FRA CALMA E COMPOSTEZZA NATURALE, LO STILE NORDICO DELL’ATTORE E MUSICISTA CHE CI HA INCANTATI CON CAPRI REVOLUTION DI MARTONE. E LO FARA’ DI NUOVO, A BREVE…
L’attore e musicista fiammingo Reinout Scholten Van Aschat fotografato da Philip Riches per D La Repubblica
«Quando mi sono sdraiato su quel materasso, posando per queste foto, mi sono sentito catapultato sul set di Martone». Siamo ad Amsterdam, la luce fuori che filtra dalle grandi finestre è ancora invernale. Nello studio di artista ci sono fogli e colori ovunque, e le risonanze con Capri Revolution, in concorso all’Ultima Mostra di Venezia, sono molte. Lì era il magnifico Seybu, personaggio ispirato al pittore Karl Diefenbach che a Capri creò una comune fra il 1900 e il 1913. Il film spostava i fatti più avanti, però, collocandoli alla vigilia della prima Guerra mondiale. E il suo protagonista allargava l’orizzonte, diventando un artista performativo che inglobava la danza moderna, la natura, la musica e soprattutto l’idea di una radicale rivoluzione umana in cui il rapporto con la natura è di nuovo al centro. In tutto questo Reinout Scholten van Aschat, «un nome altisonante, ma non sono un nobile», è una specie di Cristo e indossa solo una veste bianca. Ironia vuole che il film che sta per girare sia di natura tutt’altro che pacifista. The East, di Jim Taihuttu, racconta la Guerra d’Indipendenza dell’Indonesia, avvenuta fra il 1945 e il 1949. «Quando i giapponesi furono cacciati, gli indonesiani avrebbero voluto essere indipendenti ma il governo olandese mandò qui molti giovani facendoli combattere per mantenere la sua colonia. Non erano preparati a nessun livello, ma il governo diceva loro “cacciate i terroristi”. Come è accaduto in Afganistan, Iraq e Siria, in realtà i terroristi erano solo uomini che combattevano per la libertà. I nostri nonni hanno fatto quella guerra ma non ne parlano, è stata un trauma». Da olandese cresciuto in una famiglia di artisti, era il minimo che finisse su quel set, penseresti. «Ma è un caso, non conoscevo il regista né lui sapeva che ho una madre indonesiana, anche se non si direbbe. I geni sono nascosti, forse se avrò dei figli si vedrà in loro».
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Intervista integrale su DLui, inserto di La Repubblica, numero di Marzo 2019
LA FAMIGLIA È AL CENTRO DEL SUO CINEMA. VENT’ANNI FA HA VINTO A CANNES CON TUTTO SU MIA MADRE. ORA PEDRO ALMODÓVAR ESPLORA LA SUA VITA CON DOLORE E GLORIA
Il regista Pedro Almodovar, 70 anni (foto di Nico Bustos per GQ Italia).
Colpo di teatro di Pedro Almodóvar. Che stesse girando il suo ventunesimo film, Dolor y gloria, si sapeva. Un po’ meno invece sulla storia e la data di uscita nelle sale. Ma all’improvviso annuncia che è tutto pron- to, che il 22 marzo gli spagnoli potranno ammirare il suo lavoro, che a maggio sarà in Italia. Storiona di famiglia, molto auto- biografica. Proprio 20 anni dopo (gli stessi che compie quest’anno GQ), quel Tutto su mia madre che gli fece vincere il premio per la miglior regia sulla Croisette.
Perché questo film adesso? In Italia ci fa pensare a 8 1⁄2 di Fellini. Spero che non mi paragoniate a 81⁄2, perché perderei il confronto. Tutti i miei film mi rappresentano, ma di sicuro Dolore e gloria mi rappresenta più profondamente. Non so perché l’ho scelto proprio ora, ho l’impressione di non aver scelto io il tema del film, ma che sia stato il tema del film a scegliere me. Generalmente non sono consapevole del perché giro un certo film o un altro; sono consapevole della necessità di affrontare determinati argomenti in determinati momenti, ma non dei motivi.
Il suo ottavo film con Banderas dà un’immagine diversa di questo attore?
Secondo me sì. Quando ho lavorato con lui
negli anni Ottanta, era molto giovane e quel che mi interessava di Antonio
Banderas era la sua passionalità, la follia travolgente che dava ai suoi
personaggi. Ora Antonio ha sessant’anni, continua a essere un uomo molto
affascinante, ma sul suo viso vedo i due o tre interventi al cuore che ha
subito negli ultimi anni, la sua esperienza con il dolore. In Dolore e
gloria Antonio offre un’interpretazione per me inedita, gesti mi- nimi,
emozioni controllate, una solitudine interpretata con grande economia di
risorse. Per me è una sorta di nuova nascita per Antonio Banderas, o quanto
meno l’inizio di una splendida tappa di maturità.
