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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi della categoria: Cultura

Alfonso Cuaron, il cacciatore di ricordi

16 domenica Dic 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Alfonso Cuaron, Città del Messico, Gravity, interviste illuminanti, Marina de Tavira, Messico, Roma, storia di famiglia

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Una scena di Roma, di Alfonso Cuaron, Leone d’Oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia. 

Usare il bianco e nero per raccontare una storia del 1971 restando nel qui e ora, senza fa pensare a Orson Welles e alle sue ombre lunghe, parlando di ciò che il Messico è diventato. C’è tutto questo in Roma, di Alfonso Cuaron, Leone d’Oro a Venezia, su Netflix dal 14 dicembre. Premio Oscar  nel 2014 per Gravity, e in ballo su una serie horror con Casey Affleck, in regista torna nella città del Messico della sua infanzia. Lo fa attraverso la protagonista Cleo (Yalitzia Aparicio), fedele riproduzione di Liboria, la domestica che lo ha realmente cresciuto, tenendo insieme i cocci rotti di una madre distrutta dai tradimenti coniugali.  Roma è il quartiere borghese dove ha casa la famiglia Cuaron. «Volevo esplorare i miei ricordi, ma anche l’approccio alla memoria. Ho fatto ricerche infinite, ho ricostruito dettagli incredibili della vera vita di Cleo. Sono messicano, sono cresciuto proprio in quei luoghi, penso in chilango, ma negli ultimi 30 anni non ho vissuto lì, e lavorare agli angoli e ai dettagli per confrontarli con il presente, che era completamente cambiato, è stato difficilissimo: per la mia troupe ogni singolo posto era carico di presente, per me era impregnato di passato, un continuo conflitto».

(continua…)

Articolo pubblicato su GQ del mese di Dicembre 2018 

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Forza Messico, parola di Marina de Tavira

13 giovedì Dic 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi, Senza categoria

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Alfonso Cuaron, amternità, cinema, divorzio, interviste illuminanti, Marina de Tavira, Messico, Roma, storia

 

MV5BMTc5NDA5Njk1NV5BMl5BanBnXkFtZTgwMjI5MTIxNjM@._V1_SY1000_SX800_AL_.jpg«Sono nata agli inizi degli anni Settanta, mia madre ha divorziato da mio padre quando avevo 10 anni. Ricordo che per lei è stata molto dura vivere in un periodo e in un paese che l’hanno fatta sentire in colpa, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato». Le coincidenze non esistono, e si scopre subito. Marina del Tavira è l’interprete di una storia di famiglia ambientata nel 1971, nella colonia messicana di Roma, da cui prende nome il film che è il racconto più personale mai portato su uno schermo dal regista premio Oscar Alfonso Cuaron. Con la meraviglia del suo bianco e nero, l’accuratezza della storia e il crescendo emotivo in cui coinvolge lo spettatore, gli è valso il Leone D’oro all’ultimo festival di Venezia, e sarà dal 14 dicembre su Netflix e in molte sale italiane. Subito dopo averci portato nello spazio epico di Gravity, ma pensando a questa storia già da 15 anni, Cuaron ripercorre le vicende della sua vera famiglia che lotta per restare unita e ha la straordinaria abilità di trasformarla nella metafora della transizione di una nazione intera, il Messico. Quindi mentre fra le mura domestiche una madre è distrutta per i tradimenti e l’abbandono del marito, con quattro figli da tirare su,  fuori dalla porta ci sono le dimostrazioni studentesche a favore della democrazia che culminano nel massacro del Corpus Christi, con un gruppo di paramilitari supportati dal governo che ammazza 120 dimostranti. Cuaron è tornato nella sua vera casa, dopo trent’anni, ha messo insieme una troupe esclusivamente messicana e fatto casting per la strada per trovare i suoi attori. Fra cui c’è Yalitza Aparicio, Cleo nel film, la domestica che lo ha davvero cresciuto nel quartiere borghese (quello del titolo del film) e che risulta essere la forza che ha tenuto insieme la sua famiglia e sostenuto la madre Sofia. «Non importa quello che ti dicono, siamo sempre sole», è la frase centrale e forse la più rappresentativa di questa storia al femminile, e a pronunciarla è la madre Sofia, rivolta alla domestica Cleo. «Sapevo che il mio personaggio era molto personale per Alfonso, trattandosi di sua madre e della loro vera vita di famiglia», racconta in un hotel sul lungomare del Lido di Venezia. Vestita con un abito di tulle scuro, è minuta e bella.

(continua…) 

Intervista pubblicata su D la Repubblica dell’8 dicembre 2018

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Il monito di “Santiago, Italia” di Nanni Moretti

01 sabato Dic 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Politica, Torino Film Festival

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cinema, commozione, documentario, GQ Italia, interviste illuminanti, Nanni Moretti, Santiago Italia

Il Cile di ieri e l’Italia di ieri e di oggi ci costringeranno a pensare. Parecchio. Grazie al nuovo docufilm di Nanni Moretti che chiude la rassegna torinese 

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Nanni Moretti di spalle come appare nel suo nuovo film, Santiago, Italia. 

Si scoprono cose poco note, guardando “Santiago, Italia”, il film che chiude il 36 Torino Film Festival fra qualche polemica dovuta all’assenza di un incontro con la stampa, che Moretti ha declinato per presentare invece il lavoro direttamente al pubblico.

Le scoperte non riguardano tanto le modalità del golpe avvenuto nel 1973 in Cile, in cui i militari presero il potere e fecero fuori Allende e il suo socialismo umanitarista e democratico, in altre parole un governo eletto dal popolo che stava facendo il proprio lavoro. Il documentario illumina piuttosto sul ruolo che ebbe l’ambasciata italiana a Santiago, un luogo che ha salvato la vita di molti che hanno chiesto asilo politico e si sono ritrovati a vivere in quelle stanze, trasformati in dormitori con i materassi per terra, dopo il colpo di stato del generale Pinochet.

