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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi della categoria: Personaggi

Guillaume Canet: «Ho superato i traumi e sconfitto i sensi di colpa»

22 mercoledì Lug 2020

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Personaggi

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cinema, Edouard Bergeon, F magazine, Guillaume Canet, interviste illuminanti, Marion Cotillard, Movies Inspired, Nel nome della terra, piccole bugie fra amici, The beach

di Cristiana Allievi

IL SUCCESSO, IL FLOP, LA CRISI, IL RITIRO. OGGI L’ATTORE FRANCESE È TORNATO ALLA RIBALTA CON UN FILM DRAMMATICO CHE RACCONTA IL PESO DELLA GLOBALIZZAZIONE. «MI HANNO AIUTATO LA PRATICA DI DISCIPLINE ZEN E L’AMORE PER I MIEI FIGLI. PRIMA DI AVERLI NON SAPEVO DIRE “TI VOGLIO BENE”.

È sopravvissuto alla bufera che, spesso, travolge gli uomini di successo. E Guillaume Canet ne ha avuto sia come attore sia come regista, in questo caso pagando il prezzo di chi non cerca il consenso facile. Dopo aver sbancato i botteghini di Francia dietro la macchina da presa, anziché bissare sfruttando il successo  del genere commedia, l’ex marito di Diane Kruger e attuale compagno dell’attrice premio Oscar Marion Cotillard si è imbarcato in una rischiosa avventura: girare un film negli Usa, da francese, con attori hollywoodiani. Le critiche rivolte al suo Blood ties- La legge del sangue, per molti versi incomprensibili, gli hanno fatto male al punto da farlo ritirare dalle scene per un anno. Ma, trovando rifugio nella sua passione d’origine, i cavalli, ha ritrovato se stesso.  Anche per questo motivo, calarsi nelle difficoltà estreme del personaggio che interpreta in Nel nome della terra, nelle arene estive da poco, è stato un fatto molto significativo. Il film racconta la storia vera del padre de regista Edouard Bergeon: un contadino francese che si scontra con l’aggressività del mercato globalizzato e, sopraffatto dai debiti, si toglie la vita.

Il nuovo film in cui la vediamo racconta un dramma familiare, è stato difficile accettare il ruolo?  «La sceneggiatura mi ha toccato profondamente. Si tratta di una vera tragedia nel nostro paese: ogni giorno un contadino si toglie la vita perché non riesce a sopportare l’accumulo di debiti. Da cittadino francese mi sentivo onorato di affrontare un tema così delicato, ma da attore temevo il carico emotivo,  mi sembrava troppo. Così in un primo momento ho chiamato il regista e gli ho detto che declinavo l’invito».

Poi cosa è successo? «Mi ha rassicurato, dicendomi che erano passati vent’anni dai fatti realmente accaduti a suo padre, era pronto ad aprirsi. E così è stato, non mi sono ritrovato a lavorare con una persona che piangeva tutto il giorno».

Non chiedere aiuto ed essere orgogliosi sono limiti che rovinano la vita di Pierre. Cosa vi accomuna? «La passione. So cosa significa quando il lavoro che fai e gli investimenti che ti costa non interessano a nessuno. Anch’io, come Pierre,  quando mi girano le spalle e non mi permettono di fare le cose in un certo modo, mi deprimo».

Si riferisce alle critiche rivolte al suo Blood ties? «Dopo lo straordinario successo di Piccole bugie fra amici avrei potuto fare un sacco di soldi con un’altra commedia. Invece ho deciso di rischiare, ho messo tutte le mie risorse in un film in Usa, col risultato che mi hanno fatto sentire come uno che aveva ucciso qualcuno».

(continua….)

