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Cristiana Allievi

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Cristiana Allievi

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Samantha Morton, «Ho vinto io»

13 martedì Set 2022

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, Cultura, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi, Politica, Serie tv

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Caterina de Medici, Cristiana Allievi, Harvey Weinstein, interviste illuminanti, Minority Report, samantha Morton, She said, The New York Times, The serpent Queen, The Whale, Vanity Fair

UN’INFANZIA DRAMMATICA DI TRAUMI E ABBANDONO. LA CARRIERA CONQUISTATA LOTTANDO PER OGNI SPAZIO. HOLLYWOOD CHE LA CHIUDEVA FUORI. SAMANTHA MORTON HA LAVORATO DURO, E CE L’HA FATTA. OGGI SI È MESSA NEI PANNI DI UNA REGINA CHE LE SOMIGLIA MOLTO

di Cristiana Allievi

Quanti dolori può contenere una persona dentro di sé? E dove trova la misteriosa forza che la fa continuare a vivere, addirittura a diventare genitore? «Io ho molta fede, e la fede guarisce anche le ferite più profonde». In un rovente pomeriggio di agosto la risposta mi arriva forte e chiara da Samantha Morton,  mentre il giardiniere alle sue spalle inizia a tagliare l’erba. Per un verso una delle attrici e registe più significative del panorama indie contemporaneo, per un altro una sopravvissuta. Il perché è evidente. I suoi genitori si dividono fra abusi d’alcol e violenze varie quando lei ha solo tre anni.  Poco dopo, a causa dell’incuranza di entrambe, inizia il suo peregrinare tra affidi e orfanotrofi. E proprio nelle case in cui avrebbe dovuto trovare protezione, a 13 anni subisce abusi sessuali da parte di due responsabili. La disperazione, però, è una forza potente, e Samantha la usa per passare il test di ammissione alla Central Junior Television Workshop, organizzazione che forma i giovani per entrare nel mondo del teatro, della radio e del cinema.  Da lì cammina tanto da arrivare a lavorare con i migliori registi su piazza, come Steven Spielberg e Jim Sheridan, Woody Allen e David Cronenberg. Madre di tre figli avuti da due compagni diversi, è la donna perfetta per raccontare storie forti, come quelle in cui la vedremo nei prossimi giorni in anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia. The whale, il nuovo lavoro di Darren Aronofski, e She Said, di Maria Schrader, in cui veste i panni di Zelda Perkins, l’ex assistente di Harvey Weinstein. Prodotto da Brad Pitt, il film ha lo stesso titolo del libro delle due giornaliste del New York Times che hanno ricostruito e pubblicato la storia degli abusi sessuali del produttore cinematografico. Poi, dall’11 settembre, sarà nientemeno che la regina di Francia Caterina de Medici nella serie drammatica The serpent Queen (su STARZPLAY). «È riuscita ad avere un’enorme influenza politica per ben cinquant’anni», racconta a proposito della consorte di Enrico II, «e stiamo parlando del Seicento, un’epoca in cui le donne venivano bruciate come streghe, quando erano solo delle ostetriche».

Fino all’Ottocento l’italianissima Caterina è stata descritta come fredda, gelosa, vendicativa e avida di potere: lei che idea se n’è fatta? «Per me è una donna spirituale, una salvatrice che previene grandi disastri del tempo. Caterina vedeva molto lontano, è riuscita a quietare i conflitti fra cattolici e protestanti perchè aveva un modernissimo modo di permettere alle persone di seguire la propria fede. Chissà come sarebbe andata la storia se al potere non ci fosse stata lei».

Nella prima stagione scopriamo eventi della giovinezza e il percorso per arrivare a corte, poi cosa vedremo? «Da lì in avanti la storia si muoverà nella sua dimensione machiavellica. Si scoprirà come ha imparato a stare al gioco e a sopravvivere in famiglia, nel convento e infine a corte».

