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Benedict Cumberbatch: «La fragilità del cowboy»

05 domenica Dic 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Netflix, Personaggi

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Benedict Cumberbatch, bullismo, cowboy, Il potere del cane, interviste illuminanti, Jane Campion, Nuova Zelanda, omosessualità

Ha imparato a cavalcare, suonare il banjo e rollare le sigarette con una sola mano. Per il suo ultimo ilm, BENEDICT CUMBERBATCH si è trasformato in un allevatore del West ruvido e crudele. Ma dall’animo vulnerabile

di CRISTIANA ALLIEVI

L’attore britannico Benedict Cumberbatch, 45 anni, Commendatore dell’Ordine dell’Impero britannico. È il protagonista del film diretto da Jane Campion, Il potere del cane (Netflix).

“Alieno” è la prima parola che mi viene in mente incontrandolo di persona.  Anche l’altezza contribuisce a quel non so che di ultraterreno, insieme agli occhi che sembrano di ghiaccio, in confronto con il colore del mare che è alle sue spalle. Natura e spazi aperti sono tutto per lui, mi racconta con un tono di voce basso e profondo. Benedict Cumberbatch è la prova vivente di dove può portare un grande talento combinato con altrettanta ambizione. In questi giorni sta ricevendo le migliori recensioni della sua carriera grazie a una scommessa della regista di culto Jane Campion, che gli ha chiesto di diventare un uomo alfa, un cowboy crudele e represso, ma anche gay e terribilmente sexy. E lui ci è riuscito, eccome se ci è riuscito. Tanto che si parla già di un Oscar per il suo Phil Burbank in Il potere del cane, nei cinema e dall’1 dicembre su Netflix. La storia è tratta da un libro di  Thomas Savage pubblicato in America nel 1967, quando parlare di omosessualità in Usa era cosa delicata. È una specie di manifesto della mascolinità tossica. «È anche una riflessione sull’isolamento e la paura, sull’essere sulla difensiva e farsi guidare dall’aggressività. Questa storia mostra anche come la gentilezza, la comprensione e la pazienza possano essere vie di gran lunga migliori per vivere in una comunità».

Ho letto che ha frequentato il collegio e che è stato testimone  di bullismo nei confronti di un compagno omosessuale. «Accidenti, non ricordo nemmeno quando l’ho raccontato… Ma è vero, avevo 18 anni, ero all’ultimo anno di liceo. Ho assistito a qualcosa di piuttosto barbaro. È stata una esperienza disastrosa, da tutti i punti di vista».

E lei come l’ha vissuta? «Ero furioso con le persone che perseguitavano questo ragazzo. Percepivo  l’ingiustizia, mi dicevo “lasciatelo in pace, cazzo, lasciategli essere quello che è…”. Ho capito che stavano sbagliando, che l’odio ha una natura tribale e che è alimentato da aspetti culturali. Per agire sui loro comportamenti occorre capire  in quali circostanze hanno vissuto quei ragazzi che odiavano il compagno scoperto con un altro uomo».

A un certo punto del film il suo personaggio dice a un adolescente “imparerai cosa significa essere un uomo”, per lei cosa significa? «Penso si tratti di aderire al proprio sé autentico, e questo implica anche padroneggiare completamente se stessi, in ogni aspetto. Per fortuna viviamo in un’era più tollerante, in cui c’è ancora da lottare ma puoi permetterti di essere chi sei, ed essere accettato per questo».

(continua…)

Intervista integrale pubblica su Vanity Fair dell’8 dicembre 2022

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Sharon Confidential

15 lunedì Nov 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Personaggi

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Basic Instinct, biografia, D La repubblica, Hollywwod, interviste illuminanti, malattia, Sharon Stone, vita, ZFF

Premiata con il Golden Icon Award al Festival di Zurigo, la star americana Ms. Stone si racconta. Un’infanzia difficile, problemi di salute, gli abusi, un divorzio. Il segreto del suo successo? Proprio i fallimenti, che «diventano il fondamento delle nostre grandi riuscite». E un padre che le ha detto dall’inizio: «Devi imparare a vincere, vincere, vincere!»

di Cristiana Allievi

  • L’attrice e produttrice americana Sharon Stone, 63 anni, appena premiata con il Golden Icon Award al Festival di Zurigo.

