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LEGAMI SENTIMENTALI MAI. RUOLI COMPLICATI SEMPRE, PER RACCONTARE TUTTA L’EMOTIVITA’ DELLA SUA AMERICA LATINA.

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L’attore portoricano Benicio del Toro, 48 anni, premio Oscar per Traffic.

«Ne parlavo pochi giorni fa con un vecchio compagno di scuola. Chi lo avrebbe detto, 30 anni fa, che sarei andato a Disneyland con Delilah, 4 anni, e il nonno Rod? Sono quelle cose che nemmeno un veggente può prevedere». Sorride, dall’alto dei suoi centonovanta centimetri di altezza, al ricordo di quando, saputo che aspettava un figlio da Kimberly, è andato a chiedere consigli sulla paternità al suocero. La rockstar Rod Stewart che, a 70 anni e con otto figli, sa di cosa si parla. Me lo racconta con quella faccia a cui è sempre stato difficile dare un’età. A 20 anni sembrava già un cinquantenne, Benicio del Toro. Un po’ per quei cerchi intorno agli occhi con cui ha imparato a fare i conti dai tempi delle medie, rispondendo che no, lui non si drogava, a chi lo insinuava. Poi ci sono le forti oscillazioni di peso, di umore e le sfumature del colore dei capelli, a confondere. I ruoli cinematografici, così drammatici, hanno fatto il resto, contribuendo a renderlo un fascinoso miscuglio di mistero e oscurità. Arriva nel bar dell’hotel della Costa Azzurra in cui abbiamo appuntamento e mi colpisce quando sia sottile, in abito nero. Dall’ultima volta che l’ho incontrato, tre anni fa, ha perso dieci chili. C’è molto caos intorno a noi, gli basta posare lo sguardo intorno, senza aprir bocca, perché il volume generale si abbassi. Chi lo conosce bene dice che fuma e beve parecchio. Durante la nostra chiacchierata non tocca sigarette e beve solo un Espresso. Con quella voce roca con cui ha sedotto una sfilza di donne- tra cui la nostra Valeria Golino, con cui ha all’attivo la relazione più lunga della sua vita- e che deve aver inebriato Scarlett Johansson per farla cedere alle avances hot nell’ascensore dello Chateau Marmont, mi racconta la più clamorosa rivoluzione degli ultimi tempi. «Diventare padre di Delilah mi ha fatto sentire il desiderio di passare più inosservato, e di poter osservare di più. Lei non è né sua madre né me, è altro. Ho capito che quello che devo fare, come padre, non è adeguarla ai nostri modelli, ma crearle uno spazio intorno in cui possa muoversi. Io sono stato costretto a essere qualcosa, ma almeno ho scoperto di poter lasciare la libertà a lei». Per non perdersi il parto, il Marlon Brando dei giorni nostri, come lo definiscono in molti -ma Sean Penn preferisce menzionarlo come “il nuovo Al Pacino” – ha smesso un giorno di sparare sul set di Le belve di Oliver Stone, uno dei tanti film ad alto tasso di violenza in cui compare il suo nome. «Oggi mi piace pensare di fare film che posso vedere anche con mia figlia, per questo ho appena prestato la voce a Il piccolo principe di Mark Osbourne, ma per Delilah è un film ancora pesante: per ora guardiamo insieme Il Sottomarino giallo, e non ha idea di quanto mi piaccia». Delilah è nata da una notte di passione, e i due genitori si sono affrettati a dichiarare che non avrebbero messo su famiglia. Se si va a guardare tra le pieghe della vita della star portoricana di 21 Grammi e I soliti sospetti, l’incapacità di reggere legami stabili sembra congenita. A minare la sua sicurezza sentimentale dev’essere stata la perdita della madre, l’avvocato Fausta Sanchez Rivera, mancata quando Benicio aveva nove anni. Era lei che lo aveva portato a vedere il primo film, Papillon, che lo ha colpito molto. «Con la sua morte ho scoperto cos’è il dolore che ti acceca, una cosa enorme, di quelle che non finiscono mai. Conosco un grande regista giapponese che ha perso la madre a sei anni, e che ha scritto un film per dare un taglio a quella sofferenza. L’ho rincontrato di recente e gli ho chiesto se gli era servito, mi ha risposto di no». A lui sono serviti il sostegno del fratello e della nonna, che si è unita alla famiglia. Ma quella perdita ha cambiato gli equilibri, incluso il rapporto con il padre, Gustavo Adolfo Del Toro Bermudez, noto a tutti come “Don Gustavo, l’avvocato dei poveri”. L’infanzia a Porto