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~ Interviste illuminanti

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Archivi autore: Cristiana Allievi

Maria Sole Tognazzi, «Dieci minuti per cambiare»

31 mercoledì Gen 2024

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Letteratura

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abbandono, Chiara Gamberale, Dieci minuti, donne, Fotini Peluso, Francesca Archibugi, interviste illuminanti, madri, Margherita Buy, Maria Sole tognazzi, relazioni

E se da domani facessimo una cosa nuova al giorno, anche solo per pochissimo tempo? Parte da qui l’ultimo film della regista, che parla di donne in cammino, pesi di cui alleggerirsi. E (un po’) della sua famiglia

di Cristiana Allievi

Intervista pubblicata su Donna Moderna dell’1 Febbraio

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Vincent Cassel: «Ma prima vengono le mie figlie»

19 venerdì Gen 2024

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Personaggi

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Athos, Brasile, David Cronenberg, Deva, Eva Green, interviste illuminanti, Milady, Monica Bellucci, Moschettieri, Narah Baptista, Parigi, Vincent Cassel

Attore, Sex symbol, Vincent Cassel da sempre ha accanto partner bellissime (a cominciare da Monica Bellucci). Al cinema sarà il moschettiere Athos, però il ruolo a cui tiene di più è quello di padre. E qui ci racconta perché

di Cristiana Allievi

Capelli cortissimi, è vestito di nero. Fuma una sigaretta elettronica e risponde in modo calmo.  Nella conversazione c’è una parola che ricorre spesso, è responsabilità. Fino a qualche anno fa il mantra di Vincent Cassel era “libertà”. 57 anni, l’attore e produttore francese è padre di tre figlie, e questo non è un dettaglio. Deva e Léonie, 19 e 13 anni, sono nate dal matrimonio con Monica Bellucci, durato 15 anni. La terza figlia, Amazonie, 4 anni, l’ha avuta con la seconda moglie Tina Kunakey, modella nota in Francia da cui si è separato la scorsa primavera, dopo un’unione consacrata da copertine di giornali e campagne pubblicitarie. Qualche mese dopo, con un post sul profilo Instagram è stata ufficializzata la nuova compagna, la modella Narah Baptista: due i segni distintivi, la spiccata somiglianza con Tina e gli stessi 30 anni di meno rispetto a Vincent. Ma si sbaglia, chi vede Cassel semplicemente come un uomo di mezza età che cede all’amore giovane. L’attore francese è appassionato di sport, è un padre molto presente e un artista con quarant’anni di esperienza ancora molto ricercato.  I suoi hanno divorziato quando aveva 14 anni, la madre è la giornalista Sabine Litique, il padre Jean Pierre, attore, è mancato qualche anno fa. «Oggi mi fa sorridere vedere che gli assomiglio ancora più di anni fa. Se ho temuto il confronto? Sì e no. La famiglia è una cosa complicata, non la scegli tu ed è qualcosa da cui non puoi scappare».

Dal 14 febbraio sarà al cinema con I tre moschettieri – Milady, colossale adattamento cinematografico del classico della letteratura francese di Alexandre Dumas. In questo sequel di Martin Bourboulon i moschettieri sono sfidati dall’amore in modi diversi. Al centro, la figura di Milady  de Winter (Eva Green) e i suoi intrighi di corte. Cassel interpreta Athos, un ex giovane romantico che si è sentito tradito ed è diventato il fantasma di se stesso.

Athos è un personaggio  scuro, cosa ci ha messo di sè? «Qualcosa di me c’è di sicuro, ma a dire  la verità la prima cosa che ho pensato è di essere troppo vecchio per interpretarlo. Invece di cercare di sembrare più giovane, però, ho cavalcato la mia natura. Ho lavorato con l’immagine di un vecchio lupo grigio, sia per i costumi sia per le acconciature».

Cosa intende dire? «Sono l’unico dei tre moschettieri ad avere i capelli lunghi, segno della nobiltà dell’epoca. E invece che metterla sul combattimento fisico, ho prediletto l’uso della strategia, questo ha cambiato anche la dinamica fra me e D’Artagnan, che proteggo come un padre perché in lui vedo l’uomo che sono stato e che non sarò più».

Lei non da l’idea di essere altrettanto tormentato, nella vita. «Lo sono eccome, ma tendo a non indulgere in quella direzione. Sono un tipo più solare, mi piace pensare di essere sempre in grado di tirarmi fuori dalle situazioni difficili, nonostante i limiti da essere umano».

Quando la vita la mette in ginocchio come si rialza? «Mi prendo cura di me, cerco di pensare positivamente. Ho la tendenza a tornare al corpo, con lo yoga, la meditazione e il surf. E poi con la maturità ho imparato un altro trucco».

(continua…)

Intervista di copertina per il settimanale Oggi del 25.1.2024

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«Non so chi sono, ma ti amo».

