• Info

Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi tag: Cristiana Allievi

Jude Law, «La famiglia è un luogo che dà sicurezza, voglia di scappare e di ritornare»

19 mercoledì Ott 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

≈ Lascia un commento

Tag

Cristiana Allievi, Genius, Jude Law The Young Pope, Michael Grandage, Paolo Sorrentino, Phillipa Coan, Ritorno a Cold Mountain, Thomas Wolfe

PAPA IN TV (IN UN’ATTESISSIMA SERIE DIRETTA DA SORRENTINO), NELLA REALTA’ HA AVUTO CINQUE FIGLI DA TRE DONNE. E ORA HA UNA FIDANZATA DI 14 ANNI PIU’ GIOVANE. MA, A MODO SUO, HA BISOGNO DI UN PORTO SICURO DOVE TORNARE. PER POI ANDARSENE SENZA SENSI DI COLPA: «CONCENTRARSI SUL LAVORO NON È EGOISMO. PICASSO NON AVREBBE DIPINTO CAPOLAVORI SE NON SI FOSSE PRESO DEL TEMPO PER SE’».

20682_jude-law.jpeg

L’attore inglese Jude Law, 43 anni, ha debuttato al cinema nel 1994.

«Non vorrei sembrarle presuntuoso, ma non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui non sapessi che sarei stato un attore. Già ai tempi della scuola per me era eccitante mettere in scena drammi, raccontare storie mi faceva sentire benissimo, non ho mai considerato altre opzioni. Sono stato fortunato ad avere genitori che hanno incoraggiato me e mia sorella a esplorare ciò che ci rendeva felici». Gesticola molto mentre parla. Lo osservo pensando che questo aspetto, così naturale in lui, lo avvicina agli italiani. Mentre la sua voce è impostata ed è frutto di anni di lavoro nel teatro shakespeariano, anni che gli sono valsi riconoscimenti pari alle due nomination agli Oscar ricevuti per i ruoli sul grande schermo (Il talento di Mr. Ripley e Ritorno a Cold Mountain). Figlio di due insegnanti che hanno scelto il suo nome perché amavano Hey Jude dei Beatles, l’attore britannico ha due cose che lo rendono chiaramente molto felice: il suo lavoro e cinque figli. E se è bravo a gestire il primo, non si può dire che sia da meno sul secondo fronte. Basti pensare che la sua nuova fiamma, Phillipa Coan, è una studentessa di psicologia ventinovenne che Jude ha iniziato a frequentare l’anno scorso, mentre nasceva il quinto figlio, avuto da una relazione lampo con la cantautrice Chaterine Harding. Sarà un caso, ma nello stesso momento in cui ha confidato agli amici intimi “questa volta non voglio rovinare tutto”, ha indossato l’abito bianco di Lenny Belardo, il primo Papa americano della storia secondo Paolo Sorrentino. In questi panni andrà in onda su Sky Atlantic HD dal 21 ottobre nella serie The Young Pope, di cui è anche produttore, molto applaudita all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Subito dopo, dall’11 novembre, sarà nientemeno che Thomas Wolfe in Genius, di Michael Grandage, presentato all’ultimo festival del cinema di Berlino.

Il film di Sorrentino, lungo 10 ore e diviso in puntate, racconta la storia di Lenny Belardo, alias Pio XIII, uomo affascinante e acutissimo. C’è qualcosa di shakesperiano, nel suo modo di interpretarlo. «Non ho associato consciamente Shakespeare a Lenny, ma c’è qualcosa nei grandi temi che affronta che mi ha portato a quel tipo di teatro. Diciamo la verità, sono pochi i film in cui ti capitano grandi discorsi. In Amleto ne avevo sette, in Enrico V erano cinque, lo stesso sarà in The Young pope».

 Qualcosa di questo personaggio incanta, cosa ci ha messo di suo? «Il modo in cui fuma, in cui indossa le ciabatte e cammina, io e Paolo abbiamo lavorato molto a questi dettagli. Nel film si vede il papa che si prepara a uscire in pubblico, assomiglia molto a quello che fa un attore prima di una performance così come uomini e donne di potere, che sono nelle loro case a bere il caffè, e pochi minuti dopo diventano la regina o il primo ministro. E’ tutto molto familiare, è quello che faccio di lavoro».

I suoi discorsi, nel film, lasciano senza parole… «Quando ho letto la sceneggiatura mi hanno fatto lo stesso effetto. Mi piacerebbe prendermi i meriti, ma i dialoghi sono di Paolo».

Sorrentino crea un corto circuito: la rende bello come mai, e al tempo stesso non punta sul suo aspetto esteriore. In tutto questo, lei resta un magnete per lo spettatore. «Non sapevo da dove cominciare a prepararmi. Ho pensato di dover studiare la Bibbia e di informarmi sul Vaticano. Ho imparato molto, ma non arrivavo da nessuna parte. Paolo mi ha detto “concentrati su Lenny, diventa Lenny”. Abbiamo lavorato alla sua storia, su domande tipo “da dove viene questo ragazzo?”, “cosa significa essere orfano?”, “come ha imparato a sopravvivere?”, “cosa significa diventare papa per uno come lui?”. Ne è emerso un uomo molto calcolatore e molto sincero. Lenny non recita ed è molto intelligente, molto più di me (sorride, ndr)».

59262_ppl.jpg

Law nei panni di Lenny Belardo, in The Young Pope.

Anche lei sente la responsabilità di essere una persona pubblica? «Non molto, forse se avessi una parte rivolta specificamente ai bambini, come accade in Superman, sarebbe diverso, perché saprei che un bambino mi vedrebbe come un eroe. Mi sento un modello solo per i miei figli, in quanto attore il mio compito è incuriosire e appagare il pubblico. E quando mi intervistano non sono tipo da dare scandalo».

In Genius sarà Thomas Wolfe, il talento lanciato da Perkins, uno degli editor letterari più rispettati di tutti i tempi. L’amicizia tra i due mette a dura prova gli altri rapporti della loro vita: lei crede che essere un genio, o un artista, autorizzi a ignorare la propria famiglia? «Quando sei coinvolto in qualcosa di creativo è terribilmente difficile mantenere un equilibrio. Quando i miei tre figli erano piccoli era più complicato perché giravo film all’estero. Ma da cinque anni a questa parte giro tra il Regno Unito e l’Europa e non sento più di essere lontano da loro. Comunque c’è una responsabilità da accettare, in quanto padre, e allo stesso tempo puoi essere sincero solo con te stesso, come individuo. Io mi sento sincero quando considero il mio ruolo di genitore, voglio che i bambini crescano sapendo chi sono il loro padre e la loro madre, e che li amino per come sono».

Qual è il sottile confine tra amare quello che si fa ed essere egoisti? «Pensare a se stessi sembra egoistico ma a volte è molto importante. Concentrarti su quello che fai, e prenderlo molto seriamente, specie se hai talento, è importante. Forse se Picasso non fosse stato così egoista non avremmo il suoi grandiosi dipinti, lo stesso vale per musicisti e scrittori. Vorrei avere la risposta alla sua domanda, la mia è solo un’opinione».

Con Genius ha lavorato con Nicole Kidman dieci anni dopo Ritorno a Cold Mountain. «Non viviamo vicini e siamo entrambi molto occupati, ma non ci siamo mai persi di vista. Quel film insieme ci era molto piaciuto, tornare sul set dopo tanto tempo è molto bello. Recitare è come il tennis, mandi qualcosa e te la rimandano indietro. Nicole non conosce la paura, vuole provare tutto e farlo provare anche a te, è appagante lavorare con lei».

Molti artisti si perdono, nel processo creativo, lei come se la cava? «La famiglia per me è un luogo meraviglioso in cui tornare. È sicura, è reale, è normale, mi da sicurezza, forza. E anche il desiderio di scappare di nuovo! (ride, ndr)».

Ha mai intrattenuto i suoi figli recitando? «L’ho fatto, ma quella è la mia vita privata, a casa. Chi mi conosce bene può dire che non recito tutto il tempo. C’è un altro Jude Law, che a performance terminata non vuole vedere nessuno».

Com’è Jude Law in modalità off? «Quieto, perché fa un lavoro molto stancante».

Twitta, ha un profilo FB? «Niente di tutto questo, ho solo una mail che uso per lavoro».

Ultima domanda: cos’ha imparato del Vaticano, nei panni del Papa? «Quanto sia teatrale, mi ha ricordato che il teatro è nato in chiesa, dove gli uomini raccontano storie e indossano costumi, si prendono cura delle luci e usano l’incenso… Sono molto più simili a me di quanto pensassi».

Articolo pubblicato su F del 19 ottobre 2016

© Riproduzione riservata 

Sarah Ferguson «Voglio combattere il cyberbullismo».

