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~ Interviste illuminanti

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Emma Suarez: “Così Almodovar mi ha trasformata in Julieta”

31 martedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Adriana Ugarte, Alice Munro, Andy Chango, Cristiana Allievi, Emma Suarez, Europa 51, Juan Elrich, Julieta, Pedro Almodovar, Rossellini

L’attrice spagnola interpreta la protagonista del nuovo film del regista, presentato a Cannes. Qui ci racconta come è riuscita a interpretare un ruolo sofferto

Con il ventesimo film Pedro Almodóvar torna all’universo femminile e ai conflitti tra genitori e figli. La storia è quella di una madre e di Antia, la figlia che lascia la casa all’improvviso, dopo la morte del padre, per non farvi mai più ritorno. Emma Suarez è la più matura delle due donne che il regista ha scelto per interpretare la Julieta del suo nuovo film, in concorso all’ultimo festival di Cannes e nelle nostre sale dal 26 maggio. Cinquantadue anni, madrilena, nella vita vera Emma Suarez di figli ne ha due, uno avuto con Juan Elrich Jr, ex marito, e una con Andy Chango, attore e musicista argentino di sei anni più giovane di lei. Si presenta all’intervista con occhiali neri spessi, confermando la sua fama di donnaEmma Suarez: "così Almodovar mi ha trasformata in Julieta" attraente e misteriosa. 

«Il mio modo di lavorare è stato diversissimo da quello di Adriana (Ugarte, l’altra donna che interpreta Julieta da giovane). Pedro mi ha suggerito di leggere un libro di Emanuel Carrère, Vite che non sono la mia, sull’abbandono e la solitudine, e di rivedere The Hours, basato sul romanzo di Michael Cunningham, con Nicole Kidman, Meryl Streep e Julianne Moore, i cui personaggi in un certo modo assomigliano a Julieta. Mi ha anche raccomandato di studiare Ingrid Bergman in Europa 51, di Rossellini». Niente colori sgargianti e personaggi sopra le righe, questa volta, per il regista spagnolo più amato al mondo. «Per incarnare la donna che racconta alla figlia chi è stata davvero, e come ha conosciuto suo padre, Almodovar mi ha ordinato di scrivere. Così ho iniziato un diario, a cui ho lavorato tutti i giorni, come Julieta». Il primo titolo del film era Silenzio, come uno dei racconti di In fuga, della scrittrice canadese Alice Munro, a cui Almodovar si è ispirato per la sceneggiatura. «Adoro il silenzio e ho bisogno di stare da sola», racconta l’attrice. «È difficile perché ho due figli, ma per fortuna quando ho girato Julieta era estate, così li ho preparati e mandati in vacanza, e per sei settimane mi sono sintonizzata solo sul film. Il personaggio era troppo difficile, dovevo separarmi da tutto quello che c’era intorno». La Suarez non cede alla trappola delle interpretazioni facili. Se sulla carta la responsabile della fuga di Antia è la governante, che mette al corrente la ragazza della lite avvenuta prima che il padre, pescatore, uscisse in mare, nella realtà le implicazioni sono più articolate. «Penso che nella vita, quando le cose succedono, non si può dare la responsabilità a una sola persona, è troppo facile. Siamo tutti responsabili delle cose che accadono, sono parte della nostra esperienza per crescere e imparare, come individui. E qui fino alla fine Julieta non si prende una responsabilità importante: quella di parlare con sua figlia».

 

Articolo pubblicato su D La Repubblica 28/5/2016

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Joel Edgerton, l’ultimo tosto d’Australia

26 giovedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Baz Luhrmann, Cannes 2016, Charlize Theron, Cristiana Allievi, GQ, Joel Edgerton, Loving, Nash Edgerton, Regali da uno sconosciuto, Ruth Negga, Star Wars

Duri, grossi, di una bellezza virile che non poggia su lineamenti delicati. Il parco degli attori australiani che sanno riempire e bucare lo schermo si allarga dai Crowe e Jackman agli Edgerton. Già perché i fratelli sono due, Joel (in piena ascesa) e Nash, pronto alla consacrazione. Sicchè anche gli Hemsworth sono avvisati: questi sono rivali all’altezza

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Biondo platino, con i capelli cortissimi. Le prime immagini sono un’inquadratura della sua testa. E quando pensi che si tratti di un video di Eminem, ti accorgi invece che lo stai guardando nel suo ultimo ruolo, quello che molto probabilmente lo candiderà agli Oscar dopo gli applausi ricevuto all’ultimo festival di Cannes.

A differenza dei colleghi Guy Pearce e Russel Crowe, questoaustraliano classe 1974 non si è fatto le ossa con le soap Neighbours e Home and Away. «Non ero abbastanza bello, non mi volevano su una tavola da surf», ha spiegato con una certa modestia Joel Edgerton. «E poi a essere sincero ero anche scettico sulle soap, a cui ho sempre preferito il teatro».

Dopo aver studiato recitazione a Sidney è apparso nei primi film per la tv, finchè è arrivato il personaggio di Owen Lars, lo zio di Luke Skywalker in Star Wars. «Il film di Lucas è stata la canoa che mi ha portato lungo il fiume. Nell’anno e mezzo successivo alle riprese, quando ancora nessuno sapeva che ero nel film per soli cinque minuti, la mia vita è cambiata. Non ho mentito, ma la gente pensava “se sei in Star Wars allora dimostraci quanto vali…”».

A Baz Luhrmann deve la sua vera consacrazione, arrivata con il personaggio di Thomas “Tom” Buchanan, l’arrogante milionario marito di Daisy ne Il grande Gatsby. È questo l’inizio di un’ascesa  che l’anno scorso lo ha visto in un ruolo chiave in Black Mass- L’ultimo gangster, di Scott Cooper, accanto a Johnny Depp, Benedict Cumberbatch e Kevin Bacon. Ma soprattutto lo ha portato dietro la macchina da presa per la prima volta con Regali da uno sconosciuto, che ha scritto, diretto e interpretato. Un film che ha incassato 58 milioni di dollari complessivi, niente male per un esordio alla regia. «Ho lavorato duramente alla sceneggiatura, poi ho messo a mollo tutti i grandi registi con cui ho lavorato, permettendomi che riemergessero dentro di me. Ero terrorizzato, mi ci è voluta una settimana di riprese per capire che sapevo cosa stavo facendo. Mi fidavo del mio istinto con la macchina da presa, ma quella storia era come buttarsi sotto un treno, il finale era difficile».

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Richard e Mildred, i veri coniugi della storia raccontata da Jeff Nichols in Loving, in competizione a Cannes 69.

Edgerton è appena stato applaudito a Cannes nei panni di Richard Loving, marito di Mildred (la bravissima Ruth Negga),bianco lui e nera lei. In Loving raccontano la vera storia della coppia che si è sposata nel 1958 ed è finita in prigione per questo, ma l’amore che li teneva insieme era così puro da far succedere il miracolo: il loro caso è arrivato alla Corte Suprema degli Stati Uniti che alla fine ha dovuto riconoscere il matrimonio tra razze diverse come un diritto. «Se ho avuto problemi a girare Loving? Uno in particolare: Jeff aveva chiaro il film nella sua testa prima di girarlo, e se a volte mi sentivo di arrivare vicino a quello che voleva, altre temevo di non soddisfarlo mai completamente. Ero parecchio sotto pressione per questo motivo».