13 mercoledì Dic 2023

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Sundance, Zurigo Film Festival

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Augusto Gongora, Cile, interviste illuminanti, Maite Alberdi, Oggi settimanale, Paulina Urrutia, Pinochet. alzheimer, The eternal memory

UN GIORNALISTA CON L’ALZHEIMER. UNA MOGLIE CHE NON LO LASCIA AI SOLO. E UNA REGISTA, MAITE ALBERDI, CHE VIVE PER 5 ANNI CON LA COPPIA FILMANDO TUTTO. NE È NATO UN DOCUFILM STRAORDINARIO, CON UNA LEZIONE PER TUTTI: LA MEMORIA EMOTIVA E PIU’ RESISTENTE DELLE INFORMAZIONI PERDUTE. COME FANNO CAPIRE LE ULTIME PAROLE DI AUGUSTO

Di Cristiana Allievi

È notte. In un’atmosfera ovattata un uomo e una donna sono nel letto di casa. Si fa giorno, e pian piano si entra nella vita quotidiana. La donna fa molte domande. L’uomo a volte sa rispondere altre no. The eternal memory  è lo struggente docufilm della regista candidata all’Oscar Matie Alberdi con al centro la storia d’amore di due persone affatto ordinarie. Lui è Augusto Góngora, giornalista, documentarista e conduttore televisivo cileno che durante la dittatura ha raccontato ciò che i media tradizionali tacevano. Con il ritorno della democrazia è diventato responsabile di tutti i programmi culturali di Televisión Nacional de Chile, la principale emittente pubblica cilena. Lei è Paulina Urrutia, 17 anni più giovane, attrice, attivista e politica che ha ricoperto anche il ruolo di Ministro della cultura dal 2006 al 2010. Hanno vissuto 25 anni insieme. Quando ad Augusto è stato diagnosticato il morbo di Alzheimer, la loro vita è stata stravolta. Hanno deciso di farsi riprendere e ne è nata un’opera molto commuovente: dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance, è passata dalla Berlinale al Zurigo Film Festival, dove abbiamo incontrato la sua autrice (e produttrice, insieme a Pablo Larrain). The eternal memory sarà nelle sale dal 7 dicembre.

(continua…)

Intervista pubblicata su Oggi del 14.12.2023

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Sigourney Weaver: «Perchè con me non ci provano proprio»

02 sabato Dic 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Alien, Attrici, Avatar, Cristiana Allievi, donne, Hollywood, Il maestro giardiniere, interviste illuminanti, molestie sessuali, Oggi, Paul Schrader, Sigourney Weaver, Una donna in Carriera

IL SUO METRO E OTTANTA l’HA PENALIZZATA FINCHE’ RIDLEY SCOTT NON L’hA RESA L’EROINA DI ALIEN. MA l’HA ANCHE AIUTATA A TENERE LONTANI I MOLESTATORI. ORA, A 74 ANNI, INTERPRETA UNA RICCA ARISTOCRATICA CATTIVA E DOMINATRICE. MA LEI È TUTTO IL CONTRARIO, COME SVELA IN QUESTA INTERVISTA

di Cristiana Allievi

Con Sigourney Weaver non puoi non parlare di statura. Perché il metro e ottanta di altezza che la contraddistingue è lo spartiacque della sua vita. Americana, studi a Standford, ha capito presto che il suo destino era altrove. Passata  a Yale a frequentare un corso di recitazione, i professori la guardavano male per la sua stazza, lasciandole parti da prostituta o da ragazzo. Finché Ridley Scott l’ha immaginata diversamente, e con la Ellen Ripley della saga di Alien ha cambiato la storia del cinema: ha fatto di lei una nuova eroina, una traslazione dell’eroe maschile che aveva dominato fino a lì. Il personaggio fu così iconico che Sigourney conquistò una candidatura agli Oscar come miglior attrice, e da lì in poi Sigourney- all’anagrafe Susan Alexandra- ci ha regalato solo donne forti, dirette, piene di carisma. Nel crime thriller di Paul Schrader in uscita il 14 dicembre, Il maestro giardiniere, è Norma, una signora ricca e rigida dell’America razzista (e contemporanea) del Sud. Potrebbe definirsi una cattiva, in realtà è una proprietaria terriera che incarna il ruolo alla vecchia maniera maschile. Domina  il suo giardiniere Narvel, anche sessualmente, ma quando arriva la nipote di lei, Maya, gli equilibri cambiano.

Con Norma è una dominatrice, una donna che usa il suo giardiniere come toy boy. Come si è sentita in quei panni? «Non sa quante volte mi hanno proposto di fare la ricca  aristocratica cattiva e dominatrice, un ruolo rischioso da giocarsi, che evito perché carico di clichè. Ma Paul Schrader (regista, fra gli altri, di American Gigolò e lo sceneggiatore di Taxi Driver e Toro scatenato, ndr) ha creato una persona reale».

Come la descriverebbe? «Una donna con grandi sentimenti, difficili da controllare. Ho creduto nel suo desiderio di rappresentare una figura maschile per sua nipote, e di volerla salvare per amore».