05 mercoledì Ott 2016

Posted by Cristiana Allievi in Personaggi, Quella volta che

≈ Lascia un commento

Tag

Belstaff, Castagneto Carducci, Children in crisis, Cristiana Allievi, Elisabetta II, Franco Malenotti, Gaddo della Gherardesca, Grazia, Little Red, principe Andrea, Royal Lodge, Sarah Ferguson, Verbier

ALL’INIZIO È DIFFIDENTE, «CON TUTTO QUELLO CHE I GIORNALISTI SCRIVONO DI ME…». MA SARAH FERGUSON SA LASCIARSI ANDARE, E RACCONTA LA SUA NUOVA VITA. IN CUI NON “AFFOGA” PIU’ NEL CIBO, HA PERSO 14 CHILI E HA RITROVATO TUTTA LA SUA FORZA.  COME C’È RIUSCITA? «FINALMENTE NON SONO PIU’ ARRABBIATA CON ME STESSA».

sarah-ferguson_02.jpg

Sarah Ferguson, Duchessa di York, 56 anni, scrive libri, produce film e segue varie attività benefiche  (courtesy Timothywhite.com)

«Parlerò con lei, ma le chiedo lo stesso rispetto nei miei confronti che io avrò nei suoi». Premessa strana, quella della Duchessa di York. Mi spiegherà poco dopo, con calma, che ha dovuto allontanare dei colleghi che «si sono spinti troppo oltre, perché sono sincera, e rispondo a tutte le domande». Di “Fergie la rossa” e dei suoi scandali, sentimentali e finanziari, si è scritto e detto di tutto, ma è evidente che la duchessa di York non si è abituata al trattamento riservatole dai tabloid in generale e da quelli del Regno Unito in particolare. Ma oggi siamo in Italia, al Casale Ugolino di Castagneto Carducci, che per Sarah Ferguson è sinonimo di rifugio. Nella terra del Bolgheri vent’anni fa ha avuto una liason durata cinque anni con Gaddo della Gherardesca, e il clamore delle loro apparizioni ha fatto la fortuna del luogo. Lui è nei paraggi e la cura a vista, e sempre in zona c’è un altro amico comune, Franco Malenotti, ex patron di Belstaff, che ha voluto un Museo Sensoriale e Multimediale del Vino e lo ha fatto creare al tre volte premio Oscar Dante Ferretti, proprio in un ex granaio appartenuto ai conti Della Gherardesca. Sarah è qui a fare da madrina all’inaugurazione. 56 anni, abito nero a disegni bianchi, ballerine e giacca di jeans beige chiara, la migliore amica di Diana d’Inghilterra (e la più scatenata tra le due), ha uno sguardo intenso, e tutt’altro che sfuggente. Essere stata allontanata dalla vita di corte dopo il divorzio dal Principe Andrea, con cui è stata sposata alla fine degli anni Ottanta e da cui ha avuto due figlie, è stata una specie di toccasana per lei: ha messo al riparo quella ingenuità congenita che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Oggi ha la sua residenza a Verbier, in Svizzera, dove lei e Andrea possiedono uno chalet, ha un appartamento a Eaton Square, a Londra, e una stanza nella Royal Lodge del Castello di Windsor. Non più “sua altezza reale”, ma semplicemente Sarah, duchessa di York, e ha da poco terminato il faticoso percorso che l’ha riportata a corte. Ultimo atto lo abbiamo visto l’anno scorso, è stata l’apparizione pubblica accanto ad Andrea per il Royal Ascot Meeting, sigillo della riconciliazione definitiva con la regina. Peccato che ad aprile il suo nome sia finito nella Panama Paper list, tra quelli di Putin e del figlio dell’ex premier britannico Margaret Thatcher, creandole altri pensieri. «Mi scusi se non ho il rossetto», mi dice, «la mia auto non è qui e non ho il beauty con me».

 Che effetto le fa tornare in Italia, come fa spesso? «Quando diciassette anni fa ho toccato il fondo, e i giornali inglesi sono stati a diro poco crudeli con me, qui mi avete dato amore e io ci ho creduto. Voi italiani mi trattate come Sarah, siete sempre stati molto gentili con me. E oggi sono qui per per l’amicizia che mi lega alla famiglia Della Gherardesca, a Castagneto e al suo castello. Anche la famiglia Malenotti, che ha fatto una cosa grandiosa pensando a un museo del vino».

Lei è spesso sui giornali, ma non sono in molti a sapere cosa fa nella vita. «Avrà letto molto su di me, ma oggi sono una donna forte, lo sa? Ho scritto 54 libri, di cui 22 per bambini, e Little red (una serie di cinque volumi, ndr) diventerà presto un film di animazione e Budgie the Little Elicopter tornerà a volare. Presto produrrò il sequel di The young Victoria, e poi ci sarà quello sul principe Alberto. Il principe consorte voleva che l’Inghilterra vedesse il mondo, con la Grande Esposizione Universale di Londra ha fatto costruire un palazzo di cristallo ad Hyde Park… Se si pensa a cosa può aver significato costruire una cosa simile a quei tempi, si può dire che Alberto ha anticipato di parecchio Zuckeberg nell’idea di connettere il mondo: era un social media vivente nel 1851!».

La Children in crisis è la sua fondazione più nota ed è focalizzata sull’educazione. Cosa l’ha spinta a spendersi tanto in questo senso, come faceva la sua amica Diana? «Seguo 122 scuole nel mondo, e ne costruiremo altre. Ho iniziato nel 1992 perché la mia bisnonna un giorno mi ha detto “quando ti senti male con te stessa, vai fuori e dai qualcosa agli altri. Ti renderai conto di quanto sei fortunata”. Sono andata nella zona più inquinata della Polonia, dove i bambini morivano per l’aria che respiravano. Li portavo in montagna per 20 giorni e questo gli regalava due anni di vita. Da lì non mi sono più fermata».

Come si sente oggi, con tutte le esperienza che ha attraversato? «Non come una cinquantaseienne, ma come una teeneger, per me tutto è un pò magico. Prima stavo passeggiando e osservavo le forme degli alberi, mi chiedevo se le mucche sono felici per come sono gli alberi… Guardavo un bambino e mi colpiva quanto era felice a saltare in una pozza, anche senza acqua dentro. Ho chattavo con mia figlia dicendole quanto oggi sia una giornata meravigliosa».

È sempre stata così? «Sì, ma a un certo punto mi sono persa per strada, e la mia vita è diventata il cibo. Ho dovuto rimettere le cose a posto, ho deciso di guarire me e la mia mente, e una volta fatto non hai più bisogno del cibo».

Ha scritto cinque libri di lifestyle per la Weight Watchers… «Quello che faccio nella vita è sempre frutto della mia esperienza. Sono andata in Svizzera in un resort, fuori stagione, e ho vissuto con quello che offriva la stagione. Non ho fatto palestra ma ogni giorno andavo a camminare in montagna e bevevo un’emulsione, che a differenza di un succo mantiene le fibre. Ho creato un macchinario in cui metti tutto dentro, ginger, mele, ananas, carote, e bevi tutto insieme».

I risultati dei sui sforzi sono notevoli. «Ho perso 14 chili in tre mesi, ma soprattutto ho cambiato il mio mind set. Ho scoperto di essere stata molto arrabbiata con me stessa, per molti anni, mi volevo punire mangiando. A tre anni di distanza mi sento più forte».

_80179119_80179118.jpg

A Verbier con l’ex marito, il principe Andrea, e le loro due figlie (courtesy bbc.com)

È vero che ha creato anche una linea di bevande speciali, dietetiche? «Ho creato due linee, al momento le sto usando solo io ma sto cercando investitori. Una linea sono hot diet drinks, con gusti come fragole e panna, torta al cioccolato, e golosità simili. La seconda è per le donne che si accorgono di bere troppo vino, ma non vogliono entrare in un ristorante e chiedere acqua. È troppo triste, meglio un te al gusto di gin and tonic, o come preferisce mia figlia un “whiskey mac”, con ghiaccio!».

So che è legatissima a Beatrice e Eugenia, le sue figlie. «In questi giorni sono sotto attacco dei social media, sono distrutta per loro e trovo tutto molto sbagliato (si commuove, ndr): le mie figlie sono donne umili, non meritano tutto questo. Le hanno chiamate “le sorelle brutte”…. Non si può fare una cosa simile, voglio combattere il cyber bullismo, è davvero pericoloso».

Nonostante tutto, lei manda sempre messaggi positivi, dai giornali. «Sempre, sa perché? Sono la donna più fortunata del mondo. Ho vissuto il sogno di ogni ragazza, sono entrata nella carrozza di vetro e ho sposato un principe, che ha addirittura disegnato il nostro anello di fidanzamento con le sue mani. La vita mi regala tantissimo, ogni giorno».

 Come va con la regina Elisabetta? «La adoro, come adoro Papa Francesco e chiunque sostenga qualcosa con il cuore, e sia coerente. La regina è così, c’è sempre, è sempre gentile, perdona sempre. E trova sempre un modo suo per essere speciale, è la donna più coraggiosa che conosca».

Articolo pubblicato su Grazia del 14 luglio 2017

© Riproduzione riservata 

 

 

 

Kim Rossi Stewart: Tommaso e i quarantenni irrisolti

10 sabato Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Senza categoria

≈ Lascia un commento

Tag

Anche libero, Anche libero va bene, Cristiana Allievi, GQitalia, Kim Rossi Stewart, Tommaso, Venezia 73

Un film sulla mente che passa molto anche per la carne. Con qualche elemento autobiografico e molta riflessione sulla oggettività difficoltà (generazionale?) di riuscire a stare sulle proprie gambe abbastanza da viversi appieno e fino in fondo

a-kim02.jpg

Kim Rossi Stewart, attore e regista romano, 47 anni. 

«È un film sulla mente, e a livello emotivo coinvolge meno del mio lavoro precedente. Del resto da quando l’uomo si è civilizzato e la sua intelligenza si è staccata da quella animale, con la mente bisogna farci i conti, nel bene e nel male». Così Kim Rossi Stewart racconta Tommaso, il film presentato fuori concorso a Venezia e da oggi al cinema.
È la storia di un uomo sulla quarantina che non riesce a tenersi accanto una compagna. Sogna fantastiche avventure con le donne, in realtà è congelato emotivamente e allontana sistematicamente chi gli si avvicina valicando i confini delle sue difese emotive. Dietro una specie di coazione a ripetersi ci sono due realtà, una madre assente e un bambino interiore con cui ha perso il contatto. Bambino che, dieci anni fa, stava al centro del primo lavoro dietro la macchina da presa del regista romano, Anche libero va bene, e che allora veniva abbandonato dalla madre. Ma mentre quella pellicola era riuscita nella sua analisi della relazione genitori-figli, in Tommaso sembra mancare il distacco necessario per ottenere lo stesso effetto.

Da una parte al regista va il merito di essersi messo al centro del proprio lavoro, con l’escamotage di far fare al suo protagonista il lavoro di attore in crisi. Dall’altra questo autobiogafismo è il punto debole del film: Rossi Stewart sembra troppo coinvolto col suo protagonista – che poi è se stesso- per poter restituire un racconto efficace e interessante. «Girando Tommaso mi sono trovato a valutare cosa può rappresentare, oggi, l’atto di mettersi a nudo. Ho giocato molto con questo aspetto, non so nemmeno io quanto lo abbia fatto. Avrei potuto scegliere altri mestieri per il mio protagonista, ma trovo che spogliarsi, con una buona dose di sincerità, sia un atto molto civile, etico e moralmente giusto. Se tutte le persone avessero questo obiettivo, dai capi di Stato alle persone più semplici, staremmo tutti molto meglio».

