldi. «Non li invidiavo, ero felice, sul ghiaccio mi sentivo libero e non pensavo alla politica. A 21 anni ero già famoso nel mio paese, avevo un appartamento e ho sempre potuto scegliere la donna che volevo». Ma a metà degli anni Ottanta l’idealismo in Russia inizia a crollare e l’economia a stagnare. Arriva il vento dell’Occidente e con esso la proposta di trasferirsi, ma glielo impediscono. «Avevo firmato il contratto in Europa, il management americano avrebbe potuto “rapirmi”, ma io non volevo lasciare il mio paese fuggendo di nascosto. È stato un inferno, mi hanno messo sotto una pressione enorme: da campione ero diventato nemico della patria. Mi hanno sbattuto in prigione, picchiato, colpito a fuoco (silenzio, ndr), la sensazione era che mi potesse succedere di tutto». Ma alla fine ha vinto lui. Arrivato negli Usa, però, le cose non sono andate come previsto. «Mi odiavano, mi vedevano come comunista, uno che era lì per soldi da spedire a Mosca. Solo quando un amico di una grande famiglia americana mi ha chiesto di fare da padrino ai suoi figli le cose sono cambiate: ho iniziato a sentirmi accettato, ho vinto 3 Stanley Cup, mi hanno messo nella Hall of Fame e offerto un lavoro da coach». Ma Putin, nel frattempo succeduto a Gorbaciov, aveva altri progetti. Gli offre una squadra molto più grande e maggiori responsabilità, oltre a una casa di 1000 metri quadrati, con piscina e campi da tennis, e la libertà di scegliersi lo stipendio: è così che Fetisov torna in Russia, nel 2001, e diventa suo ministro dello Sport. «Ho trovato un disastro, non c’erano nè rispetto nè un governo, solo rovine. Anche nello sport c’erano ladri e nessuno riusciva a opporsi. Ho ideato un programma e la gente si è fidata, perché ho un nome che non è in vendita e che non posso spendere per cause sbagliate». Forma il team che nel 2014 avrebbe portato i Giochi olimpici a Sochi, da il via a un programma di facilitazioni per lo sport – mai esistito nell’Unione sovietica- che porta a costruire 300 campi di pattinaggio consentendo ai giovani di allenarsi in tutto il paese. Costituisce la League, in cui sonoimpegnate 30 squadre da 9 paesi, e supporta vecchie glorie dello sport: assicura a chiunque abbia vinto una medaglia olimpica 1000 dollari di pensione. Lasciato l’incarico da ministro dello sport dopo sette anni, oggi è senatore del Parlamento e lavora su questioni sociali, toglie i bambini dalla strada, dall’alcol e dalla droga e insegna loro i valori dello sport. Rimpianti? «In 12 anni di questo lavoro ho capito due cose: che la politica mi prende più di quello che mi da, e che la gente normale, come me, ottiene più fiducia dalle persone di chi sceglie questo mestiere come carriera, a caccia di potere, soldi e successo». L’asteroide 8806 è stato ribattezzato col suo nome, ci sembra il minimo che la sua fama sia finita sino in cielo. Un’altra, meritata, vittoria per un capitano fuori dall’ordinario.

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Slava Fetisov con la giornalista Cristiana Allievi

Novembre 2014 Panorama Icon © Riproduzione Riservata 

 

 

Olivia Wilde, «Da mamma mi sento rock»

06 domenica Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Chris Hemsworth, Cristiana Allievi, Jason Sudeikis, Martin Scorsese, Natale all'improvviso, Olivia Wilde, Ron Howard, Rush, Tao Ruspoli, Vynil

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L’attrice newyorkese olivia Wilde, 31 anni (courtesy lifestyle.com)

Non gira intorno alle cose, quando le fai una domanda. Ma pensi a un’altra cosa quando la incontri:  “È bellissima”. Ha prodotto lo stesso effetto su milioni di spettatori nel film che l’ha resa famosa, Rush, dove era la moglie del pilota di Formula Uno James Hunt. Sarà che assomiglia parecchio alla Jolie (è una versione di Angelina lievemente più maschile nei lineamenti), fatto sta che per una legge di equilibri pensi che non è necessario che Olivia Wilde sia anche una donna interessante: quelle gambe lunghe, i grandi occhi verdi, la pelle e i denti perfetti potrebbero bastare. Ma quando inizia a raccontarti di suo figlio Otis, del compagno, l’attore Jason Sudeikis, l’uomo che è venuto dopo il divorzio dal regista e principe italiano Tao Ruspoli, e della sua visione delle relazioni, scopri di avere davanti una donna con dei numeri. La scusa per cui parlo con la figlia di Andrew e Leslie Cockburn- appartenenti al gotha del giornalismo internazionale- è che il 26 novembre sarà nelle sale con Natale all’improvviso, di Jessie Nelson, insieme a Diane Keaton, John Goodman, Amanda Seyfried e Marisa Tomei. La storia non potrebbe essere più adatta al periodo dell’anno: racconta come il Natale, e ai raduni di famiglia in genere, possano diventare un inferno, nonostante le migliori intenzioni di tutti. Nel film Olivia è Eleanor, una sceneggiatrice che pur di non dover dire ai genitori e ai fratelli che è di nuovo single, porta a casa un perfetto sconosciuto per le feste. L’anno prossimo la vedremo invece nei panni della moglie del proprietario di un’etichetta discografica, grazie a Vynil, l’attesissima serie della Hbo diretta da Martin Scorsese.

Il suo nuovo film mostra chiaramente quanto il Natale possa tirar fuori la follia di ciascuno di noi: perché secondo lei si scatenano tanti conflitti, sommersi e non? «È un tipo di festa che raduna molte persone che di solito non si incontrano per il resto dell’anno. C’è la pressione dei regali, di quanto devono costare, e poi la preoccupazione peggiore, che ti facciano la domanda “allora cos’è successo durante quest’anno?”. Se si aggiunge l’assurda aspettativa di essere felici a tutti i costi, come fa ad essere un bel giorno con simili premesse? (ride, ndr). È naturale che si scateni l’ansia da prestazione, tutti vogliono dare una versione idealizzata di sé».

Lei è Eleanor, e porta a casa un perfetto sconosciuto incontrato all’aeroporto con questa frase: “So che non mi conosci e non sai neanche se ti piaccio, ma diventa il mio fidanzato…solo per stanotte!”. «Eleanor è una donna molto complessa in cui non mi ritrovo per niente. Incasinata, emozionale, è una specie di bambina caotica. È quella che non si è sposata, non ha raggiunto il successo, sotto molti aspetti è ancora la figlia di papà che lotta con la madre…».