È bellissima, e molto magra. Ha tagliato i capelli biondi, passando dal caschetto al corto più deciso, una mossa vincente. Il lamè del tailleur che indossa rafforza la luce che emana il viso. Eppure Sharon Stone vuole dare a chi la incontra la versione migliore di sé, al di là dell’aspetto fisico. «Sono molto timida, e ogni giorno dico sempre la stessa preghiera. Chiedo di essere usata per fare il bene migliore al maggior numero di persone possibile, e di essere guidata nel mio scopo del giorno. E poi permetto a me stessa di essere completamente presente». È quando apre bocca, infatti, che la Catherine Tremell di Basic Instinct da il meglio di sé. 63 anni, nei primi 40 ha conosciuto il successo che ti toglie la libertà. Quella di andare al supermercato, di farti un weekend al mare o semplicemente due passi con le amiche. Un prezzo impegnativo da pagare anche per una ragazza cresciuta in Pennsylvania con una madre cameriera e un padre che dopo un’esplosione ha perso tutto (nel business del petrolio). Ma per Sharon Stone, la “donna che piange a comando”, come ha detto di lei un regista per descriverne le doti, il successo è stata solo una delle tante cose da attraversare. La più radicale è avvenuta dopo un’emorragia cerebrale che ha messo a tappeto matrimonio, carriera ed economia. «Il mio cervello ha sanguinato per nove giorni, poi ho avuto un ictus. Avevo poche possibilità di sopravvivere, un figlio di un anno e un matrimonio per nulla meraviglioso». Solo che invece di chiamarlo disastro, lei lo definisce un “risveglio”.  «È stato difficilissimo. I miei genitori sono venuti a stare con me, mio padre mi ha molto aiutata. All’epoca non c’erano cure per l’ictus e avevo molti strascichi, distorsioni visive, problemi a camminare, dall’orecchio sinistro non sentivo quasi più nulla, la gamba sinistra era irriconoscibile a livello di sensibilità. Poi il mio amico Quincy Jones mi ha invitata a cena durante le vacanze di Natale. Era guarito da molti problemi grazie a un medico,  il dottor Hart Cohen, e voleva che lo incontrassi anch’io (è quello che ha guarito anche la leggenda del country Glen Campbell, ndr).  Quando non pensavo più che sarei riuscita a tornare a lavorare, ha fatto la diagnosi giusta». E delle 16 medicine che prendeva ogni giorno, le ha dato l’unica che le sarebbe servita. «È stata una disintossicazione dura, mia madre mi ha assistita in questo difficile processo». Il periodo di convalescenza è coinciso con un divorzio (da Phil Bronstein), e con l’arrivo di altri figli. Dopo il primo (Roan Joseph, adottato insieme a Bronstein) ha adottato Laird Vonne. E poco dopo è arrivata la terza, Quinn Kelly, dopo una chiamata che la informava del fatto che era la sorella di Laird Vonne. «All’improvviso avevo tre figli, che oggi hanno 15, 16 e 21 anni». No molto tempo dopo il divorzio, la Stone ha avuto anche un infarto. «E stata un’esperienza forte, che non ha voluto vivere invano. Non avrei fatto un buon lavoro se non mi fossi chiesta quale fosse il senso di quello che mi era successo. Ho sentito di avere finalmente un’opportunità,  affermare ciò che contava davvero per me.  Ed è quello che sta accadendo più in generale a noi donne: non solo è ok dire cosa non ci va più bene, ma è ok anche smettere di farci manipolare». Il festival di Zurigo le ha appena assegnato il  riconoscimento più importante, il Golden Icon Award, e la sua empatia ha scorrere lacrime in platea, per esempio mentre parlava di successo. «Non esiste successo senza fallimento, e non possiamo crescere senza provare cose nuove, che implicheranno a loro volta degli sbagli.  Ma è così che impariamo, che facciamo esperienze anche molto sottili, che poi diventano l’essenza del nostro successo. I fallimenti, in molti casi, diventano il fondamento delle nostre grandi riuscite».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 13 Novembre 2021

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Non chiudete gli occhi sull’aborto

05 venerdì Nov 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, Politica, Senza categoria

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aborto, Ana Vartolomei, Audrey Diwan, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, L'Evenement, La scelta di Anne, Texas, Usa, Vanity Fair

Storia di una giovane francese che negli anni ’60 ricorre all’aborto clandestino, L’Événement non è «soltanto» un film, ma un’esperienza che mette alla prova lo spettatore anche fisicamente. Lo raccontano la regista e l’attrice protagonista

di Cristiana Allievi

La regista e giornalista Audrey Diwan con il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia nel 2021, vinto con La scelta di Anne- L’Evenement.

