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Chloe Zhao: «Il mio Oscar è per chi ha perso tutto»

05 venerdì Nov 2021

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Senza categoria

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Con il suo Nomadland Chloé Zhao è la seconda donna e la prima regista asiatica a vincere la statuetta. Nel film ha raccontato del coraggio che serve quando la vita cambia all’improvviso. E a Grazia dice: «Coltivate la bontà che avete dentro perché vi aiuterà sempre a combattere»

È una donna delicata che parla piano, ma le sue parole hanno la forza della dolcezza, della fiducia nel futuro e nella parte mi- gliore delle persone, quella che esiste in tutti noi. «Ho pensato parecchio ultima- mente a come si fa ad andare avanti quando le cose si fanno dure», ha detto Chloé Zhao, stringendo la statuetta per la migliore regia di Nomadland, il tito- lo che, agli Oscar più difficili per via della pandemia, ha conquistato anche il premio al migliore film e alla migliore interprete, Frances McDormand. «In Cina con mio papà imparavo le poesie cinesi clas- siche e ne ricordo una la cui prima frase dice “Le persone alla nascita sono intrinsecamente buone”. Continuo a crederlo. Questo Oscar è per coloro che hanno fiducia e coraggio in ciò che di positivo han-

no dentro. E a tutti dico coltivate la vostra bontà». Trentanove anni, nata a Pechino ma cresciuta tra Londra e New York dove ha studiato, Zhao è la prima asiatica a vincere il premio come migliore regista e la seconda donna in assoluto dopo Kathryn Bigelow, nel 2009. La storia di Nomadland, che le è valso anche due Golden Globe e il Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia nel 2020, è tratta dal libro della giornalista Jessica Bruder, che ha compiuto un viaggio attraverso l’America dei “nuo- vi nomadi”, persone che per un motivo o per l’altro si sono ritrovate a vivere in strada. Sullo schermo le conosciamo attraverso Fern, una straordinaria Fran- ces McDormand che recita in un cast di non attori,

ma veri nomadi nel ruolo di se stessi. Fern parte con un furgone dopo aver perso marito e lavoro a causa di un tracollo finanziario. Raggiungerà, fra gli altri luoghi, il Rubber Tramp Rendezvous, un noto cam- po nomadi nel deserto dell’Arizona.

Per prepararsi alle riprese di Nomadland, anche lei ha trascorso tempo in una comunità di nomadi come quelli che vediamo nel f ilm?
«Sì, ho capito quello che significa la strada molto prima di ricevere il libro da Frances McDormand, che ne aveva acquistato i diritti. Ho un camper di nome Akira e in molte occasioni l’ho considerato la mia casa. Quello però era anche il modo di viaggia- re di una ragazza giovane».

In che cosa, invece, questo f ilm è diverso?

«Io e lei potremmo diventare nomadi domani. Se compriamo una macchina e ci viviamo dentro, sia- mo nomadi. Puoi essere un broker di Wall Street, una persona che non ha mai avuto un lavoro, una madre single o un padre di dieci figli: tutti potreb- bero finire sulla strada. Nel film incontriamo Fern dopo il suo primo anno vissuto in questo modo, e scopriamo che cosa attraversa seguendola da vicino».

Come ha convinto dei veri senza tetto a girare il f ilm? «L’ho semplicemente chiesto. La prima risposta è stata “Perché? Non sono una star del cinema”. Ma quando aiuti le persone a sentirsi al sicuro, accetta- no. E il legame intenso con Frances, ha aiutato molto gli altri ad aprirsi e a lavorare con noi».

Che cosa l’ha colpita di più di Frances McDormand? «Vive davvero la vita che desidera, in questo mo- mento potrebbe essere nel deserto, per quanto ne so. Osservare il mondo attraverso i suoi occhi è stato un privilegio. Lei è un’attrice grandissima».

(…continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 29 aprile 2020

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Omar Sy: «Il mio Lupin è l’eroe degli invisibili».

15 martedì Giu 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Miti, Netflix, Personaggi, Senza categoria

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Cannes film festival, interviste illuminanti, ladro gentiluomo, Ludivine Sagnier, Omar Sy, Quasi amici, Serie tv, Spike Lee

Crescere con la pelle nera nella periferia francese. Sentire gli sguardi degli altri addosso. Insegnare ai suoi figli che è l’amore a rendere uguali gli esseri umani. L’attore Omar Sy torna in tv con la seconda serie sul ladro gentiluomo e racconta a Grazia che cosa lo lega a un personaggio divenuto un simbolo per chi si sente escluso

di CRISTIANA ALLIEVI

L’ATTORE FRANCESE OMAR SY, 43 ANNI, DALL’11 GIUGNO È SU NETFLIX CON LA SECONDA STAGIONE DI LUPIN.