Difficile simpatizzare con una donna così… «Mi ci sono immersa proprio perché non è una persona che piace, ed è una sfida recitare qualcuno con cui non sei d’accordo, di cui non condividi le scelte. Ma mi sono relazionata con la donna che ha fatto errori e ha imparato da questi: diventerà finalmente onesta con se stessa, sul suo passato e la sua famiglia».

Cos’è per lei la famiglia? «Paradossalmente è il luogo in cui puoi essere completamente te stessa, e in cui gli altri ti devono accettare come sei. La grande differenze tra la famiglia e gli amici è che con la prima non hai margini d’azione, devi averci a che fare così com’è. È buffo, perché in qualche modo sei simile ai membri del tuo clan, e non lo vorresti ammettere, loro ti conoscono da sempre, hanno seguito il processo della tua evoluzione come essere umano».

Gli amici no? «Li scegli, e possono anche diventare una seconda famiglia, certo. Ma la dinamica sarà sempre diversa».

Ho sentito dire che sul set siete diventati praticamente una famiglia. «Ho trovato irresistibile fare la figlia di Diane Keaton e John Goodman, è stato una specie di desiderio che si è avverato, non perché intendessi sostituire i miei genitori, ma averne due in più! Siamo stati tutti insieme a Pittsburgh per molto tempo, guardavamo persino insieme il Super Bowl, si è creata una situazione per cui raccontare quella storia è stato facile».

Imparare a tollerare la propria famiglia, e a perdonare anche i torti, è possibile secondo lei? « Tutti dobbiamo attraversare perdite ed esperienze dolorose, e da come ne usciamo dipende il resto della nostra vita. Ci sono situazioni in cui abbiamo il diritto di essere arrabbiati, ma possiamo anche scegliere. Vogliamo esserlo? Le cose andranno in un certo modo. Se invece lasciamo andare la rabbia e abbracciamo l’amore, andremo verso la felicità. I conflitti si possono superare, e porselo come obiettivo per Natale non è una brutta idea».

Cosa fa durante le sue vacanze? «Per me da sempre sono sinonimo di famiglia, ho sempre dato per scontato che per il giorno del Ringraziamento e a Natale stiamo tutti insieme. È un fatto che oltre che divertirmi mi rassicura, e invecchiando mi rendo conto che non è così per tutti. Quest’anno la novità sarà la presenza di Otis, io e Jason non vediamo l’ora di renderlo partecipe di questa festa. Vogliamo che impari che stare insieme alle persone che si amano è la cosa che conta di più».

È direttamente coinvolta nei preparativi o demanda? «Mi ci immergo completamente! Preparo le decorazioni per la casa, penso ai menù da cucinare, per un lasso di tempo mi dimentico del resto del mondo. La mia famiglia diventa una specie di isola, e io mi focalizzo su ogni singolo componente».

Cucina? «Moltissimo, ma non il tacchino perché non mi piace (ride, ndr). Preparo una bella dose di ripieno ma avendo una sorella vegana mi impegno molto anche in quel senso, per restare nella tradizione ma accontentare anche lei. Sono specializzata nella crema di zucca ma una delle cose che preferisco è trasformare gli avanzi del giorno dopo in piatti deliziosi. Mi sveglio la mattina del 26, apro il frigorifero che è pieno fino in cima e inizio il mio lavoro: tutti sanno che possono contare su di me in questo senso!».

Quali sono i suoi film natalizi preferiti? «Tutti gli anni riguardo Elf, lo trovo geniale, mi piace in tutti i sensi. Torno spesso anche su un vecchio cult, La vita è meravigliosa, con James Stewart e Donna Reed».

Sembra che la sua, di vita, sia meravigliosa, in questo momento. «Mi sento fortunata e sono piena di gratitudine. La bellezza di avere trent’anni è che finalmente inizi a vivere la vita per te stessa, non più per i tuoi genitori. Ed è meraviglioso sentire di aver raggiunto un certo livello di soddisfazione, mi ispira a intraprendere nuove strade, a correre dei rischi e inseguire sogni che ho sempre avuto in mente, ma che mi facevano paura».

L’anno prossimo la vedremo nell’attesissima serie tv Vynil. «È molto cool, sono felicissima di far parte di un lavoro prodotto da gente come Mick Jagger, Martin Scorsese e Terence Winter. Racconta di un’etichetta discografica del 1973, a New York, il cui proprietario si chiama Richie Finestra (interpretato da Bobby Cannavale). Io sarò Devon Finestra, sua moglie, una fotografa, una donna che sta reinventando la propria vita. Terry, che ha scritto la sceneggiatura di Boardwalk Empire e Il lupo di Wall Street, ha creato la serie e ne è il produttore. Martin ha diretto l’episodio pilota, e questo potrebbe già bastare. L’intera esperienza è stata incredibile, non vedo l’ora che vada in onda».

È stata la barista Alex, nella teen serie O.C., la dottoressa Tredici del Dr. House e in Butter si porta a letto niente meno che Ashley Greene: cos’ha capito calandosi ripetutamente nei panni di una bisessuale? «Molte ragazze mi hanno raccontato che grazie a me hanno imparato ad accettarsi, si sono trovate più a loro agio nel fare coming out e questo mi fa sentire bene. So che quando bacio una donna per una parte, la gente crede sia una cosa sexy, ma se sono due uomini a baciarsi, c’è subito c’è una reazione diversa. Usare due pesi e due misure, onestamente, mi sembra ridicolo».

Intervista uscita su Grazia del 2 dicembre 2015, n. 49

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«Sono attratto dai personaggi estremi, come mia moglie». Intervista a Hugh Jackman

05 sabato Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Australia, Ava Eliot, Barbanera, Christopher Jackman, Codice: Swordfish, Cristiana Allievi, Deborra-Lee Furness, Hugh Jackman, Hugh Jackman, Back on Broadway, I miserabili, Joe Wright, Nirvana, Oscar Maximilian, Pan, Smells like teen spirit, X-men

Lui è razionale e misurato, lei passionale, emotiva, dotata di un istinto infallibile. E lo ha trovato molto sexy nei panni del terribile pirata Barbanera (nel film Pan). Jackman parla della sua famiglia e dell’alchimia con Deborra-Lee Furness, che ha 13 anni più di lui, e che  funziona da un’eternità per gli standard di Hollywood. Grazie anche a una regola: non separarsi mai per più di due settimane «se no ci si abitua a stare lontani».