La memoria è volata a Una donna in carriera,  film iconico anni Ottanta in cui lei ha raccontato la competizione fra donne per un uomo. Qual è la differenza? «All’epoca la commedia vedeva due colleghe della stessa età. Catherine era old fashion e molto privilegiata, una persona scaltra e meno etica della collega, meno abbiente, che veniva da Staten Island.  Il maestro giardiniere mette a confronto una giovane donna con una donna matura, è una storia di sopravvivenza in un triangolo amoroso drammatico».

E anche una storia antica, la donna più matura che perde l’uomo che si innamora di una più giovane… «Sarà anche una vecchia storia, ma è una situazione molto reale, come il modo in cui reagisce: Norma ha il cuore a pezzi e lascia uscire l’animale che ha dentro».

Una madre inglese come la sua, ha aiutato indirettamente a interpretare donne fredde? «Mia madre ci ha cresciuti facendoci credere che quello che sentivamo non era importante. È il modo inglese, e in un certo senso lo ammiro, ma sono dovuta andare oltre… Invidio voi italiani perché vi vedo più in contatto con le vostre emozioni».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Oggi del 7/12/2023

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Catrinel Marlon, intervista alla madrina del 41° Torino Film Festival

28 martedì Nov 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Torino Film Festival

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Catrinel Marlon, Catrinel Menghia, donne, Girasoli, interviste illuminanti, L'isola dei fischi, La gomera, Massimiliano di Lodovico, Romania

L’attrice (ma non solo) in “Girasoli” racconta una storia d’amore e di follia tutta al femminile, all’interno dell’ospedale psichiatrico di Santa Teresa di Lisieux. E sulle battaglie delle donne si dice ottimista: “In questo periodo sta ridefinendosi una nuova situazione”

di Cristian Allievi

Catrinel salta gli ostacoli. Ma lo fa in modo diverso da quando, ragazzina a Iasi, Romania, è diventata un’atleta di valore seguendo le orme dei suoi genitori, entrambe ex campioni di atletica. Da adulta gli ostacoli che le vengono incontro sono più interiori, sono le ferite di una vita vissuta per strada, praticamente da sola, essendo nata da genitori diciassettenni ai tempi di Ceausescu. Grandi occhi scuri e le labbra carnose, notata da un agente durante la gita della scuola, Catrinel Marlon (Menghia all’anagrafe) diventa prima modella e poi attrice. E oggi, a 38 anni, mamma di una bambina, e incinta del secondo figlio, vince una gara importante: madrina del 41° Torino Film Festival, ha anche esordito alla regia con il suo primo lungometraggio, Girasoli, di cui è cosceneggiatrice. Il film è una storia d’amore e di follia tutta al femminile, all’interno dell’ospedale psichiatrico di Santa Teresa di Lisieux. Siamo negli anni Sessanta, fra lotte terapeutiche di psichiatre illuminate (Monica Guerritore) e bambine schizofreniche (Gaia Girace) che non meriterebbero terapie elettro convulsivanti, si fanno largo i “girasoli”, i pazienti più indipendenti che possono vivere fuori dai reparti. 

(continua…)

Intervista pubblicata per il Settimanale OGGI

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LYNN GOLDSMITH «Fotografai Springsteen e subito mi innamorai. L’ho reso così sexy…»

18 sabato Nov 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Fotografia, giornalismo, Miti, Musica, Personaggi

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amore, Beatles, Bruce Springsteem, Corriere della Sera, E Street Band, interviste illuminanti, Lynn Goldsmith, Lynn Goldsmith. Bruce Springsteen & The E Street Band, Musica, rock and roll, Sette, Taschen, Will Powers

L’artista americana conobbe il cantautore nel 1972 e lo aiutò a “costruire” la sua immagine. «Assomigliava a tutti i ragazzi he avevo avuto dal liceo in poi, ma io volevo essere sicura di aumentare i suoi fans, cercavo le donne fra il pubblico e gliele mettevo al fianco».

Il primo scatto è stato ai piedi dei Beatles. Era il 1964, lei aveva solo 16 ani e non glielo hanno mai pagato. «Non mi piacevano, per questo li ho fotografati solo a metà. Allora si doveva scegliere, o eri dalla parte dei Rolling Stone o dei Beatles». All’epoca, però, era inimmaginabile che sarre potuta diventare ciò che è diventata, a fotografa che avrebbe immortalato divinità come Michael Jackson, Madonna,  Prince, Sting, i B 52s, Blondie, i Rolling Stones- in pratica tutte le leggende degli ultimi 30 anni. Prima, infatti, era una manager musicale, una regista di corti e documentari e una pubblicitaria. Negli anni Ottanta ha avuto anche successo come cantante, con il nome di Will Powers. «Non sono come Anne Leibovitz, che voleva diventare una fotografa ed è andata a scuola ad imparare», racconta dalla casa di Nashville, suo quartier generale. «Oggi pensano tutti che la mia carriera principale sia quella di fotografa, la verità è che sono una pittrice». Lynn Goldsmith è immersa nella luce e buca lo schermo del computer con i suoi occhi color cristallo e i capelli d’argento. 75 anni, di cui 50 di carriera, ha l’energia di un’adolescente, come si addice a un’icona della fotografia rock’n’roll. Goldsmith ha anche vinto una causa alla Corte suprema degli Stati uniti contro la fondazione Andy Warhol, salvando il futuro del concetto stesso di diritto d’autore. Con quella forza interiore, c’è da scommettere sul fatto che abbia anche avuto un peso determinante nell’azzeccare l’immagine di Bruce Springsteen agli inizi della carriera, quando ne è diventata anche la fidanzata. Ricordi che riemergono guardando gli scatti di Lynn Goldsmith. Bruce Springsteen & The E Street Band, edizione limitata a 1778 copie da lei firmate e numerate, pubblicato da pochi giorni per Taschen (364 pagine, 600 euro, ordinabile nel sito  taschen.com). È il 1977, dopo un singolo Springsteen e la E street band entrano in studio per registrare l’album che, con il successivo tour, avrebbe trasformato un “ragazzo del New Jersey” in una leggenda.