Intervista integrale rilasciata in esclusiva F Magazine del 21 Luglio

© Riproduzione riservata

Sotto il sole c’è Lorenzo (Zurzolo)

20 lunedì Lug 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Netflix, Personaggi

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Baby, D La repubblica, Film, interviste illuminanti, Lorenzo Zurzolo, Netflix, Sotto il sole di Riccione

DALLA SERIE BABY AL FILM DELL’ESTATE IN STREAMING: ARRIVA LA STAGIONE DI ZURZOLO

di Cristiana Allievi

Lorenzo Zurzolo, 20 anni, attore (photo courtesy of Netflix)

Avere 740mila follower non è un gioco da ragazzi. Ma se sei della generazione che sa come mostrarsi, come usare i social e come parlare alla stampa, tutto è possibile. Specie se finisci in una serie tv proiettata in tutto il mondo, com’è successo a lui in Baby, la storia (vera) fatta di licei e prostituzione giovanile nella Roma bene che gli ha regalato la fama internazionale. «Avevo sette anni quando mi presero al primo provino. Eravamo a  Sabaudia, con Totti. Ci ha messo 37 ciak a dire life is now, con il coach inglese che urlava. Ma è di una simpatia incredibile, e io sono romanista, è stata una delle giornate più belle del mondo e ho detto a mia madre che volevo continuare». Così è stato, con Una famiglia perfetta di Paolo Genovese, poi qualche pubblicità e spettacoli teatrali, fino alla serie tv Questo è il mio paese. «All’epoca mi fermavano per strada, ma appena finiva la serie le fan page toglievano il mio nome. Con Baby, e 190 pesi che ti seguono nel mondo, è stato diverso». Madre pierre che lo ha accompagnato nel mondo dello spettacolo, padre giornalista radio che lo vorrebbe all’Università, Lorenzo Zurzolo dall’1 luglio sarà nel film dell’estate di Netflix, Sotto il sole di Riccione. Primo, riuscitissimo, lungometraggio dei registi di videoclip YouNuts! Un colpo di genio dare a lui, con due splendidi occhi chiari, la parte del non vedente, come  affidare la colonna sonora a Tommaso Paradiso, e avere il tormentone estivo assicurato. «Fanno immagini bellissime e sono molto diretti, ti dicono le cose come le direbbe un ragazzo della mia età. Se assomiglio al personaggio di Vincenzo? Lui è sincero ma tende a tenere tutto dentro. Io preferisco parlare subito, prima che sorgano problemi».

(continua…)

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 18 luglio 2020

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Il carisma di monsieur Jean Reno

08 lunedì Giu 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, Personaggi

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attore francese, Da 5 Bloods, I fiumi di porpora, interviste illuminanti, Jean Reno, Mission Impossible, Netflix, Ronin, Spike Lee

AL CINEMA HA SEMPRE RUOLI DA CATTIVO. NON FA ECCEZIONE L’ULTIMO FILM DI SPIKE LEE. MA I SUOI BAD GUYS SONO SPECIALI: «PERCHE’ LASCIANO INTRAVEDERE UN’ANIMA»

Jean Reno in una foto di William Lacamontie (courtesy of D La Repubblica)

di Cristiana Allievi

C’è una scena di un film in cui Jean Reno è un agente di polizia a New York e storce il naso davanti alla ciambella con caffè lungo offertagli nel furgoncino di spionaggio, a pochi passi dal suo target. La fissa, poi chiede al giovane agente di turno perché non gli ha portato un croissant. Una metafora del suo rapporto con la lingua inglese: la tollera, ma preferirebbe il francese.  E nonostante viva a Manhattan, i suoi migliori amici lì sono “made in France”. Dev’essere parte costitutiva di un dna molto forte, se anche Spike Lee, per la sua prima regia firmata Netflix, che vedremo dal 12 giugno, lo ha voluto nei panni di un francese che vive in Vietnam. È Da 5 Bloods – Come  fratelli, film che senza Covid 19 avremmo visto al settantatreesimo Festival di Cannes. Il regista premio Oscar racconta la storia di quattro veterani afroamericani che hanno condiviso l’incubo del Vietnam e tornano in quei luoghi anni dopo, a cercare un tesoro sepolto all’epoca e i resti del loro capo caduto in guerra. Al ventiquattresimo minuto arriva in scena Jean Reno, l’uomo dei traffici che ha il compito di trasformare l’oro in questione in cash. E come accadeva in Godzilla  con il croissant, anche qui il suo essere francese viene subito rimarcato quando uno dei veterani gli spiega che se non fosse stato per l’esercito americano, oggi lui parlerebbe tedesco e mangerebbe crauti invece di excargot.