A volte le star hanno modi molto normali di sorprendere. Omar Sy, attore e comico francese di origini senegalesi e mauritane, 43 anni, lo fa parlandomi del suo thiebu dieune. Se vi state chiedendo di cosa si tratti, l’ho fatto anche io prima di scoprire un piatto amatissimo della cucina senegalese. Subito dopo passa a raccontarmi della moglie, Helene, con cui vive da vent’anni e condivide ben cinque figli. Parlare di famiglia con lui è molto naturale, sta al centro della sua vita e anche della trama di Lupin, la serie tv Netflix di cui è l’interprete. La rivisitazione della storia del ladro gentiluomo è un grande successo della scorsa stagione e dall’11 giugno sono in onda i nuovi episodi. Me lo racconta direttamente dal sud della Francia, da una stanza della sua casa. «Nella prima stagione avevamo scherzato», racconta, «con la seconda le cose si fanno serie».  Come serio sarebbe stato il suo destino, se fosse finito in fabbrica come suo padre, un senegalese migrato in Francia che ha lavorato tutta la vita come operaio. Invece Omar, il quarto di otto figli, accompagna un amico a fare un provino in radio, con il risultato che li prendono entrambi. Dalla radio a Canal +, finché dieci anni fa esatti Quasi amici, uno dei più grandi successi della storia del cinema francese, gli apre le porte di Hollywood grazie al personaggio di Driss, il badante che assisteva l’aristocratico tetraplegico interpretato da Francois Cluzet. Quindi i grandi blockbuster, come X Men, Jurassic World e Il codice da Vinci. Non meraviglia che oggi sia al centro di un altro successo mondiale.

Che differenza c’è fra il successo avuto con Quasi amici e quello che sta avendo con Lupin? «La differenza è che sono più vecchio, e con questo intendo anche che ho più esperienza. Dieci anni fa Quasi amici (pronuncia il titolo in italiano, ndr) mi aveva preso alla sprovvista.  Era stato scritto per me, mentre sono stato più coinvolto nel processo di sviluppo di questa serie, e forse ero anche più preparato».

Guardare al passato è una sua abitudine?  «Non lo faccio mai, è il modo migliore per farsi male. Cerco sempre di vivere il momento presente e di fare il meglio che posso. Voltarti indietro a considerare quello che è stato è qualcosa che fai quando ti fermi, e io mi sto ancora muovendo, non voglio sprecare tempo».

Quando ha sentito arrivare il grande momento, quando tutto cambia per sempre? «Non è mai semplice individuare quel punto. Vedo la vita come un passo dopo l’altro, niente succede all’improvviso. Ho sempre avuto la sensazione di procedere perché quello era ciò che volevo. Tutt’oggi sto ancora  muovendomi nella mia avventura, non sono a un punto in cui dire “ecco, questo è quanto”. E mi piace questo continuare a progredire».

Quest’anno il regista afroamericano Spike Lee sarà presidente di giuria al festival di Cannes. Vi conosce di persona? «L’ho incontrato a Los Angeles in un momento favoloso della mia vita. I suoi film sono stati fondamentali per noi neri, ci hanno aperto la mente e fatto pensare in modo diverso. Perché crescendo in Francia non sai cosa significa essere un nero in altri paesi del mondo, come gli Usa. E con film come Malcom X abbiamo imparato molto anche su cosa è successo nel passato».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 10/6/2021

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Dane DeHaan, «Osare per crescere»

11 mercoledì Mar 2020

Posted by Cristiana Allievi in Senza categoria

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di Cristiana Allievi

Con l’attore Dane DeHaan durante l’intervista per GQ Italia.

Ricordo la prima volta che l’ho notato. Era biondo, conturbante e seduceva Allen Ginsberg. Con queste immagini, dal Sundance di un freddo gennaio di sette anni fa, il suo nome ha fatto il giro del mondo grazie a Giovani ribelli, Kill your darlings. In realtà si era già capito di che stoffa era fatto in altri due film, rispettivamente accanto a Ryan Gosling e a Colin Firth. Ma nella storia dei poeti della Beat generation qualcosa, nei suoi occhi, era diverso, e mi è rimasto impresso. Ovvio che da lì in avanti non l’ho più perso di vista. Intervistarlo per la serie originale di Sky, ZeroZeroZero, è stato un onore e mi ha fatto capire cosa lo rende unico. È strano a dirsi, perché in un’intervista non sai che domande ti faranno, eppure lui è arrivato molto preparato, focalizzato, calmo. Le sorprese? Sentirlo citare la Bhagavad Gita, parlare dei Millennials e riflettere su cosa significa “essere presenti”, soprattutto vederlo concedersi fino all’ultimo momento. Il risultato è un’intervista profonda e per certi versi inaspettata, in cui il 34 enne Dane ci trasporta oltre lo schermo e ci fa capire di che sostanza è fatta la sua anima. E di conseguenza la sua bravura sullo schermo.

Dane DeHaan mentre mi racconta le sue passioni, artistiche e non.

L’intervista integrale è sul numero di GQ Marzo 2020, puoi leggerne una parte qui

Timothée Chalamet: «È l’unica ragazza per me».

