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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

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Kate Winslet, «L’altra parte di me»

26 martedì Gen 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Apple, Cristiana Allievi, Joanna Hoffmann, Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Michael Fassbender, Mildred Pierce, Ned Rocknroll, Steve Jobs, The Dressmaker, The reader, Titanic

I PREMI VINTI E LE PRIME RUGHE. I FIGLI AVUTI DA TRE UOMINI DIVERSI E L’ULTIMO FILM ACCANTO AL SEX SYMBOL MICHAEL FASSBENDER. L’ATTRICE INGLESE PARLA A GRAZIA DELLA DONNA CHE È IN PUBBLICO E DI QUELLA CHE VUOLE TENERE PRIVATA. «PERCHÈ», DICE, « LONTANO DA TUTTO CHE HO TROVATO LA MIA FELICITA’».

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L’attrice Kate Winslet, 40 anni. Ha vinto un Oscar, tre Golden Globes, un Emmy e un Grammy, gli Oscar Usa per la musica (courtesy of Femina.cz)

«Quando mi guardo allo specchio noto rughe diverse. Non sono più quelle che avevo la mattina e che sparivano in due ore, adesso rimangono…». È il suo modo di raccontarmi che ha appena compiuto 40 anni, e che la cosa non la impensierisce. La metafora scelta da Esquire per definirla, “un pezzo di bacon inglese di qualità in un mare di scemenza hollywoodiana al silicone”, non sarà particolarmente chich, ma rende bene l’idea. Kate Winslet è uno dei più grandi talenti in circolazione. Un’attrice di sostanza che ha girato più di trenta film e ha vinto un Oscar, due Golden Globes, un Emmy e persino un Grammy (gli Oscar americani della musica). Ma è anche una donna con una vita reale altrettanto vissuta: si è sposata tre volte, con i registi Jim Threapleton e Sam Mendes, e con Ned Rocknroll, suo attuale marito, nipote del magnate della Virgin Records Richard Branson. Sono gli uomini da cui ha avuto i suoi tre figli, Mia, 14, Joe, 11, e Bear, poco più di un anno. Chi la conosce da vicino dice che Kate si sveglia tutte le mattine alle sei, nella casa in campagna fuori Londra, prepara la colazione per la famiglia e veste i bambini per andare a scuola. Ma il fatto che non affidi i suoi ragazzi a uno stuolo di babysitter è meno strabiliante di sentirla dire «il ruolo di Joanna Hoffman non mi è arrivato, sono andata a prendermelo». Stiamo parlando di Steve Jobs, candidato a 4 Golden Globs (uno è per la sua performance come attrice non protagonista) e nelle sale dal 21 gennaio prossimo: un film che Kate che ha voluto fortemente. Era in Australia a girare Dressmaker, in uscita il prossimo aprile, quando ha sentito da una make up designer che Danny Boyle stava per dirigere Fassbender in un film su Steve Jobs, il leggendario fondatore della Apple e papà dell’iPhone. Dopo vari tentativi di ottenere il copione, tutti falliti, scopre che c’è un ruolo femminile da interpretare, quello della ex direttrice del marketing della Macintosh. Chiede a suo marito di andare a comprarle una parrucca bruna, si toglie il trucco, indossa un paio di occhiali, si pettina nel modo più simile a Joanna e si fa una foto che spedisce via mail a Scott Rudin (il produttore del film), senza un oggetto. Rudin rimane colpito e la gira a Boyle, che non riconosce l’attrice: pochi giorni dopo Kate riceve il copione.

Che sensazione ha provato, con quella sceneggiatura finalmente in mano? «Riuscire a riceverla è stata un’esperienza disastrosa! Sono tecnofobica e assolutamente incapace di usare qualsiasi dispositivo tecnologico, ho avuto problemi a scaricarla sul computer! Ho dovuto mettere in caricare l’Ipad, che non uso mai, e poi scaricare un’applicazione apposita. A quel punto mi hanno aiutata tre tecnici sul set di Dressmaker, hanno avviato tutto e ho finalmente letto quelle benedette 185 pagine».

Perché teneva così tanto a questo film? «Per la sceneggiatura di Aaron Sorkin, per Michael Fassbender e per Danny Boyle. È stata senza dubbio una delle esperienze creative più gratificante che mi siano mai capitate».

Per quale ragione? «Per come Boyle ci ha fatti lavorare. La storia si concentra su tre presentazioni clou dell’attività di Jobs: il Macintosh, nel 1984, il NeXT Cube, nel 1988 e l’iMac nel 1998. E c’è un doppio filone, da una parte il pubblico, che attende Jobs come fosse una rockstar, dall’altra il backstage degli eventi, che rivela un uomo attraverso le sue relazioni con gli altri».

Ho letto che l’idea di lavorare con Fassbender, che interpreta Jobs, è stata la vera molla per lei. «Lo ammiro moltissimo per i rischi che si prende, abbiamo la stessa attitudine verso la recitazione. Non ho mai visto un attore che si comporta in modo così professionale, era così preparato, sul pezzo al 100 per 100, ha alzato l’asticella per tutti noi».

Ha incontrato di persona Joanna Hoffman, l’unica donna che Jobs ascoltasse? «Ci siamo viste e ho cercato di catturare i suoi aspetti più peculiari, ma poi mi hanno lasciata libera di recitare un personaggio. Joanna è una ragazza polacco armena che si trasferisce negli Usa da teenager, diventa un’archeologa esperta e si ritrova a lavorare per la Apple. Steve fa di lei il capo del marketing di Macintosh, per 14 anni diventa la sua “moglie lavorativa”, la confidente, li lega un’amicizia molto profonda».

Joanna vede un lato di Jobs che non ci si aspetta… «Io sono il canale attraverso cui gli spettatori possono captare la sua parte più morbida e umana, mi sono sentita molto responsabile per questo. Ho capito che Jobs aveva degli estremi, era una sfida totale ma aveva anche la capacità di ascoltare, almeno Joanna, e di riflettere sul proprio modo di fare».

Ricorda il giorno in cui ha acquistato il suo primo computer? «Non ne ho ancora comprato uno. Ho ricevuto il mio Ipad in regalo dai produttori di Mildred Pierce (la serie della HBO per cui ha vinto un Emmy, ndr). In compenso ricordo tutto sull’evoluzione dei cellulari (ride, ndr)».

In quel campo è più preparata? «Da due anni ho un Iphone, e prima possedevo un Blackberry. Ma ricordo ancora il mio mitico cellulare di quando avevo vent’anni. Era giallo e nero, grande più o meno come un mattone: faceva simpatia».

Sullo schermo le tocca la parte di una workaholic, lo è anche nella vita? «Non potrei mai lavorare come i ragazzi di Macintosh, che vivevano in ufficio, si riposavano su un divano e bevevano caffè per ricominciare! Non potrei nemmeno lavorare quanto lavora Fassbender (ride, ndr), sono meravigliata che stia ancora in piedi e che sorrida! Posso reggere in questo modo solo facendo un film all’anno, che occupa al massimo cinque mesi del mio tempo, anche se ammetto che ultimamente il ritmo è aumentato».

È vero che in questi anni si è allontanata a lungo dai suoi figli solo due volte? «Ho sempre viaggiato con la famiglia dietro, e pianificato i miei lavori in base alla scuola dei ragazzi. Sono speciali, sono creature felici di essere come sono, e questo è il massimo che una madre può sperare per suo figlio. Non so dirle perché, ma nella mia vita personale non sono mai stata così felice».

Quello con Ned Rocknroll è il suo terzo matrimonio. «Nessuno in realtà lo conosce, cosa che mi va a genio, come il fatto che non sia uscita una riga sui giornali sul motivo per cui sono finiti i miei matrimoni precedenti. Alla gente piace giudicare solo perché sente un nome, ma nessuno in realtà sa niente».

Dicevamo di Ned, che marito è? «Mi supporta moltissimo. Sono andata a incontrare Boyle dall’altra parte dell’Australia, mentre ero sul set di Dressmaker. Dopo il colloquio mi ha detto “Ci vediamo il 9 gennaio a San Francisco per le prove”. Era il 16 dicembre e avevo tutt’altri piani per Natale. Sono tornata da mio marito, gli ho raccontato tutto incluso che non sapevo come fare. “Semplice”, mi ha risposto lui, “il 9 sarai su quel set”, ed è il motivo per cui è mio marito».

Oggi come vede Titanic, film del 1997 che per più di un decennio è stato ineguagliabile a livello di incassi e che la ha dato una nomination all’OScar? «È stato il lavoro che ha avuto il maggior impatto sulla direzione della mia carriera, mi ha aperto moltissime strade. Ma non mi ha reso ricca, come credono in molti: avevo 19 anni, nessuno sapeva chi fossi».

 Si sente diversa oggi? «Non credo di essere cambiata molto come persona, mentre lo sono molto come attrice. Il bello del mio lavoro è che a ogni film non sai cosa ti succederà, per Steve Jobs mi svegliavo alle 3 del mattino, camminavo nella notte per andare a girare all’Opera House di San Francisco, e stavo benissimo».

Potrebbe vivere senza lavorare? «Sì ma non per molto, perché amo quello che faccio e più invecchio più scopro che mi piace. Compiendo 40 anni mi sono accorta all’improvviso di essere una di quelle persone che è in giro da tanto tempo. Sono passati 23 anni da Heavenly Creatures, recito da più di metà della mia vita e ne sono orgogliosa. Ho una carriera davvero solida, e so che è inusuale».

 Vincere l’Oscar per The reader è stata la sua gioia più grande? «È stato il momento più glorioso, trionfante, intenso della mia vita. È il premio più importante che ci sia, l’ho vinto e mi sono sentita come mai mi era capitato prima».