Sorriso sulle labbra, battuta pronta, voce sexy (l’avete mai sentito cantare?). E poi quel modo di fare terribilmente alla mano. Non si sente una star. Non gioca a sedurti come fanno attori di calibro molto, molto inferiore. Nell’intervista preferisce scherzare, sdrammatizzare, ridere, mostrarti il suo buonumore e la serenità conquistata dopo un’infanzia non proprio facile. A otto anni la madre, che soffre di depressione, abbandona la famiglia e si trasferisce in Inghilterra. Le sue sorelle la seguono, lui e i fratelli restano a Sydney con papà Christopher. Hugh è davanti a un bivio: può farsi divorare dalla rabbia o perdonare e andare avanti. Lui sceglie la seconda strada e si affida a suo padre. Che gli ha insegnato tutto: a prendersi cura dei fratelli, a usare il denaro in modo accorto, ad amare e rispettare gli altri, compresa la madre contro la quale non ha mai puntato il dito, tanto che i due sono rimasti in ottimi rapporti. Oggi Hugh vive a New York, dove lo si vede spesso passeggiare mano nella mano con Deborra- Lee Furness, sua moglie, e con i due figli, Oscar Maximilian e Ava Eliot, adottati dopo una lunga battaglia contro l’infertilità. Fa il possibile per stare tutti insieme, perché la famiglia è il centro della sua vita. Non come il crudele Barbanera, il pirata rocker che canta Smells Like Teen Spirit dei Nirvana e terrorizza i bambini, protagonista del suo ultimo film, Pan. Hugh i ragazzini li adora.



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Hugh Jackman, 47 anni, è arrivato al successo internazionale con il personaggio di Wolverine in X-Men, nel 2000.

Si fida del suo istinto paterno?

«Sì, anche se sull’istinto forse è più forte mia moglie. Di fronte a un problema sa sempre qual è la cosa giusta da fare, e di solito ci azzecca sempre. L’intuizione è un dono, ma anche una responsabilità, perché ti connette con una persona a livello emotivo, ti fa preoccupare per lei».

Lei è un padre apprensivo?
«So che il mondo non è un posto facile, ma non voglio che i miei figli siano paranoici. Voglio che stiano attenti, che tengano gli occhi aperti, ma allo stesso tempo che vivano senza paure.
Quando ero piccolo mio padre non sapeva mai cosa facevo quando uscivo, con Oscar e Ava vorrei comportarmi allo stesso modo».

A casa la accolgono meglio quando fa il supereroe o quando si trasforma nel nemico di Peter Pan?
«Quando torno a casa i bambini vogliono il loro padre, se ne fregano dei miei personaggi. Mentre mia moglie mi ha detto: “Barbanera è uno degli uomini più sexy che tu abbia mai interpretato”. Diciamo che ho trascorso un’estate fantastica dopo aver girato il film (scoppia a ridere, ndr)».

Quando è sui set a lavorare, come mantiene i contatti con la sua famiglia?

«Non stiamo mai separati più di due settimane, è una regola che ci siamo dati io e Deborra. Se si sta lontani per molto tempo ci si abitua a vivere così. E a lungo andare ci si allontana. Quindi, fosse anche solo per 24 ore, torno sempre a casa. E quando voglio che i miei figli facciano i compiti, tiro fuori qualche premio, per ricordargli che papà è via per lavoro e che anche loro devono fare sempre il loro dovere».

Lei ha già vestito i panni del cattivo. Questo personaggio, Barbanera, che cos’ha di particolare?

«Ho fatto molti altri cattivi prima di questo, ma non ero mai stato così feroce! Mia madre, che ha assistito alla prima del film qui a Londra, ha detto a tutti: “Mio figlio è una vera minaccia!”».

A chi si è ispirato?
«Prima di iniziare a girare ho letto con mio figlio Oscar un sacco di cose sugli orsi su National Geographic per bambini. Lui adora gli orsi bruni. Ho chiesto a Joe Wright, il regista del film, se poteva andargli bene come modello, ma mi ha risposto di no: aveva sul cellulare un ritratto di Maria Antonietta coperta di rughe, era a lei che voleva mi ispirassi!».

Vista la sua carriera, crede nella fortuna?

«Il successo è un mistero. Quando mi hanno proposto il personaggio di Wolverine, l’ho accettato perché non mi arrivava niente di interessante. Di colpo mi sono ritrovato a Los Angeles a riorganizzare la mia vita e quella dei miei figli. Chi avrebbe detto che tutto sarebbe cambiato grazie a Wolverine? Oggi tutti mi offrono film!».

C’è qualcosa di cui si pente?

«Non aver girato Chicago, il film musicale di Rob Marshall. Ma ero molto giovane, c’erano battute adatte a un uomo più maturo. Però alla fine è stato giusto così: Richard Gere è stato fenomenale, in quel ruolo».

L’ho vista con i miei occhi ai festival di cinema, nei posti più glamour del mondo, mentre girava in bicicletta alle otto di mattina. C’è differenza tra essere un attore ed essere una star?

«Io voglio vivere davvero la vita. Amo le auto e gli hotel di lusso, ma per entrare in contatto col Paese in cui mi trovo ho bisogno di altre cose, come pedalare in bicicletta e tuffarmi in mare. Sono queste le cose che ricordo di un posto, più dei red carpet e dei premi. Ma posso essere anche un divo, non creda: quando voglio andare a nuotare chiedo che sgombrino la spiaggia!».
Scherza, ovviamente! È evidente che lei non crede al suo status di sex symbol. «Nemmeno un po’. Perché non me lo diceva nessuno quando lo ero davvero, a diciott’anni? Oggi che me ne faccio? Non posso dire a mia moglie: “Hey baby, vai tu a buttare la spazzatura!”, non è cosa per me».

 

È per questo che interpreta spesso personaggi estremi?

«Sono una persona moderata nella vita, credo sia il motivo per cui sono attratto da persone eccessive. Mia moglie è molto emotiva e appassionata, e questo continua a essere molto, molto stimolante per me».

 

articolo pubblicato sul n. 47 di F, in edicola il 18 novembre 2015

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Terra e libertà: non toglietele a Benicio del Toro

19 giovedì Nov 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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21 grammi, Benicio Del Toro, Delilah, Escobar, Gustavo Adolfo Del Toro, I soliti sospetti, Il piccolo principe, Kimberly Stewart, Le belve, Papillon, Rod Stewart, Scarlett Johansson, Sicario

LEGAMI SENTIMENTALI MAI. RUOLI COMPLICATI SEMPRE, PER RACCONTARE TUTTA L’EMOTIVITA’ DELLA SUA AMERICA LATINA.

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L’attore portoricano Benicio del Toro, 48 anni, premio Oscar per Traffic.