“Sopravvivenza” è una parola che le risuona? «Le racconto una storia. Molti anni fa ho chiesto al mio agente se potevo fare audizioni per i drammi in costume, ricordo che una regista donna in particolare mi rispose “non hai il sangue giusto, non sei l’animale giusto…”. Sono una persona comune,  vengo dalla classe operaria dal nord dell’Inghilterra e non da una buona famiglia».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Vanity Fair del 14 settembre 2022

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Sean Penn, di padre in figlia

01 venerdì Apr 2022

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actors, cinema, DEad man walking, directors, Dylan Penn, festival, figli, Flag Day, genitori, Milk, padri, red carpet, Robin Wright, Sean Penn, Usa

di Cristiana Allievi

L’attore, regista e produttore Sean Penn sul set del nuovo film da lui diretto e interpretato Una vita in fuga (Courtesy Lucky Red)

ARRIVA NELLE SALE UNA VITA IN FUGA, E RACCONTA LA VITA DEL PIU’ GRANDE FALSARIO DELLA STORIA USA. È IL DEBUTTO DI DYLAN PENN, PRIMOGENITA DI SEAN, CHE PER QUESTA VOLTA LA SEGUE MOLTO DA VICINO.


Ci sono almeno due volti di Sean Penn. Il primo è quello del (due volte) premio Oscar che si presenta all’intervista con le guardie del corpo. E quando entra dalla porta crea un misto di imbarazzo e meraviglia che fermano l’aria. Poi c’è l’altro Penn, quello della foto che ha fatto il giro del mondo nelle ultime settimane: cammina da solo con il suo trolley, sulla strada che dall’Ucraina lo porta in salvo in Polonia. A guidare entrambi i Penn è l’istinto, non fa differenza che si trovi a raccontare l’invasione russa in Ucraina, come sta facendo in questo momento, o i fili emotivi e misteriosi che legano un padre a una figlia, come vedremo nel suo Una vita in fuga (Flag Day) dal 30 marzo, dopo essere stato in Concorso a Cannes. È la storia del più noto falsario conosciuto in Usa, John Vogel, raccontata dalla figlia Jennifer nell’autobiografia Flim-Flam Man. Vogel (Penn) è un padre che insegna a vivere una vita avventurosa a Jennifer, ma man mano che lei cresce, le sue storie si scoprono sempre meno credibili e più dolorose, fino al tragico finale. A interpretare Jennifer è Dylan, la figlia che il divo americano ha avuto con la ex moglie Robin Wright.  Quando parla di lei papà Penn si illumina.

Cos’ha di personale la storia di Una vita in fuga? «Ho sempre fallito nel rispondere a questa domanda, me ne sono accorto dopo svariati giorni da sobrio. È come spiegare perché mi piace quella donna, non ci riesco. Ho pensato raccontasse qualcosa che volevo approfondire, e quando mi è venuto in mente il volto di Dylan ho visto una grandiosa storia di verità e inganno,  tutti aspetti dello stesso flag day (la festa che celebra la bandiera americana a stelle e strisce adottata il 14 giugno 1777, ndr).

È il primo film in cui recita e dirige insieme, oltre a guidare l’esordio di Dylan. Cercava una nuova sfida per i suoi sessant’anni?  «Il multitasking mi ha sempre attratto e messo in ginocchio allo stesso tempo, non dirigermi era stata una specie di scelta religiosa. Sapevo che mi avrebbe fatto impazzire, e infatti è stata la cosa più dura che abbia mai fatto in vita mia».

L’ha anche costretta ad analizzare i suoi fallimenti come padre? «Da genitore devi riesaminare tutti i giorni il rapporto con i tuoi figli, è la cosa più vera che posso dirle. Ma sapevo dal primo giorno di riprese che sarei stato orgoglioso di Dylan, e che non sarebbe stato un fallimento».

Cosa, invece, non sapeva? «Quanto fosse sofisticata, quanta profondità avrebbe portato al racconto».

John Vogel amava molto la figlia, ma non riusciva ad essere sincero con lei… «La parte che ci siamo goduti io e Dylan riguarda certi aspetti della relazione, le cose che da padre vorresti credere che tua figlia conosca di te, e altrettante cose che una figlia vorrebbe che un padre capisse e sapesse di lei, nel bene e nel male». 

Dylan Penn, interprete del film, al suo esordio da attrice e diretta dal padre Sean (courtesy Lucky Red)

(…continua)

Intervista pubblicata su Vanity Fair del 6 aprile 2022

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Maggie Gyllenhaal, Pianeta Madre

18 venerdì Mar 2022

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Bim distribuzone, Cristiana Allievi, Elena FErrante, figli, interviste illuminanti, La figlia oscura, madri, Maggie Gyllenhaal, maternità, Vanity Fair

di Cristiana Allievi

L’attrice e regista Maggie Gyllenhaal su Vanity Fair.