Eppure chi la conosce bene giura che lei non corrisponde allo stereotipo della star del cinema. «Semplicemente non vivo così, e la mia vita reale è davvero reale, continuo a ripeterlo perché è vero. Non sono famosa fino a quando non mi ritrovo su un red carpet, o a fare una pubblicità: lì divento una star, all’improvviso».

Tiene molto a che la sua vita privata resti tale, ma davanti alla macchina da presa è disinibita, si è spogliata in ben 12 film. Ha un rapporto sereno con il suo corpo? «Non ho mai usato controfigure, ma non penso che potrò andare avanti così a lungo, dopo tre figli. A 20 anni guardavo il mio corpo in modo poco sano, come tutte le adolescenti. Poi è cresciuta la consapevolezza di doverlo mantenere in forma, e oggi lo vedo come uno strumento che devo preservare in buono stato, perché ho tre ragazzi che hanno bisogno di me».

Cover story di Grazia, n. 4 del 20/1/2016

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«Sono l’ultimo cavaliere», parola di Ethan Hawke

09 mercoledì Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Alejandro Amenabar, Amadeus, Attimo fuggente, Boyhood, Clementine, Ethan Hawke, Indiana, James Franco, La sponda dell'utopia, Levon Roan, Malaparte Theater Company, Maya, Michael Stipe, Regression, Richard Linklater, Tom Stoppard, Uma Thurman

AL CINEMA SCEGLIE SEMPRE RUOLI DI UOMINI CHE CERCANO GIUSTIZIA. A TEATRO SCOMMETTE SOLO SULLE OPERE PIU’ RISCHIOSE. E COME PADRE SEPARATO (DA UMA THURMAN) NON SI DA’ TREGUA. ETHAN HAWKE È L’INSTANCABILE GENTILUOMO DI HOLLYWOOD. ORA, PER RACCONTARE SE STESSO AI SUOI FIGLI, HA SCRITTO UNA FAVOLA. CHE PER PROTAGONISTA HA UN EROE, PROPRIO COME LUI

Lo incontro con un asciugamano in mano da cui sbuca uno spazzolino da denti. È appena atterrato dagli Usa, si scusa per gli occhiali da sole che indossa, lo fanno sentire più protetto dopo il lungo viaggio intercontinentale. In completo di velluto a coste e t-shirt, è il ritratto di un uomo che non vive per l’immagine. Eppure Giorgio Armani ha dichiarato che per un biopic sulla sua vita vorrebbe proprio l’attore texano a interpretare se stesso. Si vede che lo sente simile a sé, considerato che Ethan è una specie di vulcano attivo. È attore, regista, produttore, sceneggiatore e scrittore. Non bastasse, è padre di quattro figli, Maya e Levon Roan (17 e 13 anni, avuti dalla ex moglie Uma Thurman) e Clementine e Indiana (7 e 4 anni, nati dalla moglie attuale, Ryan Shawhughens). E proprio pensando a loro ha scritto il terzo libro, Rules for a Knight, pubblicato da poco. A chi lo accusa di essere stakanovista, Hawke risponde che gli piace lavorare. A 22 anni aveva già fondato una compagnia teatrale, la Malaparte Theater Company di New York. E prima, quando di anni ne aveva 18, era nel cast dell’Attimo fuggente. Ora, dopo quarantacinque film e quattro candidature agli Oscar, dal 3 dicembre lo vedremo in Regression, del regista premio Oscar Alejandro Amenabar, nei panni del detective Bruce Kenner. Il regista avrebbe voluto vestirlo in maniera elegante, per rendere il personaggio che interpreta attraente, ma non c’è stato verso: Ethan gli ha risposto che non vuole apparire bello. La storia si svolge nel Minnesota, e l’attore americano indaga sul caso di una donna che accusa il proprio padre di un terribile crimine. Tra perdite di memoria, psicologi specializzati in regressioni e viaggi nella miseria umana, smaschererà un orribile mistero.

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Ethan Hawke, 45 anni, ha più di 40 film all’attivo e quattro candidature agli Oscar.

È stato più volte un agente di polizia, stavolta è un detective. «Il thriller si ispira a una serie di eventi realmente accaduti negli Stati Uniti durante gli anni ’80, in cui la polizia ha lavorato al fianco di psicologi ed esperti di superstizione. Io sono un detective divorziato che soffoca una personalità ossessiva risolvendo un caso dopo l’altro e finisce con l’ossessionarsi».

Cosa ha trovato interessante di questa storia? «L’esplorazione della paura. Il film la analizza da più parti, osserva le motivazioni per le quali vogliamo avere paura, ci piace avere paura, o del perché odiamo questa sensazione. Soprattutto mostra come le nostre paure, se non conosciute, si trasformino nei nostri peggiori incubi».

Lei come combatte le sue, di paure? «Facendo almeno una cosa creativa al giorno. Se non succede considero di aver buttato via una giornata, e la cosa non mi fa sentire per niente bene».

 Il personaggio creativo che le è piaciuto di più, sullo schermo? «È un ruolo difficile da interpretare, basta niente e risulti antipatico, egocentrico o incomprensibile. Direi che Tom Hulce in Amadeus è stato il migliore».

 Ha terminato il suo nuovo libro, in Rules for a Knight, storia di un cavaliere che scrive ai suoi figli prima di andare in battaglia, dando loro dei consigli. «L’ho scritto pensando ai miei ragazzi. Mia moglie Ryan stava leggendo un libro su come è difficile essere un genitore adottivo, ho preso spunto da questo».

Qual è la cosa più difficile di essere genitori divorziati? «I continui paragoni, ti possono devastare. Del tipo “dalla mamma mangiamo gelato tutto il tempo…”, oppure “non vengo da te il prossimo weekend…”. Poi ci sono regole a scuola, regole nella casa della nonna paterna, regole dalla nonna materna, regole dal papà, regole dalla mamma… Nessuno ha quelle giuste, sono solo regole. Così ho iniziato ad analizzarle».

La trovata narrativa è che il cavaliere scrive da un punto di vista di chi teme di non tornare dalla battaglia, e lascia ai figli lezioni di vita sul perdono, l’onestà, il coraggio e via dicendo… «Era il mio modo per dire loro cose importanti, volevo che questo tipo di conversazioni non si perdessero. Essere padre è la gioia più grande della mia vita, è l’unico ruolo che, se fallisco, renderà un fallimento la mia vita».

 Trova il tempo per stare con i ragazzi? «Certo, ma non mi avvicino nemmeno a starci quanto vorrei. Avendoli un weekend sì e uno no, ho sempre da fare, portarli a calcio, alla festa, arriva presto il momento di riportarli dalla madre».

 Cosa le piace fare, tutti insieme? «Dipingere con gli acquerelli e fare musica: mio figlio suona il pianoforte, mia figlia la chitarra e alle più piccole piace molto ballare (ride, ndr)».

Anche lei suona? «La chitarra, ma non canto».

So che per Boyhood, in cui era un padre musicista, si è cimentato… «Volevo che le cose fossero talmente vere che ha scritto una canzone per mio figlio e una per mia moglie».

Per Brecht, in teatro, non cantava davvero? «Ho mentito… Quando dico che non canto intendo dire che non mi piace come canto, ma per Brecht l’ho fatto. Come nel caso di Shakespeare, che era un musical».

Va fiero di tutto quello che fa? «Più cresco più divento umile. Se avessi letto Moby Dick o Anna Karenina prima di pubblicare L’amore giovane, non credo che avrei mai fatto uscire quel libro! Ma sono un uomo molto fortunato, ho un buon lavoro e non devo scrivere per denaro, cosa che mi fa sentire libero. Intanto vorrei anche girare qualche film commerciale in cui faccio il fratello di Brad Pitt!».

Tempo fa ha dichiarato che i “pop corn” film la fanno stare male. «Identità violate (con Angelina Jolie, ndr) è stato il primo film che ho fatto che non parlava di niente, e non mi è piaciuto. Ci sono troppe cose così in giro, trovo molto più divertente e difficile cercare di offrire un intrattenimento che non sia una perdita di tempo».

L’attore americano a 18 anni, nell’Attimo fuggente.

L’hanno accusata di essere pretenzioso, come fanno col suo collega James Franco. Lei si è difeso bene… «È una vita che me lo dicono, io incoraggio i giovani ad esserlo a mia volta, in un certo senso. Perché se hai il senso dell’umorismo, puoi ispirare gli altri. Ho sempre amato dirigere, ho fondato una compagnia teatrale che avevo 20 anni, è stata la grande gioia della mia vita. E poi se devi avere una seconda carriera, nella vita, meglio aver fatto altre esperienze».

In tempi di crisi si preoccupa anche lei pensando che non la chiameranno per il prossimo film? «È così per tutti gli attori. Il mio primo amore è il teatro, ma se penso a che fatica è stata La sponda dell’utopia, di Tom Stoppard (negli Usa ha vinto il maggior numero di Oscar teatrali mai assegnati, ndr), una trilogia in cui ogni parte dura tre ore, e al fatto che mi ci è voluto un anno per metterle insieme, le dico che il teatro è rischioso perché non ci paghi le bollette. Quando hai quattro figli inizi a capire perché alcuni colleghi accettano Spiderman, serve a pagare scuole private e college».

Quando trova il tempo per dormire? «Fare film ti consuma, ma solo per sei settimane. Non capisco molti colleghi che diventano matti dicendo che non abbiamo abbastanza tempo. Io cerco di riempire la mia vita con progetti che mi facciano essere più lucido su quali lavori scegliere come attore».