«Ne parlavo pochi giorni fa con un vecchio compagno di scuola. Chi lo avrebbe detto, 30 anni fa, che sarei andato a Disneyland con Delilah, 4 anni, e il nonno Rod? Sono quelle cose che nemmeno un veggente può prevedere». Sorride, dall’alto dei suoi centonovanta centimetri di altezza, al ricordo di quando, saputo che aspettava un figlio da Kimberly, è andato a chiedere consigli sulla paternità al suocero. La rockstar Rod Stewart che, a 70 anni e con otto figli, sa di cosa si parla. Me lo racconta con quella faccia a cui è sempre stato difficile dare un’età. A 20 anni sembrava già un cinquantenne, Benicio del Toro. Un po’ per quei cerchi intorno agli occhi con cui ha imparato a fare i conti dai tempi delle medie, rispondendo che no, lui non si drogava, a chi lo insinuava. Poi ci sono le forti oscillazioni di peso, di umore e le sfumature del colore dei capelli, a confondere. I ruoli cinematografici, così drammatici, hanno fatto il resto, contribuendo a renderlo un fascinoso miscuglio di mistero e oscurità. Arriva nel bar dell’hotel della Costa Azzurra in cui abbiamo appuntamento e mi colpisce quando sia sottile, in abito nero. Dall’ultima volta che l’ho incontrato, tre anni fa, ha perso dieci chili. C’è molto caos intorno a noi, gli basta posare lo sguardo intorno, senza aprir bocca, perché il volume generale si abbassi. Chi lo conosce bene dice che fuma e beve parecchio. Durante la nostra chiacchierata non tocca sigarette e beve solo un Espresso. Con quella voce roca con cui ha sedotto una sfilza di donne- tra cui la nostra Valeria Golino, con cui ha all’attivo la relazione più lunga della sua vita- e che deve aver inebriato Scarlett Johansson per farla cedere alle avances hot nell’ascensore dello Chateau Marmont, mi racconta la più clamorosa rivoluzione degli ultimi tempi. «Diventare padre di Delilah mi ha fatto sentire il desiderio di passare più inosservato, e di poter osservare di più. Lei non è né sua madre né me, è altro. Ho capito che quello che devo fare, come padre, non è adeguarla ai nostri modelli, ma crearle uno spazio intorno in cui possa muoversi. Io sono stato costretto a essere qualcosa, ma almeno ho scoperto di poter lasciare la libertà a lei». Per non perdersi il parto, il Marlon Brando dei giorni nostri, come lo definiscono in molti -ma Sean Penn preferisce menzionarlo come “il nuovo Al Pacino” – ha smesso un giorno di sparare sul set di Le belve di Oliver Stone, uno dei tanti film ad alto tasso di violenza in cui compare il suo nome. «Oggi mi piace pensare di fare film che posso vedere anche con mia figlia, per questo ho appena prestato la voce a Il piccolo principe di Mark Osbourne, ma per Delilah è un film ancora pesante: per ora guardiamo insieme Il Sottomarino giallo, e non ha idea di quanto mi piaccia». Delilah è nata da una notte di passione, e i due genitori si sono affrettati a dichiarare che non avrebbero messo su famiglia. Se si va a guardare tra le pieghe della vita della star portoricana di 21 Grammi e I soliti sospetti, l’incapacità di reggere legami stabili sembra congenita. A minare la sua sicurezza sentimentale dev’essere stata la perdita della madre, l’avvocato Fausta Sanchez Rivera, mancata quando Benicio aveva nove anni. Era lei che lo aveva portato a vedere il primo film, Papillon, che lo ha colpito molto.

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Del Toro e Brad Pitt ai tempi di Snatch, girato nel 2000 (courtesy of Pinterest.com).(continua…)

Storia di copertina di Icon n. 24, n. Novembre e dicembre 2015

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«I cattivi sono sexy, ma non ditelo a me», parola di Garrett Hedlund

07 sabato Nov 2015

Posted by Cristiana Allievi in Senza categoria

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HOLLYWOOD PARLA DI LUI COME DEL PROSSIMO BRAD PITT. HA UNA FIDANZATA FAMOSA E VOGLIA DI STUPIRE. AL CINEMA GARRETT HEDLUND ADESSO DIVENTA IL CAPITAN UNCINO PIU’ SENSUALE DI SEMPRE. MA GUAI A DIRGLIELO: PERCHE’ SE C’E’ UNA COSA CHE DETESTA E’ ESSERE CONDANNATO A FARE IL BELLO

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Garrett Hedlund ha 31 anni, è nato nel Minnesota e ha un padre svedese. Oggi vive in California.

Si accorge che sono arrivata nella suite dell’appuntamento, nel cuore di Londra, con quell’attimo di ritardo che mi permette di osservarlo mentre gira per la stanza con le mani in tasca. Appena mi vede sfodera un sorriso, ma la sensazione è che sia imbarazzato. Essere cresciuto in una fattoria del Minnesota evidentemente prevale ancora. Non contano i provini fatti volando a Los Angeles ai tempi del liceo, l’essere stato il fratello giovane di Brad Pitt in Troy e aver girato una decina di film, da lì in avanti, che lo hanno consacrato il biondo della prossima decade, dopo Robert Redford e Pitt stesso. Garrett Hedlund, un ragazzo gentile, con solidi valori familiari e un attaccamento fortissimo alle proprie radici, è ancora di una timidezza disarmante. Ma quando questo apre bocca, le cose cambiano: la sua voce profonda e potente prende il sopravvento, e lo sostiene. Se penso che fa coppia da tre anni con la collega Kirsten Dunst, conosciuta sul set di On the road, e che non ricordo di aver incontrato persone più riservate di loro, deduco che la conversazione non sarà facile. Ma ho la fortuna di averlo appena visto in Pan-Viaggio sull’isola che non c’è, il prequel di Peter Pan firmato da Joe Wright, nelle sale dal 12 novembre, un film che trasporta nel mondo e nella fantasia dei bambini dell’isola che non c’è.

In Pan lei è James Hook, ovvero Capitan Uncino con il braccio ancora intatto. Cosa le è piaciuto di questo personaggio? «Quando ho incontrato il regista gli ho chiesto cosa vedeva in me di questo personaggio. Mi ha risposto che non aveva mai immaginato che Hook potesse essere una specie di John Ford, felice di arrivare sul suo cavallo, ma io ho cambiato le cose! Dopo così tanti ruoli seri e argomenti scuri avevo bisogno di tornare alla leggerezza, mi sono divertito moltissimo».

Le ha ricordato la sua infanzia? «C’erano così tanti bambini sul set, che solo a guardarli mi veniva da sorridere. Mi sono rivisto in varie situazioni, soprattutto mi sono ricordato di quando giocavo a indiani e cowboys nei boschi…».

Nel film lei dice “mentire è crescere”, rivolto al bambino che in seguito conosceremo come Peter Pan. Condivide? «È una frase divertente, ma nella vita reale non vale sempre, dipende da chi sei. Naturalmente i bambini sono onesti, ma direi che no, non condivido l’idea».