«Stavo attraversando un momento difficile quando un’amica mi ha consigliato di leggere L’evento. Raccontava il viaggio infernale di una brillante studentessa francese della classe proletaria che nel 1964, alla vigilia di esami scolastici che determineranno il suo futuro, rimane incinta. Decide di abortire. Una scelta drammatica, un’esperienza clandestina che quasi la uccide». È stata la storia della scrittrice Annie Ernaux, oggi 81enne, a segnare la vita di Audrey Diwan, che ha trasformato quel racconto nel suo secondo lungometraggio, La scelta di Anne- L’evenement, Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia. Un film ambientato in Francia undici anni prima che la legge Veil legalizzasse l’interruzione di gravidanza entro le prime dieci settimane dal concepimento.

Guai a dire alla Diwan che ha adattato quel libro perché la storia la riguardava da vicino. La regista sceglie con attenzione le parole con cui raccontarsi. «Ho abortito anch’io, ma la mia esperienza è stata molto diversa da quella della Ernaux. Non ho dovuto torturarmi con un ago, non ho mai rischiato di morire per proteggere i miei desideri, ho avuto la legge dalla mia e il comfort dell’assistenza medica.

(... continua)

Intervista integrale a regista e attrice pubblicata su Vanity Fair n. 45

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Chloe Zhao: «Il mio Oscar è per chi ha perso tutto»

05 venerdì Nov 2021

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Senza categoria

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Con il suo Nomadland Chloé Zhao è la seconda donna e la prima regista asiatica a vincere la statuetta. Nel film ha raccontato del coraggio che serve quando la vita cambia all’improvviso. E a Grazia dice: «Coltivate la bontà che avete dentro perché vi aiuterà sempre a combattere»

È una donna delicata che parla piano, ma le sue parole hanno la forza della dolcezza, della fiducia nel futuro e nella parte mi- gliore delle persone, quella che esiste in tutti noi. «Ho pensato parecchio ultima- mente a come si fa ad andare avanti quando le cose si fanno dure», ha detto Chloé Zhao, stringendo la statuetta per la migliore regia di Nomadland, il tito- lo che, agli Oscar più difficili per via della pandemia, ha conquistato anche il premio al migliore film e alla migliore interprete, Frances McDormand. «In Cina con mio papà imparavo le poesie cinesi clas- siche e ne ricordo una la cui prima frase dice “Le persone alla nascita sono intrinsecamente buone”. Continuo a crederlo. Questo Oscar è per coloro che hanno fiducia e coraggio in ciò che di positivo han-

no dentro. E a tutti dico coltivate la vostra bontà». Trentanove anni, nata a Pechino ma cresciuta tra Londra e New York dove ha studiato, Zhao è la prima asiatica a vincere il premio come migliore regista e la seconda donna in assoluto dopo Kathryn Bigelow, nel 2009. La storia di Nomadland, che le è valso anche due Golden Globe e il Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia nel 2020, è tratta dal libro della giornalista Jessica Bruder, che ha compiuto un viaggio attraverso l’America dei “nuo- vi nomadi”, persone che per un motivo o per l’altro si sono ritrovate a vivere in strada. Sullo schermo le conosciamo attraverso Fern, una straordinaria Fran- ces McDormand che recita in un cast di non attori,

ma veri nomadi nel ruolo di se stessi. Fern parte con un furgone dopo aver perso marito e lavoro a causa di un tracollo finanziario. Raggiungerà, fra gli altri luoghi, il Rubber Tramp Rendezvous, un noto cam- po nomadi nel deserto dell’Arizona.

Per prepararsi alle riprese di Nomadland, anche lei ha trascorso tempo in una comunità di nomadi come quelli che vediamo nel f ilm?
«Sì, ho capito quello che significa la strada molto prima di ricevere il libro da Frances McDormand, che ne aveva acquistato i diritti. Ho un camper di nome Akira e in molte occasioni l’ho considerato la mia casa. Quello però era anche il modo di viaggia- re di una ragazza giovane».

In che cosa, invece, questo f ilm è diverso?