Ha trent’anni di carriera alle spalle, oggi come vede i suoi inizi? «Credo che il fatto di non sentire che è passato molto tempo appartenga alle persone più anziane, in generale. Se va da un ventenne e gli chiede degli anni Novanta, gli sembreranno lontanissimi. A me sembra ieri quando sono andato al Festival di Berlino con Prima dell’alba. Era il 1994, c’erano Richard Linklater (il regista con cui Hawke ha girato molti film, tra cui Boyhood, ndr), Douglas Coupland con il suo nuovo libro, Generazione Shampoo. Abbiamo lasciato il festival di nascosto per andare a un concerto dei R.E.M. a Barcellona, e dopo il concerto abbiamo passato la serata con Michael Stipe… Mi sembrano cose successe quindici minuti fa».

Cosa l’ha fatta arrivare fin qui? «La voce del mio allenatore di football che parla sempre nella mia testa, “Duecento per cento, Hawke! Sforzi ordinari, risultati ordinari!”. È stato lui a consigliarmi di non lasciare la squadra quando mi hanno preso per il mio primo film, a 12 anni. Ora che ci penso forse devo a lui se sono cresciuto facendo più cose insieme…».

Intervista pubblicata di Grazia del 2 dicembre 2015, n. 49

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Slava Fetisov, “cattivo” maestro

06 domenica Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Sport

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asteroide 8806, CCCP player of the year, cinema, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Gabe Polski, Guerra fredda, hockey team, Icon, KGB, Panorama, Red Army, Slava Fetisov, Viktor Tikhnonov

190 centimetri di altezza, una stazza corporea considerevole. Capitano della nazionale di hockey russa per nove stagioni, due volte CCCP Player of the year, due medaglie d’oro alle Olimpiadi e sette ori ai campionati del Mondo fanno di lui uno degli atleti più forti di tutti i tempi. Ma i titoli sportivi impallidiscono, di fronte alla grandezza umana. Perché prima di diventare Ministro dello Sport di Putin, Vjačeslav Aleksandrovič, detto Slava, Fetisov, ha combattuto e vinto per la libertà delle generazioni a venire. È successo quando, a un certo punto della carriera, ha chiesto il passaporto per giocare negli Usa e, da eroe nazionale, in un istante si è trasformato in nemico politico. Alla fine di una lunga battaglia è riuscito a spuntarla. Lo incontro in un hotel della costa Azzurra dov’è venuto a presentare il docu film del candidato agli Oscar Gabe Polski, Red Army (sugli schermi Usa da gennaio 2015 e prossimamente in Italia). Questi 76 applauditissimi minuti all’anteprima mondiale dell’ultimo festival di Cannes raccontano quarant’anni di storia attraverso la sua vita, quella della Red Army – uno dei più grandi hockey team della storia- l’ex Urss di Gorbaciov, le Olimpiadi, le vittorie dei russi, in un misto di vertigine sportiva e interviste dei giorni nostri. Tanto sono frenetiche le splendide immagini di repertorio delle prime sfide Usa-Urss in piena guerra Fredda, tanto è placida la calma di Fetisov quando parla, con parole che pesano.

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Fetisov alle Olimpiadi del 1980 con la maglia dell’Unione Sovietica.

«Mi chiede se mi pento degli anni spesi in allenamenti massacranti? Quando sei giovane e ambizioso, e vieni dai bassifondi della società, non te ne frega un cazzo di vivere in un camp per 11 mesi all’anno, non hai niente da perdere. I miei amici oggi sono tutti nella tomba, caduti sotto i colpi delle droghe e dell’alcool, io ho sempre voluto essere un bravo studente, mi sono allenato e non sono mai andato in conflitto col sistema, che in cambio mi dava la libertà». A giudicare dall’allenatore della Red Army, Viktor Tikhnonov, un vero dittatore che poi si è scoperto anche essere membro del Kgb, c’è da chiedersi di quale libertà parli. Del resto l’hockey era un affare di stato, uno strumento di propaganda attraverso cui, vittoria dopo vittoria, il governo dimostrava la superiorità del sistema sovietico sul resto del mondo: i suoi atleti ne erano l’arma micidiale. Li portavano a giocare negli Usa e gli toglievano il passaporto per non far venir voglia di scappare, alla vista di quei colleghi a stelle e strisce che indossavano moderni jeans e guadagnavano un sacco di soldi. «Non li invidiavo, ero felice, sul ghiaccio mi sentivo libero e non pensavo alla politica. A 21 anni ero già famoso nel mio paese, avevo un appartamento e ho sempre potuto scegliere la donna che volevo». Ma a metà degli anni Ottanta l’idealismo in Russia inizia a crollare e l’economia a stagnare. Arriva il vento dell’Occidente e con esso la proposta di trasferirsi, ma glielo impediscono. «Avevo firmato il contratto in Europa, il management americano avrebbe potuto “rapirmi”, ma io non volevo lasciare il mio paese fuggendo di nascosto. È stato un inferno, mi hanno messo sotto una pressione enorme: da campione ero diventato nemico della patria. Mi hanno sbattuto in prigione, picchiato, colpito a fuoco (silenzio, ndr), la sensazione era che mi potesse succedere di tutto». Ma alla fine ha vinto lui. Arrivato negli Usa, però, le cose non sono andate come previsto. «Mi odiavano, mi vedevano come comunista, uno che era lì per soldi da spedire a Mosca. Solo quando un amico di una grande famiglia americana mi ha chiesto di fare da padrino ai suoi figli le cose sono cambiate: ho iniziato a sentirmi accettato, ho vinto 3 Stanley Cup, mi hanno messo nella Hall of Fame e offerto un lavoro da coach». Ma Putin, nel frattempo succeduto a Gorbaciov, aveva altri progetti. Gli offre una squadra molto più grande e maggiori responsabilità, oltre a una casa di 1000 metri quadrati, con piscina e campi da tennis, e la libertà di scegliersi lo stipendio: è così che Fetisov torna in Russia, nel 2001, e diventa suo ministro dello Sport. «Ho trovato un disastro, non c’erano nè rispetto nè un governo, solo rovine. Anche nello sport c’erano ladri e nessuno riusciva a opporsi. Ho ideato un programma e la gente si è fidata, perché ho un nome che non è in vendita e che non posso spendere per cause sbagliate». Forma il team che nel 2014 avrebbe portato i Giochi olimpici a Sochi, da il via a un programma di facilitazioni per lo sport – mai esistito nell’Unione sovietica- che porta a costruire 300 campi di pattinaggio consentendo ai giovani di allenarsi in tutto il paese. Costituisce la League, in cui sonoimpegnate 30 squadre da 9 paesi, e supporta vecchie glorie dello sport: assicura a chiunque abbia vinto una medaglia olimpica 1000 dollari di pensione. Lasciato l’incarico da ministro dello sport dopo sette anni, oggi è senatore del Parlamento e lavora su questioni sociali, toglie i bambini dalla strada, dall’alcol e dalla droga e insegna loro i valori dello sport. Rimpianti? «In 12 anni di questo lavoro ho capito due cose: che la politica mi prende più di quello che mi da, e che la gente normale, come me, ottiene più fiducia dalle persone di chi sceglie questo mestiere come carriera, a caccia di potere, soldi e successo». L’asteroide 8806 è stato ribattezzato col suo nome, ci sembra il minimo che la sua fama sia finita sino in cielo. Un’altra, meritata, vittoria per un capitano fuori dall’ordinario.

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Slava Fetisov con la giornalista Cristiana Allievi

Novembre 2014 Panorama Icon © Riproduzione Riservata 

 

 

Olivia Wilde, «Da mamma mi sento rock»

06 domenica Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Chris Hemsworth, Cristiana Allievi, Jason Sudeikis, Martin Scorsese, Natale all'improvviso, Olivia Wilde, Ron Howard, Rush, Tao Ruspoli, Vynil

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L’attrice newyorkese olivia Wilde, 31 anni (courtesy lifestyle.com)

Non gira intorno alle cose, quando le fai una domanda. Ma pensi a un’altra cosa quando la incontri:  “È bellissima”. Ha prodotto lo stesso effetto su milioni di spettatori nel film che l’ha resa famosa, Rush, dove era la moglie del pilota di Formula Uno James Hunt. Sarà che assomiglia parecchio alla Jolie (è una versione di Angelina lievemente più maschile nei lineamenti), fatto sta che per una legge di equilibri pensi che non è necessario che Olivia Wilde sia anche una donna interessante: quelle gambe lunghe, i grandi occhi verdi, la pelle e i denti perfetti potrebbero bastare. Ma quando inizia a raccontarti di suo figlio Otis, del compagno, l’attore Jason Sudeikis, l’uomo che è venuto dopo il divorzio dal regista e principe italiano Tao Ruspoli, e della sua visione delle relazioni, scopri di avere davanti una donna con dei numeri. La scusa per cui parlo con la figlia di Andrew e Leslie Cockburn- appartenenti al gotha del giornalismo internazionale- è che il 26 novembre sarà nelle sale con Natale all’improvviso, di Jessie Nelson, insieme a Diane Keaton, John Goodman, Amanda Seyfried e Marisa Tomei. La storia non potrebbe essere più adatta al periodo dell’anno: racconta come il Natale, e ai raduni di famiglia in genere, possano diventare un inferno, nonostante le migliori intenzioni di tutti. Nel film Olivia è Eleanor, una sceneggiatrice che pur di non dover dire ai genitori e ai fratelli che è di nuovo single, porta a casa un perfetto sconosciuto per le feste. L’anno prossimo la vedremo invece nei panni della moglie del proprietario di un’etichetta discografica, grazie a Vynil, l’attesissima serie della Hbo diretta da Martin Scorsese.