La prima volta che ha incontrato Bruce, se la ricorda? «Ne 1972 la rivista Rolling Stone mi aveva incaricata di illustrare un articolo intitolato Iscriviti a un mese geniale. Bruce si esibiva al The Bitter end di New York, un club minuscolo. Io ero sola con un flash di cui non avevo ancora fatto esperienza, mi sentivo nervosa, anche perché chiamavano questo tipo “un genio”».

Insomma, era spaventata. «Mi sono detta “si accorgerà che non so cosa sto facendo…”. Cinque anni dopo mi ha confessato che era nella stessa situazione, perché io ero “una fotografa di Rolling Stone che andava a fotografarlo…”».

C’è un docu, The promise: the Making of Darkness and the Edge of town, che mostra come lavorava Springsteen: registrava molti più brani più di quelli che entravano nel disco, sfiniva i musicisti facendoli lavorare all’infinito. È arrivato addirittura a mettere la batteria in un ascensore, perché suonasse come voleva lui. Era così cocciuto anche con lei? «Direi di sì, i grandi sono così, sentono ciò che vogliono nella loro testa poi cercano un modo per riprodurlo».

Sul set fotografico riusciva a dirigerlo lei? «Sono io quella dietro la macchina fotografica, chi lavora con me mi ha sempre chiamata the boss! Di solito intervengo solo quando qualcosa proprio non funziona, altrimenti se un artista ha una chiara idea visiva di se stesso, come Patti Smith o Frank Zappa, sono più libera».

Il libro mostra foto di Bruce in giacca e foto in canotta, quale delle due anime è prevalente? «Guardavamo tonnellate di foto del Bob Dylan agli inizi, perché negli anni Sessanta era lui il tipo cool. La giacca con il colletto e quella specie di linguetta che Bruce indossava nel primo tour veniva da lì. Ma è italiano, indossava anche le t-shirts, e io volevo essere sicura che il suo pubblico non fosse solo un gruppo di ragazzi: volevo che fosse sexy».

Cosa ha fatto per tirare fuori il lato sexy? «Proprio agli inizi, quando lo seguivano solo ragazzi, cercavo donne fra il pubblico per circondarlo e fargli le foto. Mandavo avanti gli uomini della sicurezza, non ha sapeva che fossi io a fare certe manovre».

Nel libro si menziona un concerto in cui c’erano solo tre persone in sala: quale fu la reazione del Boss? «Non fece una piega, stava costruendo il suo pubblico, aveva bisogno di esibirsi. Era lo stesso con davanti una persona o centomila, all’epoca salire sul palco era una specie di droga, la sua eroina».

Incontrare Springsteen le ha cambiato la vita? «Ho sempre pensato di essere fantastica e che le persone volessero stare con me perché apprezzavano il mio talento. Non mi passava per la testa che tutti, inclusi i manager, erano miei amici solo avvicinare lui. Mi dicevo, “tu sei molto più interessante, ti sei laureata in tre anni con la lode, cos’ha lui più di te”?».

Cosa, visto che era definito un genio? «È un bravo scrittore che prima di incontrarmi non aveva mai letto Franny and Zooey di J. D. Sallinger,  o Fiesta di Hemingway, cose impensabili per un americano. Ma era molto esperto di film, le sue canzone erano scritte come sceneggiature.

Tutti volevano essere Bob Dylan, anche Bruce? «Voleva essere anche di più, e mentre Dylan era inaccessibile, lui era “l’uomo di tutti gli uomini”. Era una persona che  combatte per essere onesta nel suo lavoro, un uomo in cui molti si riconoscevano».

Si è innamorata di lui? «Senza dubbio, poi c’è da chiedersi cosa significhi, quando si è giovani. Fisicamente assomiglia a tutti i ragazzi che ho avuto dal liceo in avanti, stessa altezza, magro con capelli scuri.

A livello caratteriale? «Ho sempre avuto un’attrazione per le persone che non condividono molto di sè con il resto del mondo, Bruce non capitava a caso».