Ora, davanti a noi, è vestito di lino bianco, un look che ricorda quel giorno del 2006 in cui, testimone Nicolas Sarkozy, sposò la modella franco-americana Zofia Borucka, madre degli ultimi due dei suoi sei figli. Oggi come allora la famiglia si trova nel sud della Francia, meta scelta per il lockdown. «Siamo a Les Baux de Provence, in Camargue. Ci siamo trasferiti qui e siamo stati molto felici della scelta. Questo è il luogo per la famiglia e gli amici, qui facciamo l’olio e soprattutto stiamo in pace. È un luogo dove dedicarci al buon cibo e a una verità eterna. Perché come dicono, “gli alberi di ulivo sono alberi che non muoiono mai”, infatti sono i miei preferiti».

Jean Reno in effetti è una specie di ulivo del cinema.  Ha circa ottanta film all’attivo, se si escludono le serie tv e i corti, e dopo aver sbancato i botteghini a casa sua, negli Usa e persino in Italia, a 72 anni vive al ritmo di un titolo in uscita dopo l’altra.

Tratti distintivi, quello sguardo che tiene lo spettatore inchiodato allo schermo, a prescindere,  e un’abilità tutta sua nel ritrarre i tipi loschi che gli toccano in sorte, forse anche grazie a una stazza importante. Delinquenti in cui si nasconde sempre un’anima,  vedere alla voce dello spietato sicario di Leon che si ammorbidisce grazie all’incontro di una dodicenne Natalie Portman.

In Italia lo abbiamo visto di recente nell’ottimo poliziesco di Donato Carrisi, La ragazza nella nebbia, in un luogo non meglio identificato delle Alpi accanto ad Alessio Boni e Toni Servillo. Dal 12 giugno sarà in Vietnam, in un film che alterna un filone storico, con le scene di guerra, le splendide immagini d’archivio con i discorsi di Muhammad Alì e Malcom X e il volto del diciottenne Milton Olive III, eroe afro di guerra che a soli 18 anni ha perso la vita soffocando una granata. In un continuo avanti e indietro con la finzione ambientata ai giorni nostri, e  Trump che fa capolino. Spike riesce a ricordare allo spettatore le stragi e le deportazioni dei neri, che sono l’11 per cento della popolazione d’America, ma che in Vietnam schizzavano a un 30 per cento destinato sempre alle prime file, quindi alla morte. Lo fa in tono lieve, come riesce soltanto a lui, mostrando in modo arguto una lotta di tendenze nella natura umana e soprattutto l’immoralità di quella come di tutte le guerra.  «Sono un francese che vive in Vietnam, è stato facile assegnarmi quel personaggio della storia», racconta Reno. «Se mi ha detto che mi voleva perché sono francese? Non si dice una cosa simile a un attore, ma solo  “ti voglio nel mio film perché sei il migliore”». Segue fragorosa risata, con l’ammissione di non sapere se si tratta di una vicenda completamente inventata o se raccoglie pezzi di vite di persone veramente esistite «Spike insegna cinema alla New York University, io vivo in zona e mi ha chiesto di incontrarci. È un regista con un punto di vista molto forte, sa esattamente cosa vuole, lavorare con vero professionista come lui è facile. E conoscendo la sua filmografia, che difende sempre i neri in America, non mi ha sorpreso sentirmi raccontare una storia che ruota intorno a un gruppo di neri che vanno in guerra. È un modo per mostrare che i neri sono esseri umani, hanno una vita ed emozioni identiche a quelle di tutti noi».

(continua…)

Intervista integrale su D la Repubblica del 6/6/2020

© Riproduzione riservata

Alessio Vassallo, dalla Sicilia (di Camilleri) con passione

22 domenica Mar 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Letteratura, Personaggi

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Alessio VAssallo, Andrea CAmilleri, GQ, interviste illuminanti, La concessione del telefono, Rai, Sicilia

L’attore Alessio Vassallo, per la seconda volta in un film tratto da un romanzo storico di Andrea Camilleri (courtesy Man in town) .