«Io e lei potremmo diventare nomadi domani. Se compriamo una macchina e ci viviamo dentro, sia- mo nomadi. Puoi essere un broker di Wall Street, una persona che non ha mai avuto un lavoro, una madre single o un padre di dieci figli: tutti potreb- bero finire sulla strada. Nel film incontriamo Fern dopo il suo primo anno vissuto in questo modo, e scopriamo che cosa attraversa seguendola da vicino».

Come ha convinto dei veri senza tetto a girare il f ilm? «L’ho semplicemente chiesto. La prima risposta è stata “Perché? Non sono una star del cinema”. Ma quando aiuti le persone a sentirsi al sicuro, accetta- no. E il legame intenso con Frances, ha aiutato molto gli altri ad aprirsi e a lavorare con noi».

Che cosa l’ha colpita di più di Frances McDormand? «Vive davvero la vita che desidera, in questo mo- mento potrebbe essere nel deserto, per quanto ne so. Osservare il mondo attraverso i suoi occhi è stato un privilegio. Lei è un’attrice grandissima».

(…continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 29 aprile 2020

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Tony Robbins «Sicuri (e felici) alla meta»

06 mercoledì Ott 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, Cultura, Miti, Personaggi

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benessere, crescita personale, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, life coach, life strategist, peak state, Tony Robbins, Unleash the power within, UPW, Vanity Fair

RAGGIUNGERE “PEAK STATE” VUOL DIRE POSSEDERE QUELLO SLANCIO CHE GARANTISCE LA RIUSCITA IN OGNI CAMPO. TONY ROBBINS, IMPRENDITORE E STRATEGIST, LO HA PROVATO SU SE STESSO E LO INSEGNA AGLI ALTRI. PRIMA LALE FOLLE DAL VIVO, ORA AI SUOI WORKSHOP ONLINE

di Cristiana Allievi

Ci sono presidenti degli Stati Uniti che lo chiamano la notte prima di un processo per impeachment, come Bill Clinton. Ma anche Lady D, Leonardo DiCaprio, Madre Teresa, Nelson Mandela e una sfilza di atleti ai vertici del ranking mondiale hanno fatto ricorso alle sue doti di strategist, definizione che preferisce a quella di coach. Imprenditore, autore di best seller come Money – Master the game, filantropo, Tony Robbins ha guidato cinquanta milioni di persone a raggiungere i propri obiettivi. Tanto da perdere la voce. Tanto che Netflix gli ha dedicato un docufilm, Tony Robbins- I am not your guru, di Joe Berlinger, il cui titolo la dice lunga sul suo carisma. Travolgente oratore, impegnato in settanta business diversi con fatturati stellari, è una  montagna d’uomo specializzata nel creare “peak state”: stati d’animo in cui si riesce a superare le paure che separano dai propri obiettivi. Per raggiungere un’indipendenza finanziaria che, nella sua visione, va oltre il semplice denaro. Prima della pandemia viaggiava in 15 paesi ogni anno, trovando folle ad attenderlo negli hotel sede dei suoi workshop. Lo scorso marzo ha  tenuto il primo esperimento di mega workshop virtuale: Unleash The power within (a cui chi scrive era presente),quattro giorni non stop con cinquantamila partecipanti da 136 paesi. Un bagno di energia e di gioia.

(…continua)

L’intervista integrale è pubblicato su Health di Vanity Fair Italia del 23 giugno 2021

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Tony Robbins, strategist e life coach, trainer di celebrities, autore di best seller e conduttore di seminari di self empowerment.

Francois Ozon: «Negli anni ’80 eravamo più innocenti»

04 venerdì Giu 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, giornalismo, Letteratura, Musica, Personaggi

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Aidan Chambers, Anni Ottanta, Cannes 2021, Estate 85, Everything went fine, Francois Ozon, Il sole 24 Ore, Il tempo delle mele, interviste illuminanti

Il regista in sala con “Estate 85” al prossimo festival di Cannes sarà in Concorso con “Everything went fine”

di Cristiana Allievi

Benjamin Voisin, Félix Lefebvre Estate ’85 (©2020_M…PE PICTURES)

Al prossimo festival di Cannes sarà in Concorso con “Everything went fine”, dal lui scritto e diretto e basato sull’omonimo romanzo di Emmanuèle Bernheim. Mentre aspettiamo di vedere quel racconto di una figlia che si ritrova davanti alla richiesta del padre di aiutarlo a porre fine alla propria vita, oggi esce nelle sale un’altra opera scritta e diretta dal cineasta francese Francois Ozon, “Estate 85”. Quello che avrebbe voluto fosse il suo primo film, e che invece è diventato il diciannovesimo.