Un terzo libro su Springsteen si pubblica per soldi? «Nemmeno per sogno,  non so nemmeno quanto costa. L’ho voluto perché credo che i fans meritino qualcosa di valore, e l’editore è di altissimo livello. Per i fans i loro idoli sono veri e propri riferimenti, li ho sempre ammirati per questo motivo:  assegnano valori eroici a degli esseri umani, e credono davvero di essere elevati da loro».

A lei non è mai successo? «Le uniche persone che mi hanno fatto questo effetto sono Madre Teresa e Gesù Cristo, o guardare le immagini del deserto di Georgia O’Keeffe. Per intenderci, Brad Pitt o Bob Dylan non mi fanno quell’effetto».

Sta dicendo che dopo 50 anni che le immortala non comprende il fenomeno che ruota intorno alle rockstar? «Lo comprendo molto bene, semplicemente non ho mai provato per loro l’amore incondizionato, perché sono completamente certa che sono esseri umani».

La cosa più romantica che ricorda, con il Boss? «Un paio di foto nel bagno della sua casa in cui sono avvolta nel suo abbraccio, mentre faccio la foto».

Ha scelto lei la vostra foto insieme, all’inizio del libro? «Non era prevista. Ho mandato un pdf a Bruce, chiedendogli di segnalarmi qualsiasi cosa non gli piacesse. Gli ho anche chiesto  di scrivere qualcosa sui membri della E Street band. Mi ha risposto chiedendomi di spedirgli tutte le foto di noi due…».

Lei? «Non ero d’accordo, ma ha insistito. Ha scelto lui le nostre foto, e mi ha spedito le bellissime parole dell’introduzione».

L’ha resa felice? «Ha aperto la porta perché le persone mi facessero un mucchio di domande a cui non rispondo (ride, ndr)».

Per esempio perché vi siete lasciati? «Per esempio. Una domanda a cui non risponderò, nemmeno questa volta».

Intervista pubblicata su Sette Corriere della Sera del 17.11.2023

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Donatella Finocchiaro, «Uomini che hanno odiato me»

10 venerdì Nov 2023

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Serie tv

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Capri Revolution, cinema, Donatella Finocchiaro, donne, Film, I leoni di Sicilia, Luca BArbareschi, Svenduti, uomini, violenza

HA CONOSCIUTO LA SOFFERENZA DI RELAZIONI TOSSICHE. «LA PRIMA A 24 ANNI: MI PICCHIAVA E MI INSULTAVA. LA SECONDA A 37: HA MINATO LA MIA AUTOSTIMA. LA TERZA, L’ANNO SCORSO: DOPO TRE MESI BELLISSIMI, È DIVENTATO RABBIOSO». MA SI È PRESA LA RIVINCITA. IN TV, AL CINEMA E NON SOLO

di Cristiana Allievi

Pelle vellutata, occhi scuri, fascino mediorientale, Donatella Finocchiaro appare proprio bella quando la incontriamo a pochi giorni dagli inizi delle riprese di Svenduti, la commedia in stile francese con il collega d’Oltralpe Bruno Todeschini che Luca Barbareschi sta girando a Filicudi.

Qualche settimana prima, racconta, era in coda per prendere un gelato davanti al Palazzo del Casino al Lido di Venezia. Sua figlia ha pestato inavvertitamente il piede a un uomo, che si è voltato e ha rovesciato il caffè avanzato nella tazzina addosso alla bambina, andandosene. Quando si è girata, ha visto Nina, nove anni, vestita di bianco, macchiata e in lacrime. Lei ha gridato all’uomo che, scappando e di spalle, le ha risposto “mi ha fatto sporcare la camicia…”. «Mi ha stupita il fatto che, pur assistendo a una violenza su una bambina, nessuno abbia alzato un dito», dice Donatella Finocchiaro. L’aneddoto, come si scoprirà leggendo, non capita a caso. Ma l’intervista non può che partire dalla prima parte della serie I leoni di Sicilia, diretta da Paolo Genovese, sulla sagra dei Florio, la famiglia calabrese che arriva in Sicilia e crea un impero nel sud Italia del primo Novecento, visibile sulla piattaforma Disney +.

Una siciliana è normale che giri storie siciliane, e in Sicilia,  corretto?  «La sicilianità è un valore aggiunto, nel Sud c’è tanta bellezza, e di noi si dice che abbiamo una teatralità naturale».

Ma? «In Italia la sicilianità è anche un limite. Spesso finiscono per chiamarti solo per i film del sud, e non solo: se non sei napoletana non giri film napoletani, così come non hai accesso a pellicole romana se non sei nata nella capitale.  Il neorealismo ci ha un po’ segnati, questa settorialità è troppo forte. Come Germano, Favino e Lo Cascio dimostrano, noi attori sappiamo essere personaggi diversi, fateci almeno fare i provini per dimostrarlo».