Lo abbiamo già visto in molte serie tv (I Borgia e I Medici, fra le altre) e anche in film molto riusciti, come Viola di mare, L’ultimo re e Taranta on the road. Prima ancora, negli spot pubblicitari. Dal 23 marzo su Rai 1 Vassallo sarà il protagonista di La concessione del telefono, terzo romanzo storico di Camilleri a diventare film, diretto dal regista toscano Roan Johnson e da lui sceneggiato insieme a Camilleri stesso. Una storia ben articolata e ben interpretata (ci sono anche Fabrizio Bentivoglio, Thomas Trabacchi e Corrado Guzzanti), che racconta di Pippo Genuardi (Vassallo stesso), un commerciante di legnami dell’Ottocento che vuole mettere una linea telefonica privata in casa, e per questo scrive tre lettere a un prefetto. Da lì in avanti gli succederò di tutto, verrà accusato di cose mai fatte e dovrà uscire da strani paradossi.

(continua…)

Intervista integrale su GQ.IT

Il talento di Veerle

01 domenica Mar 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi

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Alabama Monroe, D La repubblica, Doppio sospetto, Hitchcock, interviste illuminanti, premi Magritte, Thriller, Veerle Baetens

DOPO IL SUCCESSO COME ATTRICE, LA BAETENS HA INCISO UN DISCO. POI È TORNATA SUI SET. E ORA PENSA ALLA REGIA…

di Cristiana Allievi

Veerle Baetens, 42 anni, da Alabama Monroe a Doppio Sospetto, (in sala).

I più l’hanno scoperta nella versione tatuatrice e l’hanno amata per il suo lasciarsi andare innamorandosi di un musicista di bluegrass. Le cose poi sono andate male. I due hanno perso un figlio, e a poco a poco il loro amore si è sgretolato. Succedeva in Alabama Monroe, di cui era la protagonista. Dopo quel successo Veerle Baetens ha inciso un disco ed è andata in tour. Ha persino fondato un gruppo, Dallas, con una sua amica. «Era il mio più grande sogno, ma realizzandolo ho capito che  non faceva per me. Recitare è un modo di nascondersi dietro i personaggi, di scavare nelle altre menti e psicologie. Fare musica ed essere in scena è invece un essere molto vicino a me stessa. Quando ero sul palco a cantare andava tutto bene, il dopo anche. Ma fra un concerto e l’altro per me era l’inferno», racconta Veerle Baetens,  42 anni, belga, mamma insegnante d’asilo e papà insegnante alla scuola secondaria. «Sento di avere musica dentro di me, ma non capsico cosa devo farci, mentre di fronte a una storia, so cosa manca o meno». Infatti dopo aver smesso con la musica è andata a lavorare anche in Francia, ha iniziato a scrivere, prima una serie tv, Tabula rasa, in cui recita se stessa, poi un film tutto suo. In questi giorni è al cinema con Doppio sospetto, thriller psicologico di Oliver Masset-Depasse che ha vinto 9 Magritte, gli Oscar del Belgio, di cui uno è andato a lei come miglior attrice.  La storia è quella di Alice e Céline, vicine di casa negli anni Sessanta e amiche. Finchè il figlio di Celine non vola dalla finestra, sotto gli occhi impotenti di Alice. Da lì in poi il dolore insopportabile incrina l’amicizia fra le due, e in una tipica narrativa con struttura a spirale, si scende agli inferi con tanto di finale raggelante. «L’aspetto più impegnativo del film è stato che è in francese ed è pieno di dialoghi.  Quando devi incarnare emozioni come la paura, ma specialmente la rabbia, hai la naturale tendenza a improvvisare, e farlo in una lingua che non è la tua è difficile. Come lo è stato recitare la paranoia senza esagerare, mantenendo un buon equilibrio».

(continua…)

Intervista integrale uscita su D La Repubblica del 29 febbraio 2020

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L’artigiano degli effetti speciali

29 sabato Feb 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Personaggi

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Andrea Leanza, Hammamet, Il primo re, Il racconto dei racconti, interviste illuminanti, La Repubblica, truccatori

In che modo Pierfrancesco Favino è “diventato” Bettino Craxi? E come nasce l’orco di Il racconto dei racconti? Grazie all’arte (e ai siliconi) di Andrea Leanza

di Cristiana Allievi

Andrea Leanza all’opera con la collega Federica Castelli. I due truccatori prostetici hanno trasformato Pierfrancesco Favino in Craxi Hammamet.

Dalle mani di Andrea Leanza escono veli al silicone che, montati sulla faccia di un attore, gli regalano una nuova identità. Così Pierfrancesco Favino è letteralmente diventato Bettino Craxi in Hammamet, il film di Gianni Amelio che ha fatto resuscitare il leader anni Ottanta.