Il film di Jeff Nichols correrà sicuramente per gli Oscar, nel frattempo Joel è già sul set di American Express con Charlize Theron e Amanda Seyfried. Si tratta dell’esordio alla regia del fratello Nash, che fino a oggi nel cinema aveva come occupazione principale quella dello stuntman, oltre ad aver girato quattro dei video di Bob Dylan. Il film sarà prodotto dalla casa di produzione Blue-tongue film, che i fratelli Edgerton hanno fondato insieme, e avrà tra i produttori anche la Theron.

 

articolo pubblicato su GQ Italia

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«Gimme Danger», parola di Iggy Pop

24 martedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Musica

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Bob Dilley, Cristiana Allievi, David Bowie, Gimme danger, Iggy pop, Jim Jarmusch, Jim Osterberg, MC5, The Stooges, Velvet Underground

 

È SBARCATO SULLA CROISETTE PER IL 69° FESTIVAL DI CANNES E, COME È GIUSTO CHE SIA, HA PORTATO UN PO’ DI SCOMPIGLIO. L’IGUANA DEL ROCK CHE HA FIRMATO LA COLONNA SONORA DI TRAINSPOTTING HA PRESENTATO IL DOCU FILM SULLA SUA VITA E QUELLA DEGLI STOOGES, GIMME DANGER, GIRATO DALL’AMICO JIM JARMUSCH. CON CUI AVEVA RECITATO IN COFFEE AND CIGARETTES

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«Gli Stooges, nell’essenza, sono stati una specie di ameba che ti entrava in casa senza che te accorgessi». Parola del suo frontman, Iggy Pop. Giacca di pelle e skinny pants neri, indossati con una t-shirt bianca, la rockstar di Detroit ha gli occhi blu che brillano. Ancora di più, mentre racconta il lavoro fatto con l’amico Jim Jarmusch per Gimme Danger, passato fuori concorso al Festival di Cannes. «Ho contributo con i miei ricordi» racconta commuovendosi da sopravvissuto quale è- e parlando della band nata ad Ann Arbor nel 1967, e dissolta nel 1974- «perché avevo buttato via tutte le foto. Ho suggerito a Jim di andare dai mie fans e dai nostri spacciatori, a cercare materiale inedito per il film». In 100 minuti di lavoro, rigorosamente cronologico, si alternano immagini di repertorio, concerti, racconti di sconfitte e risalite (con Iggy che parla in prima persona) ma anche momenti di show televisivi, cartoni animati e film degli anni Cinquanta. È un lavoro che illustra bene due anime che abitano nello stesso corpo: quella che all’anagrafe fa Jim Osterberg, e che racconta con voce placida delle droghe, dell’assoluta inconsapevolezza della sua band rispetto a idee come mercato discografico, diritti e royalties, e quella dell’animale a petto nudo che si butta spesso e volentieri dal palcoscenico, e che di nome fa Iggy Pop. Il regista di Down by Law e di Coffee and Cigarettes, che pochi giorni fa ha presentato in concorso sulla Croisette anche l’applauditissimo Paterson, ha scritto una lettera d’amore a una delle più grandi band della storia del rock, inserita anche nella Rock and Roll Hall of Fame, che nel 2003 si è riformata anche se i fratelli Asheton, Steve MacKay e Dave Alexander sono scomparsi. «Anch’io sono del Midwest», racconta, «e da ragazzo gli Stooges mi hanno aperto la mente. Loro, con gli MC5 e i Velvet Underground, erano tutto quello che ci interessava». Jim voleva che il suo omaggio fosse qualcosa di selvaggio, incasinato, emotivo, primitivo ma sofisticato. Le immagini che scorrono sono molto forti (Tom Krueger è direttore della fotografia), a sottolineare l’impatto di un gruppo apparso sulla scena alla fine degli anni Sessanta che ha letteralmente assalito il pubblico con il suo misto di rock, blues, R&B e free jazz, piantando il seme di quello che sarebbe stato il punk nel periodo successivo. «Nessuno ha avuto un frontman che incarnava allo stesso tempo Nijinsky, Bruce Lee, Harpo Marx, e Arthur Rimbaud», sottolinea il regista. «Usavamo molto LSD e lasciavamo che le cose accadessero in modo naturale», lo incalza Iggy. «Ricordo che un minuto ero la persona più aggressiva del mondo, e quello dopo scoppiavo a ridere… Oggi sono d’accordo con chi consiglia di evitare le droghe, perchè inizi dando loro un dito e finiscono col prendersi il braccio. Oggi bevo solo vino rosso e… No, non posso dire di limitare anche il sesso perché non è vero! Ma quando non faccio questo lavoro vado a letto presto». Cosa farebbe nella vita di diverso, se potesse? «Ho avuto grandi genitori che non ho ascoltato. Le cose sono cambiate solo con mia madre, a cui ho prestato più attenzione da un certo punto della mia vita in avanti». La storia si chiude con la rivelazione di quali sono stati i sui, di miti, oltre al fatto di aver avuto Dawid Bowie come nume tutelare. «Direi Bob Dilley e Chuck Berry su tutti. Ma anche Frank Zappa, specie quello Freak Out!, gli MC5 e i Velvet Underground».

articolo uscito su GQ Italia il  20/5/16

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Jodie Foster: «Non farti mangiare dal Money Monster».

19 giovedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, Festival di Cannes

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Alexandra Hedison, Bill Bixby, Cannes 69, Cristiana Allievi, George Clooney, GQ, House of cards, Jodie Foster, Julia Roberts, Martin Scorsese, Mary Lambert, Money Monster, Orange Is the New Black, Taxi driver

Il suo nuovo film da regista è un thriller che incentrato sulle persone: «Volevo raccontare uomini che lottano con il loro profondo senso di fallimento, e guardano al mondo del successo e dei soldi per cercare un valore in se stessi». L’intervista da Cannes 69

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La sua prima volta a Cannes è stata per promuovere Taxi Driver di Martin Scorsese. Quaranta anni dopo è arrivata al Festival più importante del mondo con il suo nuovo film da regista, Money Monster– L’altra faccia del denaro e nello stesso giorno ha presentato la pellicola fuori concorso (oggi anche nelle nostre sale) e inaugurato la serie di incontri Kering Women In Motion, dedicati alle donne che hanno fatto grande la storia del cinema. La sua carriera è iniziata a tre anni, con la pubblicità del Coppertone, ed è proseguita con varie serie tv fino al debutto a cinema con Due ragazzi e… un leone, a soli otto anni. La scaltra teenager di Taxi Driver le ha regalato il riconoscimento internazionale della critica e oggi Jodie Foster, 54 anni, ha più di 40 film all’attivo, quattro pellicole dietro la macchina da presa e un grande successo anche come regista tv, basti vedere alle voci Orange Is the New Black e House of Cards. Madre tedesca e padre americano, la Foster ha due figli, una ex compagna (la sua storica produttrice, Cydney Bernard) e una moglie sposata due anni fa, l’attrice e fotografa Alexandra Hedison. Raccontando la storia di Money Monster dice che è andata più o meno così: ha lavorato alla sceneggiatura per più di due anni, poi l’ha passata a Clooney incaricandolo di ingaggiare la sua storica amica, Julia Roberts, che grazie al film è sbarcata sulla Croisette per la prima volta.