Tommaso è un attore frustrato che vorrebbe girare un film in cui racconta le proprie angosce interiori, ma nessuno glielo vuole produrre, e da spettatori si ha la sensazione di guardare proprio quel film a cui il protagonista allude. A un certo punto della storia dice “Io muoio, se non riesco a esprimermi liberamente”, frase che fa di nuovo pensare a chi sta dietro la macchina da presa. «La scelta del mio mestiere dice quanto questa frase mi riguardi, da sempre», racconta l’attore che più di vent’anni fa ha raggiunto la fama in tv grazie a Fantaghirò, e che a cinque anni era già sul set con il padre, attore e assistente alla regia. «Il mio lavoro mi ha sempre permesso di esprimere in modo libero tante questioni emotive. Poi c’è la vita privata, in cui l’espressione di me stesso ha il suo spazio».

Tommaso-2016-Kim-Rossi-Stuart-05.jpg

Rossi Stewart con Jasmine Trinca, una delle interpreti di Tommaso. 

I punti in cui Tommaso respira meglio sono forse quelli che ruotano intorno a sesso e seduzione, in cui si ha la sensazione di uscire da una zona di nebbia e di essere finalmente coinvolti. Mentre secondo Kim le immaginazioni erotiche sono un segnale a indicare la temperatura del malessere del suo protagonista, l’incapacità di vivere le cose concrete della vita, «la sessualità tira fuori gli aspetti più animaleschi, diretti e meno razionali di noi stessi, ed è nella natura delle cose che questo si senta nel film».

Senza svelare il finale della storia, non si può dire che Tommaso ne esca risolto. «Nel suo percorso viene risucchiato da una spirale, ma la cosa non è negativa», conclude Rossi Stewart. «Perché arriva a toccare il fondo, rischia, con coraggio, e secondo me entra in una nuova fase della vita. Ai miei occhi Tommaso riesce a uscire dalla ruota del criceto, scoprendo che quando si è in grado di stare sulle proprie gambe si è pronti per una relazione di coppia e per la grossa condivisione che questa comporta».

Se sente che il suo film appartiene a qualche genere? «So che ai giornalisti piacciono i paragoni, ma fatico ad associare questo film a qualcosa, se appartiene a un filone è quello autoreferenziale. Sono così ambizioso da voler creare qualcosa di unico, non mi vergogno ad ammetterlo».

 

Articolo pubblicato da GQItalia.it

© Riproduzione riservata 

Un tuffo nel cuore di Nick Cave in 3D

06 martedì Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Senza categoria

≈ Lascia un commento

Tag

Andrew Dominik, Arthur Cave, Bad Seeds, Cristiana Allievi, Marilyn Monroe, Nexodigital, Nick Cave, One more time with feeling, Skeleton Tree

«A colori vedi il quotidiano, in bianco e nero vedi la verità». Il regista Andrew Dominik introduce il documentario che svela il nuovo album del cantautore e il suo dolore straziante, al cinema da fine settembre

NickCaveOMTWF.jpg«Il colore è incasinato, è difficile renderlo bello. Il bianco e nero è elegante, rende le cose scultoree. A colori vedi il quotidiano, in bianco e nero vedi la verità». Andrew Domink spiega così la bellezza abbagliante del suo One more time with feeling, il film appena presentato a Venezia che racconta la musica dell’ultimo disco di Nick Cave, e molto di più, e che in Italia vedremo il 27 e 28 settembre grazie a Nexodigital. Il regista di L’assassinio di Jesse James e Coogan-Killing them soflty, presenta l’ultimo disco dell’artista in modo inusuale, con un 3D in bianco e nero che avvolge lo spettatore tra le note e lo porta, lentamente, dritto nell’anima del cantautore australiano. Si parte con quella che sembra un’intervista musicale in auto, poi si vedono le prove con i Bad Seeds, momenti di vita privata, lavori di sovraincisione della voce, fino ad arrivare alle riflessioni più intime di Cave sulla vita e sul trauma. Il lavoro al nuovo album, Skeleton Tree (uscita 9 settembre), è stato infatti segnato dalla tragica perdita del figlio Arthur, precipitato dalle scogliere di Brighton a giugno dello scorso anno, dopo aver fatto uso di LSD. Quando il musicista si è reso conto che presto sarebbe arrivato il momento di presentare il nuovo lavoro alla stampa, ha capito che non ce l’avrebbe fatta, così ha chiamato Dominik per affidare il compito alle immagini e soprattutto a un amico. «Nick mi ha cercato a dicembre, abbiamo iniziato le riprese a febbraio. Lui voleva suonare, l’idea era di presentare un piccolo concerto del disco, ma avevamo solo 34 minuti di canzoni. Ci voleva altro, non sapevamo cosa, è emerso strada facendo». Le immagini della pellicola lasciano il segno, come il momento in cui si vede la faccia di Cave sbucare dal pianoforte che sembra quasi d’argento. «È venuta davvero bene», racconta Dominik, «ho piazzato le luci dietro la macchina da presa. E poi con le nuove lenti in circolazione, l’ultima frontiera del nostro lavoro, puoi rendere tutto splendido». Lui e Cave si sono conosciuti molti anni prima che il musicista e Warren Ellis scrivessero la colonna sonora del secondo film di Andrew, L’assassinio di Jesse James. «Ci siamo incontrati nel 1986, veniamo entrambe da Melbourne. Ma il motivo per cui siamo diventati amici è che avevamo la stessa fidanzata, che è stata prima con Nick e poi con me. Loro due erano rimasti amici, una volta lei lo ha chiamato e ho risposto io, così abbiamo fatto una lunga conversazione». Andrew stava volando a Parigi, quando ha ricevuto la chiamata di Cave per questo film.

cms5913.jpg

«Era traumatizzato, e ha scritto canzoni per cercare di esprimerlo. Sapevo che girando il film avremmo dovuto attraversare qualcosa che non c’entrava con l’essere un dio del rock. Lui stava rapportandosi con molte emozioni, ed è tutt’ora così, è nel mezzo del processo». One more time with feeling è rispettoso, si avvicina alla perdita e al lutto con piccoli passi. «Non è un argomento che potevamo affrontare di petto, dovevamo arrivarci girandoci intorno. Se parti dal trauma non sai più dove andare, mentre se ti ci avvicini, il film tiene una direzione». Il film rende vivido il lato umano del musicista. «Nick era preoccupato delle occhiaie e racconta le sue insicurezze, anche sull’invecchiamento. È molto onesto su chi è e su cosa gli succede, un aspetto che mi piace molto di lui. Questo film è un modo per mettere un piede davanti all’altro e andare avanti». La danza delle telecamere intorno al musicista e al suo modo di affrontare il dolore dura circa due ore, e permette di ascoltare i suoi testi, diventati decisamente più ermetici. Uscirà in 650 sale nel mondo, mentre da gennaio Dominik sarà impegnato nelle riprese del suo nuovo lavoro, un film su Marilyn Monroe tratto dal romanzo Blonde di Joyce Carol Oates.

 

Articolo pubblicato da GQ Italia 

© Riproduzione riservata 

 

Tom Ford: «Vi racconto la nostra paura di viverci fino in fondo».

04 domenica Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

≈ Lascia un commento

Tag

A single man, Amy Adams, Back to Black films, Cristiana Allievi, GQitalia, Jake Gyllenhaal, Nocturnal Animals, Tom Ford, Venezia 73

Il senso delle scelte, la capacità di capire «chi sono le persone che contano, per tenercele strette», la necessità di ascoltarsi e «avere fiducia in se stessi» ma anche l’arte ironica di «goderti l’assurdità del mondo che ti sei scelto». Il regista couturier regala Nocturnal Animals, un altro film esteticamente perfetto e insieme profondo

Risultati immagini per Tom Ford Venezia 2016

Il regista, produttore e stilista texano Tom Ford, 55 anni.

Dopo aver visto Nocturnal Animals non stupirebbe scoprire che Tom Ford sa anche cantare, perché è una delle poche cose che non lo abbiamo (ancora) visto fare.
Sul fatto che sappia dirigere e scrivere una sceneggiatura, ormai nessuno può avere più dubbi, e si scoprirà anche se vincerà la nuova sfida di produttore, avendo creato da poco la sua Back to Black Films.

Il secondo film da regista dello stilista texano, presentato oggi in concorso alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia e applauditissimo dalla critica, presenta un apprezzabile lavoro di adattamento del libro Tony and Susan di Austin Wright, del 1993.

È la storia di una donna, Susan (Amy Adams), gallerista di New York, che a un certo punto riceve un manoscritto. Lo ha scritto il suo ex marito Tony (Jake Gyllenhall), un aspirante scrittore che finalmente colpisce nel segno. Il libro si chiama “Nocturnal Animals”, ed è violento fino all’horror, con uno scopo: far rivivere a Susan la sua vita con l’ex marito, con tutta la sua incapacità di amarlo includendo le sue fragilità.

Leggendo quelle pagine Susan rifletterà su tutta la sua vita, e sulla propria incapacità di accettare se stessa e la propria natura, tratto che l’ha portata a vivere una vuota vita borghese.

«Il senso di questa storia è capire chi sono le persone che contano, nella nostra vita, per tenercele strette», racconta il regista.
«Ma si tratta anche di avere fiducia in se stessi. Il personaggio di Amy Admas, Susan, è vittima della propria insicurezza, cade in quello che gli altri volevano che fosse, nello specifico sua madre, invece che in se stessa. Rappresenta la mia parte femminile, mentre Jake, che recita un uomo che viene dal Texas, e che non è il tradizionale macho ma è sensibile, rappresenta il mio maschile. Ed è un uomo che alla fine, perseverando sulla propria strada, diventa più forte».