Rico, dove non c’erano i videogames, ha fatto sì che i fratelli Del toro praticassero molto sport e sviluppassero l’immaginazione. Particolarmente dotato nel basket, quando il padre lo ha spedito a vivere con i cugini in Pennsylvania ha abbandonato il suo campetto per passare alla boxe, diventando uno che si scazzottava con una certa facilità. Fissato sulla disciplina, il padre ha insistito perché dopo il college Benicio studiasse business all’Università della California, ma la abbandona dopo poco per la Circle In The Square Theatre School di New York. E anche lì molla il colpo: New York non gli piace e vola in California. In tutti questi spostamenti, e nonostante abbia fatto di tutto perché il figlio avesse un altro destino, è stato il padre il grande ispiratore del mestiere di attore. «Non so se sei dotato perché qualcuno te lo dice o perché lo sei davvero. Ma so che ho iniziato a recitare imitando mio padre. Cercavo di replicare il modo in cui si sedeva, come camminava, come portava la valigetta. Ricordo che a quattro anni quando si arrabbiava lo copiavo già… Oggi quando mi guardo nei film vedo molto mio padre, è ancora dentro di me. E ho sempre pensato che il motivo per cui gli piace vedere i miei film è che rivede se stesso». Ambizioso com’è, e perfezionista ai limiti della sopportazione, Del Toro deve aver considerato il rischio che correva, da latino, ad accettare ruoli da gangster e narcotrafficante. Ma ha camminato sul filo del rasoio senza tagliarsi mai. Ha vinto un Oscar per la sua interpretazione di poliziotto messicano in Traffic, è stato Pablo Escobar, il più grande criminale della Colombia, in Escobar: Paradise Lost e recentemente, e recentemente il procuratore messicano inquietante e carismatico che combatte i cartelli della droga, ma a modo suo, in Sicario: tutto questo senza diventare un clichè. «Ho girato molti film in cui essere messicano mi rendeva più credibile, e i miei personaggi sono diversissimi uno dall’altro. Ma devo sempre parlare molto con i registi, è fondamentale non passare il messaggio che il cattivo sta da una parte sola. L’America latina comunque è molto più vasta degli uomini violenti che ho interpretato, più profonda dei miei piccoli ruoli e storie». E se si vuole parlare di una delle sue specializzazioni cinematografiche, la droga, tira in ballo la complessità. «Di sicuro influenza quella parte di mondo, sappiamo che il problema con Escobar in Colombia è sfuggito al controllo. Ma per affrontare la questione si deve andare indietro nella storia. Le cose hanno delle spiegazioni, vengono fuori da un certo contesto, per esempio la povertà, la mancanza di attenzione e di educazione. La legalizzazione iniziata cinque anni fa con la marijuana credo sia l’unica strada da percorrere. L’erba cresce nella terra e aiuta un sacco di gente a livello medico, perché trattarla come una droga? Perchè non tassare la droga e usare il denaro per qualcosa di buono?». Sembra di sentir parlare un rocker, per certi versi, e poco ci manca. Nell’ipod ha molti pezzi dei The Clash e Soul rebel, di Marley. Ma a parte Emotional Rescue, l’album che suona di più è Some girls, sempre degli Stones. Il brano omonimo, tra le altri frasi, canta una specie di profezia “Alcune donne mi danno figli, ci ho fatto l’amore solo una volta…”. Il fatto che sia vicino ai cinquanta sembra non scalfire il giovane che non vuole crescere, dentro di lui. Tanto che quando ha incontrato Charlie Watts per la strada, ha tirato giù il finestrino della sua auto e gli ha urlato “amico, sono un tuo fottutissimo fans…”. «La cosa che conta di più nella mia vita è la libertà, che per me significa poter scegliere di dire “sì o no”, oppure “domani…”. È anche la libertà di essere creativo, di fare scelte significative. Chi non si è mai trovato nella situazione di credere in qualcosa mentre gli altri intorno a lui credevano che fosse un matto? Penso spesso a Galileo, è un mistero come quell’uomo non sia impazzito…».

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Del Toro e Brad Pitt ai tempi di Snatch, girato nel 2000 (courtesy of Pinterest.com).

Cover story di Icon n. 24, n. Novembre e dicembre 2015

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