Cosa l’ha attratta della storia di Money Monster? «Volevo raccontare tre uomini che lottano con il loro profondo senso di fallimento, e guardano al mondo del successo, dei soldi e della notorietà per cercare un valore in se stessi. Clooney è un guru televisivo finanziario, la Roberts è la super produttrice del programma, la donna che lo dirige attraverso un auricolare. Il film è mainstream ma è anche un thriller che racconta le persone: volevo tutto insieme, le star e una storia intelligente, che chiedesse agli spettatori di lavorare insieme a noi».

Clooney balla, lancia dardi e spiega agli spettatori il gergo finanziario con oggetti ed effetti sonori. «È stato grandioso nel rendersi un buffone, che alla fine si scopre a fare la cosa giusta. C’è qualcosa di surreale nel vedere quest’uomo di mezz’età dai capelli bianchi che cammina in modo strano e fa una specie di hip hop. George è una scheggia impazzita e Julia cerca di tenere sotto controllo il caos che crea, il fatto che siano amici intimi da anni ha reso il mio lavoro semplice».

Da Margin call a The big short, negli ultimi cinque anni sono usciti molti film sul mondo finanziario. «Credo dipenda dal fatto che oggi è un argomento che tocca la vita di tutti, le nuove tecnologie hanno trasformato il mondo del trading ed è importante che le persone sappiano cosa sta succedendo. Ma la vera novità di questo film sta nel fatto di aver ideato una storia ambientata a Wall Street ma allo stesso tempo lontana da Wall Street».

Ha messo nel mirino la volatilità del denaro e i valori imposti dalla tv. Cosa la influenza, come artista, nelle sue scelte? «Tutto, da chi è stata mia madre al mio background, alla cultura da cui provengo: ogni volta che scegliamo un colore, o un modo di vestirci, lo facciamo in relazione a quello che ci ha influenzati da piccoli. E poi vedo sempre me stessa, in ogni personaggio che interpreto e dirigo».

Ad esempio? «A parte il fatto che ho due figli, se produco un film su un teeneger e mi interessata molto farlo, è perché mi interessa la parte di me stessa che ha 14 anni. Quando dirigo o sviluppo una sceneggiatura mi calo nei corpi dei miei personaggi, e mi chiedo cosa proverei e penserei se fossi loro. Parte del mio interesse nei personaggi maschili viene dalla mia parte maschile. Come mi sono sentita rispetto al fallimento? Agli occhi di mia madre, di cui mi sono presa cura, o delle donne intorno a me? Questo aspetto che emerge in Money Monster è parte di me, del mio maschile, e nella vita si alterna al lato femminile, succede a tutti noi».

Cosa l’ha portata dietro la macchina da presa? «A sei anni ho visto sul set un attore che era anche regista, e mi ha incantata: mi sono detta “da grande voglio farlo anch’io…”. Era Bill Bixby in Una moglie per papà. Sono stata cresciuta da una madre single che mi portava a vedere i film di Lina Wertmuller, della Cavani e Margarethe Von Trotta, sono stata plasmata da queste donne europee, sapendo di voler fare il loro mestiere».

Se dovesse sintetizzare cos’ha imparato, in decenni di carriera? «Da attrice, quando giravo scene in bikini faceva sempre freddo, mentre si crepava di caldo quando mi facevano indossare l’eskimo. Semplicemente lo fai, in qualsiasi circostanza ti trovi, che sia girare un film con l’iphone, o scrivere una commedia o una canzone, se sei un artista semplicemente lo fai, non importa in quali condizioni».

Se si volta indietro, invece, cosa la fa sorridere? «Pensare a quando Mary Lambert mi ha presa da parte, a 23 anni, e mi ha raddrizzata (ride, ndr)».

Cosa intende dire? «È stata l’unica regista donna con cui ho lavorato, eravamo sul set di Siesta.   Mi ha presa da parte, mi ha fatta sedere dicendo “non puoi arrivare in ritardo, è irrispettoso per tutti quelli che ti stanno ad aspettare…”. Oggi il solo ricordo mi imbarazza a morte, ma è stato molto importante. Si è mossa come una brava madre, l’ho davvero ascoltata, perché tieni a quello che ti dice una madre, e non te ne dimentichi».

Le è mai capitato di trovarsi davanti qualcuno che non sapeva fare il suo lavoro? «Purtroppo sì, non farò nomi ma le dico solo che nel momento in cui sono iniziate le riprese non sapeva più cosa fare, si chiudeva in bagno e telefonava alla moglie. Ma mi è successo anche il contrario, di incontrare persone che non mi dicevano niente, fuori dal set, poi sul campo si sono rivelati registi molto capaci».

Cosa influenza lo stile di una leadership? «Molte cose, dalla madre che ci ha cresciuti alla scuola, alla cultura in cui siamo stati immersi. Per esempio mi accorgo di confondere le persone perché sono molto diretta, e mi è stato insegnato che non va bene esserlo. Se qualcuno mi colpisce, si aspetta che risponda in un certo modo, e io non lo faccio… Quando una persona non si comporta come immaginavi, cosa fai come mossa successiva? Spesso la gente resta confusa davanti a donne che non seguono i ruoli tradizionali. Ma tutto, a questo mondo, è destinato a migliorare, e le cose cambieranno… Bisogna solo avere pazienza».

Articolo pubblicato da GQ Italia

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Al Pacino «Perchè mi sono immedesimato in Oscar Wilde? Perché è un genio».

11 mercoledì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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Al Pacino, An evening con Al Pacino, Bono Vox, Cristiana Allievi, Erodiade, Franco Dragone, GQ, Jessica Chastain, Napoli, Napoli Teatro Festival, Oscar Wilde, Where the white man runs away, Wilde Salomé

Dopo settimane di polemiche e trattative il divo americano arriva comunque in Italia. Se non in carne ed ossa, per il Napoli Teatro Festival, al cinema con la sua Wilde Salomé.

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Al Pacino, 76 anni, è scrittore, regista e attore di Wilde Salomé (courtesy of film-review.it)

Al Pacino è un uomo da scintille. La sola idea del suo arrivo a Napoli, ancora non confermato dalle autorità locali, sta infiammando da settimane l’intera Campania, soprattutto per questioni economiche. Il direttore artistico Franco Dragone, regista italo-belga tra gli ideatori del Cirque du Soleil, vorrebbe la star di hollywood al Napoli Teatro Festival, il 13 e 14 giugno prossimi. Ma pare che il contratto per due serate del recital An evening con Al Pacino si aggirerebbe intorno ai 700 mila euro, equivalente del finanziamento a un teatro pubblico per un’intera stagione, motivo per cui il presidente della Fondazione Campania dei Festival, Luigi Grispello, conti alla mano, tentenna.

Ci sarebbero sponsor privati disposti a sborsare, sicuri dei guadagni che ne deriverebbero, ma tutto salterà se la Fondazione non ci metterà del suo. Mentre la trattativa procede a singhiozzi, Pacino arriva comunque in Italia: da domani sarà infatti nelle sale Wilde Salomé, da lui scritto, diretto e interpetato. È un ambizioso tentativo di unire il teatro al cinema e di mostrare al pubblico un’opera controversa e poco nota di Oscar Wilde.