La sequenza di apertura del film, con donne grassissime alla Botero, che ballano vestite solo di stivali e cappello da majorettes, catturano prepotentemente l’attenzione dello spettatore. «Volevo ambientare la storia in un mondo contemporaneo, ed enfatizzare alcune delle sue assurdità. Di solito non amo quando nei film l’arte è falsa, così ho dovuto inventare la scena iniziale, e l’ho fatto mettendo la testa in un immaginario di artista. Ho vissuto gli ultimi 27 anni in Europa, così ho pensato a un artista europeo che esagera, con queste donne cariche di dettagli americani, grasse ed eccessive. Mentre giravo mi sono innamorato di loro, erano così belle, felici, libere perché hanno abbandonato tutte le convenzioni culturali su come le donne dovrebbero essere. Bisogna lasciar andare l’idea di come dovremmo essere per trovare chi siamo davvero», continua Ford.

Uno stilista sul set, Tom Ford e la coppia Gyllenhaal-Adams: "Un tuffo dentro l'io"

Il regista (al centro) con il cast di Nocturnal Animals, film in concorso alla 73° Mostra d’arte cinematografica di Venezia.

Il film è esteticamente perfetto, come il precedente, e si mantiene in un equilibrio pericoloso e straordinario, estetizzando anche i momenti più brutali della storia, come quello in cui si vedono i cadaveri di due donne perfettamente adagiati su un divano rosso, in mezzo a una discarica. «Per me lo stile deve servire la sostanza, sempre, in particolare nei film. Il personaggio di Susan dice a Jake “dovresti scrivere di te stesso”, e lui le risponde “nessuno scrive di altro che non sia se stesso”. Lei in quel momento è sdraiata su un divano rosso, e lo fa arrabbiare moltissimo. Per questo quando lui nel libro la “uccide”, torna di nuovo il divano rosso: l’uomo vuole far provare alla ex moglie quello che ha provato lui, e io lo restituisco visivamente».

Nel film si conversa anche sul fatto di non essere felici del proprio lavoro e della propria carriera, che si porta avanti solo per dovere. «Da giovane sei ottimista», prosegue il regista, «e sei attratto da cose che sembarno meravigliose ma solo superficialmente. È così che crescendo ti trovi intrappaolato, perchè devi pagare le bollette e mandare i figli a scuola. A quel punto non ti resta che goderti l’assurdità del mondo che ti sei scelto».

Il film non ha un lieto fine, e per Ford questo è un bene. «Non sapremo cosa farà la donna protagonista, di certo però non tornerà alla sua vita: il suo passato è definitivamente alle spalle, in questo senso il film contiene una trasformazione».

Alla domanda se vuole dedicare più tempo alla regia, in futuro, compatibilmente con tutti i suoi impegni, risponde sorridendo. «Non vedo l’ora di girare il prossimo lavoro, ma non è ancora il momento di rivelarne i dettagli. Posso solo dire di essere old fashion, il mio intento quando dirigo una storia è sempre farmi domande sulla mia vita. E se lo spettatore lascia il cinema senza essersi fatto domande, vuol dire che il film che ha visto ha fallito…».

 

Articolo pubblicato da GQItalia sett 2016

© Riproduzione riservata 

Guerra e droni: “Il diritto di Uccidere” è un film di urgente attualità

25 giovedì Ago 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

≈ Lascia un commento

Tag

Barak Obama, Colin Firth, Cristiana Allievi, Eye in the sky, Gavin Hood, Good Kill, Guy Hibbert, Il diritto di uccidere, NAtional Birds, New York Times, Sonia Kennebeck, Wim Wenders

Diretto dal premio Oscar Gavin Hood e prodotto da Colin Firth, il film che racconta dettagliatamente cosa sia la “kill chain” che è al cuore di ogni attacco con droni, diventa quasi di utilità sociale. Perché questo tipo di guerra ci coinvolge tutti.

Il colonnello inglese Katherine Powell, dopo aver inseguito per anni una connazionale divenuta terrorista, la rintraccia in Kenya grazie all’uso dei droni.
Il suo “occhio” sul campo è pilotato in Nevada da un giovane ufficiale che, al momento di sferrare l’inevitabile attacco alla cellula terroristica di Nairobi, intercetta una bambina che si piazza a vendere il pane proprio a pochi metri dall’obiettivo. A questo punto tutto ruota intorno alla percentuale di probabilità che ci sono di far morire anche quell’innocente, per colpire il gruppo di terroristi. Inizia un gioco di rimbalzi in cui nessun politico nella “war room” londinese vuole prendersi la responsabilità di decidere, mentre da parte Usa arriva più volte l’ok a procedere.

Nelle sale dal 25 agosto Il diritto di uccidere (Eye in the Sky), diretto dal premio Oscar Gavin Hood e prodotto da Colin Firth, solleva una domanda fondamentale nello spettatore: il danno collaterale è moralmente accettabile nel contesto della lotta al terrorismo?«Non sapevo niente dalla moderna guerra con i droni, su cui tra l’altro non c’è mai stato un vero dibattito pubblico. Per molti mesi ho studiato la sceneggiatura di Guy Hibbert, ho letto libri, guardato documentari e preso contatti con l’esercito. Poi ho parlato con piloti di droni e avvocati che si occupano di diritti umani», racconta Hood. «Ma la cosa che mi ha coinvolto nel progetto, affascinandomi, è stato il fatto che al cuore della storia c’è un genuino dilemma etico e morale. Da ex avvocato mi ha ricordato il vecchio “dilemma del vagone”, spesso presentato alle lezioni di etica, in cui si chiede agli studenti se sacrificherebbero una vita per salvarne molte in circostanze che coinvolgono un treno in corsa che non si può fermare. Il diritto di uccidere pone lo stesso dilemma: uccideresti una bambina innocente per prevenire la possibile – ma non inevitabile – morte di molte persone per mano di un kamikaze?».

Il diritto di uccidere

 

 

Il diritto di uccidere

Come regista, Hood presenta questo dilemma allo spettatore in modo viscerale, cinematico ed eccitante, tenendolo inchiodato alla sedia e allo stesso tempo sfidando la sua idea di giusto e sbagliato. Interpretato dal premio Oscar Helen Mirren, da Aaron Paul e da Alan Rickman alla sua ultima e straordinaria prova di attore, il film è particolarmente abile nel far percepire cosa attraversano le persone a livello umano, dai vertici militari a quelli politici, fino al pilota che deve premere l’ultimo bottone della catena. E mette in rilievo come questa nuova guerra non coinvolga solo una tecnologia avanzatissima, ma incastri leggi, etica e politica: il colonnello, per ottenere l’ok a procedere, dovrà prendere una decisione personale, che lascia lo spettatore con qualcosa di cui parlare e lo coinvolge al punto da farlo diventare una specie di giuria.Il diritto di uccidere

Che quello dei droni sarebbe stato il tema dell’anno lo si era capito con l’uscita di Good Kill, diretto da Andrew Niccol e interpretato da Ethan Hawke, seguito dalla proiezione di National Bird all’ultima Berlinale, il documentario di 90 minuti di Sonia Kennebeck prodotto da Wim Wenders.

Se il film interpretato da Ethan Hawke intrattiene con il tormento dell’uomo che passa dalla guerra fisica, combattuta in Afganistan, a quella in cui si uccide a distanza, freddamente e senza nessun tipo di percezione, la giornalista freelance Kennebeck, che ha lavorato per la CNN e le tv tedesche, ha fatto un altro tipo di operazione: ha cercato fonti interne e le ha fatte parlare direttamente, raccontando per la prima volta cosa succede a chi si arruola in “un programma di droni”, con tanto di numeri sui tentati suicidi per il disagio causato alla psiche.

Poche settimane fa Barak Obama ha finalmente rilasciato dichiarazioni sul numero di “vittime collaterali” dei droni dal 2009 al 2015: da 64 a 116 in sei anni è la cifra rivelata dalla Casa Bianca, un numero molto inferiore a quello dichiarato da media e Ong. Negli ultimi sette anni sono stati 473 gli attacchi degli aerei senza pilota contro obiettivi del terrorismo internazionale, che hanno ucciso circa 2500 terroristi. Il tema è quanto mai scottante, e secondo il New York Times la dichiarazione di Obama a sei mesi dalla fine della sua presidenza ha un valore simbolico: sarebbe un modo per rendere i bombardamenti al di fuori di zone di guerra una routine accettata della politica di difesa.Il diritto di uccidere

Per questo motivo il racconto dettagliato di cosa è la “kill chain”, che è al cuore di Il diritto di Uccidere, diventa un fatto quasi di utilità sociale, dal momento che questo tipo di guerra ci coinvolge tutti. «È fondamentalmente la catena militare e politica del comando attraverso cui passa la decisione di colpire un individuo, prima che venga dato il via libera a ucciderlo», spiega Hood. «Nel film vediamo la catena in azione in tempo reale. Nel caso di un “individuo di alto valore” o di un target politicamente sensibile, questa catena della morte porta dritti al Primo ministro britannico e addirittura al presidente Usa. Il fatto che a rendere legale un assassinio sia una catena di permessi è materia di grande dibattito. Se la gente parla di quello che ha visto, e di come la fa sentire, e di cosa farebbe e non farebbe se si trovasse a prendere decisioni sulla vita e la morte di qualcuno, ne sarei entusiasta. È l’effetto che ha fatto a me leggere la sceneggiatura di Guy: mi ha fatto davvero pensare».

Articolo pubblicato su GQ Italia 

© Riproduzione riservata

Cara Delevingne: «Ragazze, imparate a dire no».

24 mercoledì Ago 2016

Posted by Cristiana Allievi in Moda & cinema

≈ Lascia un commento

Tag

Anna Karenina, Annie Clark, Cara Delevingne, Cristiana Allievi, David Ayer, Faudel-Phillips, Karl Lagerfeld, Luc Besson, St. VIncent, Suicide Squad, Tom Ford, Tulip fever

 

Scaled Image.jpg

L’attrice e modella Cara Delevingne, 24 anni (courtesy of Grazia Italia).