E Penélope Cruz sarà sua
madre?
Penélope Cruz interpreta la madre di Antonio Banderas negli anni Sessanta, quand’è bambino. Penélope fa nuovamente la casalinga di campagna, in un momento in cui la Spagna non è ancora uscita dal dopoguerra. Per questo il suo look e la sua interpretazione sono molto diversi dalla madre che interpretava in Volver – Tornare.
Nel film c’è una canzone di Mina. Perché ha scelto proprio questa?
La scena si svolge all’inizio degli anni Sessanta e Come sinfonia appartiene a quell’epoca ed evoca la luce e la sensualità dell’estate mediterranea. E inoltre Mina è quasi parte della mia famiglia e io volevo che nel film tutto mi risultasse familiare: gli attori, le opere d’arte che si vedono alle pareti, le canzoni e, naturalmente, le emozioni, le emozioni più profonde.
Non ha studiato cinematografia, ma è diventato uno dei registi più famosi del mondo. Come ha fatto emergere il suo stile?
Quando arrivai a Madrid nel 1969, il generale Franco aveva appena chiuso la Scuola di Cinema. Avevo pensato di studiare lì, ma non essendo possibile, acquistai una videocamera Super 8 e nel corso degli anni Settanta girai molti cortometraggi di diverso minutaggio: 5, 10, 30 minuti; e riuscii anche a girare un film. Questa fu la mia unica scuola e si rivelò molto utile. Il Super 8 non è come il video, il Super 8 è cinema, viene girato in negativo. E io presi molto sul serio sia la parte relativa alla scrittura della sceneggiatura, sia la direzione degli attori e quant’altro. Le mie preoccupazioni principali e le tematiche che avrei affrontato anni dopo erano già presenti in questi film. Lo stile, come ogni processo di presa di coscienza, si scopre con il tempo e ci si arriva – almeno nel mio caso – in modo spontaneo, prendendo decisioni di pancia.
Come il regime di Franco influenzò lo stile degli uomini?
Fino al momento in cui il regime non iniziaa indebolirsi, il modo di vestire, i colori, le acconciature dei capelli degli uomini spagnoli dipendevano da convenzioni sociali molto repressive. Chi non si adeguava, rischiava di finire alla polizia solo per il suo aspetto. C’era pochissimo spazio per coltivare personalità e gusti nel vestire. Nonostante sia stato un Paese intrappolato dalla dittatura, la Spagna cominciò a raccogliere influenze dal resto del mondo dopo il 1965, quando ebbe inizio il processo di sviluppo della nazione. Alla fine degli anni Sessanta irruppe lo stile hippy, soprattutto nelle grandi città, con l’influsso di Carnaby Street. Questo cambiò radicalmente il look dei giovani spagnoli, che divenne più colorato e audace. Chi sognava di lavorare in banca indossava un noioso abito con giacca e cravatta (do- minavano i colori grigio, beige e marrone) e coloro che si sentivano liberi dal consumismo e volevano non solo l’amore libero ma il recupero del rapporto con la natura, si vestivano in un modo ritenuto insolito fino ad allora; inoltre arrivano il pop e la psichedelia. La rottura in termini di look maschile è radicale. Tutti i tipi di stampe possibili e accessori per tutto il corpo. Sono stati gli anni del trionfo della bigiotteria e dei colori e dei tessuti sgargianti e luminosi. Negli anni Settanta, delusi dagli hippies, i giovani spagnoli divennero politicizzati, specialmente nelle università.