Nel 2006 Pacino aveva portato in teatro la Salomé dello scrittore, calandosi nei panni di se stesso e di Erode e facendo interpretare Erodiade da Jessica Chastain. Da quello spettacolo ha deciso di realizzare il docu-film Wilde Salomé, portato personalmente alla Mostra di Venezia nel 2011. A dieci anni dalla prima teatrale lo spettatore vedrà sullo schermo la fatica delle prove, le riflessioni di Pacino sul desiderio di Erode per Erodiade e i suoi viaggi sulle tracce di Wilde tra Londra, il deserto del Mojave e Dublino, dove incontra addirittura Bono Vox disposto a parlare dello scrittore.

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La danza dei sette veli di Jessica Chastain in Wilde Salomé

Attualmente sul set di Where the White man runs away, l’attore americano racconta come il genio letterario del secolo scorso abbia influenzato la sua creatività. «Perché mi sono immedesimato con Wilde? Forse perché è un genio ma anche un uomo che è stato messo a dura prova dalla vita e dal suo tempo. Mi attrae la sua capacità di rischiare tutto e saltare nell’ignoto». A Pacino non manca certo il coraggio di sperimentare, leit motiv della sua carriera. «Credo che la mia propensione a rischiare mi venga dalla paura, ma non so di cosa», ammette il divo. «So che c’è qualcosa, nel rischio, di folle e tremendamente appagante allo stesso tempo. Il modo di raccontare che vedrete non è per niente tradizionale, è un esperimento. E anche in questo caso lo spettatore si dovrà fidare di me, lasciandosi trasportare».

Un altro ottimo motivo per non perdere il film è Jessica Chastain, che con questo lavoro, e Pacino come insegnante di recitazione, ha iniziato la sua carriera sul grande schermo. «Jessica ha rappresentato il suo personaggio semplicemente in modo ideale, quasi celestiale. Senza di lei non avrei potuto fare Salomé», conclude il regista. Ma noi l’abbiamo vista, con le labbra rosso fuoco, i capelli sciolti al vento e il seno nudo. E di celestiale promettiamo poco…

Articolo pubblicato a maggio 2016 su GQ Italia

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Trine Dyrholm: «Torneremo alla comune»

04 mercoledì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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Axel, Cristiana Allievi, Festen-Festa di Famiglia, La comune, Niclas Bendixen, The legacy, Thomas Vinterberg, Tryne Dyrholm

«La donna che interpreto è annoiata dalla vita e dalla routine familiare, così convince il marito a vivere in una comune. Da lì in avanti perderà se stessa. La grande lezione che mi ha ricordato è che i cambiamenti che vuoi, nella vita, devi farli tu stessa. Altrimenti sono guai». Occhi blu profondo, capelli corti e biondissimi portati all’indietro, questa danese di 43 anni dal vivo indossa un tailleur con pantaloni ed è molto empatica nella conversazione. Me lo spiego col fatto che oltre ad essere l’attrice lanciata a livello internazionale da Thomas Vinterberg in Festen-Festa di famiglia, Trine Dyrholm è una cantante con cinque dischi all’attivo. Proprio la musica, a 14 anni, aveva già fatto di lei una star, quando il canale tv Eurovision l’ha scelta per il suo Song Contest tra 10 candidati finalisti a rappresentare la Danimarca e i talent show non erano nemmeno all’orizzonte. Poi sono venuti il teatro, i film e i premi. L’ultimo è quello vinto come miglior attrice all’ultimo Festival di Berlino grazie a La comune (adesso al cinema), in cui indossa i panni di una giornalista tv di successo che insieme al marito Erik decide di aprire le porte della loro casa agli amici, per vivere insieme. Tutto funziona finché lui si innamora di una sua studentessa, cambiando drasticamente gli equilibri del gruppo. Nella vita reale Trine è felicemente legata a Niclas Bendixen, regista teatrale, e insieme hanno un figlio, Axel, che adorano portare spesso nella loro casa al mare, a un’ora da Copenhagen.

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Trine Dyrholm, attrice e cantante danese, 43 anni

Ha mai avuto esperienza diretta di vita nelle comuni? «No, ma per prepararmi al film ho parlato con molte donne che hanno vissuto quell’esperienza negli anni Settanta. Mi hanno raccontato di aver sentito una grande pressione, perché all’epoca se non ti allineavi allo stile dello spirito libero ti reputavano strana. Ho trovato interessante proprio questo paradosso, la libertà accompagnata dalla pressione».

Lo trova un esperimento fallito, nel contesto della vita moderna dell’occidente? «Sono molto grata a quella generazione, ha vissuto fuori dagli schemi. Grazie a quelle persone si è arrivati a parlare di sesso, prima non potevi nemmeno divorziare. Venivano dagli anni Cinquanta e avevano bisogno di una rivoluzione, solo che non conoscevano le conseguenze di un certo modo di vivere».

Che invece noi conosciamo. «Le sembrerò naive, ma credo che le nuove generazioni creeranno comuni, ma di tipo diverso. Dobbiamo condividere molto di più, magari non le mogli e i mariti, ma i beni materiali. I tempi stanno cambiando e non possiamo più pensare di avere ognuno la propria automobile…».

Tornando alle persone, nella vita vera sarebbe accondiscendente com’è sullo schermo con suo marito e la sua nuova fiamma, che ha la metà dei suoi anni? «Non so cosa farei, forse sarei confusa e miserabile come Anna. È una donna vittima delle sue stesse idee, non lo manda al diavolo e se ne va, come dovrebbe fare. Ma quante volte, intrappolati dalle emozioni, ci è successo di non riuscire a muoverci?».

Lei non si è sposata, per paura? «Io e il mio compagno siamo insieme da otto anni, e invece di un matrimonio abbiamo un figlio che ci unisce! Axel ha rappresentato il grande cambiamento della mia vita, quando è nato mi sono presa otto mesi di pausa dal lavoro. Poi Susan Bier mi ha offerto In un mondo migliore, e ho sentito che andava bene ricominciare».

E come si regola con gli impegni lavorativi? «Capita che portiamo nostro figlio sui set con noi, ma di solito preferisco lasciarlo a casa con la babysitter o i nonni. Quando giro un film sono molto focalizzata».

Invecchiare la preoccupa? «Con Love is all you need e A royal affair mi sono accorta all’improvviso che c’era una generazione dopo di me, e che la mia non era più l’ultima. Anche se essere un’attrice richiede di non essere vanitosa, e mostrare la parte dark delle emozioni umane, quando mi trovo su un red carpet tengo ancora molto ad essere femminile. Mentre quando ero più giovane volvevo sempre imbruttirmi (ride, ndr)».

 A Hollywood non si parla d’altro che di parità salariali, cosa ne pensa? «Le donne hanno da sempre problemi a negoziare, io ci ho lavorato e non mi va poi così male».

Si trasferirebbe in California? «Per un progetto che vale lo farei, ma il mio inglese non è perfetto. Ai tempi di Festen ero molto giovane, mi sentivo insicura e non mi sarei trasferita. Adesso che sono una donna reale, che dimostra la sua età, spero di non essere troppo vecchia per farlo».