“Chi sono io? Chi sto cercando di essere? Non me stessa, chiunque ma non me stessa…”. Parole che colpiscono, quelle di Cara Delevingne, specie se affiancate a dichiarazioni altrettanto forti, come l’ammissione di aver sofferto di depressione e di aver voluto diventare modella per cercare una scappatoia a questa gabbia. Ma facciamo un passo indietro. A 17 anni questa londinese cresciuta nel quartiere di Belgravia abbandona la scuola e firma un contratto con la Storm Management, e di colpo è catapultata nel mondo delle campagne pubblicitarie. Tutti la vogliono, da Burberry a Victoria’s Secret, da Mango a Fendi a sua maestà Karl Lagerfeld, che le fa aprire la sfilata di Chanel a Parigi. Non bastasse, Tom Ford la mette nuda tra le orchidee per il suo profumo, Black Orchid. Riceve due volte il titolo di modella dell’anno ai British fashion Awards, Forbes la indica come la seconda modella più pagata al mondo (a pari merito con la Lima), con nove milioni di dollari l’anno. Ma questo non cambia il suo stato interiore, finchè l’anno scorso annuncia al Time di volersi ritirare dalle passerelle, a soli 23 anni, per dedicarsi alla recitazione. Motivazione ufficiale, un tale stress che le ha probabilmente provocato la psoriasi. Quelle di cui sopra sono le parole che ha usato per descrivere il proprio stato d’animo dal microfono di Women in the World Summit, davanti a un Rupert Everett maestro di cerimonie. Non un caso, forse, che abbia condiviso proprio con lui una confessione a cuore aperto. Se Everett è un discendente della famiglia degli Stuart, infatti, Cara proviene da parte di madre dai baroni Faudel-Phillips; e come Rupert, Cara ha fatto outing l’anno scorso, raccontando a tutto il mondo di essere innamorata della musicista Usa Anna Clark, nota come St. Vincent. Alta, magra, con quelle sopracciglia importanti che sono un marchio di fabbrica, è cresciuta in una famiglia privilegiata ma tutt’altro che perfetta. La madre, Pandora, sta scrivendo un libro di memorie sulla sua dipendenza dall’eroina, e per madrina ha Joan Collins, mentre il padre è un uomo di successo nel campo immobiliare. Cara suona la batteria e canta, e il cinema è sempre stato il suo vero amore, ma per essere credibile in una nuova veste ha dovuto lottare, e parecchio. L’abbiamo vista in Anna Karenina di Joe Wright accanto a Keira Kniegtly, in London Fields con Johnny Depp e Amber Heard. E in Tulip fever condivideva il set nientemeno che con Judi Dench e Christoph Waltz. E considerato che in Suicide Squad sarà insieme a Jared Leto e Will Smith, nelle sale dal 18 agosto, possiamo affermare con cognizione di causa che Cara è una di quelle modelle a cui la transizione ad attrice è riuscita per davvero, come a Charlize Theron. O come ha detto un celebre critico di Variety, a giudicare dal suo lavoro, Cara è una arrivata sulla scena per restarci, considerato anche che il suo prossimo ruolo è nella science-fiction di Luc Besson, Valerian. Intanto possiamo godercela in Suicide Squad, il cui racconto si basa sui personaggi della DC Comics. Nel film lei è l’Incantatrice e fa parte di una banda di super cattivi a cui viene fornito il più nutrito arsenale immaginabile dal governo, il tutto per sconfiggere un’entità sconosciuta. Quando scopriranno il vero motivo per cui sono stati scelti si troveranno a dover decidere se combattere ancora insieme o se fare ognuno per sé.

L’Incantatrice è un antico essere malvagio che si risveglia nell’esploratrice June Moone dopo un lungo periodo di prigionia. Come si è preparata a questo ruolo? «Sono una donna cattiva e contorta che fa saltare in aria i corpi, e li fa a pezzi… Mi ci sono preparata immaginando silenziosamente modi per uccidere i miei amici (ride, ndr), a quanto pare funziona!».

Lei sarà una strega. «Il mio personaggio è fuori dal mondo, o almeno da questo mondo. Ma la genialità di David Ayer (che ha scritto e diretto il film, ndr) è stata rendere tutto molto radicato e reale, ha voluto che incarnassi una persona potente, quasi prepotente, di cui sfugge sempre un pezzo. Si scoprirà che si tratta di una donna ferita e molto vulnerabile, ed è questo aspetto che la rende umana e con cui tutti potranno relazionarsi».

 Non è facile avere bei ruoli al cinema, specie agli inizi, come ha reagito quando David Ayer l’ha scelta? «L’ho incontrato due anni fa e mi ha solo dato la sua visione generale del personaggio, attraverso immagini che aveva trovato in rete. Tutto il progetto era segretissimo, ha scatenato la mia immaginazione, dal momento in cui mi ha parlato dell’Incantatrice e del mondo etereo di cui fa parte ho detto subito di sì. Più avanti ci siamo parlati ancora al telefono, mi ha chiesto pareri sulla salute mentale, un argomento che mi interessa molto».

Lei ha sorpreso molte persone, l’anno scorso, annunciando di abbandonare le passerelle… «Eppure quello di fare la modella non è mai stato il mio sogno, a quattro anni volevo già recitare, ho sempre preferito essere un’altra, sin da bambina. C’è stato un momento della mia vita in cui ho letteralmente vissuto attraverso la macchina fotografica, e il problema è che quello è un mondo in cui vieni usata: ti spremono come un limone, poi ti buttano via per la prossima che arriva. Quel lavoro stava uccidendo la mia anima, ho iniziato a farlo per sfuggire alla depressione di cui ho sofferto sin da ragazzina».

Lo stress le ha causato una forte psoriasi, ha dichiarato anche di essere arrivata a odiare il suo corpo, e a sperare che qualcuno arrivasse da fuori a fermarla, perché lei non ci riusciva… «È stata Kate Moss a farlo. Sapendo a che pressione siamo sottoposte, vivendo sempre per soddisfare le aspettative altrui, mi ha consigliato di rallentare. Così mi sono dedicata allo yoga e al rilassamento, mi sono ricaricata per il passo successivo: fare quello che volevo davvero della mia vita».

Ci sono attrici che arrivano dal mondo della moda che si lamentano dei ruoli che vengono offerti loro come attrici, poco credibili. «Anche a me hanno chiesto di interpretare la modella svedese o inglese, che muore sempre, o la ragazza scema, come in American Pie 27, con scene di sesso gratuite. Non sa quante volte sono andata in crisi declinando ruoli, perché tutto quello che volevo fare era recitare… Ma ho capito che la mia dignità era più importante anche di questo».

Qual è la cosa che oggi trova più sfidante di questo lavoro? «Imparare a tenere fuori dal set le distrazioni della mia vita. Ed essere innamorata aiuta, quando lo sei stai con quella persona come se nella stanza non ci fosse nessun altro. Recitare è un po’ lo stesso, quando guardi in faccia un altro attore non deve esistere nient’altro».

Il suo primo ruolo è stato in Anna Karenina, quattro anni fa: come lo ricorda? «Ho passato ore tra trucco e capelli, per girare una grande scena, ero così nervosa… Poi è arrivato il regista e mi ha detto “Smettila di fare la modella, e smettila di cercare di sembrare bella!”. È successo qualcosa dentro di me».

Ha superato la paura di essere incasellata e poco credibile? «La gente può incasellarmi in qualsiasi modo, come modella e com quello che vuole. Ma se semplicemente vado avanti e faccio le cose al meglio, cosa che spero succeda, so di poter dimostrare di valere molto».

Suicide Squad è uno di quei film che si girano in gruppo, com’è andata con i colleghi? «Abbiamo avuto un mese di prove, prima di girare. È stato molto divertente perché fuori dal set ci scatenavamo come bambini. È ovvio che noi non siamo i personaggi che interpretiamo, ma in qualche modo incontrandoci ci trasformavamo in ragazzacci pestiferi. Ha presente quando a scuola ci si sedeva in fondo al pullman, a cantare a squarciagola? Eravamo così. Ma una volta sul set la situazione cambiava al volo, volevamo tutti rendere al meglio quando arrivava David».

 

Ha una scena preferita? «Direi quando ho incontrato me stessa la prima volta, nell’essenza, ovvero quando June incontra per la prima volta l’Incantatrice.  Ho recitato le due parti in due giorni diversi, proprio per costruire il momento in cui i due personaggi arrivano a incontrarsi vis a vis».

Nel film ha un look straordinario, ha collaborato con la costume designer Kate Hawley nel costruirlo? «Il dipartimento che si è occupato di trucco e costumi era così straordinario che sarei stata ridicola a pensare di dare un contributo! Da parte mia ho sentito che creare il personaggio, e giocare sulla sua fisicità e l’accento, era abbastanza».

Prima parlava di essere innamorata, è stata coraggiosa quando ha dichiarato di essere legata alla musicista Annie Clark, nota ai fans come St. Vincent… «A un certo punto è meglio rivelarsi per chi si è davvero, e la mia sessualità non una fase passeggera, come qualcuno pensa».

Il prossimo anno ha vari film in uscita, ma davvero non la vedremo più in passerella? «Farò ancora la modella, ma in modo molto selettivo. Adoro dire di no, e finora non lo avevo fatto. Questo mi ha rubato molta salute e felicità, e non riaccadrà mai più».

Ha quattro milioni di follower su Twitter e 20 su Instagram: cosa consiglia alle ragazze che vogliono fare le modelle? «Perché non sognare alla grande, per esempio di diventare delle politiche di successo? Scherzi a parte, il mio consiglio è: qualsiasi cosa vogliate fare, state bene con voi stesse, perché con voi stesse ci dovrete stare un bel po’ di tempo».

Articolo uscito sul n. 33 di Grazia

© Riproduzione riservata

 

 

 

 

Giorgia Benusiglio: «Il mio errore l’ho pagato tutta la vita».