POETA, SCRITTORE (DI TANTE LETTERE), REGISTA. VIGGO MORTENSEN È UN SOLITARIO IN TOURNEE CON GREENBOOK
«Scrivo molte lettere e cartoline, e adoro riceverle. La stranezza è che gli uffici postali non sono efficienti come quelli di una volta, in Europa come negli Stati Uniti i finanziatori non vogliono investire nel settore. Ma io sono spesso davanti alle buche delle lettere, alimento il mercato». Polo grigia con giacca e pantaloni blu, macchina fotografica in mano, Viggo Mortensen riesce sempre a spiazzarti con una storia mai sentita prima. Come questa. «Da giovane non ero un tipo socievole, tendevo a evitare sia chi mi piaceva sia le persone di cui non mi fidavo. Ma trovandomi in situazioni in cui non avevo via d’uscita, in paesi stranieri, ho trascorso tempo con persone che non avrei frequentato, e questo mi ha cambiato. Ho dovuto capirle, comprenderne anche la lingua, conoscere i loro background, diversi dal mio. E sono diventato più curioso, è stata mia madre a incoraggiarmi in questo senso». Grace Gamble, americana, incontra Viggo Peter Mortensen Sernior, danese, a Oslo, Norvegia, poco dopo lo ha sposato nei Paesi Bassi. Se il loro primo figlio scrive sceneggiature mentre è in volo sull’Oceano, intasa le buche delle lettere, parla sette lingue e ha due fratelli minori che fanno i geologi, invece di lavorare in banca, un motivo c’è. Per esempio il fatto di aver vissuto fra Venezuela, Danimarca e Argentina, e di essere stati mollati da soli in un collegio isolato sulle montagne, a soli sette anni. «Quel modello di educazione anglosassone non è per tutti. Io mi sono fatto degli amici, sono sopravvissuto, ma altri bambini ne hanno risentito a livello psicologico».
Anche gli inizi della carriera non sono stati facili per lui, se si pensa che Jonathan Demme e Woody Allen hanno tagliato le uniche scene in cui era presente, e che Oliver Stone all’ultimo gli ha preferito Willem Dafoe per il suo sergente Elias. Poi però Sean Penn lo ha voluto nel suo Lupo solitario, sigaretta in bocca e petto nudo, e da lì in avanti nessuno lo ha più fermato. In questi giorni è in Ontario, Canada, per girare il suo primo film dietro la macchina da presa: Falling, una storia scritta partendo da eventi della sua famiglia che vedremo il prossimo autunno. Intanto è al cinema con Green Book, il film di Peter Farrelly visto in anteprima europea al Festival di Zurigo, vincitore di 3 Golden Globe e candidato a 5 Oscar (miglior film, attore protagonista, non protagonista, sceneggiatura, montaggio) . È la storia vera del buttafuori italoamericano Tony Lip Vallelonga (in seguito attore noto per il ruolo del boss Carmine Lupertazzi ne I Soprano) che fece da autista al jazzista nero Don Shirley, in tour fino nel sud degli Stati Uniti. Siamo negli anni Sessanta, ma per molti versi quel paese razzista e classista assomiglia all’America di Trump. Nonostante questo, e le differenze fra i due uomini, fra loro nascerà un’amicizia profondissima.
Green Book mette al centro una convivenza forzata fra due uomini, che sono spesso in auto insieme e si guardano attraverso lo specchietto retrovisore. «Il film racconta una storia che fa pensare, magari anche ridere, ma non dice tutto. Sei tu spettatore a farti la tua idea su quel momento storico, a fare i collegamenti con quello che stiamo vivendo oggi, ma non ti viene detto come farli. Detesto quando un artista, o un film, si impongono, e inconsciamente sottintendono “io ne so più di te”, è molto più interessante attrarre le persone con la qualità di quello che si fa».
Ha dichiarato che insieme a Dangerous Method e a Far from men, è stato il peggior film dal punto di vista delle paure che ha scatenato in lei. «Non sono italoamericano, anche se capisco la vostra lingua più di molti americani, inclusi alcuni italoamericani e sono stato in grado di aiutare nella traduzione di alcune frasi per la sceneggiatura».
Lei è un po’ maniacale, nel lavoro… «Ho detto a Peter che la storia era bellissima, il personaggio anche e alcuni dei migliori attori che abbiamo sono italoamericani. Insomma, c’era chi lo avrebbe interpretato meglio di me».
E il regista? «Mi ha risposto che se gli ero sembrato credibile nei panni di un assassino russo, in La promessa dell’assassino, potevo farlo anche in quelli di un tassista italoamericano. La svolta è stata l’invito a pranzo dalla famiglia di Tony, nel loro ristorante in New Jersey, il Tony Lips. li ho osservati, mentre siamo stati seduti a tavola per ore, e ho capito che sarebbe stato un gran lavoro ma potevo farcela. Finalmente avevo qualcosa da imitare».
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Intervista di copertina pubblicata su GQ di febbraio 2019
L’attore produttore e regista Jason Momoa, 39 anni, con la moglie Lisa Bonet, 49 anni.