Ha lavorato con lo straordinario Levi Miller, un undicenne molto dotato. Si è sentito più un amico o un padre, per lui? «Levi è come un fratello più piccolo. Quando ha fatto il provino per avere la parte di Pan, lo scorso febbraio, abbiamo letto insieme un punto molto emozionante del copione: aveva le lacrime che gli rigavano le guance. Tutti intorno a noi hanno iniziato a piangere, abbiamo capito che avrebbero scelto lui… Con quegli occhi blu e i capelli biondi mi ha ricordato molto me stesso.

In che cosa si è rivisto? «All’inizio della carriera mi è capitato spesso di essere il più piccolo su un set. Guardavo molto i più grandi cercando di imparare, e Levi mi ha dato finalmente l’opportunità di restituire l’esperienza che ho accumulato in questi anni, cosa che non capita spesso».

Nel prossimo film la dirigerà il premio Oscar Ang Lee. «È una parte meravigliosa, la girerò con Kirsten Stewart, Vin Diesel e Steve Martin. La storia è quella dell’incredibile libro di Ben Fountain, È il tuo giorno, Billy Lynn! Non ho mai letto niente di così capace di catturare la mia attenzione, lo trovo rivoluzionario quanto lo è stato On the road.

Hedlund con la fidanzata e collega  Kirsten Dunst, con cui ha una relazione da più di tre anni (courtesy of Pinterest.com)

Hedlund con la fidanzata e collega Kirsten Dunst, con cui ha una relazione da più di tre anni (courtesy of Pinterest.com)

Quale sarà il suo ruolo? «Sarò il sergente di un team, Bravo, che compie una missione in Iraq. Io e i miei sopravviviamo a una feroce battaglia, e quando torniamo in Usa veniamo trattati come eroi di guerra, ma si tratta di un tour mascherato da premio, e torneremo presto in guerra con un grande senso di amarezza per l’ipocrisia del nostro paese».

Lei sembra timido, è difficile fare un mestiere che non da tregua a livello pubblico? «Se diventassi famoso al punto da essere inseguito dai paparazzi mi scaverei un buco nella terra e mi nasconderei lì».

Concedere interviste, invece, le viene facile? «Sono sempre stato l’ascoltatore, l’osservatore, non colui che agisce, forse perché non mi reputo per niente bravo nell’esprimermi. Però, paradossalmente sono uno che sa mollare le cose conosciute e sicure, per buttarsi nel tornado e vedere se alla fine se ne esce vivi… Mi intervisti? Mi butto, ti rispondo…».

Sta dicendo anche che fa cose pericolose? «Molto più di quello che il mio manager e il mio agente approvano! Ti ripetono tutto il tempo “stai attento, hai una carriera…”, ma intanto tu sei ancora quel ragazzino in cerca di avventure che si ritrova a Salt Like City alle due di notte a dormire in macchina».

In macchina evidentemente si sente al sicuro. Una delle sue battute, in Pan, è “la tua casa è dove la fai tu”. Lei dove si sente nel suo nido? «(grande sospiro, ndr) In questo momento direi che ne ho avute tante, di case… Da bambino mi sono spostato da una fattoria all’altra, poi mi sono trasferito in Arizona. Oggi vivo a Los Angeles da 13 anni, e posso dirle che è così, la mia casa è dove la metto su io».

 La vede piena di bambini? «Certo che li voglio, ma non adesso. Desidero molto avere vicino un piccolo amico, o una piccola principessa, ma non in questo momento. Quando avevo 11 anni io era una situazione diversa, stavo in una fattoria con le mucche e nessun bambino, in una simile condizione, avrebbe sognato di diventare attore…».

E come si è sentito quando l’hanno presa per Troy, il suo primo film? «È stata la prima cosa incredibile che mi sia mai successa nella vita. Ma a distanza di anni, lavorare con Hugh Jackman, Rooney Mara e uno dei migliori registi sulla piazza, Joe Wright, ha ancora dell’incredibile per me».

 

Forse perché dal Minnesota ai registi più importanti del mondo, tutto sommato la strada è stata breve per lei. «Quando vivevo con mio padre nella nostra fattoria, a 30 miglia dalla città più vicina, ho messo subito in chiaro che avrei lavorato sodo per la mia vita, non avrei avuto tempo libero e sarei stato molto orgoglioso dei risultati ottenuti. A 18 anni ho scelto di inseguire un sogno e mi sono trasferito a Los Angeles da solo, non avevo un manager o un agente ma sapevo che un giorno li avrei avuti».

Lei appartiene a una nuova generazione di attori protagonisti a Hollywood. Ha paura che la trasformino in un clichè? «Penso solo ad avere ruoli interessanti, che non sono stati ancora fatti, o almeno così li vedo nella mia testa. Mentre nella vita di tutti i giorni amo ridere, i buoni amici, non cerco cose strane».

 Però sul lavoro dicono che sia uno tenace. «Faccio un mestiere duro, in cui si sta sul set tutto il giorno, e la concentrazione è altissima, quindi ho imparato ad esserlo».

La cosa peggiore che si è sentito dire? «”Sei troppo bello per certi ruoli”, una frase che mi ha motivato ad andare più in profondità».

Lei non si sbilancia mai sulla vita sentimentale, mentre la sua fidanzata lascia intuire tra le righe che entrambi siete fatti per la famiglia. «Famiglia, figli e una moglie amorevole sono sempre stati un obbiettivo più grande, nella mia educazione, del correre dietro a storie fuggevoli. Sono argomenti delicati, sappiamo che si può essere molto felici e molto tristi in entrambe le situazioni, ma è vero, sono sempre stato più un uomo da famiglia che il tipo a caccia di avventure».

È il maschio che corteggia? «Assolutamente sì, mai fare il primo passo con me».

 Per concludere, quali parti di se stesso sente più cresciute, e quali ancora adolescenti? «Vengo da una famiglia in cui c’è molto senso dell’umorismo, e il mio lavoro ha molto a che fare col restare un bambino, dentro. Direi che il senso dell’umorismo è una parte ancora infantile, mentre le mie ambizioni sono piuttosto cresciute. Dimenticavo, anche la mia voce è molto adulta. O no?».

Articolo uscito si Grazia l’11/11/2015

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«Se a dirigere un film su Oscar Wilde sono io, Rupert Everett»

28 mercoledì Ott 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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A royal Night out, Altamira, Ampleforth, coming out, Cristiana Allievi, Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, Oscar Wilde, Rupert Everett, Tim Burton

Sta lavorando da otto anni per portare sullo schermo questo progetto e finalmente è arrivata l’ora X. Ecco perchè lo ritiene così importante

L'attore inglese Rupert Everett, 56 anni, sta per dirigere il suo film su Oscar Wilde.

L’attore inglese Rupert Everett, 56 anni, sta per dirigere il suo film su Oscar Wilde.