22 lunedì Ago 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Taormina, Senza categoria

≈ Lascia un commento

Tag

Ambrogio Crespi, Carlotta Benusiglio, Cristiana Allievi, ecstasy, Giorgia Benusiglio, Giorgia Vive, Grazia, Lamberto Lucaccioni, Mdma, smart drugs, Vuoi trasgredire? Non farti

 

C_2_video_567442_videoThumbnail.jpg

Giorgia Benusiglio, 34 anni (courtesy Mediaset.it)

«Un giorno ho letto su un opuscolo “la droga fa male, se vuoi provarla ti diamo consigli su come farlo”. Anche sui pacchetti di sigarette c’è scritto “il fumo uccide”, ma se ti fai una sigaretta non muori. Ho pensato che per una volta non mi sarebbe successo niente, l’ho pagata molto cara». È il 1999 quando Giorgia Benusiglio si cala mezza pasticca di ecstasy in discoteca e in poche ore è colpita da un’epatite tossica fulminante. Il padre, Mario, si danna per farle avere un fegato nuovo in tempi brevissimi. Dopo la terapia intensiva e le crisi di rigetto (le hanno dato due volte l’estrema unzione), è proprio il padre ad accompagnarla per mano verso la rinascita. La incontro su una terrazza siciliana dopo la proiezione del docu film di Ambrogio Crespi che racconta la sua battaglia, Giorgia Vive– La storia di una fine che è solo l’inizio, appena premiato con il Cariddi alla 62° edizione del festival di Taormina e da settembre in tour per le scuole e i palazzetti d’Italia. Tuta pantalone in seta a stampe, cintura che le fascia un vitino minuscolo, parla con Grazia pochi giorni dopo dopo aver incassato l’ennesimo colpo. Il destino due anni fa le ha strappato l’adorato padre e solo poche settimane fa la sorella Carlotta, trovata impiccata a un albero di un parco di Milano. Mentre me lo racconta Giorgia non versa una lacrima. Ha quel naturale sistema di protezione che ci fa sopravvivere al dolore quando pare impensabile riuscirci. Al di là dalla vetrata che ci separa dal terrazzo c’è la mamma, Giovanna, che cammina senza una meta con lo sguardo ferito. Cerca continuamente un contatto con gli occhi grandi e luminosi della figlia.

Credo sua madre la stia cercando… «Devo starle vicino, dopo l’odissea con me e la perdita di mio padre, adesso anche mia sorella. È davvero troppo. Io e il mio compagno stavamo per tornare a vivere insieme, ma il lutto che ha colpito di nuovo la mia famiglia ci ha fermati».

C’è qualcosa che vuole dire su quello che è appena successo? «Non posso, gli inquirenti mi hanno pregata di mantenere il silenzio e ho totale fiducia sul fatto che la verità verrà fuori. Ma dedico a Carlotta il premio ricevuto, a lei e a tutte quelle donne che non sanno dire no a un amore sbagliato, pagandolo con la vita».

In Giorgia Vive sorprende vedere quanto amore le abbia dato la sua famiglia. Si è chiesta da dove è nata la sua esigenza di ricorrere all’ecstasy? «Quello che ti droghi perché i genitori non ti amano è un falso mito. Oggi si fa uso di stupefacenti per paura di comunicare con gli amici, per far parte di un gruppo, per noia. È un altro tipo di disagio».

Perché questo film a distanza di tanto tempo? «Sei anni fa ho scritto Vuoi trasgredire? Non farti, che è alla sesta ristampa. La mia vita era andare in giro a presentarlo e a parlare con le persone, come mi ha insegnato mio padre. Poi ho incontrato Ambrogio Crespi al Cocoricò, in occasione della morte di Lamberto Lucaccioni (deceduto a 16 anni per overdose, ndr). Lui ha sentito la mia capacità di comunicare e mi ha proposto di fare il film: è stato con me 24 ore su 24 dandomi un supporto straordinario».

Sua sorella Carlotta appare di spalle, nel film. «All’inizio non voleva apparire, poi le cose sono cambiate. Un mese prima della conclusione dei lavori ha chiesto lei di “leggere” una lettera che mi aveva scritto 16 anni prima, mentre ero in terapia intensiva e non poteva avvicinarsi. Tra le parole che pronuncia ci sono queste: “ricorda che sono qui per sempre, sono accanto a te”. Eravamo d’accordo per incontrarci a Taormina, invece è stata l’ultima cosa che ha fatto, non l’ho più potuta abbracciare. Non credo niente accada per caso, la sua presenza nel film che racconta la mia storia dimostra che l’amore ha vinto ancora, nonostante il dramma».

giorgia-vive.jpg

Come definirebbe la sua occupazione, oggi? «Sono una consulente per la prevenzione giovanile contro l’uso di sostanze stupefacenti. Giro l’Italia da 10 anni, all’inizio era una volta alla settimana, poi sono diventate tre, oggi è un continuo. Voglio dare l’informazione che non mi è stata data all’epoca, poi ognuno può fare le proprie scelte. L’anno scorso ho incontrato un ragazzo che ha preso Mdma,  era giallo dalla testa ai piedi, aveva un’epatite tossica non fulminante e ha avuto più tempo di me. Mi guardava piangendo e mi diceva “non lo sapevo…”. Sulla mia pagina FB (Giorgia Benusiglio Prevenzione Droghe, ndr) ricevo 25 messaggi al giorno, anche da genitori che hanno molto bisogno di sostegno. Oggi gli adolescenti usano ecstasy, anfetamine, cannabinoidi, Mdma, e sta tornando l’eroina, non iniettata ma fumata. Poi ci sono le “smart drugs” le droghe sintetiche che si acquistano su internet vendute come tisane, profumatori d’ambiente e molto altro. Ne escono 100 nuove all’anno, la polizia non riesce a classificarle come illegali e non puoi arrestare i pusher».

I dati ufficiali sull’uso delle droghe? «Dicono che tra gli adolescenti il 78.2 per cento ha fatto uso, fa uso o userà sostanze stupefacenti».

Come sta il suo corpo oggi? «Il problema del trapianto sono i medicinali. Ho una malattia autoimmune all’intestino, ho avuto un tumore tre anni dopo il trapianto, ogni mese faccio gli esami del sangue e ogni sei un check up completo, è il mio modo di sopravvivere».

Ha una dieta speciale? «La terapia che mi ha dato l’Ospedale San Raffaele vieta l’acido arachidonico, cioè gli omega 6 e 9. In pratica posso mangiare solo verdura, frutta, formaggi magri, legumi, grano saraceno, riso e pesce bianco. E quando sgarro sto male, me lo permetto solo se il giorno dopo non ho niente da fare».

Cosa le succede esattamente? «Mi si bloccano gli arti, non mi alzo nemmeno dal letto».

Si è perdonata per quello che ha fatto? «Sarei disonesta a risponderle di sì, ma ci sto lavorando. Sono in terapia con una dottoressa specializzata in EMDR (un approccio mirato al trattamento del trauma, ndr), in pratica riapro cicatrici chiuse male, per farle guarire. Sono razionalissima, purtroppo, ma pian piano ho fiducia nel fatto che questo aspetto si sgretoli, almeno un po’…».

È la testimonianza vivente che da una tragedia si può tirar fuori qualcosa di buono. «Quello che non mi stancherò mai di dire, a tutte le persone che incontro, è che le tragedie nella vita accadono. Bisogna rialzarsi e continuare a vivere».

Mentre la saluto penso che nessuno, più lei ha, ha i titoli per pronunciare simili parole.

Articolo pubblicato sul n. 35 di Grazia, 2016 

© Riproduzione riservata

Oliver Stone: «Soltanto la verità».

10 domenica Lug 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Taormina

≈ Lascia un commento

Tag

Cia, Cristiana Allievi, Donald Trump, Hilary Clinton, Igor Lopatonok, JFK, Kennedy, Kiev, Louis Stone, Nato, Oliver Stone, ONG, Platoon, Salvador, Snowden, The Untold History of United States, Ucraina, Ukraine on fire, Vladimir Putin, Wall Street

Dal nuovo documentario Ukraine on fire, prodotto e appena presentato in anteprima mondiale in Italia, al prossimo film Snowden, sullo scandalo del Datagate, il regista e produttore tre volte premio Oscar prosegue la sua missione: indagare i fatti. E mostrare, ancora una volta, il volto più controverso dell’America

progiles_oliver-stone_You-Won-Cannes.jpg

Oliver Stone, regista attore e produttore Usa (courtesy youwoncannes.com)

«Non ha idea di quanto sia stato doloroso essere coinvolto in questo film. In passato ho girato documentari sul Sudamerica e conosco bene gli attacchi che ci si trova a subire, in questo caso sono stati violenti. Trovo inconcepibile dover essere accusati per difendere fatti che è importante che vengano conosciuti. Le opinioni possono essere discusse, ma i fatti devono essere presentati, e finora nessuno lo ha fatto come noi». Non a caso si è meritato il titolo di “coscienza dell’America”. Salvador, Platoon, Wall Street, JFK: nessun regista come Oliver Stone ha messo in dubbio il mito degli Usa come ha fatto lui. E pensare che quelli citati sono film mentre quando è davvero arrabbiato- parole sue- lavora a un documentario. L’ultima volta che si è cimentato sul tema è stato con il monumentale Untold History of United States, 12 ore di immagini che smontano 70 anni di storia ufficiale americana alle voci Seconda Guerra mondiale e Guerra fredda. 69 anni, tre Oscar, tre figli e tre matrimoni all’attivo, questo regista, sceneggiatore, produttore e attore non pare abbassare la guardia. È appena stato in Italia come produttore esecutivo di Ukraine on fire, presentato in anteprima mondiale al 62° TaorminaFilmFest, in cui appare nientemeno che come intervistatore del presidente russo Vladimir Putin e dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich. Stone ha vigilato sul regista Igor Lopatonok, ucraino trasferitosi negli Usa dal 2008, che ha voluto raccontare le complicate vicende di una terra di confine da sempre contesa tra Occidente ed Oriente. La ricostuzione è dal 1941 al 2014 e mostra quanto abbiano pesato i movimenti nazionalisti e la politica estera americana sulla rivoluzione in Ucraina, con particolare attenzione ai fatti di febbraio 2014 conosciuti come Euromaidan. Il regista di Platoon dà un altro colpo all’immagine del sistema-Usa prima di uscire nel suo paese (e in varie nazioni europee) con l’attesissimo Snowden. Il film racconta le vicende dell’informatico dipendente dell’Agenzia per la sicurezza nazionale che ha passato migliaia di documenti classificati alla stampa. Storia con cui, come rivela Stone stesso, è pronto a scommettere che sorprenderà i suoi spettatori.