In I leoni di Sicilia lei è Giuseppina, moglie di Paolo Florio, patriarca della dinastia.  «Una donna ingabbiata in un matrimonio senza amore, che ha vissuto nel rimpianto del passato e della sua Calabria e non ha mai lottato per nulla. Morirà a 85 anni, quindi ogni giorno affrontavo quattro ore di trucco, come tutti gli altri attori».

Donne e cinema, come siamo messi? «Male, nonostante presenze forti come quella di Emma Dante. A Venezia non c’era una regista donna in concorso, e a parte nel film di Saverio Costanzo, non c’era nemmeno una donna protagonista. Il maschilismo è imperante, e risponde alla tesi “io sono io, voi non siete niente…”».

Il maschilismo domina nonostante i nuovi movimenti di emancipazione, quindi? «È diventato più subdolo. La violenza che le donne subiscono fra le mura di casa è ancora importante, facciamo tanto rumore per quelle che muoiono, e per carità ci mancherebbe, ma ci sono anche molti uomini che distruggono l’autostima delle donne, e non è un fatto meno grave».

Lei è stata vittima di violenza? «È successo almeno tre volte nella mia vita. La prima avevo 24 anni, e non ho capito subito, finché la violenza verbale è diventata fisica. Mi viene in mente La conduzione delle colpe di Antonio Ciraolo, psicanalista siciliano Big little liese scrittore. Racconta molto bene come la donna viva in un senso di colpa costante».

Da dove nasce questo senso di colpa? «L’uomo ti ingabbia, ti aggancia dicendoti che ti ama. Per un anno ho preso calci e pedate, era geloso anche del mio sguardo, mi insultava a parole poi mi diceva “scusa, io ti amo”, proprio come si vede nella serie tv con la Kidman, Big Little Lies. Io ci cascavo, ma era solo mania di possesso. Al terzo episodio me ne sono andata».

La seconda? «Avevo 37 anni, e per due anni ho subito una violenza che ha minato la mia autostima, fino alla depressione. Non so cosa mi sia scattato dentro, facevo solo un po’ di bioenergetica ma ho avuto un pensiero, “mi sta distruggendo…”».

Ha capito perché? «Di fronte alla donna capace, che guadagna più di lui ed era affermata, per reggere l’insicurezza mi insultava dicendomi  “non sei intelligente, non leggi abbastanza, sei una cretina, fai l’attrice…”. E mi ha convinta, nonostante mi facessi un mazzo tanto per lavorare sulla mia autostima. Finchè mi sono detta “devo sparire dalla mia vita”».

L’ultima relazione violenta? «L’ho avutal’anno scorso. Mi innamoro di un ragazzo più giovane di me, passiamo tre mesi bellissimi, a quel punto inizia la violenza verbale, diventa sgarbato, rabbioso».

Ha lavorato su se stessa per capire cosa la porta in queste relazioni? «Si e ho capito che ad agganciarmi è uno schema interiore, il modello di uomo che è stato mio padre. Era fumentino, faceva saltare le cose in aria. Non ha mai toccato mia madre ma era violento verbalmente. Ricordo che quando si arrabbiava per strada, con esplosioni di ira, mi vergognavo molto».

Fino a una certa età, la violenza verbale ha lo stesso impatto sulla nostra psiche di quella fisica. «Infatti il semplice “stai zitta”, ti schiaccia, come raccontava la Murgia nel suo God save the Queer. Il problema è la gestione delle emozioni, della rabbia». 

Vuole dire la repressione? «Copriamo le emozioni con i coperchi, fino a esplodere. Gli uomini si giustificano, accumulano fino ad arrivare a sfogarti la loro rabbia addosso, invece di imparare a gestirla, e ci sono mille modi per farlo che non sono l’alcol, il Lexotan o la cocaina».

Il suo stato attuale? «Sono single da cinque mesi, e sono aperta ad innamorarmi di nuovo. Per fortuna dopo un anno con questo giovane ci siamo separati, nonostante abbia sempre avuto partner più giovani di me, forse 15 anni di differenza sono troppi». 

È impegnata in teatro, gira film d’autore e lavora su set internazionali come quello di Trust di Danny Boyle (HBO). Dove la vedremo nei prossimi mesi? «Ho appena finito di girare una serie Netflix diretta da Michele Alhaique che non è ancora stata annunciata. È un poliziesco in cui sono la moglie di un poliziotto e l’amante di Marco Giallini. A breve dovrebbe uscire anche Greta e le favole vere,  storia in cui ho una figlia che vuole salvare il mondo. È la nostra Greta Thunberg e vuole riportare l’orso polare nei ghiacciai. A interpretarla è la bravissima Sara Ciocca, ci sono anche Sabina Impacciatore e Raul Bova che fa mio marito. Spero che lo vedremo a Natale».