Sta lavorando da otto anni per portare sullo schermo la storia di Oscar Wilde. Ma quella che era diventata una questione di vita o di morte, raccontare gli ultimi tre anni della vita del poeta irlandese, ha raggiunto finalmente una svolta: le riprese del film inizieranno l’anno prossimo. Come racconta durante la tredicesima edizione del premio Kineo – Diamanti al cinema, dove è stato insignito dell’International Movie Award. Certo, se a Everett la vita è andata meglio che a Wilde, non si può dire che tutto sia stato facile, grazie alla sua omosessualità dichiarata. Ma resta uno dei volti indimenticabili della storia del cinema, e nonostante il tempo passi, nemmeno a 56 anni compiuti smentisce l’immagine del dandy. Discendente della famiglia reale di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra e Scozia, la sua vita, la vena polemica, il narcisismo e l’eleganza dei modi lo hanno reso una miscela esplosiva, un idolo, al punto da spingere Tiziano Sclavi a farne il protagonista del suo Dylan Dog. E in attesa di vederlo in Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children di Tim Burton, in Altamira di Hugh Hudson e A Royal Night Out di Julian Jarrold (in cui interpreta Giorgio VI, come ha fatto Colin Firth) parliamo con l’attore inglese di quello che gli sta più a cuore.

Finalmente ci siamo: il suo film su Oscar Wilde partirà…
«Inizierò le riprese l’anno prossimo a Napoli, finalmente. Ho scritto la sceneggiatura, sarò il regista e anche l’attore principale, nella mia fantasia voglio essere un Orson Welles! Nel cast ci saranno Emily Watson, Miranda Richardson, Tom Wilkinson e Colin Firth. Il cinema che amo, quello di Visconti e di Antonioni, con tecnici di primissimo livello, costumi sontuosi, decorazioni raffinate, è sparito: voglio tentare di riprodurre quel sogno, oggi».

Che Wilde vedremo?
«Quello degli ultimi tre anni di vita. La storia di Wilde è la storia di un meraviglioso essere umano che viene distrutto dalla società. Tengo molto a mostrare come in un momento si possa essere accettati, e in quello successivo reietti. Prima di Wilde la parola omosessuale non esisteva, ha dato scandalo. Ma già a metà Ottocento era una grande celebrità, un uomo modernissimo che ha attraversato l’America su uno speciale treno verde… È una figura cristica per il movimento omosessuale, per me, e soprattutto per il mio mondo lavorativo, che non è dei più facili».

Il poeta, esteta e scrittore irlandese Oscar Wilde.

Il poeta, esteta e scrittore irlandese Oscar Wilde.

In molti dovrebbero ringraziarla per il suo coming out. A Hollywood gliel’hanno fatto pagare?
«All’epoca vivevo a Parigi, Hollywood è venuta molto dopo. Di sicuro le mie dichiarazioni non mi hanno facilitato la carriera, essere gay nello showbusiness non è una gran cosa, e io non sono un’eccezione. E non mi riferisco al pubblico, che non si cura minimamente di queste cose, ma al business: cosa vuole che le dica? Il cinema è come il calcio, stessa cultura».

Ma non si è sentito più protetto, proprio perché parte del mondo dello spettacolo?
«Non mi lamento della mia vita, è stata molto fortunata. Forse oggi il mondo a cui si riferisce è cambiato, ma nel 1980, quando ho iniziato, non era amichevole con i gay».

A occhio lei non ha avuto paura di essere se stesso, o sbaglio?
«Ne ho avuta eccome, però non mi ha mai fermato dal vivere la mia vita. A un certo punto bisogna occuparsi del proprio futuro, nessuno lo fa al posto tuo. Oggi viaggio sulle mie gambe e fare un film da solo, con la completa responsabilità, è una sfida che mi piace. Non ho idea di come farò, ma la parola creatività significa qualcosa che viene fuori dal nulla, quindi credo che sarà un momento molto creativo».

Le esperienze difficili rinforzano?
«Tutto quello che va male, nella vita, finisce per rivelarsi con l’essere una cosa buona. Ho avuto molti anni per interrogarmi a fondo su quello che volevo fare, con Wilde. Quando qualcuno ti dice “questa cosa è inutile”, devi guardarci dentro e decidere: o sei d’accordo, o non lo sei affatto. In questo caso, a ogni passo ti rafforzi».

Quando ha passato la boa dei cinquanta ha detto di essere triste perché non si sentiva più sexy. A vederla di persona non sembra ancora il caso di buttarsi giù…
«A dire il vero a 50 anni ho dichiarato che non mi sentivo più dipendente dal sesso e che la cosa mi faceva molto piacere! Tutta la mia vita è stata guidata dall’idea del sesso, una reazione all’educazione cattolica ma soprattutto avevo ormoni piuttosto effervescenti. Anche se credo che la maggior parte degli uomini pensi al sesso, capirà il senso di liberazione».

Cos’è cambiato, con i cinquanta?
«Proprio gli ormoni, il sesso è per i giovani (ride, ndr), la marea dell’oceano ci spinge in alto e poi ci ributta giù».

Avere un padre ufficiale dell’esercito britannico ha inciso sul suo carattere?
«Di sicuro sono andato in reazione con tutto il mondo delle armi, questo sì. Mio padre è stato un uomo gentile fino a quando io e mio fratello eravamo piccoli, ma intorno ai 12 anni, di fronte alle nostre ribellioni, s’infuriava fino a schiacciarci».

Rupert Everett è stato un bambino impegnativo?
«Mi hanno cresciuto secondo il vecchio stile, addirittura senza tv. Una delle cose migliori della mia vita è stata la mia prima infanzia, in un ambiente molto organizzato, sicuro, tranquillo. Avevo poche cose, ero curioso di sottigliezze come la polvere colpita da un raggio di sole… In casa non ci era permesso far troppo rumore, dovevamo stare tranquilli. Anche i nonni mandavano il messaggio che non si doveva dare spettacolo, né alzare la voce, per avere l’attenzione di tutta la famiglia».

E lei ha reagito.
«Fino a sette anni sono stato molto solitario, sensibile e riflessivo, poi mi hanno portato in collegio (all’Ampleforth, un istituto diretto dai monaci Benedettini, ndr) e sono diventato un’altra persona. È iniziata la fase esibizionista, urlavo, mi facevo notare, facevo ridere gli altri tutto il tempo. È così che a 15 anni mi sono iscritto alla Central School of Speech and Drama di Londra e ho iniziato a recitare».

Curioso, ho letto una sua dichiarazione in cui dice che essere tranquilli, nella vita, è la cosa più importante.
«È vero, e ciò che disturba la quiete nel mio caso è vivere nel mondo del cinema, doversi mantenere, farsi venire nuove idee… Insomma, andare avanti».

Soffre d’ansia?
«Come potrei non soffrirne in un mondo che ci spinge a venderci di continuo, a tenere le cose sotto controllo, ad apparire perfetti? Avendo molte idee anch’io devo andare in giro a proporle, non mi lamento ma è stressante».