Fa parte di una famiglia reale hollywoodiana, Maggie Gyllenhaal. Un vero e proprio clan di spiriti liberi che ha come capostipiti il padre Stephen, discendente di una famiglia aristocratica svedese, e la madre Naomi Foner, proveniente da una ricca famiglia ebrea newyorkese. Negli anni Settanta si sono trasferiti a Hollywood e sono diventati un riferimento, il pr9mo come come regista la seconda come sceneggiatrice. I loro due gemelli, Jake e Maggie, sono fra i più stimati attori in circolazione. Il marito di Maggie è l’attore statunitense Peter Sarsgaard, ed Emma Thompson e Jamie Lee Curtis sono amiche di famiglia. Rispetto al passato, Maggie è più rilassata davanti a una giornalista. Naviga fra i meandri sottili della psiche con una certa dimestichezza, mentre la conversazione prende una piega non casuale. Mi racconta come i bambini sviluppino una visione ambivalente della propria madre. Da una parte c’è quella buona, che nutre, consola e si prende cura, dall’altra c’è la versione “cattiva”, che non risponde quando la si chiama, è frustrata e vive in un suo mondo. In poche frasi, ecco spiegata l’attrazione per la Leda del suo primo film da regista, La figlia Oscura, adattamento del romanzo di Elena Ferrante al cinema dal 7 aprile. Ha già vinto una sfilza di premi, a partire da quello per la miglior sceneggiatura alla Mostra di Venezia, e con grande probabilità si aggiudicherà l’Oscar per lo stesso motivo. «Leda non è nè una madre mostruosa né una santa, è una figura ambivalente», racconta descrivendo la protagonista, una professoressa di  letteratura italiana a Cambridge che si trova in vacanza in Grecia da sola. Osservando una giovane mamma (Dakota Johnson) con la figlia in spiaggia, inizia il suo viaggio fra i ricordi che la farà confrontare con le angosce e la confusione degli inizi della sua stessa maternità.

Cosa l’ha colpita del libro di Elena Ferrante? «A essere sincera non è stato solo La figlia oscura a colpirmi, ma tutto quello che Ferrante ha scritto. Dalle sue parole emerge un’esperienza, una domanda su cosa significhi essere una donna nel mondo, una madre che è allo stesso tempo un essere sessuale, emotivo e intellettuale. Si esprime con parole senza precedenti, disturbanti e allo stesso tempo confortanti, perché leggendole capisci che qualcun altro ha vissuto l’ansia e il terrore che hai vissuto tu».

In un certo senso, Ferrante ci dice che tutto quello che le donne desiderano a livello sessuale, professionale ed esistenziale è molto più di quanto non sia stato permesso loro anche solo di sperare. «È esattamente quello che penso, e il mio modo di mostrarlo è stato incollare la macchina da presa ai corpi di Olivia Colman e Dakota Johnson».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Vanity Fair n. 12, 23 marzo 2022

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Sophie Marceau, Il tempo delle scelte

14 venerdì Gen 2022

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È andato tutto bene, eutanasia, Francois Ozon, Il tempo delle mele, interviste illuminanti, Sophie Marceau, Vanity Fair

NEGLI ANNI OTTANTA CI HA CONQUISTATI CON IL PRIMO BACIO. ORA AL CINEMA SOPHIE MARCEAU CI FA RIFLETTERE SULL’EUTANASIA. MA IL TEMPO NON L’HA CAMBIATA (O FORSE L’HA MIGLIORATA)

di Cristiana Allievi

L’attrice e produttrice Sophie Marceau come l’avevamo conosciuta nel film cult degli anni Ottanta, Il tempo delle mele. Si racconta nell’intervista uscita su Vanity Fair il 5 gennaio 2022.

Si avvicina con passo deciso. Quando me la ritrovo davanti fatico a credere che abbia 55 anni: ne dimostra dieci di meno. Avvolta in un tailleur color panna,  l’attrice che negli anni Ottanta era l’idolo delle ragazzine grazie a Il tempo delle mele, accavalla le gambe in un modo che riesce solo alle dive francesi. Tra i suoi fan più appassionati c’è persino il regista Francois Ozon, che è riuscito ad averla in un suo film al terzo  tentativo.  La vedremo dal 13 gennaio in È andato tutto bene, adattamento del bellissimo libro di Emmanuèle Bernheim (Einaudi) in cui l’autrice condivide una parte di storia personale vissuta con suo padre. In Concorso all’ultimo festival di Cannes, il film vede Marceau interpretare la figlia di un uomo pieno di carisma e di successo, che però è stato un pessimo genitore. E dopo aver scoperto di essere malato,  le gioca un ultimo colpo basso chiedendole di aiutarlo a morire.