Il suo nuovo film mostra chiaramente quanto il Natale possa tirar fuori la follia di ciascuno di noi: perché secondo lei si scatenano tanti conflitti, sommersi e non? «È un tipo di festa che raduna molte persone che di solito non si incontrano per il resto dell’anno. C’è la pressione dei regali, di quanto devono costare, e poi la preoccupazione peggiore, che ti facciano la domanda “allora cos’è successo durante quest’anno?”. Se si aggiunge l’assurda aspettativa di essere felici a tutti i costi, come fa ad essere un bel giorno con simili premesse? (ride, ndr). È naturale che si scateni l’ansia da prestazione, tutti vogliono dare una versione idealizzata di sé».

Lei è Eleanor, e porta a casa un perfetto sconosciuto incontrato all’aeroporto con questa frase: “So che non mi conosci e non sai neanche se ti piaccio, ma diventa il mio fidanzato…solo per stanotte!”. «Eleanor è una donna molto complessa in cui non mi ritrovo per niente. Incasinata, emozionale, è una specie di bambina caotica. È quella che non si è sposata, non ha raggiunto il successo, sotto molti aspetti è ancora la figlia di papà che lotta con la madre…».

Difficile simpatizzare con una donna così… «Mi ci sono immersa proprio perché non è una persona che piace, ed è una sfida recitare qualcuno con cui non sei d’accordo, di cui non condividi le scelte. Ma mi sono relazionata con la donna che ha fatto errori e ha imparato da questi: diventerà finalmente onesta con se stessa, sul suo passato e la sua famiglia».

Cos’è per lei la famiglia? «Paradossalmente è il luogo in cui puoi essere completamente te stessa, e in cui gli altri ti devono accettare come sei. La grande differenze tra la famiglia e gli amici è che con la prima non hai margini d’azione, devi averci a che fare così com’è. È buffo, perché in qualche modo sei simile ai membri del tuo clan, e non lo vorresti ammettere, loro ti conoscono da sempre, hanno seguito il processo della tua evoluzione come essere umano».

Gli amici no? «Li scegli, e possono anche diventare una seconda famiglia, certo. Ma la dinamica sarà sempre diversa».

Ho sentito dire che sul set siete diventati praticamente una famiglia. «Ho trovato irresistibile fare la figlia di Diane Keaton e John Goodman, è stato una specie di desiderio che si è avverato, non perché intendessi sostituire i miei genitori, ma averne due in più! Siamo stati tutti insieme a Pittsburgh per molto tempo, guardavamo persino insieme il Super Bowl, si è creata una situazione per cui raccontare quella storia è stato facile».

Imparare a tollerare la propria famiglia, e a perdonare anche i torti, è possibile secondo lei? « Tutti dobbiamo attraversare perdite ed esperienze dolorose, e da come ne usciamo dipende il resto della nostra vita. Ci sono situazioni in cui abbiamo il diritto di essere arrabbiati, ma possiamo anche scegliere. Vogliamo esserlo? Le cose andranno in un certo modo. Se invece lasciamo andare la rabbia e abbracciamo l’amore, andremo verso la felicità. I conflitti si possono superare, e porselo come obiettivo per Natale non è una brutta idea».

Cosa fa durante le sue vacanze? «Per me da sempre sono sinonimo di famiglia, ho sempre dato per scontato che per il giorno del Ringraziamento e a Natale stiamo tutti insieme. È un fatto che oltre che divertirmi mi rassicura, e invecchiando mi rendo conto che non è così per tutti. Quest’anno la novità sarà la presenza di Otis, io e Jason non vediamo l’ora di renderlo partecipe di questa festa. Vogliamo che impari che stare insieme alle persone che si amano è la cosa che conta di più».

È direttamente coinvolta nei preparativi o demanda? «Mi ci immergo completamente! Preparo le decorazioni per la casa, penso ai menù da cucinare, per un lasso di tempo mi dimentico del resto del mondo. La mia famiglia diventa una specie di isola, e io mi focalizzo su ogni singolo componente».

Cucina? «Moltissimo, ma non il tacchino perché non mi piace (ride, ndr). Preparo una bella dose di ripieno ma avendo una sorella vegana mi impegno molto anche in quel senso, per restare nella tradizione ma accontentare anche lei. Sono specializzata nella crema di zucca ma una delle cose che preferisco è trasformare gli avanzi del giorno dopo in piatti deliziosi. Mi sveglio la mattina del 26, apro il frigorifero che è pieno fino in cima e inizio il mio lavoro: tutti sanno che possono contare su di me in questo senso!».

Quali sono i suoi film natalizi preferiti? «Tutti gli anni riguardo Elf, lo trovo geniale, mi piace in tutti i sensi. Torno spesso anche su un vecchio cult, La vita è meravigliosa, con James Stewart e Donna Reed».

Sembra che la sua, di vita, sia meravigliosa, in questo momento. «Mi sento fortunata e sono piena di gratitudine. La bellezza di avere trent’anni è che finalmente inizi a vivere la vita per te stessa, non più per i tuoi genitori. Ed è meraviglioso sentire di aver raggiunto un certo livello di soddisfazione, mi ispira a intraprendere nuove strade, a correre dei rischi e inseguire sogni che ho sempre avuto in mente, ma che mi facevano paura».

L’anno prossimo la vedremo nell’attesissima serie tv Vynil. «È molto cool, sono felicissima di far parte di un lavoro prodotto da gente come Mick Jagger, Martin Scorsese e Terence Winter. Racconta di un’etichetta discografica del 1973, a New York, il cui proprietario si chiama Richie Finestra (interpretato da Bobby Cannavale). Io sarò Devon Finestra, sua moglie, una fotografa, una donna che sta reinventando la propria vita. Terry, che ha scritto la sceneggiatura di Boardwalk Empire e Il lupo di Wall Street, ha creato la serie e ne è il produttore. Martin ha diretto l’episodio pilota, e questo potrebbe già bastare. L’intera esperienza è stata incredibile, non vedo l’ora che vada in onda».

È stata la barista Alex, nella teen serie O.C., la dottoressa Tredici del Dr. House e in Butter si porta a letto niente meno che Ashley Greene: cos’ha capito calandosi ripetutamente nei panni di una bisessuale? «Molte ragazze mi hanno raccontato che grazie a me hanno imparato ad accettarsi, si sono trovate più a loro agio nel fare coming out e questo mi fa sentire bene. So che quando bacio una donna per una parte, la gente crede sia una cosa sexy, ma se sono due uomini a baciarsi, c’è subito c’è una reazione diversa. Usare due pesi e due misure, onestamente, mi sembra ridicolo».

Intervista uscita su Grazia del 2 dicembre 2015, n. 49

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«Sono attratto dai personaggi estremi, come mia moglie». Intervista a Hugh Jackman

05 sabato Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Australia, Ava Eliot, Barbanera, Christopher Jackman, Codice: Swordfish, Cristiana Allievi, Deborra-Lee Furness, Hugh Jackman, Hugh Jackman, Back on Broadway, I miserabili, Joe Wright, Nirvana, Oscar Maximilian, Pan, Smells like teen spirit, X-men

Lui è razionale e misurato, lei passionale, emotiva, dotata di un istinto infallibile. E lo ha trovato molto sexy nei panni del terribile pirata Barbanera (nel film Pan). Jackman parla della sua famiglia e dell’alchimia con Deborra-Lee Furness, che ha 13 anni più di lui, e che  funziona da un’eternità per gli standard di Hollywood. Grazie anche a una regola: non separarsi mai per più di due settimane «se no ci si abitua a stare lontani».

Sorriso sulle labbra, battuta pronta, voce sexy (l’avete mai sentito cantare?). E poi quel modo di fare terribilmente alla mano. Non si sente una star. Non gioca a sedurti come fanno attori di calibro molto, molto inferiore. Nell’intervista preferisce scherzare, sdrammatizzare, ridere, mostrarti il suo buonumore e la serenità conquistata dopo un’infanzia non proprio facile. A otto anni la madre, che soffre di depressione, abbandona la famiglia e si trasferisce in Inghilterra. Le sue sorelle la seguono, lui e i fratelli restano a Sydney con papà Christopher. Hugh è davanti a un bivio: può farsi divorare dalla rabbia o perdonare e andare avanti. Lui sceglie la seconda strada e si affida a suo padre. Che gli ha insegnato tutto: a prendersi cura dei fratelli, a usare il denaro in modo accorto, ad amare e rispettare gli altri, compresa la madre contro la quale non ha mai puntato il dito, tanto che i due sono rimasti in ottimi rapporti. Oggi Hugh vive a New York, dove lo si vede spesso passeggiare mano nella mano con Deborra- Lee Furness, sua moglie, e con i due figli, Oscar Maximilian e Ava Eliot, adottati dopo una lunga battaglia contro l’infertilità. Fa il possibile per stare tutti insieme, perché la famiglia è il centro della sua vita. Non come il crudele Barbanera, il pirata rocker che canta Smells Like Teen Spirit dei Nirvana e terrorizza i bambini, protagonista del suo ultimo film, Pan. Hugh i ragazzini li adora.



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Hugh Jackman, 47 anni, è arrivato al successo internazionale con il personaggio di Wolverine in X-Men, nel 2000.

Si fida del suo istinto paterno?

«Sì, anche se sull’istinto forse è più forte mia moglie. Di fronte a un problema sa sempre qual è la cosa giusta da fare, e di solito ci azzecca sempre. L’intuizione è un dono, ma anche una responsabilità, perché ti connette con una persona a livello emotivo, ti fa preoccupare per lei».