A proposito di andare avanti… Sarà presto Giorgio VI, in A Royal Night Out. Non è stufo di fare l’aristocratico in costume?
«Sono alto 193 centimetri, sono inglese e vengo dall’alta società. Non mi stupisce che mi vogliano per fare parti da nobile, e non mi preoccupa».

articolo uscito su GQ Italia a ottobre 2015

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«Una storia rock», parola di Amy Berg, regista di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin

12 lunedì Ott 2015

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Amy Berg, Amy Winehouse, Ball and Chain, Big Brother, Cat Power, Cristiana Allievi, David Niehaus, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Joss Stone, Mick Jagger, Monterey Pop festival, Pink, Rolling Stone, Woodstock

Una donna sola e disperatamente bisognosa di attenzioni. All’università del Texas viene eletta “il maschio più brutto del campus” e non si riprenderà mai davvero dallo shock. Una tigre che salta sul palco di Woodstock e intona a squarciagola Ball and chain. E che, proprio grazie al suo cuore maltrattato, raggiunge un pubblico sconfinato, che si riconosce nel suo grido di dolore. Le immagini di Janis, il film presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia, e nelle nostre sale dall’8 ottobre, sono una specie di doccia scozzese. Disorientanti e potenti, raccontano la vita della prima rockstar della storia, una delle cantanti più venerate di tutti i tempi e che, nonostante sia durata solo 27 anni e abbia inciso quattro album, resta fissa nei primi posti della lista dei più grandi cantanti e artisti di tutti i tempi ideata da Rolling Stone. A 45 anni esatti dalla sua morte, Emy Berg, regista candidata agli Oscar, ci consegna il suo omaggio a Janis, un’icona che molti anni fa ha aperto la strada alle Joss Stone, Amy Winehouse e Pink contemporanee. Ci ha lavorato sette anni e la sua abilità è stata unire due prospettive. Da una parte lascia che sia Janis stessa a parlare, per tutto il film, attraverso le lettere scritte alla famiglia e agli amanti negli anni, molte delle quali rese pubbliche per la prima volta grazie a questo film. Interviste alla famiglia, agli amici di infanzia e ai colleghi musicisti completano il quadro. Quando lo spettatore si è fatto un’idea complessiva della donna, ecco che emerge potente un’altra parte. Arrivano le immagini dei concerti e le foto che sprizzano vita da tutti i pori. A quel punto lo spettatore è catapultato nelle prime file dei live, a respirare quell’aria magica e intrisa di dolore che ha fatto della Joplin un riferimento imprescindibile. Occhi azzurrissimi, magra, Emy Berg indossa un paio di jeans a zampa e una camicia trasparente. Parla a bassa voce ma con molto entusiasmo del suo lavoro.

Una scena di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin della regista Emy Berg.

Una scena di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin della regista Emy Berg.

Il suo film mette in evidenza un fatto: Janis stava bene solo sul palco: le immagini al Monterey Pop Festival, uno dei momenti più memorabili di Woodstock, parlano chiaro. «Il palco era la sua cura, le performance dal vivo di Janis erano elettriche. Lì si lasciava andare, e la gioia e il dolore che liberava erano assolutamente inebrianti. Forse dire che con le performance live si guariva è eccessivo, di sicuro le facevano dimenticare il suo dolore e la forte insicurezza. Ma il grosso problema di Janis era come essere felice nelle restanti 23 ore della giornata, un fenomeno molto comune tra i cantanti».

È Janis stessa a parlare di sè, per tutto il film. «Ho scelto di raccontarla attraverso le sue lettere, scritte alla famiglia, agli amanti. Leggendole ho incontrato una donna vulnerabile e dolce, a caccia di conferme, completamente diversa da quella che si vedeva nei concerti, capace di esporsi davanti a milioni di persone senza paura. È stato lì che ho deciso di lavorare sul contrasto».

Come ha scelto Cat Power, per farle da voce? «L’ho sentita in un’intervista su You Tube e mi ha colpito quanto la sua voce sia simile a quella di Janis. Hanno molte cose che le accomuna, anche Cat ha lasciato la famiglia presto per seguire la musica, e non l’hanno capita. L’ho cercata su Google e le ho parlato al telefono, una settimana dopo era con noi e mi mandava foto sull’IPhone».

Avere una giovane star dell’indie rock nel film servirà ad attirare più pubblico? «Adesso vedo che è così, ma all’epoca pensavo solo a qualcuno che sapesse leggesse con facilità delle parole, senza recitare».

Secondo lei come si sentiva tra gli uomini, Janis? Dice cose contraddittorie in merito. «Se n’è andata dal Texas cercando un’affermazione lontano da casa, allo stesso tempo cercava una famiglia, a San Francisco. Janis aveva bisogno di un sistema che la supportasse, non a caso la rottura con i Big Brother, la sua prima band, l’ha distrutta. Non aveva realizzato quanto stesse bene in quella dimensione. Ha lasciato il paese, cambiato tour manager, si sentiva molto sola. Infatti ha iniziato ad aveva un camerino solo per lei, si è separata dagli altri».

L’uso delle droghe era davvero massiccio… «Aveva una storia di dipendenze, già all’epoca in cui viveva a San Francisco. Nelle droghe ha trovato un modo per calmare le voci che la tormentavano nelle famose 23 ore in cui non era sul palco. Non ha saputo trovare la strada per smettere, è morta per mano di una partita di eroina».

 Janis mostra chiaramente che anche una persona molto danneggiata come lei ha avuto la chance di salvarsi, grazie all’amore vero. «È un tema forte nell’industria musicale, è più difficile per una donna di successo avere una vita privata. Per Mick Jagger e i colleghi le cose sono sempre state più facile, per una donna famosa è dura avere un uomo che stia a casa, o che regga la differenza di esposizione. Ecco perché ho pensato che una storia come quella con David Niehaus- un insegnante che viaggiava per il mondo e non aveva la minima idea di chi fosse Janis quando l’ha conosciuta- andasse mostrata. Era il periodo in cui lei aveva smesso di drogarsi, lui era un uomo forte, non era mai stata con un uomo simile. E non lavorava nel settore, quindi non c’era competizione tra loro. Ma a causa di lettere non recapitate e sfortunate coincidenze, le droghe sono tornate e hanno distrutto tutto».

Amy Berg, regista Usa che racconta la prima rocker della storia a 45 anni dalla sua morte.

Amy Berg, regista Usa che racconta la prima rocker della storia a 45 anni dalla sua morte.

I fratelli di Janis le erano molto vicini. «Era legatissima al più giovane, Michael, prima della morte stava pensando di trasferirsi in California e seguirla in tour. Lora le era vicina di età, forse stava combattendo con gli stessi fantasmi ma aveva diversi interessi, non stava tentando di diventare una rockstar».