Francois Ozon l’ha inseguita per anni. «In realtà prima di questo progetto ci eravamo incontrati di persona solo altre due volte. Non ho mai accettato di recitare per lui perché non mi sentivo a mio agio nei ruoli che mi proponeva. Ma amo i suoi film dal primo che ha diretto (Sitcom, la famiglia è simpatica, del 1998, ndr). Quando mi ha mandato la sceneggiatura di È andato tutto bene mi ha colpita la nettezza, quel non perdersi nelle emozioni.  Abbiamo girato per due mesi, e anche se da attrice non sai mai quale sarà l’esito del tuo lavoro la collaborazione con Francois è stata perfetta».

Avete discusso di eutanasia, prima di girare questo film? «Certo, è importante sapere come la pensa un regista perché si possono vedere le cose molto diversamente.  Ho provato ad approcciare il tema dal lato psicologico, visto il tema. Ma lui mi rispondeva “si ok, che cosa stavamo facendo?”. Ozon è un uomo che vede e capisce tutto, ma è di poche parole». 

Però la ama: ha addirittura inserito nel suo lavoro precedente la scena de Il tempo delle mele in cui Pierre Cosso le mette le cuffiette del walkman… «Non lo ha fatto per me, semplicemente perché era innamorato dell’epoca incarnata dal film. È stata la nostalgia di quando eravamo giovani a ispirarlo, sappiamo tutti di cosa si tratta».

Oggi come vede Il tempo delle mele? «È stato un film super, grazie al quale abbiamo poi viaggiato in giro per il mondo. Non è stato solo turismo, in realtà ricordo molte stanze d’albergo. Però ho incontrato tante persone diverse, dal Giappone all’Italia, con cui discutere di un argomento universale: il primo bacio».

Anche in questo caso il tema è universale, se vogliamo… «Quello era il primo bacio, questa è la prima morte. Diciamo che è stato meno leggero da girare (ride, ndr)».

Che tipo di emozioni ha portato a galla, la morte? «Uno tsunami di emozioni, dalla risata alla disperazione. La perdita di una persona cara cambia gli equilibri delle vite di chi resta».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Vanity Fair del 17/12/2021

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Cecile De France, «L’illusione del corsetto»

30 giovedì Dic 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cecile de France, Cristiana Allievi, donne, emancipazione, Honore Balzac, Illusioni perdute, Vanity Fair, Xavier Giannoli

Stringersi nei panni di una donna dell’Ottocento, soffrire per i lacci sociali, tirare un sospiro di sollievo per i tempi che cambiano: CÉCILE DE FRANCE e la bellezza dell’emancipazione

di CRISTIANA ALLIEVI

Cecile de France, 46 anni, è l’attrice belga più richiesta del cinema.

Mettiamola così: non è un caso che abbia appena finito le riprese di un film in cui vive in Bretagna e fa la pescatrice. I suoi occhi corrono veloci lungo il perimetro delle pareti della stanza in cui ci incontriamo. Dopo un’attenta analisi mi dice che l’orto che coltiva con i suoi figli è grande più o meno uguale: cinquanta metri quadri. E Lino e Joy, avuti con il marito Guillaume Siron, cantante e compositore del gruppo Starbilux, non vogliono più mangiare nemmeno un pomodoro uscito da un supermercato. Poi Cecile de France, 46 anni, passa ai racconti che ti aspetteresti dall’attrice belga più desiderata dal cinema internazionale, anche italiano (vedere alla voce Paolo Sorrentino, che l’ha volute nella serie The young pope). «Arrivavo da un piccolo villaggio, mi sono ritrovata in una scuola statale di Parigi, da sola, e la cosa non mi è piaciuta per niente», ricorda. Poi due frasi riassumono gli anni della sua educazione, «portavo i capelli rosso fuoco» e «facevo la ragazza alla pari per mantenermi». È dotata di una grinta che l’ha sempre spinta ad andare avanti, anche dopo che Clint Eastwood l’ha scelta per il suo Hereafter regalandole una fama di proporzione internazionale. All’ultima Mostra di Venezia è stata la nobile protagonista di Illusioni perdute, di Xavier Giannoli, adattamento di un romanzo di Honoré de Balzac, al cinema dal 30 dicembre in tutta la penisola. «Louise è una nobile che ama e protegge un giovane e promettente scrittore, e all’inizio mi ha molto confusa»,  racconta. «Perché sulle pagine di La Commedia umana, un vero e proprio classico dell’Ottocento era cinica, non aveva né cuore nè anima ed era quindi molto difficile da amare. Ma il regista l’ha trasformata, per il film l’ha resa sentimentale, drammatica, piena di passione e di sensualità. Molto più interessante da interpretare».