Lei è un padre apprensivo?
«So che il mondo non è un posto facile, ma non voglio che i miei figli siano paranoici. Voglio che stiano attenti, che tengano gli occhi aperti, ma allo stesso tempo che vivano senza paure.
Quando ero piccolo mio padre non sapeva mai cosa facevo quando uscivo, con Oscar e Ava vorrei comportarmi allo stesso modo».

A casa la accolgono meglio quando fa il supereroe o quando si trasforma nel nemico di Peter Pan?
«Quando torno a casa i bambini vogliono il loro padre, se ne fregano dei miei personaggi. Mentre mia moglie mi ha detto: “Barbanera è uno degli uomini più sexy che tu abbia mai interpretato”. Diciamo che ho trascorso un’estate fantastica dopo aver girato il film (scoppia a ridere, ndr)».

Quando è sui set a lavorare, come mantiene i contatti con la sua famiglia?

«Non stiamo mai separati più di due settimane, è una regola che ci siamo dati io e Deborra. Se si sta lontani per molto tempo ci si abitua a vivere così. E a lungo andare ci si allontana. Quindi, fosse anche solo per 24 ore, torno sempre a casa. E quando voglio che i miei figli facciano i compiti, tiro fuori qualche premio, per ricordargli che papà è via per lavoro e che anche loro devono fare sempre il loro dovere».

Lei ha già vestito i panni del cattivo. Questo personaggio, Barbanera, che cos’ha di particolare?

«Ho fatto molti altri cattivi prima di questo, ma non ero mai stato così feroce! Mia madre, che ha assistito alla prima del film qui a Londra, ha detto a tutti: “Mio figlio è una vera minaccia!”».

A chi si è ispirato?
«Prima di iniziare a girare ho letto con mio figlio Oscar un sacco di cose sugli orsi su National Geographic per bambini. Lui adora gli orsi bruni. Ho chiesto a Joe Wright, il regista del film, se poteva andargli bene come modello, ma mi ha risposto di no: aveva sul cellulare un ritratto di Maria Antonietta coperta di rughe, era a lei che voleva mi ispirassi!».

Vista la sua carriera, crede nella fortuna?

«Il successo è un mistero. Quando mi hanno proposto il personaggio di Wolverine, l’ho accettato perché non mi arrivava niente di interessante. Di colpo mi sono ritrovato a Los Angeles a riorganizzare la mia vita e quella dei miei figli. Chi avrebbe detto che tutto sarebbe cambiato grazie a Wolverine? Oggi tutti mi offrono film!».

C’è qualcosa di cui si pente?

«Non aver girato Chicago, il film musicale di Rob Marshall. Ma ero molto giovane, c’erano battute adatte a un uomo più maturo. Però alla fine è stato giusto così: Richard Gere è stato fenomenale, in quel ruolo».

L’ho vista con i miei occhi ai festival di cinema, nei posti più glamour del mondo, mentre girava in bicicletta alle otto di mattina. C’è differenza tra essere un attore ed essere una star?

«Io voglio vivere davvero la vita. Amo le auto e gli hotel di lusso, ma per entrare in contatto col Paese in cui mi trovo ho bisogno di altre cose, come pedalare in bicicletta e tuffarmi in mare. Sono queste le cose che ricordo di un posto, più dei red carpet e dei premi. Ma posso essere anche un divo, non creda: quando voglio andare a nuotare chiedo che sgombrino la spiaggia!».
Scherza, ovviamente! È evidente che lei non crede al suo status di sex symbol. «Nemmeno un po’. Perché non me lo diceva nessuno quando lo ero davvero, a diciott’anni? Oggi che me ne faccio? Non posso dire a mia moglie: “Hey baby, vai tu a buttare la spazzatura!”, non è cosa per me».

 

È per questo che interpreta spesso personaggi estremi?

«Sono una persona moderata nella vita, credo sia il motivo per cui sono attratto da persone eccessive. Mia moglie è molto emotiva e appassionata, e questo continua a essere molto, molto stimolante per me».

 

articolo pubblicato sul n. 47 di F, in edicola il 18 novembre 2015

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Terra e libertà: non toglietele a Benicio del Toro

19 giovedì Nov 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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21 grammi, Benicio Del Toro, Delilah, Escobar, Gustavo Adolfo Del Toro, I soliti sospetti, Il piccolo principe, Kimberly Stewart, Le belve, Papillon, Rod Stewart, Scarlett Johansson, Sicario

LEGAMI SENTIMENTALI MAI. RUOLI COMPLICATI SEMPRE, PER RACCONTARE TUTTA L’EMOTIVITA’ DELLA SUA AMERICA LATINA.

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L’attore portoricano Benicio del Toro, 48 anni, premio Oscar per Traffic.

«Ne parlavo pochi giorni fa con un vecchio compagno di scuola. Chi lo avrebbe detto, 30 anni fa, che sarei andato a Disneyland con Delilah, 4 anni, e il nonno Rod? Sono quelle cose che nemmeno un veggente può prevedere». Sorride, dall’alto dei suoi centonovanta centimetri di altezza, al ricordo di quando, saputo che aspettava un figlio da Kimberly, è andato a chiedere consigli sulla paternità al suocero. La rockstar Rod Stewart che, a 70 anni e con otto figli, sa di cosa si parla. Me lo racconta con quella faccia a cui è sempre stato difficile dare un’età. A 20 anni sembrava già un cinquantenne, Benicio del Toro. Un po’ per quei cerchi intorno agli occhi con cui ha imparato a fare i conti dai tempi delle medie, rispondendo che no, lui non si drogava, a chi lo insinuava. Poi ci sono le forti oscillazioni di peso, di umore e le sfumature del colore dei capelli, a confondere. I ruoli cinematografici, così drammatici, hanno fatto il resto, contribuendo a renderlo un fascinoso miscuglio di mistero e oscurità. Arriva nel bar dell’hotel della Costa Azzurra in cui abbiamo appuntamento e mi colpisce quando sia sottile, in abito nero. Dall’ultima volta che l’ho incontrato, tre anni fa, ha perso dieci chili. C’è molto caos intorno a noi, gli basta posare lo sguardo intorno, senza aprir bocca, perché il volume generale si abbassi. Chi lo conosce bene dice che fuma e beve parecchio. Durante la nostra chiacchierata non tocca sigarette e beve solo un Espresso. Con quella voce roca con cui ha sedotto una sfilza di donne- tra cui la nostra Valeria Golino, con cui ha all’attivo la relazione più lunga della sua vita- e che deve aver inebriato Scarlett Johansson per farla cedere alle avances hot nell’ascensore dello Chateau Marmont, mi racconta la più clamorosa rivoluzione degli ultimi tempi. «Diventare padre di Delilah mi ha fatto sentire il desiderio di passare più inosservato, e di poter osservare di più. Lei non è né sua madre né me, è altro. Ho capito che quello che devo fare, come padre, non è adeguarla ai nostri modelli, ma crearle uno spazio intorno in cui possa muoversi. Io sono stato costretto a essere qualcosa, ma almeno ho scoperto di poter lasciare la libertà a lei». Per non perdersi il parto, il Marlon Brando dei giorni nostri, come lo definiscono in molti -ma Sean Penn preferisce menzionarlo come “il nuovo Al Pacino” – ha smesso un giorno di sparare sul set di Le belve di Oliver Stone, uno dei tanti film ad alto tasso di violenza in cui compare il suo nome. «Oggi mi piace pensare di fare film che posso vedere anche con mia figlia, per questo ho appena prestato la voce a Il piccolo principe di Mark Osbourne, ma per Delilah è un film ancora pesante: per ora guardiamo insieme Il Sottomarino giallo, e non ha idea di quanto mi piaccia». Delilah è nata da una notte di passione, e i due genitori si sono affrettati a dichiarare che non avrebbero messo su famiglia. Se si va a guardare tra le pieghe della vita della star portoricana di 21 Grammi e I soliti sospetti, l’incapacità di reggere legami stabili sembra congenita. A minare la sua sicurezza sentimentale dev’essere stata la perdita della madre, l’avvocato Fausta Sanchez Rivera, mancata quando Benicio aveva nove anni. Era lei che lo aveva portato a vedere il primo film, Papillon, che lo ha colpito molto.

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Del Toro e Brad Pitt ai tempi di Snatch, girato nel 2000 (courtesy of Pinterest.com).(continua…)

Storia di copertina di Icon n. 24, n. Novembre e dicembre 2015

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«Se a dirigere un film su Oscar Wilde sono io, Rupert Everett»

28 mercoledì Ott 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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A royal Night out, Altamira, Ampleforth, coming out, Cristiana Allievi, Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children, Oscar Wilde, Rupert Everett, Tim Burton

Sta lavorando da otto anni per portare sullo schermo questo progetto e finalmente è arrivata l’ora X. Ecco perchè lo ritiene così importante

L'attore inglese Rupert Everett, 56 anni, sta per dirigere il suo film su Oscar Wilde.

L’attore inglese Rupert Everett, 56 anni, sta per dirigere il suo film su Oscar Wilde.

Sta lavorando da otto anni per portare sullo schermo la storia di Oscar Wilde. Ma quella che era diventata una questione di vita o di morte, raccontare gli ultimi tre anni della vita del poeta irlandese, ha raggiunto finalmente una svolta: le riprese del film inizieranno l’anno prossimo. Come racconta durante la tredicesima edizione del premio Kineo – Diamanti al cinema, dove è stato insignito dell’International Movie Award. Certo, se a Everett la vita è andata meglio che a Wilde, non si può dire che tutto sia stato facile, grazie alla sua omosessualità dichiarata. Ma resta uno dei volti indimenticabili della storia del cinema, e nonostante il tempo passi, nemmeno a 56 anni compiuti smentisce l’immagine del dandy. Discendente della famiglia reale di Carlo II Stuart, re d’Inghilterra e Scozia, la sua vita, la vena polemica, il narcisismo e l’eleganza dei modi lo hanno reso una miscela esplosiva, un idolo, al punto da spingere Tiziano Sclavi a farne il protagonista del suo Dylan Dog. E in attesa di vederlo in Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children di Tim Burton, in Altamira di Hugh Hudson e A Royal Night Out di Julian Jarrold (in cui interpreta Giorgio VI, come ha fatto Colin Firth) parliamo con l’attore inglese di quello che gli sta più a cuore.