Da sempre attento alla sessualità, a 17 anni Ozon si è invaghito del romanzo “Danza sulla mia tomba”, di Aidan Chambers, storia (per molti versi autobiografica) fra due adolescenti dello stesso sesso. Una storia che finisce male, e si capisce dalla prime scene. Siamo negli anni Ottanta in Normandia e Alexis (Félix Lefebvre) fa un giro su una barchetta a vela. Ma scuffia, e viene raccolto in acqua da David (Benjamin Voisin), che lo riporta a terra e non lo lascia più andare. La distanza sociale fra i due è chiara, eppure insieme stanno bene, tanto che Alexis rinuncia alle aspirazioni da scrittore e sceglie di lavorare per l’amico e la di lui madre (Valeria Bruni Tedeschi).

Scoppia una passione incontenibile, finché arriva Kate (Philippine Velge) a sparigliare le carte. La scrittura avrà la funzione di far uscire uno dei due ragazzi da un grosso trauma. Il film è nelle sale da oggi distribuito da Academy two, ed è marcato Cannes 2020.

A raccontare questa immersione nell’amore e negli anni Ottanta è il regista stesso.

(continua…)

L’intervista a Francois Ozon per Il Sole 24 Ore

© Riproduzione riservata

Così Seaspiracy mette a nudo lo sfruttamento del mare

04 venerdì Giu 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, Netflix, Riflessione del momento

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Ali Tabrizi, balene, climate chnge, delfini, inquinamento, mare, massacro, natura, Seaspiracy, tonni

Il docufilm del videomaker inglese Ali Tabrizi è ormai un caso per la forza della sua denuncia. I suoi dati verificati anche dalla Bbc ma non mancano le contestazioni

di Cristiana Allievi

Il poster di Seaspiracy, il docu film di Ali Tabrizi prodotto da Netflix.

Prima del 24 marzo si poteva ancora credere che il pesce finisse nei nostri piatti grazie al lavoro di pescatori che uscivano in mare con barche di legno colorate. E impegnarsi nello svuotare le spiagge dalle bottiglie di plastica sicuri che siano la causa principale dell’inquinamento dei nostri mari, e quindi del pianeta. Seaspiracy, esiste una pesca sostenibile?, docufilm del videomaker inglese Ali Tabrizi, ha creato una linea di demarcazione: un prima e un dopo. Con immagini shock da cui lo spettatore si riprende solo fino a un certo punto.

Se dovessimo sintetizzare i 90 minuti del lavoro di questo ventisettenne, che vediamo anche davanti alla telecamera come guida del racconto, potremmo dire che mostra l’impatto catastrofico che la pesca intensiva ha sul sistema ecologico della terra, e quanto questo fenomeno incida sul climate change e sulla nostra sopravvivenza.

(continua…)

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore il 17 aprile 2021

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Mads Mikkelsen: «Anche gli errori ci aiutano ad amare la vita».

23 domenica Mag 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura

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alcool, Film, Hannibal, Harrison Ford, Mads Mikkelsen, Oscar 2021, Thomas Vinterberg, Un altro giro

NEL FILM UN ALTRO GIRO, PREMIATO CON L’OSCAR, È UN PROFESSORE IN CRISI CHE RITROVA SE STESSO. «A VOLTE PER RINASCERE BISOGNA ACCETTARE GLI SBAGLI COMMESSI», RACCONTA.