Però Louise è molto diversa dalle figure di donne indipendenti e libere a cui ci aveva abituati fino a qui. «È il contrario. Louise dipende da tutti, prima dal marito, poi dal giudice e soprattutto dalle regole sociali che non tollerano che una nobile ami un giovane di origini umili. Ma possiamo comprenderla, rinuncia all’amore solo per motivi di sopravvivere».

Come fa ad azzerare tutto e a pensare con la testa di una donna di duecento anni fa? «Mi lascio portare dall’abito. Il corsetto non fa respirare, infatti le donne dell’epoca non respiravano.  E questo le fa ragionare di conseguenza».

Indossare il corsetto tutti i giorni le ha anche ricordato il percorso di emancipazione fatto fino a oggi? «Penso spesso a chi si è battuta per noi, a quanto dobbiamo ai sacrifici di vere e proprie eroine. Ma non è ancora finita, tutt’ora esistono ancora paesi in cui i padri scelgono i mariti per le loro figlie».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Vanity Fair del 22 Dicembre 2021

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Benedict Cumberbatch: «La fragilità del cowboy»

05 domenica Dic 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Netflix, Personaggi

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Benedict Cumberbatch, bullismo, cowboy, Il potere del cane, interviste illuminanti, Jane Campion, Nuova Zelanda, omosessualità

Ha imparato a cavalcare, suonare il banjo e rollare le sigarette con una sola mano. Per il suo ultimo ilm, BENEDICT CUMBERBATCH si è trasformato in un allevatore del West ruvido e crudele. Ma dall’animo vulnerabile

di CRISTIANA ALLIEVI

L’attore britannico Benedict Cumberbatch, 45 anni, Commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico. È il protagonista del film diretto da Jane Campion, Il potere del cane (Netflix).

“Alieno” è la prima parola che mi viene in mente incontrandolo di persona.  Anche l’altezza contribuisce a quel non so che di ultraterreno, insieme agli occhi che sembrano di ghiaccio, in confronto con il colore del mare che è alle sue spalle. Natura e spazi aperti sono tutto per lui, mi racconta con un tono di voce basso e profondo. Benedict Cumberbatch è la prova vivente di dove può portare un grande talento combinato con altrettanta ambizione. In questi giorni sta ricevendo le migliori recensioni della sua carriera grazie a una scommessa della regista di culto Jane Campion, che gli ha chiesto di diventare un uomo alfa, un cowboy crudele e represso, ma anche gay e terribilmente sexy. E lui ci è riuscito, eccome se ci è riuscito. Tanto che si parla già di un Oscar per il suo Phil Burbank in Il potere del cane, nei cinema e dall’1 dicembre su Netflix. La storia è tratta da un libro di  Thomas Savage pubblicato in America nel 1967, quando parlare di omosessualità in Usa era cosa delicata. È una specie di manifesto della mascolinità tossica. «È anche una riflessione sull’isolamento e la paura, sull’essere sulla difensiva e farsi guidare dall’aggressività. Questa storia mostra anche come la gentilezza, la comprensione e la pazienza possano essere vie di gran lunga migliori per vivere in una comunità».

Ho letto che ha frequentato il collegio e che è stato testimone  di bullismo nei confronti di un compagno omosessuale. «Accidenti, non ricordo nemmeno quando l’ho raccontato… Ma è vero, avevo 18 anni, ero all’ultimo anno di liceo. Ho assistito a qualcosa di piuttosto barbaro. È stata una esperienza disastrosa, da tutti i punti di vista».

E lei come l’ha vissuta? «Ero furioso con le persone che perseguitavano questo ragazzo. Percepivo  l’ingiustizia, mi dicevo “lasciatelo in pace, cazzo, lasciategli essere quello che è…”. Ho capito che stavano sbagliando, che l’odio ha una natura tribale e che è alimentato da aspetti culturali. Per agire sui loro comportamenti occorre capire  in quali circostanze hanno vissuto quei ragazzi che odiavano il compagno scoperto con un altro uomo».