C’è un film a cui è particolarmente legata? «Sono una grande fans di Michael Haneke e di Isabelle Hupper. La pianista è stato un film importate per me, mi ha scioccata. Tornando alle emozioni, i film creano lo spazio per condividere quelle di cui non parliamo mai, come la solitudine, il dolore, la mancanza. E quando guardiamo un film siamo sempre tutti insieme, ad attraversare questi spazi bui».
Sta lavorando alla terza stagione di The legacy, la serie tv per cui gli inglesi la adorano. «È un altro grande dramma che racconta i lati oscuri delle relazioni famigliari. Sono d’accordo con Maya Ilsoe, la creatrice della serie, quando dice che non conosci davvero i tuoi parenti finché non erediti…».

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La Dyrholm col cast di The legacy, il dramma danese che è un cult (courtesy of radio times.com)

Articolo pubblicato su Io Donna  del 9 aprile 2016

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Charlize Theron «Caro Sean, ti voglio solo come regista»

03 martedì Mag 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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August, Cannes 2016, Charlize Theron, Cristiana Allievi, Grazia, Il cacciatore e la regina di ghiaccio, Kubo e la spada magica, Mad Max: Fury Road, Monster, Sean Penn, Sudafrica, The coldest city, The face

L’infanzia traumatica in Sudafrica e la rivincita come attrice e anche come musa di Dior. La scelta di adottare due bambini, da single, e la fine della relazione con Sean Penn. Charlize Theron parla dei momenti che hanno segnato di più la sua vita. e ora, che al cinema è una regina cattiva, qui spiega come sia riuscita a diventare una donna forte affrontando proprio le sue paure.

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Charlize Theron, 40 anni, attrice australiana naturalizzata americana (courtesy moviepalyer.it)

«Vuol sapere una cosa buona che ha fatto mia madre, tra le altre? Non si è mai focalizzata sulla mia bellezza. Non ha mai detto frasi come “che schianto, mia figlia”. Questo non significa che se uscivamo insieme e indossavo un bel vestito non lo faceva notare, ma non mi ha mai limitata al mio aspetto estetico, quello non è mai stato tutto il mio mondo». Per Charlize Theron la bellezza è stato un dono difficile da gestire, non è un caso che, nella su carriera cinematografica più matura, abbia sempre cercato di imbruttirsi.

 

Si presenta all’intervista in minigonna e sandali stringati neri, con una camicia trasparente color caramello e i capelli biondo miele raccolti dietro la nuca. La scruto per rintracciare segni di normalità sul suo viso, ma nemmeno il jet leg può qualcosa contro una bellezza da togliere il fiato. Si era già capito 21 anni fa che si trattava di una specie aliena, quando  la sua microgonna  restava impigliata nella sedia scoprendole un fondoschiena perfetto, nello spot Martini. Eppure l’attrice e produttrice di 40 anni, naturalizzata americana, è cresciuta nella fattoria di famiglia a Benoni, a 20 chilometri da Johannesburg e ad anni luce dall’idea di diventare una star. Il clima che ha avvolto la sua infanzia non è stato dei più facili, tra l’isolamento dell’apartheid, la povertà e una calamità chiamata Aids. «Dovrei andare in terapia solo per parlare della relazione che ho con la mia terra d’origine», dice, «mi ha influenzata molto più di quanto non abbia mai ammesso in passato. È stato solo crescendo che ho iniziato a realizzare che avevo un sacco di rabbia dentro, per tutta quella inutile sofferenza…». E i fattori sociali sono solo un contorno: a segnare la sua adolescenza c’è stata la morte del padre Charles per mano della madre Gerda, per legittima difesa, in una delle tante sere in cui lui è tornado a casa ubriaco. Non stupisce che la giovane Charlize si sia persa nei film, ma senza però mai sognare di fare l’attrice. Diventata modella, a 17 anni è volata a New York per entrare nel corpo di ballo della Joffrey Ballet School, finché un incidente al ginocchio ha messo fine alla sua carriera, mandandola in depressione. Allora Charlize decide di trasferirsi a Los Angeles, dove un talent scout la nota mentre è in coda in banca. Da quel giorno a oggi ha girato una quarantina di film, l’ultimo è Il cacciatore e la regina di ghiaccio, di Cedric Nicholas-Troyan, adesso nelle sale, in cui lei è la regina Ravenna (non quella a cui allude il titolo, interpretata da Emily Blunt, ma sua sorella), uno spin-off di Biancaneve e il cacciatore del 2012, in cui la Theron vestiva sempre i panni di Ravenna, ma qui la storia precede l’incontro con Biancaneve. All’epoca Kristen Stewart, Biancaneve,aveva dominato la scena mediatica a causa di un flirt con il regista Rupert Sanders. Oggi è la Theron a rubare la scena, dato che si tratta del suo primo tour promozionale  dopo la fine della sua storia con l’attore e regista  Sean Penn. L’anno scorso, poco dopo la prima mondiale di Mad Max: Fury road al festival di Cannes, i due sembravano sorridenti e felici insieme sul red carpet, ma poco dopo la Theron ha dichiarato che la storia tra loro era finita. Il New York Times l’ha tirata in ballo in un articolo citandola come modello contemporaneo  di “ghosting”, cioè lasciare un partner smettendo di rispondere a chiamate ed sms. Strategia che l’attrice smentisce clamorosamente. «Quando una relazione finisce devono sempre inventarsi qualche  strana storia o qualche folle dramma», ha dichiarato, «e questa storia del “ghosting”, davvero non so nemmeno cosa sia… Io e Sean avevamo una relazione che ha smesso di funzionare, ed entrambe abbiamo deciso di separarci, tutto qui». Il perché non funzionasse più non è dato di sapere, ma la prossima puntata della vicenda Charlize-Sean andrà in scena ancora al festival di Cannes, quando con molta probabilità i due si incontreranno grazie a The face, diretto da Sean e interpretato da Charlize.

Lei è nota per essere un’attrice che ha preferito imbruttirsi, piuttosto che accettare ruoli da bella, penso a Monster,  che le ha regalato l’Oscar, o a North Country e a Young Adult. Cosa le ha fatto prendere questa strada? «Dopo il mio primo film, Due giorni senza respiro,  mi sono ritrovata sui cartelloni pubblicitari di Sunset Boulevard in lingerie. Non ci è voluto molto a capire che rischiavo di diventare uno stereotipo, così ho iniziato a dire un no dopo l’altro».

Oggi festeggia i suoi vent’anni di carriera con Il cacciatore e la regina di ghiaccio, spiazzandoci: è il suo primo sequel, e interpreta una donna che vuole conquistare il mondo grazie al suo aspetto fisico. «Ravenna va calata nel contesto in cui cresce, sono circostanze difficili. Da giovanissima la madre la vende a un re, per sposarla, questo fatto la segna tremendamente. Le fa capire che l’unico modo di sopravvivere nella vita è essere bella, perché nella bellezza c’è potere: se sei attraente il re non ti scarterà. Ma dentro di lei, nel profondo, c’è un grande dolore. E anche nella vita vera mi succede di incontrare persone molto determinate, che credono fortemente solo in una cosa, e di sentire che dentro sono molto tristi».