05 martedì Nov 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi, Senza categoria

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attori, Beautiful Boy, Chiamami col tuo nome, il re, Lady Bird, Lily-Rose Depp, thimothèe Chalamet, Venezia 2019

AL CINEMA INTERPRETA SEMPRE RAGAZZI TORMENTATI E AFFASCINANTI. STAVOLTA VEDREMO TIMOTHÉE CHALAMET NEL RUOLO DI UN PRINCIPE RIBELLE E DONNAIOLO CHE DEVE CRESCERE IN FRETTA. E ACCANTO A LUI TROVERÀ PROPRIO LILY-ROSE DEPP, LA SUA VERA FIDANZATA

di Cristiana Allievi

Thimothée Chalamet sul red carpet di Venezia 2019 in Haider Ackermann.

Il mio nome si pronuncia Timo – tay, con la “a”, ma è un po’ antipatico precisarlo, ne sono consapevole, quindi di solito non lo faccio notare». Precisazioni a parte, si coglie dall’accento che Timothée Chalamet è ancora sotto l’influenza del duro lavoro fatto per Il re, dal 1° novembre su Netflix. Per il film di David Michod che lo ha visto protagonista dei tappeti rossi all’ul- tima Mostra del Cinema di Venezia insieme con la fidanzata, l’attrice Lily-Rose Depp, Chalamet ha dovuto piegare il suo americano facendolo diven- tare più british, e inventarsi un nuovo modello di autorevolezza maschile. Nel film interpreta il prota- gonista, il giovane Hal, principe ribelle e donnaiolo che vive tra il popolo e detesta il padre sovrano. Ma quando si tratterà di succedergli sfodererà una grinta inattesa, regnando sull’Inghilterra dal 1413 al 1422 e diventando uno dei più popolari sovrani del Medioevo: Enrico V. Con Chiamami col tuo nome, prima nomination agli Oscar, Lady Bird e Beautiful Boy, l’attore franco- statunitense ha totalizzato ottimi film che farebbero invidia a chi oggi ha il doppio dei suoi 23 anni. Eppure «il sogno di un attore è recitare la parte di un re, andare a cavallo e brandire una spada», dice lui, «e con questo Enrico V mi sono tolto una grande soddisfazione».

Enrico V è un uomo che le piace?

«È un uomo solo. Come dico nel film: “Un re non ha amici, ha solo seguaci”. Bisogna fare un salto indietro, tornare alla sua epoca per capire che cosa contava per le persone, che cosa poteva ispirare un giovane a quei tempi, qual era il linguaggio del coraggio, il senso dell’onore, l’orgoglio naziona- listico. Interpretare un uomo come lui è stato un super regalo».

Perché?

«È un personaggio molto complesso, io mi sono concentrato sull’esplorazione della sua lotta inte- riore, sullo stress causato dal non essere ascoltato. Soprattutto su che cosa può significare attraversare tutto questo in giovane età».

Il taglio di capelli ha avuto un impatto virale sui social, l’hanno addirittura paragonata a Marlon Brando.
«È stato scioccante, ma inevitabile, non mi è piaciu- to per niente, ma poi mi sono abituato. Quel taglio era importante perché è il look di quel periodo e soprattutto perché segna il passaggio da ragazzo a uomo, dal correre dietro alle ragazze al camminare verso l’altare per l’incoronazione».

(continua….)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 31 Ottobre

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Cristiana Allievi, è il mio compleanno

23 sabato Mar 2019

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compleanno, Cristiana Allievi, vita

Io, a un anno.

Cercavo una foto da bambina, per festeggiare il mio compleanno. La prima che è saltata fuori è questa, avevo un anno. Guardarla mi fa felice perché non mi sento molto diversa da allora. Ho molto vissuto, a volte in modo anche pericoloso. Tante vite in una, e non solo questa. Eppure includendo le esperienze dolorose, il mio sguardo non è cambiato da quello di questa bambina. Solo che per lei non esisteva il concetto di “vita”. Per me adulta, invece, questo dono è straordinario, anche se a volte lo dimentico e lo do per scontato. Ecco, mentre scrivo scopro di voler parlare della vita, pensa un po’. Ho capito che vissuta così, tanto per vivere, non è una gran cosa, anzi per certi aspetti è una fatica. Ci sono le bollette da pagare, le riunioni di condominio, le dichiarazioni dei redditi, la macchina che non parte, le liti col marito, la crisi dell’editoria, il razzismo, il pianeta che va a rotoli. Questa è la vita come mi sembra vista da fuori. Ma con un altro occhio è quello straordinario fenomeno per cui, momento dopo momento, posso essere il massimo di me stessa, bellezza, verità, consapevolezza… Solo parole? Affatto. È uno stato di cui tutti possiamo fare esperienza, a me è capitato grazie alla meditazione, e questo è un capitolo vasto che aprirò un’altra volta.