A un certo punto del film il suo personaggio dice a un adolescente “imparerai cosa significa essere un uomo”, per lei cosa significa? «Penso si tratti di aderire al proprio sé autentico, e questo implica anche padroneggiare completamente se stessi, in ogni aspetto. Per fortuna viviamo in un’era più tollerante, in cui c’è ancora da lottare ma puoi permetterti di essere chi sei, ed essere accettato per questo».

(continua…)

Intervista integrale pubblica su Vanity Fair dell’8 dicembre 2022

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Sharon Confidential

15 lunedì Nov 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Personaggi

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Basic Instinct, biografia, D La repubblica, Hollywwod, interviste illuminanti, malattia, Sharon Stone, vita, ZFF

Premiata con il Golden Icon Award al Festival di Zurigo, la star americana Ms. Stone si racconta. Un’infanzia difficile, problemi di salute, gli abusi, un divorzio. Il segreto del suo successo? Proprio i fallimenti, che «diventano il fondamento delle nostre grandi riuscite». E un padre che le ha detto dall’inizio: «Devi imparare a vincere, vincere, vincere!»

di Cristiana Allievi

  • L’attrice e produttrice americana Sharon Stone, 63 anni, appena premiata con il Golden Icon Award al Festival di Zurigo.

È bellissima, e molto magra. Ha tagliato i capelli biondi, passando dal caschetto al corto più deciso, una mossa vincente. Il lamè del tailleur che indossa rafforza la luce che emana il viso. Eppure Sharon Stone vuole dare a chi la incontra la versione migliore di sé, al di là dell’aspetto fisico. «Sono molto timida, e ogni giorno dico sempre la stessa preghiera. Chiedo di essere usata per fare il bene migliore al maggior numero di persone possibile, e di essere guidata nel mio scopo del giorno. E poi permetto a me stessa di essere completamente presente». È quando apre bocca, infatti, che la Catherine Tremell di Basic Instinct da il meglio di sé. 63 anni, nei primi 40 ha conosciuto il successo che ti toglie la libertà. Quella di andare al supermercato, di farti un weekend al mare o semplicemente due passi con le amiche. Un prezzo impegnativo da pagare anche per una ragazza cresciuta in Pennsylvania con una madre cameriera e un padre che dopo un’esplosione ha perso tutto (nel business del petrolio). Ma per Sharon Stone, la “donna che piange a comando”, come ha detto di lei un regista per descriverne le doti, il successo è stata solo una delle tante cose da attraversare. La più radicale è avvenuta dopo un’emorragia cerebrale che ha messo a tappeto matrimonio, carriera ed economia. «Il mio cervello ha sanguinato per nove giorni, poi ho avuto un ictus. Avevo poche possibilità di sopravvivere, un figlio di un anno e un matrimonio per nulla meraviglioso». Solo che invece di chiamarlo disastro, lei lo definisce un “risveglio”.  «È stato difficilissimo. I miei genitori sono venuti a stare con me, mio padre mi ha molto aiutata. All’epoca non c’erano cure per l’ictus e avevo molti strascichi, distorsioni visive, problemi a camminare, dall’orecchio sinistro non sentivo quasi più nulla, la gamba sinistra era irriconoscibile a livello di sensibilità. Poi il mio amico Quincy Jones mi ha invitata a cena durante le vacanze di Natale. Era guarito da molti problemi grazie a un medico,  il dottor Hart Cohen, e voleva che lo incontrassi anch’io (è quello che ha guarito anche la leggenda del country Glen Campbell, ndr).  Quando non pensavo più che sarei riuscita a tornare a lavorare, ha fatto la diagnosi giusta». E delle 16 medicine che prendeva ogni giorno, le ha dato l’unica che le sarebbe servita. «È stata una disintossicazione dura, mia madre mi ha assistita in questo difficile processo». Il periodo di convalescenza è coinciso con un divorzio (da Phil Bronstein), e con l’arrivo di altri figli. Dopo il primo (Roan Joseph, adottato insieme a Bronstein) ha adottato Laird Vonne. E poco dopo è arrivata la terza, Quinn Kelly, dopo una chiamata che la informava del fatto che era la sorella di Laird Vonne. «All’improvviso avevo tre figli, che oggi hanno 15, 16 e 21 anni». No molto tempo dopo il divorzio, la Stone ha avuto anche un infarto. «E stata un’esperienza forte, che non ha voluto vivere invano. Non avrei fatto un buon lavoro se non mi fossi chiesta quale fosse il senso di quello che mi era successo. Ho sentito di avere finalmente un’opportunità,  affermare ciò che contava davvero per me.  Ed è quello che sta accadendo più in generale a noi donne: non solo è ok dire cosa non ci va più bene, ma è ok anche smettere di farci manipolare». Il festival di Zurigo le ha appena assegnato il  riconoscimento più importante, il Golden Icon Award, e la sua empatia ha scorrere lacrime in platea, per esempio mentre parlava di successo. «Non esiste successo senza fallimento, e non possiamo crescere senza provare cose nuove, che implicheranno a loro volta degli sbagli.  Ma è così che impariamo, che facciamo esperienze anche molto sottili, che poi diventano l’essenza del nostro successo. I fallimenti, in molti casi, diventano il fondamento delle nostre grandi riuscite».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 13 Novembre 2021