Finalmente ci siamo: il suo film su Oscar Wilde partirà…
«Inizierò le riprese l’anno prossimo a Napoli, finalmente. Ho scritto la sceneggiatura, sarò il regista e anche l’attore principale, nella mia fantasia voglio essere un Orson Welles! Nel cast ci saranno Emily Watson, Miranda Richardson, Tom Wilkinson e Colin Firth. Il cinema che amo, quello di Visconti e di Antonioni, con tecnici di primissimo livello, costumi sontuosi, decorazioni raffinate, è sparito: voglio tentare di riprodurre quel sogno, oggi».

Che Wilde vedremo?
«Quello degli ultimi tre anni di vita. La storia di Wilde è la storia di un meraviglioso essere umano che viene distrutto dalla società. Tengo molto a mostrare come in un momento si possa essere accettati, e in quello successivo reietti. Prima di Wilde la parola omosessuale non esisteva, ha dato scandalo. Ma già a metà Ottocento era una grande celebrità, un uomo modernissimo che ha attraversato l’America su uno speciale treno verde… È una figura cristica per il movimento omosessuale, per me, e soprattutto per il mio mondo lavorativo, che non è dei più facili».

Il poeta, esteta e scrittore irlandese Oscar Wilde.

Il poeta, esteta e scrittore irlandese Oscar Wilde.

In molti dovrebbero ringraziarla per il suo coming out. A Hollywood gliel’hanno fatto pagare?
«All’epoca vivevo a Parigi, Hollywood è venuta molto dopo. Di sicuro le mie dichiarazioni non mi hanno facilitato la carriera, essere gay nello showbusiness non è una gran cosa, e io non sono un’eccezione. E non mi riferisco al pubblico, che non si cura minimamente di queste cose, ma al business: cosa vuole che le dica? Il cinema è come il calcio, stessa cultura».

Ma non si è sentito più protetto, proprio perché parte del mondo dello spettacolo?
«Non mi lamento della mia vita, è stata molto fortunata. Forse oggi il mondo a cui si riferisce è cambiato, ma nel 1980, quando ho iniziato, non era amichevole con i gay».

A occhio lei non ha avuto paura di essere se stesso, o sbaglio?
«Ne ho avuta eccome, però non mi ha mai fermato dal vivere la mia vita. A un certo punto bisogna occuparsi del proprio futuro, nessuno lo fa al posto tuo. Oggi viaggio sulle mie gambe e fare un film da solo, con la completa responsabilità, è una sfida che mi piace. Non ho idea di come farò, ma la parola creatività significa qualcosa che viene fuori dal nulla, quindi credo che sarà un momento molto creativo».

Le esperienze difficili rinforzano?
«Tutto quello che va male, nella vita, finisce per rivelarsi con l’essere una cosa buona. Ho avuto molti anni per interrogarmi a fondo su quello che volevo fare, con Wilde. Quando qualcuno ti dice “questa cosa è inutile”, devi guardarci dentro e decidere: o sei d’accordo, o non lo sei affatto. In questo caso, a ogni passo ti rafforzi».

Quando ha passato la boa dei cinquanta ha detto di essere triste perché non si sentiva più sexy. A vederla di persona non sembra ancora il caso di buttarsi giù…
«A dire il vero a 50 anni ho dichiarato che non mi sentivo più dipendente dal sesso e che la cosa mi faceva molto piacere! Tutta la mia vita è stata guidata dall’idea del sesso, una reazione all’educazione cattolica ma soprattutto avevo ormoni piuttosto effervescenti. Anche se credo che la maggior parte degli uomini pensi al sesso, capirà il senso di liberazione».

Cos’è cambiato, con i cinquanta?
«Proprio gli ormoni, il sesso è per i giovani (ride, ndr), la marea dell’oceano ci spinge in alto e poi ci ributta giù».

Avere un padre ufficiale dell’esercito britannico ha inciso sul suo carattere?
«Di sicuro sono andato in reazione con tutto il mondo delle armi, questo sì. Mio padre è stato un uomo gentile fino a quando io e mio fratello eravamo piccoli, ma intorno ai 12 anni, di fronte alle nostre ribellioni, s’infuriava fino a schiacciarci».

Rupert Everett è stato un bambino impegnativo?
«Mi hanno cresciuto secondo il vecchio stile, addirittura senza tv. Una delle cose migliori della mia vita è stata la mia prima infanzia, in un ambiente molto organizzato, sicuro, tranquillo. Avevo poche cose, ero curioso di sottigliezze come la polvere colpita da un raggio di sole… In casa non ci era permesso far troppo rumore, dovevamo stare tranquilli. Anche i nonni mandavano il messaggio che non si doveva dare spettacolo, né alzare la voce, per avere l’attenzione di tutta la famiglia».

E lei ha reagito.
«Fino a sette anni sono stato molto solitario, sensibile e riflessivo, poi mi hanno portato in collegio (all’Ampleforth, un istituto diretto dai monaci Benedettini, ndr) e sono diventato un’altra persona. È iniziata la fase esibizionista, urlavo, mi facevo notare, facevo ridere gli altri tutto il tempo. È così che a 15 anni mi sono iscritto alla Central School of Speech and Drama di Londra e ho iniziato a recitare».

Curioso, ho letto una sua dichiarazione in cui dice che essere tranquilli, nella vita, è la cosa più importante.
«È vero, e ciò che disturba la quiete nel mio caso è vivere nel mondo del cinema, doversi mantenere, farsi venire nuove idee… Insomma, andare avanti».

Soffre d’ansia?
«Come potrei non soffrirne in un mondo che ci spinge a venderci di continuo, a tenere le cose sotto controllo, ad apparire perfetti? Avendo molte idee anch’io devo andare in giro a proporle, non mi lamento ma è stressante».

A proposito di andare avanti… Sarà presto Giorgio VI, in A Royal Night Out. Non è stufo di fare l’aristocratico in costume?
«Sono alto 193 centimetri, sono inglese e vengo dall’alta società. Non mi stupisce che mi vogliano per fare parti da nobile, e non mi preoccupa».

articolo uscito su GQ Italia a ottobre 2015

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«Con Lolita ho chiuso», parola di Ludivine Sagnier

23 mercoledì Set 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Bonnie, Cristiana Allievi, François Ozon, Kim Chapiron, Love is in the Air-Turbolenze d’amore, Ludivine Sagnier, Ly Lan, Nicolas Bedos, Swimming Pool

È una delle attrici più quotate, e non solo in Francia, la sua patria. A Parigi, mentre allattava la sua ultima nata, ci ha spiegato perché con i ruoli da Lolita che l’hanno caratterizzata al suo esordio al cinema ha chiuso definitivamente. Adesso è tempo di tradimenti e la politica, ma solo sul set

Ludivine Sagnier, 36 anni, ha iniziato a sfilare a 9 anni e a 10 era già in un film di Resnais (courtesy of zimbio.com).

Ludivine Sagnier, 36 anni, ha iniziato a sfilare a 9 anni e a 10 era già in un film di Resnais (courtesy of zimbio.com).

Gira per la stanza cullando tra le braccia la figlia Tam, di pochi mesi. È la terza arrivata e ha un nome vietnamita come il padre, il regista Kim Chapiron. Ludivine Sagnier arriva al nostro incontro struccata e mi confessa di aver dormito molto poco. Si scuserà più volte, durante la conversazione, perché Tam piangerà spesso e lei la allatterà davanti a me. L’attrice francese, 36 anni, diventata famosa nel 2003 con il film di François Ozon Swimming Pool, in cui interpreta il ruolo di una procace e seducente ragazza, ora è al cinema con Love is in the Air-Turbolenze d’amore, di Alexandre Castagnetti, con Nicolas Bedos. Non faccio in tempo a farle la prima domanda che, ecco, Tam piange: «Mi scusi, devo darle da mangiare. È la prima volta nella mia vita che faccio una cosa del genere durante un’intervista, mi vergogno un po’». Faccio per alzarmi ma lei mi dice di andare avanti con le domande.

Dopo Bonnie, 10 anni, e Ly Lan, 6, è arrivata alla terza maternità. È difficile organizzarsi? «Sì, come per tutte le donne che lavorano. Pianifico ogni impegno al millesimo di secondo».

Quante babysitter ha? «Una, più una persona che mi aiuta in casa, fine. Il resto lo faccio io, come ogni donna che lavora».

È un caso raro che una 36enne in carriera abbia tre figli. «Non in Francia. Anche l’attrice Isabelle Huppert ne ha tre. Ma forse ha ragione lei: tre sono tanti, si deve cambiare spesso l’automobile, pensare sempre più in grande».

È diverso adesso il modo in cui sceglie i film? «In questo momento ho meno voglia di assentarmi per lunghi periodi e di andare lontano da casa, ma credo fermamente che anche per i figli sia importante avere una madre realizzata. Lavorare fa bene».

Al cinema ha iniziato con personaggi simili al cliché dell’adolescente sexy alla Lolita, in Turbolenze d’amore è una single 30enne che sogna l’amore con la A maiuscola. È una svolta? «Tutti invecchiamo, non si può interpretare Lolita fino a 50 anni. Trovo che questa donna single sui 30 anni sia molto attuale. È giovane, vuole essere indipendente, ma ha comunque un’idea romantica dell’amore. Non trova tutto questo molto moderno?».