Non pensavo di dire queste parole, nemmeno quelle che seguono, ma un senso ci sarà. A 11 anni un caporedattore ha chiamato mia madre e le ha chiesto l’autorizzazione a pubblicare un mio tema su Amica. Erano venuti nella mia scuola a cercare ispirazione, chiedendo alle insegnanti di farci scrivere qualcosa e poi di consegnare i temi al giornale. Non ricordo niente del tema, solo di mia madre che mi ha detto “Cristiana, vogliono pubblicare il tuo tema…”. Non credo che la parola pubblicare avesse avuto un impatto, nemmeno ricordo di averle risposto. Dell’idea di scrivere, dentro di me, non c’era nemmeno l’ombra. C’era quella di viaggiare, quella sì, un fatto di famiglia. E oggi sono sicura che viaggiare porti a scrivere: basta sedermi sul sedile di un treno, meglio di un aereo, e le immagini partono da sole. È un fatto del cervello e secondo me è collegato anche all’anima. Fatto sta che mi sono ritrovata a viaggiare e a scrivere, a 23 anni, bla bla, quella dell’inizio del giornalismo è un’altra epopea e chi lo sa, magari un giorno la racconterò. Faccio un balzo a oggi, 23 marzo 2019. Scendo in edicola e compro D con La Repubblica. Apro il giornale e sento una commozione molto forte. A pagine 53, c’è un servizio, si chiama Prime visioni. Porta la mia firma ed è dedicato alle donne dell’industria del cinema. Donne con una visione forte, che sicuramente nella vita hanno dovuto attraversare molte cose, per farsi largo (sì, anche fra tanti uomini). Per molti motivi, questo articolo porta aria di primavera. E io mi sento fiera di sostenere una visibilità al femminile. Non per un fatto di sessismo, ma perché so che le donne portano una visione di cui questo pianeta ha tremendamente bisogno. Una visione che ha bisogno di spazio e di essere riconosciuta, specialmente nel mondo occidentale. A quel punto ci saranno più fiducia, più inclusione, più arte e più bellezza. E anche le donne al potere potranno fidarsi del proprio modo. Di essere.

Forza Messico, parola di Marina de Tavira

13 giovedì Dic 2018

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Alfonso Cuaron, amternità, cinema, divorzio, interviste illuminanti, Marina de Tavira, Messico, Roma, storia

 

MV5BMTc5NDA5Njk1NV5BMl5BanBnXkFtZTgwMjI5MTIxNjM@._V1_SY1000_SX800_AL_.jpg«Sono nata agli inizi degli anni Settanta, mia madre ha divorziato da mio padre quando avevo 10 anni. Ricordo che per lei è stata molto dura vivere in un periodo e in un paese che l’hanno fatta sentire in colpa, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato». Le coincidenze non esistono, e si scopre subito. Marina del Tavira è l’interprete di una storia di famiglia ambientata nel 1971, nella colonia messicana di Roma, da cui prende nome il film che è il racconto più personale mai portato su uno schermo dal regista premio Oscar Alfonso Cuaron. Con la meraviglia del suo bianco e nero, l’accuratezza della storia e il crescendo emotivo in cui coinvolge lo spettatore, gli è valso il Leone D’oro all’ultimo festival di Venezia, e sarà dal 14 dicembre su Netflix e in molte sale italiane. Subito dopo averci portato nello spazio epico di Gravity, ma pensando a questa storia già da 15 anni, Cuaron ripercorre le vicende della sua vera famiglia che lotta per restare unita e ha la straordinaria abilità di trasformarla nella metafora della transizione di una nazione intera, il Messico. Quindi mentre fra le mura domestiche una madre è distrutta per i tradimenti e l’abbandono del marito, con quattro figli da tirare su,  fuori dalla porta ci sono le dimostrazioni studentesche a favore della democrazia che culminano nel massacro del Corpus Christi, con un gruppo di paramilitari supportati dal governo che ammazza 120 dimostranti. Cuaron è tornato nella sua vera casa, dopo trent’anni, ha messo insieme una troupe esclusivamente messicana e fatto casting per la strada per trovare i suoi attori. Fra cui c’è Yalitza Aparicio, Cleo nel film, la domestica che lo ha davvero cresciuto nel quartiere borghese (quello del titolo del film) e che risulta essere la forza che ha tenuto insieme la sua famiglia e sostenuto la madre Sofia. «Non importa quello che ti dicono, siamo sempre sole», è la frase centrale e forse la più rappresentativa di questa storia al femminile, e a pronunciarla è la madre Sofia, rivolta alla domestica Cleo. «Sapevo che il mio personaggio era molto personale per Alfonso, trattandosi di sua madre e della loro vera vita di famiglia», racconta in un hotel sul lungomare del Lido di Venezia. Vestita con un abito di tulle scuro, è minuta e bella.

(continua…) 

Intervista pubblicata su D la Repubblica dell’8 dicembre 2018

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Vanessa Paradis: «Un po’ di follia è il mio regalo di nozze».

08 venerdì Giu 2018

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Cannes, Chanel, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Grazia, Knife+Heart, Vanessa Paradis

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L’attrice francese Vanessa Paradis, 45 anni, star 71° Festival di Cannes con un film in concorso, Knife + Heart.