Lavorando al film si è fatta un’idea dell’origine della forte insicurezza della Joplin? «Quando Lora e Michael parlano del matrimonio dei loro genitori, che andava sempre più in crisi tanto più Janis diventava famosa, c’è una frase chiave: “i nostri genitori sentivano di aver dato vita a una calamità”. Significa che erano imbarazzati di avere una figlia simile, mi ha fatto riflettere».

C’è qualcosa che l’ha colpita e che non ha raccontato nel film? «La madre di Janis era una cantante, aveva una voce meravigliosa ma ha deciso di non tentare la carriera e diventare madre di famiglia. Credo che la figlia abbia fatto ciò che non è riuscito alla madre».

Crede che sua madre fosse gelosa di lei? «Credo proprio di sì. Forse si trattava più di paura che di gelosia, ma questo è il background emotivo della loro relazione. So che sarebbe stato molto interessante da raccontare, ma dovendo scegliere ho tenuto il focus su Janis».

Dal suo film si intuisce che conosceva bene Jimi Hendrix, ma non è chiaro in che modo. «Ho sentito varie storie su di loro, che non ho incluso. Ma so per certo che Janis era una delle donne che si è messa in coda per servirlo…».

Cosa intende dire? «Che dopo i suoi concerti Hendrix aveva la fila di donne che aspettavano di fare sesso con lui. Janis ha detto alla sua band che si è messa in coda anche lei…».

articolo pubblicato su D di Repubblica del 19/9/2015

© RIPRODUZIONE RISERVATA

«Con Lolita ho chiuso», parola di Ludivine Sagnier

23 mercoledì Set 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Bonnie, Cristiana Allievi, François Ozon, Kim Chapiron, Love is in the Air-Turbolenze d’amore, Ludivine Sagnier, Ly Lan, Nicolas Bedos, Swimming Pool

È una delle attrici più quotate, e non solo in Francia, la sua patria. A Parigi, mentre allattava la sua ultima nata, ci ha spiegato perché con i ruoli da Lolita che l’hanno caratterizzata al suo esordio al cinema ha chiuso definitivamente. Adesso è tempo di tradimenti e la politica, ma solo sul set

Ludivine Sagnier, 36 anni, ha iniziato a sfilare a 9 anni e a 10 era già in un film di Resnais (courtesy of zimbio.com).

Ludivine Sagnier, 36 anni, ha iniziato a sfilare a 9 anni e a 10 era già in un film di Resnais (courtesy of zimbio.com).

Gira per la stanza cullando tra le braccia la figlia Tam, di pochi mesi. È la terza arrivata e ha un nome vietnamita come il padre, il regista Kim Chapiron. Ludivine Sagnier arriva al nostro incontro struccata e mi confessa di aver dormito molto poco. Si scuserà più volte, durante la conversazione, perché Tam piangerà spesso e lei la allatterà davanti a me. L’attrice francese, 36 anni, diventata famosa nel 2003 con il film di François Ozon Swimming Pool, in cui interpreta il ruolo di una procace e seducente ragazza, ora è al cinema con Love is in the Air-Turbolenze d’amore, di Alexandre Castagnetti, con Nicolas Bedos. Non faccio in tempo a farle la prima domanda che, ecco, Tam piange: «Mi scusi, devo darle da mangiare. È la prima volta nella mia vita che faccio una cosa del genere durante un’intervista, mi vergogno un po’». Faccio per alzarmi ma lei mi dice di andare avanti con le domande.

Dopo Bonnie, 10 anni, e Ly Lan, 6, è arrivata alla terza maternità. È difficile organizzarsi? «Sì, come per tutte le donne che lavorano. Pianifico ogni impegno al millesimo di secondo».

Quante babysitter ha? «Una, più una persona che mi aiuta in casa, fine. Il resto lo faccio io, come ogni donna che lavora».

È un caso raro che una 36enne in carriera abbia tre figli. «Non in Francia. Anche l’attrice Isabelle Huppert ne ha tre. Ma forse ha ragione lei: tre sono tanti, si deve cambiare spesso l’automobile, pensare sempre più in grande».

È diverso adesso il modo in cui sceglie i film? «In questo momento ho meno voglia di assentarmi per lunghi periodi e di andare lontano da casa, ma credo fermamente che anche per i figli sia importante avere una madre realizzata. Lavorare fa bene».

Al cinema ha iniziato con personaggi simili al cliché dell’adolescente sexy alla Lolita, in Turbolenze d’amore è una single 30enne che sogna l’amore con la A maiuscola. È una svolta? «Tutti invecchiamo, non si può interpretare Lolita fino a 50 anni. Trovo che questa donna single sui 30 anni sia molto attuale. È giovane, vuole essere indipendente, ma ha comunque un’idea romantica dell’amore. Non trova tutto questo molto moderno?».

Il film affronta anche il tema del tradimento.
«È stato interessante studiare l’aspetto della gelosia. In Turbolenze d’amore si capisce quanto sia un sentimento che nasce dall’insicurezza. È bello vedere che cosa scatena un’emozione così forte e distruttiva: che il tuo fidanzato ti tradisca davvero o meno quasi non conta».

Lei è gelosa?
«No, ma so che stiamo parlando di un sentimento pericoloso quanto la tossicodipendenza. La buona notizia è che con una psicoterapia mirata si può guarire».

Ha già interpretato donne molto diverse tra loro. Con quale nuovo personaggio si cimenterebbe?
«Mi mancano le donne di potere, per esempio le politiche. Non ne ho nessuna in mente, ma è un mondo che mi attira».

Sono pochi i ruoli per le donne, al cinema? Il cinema è sessista?
«Purtroppo sì. Ci sono ruoli favolosi per le 20enni, poi per le 40enni: nell’età di mezzo, invece, sembra che non succeda nulla di interessante. Io sono troppo giovane per fare la 40enne e troppo grande per essere una 20enne. Ma non mi posso lamentare perché lavoro lo stesso».

Come si sentirebbe se le sue figlie facessero il suo mestiere?
«Bonnie, la più grande (avuta dall’attore Nicolas Duvauchelle, ndr), è già apparsa nei miei film, l’unica regola che ho dato è stata: “solo un giorno di riprese”. Le bambine vengono sempre con me sul set, dopo la scuola, do loro compiti speciali. Chiedo di annotare i nomi degli elettricisti, dei macchinisti, oppure di descrivere che cosa succede durante la giornata. Voglio che imparino che puoi fare molte cose su un set, che non c’è solo il mestiere dell’attrice e del regista».

Lei quale altro mestiere sogna?
«Amo cantare, vorrei farlo di più. E spero di girare presto il film scritto da mio marito».

 Intervista uscita su Grazia del 4 settembre
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