Cosa l’ha spinta a produrre Ukraine on fire? «Il desiderio di esprimere una visione della crisi ucraina diversa da quella che propongono i corporate media, sembra che in Occidente la voce dell’Ucraia orientale non sia ascoltata. Ho incontrato molte difficoltà, lo ammetto, anche a causa dell’inglese di Igor e di molti ucraini con cui ho collaborato, persino riconoscere i vari nomi è stato complicato, a un orecchio occidentale sembrano tutti simili. Forse anche per questo in Occidente tendiamo ad accettare la visione che ci viene presentata».

Siete partiti da prima della rivoluzione arancione mostrando quanto corrotti siano sempre stati i governi ucraini e soprattutto cosa c’è dietro le manifestazioni a Kiev: i movimenti nazionalisti che nella seconda Guerra mondiale hanno affiancato i nazisti nelle stragi di ebrei e polacchi, supportati dalla Cia. Secondo voi dietro la crisi dell’Ucraina c’è una seconda guerra fredda per cui si rischia un conflitto mondiale. «L’anno scorso Winter on fire: Ukraine’s Fight for Freedom di Evgeny Afineevsky, è stato a un passo da vincere l’Oscar. L’ho visto perché sono membro dell’Academy e sono rimasto molto colpito in senso negativo. Raccontava solo la protesta in piazza Maidan e sembrava che tante persone pacifiche avessero voluto di loro spontanea volontà dar vita a una manifestazione che è sconfinata in violenza senza controllo. Afineevsky non contestualizzava i fatti, non diceva che alla polizia era stato ordinato di non sparare, non menzionava l’escalation di violenza, con i manifestanti che hanno attaccato gli edifici governativi. Nel massacro metà erano poliziotti e metà manifestanti e l’esame balistico ha dimostrato che i proiettili che li hanno colpiti erano gli stessi: vuol dire che a uccidere le persone sono stati i cecchini della destra nazionalista, nascosti tra i manifestanti. Fosse stato un mio film avrei insistito di più su questa parte».

Perché i fatti di Kiev sono al centro delle sue attenzioni? «Hanno portato a sanzioni, all’embargo, a conseguenze dure per l’economia. Molti paesi europei dopo l’abbattimento del jet della Malesya Airways hanno cambiato posizione verso la Russia, le conseguenze geopolitiche di questo fatto saranno molto pesanti. E ovunque andrà nel mondo, persino a Okinawa, ci sarà il governo americano coinvolto negli incidenti: ma negli Usa si parla solo dell’aggressione russa».

Che impressione la ha fatto Vladimir Putin, intervistandolo? «Mi ha colpito per la calma, non è un emotivo. Sembra un uomo che prende il suo lavoro molto seriamente, è preparato, non era lì per giocare con la macchina da presa o diventare tuo amico. Non ha avuto bisogno di un testo scritto per rispondere alle domande, la conversazione con lui è stata articolata e complessa».

Cosa pensa delle associazioni non governative Usa che operano in Europa, nord Africa e Oriente? «A volte fanno un ottimo lavoro, altre non sono mosse da fini nobili. Si parla di soft power degli Stati Uniti, è un po’ ovunque. Lei si immagina se una ONG messicana cominciasse a sostenere delle associazioni non governative nei movimenti di rivolta negli Usa, finanziandole, perché non condivide i trattati commerciali, o la politica estera degli Usa? Nel mio paese non durerebbe molto».

1466101288020.jpg--la_verita_di_oliver_stone_sull_ucraina.jpg

Stone al Teatro Antico di Taormina, tra il regista di Ukraine on fire, Igor Lopatonok, e Tiziana Rocca.

Molti uomini, alla sua età, si rilassano o si chiudono in se stessi. Lei è più combattivo che mai. «Capisco che il tempo acquista sempre più valore, e se mi butto in un progetto devo metterci passione. Devo crederci, devo sentire che mi aiuterà a crescere».

Nel suo sito si legge un motto, “O nasci matto o nasci noioso…”. Oggi cosa considera noioso, se si guarda intorno? «Mettiamola così, i miei film non sembrano noiosi di solito, giusto? Ecco, la maggior parte di quello che vedo mi annoia a morte».

Dal suo punto di vista, se guarda indietro, qual è stata la spinta che l’ha portata a fare esperienze estreme e a buttarsi in progetti controversi? «La spinta è sempre stata conoscere me stesso, e cercare la verità, che continua a cambiare mentre cresciamo. Ho un profondo desiderio di comprendere il tempo e il luogo in cui mi trovo. Quando avevo 20 anni c’era un sacco di tensione e di insicurezza in me, mi ha spinto a fare molte cose, ha ispirato tutta la mia vita. Credo anche che il mio desiderio di migliorare non mi abbia ancora lasciato. E forse ogni regista sente un’insicurezza di base, nei confronti della vita».

È vero che dietro tutti i suoi film c’è suo padre Louis? «Sono nato a New York, nel centro del mondo, quindi in una posizione molto privilegiata, e mio padre era un repubblicano conservatore, supportava Eisenhower e odiava Roosvelt, a quei tempi lo odiavano in molti perché ha imposto molte regole alla borsa e ha fatto pagare tasse su tasse».

Cosa le hanno insegnato dell’America? «Ho imparato la storia ortodossa, quella secondo cui siamo eccezionali e facciamo cose buone nel mondo. Secondo questa regola la vittoria della Seconda guerra Mondiale con la bomba atomica era una necessità, così come il Vietnam, infatti dopo il college mi sono arruolato. Al mio ritorno dalla Guerra non sono cambiato subito. Innanzitutto durante il Vietnam sono successe molte cose nel mio paese, e dopo la guerra e i bombardamenti hanno iniziato a venire alla luce fatti nuovi, sul Watergate, sulla Cia e anche su molti comportamenti di politica estera che negli anni Settanta non erano di dominio pubblico. Fatti che Kennedy sapeva, ma non gli americani. Queste rivelazioni sono state molto importanti per la nostra storia, non a caso dal 1980 in avanti l’America è stata sempre più conservatrice e ha nascosto sempre più fatti al mondo: hanno mentito così tanto che conoscere la verità per gli americani era difficilissimo».

Ha votato Obama due volte, cosa ne pensa oggi? «Non ha riformato le ingiustizie, aveva promesso di cambiare la politica estera di Bush, parlava di trasparenza, voleva smettere con le intercettazioni illegali. Non ha fatto niente di tutto questo».

Come vede i due candidati, Trump e la Clinton? Cosa cambierebbe di politica estera, se vincesse uno piuttosto dell’altro? «Chiunque vinca le elezioni non cambierà niente in politica estera, nei panni di Presidente. Gli Stati uniti sono un sistema ben consolidato, purtroppo i candidati possono cambiare ben poco di questo grande sistema. Però conoscete la posizione di Obama su questo punto, e Hilary è ancora più radicale in fatto di politica estera. Sicuramente Obama si comporta così perché ha informazioni più approfondite di noi, ma non credo ci saranno grandi cambiamenti».

Il 16 settembre negli Usa uscirà Snowden, sullo scandalo del Datagate. «Mi piace ancora fare film, questo l’ho scritto e diretto, ci ho messo tre anni a realizzarlo e ne sono orgoglioso. Per molti Edward Snowden è un’astrazione, quasi una figura mitologica, di cui si conoscono solo stupidaggini. Ho voluto mostrare il vero uomo, spiegare chi era per far capire cosa è successo. E sono sicuro che sarete sorpresi da alcune delle cose che scoprirete su di lui».

Articolo pubblicato da D La repubblica il 9 luglio 2016

© Riproduzione riservata

 

Katherine Kelly Lang: «Beautiful? È più faticoso di una gara di Triathlon».

08 venerdì Lug 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Taormina

≈ Lascia un commento

Tag

Beach Boys, Beautiful, Cristiana Allievi, Diabolika, Dominique Zoida, Happy Days, kaftani, Kailua-Kona, Katherine Kelly Lang, Ron Moss, triathlon

katherine-kelly-lang-873750578.jpg

Katherine Kelly Lang, 54 anni, attrice e business woman.

«La mia ultima competizione? 120 chilometri di bici, 4 di nuoto e 42 di corsa, per un totale di 15 ore a fila!». Sentirla raccontare la Kailua- Kona, la più grande gara di thriatlon al mondo, ha del surreale. Un po’ per la notizia in sé, e poi perchè anche se mi sforzo di pensare che sto parlando con Katherine Kelly Lang, anni 54, attrice, i miei occhi continuano a vedere davanti a me la Brooke di Beautiful. Del resto è il personaggio a cui da vita da 30 anni, e che incarna tutti giorni, naturale che le resti cucito addosso. Mi riceve nella stanza con giardino fronte mare dell’hotel di lusso che la ospita, in un look così naturale da smentire quanto appena detto: in infradito e kaftano, Katherine non ha un filo di trucco. A pochi metri da noi c’è il suo amore, Dominique Zoida, che si riposa su un’amaca in attesa che gli restituisca la sua fidanzata. È venuta in Italia a ricevere il riconoscimento “città di Taormina” all’interno della 62° edizione del TaorminaFilmFest prodotto da Tiziana Rocca.