Un’altra cosa a cui ci ha abituati sono i ritratti di donne forti, e il prossimo sarà quello di spia nel thriller The Coldest City. «Non mi interessa l’immagine forte di me, preferisco di gran lunga investigare quello che mi fa paura, ciò che ti distrugge come essere umano, perché è lì che trovi la tua forza».

Che rapporto ha col dolore? «So come vederlo in prospettiva, qualcosa può controllare la tua vita solo se tu gliene dai il potere. Credo davvero in questa libertà, avrei potuto scegliere la vita di una vittima, ma non è quello che volevo, ed è andata diversamente».

Cosa si è detta, nel momento più difficile della sua vita? «Ok, mi è successo, ma non determinerà chi sono, non mi definirà. Mio padre è morto in un modo estremo, mi sono detta “cosa posso imparare da questa cosa”? Avevo 15 anni, e quella notte sarei potuta morire: sono così consapevole di questo fatto che il mio amore per la vita è assoluto. Sa una cosa? Credo di apprezzare la vita più di tante altre persone».

Ha dichiarato che sua madre è stata molto importante per lei. «Quando sono nata la cosa migliore che ha fatto è stata pensare “Non voglio che questo esserino diventi come me, ma che sia se stessa”, e il messaggio ha determinato la mia vita, è penetrato nelle mie ossa. Ricordo che quando a scuola c’era un problema i miei amici andavano dal preside con le mamme, io ero l’unica che stava lì in piedi da sola. Un giorno le ho chiesto “perché non viene a proteggermi”? La sua risposta è stata “se ti metti nei guai sei anche capace di tirartene fuori”».

Una qualità di sua madre che vorrebbe avere? «Dalle mie parti abbiamo un detto, “il mio cuore è come un taxi africano, c’è sempre posto per una persona in più”. Il cuore di mia madre è così, ha una compassione sconfinata per gli esseri umani. Mi chiedo spesso come sarei stata, senza lei accanto».

Prima raccontava che l’ha aiutata anche rispetto a certe comprensioni… «È stata così intelligente da non dare troppo peso al mio aspetto esteriore. E oggi quando mi sento bella non lo vivo in modo arrogante, il mio mondo non finisce lì».

Lei che pronuncia parole come “Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”, che relazione ha con lo specchio? «Ne parlavo recentemente con Emily Blunt, da quando sono madre sono sempre in ritardo. La mattina sono focalizzata sulla preparazione del cestino della merenda per mio figlio, sul fatto che si lavi i denti, si vesta e arrivi a scuola in tempo. Adesso che ho anche la piccola August, devo darle da mangiare, cambiarle il pannolino e poi infilare tutti in macchina…».

Sta dicendo che non si guarda allo specchio? «La prima immagine che vedo di me stessa, ultimamente, è nello specchietto retrovisore dell’auto, che tra l’altro mi regala anche poteri magici agli occhi di mio figlio. Jackson non capisce ancora come funziona il riflesso, e non si capacita quando gli intimo di togliere le mani da qualcosa, mentre guido. Mi chiede sempre “mamma come fai a sapere cosa sto facendo?”».

I figli hanno cambiato il suo modo di fare attrice? «Non lo so, ma sono in pace sapendo che non vedranno i miei film finché non avrò 54 anni! L’unica volta che ho preso una decisione pensando a quello che mi chiede è stato un anno e mezzo fa, quando ho girato Kubo e la spada magica (uscirà ad agosto in Usa, da noi il prossimo novembre, Charlize presterà la voce a Monkey, ndr) e in quel caso mi sono detta “i ragazzi lo ameranno molto”».

Racconta favole ai suoi bambini? «Sono cresciuta in Africa, mia madre mi ha allevata con la mitologia e il folclore del posto, che passavano di generazione in generazione grazie ai racconti davanti al fuoco. Non conoscevo le vostre favole, le sto scoprendo adesso con mio figlio Jackson. Va matto per Frozen e in questo momento è molto focalizzato sulle principesse, soprattutto sulle immagini che le raffigurano: le stiamo conoscendo una a una».

Mentre interpretare la parte della cattiva le piace? «Mi godo la possibilità di fare cose tremende senza finire in prigione, mi sento libera!»

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La Theron ai tempi della relazione con Penn, finita nel giugno del 2015 (courtesy gds.it)

Chi vede quando si guarda sullo schermo? «Al cinema sono sempre io, sono tutte parti di me, la gente non lo capisce fino in fondo. Anche quando danzavo ero davvero io, lì non c’era trucco, non c’era trasformazione, mentre non credo neppure per un secondo di essere io quella che vedo sui manifesti pubblicitari, né sul red carpet. Lì mi trasformano: e con un certo trucco, una certa pettinatura, un taglio di luci particolare diventa bellissimo chiunque».

Ha deciso di adottare due figli da madre single, interpreta spesso film in cui le donne sono più forti dei maschi: la parola femminismo cosa significa per lei? «Evoca cose diverse per ciascuno di noi, a me ricorda l’eguaglianza tra i sessi, e quindi il fatto che le donne possono essere malvagie tanto quanto gli uomini. Un concetto, questo, che nel cinema si è perso».

Cosa intende dire? «Sono cresciuta in una grande famiglia guardando i film degli anni Settanta di Jessica Lange, Susan Sarandon e Meryl Streep, ma le parti davvero conflittuali che ricordo sono quelle di Jack Nicholson in Shining e di De Niro in Taxi Driver. Saremo davvero alla pari quando vedremo anche al cinema donne complesse quanto gli uomini».

Cover story di Grazia del 12/4/2016

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Sarah Gadon, «Un trono tutto per me»

20 domenica Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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22/11/63, Brandon Cronenberg, Cristiana Allievi, D Repubblica, David Cronenberg, Elisabetta II, Erdem, Fox, Indignation, Isabel Marant, James Franco, Sarah Gadon, Sonia Rykiel, Stephen King, Una notte con la regina

«Mi sono sentita molto vicina alla regina Elisabetta. Anche lei è stata una giovane ragazza che cercava se stessa e il suo posto nel mondo». Anche Sarah Gadon ha trovato il suo posto, sul set: la vedremo al cinema nella parte di Elisabetta ancora principessa di York in Una notte con la regina (in sala dal 7 aprile). E poi in tv con James Franco nella mini serie basata sull’omonimo romanzo di Stephen King 22/11/63 (andata in onda su Hulu, debutterà su Fox ad aprile). Infine in Indigantion, dal romanzo di Philip Roth, acclamato al Sundance e appena passato dalla Berlinale. 

Pantaloni a sigaretta e ballerine, pelle di porcellana e capelli biondo miele, l’attrice canadese 28enne non ha problemi ad entrare nel ruolo perché emana una luce quasi regale. Figlia di un’insegnante e di uno psichiatra, a 10 anni era già nella serie tv Nikita. E mentre macinava un bel po’ di serie e film per la tv, si allenava come performer alla National Ballet School of Canada e studiava alla Claude Watson School for Performing Arts. Laureata all’Università di Toronto, non ha abbandonato la sua città nemmeno oggi che è una star di fama internazionale.

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Sarah Gadon, 28 anni, canadese, è stata lanciata da David Cronenberg.