LA SEPARAZIONE DALL’ATTORE JOHNNY DEPP È IL PASSATO REMOTO. ORA L’ATTRICE E CANTANTE FRANCESE È TORNATA SOTTO I RIFLETTORI E HA VOGLIA DI FAR PARLARE DI SE’: CON UN NUOVO THRILLER A BASE DI SESSO E IL PRIMO MATRIMONIO DELLA SUA VITA

L’appuntamento è nella suite Chanel dell’hotel Majestic sulla Croisette. Ho appena visto Knife + Heart, di Yann Gonzales, il film passato in Concorso all’ultimo festival di Cannes di cui è protagonista e che a fine giugno sarà nelle sale di tutta la Francia. È il ritorno di Vanessa Paradis dopo un periodo di assenza dallo schermo, alla vigilia di un evento speciale: in luglio si sposerà (per la prima volta) con il regista e sceneggiatore francese Samuel Benchetrit, in una cerimonia per pochi intimi sull’isola di Ré, Francia. Per la ex signora Depp è il primo sì della vita: lei e Johnny non si sono mai sposati, nonostante due figli insieme, Lily-Rose e John. Dopo 14 anni di vita insieme, sei anni fa si sono separati bruscamente, quando il Pirata dei Caraibi, in piena crisi di mezza età, è stato travolto dalla passione per Amber Heard, vent’anni meno di lui. Come poi sia andata a finire (male), è storia nota. Difficile ignorare tutto questo, mi dico. Ma Vanessa è in ritardo, ho tempo per riordinare i pensieri. A 14 anni, con il tormentone Joe le taxi, Vanessa è finita al n. 1 delle classifiche francesi (ma anche al n.3 in Uk e al n. 4 in Italia). Poi ha cantato con artisti come Lenny Kravitz, con cui è stata fidanzata, e Serge Gainsbourg, che le ha scritto il secondo disco. E Be my baby, canticchiata un milione di volte, è una sua hit. «Mi scuso moltissimo per il ritardo», dice in modo diretto e sincero sapendo che la aspetto da 30 minuti. «La mia vita è un frullatore, e ogni volta che vengo a Cannes è un’avventura molto intensa, ormai l’ho capito». Indossa una camicia kimono di seta bianca a fiori, con il bordo color giallo intenso, portata sui jeans. Si accende una sigaretta, mi da subito l’impressione di essere una donna femminile e molto forte. «Ha visto il film? Spero non alle 8 del mattino…». Il motivo della preoccupazione è la trama di “un coltello nel cuore” (questa la traduzione del titolo originale francese), che la vede nel ruolo di una produttrice di film porno gay negli anni Settanta. Lesbica, bionda platinata, e soprattutto distrutta per la fine dell’amore con la sua editor e amante (Kate Moran), cerca di riconquistarla girando il suo film più ambizioso. Ma i suoi attori vengono uccisi uno dopo l’altro, e la sua vita è messa sotto sopra.

In Knife+heart ha ruolo a dir poco sorprendente. «Lo so, è un film folle. È stato un grande regalo per me. Quando fai cinema vuoi essere trasportata lontano da te stessa. Un personaggio con cui posso giocare è una gioia, per questo motivo non ho mai dubitato della mia eroina underground, che è ispirata alla figura di una regista veramente esistita. Ma so che tutti sono stupiti dalla mia scelta».

Si è chiesta perché tanta meraviglia? «Credo che non lo sarebbero se avessi accettato il ruolo di una serial killer, o di una zombie. Ma qui si tocca la sessualità, e peggio ancora l’omosessualità fra persone ai margini, tutte cose che in fondo si pensa non dovrebbero esistere».

Lei fa spesso scelte provocatorie. Il suo secondo disco, Variations sur le meme t’aime, lo aveva scritto il cantautore più dannato di Francia, Serge Gainsbourg.  «Amo le persone, amo viaggiare e amo la vita. Sono irresistibilmente attratta da chi non ha il mio background, mi piace la diversità».

Diversi ma il top, considerato che ha lavorato con icone  come Alain Delon e Jean Paul Belmondo ed è ambasciatrice della maison da quasi tre decadi. «Sono stata molto fortunata, molti eventi del mio lavoro dipendono dal desiderio altrui. Altre attrici provocano le cose, acquistano i diritti di un libro, scrivono una sceneggiatura, io non sono così. Il film con Delon è arrivato perché Patrice Lecomte voleva dirigerlo, e poi ha scelto me».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 25 del 7/6/2018

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Matteo Garrone e il suo Dogman, un film da Palma d’oro

23 mercoledì Mag 2018

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cinema, Cristiana Allievi, Dogman, Edoardo Pesce, Festival di Cannes, Marcello Fonte, Matteo Garrone

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Marcello Fonte in Dogman, il film per cui ha vinto il premio come miglior attore protagonista all’ultimo festival di Cannes. 

Un lavoro classico e potente, che finisce dritto nella rosa dei potenziali vincitori della Palma D’Oro

Anticipato da un tappeto rosso che ha visto sfilare anche Nicoletta Braschi e Roberto Benigni, e concluso con una standing ovation di 10 minuti (ripetutasi all’ingresso del regista e del cast in sala stampa), il film apre con un primo piano sui denti di un cane feroce che viene placato e lavato dal mite protagonista. Una scena che racchiude l’essenza della storia che vedremo, quella di un uomo che deve sopravvivere in una periferia popolata da belve, che non sono, però, gli animali di cui si occupa per professione e a cui allude il titolo, ma i consimili che lo circondano.