«Al liceo ho studiato biologia marina, sono molto collegato al mare e so per esperienza che nella vita certi cerchi vanno chiusi». Ha una voce molto suadente, Jason Momoa, quando racconta il suo legame speciale con gli oceani. Lui è una montagna d’uomo con molti segni particolari, a cominciare dalla cicatrice sul sopracciglio sinistro e dall’abitudine di viaggiare sempre con cinque chitarre al seguito. Non vuole tagliarsi i capelli, lunghi e scoloriti dal sole della California, nemmeno per motivi di copione. Ambientalista, vive nella sua proprietà a Topanga Canyon, California, con la moglie Lisa Bonet e i loro due bambini, con cui appare spesso impegnato in ogni genere di sport sul suo profilo Instagram. Per il ruolo della svolta, quello di Khal Drogo in il Trono di spade, si è addirittura scatenato in una danza Maori davanti ai produttori. Il suo film preferito però è Lo scafandro e la farfalla,di Julian Schnabel che, guarda caso, è anche un pittore, come suo padre. Poi c’è l’acqua, una specie di destino.
Nato alle Hawaii 37 anni fa da madre americana e padre hawaiano, faceva il modello quando gli hanno dato una parte nella serie tv Baywatch. Dopo una piccola presenza in Batman v Superman nei panni di Aquaman (ed essere stato lo stesso personaggio in Justice League) ora è di nuovo l’eroe mezzo uomo e mezzo atlantideo della DC Comics, ma stavolta da vero protagonista. Aquaman, uscito l’1 gennaio, è il primo film che si regge sulle sue spalle, dopo 17 anni di carriera. «Non ho dovuto fare molta strada per trovarlo, ho un Aquaman dentro di me. È un solitario, nasconde la tristezza dietro la rabbia e ha un senso dell’umorismo unico, che però non gli consente di aprirsi agli altri. Non conosce ancora i propri poteri ma è destinato a diventare re, quindi deve tornare in contatto con se stesso».
Un hawaiano cresciuto in Iowa, si è sentito un diverso, escluso? «Adoro il Midwest ma non c’entrava niente con me, da bambino hawaiano ero completamente disorientato. Poi però sono tornato alle Hawaii e mi sono sentito un emarginato anche lì. Conosco la solitudine, il feeling di non appartenere a nessun luogo».
Figlio di genitori separati da migliaia di chilometri, l’ha cresciuta sua madre: come ha influito su di lei? «È una fotografa, una donna molto artistica che mi ha insegnato a essere in contatto con le mie emozioni. Se sono capace di esprimermi lo devo a lei e a mia nonna, che viveva con noi. Essere forgiato da donne è stato un bene, soprattutto per quelle che sarebbero entrate dopo nella mia vita, mia moglie Lisa e mia figlia Lola Iolani».
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Intervista esclusiva pubblicata sul numero di GQ di Gennaio 2019
Con La casa di Jack Matt Dillon ha accettato il ruolo più scomodo, e anche doloroso, tra gli oltre sessanta della sua carriera. Interpretare un feroce assassino di donne, con la regia di Lars von Trier, è stato un rischio. Grazie al quale ha trovato la verità, come racconta in questa intervista esclusiva per D La Repubblica
L’attore americano Matt Dillon, 55 anni, fotografato per D la Repubblica.
Chi pensa che le star di Hollywood siano fatte con lo stampino, dovrebbe incontrare Matt Dillon. In completo blu di grisaglia con polo bianca, il ragazzo che ha faticato a smarcarsi dai paragoni con James Dean oggi sceglie il basso profilo. E approccia il pacchetto celebrità come farebbe un marziano appena atterrato sulla terra. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta è stato il sex symbol di Rusty il selvaggio e I ragazzi della 57° strada, il poster boy di tutte le adolescenti del pianeta, ma la cosa sembra riguardare un altro. Ed è strano, considerato che si è appena preso un rischio gigantesco, uno di quelli che si prendeva Marlon Brando: si è messo nelle mani di Lars Von Trier e ha accettato il ruolo di serial killer che uccide ogni donna che incontra, in certi casi anche con i rispettivi figli. La casa di Jack, il titolo del film, è un viaggio nell’inconscio dell’essere e presentato all’ultimo Festival di Cannes, che ha comprensibilmente creato scompiglio, con un centinaio di spettatori che hanno lasciato la sala durante la proiezione. Il marchio di