Ex bambino appassionato di dinosauri, oggi il nome  di Leanza – da poco candidato di David  di Donatello per il trucco ne Il primo re – appare nei film di Sean Penn, Luca Guadagnino, Ron Howard, Marc Forster e Paul Anderson. Scultore pittore e truccatore “prostetico”, cioè specializzato in protesi,  di fatto costruisce realtà che prima non esistevano. «Ho iniziato per gioco, mi  piaceva sporcarmi le mani con paste modellabili e colori. Ho iniziato modellando ferite finte che mettevo sui miei fratellini e sugli amici, facevamo scherzi pazzeschi a scuola». Trentotto anni, padre odontotecnico e madre con un impiego alla corte dei conti, quando non è su set internazionali Andrea ha come quartier generale Saronno (Varese). Grazie a pongo e das, è cresciuto facendo esperimenti. Poi ha frequentato il liceo artistico Angelo Frattini a Varese, che quest’anno ha compiuto 50 anni, e per l’occasione poche settimane fa ha esposto una testa di zombie. Di cui è esperto, se si pensa che ha creato quelli di World War Z e Resident Evil 6. Ma è maestro anche nei geo modelli, per cui è finito a lavorare per la Geomodel di Quarto d’Antino, a Venezia, di cui è stato per anni il supervisore artistico.

Com’è riuscito a trasformare Favino in Bettino Craxi? «Con Federica Castelli, che lavora con me da quattro anni, abbiamo iniziato a studiare molti mesi prima delle riprese, partendo dalla scansione in 3D della testa dell’attore, in modo da lavorare sui volumi esatti. Quando hai protesi che sfumano sul viso dell’attore e vedi la sua pelle, devi scolpire anche i suoi pori per imitarla. In questo caso invece la testa era completamente protetta, tutto quello che si vede è scolpito da me».

Modifiche al corpo di Pierfrancesco non ne avete fatte? «Abbiamo ridotto il diametro del collo in digitale per avere la protesi più aderente su di lui, perché il gel di silicone si lascia un po’ andare: per dare un’idea, quando prendi le protesi in mano è come avere delle fettine di mortadella. Anche le labbra di Pierfrancesco erano diverse da quelle di Craxi, per avere l’effetto della bocca simile ho dovuto usare una dentiera che allargasse l’arcata. Gli abbiamo coperto anche le palpebre superiori e i lobi».

Quante protesi avete creato per Hammamet? «Sono usa e getta, servivano 9 pezzi per 39 giornate di riprese, più cinque maschere da test, più tutti gli scarti… Direi più di 500».

Amelio le ha chiesto che si vedesse l’attore o scomparisse? «Nel primo test Amelio ci ha chiesto di avvicinarci più possibile all’attore, poi si è reso conto del livello di realismo che potevamo raggiunge, e ci ha chiesto di ottenere la massima somiglianza. Al quarto tentativo abbiamo raggiunto un ottimo equilibrio fra consistenza della portesi, mobilità facciale dell’attore e somiglianza all’originale».

I limiti del suo lavoro? «Sono fisici, come la distanza fra gli occhi, o fra le narici e la bocca, elementi che non posso cambiare. Io posso solo aggiungere pezzi che non esistono per creare illusioni ottiche».

(continua…)

Intervista esclusiva pubblicata su D La Repubblica del 20 febbraio 2020

©Riproduzione riservata

Doctor Wu

15 venerdì Nov 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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cinema, Constance Wu, D La repubblica, interviste illuminanti, Jennifer Lopez, Le ragazze di Wall Street, Personaggi

HA “RISCHIATO” DI DIVENTARE LOGOPEDISTA. PER FORTUNA, CONSTANCE HA MANTENUTO FEDE ALLA SUA VOCAZIONE: DIMOSTRARE CHE LA FAMA SERVE A DARE VOCE A CHI NON NE HA

di Cristiana Allievi – Foto di Gareth Cattermole

L’attrice americana Constance Wu, 37 anniLe ragazze (courtesy Backastage).