di Cristiana Allievi

Ricordo quel giorno in cui, anni fa, seduti su un muretto della riviera francese gli ho rivolto una domanda pericolosa: “Capita spesso che ti scambino per Viggo Mortensen”? Non ci ha pensato nemmeno un istante a offendersi, o a proseguire la conversazione   rispondendo a monosillabi. Invece si è voltato verso di me, divertito, e mi ha detto “Capitava eccome. Persino i fotografi ai festival mi urlavano “Viggo, Viggo, girati da questa parte… Non riuscivo ad avvisarli che non ero io quello che avevano appena fotografato… ”.  Ma grazie a ruoli come lo psicologo e sociopatico dottor Hannibal Lecter del romanzo di Thomas Harris, lo scienziato di Rogue One: A Star Wars Story e il prete sexy di Van Gogh, sulla soglia dell’eternità, è arrivato il successo internazionale e le cose sono cambiate. Ma non Mads Mikkelsen, che ha la stessa leggerezza di allora, nonostante l’attenzione, soprattutto in questo ultimo anno, sia stata sempre su di lui. Figlio di un’infermiera e di un banchiere, Mads ha un fratello che fa il suo stesso mestiere, Lars, e due figli avuti con la moglie Hanne Jacobsen, con cui in 21 anni non ha mai vissuto una crisi. Erano tutti insieme la sera del 25 aprile, quando Un altro giro, di cui Mads è protagonista,  ha vinto l’Oscar per il Miglior film straniero, culmine di un lungo percorso iniziato mesi fa. Persino Paolo Sorrentino ha speso parole importanti a commento del lavoro del collega regista Thomas Vinterberg: “ha fatto un film magnifico, avrei voluto girarlo io”. Finalmente dal 20 maggio questa storia sarà nei nostri cinema. Al centro vede quattro professori di liceo che vivono una crisi di mezz’età, finché non scoprono un articolo e la rivelazione che contiene: avere un tasso di alcool costante nel sangue pari a 0.5 rende più creativi e ricettivi, vedere alle voci Churchill ed Emingway. La scoperta sembra cambiare il corso delle loro vite, ma le cose non sono semplici come appaiono. Per la sua interpretazione la star danese ha vinto il premio come miglior attore all’ultimo San Sebastian Film Festival, e raccolto consensi da Toronto a Roma.

È il volto della birra Carlsberg in tutto il mondo: possiamo dire che i conti tornano? «È la mia bevanda alcolica preferita, l’ho sempre detto e credo che la casa danese mi abbia scelto per questo motivo».

Che effetto fa vedersi ovunque, sui cartelloni, in formato maxi? «È impossibile non notarmi, ma quando ti vedi tante volte ti abitui e non ci fai più caso».

La sua attitudine rispetto all’alcool è cambiata girando Un altro giro? «No, con l’alcol ho quella che definirei una buona relazione. La storia di Un giro non dice quanto sia giusto bere, è una scusa per un esperimento interessante e soprattutto per parlare dell’amore per la vita. Sappiamo tutti che uno o due bicchieri di vino fanno un effetto meraviglioso, e che probabilmente in tanti non avremmo trovato una moglie o un marito senza l’aiuto dell’alcool».

Ricordi ne ha?  «Mi basta pensare a quando prendevo la cornetta del telefono per chiamare una ragazza, a 16 anni, a quell’energia meravigliosa rilasciata grazie a un po’ di alcool…». 

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 19/5/2021

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«Il mio Oscar è per chi ha perso tutto», Chloe Zhao

09 domenica Mag 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Chloe Zhao, Grazia, interviste illuminanti, Nomadland, Oscar

Con il suo Nomadland Chloé Zhao è la seconda donna e la prima regista asiatica a vincere la statuetta. Nel film ha raccontato del coraggio che serve quando la vita cambia all’improvviso. E dice: «Coltivate la bontà che avete dentro perché vi aiuterà sempre a combattere»

di Cristiana Allievi

La regista asiatica Chloé Zhao, 39 anni, vincitrice di 3 Oscar con il suo film Nomadland.

È una donna delicata che parla piano, ma le sue parole hanno la forza della fiducia nel futuro e nella parte mi- gliore delle persone, quella che esiste in tutti noi. «Ho pensato parecchio ultimamente a come si fa ad andare avanti quando le cose si fanno dure», ha detto Chloé Zhao, stringendo la statuetta per la migliore regia di Nomadland, il titolo che, agli Oscar più difficili per via della pandemia, ha conquistato anche il premio al migliore film e alla migliore interprete, Frances McDormand. «In Cina con mio papà imparavo le poesie cinesi classiche e ne ricordo una la cui prima frase dice “Le persone alla nascita sono intrinsecamente buone”. Continuo a crederlo. Questo Oscar è per coloro che hanno fiducia e coraggio in ciò che di positivo han-