fabbrica del regista danese è il solito, sette anni fa era stato espulso dalla Croisette come “persona non grata” per alcune infelici uscite durante la conferenza stampa del suo Melancholia, frasi come “capisco Hitler”, seguite da “ok, sono un nazi”. Matt sapeva in cosa stava andando a ficcarsi. «Io stesso avevo parecchie riserve prima di accettare il ruolo, capisco se qualcuno si arrabbierà andando al cinema. Ma Lars ha voluto raccontare qualcosa di vero sui serial killer, non c’è niente di gratuito». Voce roca e profonda alla Tom Waits, sceglie le parole con molta cura, e la spiegazione non è solo da attribuire al suo carattere. Per comprendere le parole di Dillon, 54 anni, figlio di immigrati irlandesi a New York e secondo di sei fratelli, occorre addentrarsi nella storia che ha radunato sul set Uma Thurman, Bruno Ganz, Riley Keough, Siobhan Fallon Hogan e Sofie Grabol. Siamo negli anni Settanta in Usa, e nel mezzo di un bosco c’è Jack alla guida di un furgoncino. Una donna (Uma) ferma lo sconosciuto e gli chiede un passaggio. Lui non apre bocca, mentre lei sembra vaneggiare in un crescendo di tensione che termina con un repentino scatto dell’uomo, che afferra una spranga e la uccide con colpi violentissimi. Così lo spettatore si fa un’idea di cosa lo aspetta per i successivi 155 minuti in cui, seguendo il percorso di questo uomo intelligentissimo e colto, si rende conto del suo profilo di omicida seriale. «Ci sono stati momenti in cui guidando verso casa sono scoppiato a piangere, è stato un lavoro che mi ha scombussolato a livello emotivo. Se dovessi spiegare La casa di Jack a mia madre, cosa le direi? È una donna molto sensibile alla violenza, ma è anche una persona che comprende l’arte e quello che cercano di fare gli artisti».
Dillon era già arrivato a interpretare un personaggio estremo nel 2004, il poliziotto razzista di Crash diretto da Paul Haggis per cui si è aggiudicato candidature agli Oscar e ai Golden Globes. «Quello di Crash era un uomo molto oscuro ma che aveva ancora un barlume, i sensi di colpa», teorizza, «mentre per Jack ho capito che dovevo avere un vuoto là dove la maggior parte di noi sente. La sfida nel recitarlo è stata tagliare le emozioni, guardare qualcuno che stava soffrendo ed essere indifferente: io non sono proprio quel tipo di persona. Ho fatto fatica anche a girare la tremenda scena della caccia che coinvolge una famiglia intera, come quella nell’appartamento della ragazza bionda (la Keough), perché hanno a che fare con l’umiliare una donna. Lars voleva che diventassi Jack, e mi ha detto che i personaggi maschili dei suoi film sono sempre stati degli idioti, questo era quello che più si avvicina a chi è veramente il regista. Sappiamo tutti che non è un uomo violento, ma ama farsi condurre fino a dove lo guida la sua immaginazione».
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Intervista di copertina pubblicata su D La Repubblica del 12 gennaio 2018
Willem Dafoe e Julian Schnabel, 63 e 67 anni, fotografati a Venezia da Thomas Laisne per GQ Italia.
JULIAN SCHNABEL HA VOLUTO WILLEM DAFOE PER INTERPRETARE VINCENT VAN GOGH NEL SUO NUOVO FILM. QUESTA È LA STORIA DELLA LORO “SPETTRALE” AVVENTURA
«Ero al Met con mamma. Guardai un’opera di Rembrandt, Aristotele contempla il busto di Omero, e in me successe qualcosa. Mi sembrò diversa da tutto ciò che la circondava: splendeva». Julian Schnabel non aveva nemmeno 10 anni, il pomeriggio in cui capì di voler diventare un artista. Un desiderio così intenso da consentirgli di resistere anche nei periodi in cui non aveva «neanche i soldi per comprare una mozzarella». Finché, negli anni Ottanta, si affermò sulla scena newyorkese, aiutando molti altri a farsi strada.
«A quei tempi sognavo di creare una comune», racconta. «Lavoravo come cuoco in un ristorante vicino a Washington Square: gli artisti sarebbero venuti a mangiare gratis e avrebbero anche potuto mostrare il loro lavoro ai clienti». Difficile non restare ipnotizzati dai racconti del pittore, regista e sceneggiatore americano, classe 1951. Come quello sul suo viaggio in Italia, a 20 anni, solo per vedere il Caravaggio dal vivo, «perché sui libri non è mai la stessa cosa».