Marcello è un uomo di piccola statura che porta avanti un salone di toelettature per cani, faticosamente messo in piedi in una periferia malfamata, un luogo che sembra un po’ un asfissiante e che il regista ha trovato (di nuovo) in un angolo disabitato di Castelvolturno. La vita del protagonista è semplice e scandita dalla passione con cui cura e pulisce gli animali – cuccioli e cani adulti dalle razze e dalle taglie più svariate che arrivano nel suo negozio -, l’amore profondo che lo lega a sua figlia Alida e la vita squallida del luogo in cui domina la personalità violenta e terrorizzante di Simone, un ex pugile che tiene in pugno la zona. Gli altri abitanti del luogo, stufi dei soprusi, iniziano a mormorare che bisogna liberarsi di Simone, ma Marcello sembra non sposare la loro idea e rimanere fedele a quel piccolo mostro che gli è famigliare da sempre.

«Come è capitato spesso nei miei film, anche all’origine di Dogman c’è una suggestione visiva, un’immagine, un ribaltamento di prospettiva: quella di alcuni cani, chiusi in gabbia, che assistono come testimoni all’esplodere della bestialità umana. Un’immagine che risale a 13 anni fa, quando per la prima volta ho pensato di girare questo film», racconta il regista romano, classe ’68, amatissimo a Cannes.
Era stato sulla Croisette nel 2002 con L’imbalsamatore, nella sezione Quinzaine, poi per la prima volta in Concorso con Gomorra, nel 2008, con cui vinse il Gran Prix, e di nuovo nel 2012 e nel 2015, con Reality e Il racconto dei Racconti.

«La storia è cambiata molto negli anni, insieme a noi, e siamo arrivati a fare questo film e a raccontare Marcello, ampliando molto la storia e dandole un senso più profondo e umano. Il protagonista resta incastrato dentro meccanismi di violenza, dentro un incubo, e riesce fino alla fine, al suo meglio, a non trasformarsi in un mostro ma a rimanere in qualche modo una vittima della macchina. È molto naif, innocente, e la sua umanità è la forza del film».

Dogman non è soltanto un film di vendetta, insiste Garrone, a cui in piena conferenza stampa squilla il cellulare («non sono fortissimo con la tecnologia, pensavo di aver messo la modalità aerea»), anche se la vendetta gioca un ruolo importante, così come non è soltanto una variazione sul tema (eterno) della lotta tra il debole e il forte. «È invece un film che, seppure attraverso una storia estrema, ci mette di fronte a qualcosa che ci riguarda tutti: le conseguenze delle scelte che facciamo quotidianamente per sopravvivere».

Gli attori sono di una bravura straordinaria. Il protagonista, Marcello Fonte, ha «il volto antico che sembra arrivare da un’Italia che sta scomparendo», dice Garrone, che si sta preparando a girare Pinocchio con Toni Servillo. «Mi ha sempre ricollegato molto a uno dei miei grandi miti del passato, Baxter Keaton, è riuscito a portare al film, soprattutto nella prima parte, momenti di comicità. Quindi un personaggio che abbiamo completamente reinventato rispetto al fatto di cronaca, che è stato molto cruento, soprattutto per quanto riguarda la tortura».

Le vicende del film sono liberamente ispirate ai fatti del 16 febbraio 1988, quando Pietro De Negri, il “Canaro della Magliana”, uccise brutalmente l’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci, dopo averlo rinchiuso in una gabbia per cani. Ma come sempre accade, Garrone allarga lo sguardo rispetto all’ispirazione da cui parte e la trasforma in una metafora universale, in questo caso della perdita dell’innocenza.
Edoardo Pesce è quasi irriconoscibile, trasfigurato dalla cattiveria. E accanto a lui Marcello diventa ancora più significativo, con il suo incarnare una forma di innocenza in grado di “reggere” la brutalità dell’antagonista. Finché non accade qualcosa che va oltre il sopportabile: a quel punto Marcello avrà un’idea che lo spettatore (che non conosce i fatti di cronaca) non si aspetterebbe.
A questa storia che, alla fine, mostra un mondo gelido che rimane sempre uguale, addirittura quasi indifferente, danno un tocco straordinario le luci e la fotografia a cui ha lavorato il danese Nicolaj Bruel.

Articolo pubblicato su GQ.it

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Redford fa ancora riflettere, con Le nostre anime di notte

04 mercoledì Ott 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi, Senza categoria, Televisione

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Cristiana Allievi, film romantici, icone, Jane Fonda, Le nostre anime di notte, Netflix, riflessioni, Robert Redford, Sundance

Punto numero uno: viene da chiedersi, di nuovo, come fa? Già, come fa a essere l’icona leggera e insieme profonda e politica che è? Anche con il film romantico in onda su Netflix?