Stava per diventare logopedista. Non si trattava di una passione, però. Era piuttosto una spinta, datale da un fidan- zato che non reputava il mestiere di attrice un’occupazione abbastanza stabile. Eppure Constance Wu a 12 anni aveva già iniziato a lavorare nel teatro locale di Richmond, dove è cresciuta, per volare a New York a 16 a studiare alla scuo- la di Lee Strasberg. E mentre piegava magliette da Gap per sbarcare il lunario, i suoi primi film passavano dal Sundan- ce. Qualche anno dopo si è trasferita a Los Angeles, dove le cose hanno iniziato a ingranare. Il grande pubblico l’ha conosciuta grazie alla serie tv asiatico-americana Fresh Off the Boat, mentre con l’interpretazione della newyorkese che va a Singapore per incontrare la famiglia del fidanzato, inCrazy & Rich, la seconda sitcom familiare mai prodotta dall’Asia, si è aggiudicata il primo Golden Globe. «Essere un’americana asiatica lo considero un privilegio», racconta dalla sua casa a Silverlake, in California, dove vive con il co- niglio Lida Rose. «Ogni artista ha una qualità precisa, che sia la faccia, la tecnica, la voce o la sensualità: qualsiasi cosa è un privilegio da riconoscere e mostrare al mondo. Ma non è un mio particolare merito aver saputo rendere l’umanità dei personaggi asiatici sullo schermo: più che altro erano scarsi i contenuti precedenti», dice con schiettezza.

L’anno scorso era entusiasta per la nomination di San- dra Oh agli Emmy, ma anche arrabbiata per il fatto che fosse stata la prima donna di origini asiatiche nominata per un ruolo da protagonista. «Credo dica qualcosa della cul- tura in cui viviamo e di quello che si pensa valga la pensa raccontare». Ora è al cinema con Le ragazze di Wall Street – Business is business, un film ispirato a un articolo di Jessica Presler intitolato “The Hustlers at Score”, truffatori al pun- teggio, uscito sul New York Times e diventato virale. Basa- to su una storia vera, racconta di un gruppo di stripper che si inventano un modo poco ortodosso per spennare ricchi clienti di Wall Street: uomini che nel film sono insignifican- ti, hanno a malapena dei nomi. «Succede perché questa sto- ria non è stata scritta per loro, cosa che accade alle donne da sempre: non avere personaggi femminili di sostanza. Credo che gli uomini cerchino di separarci perché sanno che non c’è niente di più forte e di più bello di quando siamo uni- te». Nel gruppo di spogliarelliste dirette dalla regista Lore- ne Scafaria, Wu è Destiny e fatica a mantenere se stessa e la nonna da cui vive. «È una donna che non è cresciuta con particolari privilegi, non ha avuto né assistenza sociale né l’opportunità di frequentare una buona scuola. Ma è mol- to intelligente e usa la sua posizione per fare qualcosa nella vita che persone come lei non riescono a fare. È una donna che vorrei come amica».

(…continua…)

Intervista integrale pubblicata su D La repubblica 9 NOVEMBRE 2019

© Riproduzione riservata

Timothée Chalamet: «È l’unica ragazza per me».

05 martedì Nov 2019

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi, Senza categoria

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attori, Beautiful Boy, Chiamami col tuo nome, il re, Lady Bird, Lily-Rose Depp, thimothèe Chalamet, Venezia 2019

AL CINEMA INTERPRETA SEMPRE RAGAZZI TORMENTATI E AFFASCINANTI. STAVOLTA VEDREMO TIMOTHÉE CHALAMET NEL RUOLO DI UN PRINCIPE RIBELLE E DONNAIOLO CHE DEVE CRESCERE IN FRETTA. E ACCANTO A LUI TROVERÀ PROPRIO LILY-ROSE DEPP, LA SUA VERA FIDANZATA

di Cristiana Allievi

Thimothée Chalamet sul red carpet di Venezia 2019 in Haider Ackermann.