no dentro. E a tutti dico coltivate la vostra bontà». Trentanove anni, nata a Pechino ma cresciuta tra Londra e New York dove ha studiato, Zhao è la prima asiatica a vincere il premio come migliore regista e la seconda donna in assoluto dopo Kathryn Bigelow, nel 2009. La storia di Nomadland, che le è valso anche due Golden Globe e il Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia nel 2020, è tratta dal libro della giornalista Jessica Bruder, che ha compiuto un viaggio attraverso l’America dei “nuo- vi nomadi”, persone che per un motivo o per l’altro si sono ritrovate a vivere in strada. Sullo schermo le conosciamo attraverso Fern, una straordinaria Frances McDormand che recita in un cast di non attori,

ma veri nomadi nel ruolo di se stessi. Fern parte con un furgone dopo aver perso marito e lavoro a causa di un tracollo finanziario. Raggiungerà, fra gli altri luoghi, il Rubber Tramp Rendezvous, un noto cam- po nomadi nel deserto dell’Arizona.

Per prepararsi alle riprese di Nomadland, anche lei ha trascorso tempo in una comunità di nomadi come quelli che vediamo nel f ilm?
«Sì, ho capito quello che significa la strada molto prima di ricevere il libro da Frances McDormand, che ne aveva acquistato i diritti. Ho un camper di nome Akira e in molte occasioni l’ho considerato la mia casa. Quello però era anche il modo di viaggia- re di una ragazza giovane».

In che cosa, invece, questo film è diverso?

«Io e lei potremmo diventare nomadi domani. Se compriamo una macchina e ci viviamo dentro, sia- mo nomadi. Puoi essere un broker di Wall Street, una persona che non ha mai avuto un lavoro, una madre single o un padre di dieci figli: tutti potreb- bero finire sulla strada. Nel film incontriamo Fern dopo il suo primo anno vissuto in questo modo, e scopriamo che cosa attraversa seguendola da vicino».

Come ha convinto dei veri senza tetto a girare il film? «L’ho semplicemente chiesto. La prima risposta è stata “Perché? Non sono una star del cinema”. Ma quando aiuti le persone a sentirsi al sicuro, accetta- no. E il legame intenso con Frances, ha aiutato molto gli altri ad aprirsi e a lavorare con noi».

Che cosa l’ha colpita di più di Frances McDormand?

«Vive davvero la vita che desidera, in questo mo- mento potrebbe essere nel deserto, per quanto ne so. Osservare il mondo attraverso i suoi occhi è stato un privilegio. Lei è un’attrice grandissima». Nomadland racconta l’America come terra dei sogni, e di come questi stessi sogni possono essere infranti velocemente. Venendo dalla Cina che visione e che effetto le fa tutto questo?

«In questo film parlo di una generazione, che oggi ha più di 60 anni. La mancanza di cura per i nostri anziani è un problema della società moderna in generale, non solo in America. Quelle sono le per- sone ricche di saggezza, ma alle quali i giovani sfortunatamente si disinteressano. Ma mentre noi li sottovalutiamo, in molte tradizioni culturali gli anziani so- no considerati la parte più importan- te della società. Vedo in loro molta resilienza e umiltà».

(…continua….)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 29 aprile 2021

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Paola Cortellesi, «Siamo tutte figlie di Nilde Iotti»

01 lunedì Mar 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Come un gatto in tangenziale, Grazia, interviste illuminanti, Iwonderfull, La befana vien di notte, La reggitora, Leonilde, Nilde Iotti, Paola Cortellesi, Peter Marcias, Riccardo Milani, Sky

In tv legge le lettere e i pensieri della prima presidentessa della Camera, la pioniera di tante battaglie femministe. «L’ho sempre ammirata» , racconta a Grazia l’attrice, «perchè grazie a lei la politica non ha più potuto ignorare le donne»

di Cristiana Allievi

  • L’attrice e sceneggiatrice Paola Cortellesi, 47 anni, sul set di Nilde Iotti, il tempo delle donne (foto di Francesca Cavicchioli)