È sempre stato un guru dei film “impegnati”. Lealtà verso un ideale. Critica intelligente del sistema. Strenua difesa delle libertà (leggi democrazia), questo sa fare Robert Redford, e per questo da sempre incarna il volto buono dell’America. E i colleghi che hanno lo stesso obiettivo glielo riconoscono, primo fra tutti George Clooney.

Ora, se tutto questo è molto chiaro, resta più difficile da spiegare quell’aura da icona che nemmeno a 81 anni gli scivola via di dosso. All’ultima mostra d’arte cinematografica di Venezia, dove ha presentato con la sua amica di vecchia data Jane Fonda Le nostre anime di notte, in onda su Netflix, la sua luce ha oscurato la presenza di tanti colleghi con meno della metà dei suoi anni.

“Come fa?”, viene da chiedersi
Come fa a togliersi la giacca e restare in t-shirt, senza sfigurare, nonostante non abbia mai puntato sul fisico? «Non mi sono mai visto particolarmente bello. Così come non credo di essermi apprezzato come attore per un lunghissimo periodo di tempo», racconta a sorpresa.

«Sono sempre stato tremendamente esigente con me stesso, forse troppo».

Forse la bellezza, mista a molto talento e anche a una certa distrazione da se stesso, rende un uomo davvero un’icona.
Se poi si pensa che ha sempre puntato il dito su tutto ciò che del suo paese non gli piace, vedi alle voci Tutti gli uomini del Presidente, I tre giorni del condor, Leoni per Agnelli solo per citarne alcuni, il resto è fatto.

L’arte di andare al cuore delle cose con semplicità
Se la politica, con le sue bugie, i media e l’istruzione sono gli highlights della sua arte, quando si passa ai sentimenti Redford mantiene la stessa semplicità e incisività.

Basta guardare l’ultimo film, tratto dal romanzo di Kent Haruf, di cui è produttore e coprotagonista con Jane Fonda, amica e collega con cui ha girato quattro pellicole e con cui – prima volta nella storia del festival che accade a una coppia- ha vinto il Leone alla carriera. «Nel 1965 ci siamo incontrati per La caccia, da quel momento le cose sono sempre state facili tra noi. Volevo lavorare ancora con Jane prima di morire, ho scelto questa storia perché funzionava bene per la nostra età».

Le nostre anime di notte, dalla sceneggiatura molto semplice, racconta due persone della terza età che cercano ancora un’intimità, nonostante il mondo intorno a loro non pensi che questo sia giusto. Un film che scalda il cuore e in cui Redford ha mostrato tutte le sue passioni, dalle passeggiate nella natura alla pesca alla pittura.

Il naso per la politica
Nato a Santa Monica, figlio di un lattaio, da ragazzo era una vera testa calda. A scuola non riusciva a stare, e le grandi perdite della sua vita non lo hanno certo aiutato: prima lo zio con cui era cresciuto, poi la madre, e a ruota il primo figlio, trovato morto nella culla. Si definisce un pessimo studente, ma le cose sono cambiate quando ha lasciato l’Università del Colorado per venire a studiare all’Istituto d’arte Firenze, per poi passare all’Ecole des Beaux Arts di Parigi.
Con il suo Sundance Institute ha cambiato il corso del cinema americano, e da tutta la vita incarna lo stereotipo del vincente che non usa l’aggressività. «Credo che nel mondo farebbe una differenza se ci fossero più donne in politica. Tutto il sistema ha bisogno di avere più donne, e mi riferisco a ciò che possono portare in termini di valore aggiunto. La compassione in grado di dare la vita a un figlio, sapere come nutrirlo, abbiamo più bisogno di queste qualità che di qualcuno che vada in guerra, specie quando non sa cosa sta facendo».
E visto che questo pianeta finirà nelle mani delle nuove generazioni, gli interessa suscitare in loro una domanda. «“Io cosa scelgo di fare”? Quando ero studente mi hanno espulso dalla scuola, quindi mi interessa sempre mettermi dall’altra parte, anche da regista».

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Dai rischi del divismo al circolo vizioso del business
E dei nuovi maschi di Hollywood, cosa pensa? «I tempi sono molto cambiati, e con loro l’industria cinematografica. Gli attori più giovani non possono non essere influenzati dal ruolo di internet, della tv, dalla miriade di informazioni e dagli altrettanti canali che le distribuiscono. Sono completamente concentrati su di sè, hanno interi staff con il trainer, lo psichiatra, molta gente intorno. Voglio dire che sono più attenti alla cura dell’immagine, il lavoro rischia di diventare un fatto di marketing». Quando ha iniziato lui, i giochi erano diversi. «e penso a quando ho recitato in Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid, 1969, ndr) non ricordo di aver neppure parlato del film, è semplicemente uscito nelle sale. Adesso i giovani sottostanno alle leggi di mercato, sono spinti a vendersi a livello commerciale, sono invischiati nel circolo vizioso del business». E del carisma cosa pensa? «Non saprei cosa dire, non vorrei sembrare naif. So cosa mi ha detto la gente in tutti questi anni, ma non so se ci ho mai creduto. Il carisma viene da chi sei, da quello che tiri fuori di te come artista, e va al di là del personaggio».
I tempi sono cinici, si sa, e quando è così nè commedie né film romantici fioriscono. «Basta guardare in che cultura ci troviamo, cosa fanno i media. C’è così tanta disonestà che le persone giovani non hanno nulla a cui guardare, questo riflette la mancanza di una leadership morale. Non c’è rispetto, non c’è integrità nel comportamento, solo l’idea “dammi qualcosa di facile e veloce”. La commedia è spesso così, una soddisfazione facile e veloce. Noi abbiamo fatto una scelta diversa, ci interessava qualcosa di sofisticato.