Il salto per lei è arrivato con David Cronenberg, che l’ha voluta nei suoi ultimi tre film: A dangerous method, Cosmopolis e Map to the Stars. Ma è stato suo figlio Brandon, in realtà, a trasformarla nell’idealizzazione della bellezza che il resto della società vorrebbe incarnare, come accade nel suo Antiviral. E adesso con le sue interpretazioni attraverserà tre decadi. Una notte con la regina di Julian Jarrold narra invece un evento poco conosciuto della vita di Elisabetta e ambientato nel 1945:  lei ha 19 anni e non è ancora sul trono (ci sarebbe salita nel ’52), esce per la prima volta da Buckingam Palace con la sorella Margareth, per festeggiare tra la gente comune la fine della guerra, a Trafalgar Square.

È vero che i suoi nonni si sono incontrati nella stessa notte e nello stesso luogo in cui si svolge Una notte con la regina? «La storia di una delle donne più famose del suo tempo ha intimidito molti. Io ho accettato per due motivi: primo perché mi ricorda il film con cui sono cresciuta, Vacanze romane, e secondo perché i miei nonni da parte di padre quella notte erano a Trafalgar Square a celebrare. Mi è parso un tributo alla loro vita. Ho sentito una connessione profonda col film anche per questo motivo».

Che effetto le ha fatto vestire i panni di una futura regina? «Mi sono sentita molto vicina a Elisabetta, sin da bambina ho sempre avuto un forte senso di me stessa, proprio come lei. Merito dei miei genitori, che mi hanno incoraggiata ad avere una certa educazione, a danzare e ad essere immersa nelle arti sia da piccola. Ma mi hanno passato anche l’importanza dell’altra faccia della medaglia, che è lo studio. Così sono andata all’Università e ho preso una laurea in Cinema. Quello dell’attrice è un lavoro molto precario, credo che i miei genitori volessero che sviluppassi un forte senso di chi sono, anche se avessi scelto un altro mestiere».

Sembra molto determinata: non ci sono cose che la scoraggiano, spaventano? «L’aspetto più difficile del mio lavoro è l’esposizione, andare alle audizioni, in cui puoi essere rifiutata. Poi ci sono i red carpet, le interviste con la stampa, tutte esperienze che non sono naturali, o almeno non lo sono per me. Vestire con un abito pazzesco, camminare davanti a mille fotografi non sono cose normali, ma le posso fare».

Detto da lei che è brand ambassador di Armani cosmetics e della casa di orologi di lusso Jaeger-LeCoultre, sembra impossibile. La vanità è diventata una parte impegnativa del suo lavoro? «Scegliere cosa indossare, ogni volta, occupa molto tempo. Mi piacerebbe poter mettere una giacca e via, come fanno i maschi. Studiare e prepararsi ai ruoli richiede così tanto impegno, che trovare energie anche per i vestiti mi sembra eccessivo».

 Se deve presentarsi in pubblico a chi si affida? «Quando entro nella rappresentazione dell’attrice devo sottolineare uno stile. Allora indosso abiti di Roland Mouret, mi piace molto come taglia gli abiti per la donna, ne evidenzia la femminilità. Così come mi piacciono Erdem, Sonia Rykiel e Isabel Marant».

Ha detto che secondo lei James Franco è uno dei più importanti artisti americani viventi. Tra poco sarete insieme nella serie della Fox diretta da J.J. Abrams, lui viaggerà nel tempo per impedire l’assassinio del presidente Kennedy, lei sarà una bibliotecaria e sua amante, prima di diventarne la fidanzata. «James ha anche diretto uno degli otto episodi, sapevo che lavorare insieme sarebbe stato fantastico, e così è stato. Nella serie si vedrà che c’è chimica tra noi, ed è importante: si tratta di una storia d’amore, era il minimo che potessimo fare per onorare i fans del libro, che credo ameranno quello che abbiamo fatto».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 19 marzo 2016

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Le vittime segrete dei droni, raccontate da Sonia Kennebeck

09 mercoledì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Berlino

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Cristiana Allievi, droni, Edward Snowden, Isis, Jesselyn Radack, National Bird, Obama, Renzi, Sigonella, Sonia Kennebeck, Wim Wenders

GLI AEREI AMERICANI TELECOMANDATI, E IMPIEGATI CONTRO L’ISIS, PARTIRANNO ANCHE DALLE BASI ITALIANE. MA QUESTA GUERRA A DISTANZA, OLTRE A COLPIRE ANCHE I CIVILI, HA CONSEGUENZE SULLA SALUTE DI CHI PILOTA. NE PARLA LA GIORNALISTA INVESTIGATIVA USA CHE LO HA MOSTRATO NEL DOCU-FILM NATIONAL BIRD

È stato il Wall Street Journal a informarci dei fatti: l’Italia ha dato il via libera a Obama sull’utilizzo della base siciliana di Sigonella per le missioni contro l’Isis dei droni Usa, gli aerei senza pilota. Lo stesso giornale fa sapere anche che il presidente americano sta tentando di strappare all’Italia l’autorizzazione a portare avanti operazioni offensive, oltre a quelle a scopo difensivo.

I droni, che vengono comandati da una base distante centinaia di chilometri dalla zona di intervento, sono un nuovo modo di fare la guerra di cui però l’opinione pubblica sa poco, perché le informazioni che la riguardano sono top secret. Ma la giornalista investigativa Usa Sonia Kennebeck ha lavorato tre anni con l’obiettivo di mostrate, per la prima volta, gli effetti su chi ne è coinvolto. Lo ha fatto con National Bird, il docufilm che ha appena presentato al festival del cinema di Berlino, prodotto da Wim Wenders.

Sonia_Kennebeck.jpg«Volevo che a parlare fossero direttamente giovani donne e uomini arruolati nelle zone più remote dell’America come militari per i programmi di droni. Heather, 20 anni, è un’analista di immagini il cui compito era confermare se i potenziali obiettivi erano reali. Lisa si è scoperta abilissima con i computer ed è diventata responsabile di una base, e Darrell è un’intelligenza operativa che ha rivelato aspetti sconcertanti del programma», spiega la regista. Sotto consiglio di Wender, i primi soldi racimolati per produrlo sono andati all’avocato scelto per tutelare le fonti, Jesselyn Radack, ex consulente etico del dipartimento di Giustizia americano, che oggi lavora difendendo gli informatori (Edward Snowden è un suo cliente).

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«I piloti di droni entrano in territori di guerra, uccidono vite umane, tutto restando al sicuro, poi tornano a casa e cenano con i loro figli, come niente fosse. Per molti i disagi iniziano come crisi di pianto incontrollabili, poi per qualcuno le cose peggiorano. A Heather è stato diagnosticato un disordine da stress post traumatico, termine originariamente associato ai sopravvissuti del Vietnam. Ma tre colleghi nella sua stessa base si sono suicidati, altri sono caduti in depressione o sono diventati alcolizzati. Gli studi parlano di ferite psicologiche della guerra, ferite morali: la mente umana non regge certi tipi di dubbi, e queste persone non sanno se colpiscono obiettivi militari o semplici civili». Nel 2010 sono stati uccisi 23 civili in preghiera, in Afganistan, è non si tratta di un errore isolato. Sono trapelati dati militari da cui si è scoperto che in alcune operazioni il 90% delle vittime non erano gli obiettivi prestabiliti. Eppure ancora mancano i trattamenti psichiatrici per chi guida i droni, perché non c’è ancora la competenza necessaria. «Finchè questa guerra resta segreta, le persone non possono essere aiutate come dovrebbero», commenta la regista.