Paola Cortellesi ha usato bene questa pandemia. Ha appreso cose nuove di sè. Ha rivoluzionato le sue abitudini. Ha superato i propri limiti. Me lo racconta in questa chiaccherata in cui sembra che la primavera, intesa non solo come stagione,  si affacci alla finestra.   «Ci stiamo allenando a vivere le alternative nel quotidiano, a pensare con un’altra testa. La prima volta il lockdown ci aveva presi alla sprovvista, adesso ci stiamo abituando al fatto che non si può programmare troppo», racconta con tono pacato, «e a tratti si può anche essere meno produttivi. Io ho imparato ad amare la calma, e ora voglio conservarla». È questa la promessa che fa a se stessa l’attrice record d’incassi come La Befana vien di notte  e Come un gatto in tangenziale. Un’artista che ormai è anche sceneggiatrice dei suoi progetti, in questi giorni impegnata proprio nella revisione del testo di Petra 2 – la serie tv Sky in cui è single  e anaffettiva – e nelle prove di abiti e trucco della stessa serie, poco prima di iniziare le riprese. Nel frattempo il docu film di Peter Marcias che sarebbe dovuto uscire in sala a novembre si fa largo in rete (il regista firma anche un libro con prefazione di Cortellesi, La Reggitora, edito da Solferino). Nilde Iotti, il tempo delle donne è già disponibile sulle piattaforme di #Iorestoinsala, e dal 25 febbraio lo sarà anche su quelle di #IWONDERFULL, infine dal 10 aprile arriverà su Sky Tv.  In questo straordinario omaggio a Nilde Iotti, prima donna a diventare presidentessa della Camera, nel 1979, Cortellesi ci restituisce il suo pensiero facendo da cerniera fra le immagini contemporanee, con testimonianze delle amiche più care e di figure di spicco della cultura e della politica di quegli anni, e le magnifiche scene di repertorio. E quando riapriranno i cinema la vedremo nel sequel di Come un gatto in tangenziale, diretta dal marito Riccardo Milani con cui ha una figlia, Laura, 9 anni.

Nilde Iotti è una figura importantissima, raccontarla dev’essere stato impegnativo. «Avevo già raccontato Iotti nello spettacolo teatrale Leonilde. Narrava le vicende anche personali, che diventarono presto di dominio pubblico. Peter Marcias aveva visto lo spettacolo e mi ha voluta come filo conduttore nel suo documentario, per dar voce alle sue lettere personali».

Sono testi struggenti.  «Privatissimi e inaccessibili per 40 anni. Strappano il cuore, per la bellezza e la cura con cui pesava ogni parola».

Iotti ha ha precorso molte battaglie femminili. Nel 1956 fondò l’Associazione delle donne e iniziò a combattere per una settimana lavorativa di quattro giorni, la parità nella visione, l’aborto e il divorzio. «Diciamo che ha combattuto per la parità, anche dei coniugi, quando per le donne non c’erano nemmeno i diritti di base. Ci sono lettere in cui racconta come veniva guardata in quanto figura di potere, con tanto di commenti che facevano su di lei. Sentiva di avere addosso un giudizio costante, ma non voleva scimmiottare un uomo per essere credibile».

Si innamorò perdutamente di Palmiro Togliatti e fu uno scandalo: lui era un uomo sposato, lei pagò la scelta sentimentale. Oggi sarebbe uguale? «Sarebbe diverso, proprio grazie alle sue battaglie».

Che ricordi aveva di questa politica? «Essendo nata nel 1973, è stata il primo Presidente della Camera che ho conosciuto. Ricordo che avevo un forte senso di rispetto per lei, per le sue dure battaglie e per quel suo rischiare la vita, senza alzare mai la voce. La cosa che trovo straordinaria è quel modo di muoversi e di parlare che, seppur morbido, non toglieva un grammo di forza all’efficacia delle sue azioni. Soprattutto, Iotti era una donna che sapeva ascoltare gli altri».

Paola, lei è stata una delle prime donne a firmare il manifesto “Dissenso comune”, tre anni fa esatti, in tempi di #Metoo contro gli abusi e le molestie. È servito? «Il #Metoo è nato come denuncia e reazione davanti a molte cose non dette e che andavano denunciate, come assalti e violenze. Noi ci siamo ispirate ai diritti della donna in generale, a tutto ciò che viene prima di arrivare alle azioni più deprecabili. Per quanto mi riguarda mantengo alta l’attenzione, e non mi riferisco solo agli uomini ma a come ci muoviamo nella società, perché c’è un problema culturale,negli atteggiamenti e nelle parole, difficilissimo da scardinare».

(continua…)

L’intervista integrale è pubblicata su Grazia del 25/2/2021

© Riproduzione riservata

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