Il film affronta anche il tema del tradimento.
«È stato interessante studiare l’aspetto della gelosia. In Turbolenze d’amore si capisce quanto sia un sentimento che nasce dall’insicurezza. È bello vedere che cosa scatena un’emozione così forte e distruttiva: che il tuo fidanzato ti tradisca davvero o meno quasi non conta».

Lei è gelosa?
«No, ma so che stiamo parlando di un sentimento pericoloso quanto la tossicodipendenza. La buona notizia è che con una psicoterapia mirata si può guarire».

Ha già interpretato donne molto diverse tra loro. Con quale nuovo personaggio si cimenterebbe?
«Mi mancano le donne di potere, per esempio le politiche. Non ne ho nessuna in mente, ma è un mondo che mi attira».

Sono pochi i ruoli per le donne, al cinema? Il cinema è sessista?
«Purtroppo sì. Ci sono ruoli favolosi per le 20enni, poi per le 40enni: nell’età di mezzo, invece, sembra che non succeda nulla di interessante. Io sono troppo giovane per fare la 40enne e troppo grande per essere una 20enne. Ma non mi posso lamentare perché lavoro lo stesso».

Come si sentirebbe se le sue figlie facessero il suo mestiere?
«Bonnie, la più grande (avuta dall’attore Nicolas Duvauchelle, ndr), è già apparsa nei miei film, l’unica regola che ho dato è stata: “solo un giorno di riprese”. Le bambine vengono sempre con me sul set, dopo la scuola, do loro compiti speciali. Chiedo di annotare i nomi degli elettricisti, dei macchinisti, oppure di descrivere che cosa succede durante la giornata. Voglio che imparino che puoi fare molte cose su un set, che non c’è solo il mestiere dell’attrice e del regista».

Lei quale altro mestiere sogna?
«Amo cantare, vorrei farlo di più. E spero di girare presto il film scritto da mio marito».

 Intervista uscita su Grazia del 4 settembre
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MILLA JOVOVICH: «DOVE TROVO LA MIA FORZA»

05 venerdì Giu 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Dashiel, Ever Gabo, Gisele Bundchen, Il quinto elemento, Luc Besson, Milla Jovovich, Paul Anderson, Pierce Brosnan, Resident Evil, Richard Avedon, Survivor

Da poche settimane, è diventata mamma per la seconda volta, il 1° aprile è nata Dashiel Edon. E Milla Jovovich sprizza gioia da tutti i pori. Incontro la top model di origini ucraine, 39 anni, per parlare di Survivor, il thriller contemporaneo, ora al cinema. Sono preparata a trovarmi davanti una diva dei film d’azione e invece mi spiazza offrendomi il lato più intimo. Tra una domanda e l’altra si parla di poppate e di uomini, mentre cerca di domare la primogenita, Ever Gabo, 7 anni, che è rimasta a casa da scuola e pretende attenzioni, e la nuova arrivata dorme beata nell’altra stanza. Il papà è Paul Anderson, 50, il regista inglese della saga Resident Evil che ha fatto di Milla un’icona. Prima di lui, Jovovich aveva sposato il francese Luc Besson, che l’aveva scelta per Il quinto elemento, e prima ancora c’era stato un matrimonio lampo con l’attore americano Shawn Andrews.

L'attrice, modella e cantance ucraina Mila Jovovich, 39 anni

L’attrice, modella e cantance ucraina Mila Jovovich, 39 anni (courtesy of celluloidportraits.com)

È mamma da meno di due mesi. Come sta? «Benissimo. Dashiel è una meraviglia e, soprattutto, mi lascia dormire. Per questo non sembro uno zombie come sette anni fa, quando è nata sua sorella Ever Gabo».

Ha postato le immagini della sua gravidanza su Instagram e Dashiel è apparsa appena nata: non ha paura di esporsi?
«Quello che amo dei social media è che posso scegliere che cosa mostrare. Quando è nata Ever Gabo avevo i paparazzi addosso tutto il giorno, era tutto troppo invasivo. Così stavolta ho giocato d’anticipo, perché è impossibile fare il mio lavoro e avere il totale controllo della privacy».

Sui social media si è definita “una fabbrica di latte”. Non è troppo?
«Voglio allattare mia figlia e sì, sono orgogliosa di essere una latteria. Non so come sia da voi,
 in Italia, ma qui negli Stati Uniti l’allattamento al seno viene scoraggiato. Non so e non voglio sapere quali siano le motivazioni. Certo, in America è normale tornare al lavoro subito dopo il parto. Basterebbe lasciarci il tempo di stare con i nostri piccoli, invece di chiederci di rientrare dopo una settimana, no?».

Non tutte le madri possono permetterselo, soprattutto di questi tempi.
«Riconosco di essere molto fortunata».

Con la sua prima figlia era stato diverso? «Dopo un mese ero già sul set. Sono riuscita ad allattarla per tre mesi, poi ho conservato il latte per il quarto. Con Dashiel non farò così».

Quando pensa di riprendere a lavorare nel mondo della moda?  
«Quest’anno mi sono presa la prima pausa della mia vita. Me la merito. Non mi pentirei di questa pausa di riflessione nemmeno se al rientro non mi dessero più un lavoro».

La sua collega brasiliana Gisele Bündchen, 34 anni, ha appena lasciato le passerelle, dicendo che è stato il corpo a chiederglielo.
«Fa bene, potendolo fare. Ha iniziato a sfilare giovanissima, ha lavorato tantissimo».

Anche lei non scherza. Ha posato per le prime copertine, fotografata da Richard Avedon, quando aveva 11 anni.
«La modella è solo una delle cose che ho fatto in vita mia. E se è rimasto un interesse nei miei confronti anche dopo i 30 anni, età in cui chi vive di passerelle ha smesso di lavorare da un pezzo, lo devo all’aver differenziato le mie attività. Ma non creda che sia stato facile».

Perché?
«Negli Anni 80 in molti non hanno accettato il fatto che fossi modella, cantante, attrice. Però ce l’ho fatta. Sono stata capace di provare a tutti di essere all’altezza. Sì, sono sempre stata molto determinata, mettevo me stessa al primo posto».

(Ever Gabo ci distrae: vuole guardare la tv, ma mamma Milla non le dà il permesso. Cerca di convincerla a leggere un libro di favole con la tata).

Ora che è diventata madre mette ancora se stessa al primo posto? Non ci credo.  
«Essere mamma è la cosa più importante che mi sia capitata. Mi sta rendendo felice come niente altro. Ora sì che c’è qualcosa che ha la priorità. Penso sia questa la vera felicità e non la puoi sperimentare finché tutto gira solo intorno a te»
(Ever Gabo rientra dal giardino, vorrebbe a giocare con della terra sul letto dei genitori. Milla la invita a non salire sui cuscini con i piedi nudi, perché «poi la mamma si deve sdraiare»).

In Survivor è lei la protagonista. Siamo sempre abituati a vedere gli uomini nei ruoli importanti dei film d’azione, lei è un’eccezione.
«Non avevo mai avuto modo di interpretare una donna forte e contemporanea. Kate Abbott, il mio personaggio, è un’impiegata del dipartimento di Stato americano che deve sventare un attacco terroristico pianificato a New York per la notte di Capodanno. È una sofisticata, di successo, e non lascia che altre persone interferiscano nella sua vita».
Possiamo dire che ha rubato la scena a Pierce Brosnan, che in Survivor è uno spietato serial killer. Come ha preso il fatto di non essere il protagonista, lui che è lo 007 più famoso dopo Sean Connery?
«È uno degli uomini più adorabili che abbia mai incontrato, molto alla mano. Quando abbiamo girato a Londra, come camerino ci hanno dato da dividere un ufficio vuoto in una chiesa. Lui non ha fatto una piega. Anzi, il meglio l’ha dato quando sono arrivati mio marito, i suoi cugini, i fratelli con figli, sua madre: sono inglesi e sono venuti tutti a trovarci, approfittando del fatto che fossimo a Londra».

La Jovovich con il marito, il regista Paul Anderson. Insieme hanno due figlie (courtesy of wonkoo.com)

La Jovovich con il marito, il regista Paul Anderson. Insieme hanno due figlie (courtesy of wonkoo.com)

Un’intera tribù di fan all’attacco?
«Esatto. Confesso, ero molto preoccupata. Quando lo hanno visto, sono andati in fibrillazione: avevano davanti Brosnan, il supereroe inglese. Pierce a quel punto avrebbe potuto sparire in un’altra stanza, invece che cos’ha fatto? Ha iniziato a scattare foto a tutti, a rispondere alle loro domande. È davvero un uomo fantastico, tratta le persone in un modo unico, le fa sentire meravigliose. E ha un grande rispetto per le donne».

Lei ha dichiarato: «Gli uomini che ho avuto, hanno amato il mio spirito indipendente, erano orgogliosi del mio successo al punto da diventare gelosi del tempo che dedicavo alla mia carriera». Con suo marito Paul è così?
«È un vero supporto, ama la mia forza e il mio successo non lo ha mai fatto sentire insicuro. Se siamo a una prima e tutti urlano “Milla, Milla” non fa una piega, anche se il regista è lui. Del resto non posso andare in giro a dire: “Su, guardate mio marito, non me”. La gente diventa matta per gli attori, non è una cosa personale e Paul lo sa. È un uomo dotato di un infinito senso pratico».