Intervista pubblicata sul settimanale Oggi del 16 Novembre

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Bellocchio, Rohrwacher e Sollima portano il nostro cinema in India

24 martedì Ott 2023

Posted by Cristiana Allievi in Senza categoria

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Adagio, Alice Rohrwacher, Bollywood, cinema, cinema indiano, film critic, giornalismo, interviste illuminanti, Jio Mami Mumbai Festival, La chimera, Marco Bellocchio, Mumbai, Rapito, Stefano Sollima

Insieme festeggiano i 20 anni di vita del festival nella capitale del cinema di Bollywood. La direttrice del festival Anupama Chopra: «Il nostro pubblico è molto evoluto, conosce ciò che accade nel resto del mondo e si aspetta di vedere il meglio»

di Cristiana Allievi

Quest’anno l’impronta italiana sarà forte. A festeggiare 20 anni di vita del festival nella capitale del cinema di Bollywood saranno tre grandi come Marco Bellocchio, Alice Rohrwacher e Stefano Sollima, e non solo: a far parte dello staff di selezione sono due noti professionisti del nostro cinema. Tutto per festeggiare un grande ritorno per il Jio Mami Mumbai Festival. All’ultima edizione prima dello stop, nel 2019, la rassegna aveva raggiunto l’apice, riempiendo le sale sparse in venti siti della città. Il pubblico era entusiasta. Così quando si è trattato di pensare a come ripartire, dopo tre anni di stop, i vertici dell’organizzazione si sono chiesti come avrebbero potuto alzare ulteriormente l’asticella.

La risposta arriverà con l’imminente edizione, dal 26 ottobre al 5 novembre, quando il primo festival di cinema indipendente dell’India (il secondo del Paese, se si considera quello ufficiale di Stato fondato 60 anni fa a Goa, l’International film festival of India), aprirà la competizione a tutto il Sud asiatico, creando una grande community di riferimento nel settore. Si vedranno competere quindi registi nepalesi, di Bhutan, Vietnam e Bangladesh, e anche i film dei registi della diaspora provenienti da Germania e Uk, in una Mumbai che si appresta a diventare la prima fucina di coproduzioni intercontinentali del Paese. Lo spiega Anupama Chopra, direttrice del Festival, affiancata da Deepti Dcunha, direttrice artistica.

«IL NOSTRO OBIETTIVO PIÙ IMPORTANTE È PROIETTARE PER L’80 PER CENTO FILM DI LINGUE STRANIERE, PELLICOLE PRESENTATE A GRANDI FESTIVAL COME LA BERLINALE, TORONTO, CANNES, E IL SUNDANCE. PER 10 GIORNI MUMBAI È L’UNICO LUOGO DELL’INTERO CONTINENTE IN CUI POTER VEDERE QUEI TITOLI SUL GRANDE SCHERMO»

(continua…)

Pubblicato su Corriere.it

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Caleb Landry Jones, «Sono io l’uomo impossibile».

27 mercoledì Set 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Musica

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Caleb Landry Jones, cinema, interviste illuminanti, Jim Jarmush, Luc Besson, Musica, Vanity Fair

Per il suo ultimo film, Luc Besson temeva di non trovare l’attore giusto, ma a CALEB LANDRY JONES perconquistarloè bastato uno sguardo. In Dogman interpreta un ruolo complicato, come del resto è stata la sua vita da bambino. Difficile? Affatto, perché, dice, «è il dolore che ci accomuna»

di Cristiana Allievi

L’attore e musicista americano Caleb Landry Jones (foto courtesy PHILIPPE QUAISSE per Vanity Fair)

Ha occhi incredibilmente tranquilli. I capelli sono arruffati, li porta spesso indietro con la mano, il gesto di un ex bambino affetto da un disturbo ossessivo compulsivo che da adulto cerca (ancora) di fare ordine. Cresciuto in Texas in una fattoria, i suoi genitori – un imprenditore edile e un’insegnante – lo hanno incoraggiato a trovare una via espressiva per quelle emozioni che tendevano a restare incastrate dentro, producendo un senso di allarme che era il motore dei suoi incubi. Così Caleb Landry Jones disegnava su tutti i pavimenti di casa e poi si rifugiava in Barney, una serie tv per l’infanzia molto nota negli Usa. Il protagonista era un tirannosauro viola che sorrideva e cantava spesso. «Avrei fatto di tutto per andare a vivere nel suo mondo in cui il dolore sembrava non esistere davvero», ricorda. La madre, discendente di una dinastia di violinisti, lo aveva iscritto a danza classica e tip tap, poi lo aveva portato alla prima audizione. A 16 anni è apparso nella penultima scena di Non è un paese per vecchi. Da allora ha preso parte a 30 film per cui ha meritato premi importante come quello di miglior attore all’ultimo Cannes, per Nitram di Justin Kurzel. All’ottantesima Mostra di Venezia ha sfiorato la Coppa Volpi con Dogman di Luc Besson.

È lì che incontro Caleb, in un bellissimo hotel liberty. Ha una sigaretta arrotolata fra le dita e a differenza del suo Douglas non indossa guanti di velluto che si arrampicano lungo le braccia costellate di lentiggini.

Ispirata a un articolo di giornale che raccontava di un bambino di cinque anni tenuto chiuso in gabbia dal padre, la storia nera di Dogman è servita al regista francese per esplorare che cosa succede nella mente di chi cresce in quel modo, e scoprire come gestisce il dolore.