All’ultima Mostra del cinema di Venezia, dove al solito si è presentato sul red carpet in giacca e pigiama, il pluripremiato e plurinominato (anche all’Oscar) Schnabel ha portato in concorso il suo sesto film, Van Gogh- Alla soglia dell’eternità. «Non faccio arte per illustrare quello che so», spiega, «ma per trovare qualcosa che non so. Il vero successo, dal mio punto di vista, arriva nel momento in cui crei e scopri qualcosa dentro di te. Quella è gioia e bellezza, lì ti senti davvero vivo, non quando gli altri guardano i tuoi lavori». Suo complice nell’impresa, stavolta, è stato Willem Dafoe, 63 anni, che per la sua interpretazione di Van Gogh nel film (nelle sale dal 3 gennaio) ha vinto la Coppa Volpi come miglior attore protagonista.
Possente e impetuoso Schnabel, etereo e penetrante Dafoe, in questa conversazione si confrontano proprio sul pittore olandese dell’Ottocento, che per il regista diventa quasi un pretesto. «Il mio non è un biopic», chiarisce. «Quello che mi interessava era raccontare cosa significa essere artisti ed essere vivi». Così è nato il suo film più personale, che racconta gli ultimi anni di vita di Van Gogh, mettendo al centro il suo rapporto con la natura e la sensazione che restituisce creare un’opera d’arte.
Cosa avete scoperto l’uno dell’altro lavorando insieme?
Schnabel. «Conosco Willem da trent’anni, l’ho visto in situazioni da cui sarebbero scappati in molti. Da amico, se non gli avessi chiesto di interpretare Van Gogh non avrei sopportato me stesso. E da artista ho pensato che non ci fosse nessun altro con la sua profondità».
Dafoe: «Conosco Julian da una vita, sono stato in studio a guardarlo lavorare e ho visto anche cosa ha attraversato nella vita. Le persone e gli artisti con cui amo lavorare raccolgono cose intorno sé e vi si relazionano: non sono interpreti, creano sul serio. Stare intorno a gente così ti trasforma».Vi è mai capitato di sentirvi gli unici sani in un mondo di matti?
Dafoe: «Non ci ho mai pensato».
Schnabel. «Mi sento sempre così. E in effetti Van Gogh era sano, nonostante avesse una paura terrificante di impazzire. Sono andato con lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière a vedere la mostra Van Gogh/Artaud: Il suicidato della società, al Musée d’Orsay. Guardando i suoi dipinti ci è venuta l’idea di rendere l’emozione, l’esperienza di avvicinarsi ai quadri, guardarli e passare oltre. Ma se penso al titolo del mio primo dipinto su tavola del 1978, I pazienti e i dottori, la domanda sottesa è chiara: sono da ricoverare quelli in manicomio o quelli che stanno fuori? La domanda “Chi è più matto?” era già lì».
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L’intervista a Julian Schnabel e Willem Dafoe è pubblicata su GQ Dicembre 2018
L’attore belga Matthias Schoenaerts fotografato per GQ Italia da Max Vadukul.
DAL PADRE, UOMO DALLA VITA COMPLICATA, HA EREDITATO IL TITOLO DI “MARLON BRANDO FIAMMINGO”. E BASTA: PERCHE’ A MATTHIAS l’ETICHETTA DI ATTORE TORMENTATO NON INTERESSA. PREFERISCE DIPINGERE, CURARE LE SUE PIANTE, PRENDERSI CURA DI SE’. E SFORZARSI DI VEDERE, NELLE PERSONE, SEMPRE IL MEGLIO
«È facile vedere il peggio nelle persone. Io preferisco essere quello che trova l’oro. Non è altrettanto facile, ma è un intento nobile, uno scopo per cui vale la pena fare quello che faccio». Se c’è un’abilità indiscussa in Mattias Schoenaherts è quella di incarnare animali feriti, maschi che vivono tempi duri con se stessi e con gli altri. Lo ha dimostrato sin dagli esordi, da gangstar invischiato nel commercio illegale di carni rinforzate dagli ormoni in quel Bullhead-La vincente ascesa di Jacky che è stato candidato agli Oscar facendo parlare di lui. E di nuovo nei panni di un pugile con un figlio piccolo, in Un sapore di ruggine e ossa: è stato quell’uomo che combatteva per sopravvivere a lanciarlo a livello internazionale e ad assicurargli ruoli di spessore a un ritmo inarrestabile, dal 2012 in poi. Faccia a metà fra Bjorn Borg e Bob Sinclair, all’ultima Mostra di Venezia, dove ha presentato Close Enemies di David Oelhoffen, inizia una conversazione in due tempi proseguita a Parigi, dove è stato scattato il servizio di queste pagine. In entrambe le situazioni arriva in ritardo, e menziona spesso due parole, spontaneità e libertà, che raccontano molto di lui. E che evocano anche quel cocktail esplosivo di eccentricità, disagi psicologici e talento del padre, Julien, star soprattutto del teatro belga, che non ha mai sposato la madre di Matthias, la costume designer Dominique Wiche, mancata due anni fa: cresciuto un po’ da lei ad Anversa, e un po’ dalla nonna a Bruxelles, non meraviglia che a 41 anni declini l’invito a parlare della sua storia famigliare. «Mio padre è morto 12 anni fa, ho fatto pace con una certa parte del mio passato, con cui ho dovuto confrontarmi mentre crescevo».