Considerato che è nata in California, patria di sportivi, non dovrei stupirmi delle sue imprese…  «Sono nata e cresciuta a Los Angeles, con un padre che è andato alle Olimpiadi per il salto con gli sci e una madre olimpionica di nuoto. Ho imparato tutti gli sport immaginabili ma mi sono innamorata dei cavalli e per 20 anni ho fatto gare di cross country, con corse anche di 100 chilometri».

Oggi invece è diventata un’atleta di thriatlon. «Arrivo da una gara a Pescara! La differenza è che nel thriatlon uso solo il mio corpo, ma il tipo di allenamento è lo stesso di prima. Occorrono un’ottima preparazione di base, sangue freddo, concentrazione, prontezza di riflessi, capacità di reazione agli imprevisti».

Dove tira fuori la determinazione per simili sforzi? «Sono cresciuta tra atleti, ho sempre avuto quel tipo di spinta. E poi mi piace stare molto in forma, essere sana, forte».

A consacrarla sono stati i Beach Boys, che l’hanno immortalata in molti dei loro video. «Ero sempre in spiaggia, mi prendevano per fare surf nei video. Il mio primo film è stato a 17 anni, ero la fidanzata di Patrick Swayze, poi negli Ottanta ho fatto tante ospitate nelle serie tv, persino in Happy days».

Finchè non è arrivata la chiamata di Beautiful. «Quando ho iniziato sapevo che i coniugi Bell, che lo hanno inventato e prodotto, sono dei maestri. Ma nessuno avrebbe pensato che sarebbe diventato un fenomeno mondiale».

Celebri volti della soap non ci sono più, lei è ancora qui, 30 anni dopo. «Ho firmato il primo contratto per quattro anni, per me era già una specie di “per sempre”. Quando sono scaduti i termini ho detto, “va bene, firmo per altri tre anni…”, e a furia di ripeterlo eccomi qui (ride, ndr). Nel frattempo mi sono sposata, ho avuto dei bambini, era un lavoro che si conciliava anche con la vita privata».

Tabella di marcia? «Si registra da lunedì a venerdì, per tre settimane su quattro, da sempre! Il venerdì ricevo la sceneggiatura della settimana successiva ma legge solo quella del giorno dopo, per non farmi idee. Poi ci sono i “blocchi di ferie” per ogni attore, sono i momenti in cui riesci a fare altro nella vita (ride, ndr)».

Cosa pensa di Brooke? «Mi fa molto arrabbiare, vorrei che evolvesse. Era bravissiama a scuola, è diventata una chimica, ha inventato un tessuto per i Forrester ed è diventata una business woman. Poi con la sua ossessione per Ridge si è persa, è diventata inutile. Chiedo spesso agli sceneggiatori quando tornerà a essere una donna forte, ma per questioni di praticità preferiscono che i personaggi restino su un certo binario…».

Ha mai avuto problemi con le persone, a causa di Brooke? «Mi guardano da anni, dai loro salotti, in tutto il mondo, e pensano che io sia quella persona. Ma io non sono come Brooke, sono una donna normale! Per fortuna Instagram e Twitter mi hanno salvata: lì posso mostrare chi sono veramente e cosa faccio davvero nella vita».

È ancora amica di Ron Moss, alias Ridge? «Molto, ma quando ci vediamo non parliamo di Beautiful! Ron è felice e si dedica alla sua musica».

Nella vita vera lei ha due divorzi alle spalle e tre figli. E soprattutto ha un fidanzato molto più giovane di lei, in famiglia questo è un aspetto problematico? «Mi sento più libera di fare le mie scelte davanti ai miei figli, ora che sono cresciuti, a parte il terzo, che è ancora in casa con noi. Il fatto che abbia un compagno come Dominique (direttore marketing della rete televisiva CBS, ndr) non è un problema per loro, vedono che mi vuole molto bene e sono felici per me».

Ha amato essere madre? «Moltissimo, e mi manca non avere più figli piccoli. Sono anni bellissimi, in cui tutto è così fresco e vedi le cose attraverso i loro occhi… Ora sono più grandi e si chiedono cosa vogliono fare per il resto della loro vita, anche questo momento è interessante».

Le chiedono consigli? «Vogliono incoraggiamento, che partecipi alla loro vita. Quando si trovano in una situazione negativa cerco di indicare loro la parte migliore: “ok, come può aiutarti questa situazione?”. I due più grandi vivono a Los Angeles da soli, ma non sono lontani da casa nostra».

 Si risposerebbe? «Direi di no, io e il mio compagno veniamo entrambe da divorzi e concordiamo sul fatto che non ci serve un altro matrimonio. Ma siamo praticamente inseparabili, viaggiamo insieme anche per lavoro. Da quattro anni ho una società con una designer australiana, creiamo kaftani, e Dom ci cura la parte di home shopping.

 

Perché ha scelto kaftani? «Li indosso da quando sono ragazzina, ho sempre avuto uno stile bohemienne anni ‘70, adoro quei tessuti svolazzanti dai colori intensi. Poi è un prodotto facile da ordinare, a livello di taglie. Il grosso lavoro è la creazione, dipingiamo le sete e poi facciamo le stampe digitali, abbiamo sempre pezzi nuovi. Recitare mi piace molto ed è è la mia occupazione principale, ma ho bisogno di fare altro».

La soap, che ha ritmi serrati, le permette di fare anche cinema? «Giriamo da lunedì a venerdì per tre settimane su quattro, ma riesco a fare anche cinema. Ho appena terminato Diabolika, in Puglia, che uscirà presto in Italia. Io recito la parte della strega, ho occhi molto scuri e mi copro i capelli con un grande foulard. Sono orgogliosa di aver disegnato un kaftano apposta per la mia parte: è nero con disegni tribali».

Articolo pubblicato su Donna Moderna del 12 luglio 2016

© Riproduzione riservata

 

 

← Vecchi Post
Articoli più recenti →

Iscriviti

  • Articoli (RSS)
  • Commenti (RSS)

Archivi

  • gennaio 2026
  • dicembre 2025
  • novembre 2025
  • ottobre 2025
  • settembre 2025
  • agosto 2025
  • aprile 2025
  • marzo 2025
  • febbraio 2025
  • gennaio 2025
  • dicembre 2024
  • novembre 2024
  • ottobre 2024
  • settembre 2024
  • agosto 2024
  • luglio 2024
  • giugno 2024
  • Maggio 2024
  • aprile 2024
  • marzo 2024
  • febbraio 2024
  • gennaio 2024
  • dicembre 2023
  • novembre 2023
  • ottobre 2023
  • settembre 2023
  • agosto 2023
  • luglio 2023
  • giugno 2023
  • Maggio 2023
  • marzo 2023
  • febbraio 2023
  • dicembre 2022
  • novembre 2022
  • ottobre 2022
  • settembre 2022
  • luglio 2022
  • giugno 2022
  • Maggio 2022
  • aprile 2022
  • marzo 2022
  • febbraio 2022
  • gennaio 2022
  • dicembre 2021
  • novembre 2021
  • ottobre 2021
  • giugno 2021
  • Maggio 2021
  • aprile 2021
  • marzo 2021
  • febbraio 2021
  • dicembre 2020
  • novembre 2020
  • ottobre 2020
  • settembre 2020
  • agosto 2020
  • luglio 2020
  • giugno 2020
  • Maggio 2020
  • marzo 2020
  • febbraio 2020
  • novembre 2019
  • settembre 2019
  • luglio 2019
  • giugno 2019
  • Maggio 2019
  • aprile 2019
  • marzo 2019
  • febbraio 2019
  • gennaio 2019
  • dicembre 2018
  • novembre 2018
  • ottobre 2018
  • settembre 2018
  • agosto 2018
  • luglio 2018
  • giugno 2018
  • Maggio 2018
  • aprile 2018
  • marzo 2018
  • febbraio 2018
  • gennaio 2018
  • dicembre 2017
  • novembre 2017
  • ottobre 2017
  • settembre 2017
  • agosto 2017
  • luglio 2017
  • giugno 2017
  • Maggio 2017
  • marzo 2017
  • febbraio 2017
  • gennaio 2017
  • dicembre 2016
  • novembre 2016
  • ottobre 2016
  • settembre 2016
  • agosto 2016
  • luglio 2016
  • giugno 2016
  • Maggio 2016
  • marzo 2016
  • febbraio 2016
  • gennaio 2016
  • dicembre 2015
  • novembre 2015
  • ottobre 2015
  • settembre 2015
  • agosto 2015
  • giugno 2015
  • Maggio 2015
  • aprile 2015
  • marzo 2015
  • febbraio 2015
  • gennaio 2015
  • dicembre 2014
  • novembre 2014
  • ottobre 2014
  • settembre 2014

Categorie

  • Academy Awards
  • arte
  • Attulità
  • Berlinale
  • Cannes
  • cinema
  • Cultura
  • danza
  • Emmy Awards
  • Festival di Berlino
  • Festival di Cannes
  • Festival di Sanremo
  • Festival di Taormina
  • Fotografia
  • giornalismo
  • Golden Globes
  • Letteratura
  • Lusso
  • Miti
  • Moda & cinema
  • Mostra d'arte cinematografica di Venezia
  • Musica
  • Netflix
  • Oscar
  • Oscar 2018
  • Personaggi
  • pittura
  • Politica
  • Quella volta che
  • Riflessione del momento
  • Senza categoria
  • Serie tv
  • Sky
  • Sport
  • Sundance
  • Teatro
  • Televisione
  • Torino Film Festival
  • Zurigo Film Festival

Meta

  • Crea account
  • Accedi

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Privacy e cookie: questo sito usa cookie. Continuando a usare questo sito, si accetta l’uso dei cookie.
Per scoprire di più anche sul controllo dei cookie, leggi qui: Informativa sui cookie
  • Abbonati Abbonato
    • Cristiana Allievi
    • Unisciti ad altri 88 abbonati
    • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
    • Cristiana Allievi
    • Abbonati Abbonato
    • Registrati
    • Accedi
    • Segnala questo contenuto
    • Visualizza sito nel Reader
    • Gestisci gli abbonamenti
    • Riduci la barra
 

Caricamento commenti...