Il sapore, anzi il gusto, della Libertà
Libertà è fare un film come quello appena fatto, è la libertà che mi piace in quanto artista. Poi c’è la libertà di dire quello che penso. E poi… Mi piace ritirarmi dal mondo, andare in un posto dove c’è solo natura, e cavalcare per miglia, vedere solo cielo, alberi, montagne. Posso farlo nella mia tenuta, è una libertà molto speciale…».

Articolo pubblicato su GQ Italia

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Sea Sorrow, Vanessa Redgrave regista tra gli immigrati

18 giovedì Mag 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Miti, Senza categoria

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Cannes2017, cinema, Cristiana Allievi, GQ.it, rifugiati, Sea Sorrow, Vanessa Redgrave

La festa per il settantesimo compleanno del festival di cinema più importante del mondo è iniziata sotto un sole insolitamente caldo ma la fredda accoglienza di Les Fantomes D’Ismael, di Arnaud Desplechin, che ha fatto da apripista. Degno di nota nella giornata inziale è stato invece il film passato fuori concorso che segna l’esordio alla regia di Vanessa Redgrave, Sea Sorrow.

74 minuti di documentario sulla crisi dei rifugiati (tema che quest’anno tornerà, per esempio in Happy End di Michael Haneke) di cui il figlio della Redgrave, Carlo Nero, è produttore, che colpiscono al cuore per la loro sincerità e coraggio. Siamo lontani dall’estetica che regala un effetto raggelante din Fuocoammare di Rosi, ma la semplicità della regia di questa attrice veterana e attivista politica, che si mette in prima persona davanti alla camera e dialoga con gli spettatori, parlando di sua figlia e mostrandone i disegni, è da vedere più come forza del film, che come limite.

Si parte con interviste a due uomini con due occhi scuri che trafiggono, uno arrivato dall’Afganistan e l’altro dalla Guinea. Entrambi raccontano nei dettagli il loro viaggio da incubo fino in Italia. L’attrice ottantenne parla poi della Dichiarazione universale dei Diritti umani, prima di spostarsi su immagini durissime: la telecamera puntano un barcone e quello che succede tra le urla di chi implora di essere raccolto e trasportato in un’altra vita. Il focus si sposta sui bambini e sulle loro madri, con un reportage molto forte dal caotico “Jungle camp” a Calais, in cui vengono letteralmente abbandonati a se stessi, senza alcuna assistenza. Una battuta dell’attrice inglese riassume la situazione: “mi sento tornata a Riccardo III, è terrificante quello che ho visto”.

SeaSorrow2.jpg

L’attrice e regista Vanessa Redgrave, 80 anni.

A questo punto il film inizia un ping pong tra passato e presente in cui vari personaggi raccontano la loro esperienza di “rifugiati”, rafforzata da riflessione sull’importanza dei diritti umani. La Redgrave racconta la propria storia personale di bambina evacuata da Londra, durante la seconda guerra mondiale, per scappare alle bombe tedesche. Più avanti negli anni, quella di volontaria per aiutare gli ungheresi scappati dagli orrori sovietici. Un modo per continuare a sottolineare che quello dei rifugiati è un probelma antico. Subito dopo c’è Alf Dubs, un politico britannico molto attivo nella Camera di Lord che da tempo ispira molti a occuparsi di aiutare i bambini, lui che a sua volta è fuggito dall’occupazione nazista. Anche Ralph Fiennes, Emma Thompson e Simon Coates danno il loro contributo con scene uniche per i rifugiati, Fiennes è impegnato anche in una scena da La tempesta di Shakespeare, nella parte di Prospero.

Un ulteriore tocco al lavoro lo da la testimonianza di Martin Sherman, drammaturgo, a cui spetta il compito di sottolineare argutamente lo stato di shock in cui si trovano le migliaia di persone che scappano dalle bombe della Siria, dell’Afganistan o dell’Africa per affrontano un viaggio terribile. È l’adreanlina a guidarli attraverso un incubo, ma li sostiene solo fino al momento in cui si fermano: da lì in avanti si ritrovano in un campo profughi, con il mondo che gli crolla addosso e lo shock che sale nel corpo.

Insomma, è una materia talmente significativa quella che la Redgrave propone in Sea Sorrow, da farsi perdonare qualche ingenuità di regia.

Pubblicato su GQITALIA.it

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