Aveva nove anni quando recitò sul palcoscenico nel Piccolo principe di Saint-Exupery, di cui Julien era regista e interprete. E nel 1992 il suo esordio sul grande schermo è stato sempre accanto a lui in Padre Daens, di Stijn Coninx, anche se non condividevano alcuna scena. Un legame fortissimo, giocato sulle affinità. Basti pensare che Julien era noto come “il Marlon Brando fiammingo” e che in seguito il Telegraph descrisse Matthias come “il Marlon Brando belga”. «Non penso al passato, né al futuro, ho bisogno di stare collegato al momento presente. Se vogliamo è una filosofia molto buddista, vivo così anche quando sono su un set. Funziona, semplifica la vita». E considerata la mole vertiginosa di film che lo vede impegnato, gli serve. Attualmente sul set di The Laundromat, di Steven Soderbergh, nel 2019 lo vedremo in quattro pellicole. Di nuovo diretto da Thomas Vintenberg in Kursk, tragica vicenda del sottomarino russo affondato 18 anni fa durante un’esercitazione. «Stare con 25 persone in uno spazio ristrettissimo per sei settimane è un’esperienza radicale. Diventi matto, però aiuta a capire chi sei quando esci dalla zona di comfort». In Mustang, di Laure de Clermont-Tonnerre, sarà Roman, un criminale in prigione da 15 anni. «Il film è ambientato in un carcere e racconta un programma di riabilitazione davvero esistente che utilizza i cavalli selvaggi per far tornare in contatto con se stessi». Poi c’è Radegund, di Terrence Malick, in cui indagherà le motivazioni di Franz Jagestatter, un austriaco che decide di non unirsi ai nazisti per combattere con loro la Seconda Guerra mondiale. «In carcere ha scritto molte lettere alla moglie, ed è stato dopo averle lette che Mohammed Alì ha deciso di non andare in Vietnam a uccidere innocenti». Da marzo tornerà al cinema diretto da Oelhoffen, con quel genere banlieue movie in cui esercita al meglio la sua capacità di trovare una luce anche nell’oscurità. È da qui che parte la conversazione.
Una scena di Roma, di Alfonso Cuaron, Leone d’Oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia.
Usare il bianco e nero per raccontare una storia del 1971 restando nel qui e ora, senza fa pensare a Orson Welles e alle sue ombre lunghe, parlando di ciò che il Messico è diventato. C’è tutto questo in Roma, di Alfonso Cuaron, Leone d’Oro a Venezia, su Netflix dal 14 dicembre. Premio Oscar nel 2014 per Gravity, e in ballo su una serie horror con Casey Affleck, in regista torna nella città del Messico della sua infanzia. Lo fa attraverso la protagonista Cleo (Yalitzia Aparicio), fedele riproduzione di Liboria, la domestica che lo ha realmente cresciuto, tenendo insieme i cocci rotti di una madre distrutta dai tradimenti coniugali. Roma è il quartiere borghese dove ha casa la famiglia Cuaron. «Volevo esplorare i miei ricordi, ma anche l’approccio alla memoria. Ho fatto ricerche infinite, ho ricostruito dettagli incredibili della vera vita di Cleo. Sono messicano, sono cresciuto proprio in quei luoghi, penso in chilango, ma negli ultimi 30 anni non ho vissuto lì, e lavorare agli angoli e ai dettagli per confrontarli con il presente, che era completamente cambiato, è stato difficilissimo: per la mia troupe ogni singolo posto era carico di presente, per me era impregnato di passato, un continuo conflitto».