 Pubblicato su Grazia del 9 marzo 2016

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Quella volta che Chad McQueen mi ha detto: “Il mio è stato un padre difficile da digerire”

08 martedì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes, Miti, Quella volta che

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Bullit, Chad McQueen, Cristiana Allievi, Ford Mustang GT, Le Mans, Steve McQueen, Steve McQueen: Una vita spericolata

Chi era davvero Steve McQueen

A 35 anni dalla sua morte, esce il docu-film “Steve McQueen: Una vita spericolata”. Abbiamo chiesto al figlio Chad i raccontarci le passioni del padre: donne e corse (ma non solo)

I motori erano la sua ossessione. Dal vivo e sul set. Steve McQueen non si accontentava di correre, voleva girare il più grande film di sempre sulle corse. E per farlo mise a repentaglio la carriera, il matrimonio, forse la sua stessa vita. Lo rivela un docu-film, Steve McQueen: Una vita spericolata, presentato in anteprima al festival di Cannes e nei cinema il 9-10-11 novembre, in cui Gabriel Clarke e John McKenna hanno messo insieme i retroscena delle riprese di Le Mans (1971), il film realizzato da Lee H. Katzin su una delle più massacranti corse automobilistiche del mondo. E soprattutto lo racconta aGQ il figlio di McQueen, Chad, 55 anni, ex attore, produttore e pilota professionista a sua volta, che oggi cura tutto ciò che ruota intorno all’immagine del padre, “The King of Cool”. Un tremendo incidente durante le prove della 24 Ore di Daytona, nel 2006, gli ha lasciato addosso un mucchio di cicatrici, ma non ha spento il suo amore per lo sport: sembra elettrizzato quando torna sul circuito di Le Mans per descrivere l’estate del 1970, quella in cui il padre si consumò per realizzare un sogno.

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Seicento scatole con materiale di scarto delle riprese di Le Mans hanno dato vita, quarant’anni dopo, a Steve McQueen: una vita spericolata. Il docu-film mostra luci e ombre di un padre che è anche una leggenda: difficile da sopportare?
«Ci sono stati vari aspetti scomodi per me. Prima di tutto aver dovuto risentire la sua voce mentre era malato di cancro, in Messico: il materiale inedito, però, era straordinario e mi sono fatto coraggio. Poi riscoprire il momento in cui ha iniziato ad andare con altre donne, motivo per cui ha divorziato da mia madre dopo 16 anni di matrimonio. Me lo ha fatto vedere sotto un’altra luce: lì ho sentito che forse non era un brav’uomo, ed è stata dura, perché per me lo era sempre stato».

Suo padre teneva a Le Mans più di ogni altra cosa al mondo. Perché non ha continuato a correre, invece di fare l’attore?
«E chi lo sa? Quando uscì il film, fu molto criticato. Nel primo weekend incassò la stessa cifra di Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo, con Clint Eastwood, poi crollò. Era noto che mio padre aveva voluto il pieno controllo del film, e lui si prese tutta la colpa, ma col passare degli anni quel titolo è diventato la pellicola più iconica di sempre sul mondo delle corse. Ho visto i dati di vendita: a fronte di un investimento di 6 milioni di dollari, la Paramount ha fatturato tre volte tanto».

Che uomo era Steve, ai suoi occhi?
«Uno davvero incasinato dentro. Non ha mai conosciuto suo padre, la madre era una figura assente e beveva molto. Mi ha raccontato che la scuola di correzione in cui era finito, la Junior Boys’ Republic, a Chino Hills,  in California, gli aveva cambiato la vita, “perché aveva struttura, lì ho imparato a occuparmi di me stesso”. Aveva un forte senso della famiglia, nonostante si sia separato da mia madre quando io avevo 13 anni. Era un padre amorevole, prima di girare qualsiasi film si assicurava che io e mia sorella Terry (morta a 38 anni per un’emocromatosi, ndr) potessimo raggiungerlo sul set: aveva bisogno che fossimo uniti».

Come spiega la fascinazione di suo padre per le corse e la velocità?
«Sembrerà paradossale, ma guidare a 350 chilometri all’ora fa sentire molto rilassati. Credo che mio padre andasse a correre per svuotarsi la testa».

Ovviamente ha lasciato l’impronta dei motori anche su di lei.
«La sua prima macchina è stata una Porche 1958 Speedster, che io posseggo ancora, poi sono venute la Jaguar XKSS e la Lotus Race. È arrivato ad averne in tutto 36. Quando ho compiuto 15 anni, e quindi non avrei potuto ancora guidare, mi ha costruito una Indian Chief del 1947 con un sidecar».

Era più dotato come pilota di moto che di auto?
«Dopo Le Mans, che è stata la sua ultima corsa in auto, si è dato alle moto d’epoca. Sono arrivate le Harley, le Indian, le Miracle, pezzi dal 1911 al 1952: toccava a me pulirle tutte. Quando è mancato, a 50 anni, aveva collezionato qualcosa come 130 esemplari».

Dov’è finita la Ford Mustang GT con cui scorrazzava per le strade di San Francisco in Bullit?
«Non lo sa nessuno. Mi ha telefonato un tipo dal Kentucky dicendo di averla, ma non voleva mostrarmela. Gli ho detto che l’avrei comprata e donata al Museo Petersen di Los Angeles. Mi ha risposto “No, no…”. Credo fossero balle. Secondo me, l’hanno rottamata, era troppo conciata».

Come spiega un mito inossidabile al tempo?
«Con il fatto che mio padre era un diverso. Se guarda i close up, nei suoi occhi passa così tanta merda. La pessima infanzia da cui viene gli ha regalato uno sguardo per cui sembra sempre stia covando qualcosa, impossibile da replicare. I Brad Pitt e i Ryan Gosling di oggi non hanno quella faccia».

I suoi occhi restano impressi, guardando Una vita spericolata.
«Poteva anche non dire niente, ma restavi inchiodato a fissarlo. Chi è capace di fare quell’effetto, oggi? Clooney? Non credo».

Se Steve McQueen fosse ancora in circolazione cosa farebbe, secondo lei?
«Non farebbe più film, perché ne aveva già abbastanza, ma sarebbe a bordo di qualche vecchio macchinario. Nel 1978 comprò un ranch di sessanta chilometri quadrati a Santa Paula. Aveva sette autocarri, costruiti tra il ’47 e il ’53, aveva iniziato a collezionare anche quelli. Mi ci sono voluti anni per occuparmi di tutti i magazzini che teneva sparsi praticamente in tutta l’America».

Una vita spericolata inizia e finisce con una delle ultime conversazioni che suo padre ha avuto prima di morire di cancro, il 7 novembre 1980, con il dottor W. Brugh Joy.
«Quella conversazione è avvenuta mentre si stava sottoponendo a trattamenti sperimentali in Messico: la malattia lo spinse a rivalutare la sua vita e la sua carriera. Sei settimane prima di andarsene, disse di essersi ammalato per lo stress a cui si era sottoposto con le riprese di Le Mans. La più grande passione di mio padre è stata anche il motivo della sua morte».

(testo di Cristiana Allievi)

 

articolo pubblicato su GQ Italia

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