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Paolo Fresu, la passione indomita del raccontarsi e di scoprire talenti

21 giovedì Ott 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, giornalismo, Musica, Personaggi

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Il sole 24 Ore, interviste illuminanti, JazzMi, Paolo Fresu, Tango Macondo, Tuk music

di Cristiana Allievi

Il trombettista e flicornista Paolo Fresu ha tre appuntamenti nella rassegna JazzMi, fra il 23 e il 24 ottobre (foto di Fabiana Laurenzi).

Una mostra con sessanta copertine realizzate da illustratori da tutto il mondo. Un film che racconta l’articolata filiera della produzione musicale indipendente. Un concerto che accosta note e prospettive dei nomi più interessanti del panorama musicale nazionale del momento.

Così la rassegna JazzMi rende omaggio a Paolo Fresu e ai 10 anni della sua Tuk Music. Che non è solo una casa discografica ma un marchio di qualità del jazz italiano e internazionale e visione artistica declinata in diversi settori.

(continua…)

Intervista pubblicata su Il Sole 24 Ore

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Tony Robbins «Sicuri (e felici) alla meta»

06 mercoledì Ott 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, Cultura, Miti, Personaggi

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benessere, crescita personale, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, life coach, life strategist, peak state, Tony Robbins, Unleash the power within, UPW, Vanity Fair

RAGGIUNGERE “PEAK STATE” VUOL DIRE POSSEDERE QUELLO SLANCIO CHE GARANTISCE LA RIUSCITA IN OGNI CAMPO. TONY ROBBINS, IMPRENDITORE E STRATEGIST, LO HA PROVATO SU SE STESSO E LO INSEGNA AGLI ALTRI. PRIMA LALE FOLLE DAL VIVO, ORA AI SUOI WORKSHOP ONLINE

di Cristiana Allievi

Ci sono presidenti degli Stati Uniti che lo chiamano la notte prima di un processo per impeachment, come Bill Clinton. Ma anche Lady D, Leonardo DiCaprio, Madre Teresa, Nelson Mandela e una sfilza di atleti ai vertici del ranking mondiale hanno fatto ricorso alle sue doti di strategist, definizione che preferisce a quella di coach. Imprenditore, autore di best seller come Money – Master the game, filantropo, Tony Robbins ha guidato cinquanta milioni di persone a raggiungere i propri obiettivi. Tanto da perdere la voce. Tanto che Netflix gli ha dedicato un docufilm, Tony Robbins- I am not your guru, di Joe Berlinger, il cui titolo la dice lunga sul suo carisma. Travolgente oratore, impegnato in settanta business diversi con fatturati stellari, è una  montagna d’uomo specializzata nel creare “peak state”: stati d’animo in cui si riesce a superare le paure che separano dai propri obiettivi. Per raggiungere un’indipendenza finanziaria che, nella sua visione, va oltre il semplice denaro. Prima della pandemia viaggiava in 15 paesi ogni anno, trovando folle ad attenderlo negli hotel sede dei suoi workshop. Lo scorso marzo ha  tenuto il primo esperimento di mega workshop virtuale: Unleash The power within (a cui chi scrive era presente),quattro giorni non stop con cinquantamila partecipanti da 136 paesi. Un bagno di energia e di gioia.