Il mio nome si pronuncia Timo – tay, con la “a”, ma è un po’ antipatico precisarlo, ne sono consapevole, quindi di solito non lo faccio notare». Precisazioni a parte, si coglie dall’accento che Timothée Chalamet è ancora sotto l’influenza del duro lavoro fatto per Il re, dal 1° novembre su Netflix. Per il film di David Michod che lo ha visto protagonista dei tappeti rossi all’ul- tima Mostra del Cinema di Venezia insieme con la fidanzata, l’attrice Lily-Rose Depp, Chalamet ha dovuto piegare il suo americano facendolo diven- tare più british, e inventarsi un nuovo modello di autorevolezza maschile. Nel film interpreta il prota- gonista, il giovane Hal, principe ribelle e donnaiolo che vive tra il popolo e detesta il padre sovrano. Ma quando si tratterà di succedergli sfodererà una grinta inattesa, regnando sull’Inghilterra dal 1413 al 1422 e diventando uno dei più popolari sovrani del Medioevo: Enrico V. Con Chiamami col tuo nome, prima nomination agli Oscar, Lady Bird e Beautiful Boy, l’attore franco- statunitense ha totalizzato ottimi film che farebbero invidia a chi oggi ha il doppio dei suoi 23 anni. Eppure «il sogno di un attore è recitare la parte di un re, andare a cavallo e brandire una spada», dice lui, «e con questo Enrico V mi sono tolto una grande soddisfazione».

Enrico V è un uomo che le piace?

«È un uomo solo. Come dico nel film: “Un re non ha amici, ha solo seguaci”. Bisogna fare un salto indietro, tornare alla sua epoca per capire che cosa contava per le persone, che cosa poteva ispirare un giovane a quei tempi, qual era il linguaggio del coraggio, il senso dell’onore, l’orgoglio naziona- listico. Interpretare un uomo come lui è stato un super regalo».

Perché?

«È un personaggio molto complesso, io mi sono concentrato sull’esplorazione della sua lotta inte- riore, sullo stress causato dal non essere ascoltato. Soprattutto su che cosa può significare attraversare tutto questo in giovane età».

Il taglio di capelli ha avuto un impatto virale sui social, l’hanno addirittura paragonata a Marlon Brando.
«È stato scioccante, ma inevitabile, non mi è piaciu- to per niente, ma poi mi sono abituato. Quel taglio era importante perché è il look di quel periodo e soprattutto perché segna il passaggio da ragazzo a uomo, dal correre dietro alle ragazze al camminare verso l’altare per l’incoronazione».

(continua….)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 31 Ottobre

© Riproduzione riservata


Emma Thompson: «Odiarci è una perdita di tempo».

13 venerdì Set 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Personaggi

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attrice, Cabaret, Casa Howard, cinema, Emma Thompson, Kenneth Branagh, Last nigh, Oscar, Quel che resta del giorno, Teatro

SULLA BATTAGLIA FRA I SESSI HA LE IDEE CHIARE: «I MASCHI VIAGGIANO SU UN’AUTOSTRADA, NOI DONNE ABBIAMO ANCORA MONTAGNE E FIUMI DA ATTRAVERSARE». LA THOMPSON È PROTAGONISTA DI UN FILM IN CUI DA’ FILO DA TORCERE A TUTTE LE SUE COLLEGHE. E NE PARLA CON L’INTELLIGENZA TAGLIENTE CHE LA CONTRADDISTINGUE

di Cristiana Allievi

L’attrice Emma Thompson, 60 anni. Nel film E poi c’è Katherine interpreta la leggendaria conduttrice tv Katherine Newbury.