(continua…)
Articolo pubblicato su GQ del mese di Dicembre 2018
PER FARE L’ATTRICE HA ADOTTATO LA STESSA DISCIPLINA DEGLI ATLETI: E COSI’ SOLARINO HA IMPARATO CHE LA PASSIONE È UN’ARTE RIGOROSA
«Rispettare gli orari, mangiare in un certo modo, avere qualcuno che mi dice cosa fare: cose che mi piacciono moltissimo. Nel lavoro ho dovuto imparare da sola a essere disciplinata». Ecco spiegata la folgorazione avuta qualche anno fa per Andrea Agassi e il tennis, dopo aver letto anni fa Open. Ma anche l’entusiasmo con cui annuncia la propria presenza accanto a Roberto Bolle, l’1 gennaio, in Danza con me 2, su Rai 1. Comune denominatore dei suoi eroi? «Sono atleti modellati dalla fatica». La voce di Valeria Solarino è forte e chiara. Ha appena festeggiato i quaranta a Modica, in provincia di Ragusa, dove c’è la casa di suo padre. Nata in Venezuela, e trasferitasi a Torino a 3 anni, i suoi si sono divisi che era una bambina. «Il mio legame con il Venezuela è solo romantico, nonostante abbia ancora parenti lì. La mia città è Torino, ci ho vissuto fino ai 23 anni, lì ho preso decisioni importanti, come iscrivermi alla facoltà di Filosofia». Poi è arrivata la seconda grande decisione, iscriversi alla scuola dello Stabile di Torino, col risultato che non ha finito gli studi. «Roma è arrivata dopo, oggi è la città legata al lavoro. In Sicilia invece ci sono le mie radici, è il luogo in cui passavo tutte le estati, un appuntamento che agognavo. Ricordo la prima volta in motorino, il primo bagno di notte, le feste sulla spiaggia…».
La provochiamo, accennando al fatto che i racconti sull’isola ricordano un po’ A casa tutti bene, il film di Gabriele Muccino che le ha dato una grande popolarità. «Ma quella era una famiglia in cui i membri non si vorrebbero mai incontrare… Di simile c’è il fatto che siamo stati su un’isola per due mesi, a Ischia, e avrebbe potuto non essere facile. Ma Gabriele ha gestito benissimo una situazione difficile con tanti attori abituati a fare i protagonisti. Ci ha amati in un modo speciale, abbiamo ancora un gruppo WhatsApp in cui ci diamo consigli, è raro nel mio ambiente».
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Intervista pubblicata su D La Repubblica del 15 Dicembre 2018
«Sono nata agli inizi degli anni Settanta, mia madre ha divorziato da mio padre quando avevo 10 anni. Ricordo che per lei è stata molto dura vivere in un periodo e in un paese che l’hanno fatta sentire in colpa, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato». Le coincidenze non esistono, e si scopre subito. Marina del Tavira è l’interprete di una storia di famiglia ambientata nel 1971, nella colonia messicana di Roma, da cui prende nome il film che è il racconto più personale mai portato su uno schermo dal regista premio Oscar Alfonso Cuaron. Con la meraviglia del suo bianco e nero, l’accuratezza della storia e il crescendo emotivo in cui coinvolge lo spettatore, gli è valso il Leone D’oro all’ultimo festival di Venezia, e sarà dal 14 dicembre su Netflix e in molte sale italiane. Subito dopo averci portato nello spazio epico di Gravity, ma pensando a questa storia già da 15 anni, Cuaron ripercorre le vicende della sua vera famiglia che lotta per restare unita e ha la straordinaria abilità di trasformarla nella metafora della transizione di una nazione intera, il Messico. Quindi mentre fra le mura domestiche una madre è distrutta per i tradimenti e l’abbandono del marito, con quattro figli da tirare su, fuori dalla porta ci sono le dimostrazioni studentesche a favore della democrazia che culminano nel massacro del Corpus Christi, con un gruppo di paramilitari supportati dal governo che ammazza 120 dimostranti. Cuaron è tornato nella sua vera casa, dopo trent’anni, ha messo insieme una troupe esclusivamente messicana e fatto casting per la strada per trovare i suoi attori. Fra cui c’è Yalitza Aparicio, Cleo nel film, la domestica che lo ha davvero cresciuto nel quartiere borghese (quello del titolo del film) e che risulta essere la forza che ha tenuto insieme la sua famiglia e sostenuto la madre Sofia. «Non importa quello che ti dicono, siamo sempre sole», è la frase centrale e forse la più rappresentativa di questa storia al femminile, e a pronunciarla è la madre Sofia, rivolta alla domestica Cleo. «Sapevo che il mio personaggio era molto personale per Alfonso, trattandosi di sua madre e della loro vera vita di famiglia», racconta in un hotel sul lungomare del Lido di Venezia. Vestita con un abito di tulle scuro, è minuta e bella.
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Intervista pubblicata su D la Repubblica dell’8 dicembre 2018