(…continua)

L’intervista integrale è pubblicato su Health di Vanity Fair Italia del 23 giugno 2021

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Tony Robbins, strategist e life coach, trainer di celebrities, autore di best seller e conduttore di seminari di self empowerment.

Omar Sy: «Il mio Lupin è l’eroe degli invisibili».

15 martedì Giu 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Miti, Netflix, Personaggi, Senza categoria

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Cannes film festival, interviste illuminanti, ladro gentiluomo, Ludivine Sagnier, Omar Sy, Quasi amici, Serie tv, Spike Lee

Crescere con la pelle nera nella periferia francese. Sentire gli sguardi degli altri addosso. Insegnare ai suoi figli che è l’amore a rendere uguali gli esseri umani. L’attore Omar Sy torna in tv con la seconda serie sul ladro gentiluomo e racconta a Grazia che cosa lo lega a un personaggio divenuto un simbolo per chi si sente escluso

di CRISTIANA ALLIEVI

L’ATTORE FRANCESE OMAR SY, 43 ANNI, DALL’11 GIUGNO È SU NETFLIX CON LA SECONDA STAGIONE DI LUPIN.

A volte le star hanno modi molto normali di sorprendere. Omar Sy, attore e comico francese di origini senegalesi e mauritane, 43 anni, lo fa parlandomi del suo thiebu dieune. Se vi state chiedendo di cosa si tratti, l’ho fatto anche io prima di scoprire un piatto amatissimo della cucina senegalese. Subito dopo passa a raccontarmi della moglie, Helene, con cui vive da vent’anni e condivide ben cinque figli. Parlare di famiglia con lui è molto naturale, sta al centro della sua vita e anche della trama di Lupin, la serie tv Netflix di cui è l’interprete. La rivisitazione della storia del ladro gentiluomo è un grande successo della scorsa stagione e dall’11 giugno sono in onda i nuovi episodi. Me lo racconta direttamente dal sud della Francia, da una stanza della sua casa. «Nella prima stagione avevamo scherzato», racconta, «con la seconda le cose si fanno serie».  Come serio sarebbe stato il suo destino, se fosse finito in fabbrica come suo padre, un senegalese migrato in Francia che ha lavorato tutta la vita come operaio. Invece Omar, il quarto di otto figli, accompagna un amico a fare un provino in radio, con il risultato che li prendono entrambi. Dalla radio a Canal +, finché dieci anni fa esatti Quasi amici, uno dei più grandi successi della storia del cinema francese, gli apre le porte di Hollywood grazie al personaggio di Driss, il badante che assisteva l’aristocratico tetraplegico interpretato da Francois Cluzet. Quindi i grandi blockbuster, come X Men, Jurassic World e Il codice da Vinci. Non meraviglia che oggi sia al centro di un altro successo mondiale.

Che differenza c’è fra il successo avuto con Quasi amici e quello che sta avendo con Lupin? «La differenza è che sono più vecchio, e con questo intendo anche che ho più esperienza. Dieci anni fa Quasi amici (pronuncia il titolo in italiano, ndr) mi aveva preso alla sprovvista.  Era stato scritto per me, mentre sono stato più coinvolto nel processo di sviluppo di questa serie, e forse ero anche più preparato».

Guardare al passato è una sua abitudine?  «Non lo faccio mai, è il modo migliore per farsi male. Cerco sempre di vivere il momento presente e di fare il meglio che posso. Voltarti indietro a considerare quello che è stato è qualcosa che fai quando ti fermi, e io mi sto ancora muovendo, non voglio sprecare tempo».

Quando ha sentito arrivare il grande momento, quando tutto cambia per sempre? «Non è mai semplice individuare quel punto. Vedo la vita come un passo dopo l’altro, niente succede all’improvviso. Ho sempre avuto la sensazione di procedere perché quello era ciò che volevo. Tutt’oggi sto ancora  muovendomi nella mia avventura, non sono a un punto in cui dire “ecco, questo è quanto”. E mi piace questo continuare a progredire».

Quest’anno il regista afroamericano Spike Lee sarà presidente di giuria al festival di Cannes. Vi conosce di persona? «L’ho incontrato a Los Angeles in un momento favoloso della mia vita. I suoi film sono stati fondamentali per noi neri, ci hanno aperto la mente e fatto pensare in modo diverso. Perché crescendo in Francia non sai cosa significa essere un nero in altri paesi del mondo, come gli Usa. E con film come Malcom X abbiamo imparato molto anche su cosa è successo nel passato».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 10/6/2021

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