«La famiglia è il centro di tutto per me. E con famiglia intendo le connessioni, non necessariamente i legami di sangue ma un gruppo più ampio, accogliente e nutriente di persone che mettono radici insieme». Ascoltarla parlare di legami, e capire come la coinvolgono, fa capire quanto la due volte premio Oscar sia un vero asso della recitazione. No, non nella realtà: sullo schermo. Perché la Thompson, che vive ancora nel quartiere londinese di Paddington, nella stessa strada in cui è cresciuta da ragazza, con vicino altri membri della sua famiglia, è al cinema con un ruolo che è l’esatto apposto del calore e dell’accoglienza con cui parla del suo nido. Ed è bravissima. E poi c’è Katherine, diretto da Nisha Ganatra e scritto dalla coprotagonista Mindy Kaling, è una delle migliori interpretazioni degli ultimi anni. Emma è Katherine Newbury ed è la leggendaria conduttrice tv di uno show vecchio stile che soffre di un costante calo di ascolti. I motivi? È poco empatica, ha uno staff di soli uomini, di cui non conosce nemmeno il nome, e ha la fama di odiare le donne. In pratica, le manca quel collante amorevole che serve a portare avanti uno staff di successo. Nella vita vera, invece, Emma ha lottato per farsi una famiglia insieme al marito Greg Wise (il secondo, dopo Kenneth Branagh). Sua figlia Gaia, 19 anni, è nata che aveva quasi 40 anni ed è stata concepita tramite la fecondazione artificiale. «È il mio miracolo, ancora oggi mi capita di tornare al ricordo della sua nascita, è come un pozzo da cui attingo forza». Avrebbe voluto altri figli ma non poteva averne, però Tindy è arrivato lo stesso nella sua vita. Ex soldato bambino in Rwanda, lo hanno accolto in famiglia con un’adozione informale quando aveva 16 anni. Era un adolescente traumatizzato, che veniva da un altro mondo, non si è trattato propriamente di un’adozione che conquista i titoli dei giornali. Anche nei panni di Katherine, la Thompson farà “un’adozione”: quando il capo della rete le annuncia che questa sarà la sua ultima stagione, fa assumere una donna giovane e inesperta fra i suoi autori, Molly, allo scopo di mettere a tacere le malelingue che la accusano di misoginia. Sarà l’inizio di una revisione totale e dagli esiti sorprendenti.

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 12/9/2019

© Riproduzione riservata

Luke Evans: «Non dimentico mai chi sono e da dove vengo»

26 venerdì Lug 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Lusso, Personaggi, Televisione

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Cristiana Allievi, I tre moschettieri, interviste, Lo hobbit, Luke Evans, Murder Mistery, Netflix, The alienist

NATO DA UNA FAMIGLIA OPERAIA, SI DIVERTE A INTERPRETARE UOMINI RICCHI. COME IN MURDER MYSTERY, IN CUI È UN VISCONTE BILLIONARIO CHE GIRA IN ROLLS-ROYCE. «TUTTI MI RIPETONO CHE SONO FANTASTICO MA NON È VERO: IL SUCCESSO NON STABILISCE CHI SEI»., DICE L’ATTORE. ABITUATO A RAGIONARE CON LA SUA TESTA, NON HA PERSO SEX APPEAL NEANCHE DOPO AVER FATTO OUTING. PER CAPIRE IL MOTIVO BASTA LEGGERE COSA RACCONTA

di Cristiana Allievi

Tutte le volte che ho incontrato Luke Evans mi ha fatto la stessa impressione. Parlando di teatro e di musical, ma anche del Gaston che ha interpretato in La bella e la bestia, dell’Aramis de I tre moschettieri o dell’arciere di Lo Hobbit, ho sempre pensato che fosse intelligente e generoso sopra la media. E anche con accanto una publicist che mi ricorda di fargli solo domande sul film, lui riesce a trasmettere qualcosa di se stesso. Lo incontro con la scusa dell’affascinante riccone che è il personaggio di Murder Mistery. Scritta da James Vanderbilt, diretta da Kyle Newacheck e ispirata ad Assassinio sull’Oriente Express di Agatha Christie, la commedia racconta a storia di una parrucchiera e un poliziotto newyorkesi (Adam Sandler e Jennifer Aniston) che volando in vacanza in Europa  incontrano un affascinante visconte (Luke Evans) che li invita inaspettatamente sullo yacht  di famiglia al largo di Montecarlo. Attratta dall’avventura e da una proposta più allettante di quella programmata, la coppia si ritroverà però coinvolta nella morte di un billionario, sospettata insieme a tutti gli altri ospiti. Evans non ha però il tempo di godersi i 30 milioni di streamer  (sommando account di Usa, Canada e resto del mondo) che ha avuto il film,  segnando il record di spettatori su Netflix nel weekend di apertura. È già a Budapest sul set della seconda stagione di L’alienista, la serie di TNT nominata agli Emmy e ai Golden Globe in cui interpreta il reporter del New York Times John Moore.  «Siamo un anno dopo rispetto a dove eravamo rimasti», racconta con voce chiara e pacata.  «I personaggi sono gli stessi ma la storia è cambiata. Io non faccio la stessa professione, ci saranno belle sorprese».

(…continua)

Intervista pubblicata sul n. 28 del 2019 di F

© Riproduzione riservata

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