Voi due condividete il lavoro. È questo il segreto?
«Di sicuro ci siamo aiutati a vicenda ad avere successo ed è bello lavorare insieme alla costruzione di un progetto. Non mi riferisco solo alla carriera, al conto in banca o alla casa, ma alle due splendide bambine frutto del nostro amore. Qualche giorno fa, per la festa della mamma, Paul mi ha detto: “Grazie di avermi regalato queste meraviglie”. Ever Gabo e Dashiel Edon hanno cambiato il nostro sguardo sulla vita. Mi fanno accettare il fatto di non essere più la giovane pollastrella che ero».

E adesso? 

«Vita in famiglia 24 ore su 24. Poi a luglio partiremo tutti per il Sudafrica, dove resteremo fino a Natale per le riprese del sesto capitolo di Resident Evil, quello che chiuderà la saga. Ho uno sguardo più ampio sul mio domani, c’è la carriera, ma non si tratta più, come prima, di girare un film dopo l’altro. Oggi vedo una logica in ciò che faccio e questo mi rende molto felice».

Che cos’altro le dà gioia?
«Mia madre vive a pochi isolati da qui, mio padre sta a Newport Beach e tutti i weekend viene a vedere le bambine. Da figlia unica, sono così contenta che le mie figlie abbiano tante persone intorno, una vera tribù di cugini, zii, nonni. Sanno di avere un posto preciso nel mondo. E sono sicura che così cresceranno con un senso di sicurezza maggiore».

Su Grazia del 22 maggio 2015

© Riproduzione riservata

Liam Neeson: «Io ti salverò»

02 sabato Mag 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Tag

Deniel Jack, Ed Harris, Freya St. Johnson, Liam Neeson, Michael Richard, NAtascha Richardson, Run all nught, Schindler's list, Taken, Third person, Una notte per sopravvivere

C’è una legge a Hollywood secondo la quale una vera star guadagna sempre di più per ogni film, ma solo finché arriva a 51 anni. A quel punto popolarità e salario vanno in picchiata. E poi c’è  la negazione di questa legge. Sessantadue anni, un Oscar per Schindler’s list e una seconda vita come eroe di film d’azione.

“Rinascita” è un po’ il suo secondo nome e non ha a che vedere solo con la sua carriera. Era il 2009 quando sua moglie, l’attrice Natasha Richardson, ebbe un grave incidente sugli sci in Canada. Finì in coma vegetativo, tenuta in vita dalle macchine, finché Liam non fece staccare la spina. Da quel momento tutto è cambiato. Neeson ha riscoperto il fisico prestante di quando tirava di boxe da giovane e, con il personaggio Bryan Mills della serie di film Taken, ha inaugurato il secondo atto della sua carriera. Alla faccia di ogni legge hollywoodiana oggi è tra i 10 attori più pagati del mondo, con oltre 34 milioni di euro guadagnati solo lo scorso anno.

Liam+Neeson+Taken+2+Red+Carpet+Premiere+38th+9cE0KkoJtObl

Liam Neeson, irlandese, 62 anni, vive la sua seconda stagione cinematorgrafica da “action hero” di Hollywwood (courtesy of Zimbio)

Non si è risposato, la relazione con l’imprenditrice inglese Freya St. Johnston non è durata, e quello che arriva ora nelle sale con il film Run all night-Una notte per sopravvivere (nelle sale dal 30 aprile) è un uomo che pensa solo a fare il padre. Sul grande schermo, dove interpreta un genitore pronto a tutto, e fuori, dove sta crescendo i suoi ragazzi: Michéal Richard, 20 anni, e Daniel Jack, 18.
Pochi giorni fa il primogenito, nella sua prima intervista, ha confessato di aver passato un periodo in clinica di riabilitazione per uso di alcol e droga: «Ho toccato il fondo», ha ammesso, spiegando di non aver superato il lutto per la scomparsa della madre. E così ora Neeson, con la sua voce profonda e rassicurante, non fa che dichiarare di voler restare più tempo possibile con i suoi figli. Confessando però che, quando sente aprire la porta di casa, spera sempre di vedere entrare sua moglie: «Penso a Natasha continuamente. Non puoi farti una ragione di una perdita come la nostra».

Una notte per sopravvivere ruota intorno all’amore del suo personaggio, un ex sicario della malavita, verso suo figlio, che non gli parla da anni e che finisce nei guai. Per interpretarlo ha attinto alla sua esperienza di genitore? 

«Ho già interpretato molte volte il ruolo di padre, stavolta la differenza è che non si tratta solo di proteggere qualcuno, quanto di riconquistarlo, una prospettiva ben diversa. Non posso nemmeno immaginare di perdere l’amore dei miei ragazzi o di dover combattere per ottenere la loro fiducia. Per questo capisco il mio personaggio che, per salvare suo figlio, si dimostrerà davvero disposto a tutto».

Di che cosa è orgoglioso, come padre?
«Tutti mi fanno notare che Michéal e Daniel sono molto educati. Io, però, sono fiero che mi guardino sempre dritto negli occhi quando parliamo. Anche nei momenti più difficili».

Che cosa ha imparato da loro?
«Tutto sulla tecnologia. Sono terrorizzato dalla materia, ho un vecchio smartphone e ogni mese loro mi dicono: “Papà, adesso è proprio ora di cambiarlo”. E poi sono impressionato dalla velocità con la quale comunicano: hanno pollici super flessibili e mandano messaggini a raffica»

Nessuna preoccupazione dopo la rehab di Michéal?
«La più grande è che si perdano, che siano tentati dalla droga. In fondo è il timore di tutti noi genitori, no? Se succede, sono guai. Ma io mi fido di loro, sono sensibili e, spero, abbastanza intelligenti».

Lei ha una voce profonda e calma, uno sguardo protettivo, ma poi riesce a trasformarsi in un killer spietato. Come fa?
«Tutti abbiamo una parte oscura dentro di noi. Il bello di recitare è che ti ritrovi in una specie di arena protetta, in cui sei libero di esplorare quel lato senza che nessuno si faccia male. Poi, certo, sotto deve esserci una grande storia perché, come diciamo noi attori, se qualcosa non è sulla pagina del copione, non sarà nemmeno sul set».

In Una notte per sopravvivere c’è una scena in cui lei ed Ed Harris siete al bar. C’è così tanta complicità fra voi che uno spettatore può quasi sentire il sapore della birra che state bevendo. Ha trovato un nuovo amico?
«Siamo molto affiatati. Nella scena di cui parla, siamo in un vero bar nel cuore di New York e la conversazione è quella tipica tra gangster: “Hai ucciso mio figlio, quindi devo uccidere il tuo”, “Hai fatto fuori due dei miei, io ne ammazzo tre dei tuoi”. Ci siamo divertiti».

Per lei che cosa conta davvero nell’amicizia?
«La lealtà, soprattutto, ma subito dopo viene la costanza, cioè la cura del rapporto nel tempo».

Neeson in Una notte per sopravvivere, ha 12 ore per salvare la vita al figlio (courtesy Indiewire.com)

Neeson in Una notte per sopravvivere, ha 12 ore per salvare la vita al figlio (courtesy Indiewire.com)

Come con il regista catalano Jaume Collet-Serra: dopo Unknown-Senza identità e Non-stop, siete al terzo film insieme. Ma lei è un tipo d’uomo che si lascia guidare facilmente da un altro?
«Sì, e mi piace molto essere diretto. Soprattutto come fa Jaume. Lui non ti dà ordini, non ti dice: “Parla un po’ più velocemente” o “Fai più fretta”. A me piace chi si spiega bene e che piuttosto ti dice: “Sai, credo che la persona che stai interpretando si senta molto vecchia in questo momento. Dovresti trovare un tono più adatto alla situazione”. Sono sfumature, ma non possiamo trascurare le emozioni».

Lei sembra un uomo sensibile.
«Sì, è una caratteristica fondamentale per arrivare al cuore di un personaggio. E per farlo occorre saper ascoltare, osservando a fondo le persone».

Ha iniziato a recitare a teatro a 11 anni, in Irlanda. Per tanto tempo, però, si è parlato di lei solo come l’attore del film Schindler’s List. Come è diventato un uomo d’azione?
«Sentivo il desiderio di fare qualcosa di più fisico. Quando ho recitato in Taken, otto anni fa, pensavo non sarebbe nemmeno arrivato nelle sale cinematografiche. Invece il passaparola ha fatto il miracolo e Hollywood ha iniziato a vedermi sotto una luce differente. Ho colto l’occasione: mi sembrava il momento giusto per cambiare alcune cose del mio stile di vita. Per esempio ho chiuso con birra, vino e superalcolici».

Di lei si dice che si prepari meticolosamente dal punto di vista fisico. Essere stato un pugile l’aiuta a mantenersi in forma?

«Mi piace fare un po’ di tutto: corsa, sollevamento pesi, un po’ di boxe al sacco. Tutto questo esercizio serve a tenere il tuo corpo in tensione e a essere più naturale. Sul set devo combattere come un 50enne, ma di anni io ne ho 62. Non è facile: almeno il mio passato da pugile mi ha insegnato a non aver paura delle difficoltà».

Pochi giorni fa, a un’anteprima a Dubai, i fan l’hanno assalita. Ma è vero che in Italia, dove ha girato Third person, per una volta un film romantico, i paparazzi sono stati ancora più invadenti?
«Posso dirle di non aver mai vissuto una cosa del genere. Girare per la strada, qui in Italia, mi è stato letteralmente impossibile».

L’intervista è finita e ci salutiamo. Di Liam non dimenticherò mai gli occhi liquidi e lo sguardo, di quelli che non ti lasciano. E che raccontano anche più delle bellissime parole  che ho ascoltato.

Su Grazia del 29/4/2015 

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