Dogman inizia con la frase di Alphonse de Lamartine “quando un uomo è in pericolo, Dio gli manda un cane”. A Douglas ne manda un centinaio. «Quello che interpreto è un ragazzo diverso, che viene accettato e accolto solo dai diversi, da coloro che soffrono. Le persone “normali” o lo respingono o lo usano».

Ha quasi sempre interpretato disperati e situazioni folli, le predilige? «Non le percepisco come folli, l’unica follia che avverto è la fatica di trovare un modo per rappresentarle (ride, ndr). Non sapendo da dove cominciare, osservo che le cose che a molti paiono strane a me non sembrano tali. Douglas non è affatto folle, lo è tutto ciò che lo circonda».

Ha travasato in lui tutto il dolore che conosce? «Quando creo qualcosa quello che emerge non è facilmente identificabile e non lo analizzo, lascio che sia il subconscio a lavorare l’amalgama di avvenimenti ed emozioni anche molto distanti nel tempo. Ma tutti conosciamo la perdita, sappiamo cos’è un cuore spezzato da un lutto, il dolore è qualcosa che condividiamo e di cui parliamo molto più di quanto non menzioniamo la gioia. Douglas cristallizza il dolore di tutti ed è completamente innocente, non ha fatto male a nessuno».

Ricorda cosa vi siete detti lei e Luc Besson al primo incontro?

«La sua più grande paura era quella di non incontrare l’attore giusto, caso in cui mi ha detto che avrebbe rinunciato al film».

(continua…)

L’intervista integrale è su Vanity Fair del 4 Ottobre 2023

@Riproduzione riservata

Isabelle Huppert, «Non chiamatemi boss»

14 giovedì Set 2023

Posted by Cristiana Allievi in Senza categoria

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di Cristiana Allievi

Ha uno sguardo che va oltre il suo interlocutore. Impossibile da incasellare, volutamente ambigua, Isabelle Huppert sembra voler spostare l’attenzione su qualcosa di distante, un’attitudine che la guida  anche attraverso le parole, che usa spesso per allontanare da sé. Per esempio mi cita i suoi tre figli, Lolita, Lorenzo e Angelo, avuti col produttore francese Ronald Chammah, a sdrammatizzare una carriera ricca di riconoscimenti, inclusa la candidatura all’Oscar (per Elle) e due premi Cesar. «Quando le persone dicono cose belle su di me mi chiedo se le merito davvero. E ci pensano i miei figli a risistemare le cose. Mi prendono molto in giro, con frasi come “mamma, a noi non la racconti…”».

Il tailleur con pantaloni e tacchi alti fa risaltare un fisico dalla tonicità naturale ed eterna. Ci incontriamo per parlare di La verità secondo Maureen K., il film di Jean-Paul Salomè ispirato al libro di Caroline Michel-Aguirre La Syndicaliste, che sarà nei nostri cinema dal 21 settembre.

Rappresentante sindacale della centrale nucleare di una multinazionale francese, dopo aver scoperto e denunciato traffici top secret e accordi con il governo cinese, nel 2012, Maureen viene ritrovata in casa sua in uno stato confusionale, legata a una sedia, con la lettera A incisa sul ventre e il manico di un coltello conficcato nella vagina. Nonostante questo “ammonimento” e il fatto di trasformarsi preso da vittima a prima sospettata, lotterà con le unghie e i denti contro ministri e capitani d’industria per portare alla luce lo scandalo e difendere più di 50.000 posti di lavoro. Sola, contro il mondo.

Maureen Kearney sembra una donna priva di paura, le assomiglia? «Non direi che non ha paura in generale, ne ha ma non teme le persone sopra di lei, nonostante possa esserne intimidita. Direi più che non teme gli uomini, e forse non immagina quello che le succederà».

Avete seguito fedelmente la storia vera? «Non proprio. La cosa incredibile è che nessuno se la ricorda, nonostante sia accaduta poco fa, nel 2012. Il libro omonimo è stato pubblicato poco prima della pandemia, Jean-Paul Salomè lo ha letto e ha deciso di farci un film».

Incarnare una figura contemporanea e vivente è una fatica ulteriore? «Non direi, e Maureen non ha mai interferito, non ha chiesto di incontrarmi o di parlarmi. Siamo partiti  dal suo aspetto fisico, i capelli biondi, lo chignon, gli occhiali e i gioielli: tutto ha preso forma a partire da questi dettagli».

Maureen sembra molto distaccata da tutto ciò che la circonda. «Non reagisce mai come “una buona vittima”, e questo atteggiamento solleva sospetti».

Come si comporta una “buona vittima”, secondo lei? «Bella domanda. Diciamo comunque che non credo che avrebbe vinto, anche se lo fosse stata. Persino la giudice che presiede al processo la tratta in modo gelido, è messa a sua volta sotto pressione dal potere maschile che non vuole perdere».

.

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su F Magazine del 12/9/2023

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