Col lavoro di Moretti si scopre soprattutto che il popolo italiano ha fatto la differenza aiutando i cileni, sul posto e una volta atterrati a Roma. Da noi hanno infatti trovato lavoro e grande solidarietà, e soprattutto persone che chiedevano loro “Cosa accade nel tuo paese? Come posso aiutare le persone coinvolte in quella barbarie?”. Questa visione di un’Italia compatta, umana e umanitaria, in cui si canta “El pueblo unido” negli stadi e ci si chiede come soccorrere gli extracomunitari del tempo, è l’unico dato positivo per lo spettatore in questa opera sentita e in vari momenti commovente. Per il resto il Nanni Moretti documentarista, che appare nel film solo in due scene, non porta buone notizie, e lo fa per differenza, paragonando quell’allora con l’oggi, appoggiandosi su una struttura leggerissima, fatta di interviste (tante) e materiali d’archivio. 

Il film apre sul Cile raccontando il periodo dal 1970 al 1973, quello in cui la sinistra unita, che radunava sotto lo stesso cappello socialisti e comunisti, pareva una forza invincibile. “Era una festa perpetua, le scuole erano gratuite”, racconta il regista Patricio Guzman, “c’era l’idea di un uomo nuovo” prosegue Arturo Acosta, artigiano. Poi, prosegue il racconto, gli Usa si sono spaventati, la destra ha bloccato tutto, e visto che aveva in mano la comunicazione e governava le aziende, ha infangato il governo e ha lasciato il popolo senza beni di consumo e senza elettricità. Un crescendo di tensione sociale che culmina con il colpo di stato militare dell’11 settembre del 1973, guidato da Pinochet e finanziato dalla CIA, di cui si vedono le immagini di repertorio. Immagini che fanno da monito, come a ricordarci cosa stiamo rischiando: i militari hanno combattuto contro il loro stesso popolo, bombardando quel Palazzo della Moneta che ne era il simbolo e imponendo una situazione con la forza. A seguire, naturalmente, persecuzioni, torture, sequestri e sparizioni degli oppositori.

La carrellata di testimonianze scelte dal regista, in cui a parlare sono operai, avvocati, musicisti, giornalisti e persino un cardinale, è umana e pacata, quanto lo è stato il gesto di Allende di consegnarsi per non far scoppiare una guerra civile. Le sue ultime parole, ancora fra le mura del palazzo, fanno venire i brividi: “sono sicuro che il mio sforzo non sarà vano”, disse. Allo spettatore restano le emozioni di vita di questi uomini, e le ultime scene del film in cui arriva, se si vuole, il cuore del messaggio di Moretti, affidato alle parole di uno dei rifugiati cileni. «L’Italia degli anni Settanta era un paese che aveva fatto la guerra partigiana, che aveva difeso lo statuto dei lavoratori. Era un paese simile a quello che sognava Allende in quel momento lì. Oggi viaggio per l’Italia e vedo che assomiglia al Cile peggiore… È una società di consumismo, dove non ti frega niente della persona che hai accanto, e se la puoi calpestare la calpesti. Questa è la corsa: l’individualismo». Auguri.

Al cinema dal 6 dicembre distribuito da Academy 2.

Pubblicato da GQ.it

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The front Runner, quando uno scandalo sessuale affondò gli USA

29 giovedì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Personaggi, Politica, Torino Film Festival

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Gary Hart, Hugh Jackman, interviste illuminanti, J.K. Simmons, Jason Reitman, media, recensione The front Runner, scandalo sessuale, The front runner - Il vizio del potere, Usa, Vera Farmiga

Cosa ha da raccontarci e quali dubbi apre oggi la vicenda che negli Anni Ottanta ha interrotto la corsa alla presidenza USA del candidato democratico Gary Hart

 

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L’attore australiano Hugh Jackman sul set di The front Runner (courtesy Just Jared).

“Gary Hart ha la pettinatura giusta. È un bell’uomo e ha un dono: spiega la politica in un modo che tutti riescono a comprendere”. Vox populi, vox dei. Siamo nel 1987, in piena campagna presidenziale per gli Stati Uniti. Fra i democratici emerge un vero fuoriclasse, un uomo che ha idee nuove e le carte giuste per realizzarle. E che, tra una frittura di hamburger e una gara di tiro con l’ascia, fa capire quanto gli stiano a cuore questioni sociali, scuola, ecologia ed economia. Finché una pausa dalla stressante campagna elettorale lo porta a una festa su uno yacht, il Monkey Business, che tradotto significa “affari sporchi”. Su quell’imbarcazione accade qualcosa che Hart ritiene un affare privato, un errore che gli costerà molto caro.
Questo racconta The front Runner di Jason Reitman, filmone d’apertura del trentaseiesimo Torino Film Festival che porta sul grande schermo il primo caso di scandalo sessuale (mal gestito) che ha cambiato le sorti della politica Usa e che vedremo nelle sale dal 21 febbraio 2019.

The front Runner, la trama

In tre settimane il super favorito passerà dagli altari alle polveri, e la sua vicenda segnerà un’epoca, perché affiancata all’avvento delle nuove tecnologie e, con queste, di un nuovo atteggiamento della stampa.

Hugh Jackman è un convincente Gary Hart, accanto a lui ci sono il premio Oscar J.K. Simmons, Alfred Molina e Vera Farmiga. «Ho scritto questo film insieme a Matt Bai, corrispondente del New York Times che ha coperto cinque elezioni presidenziali, e a Jay Carson, consulente politico ed ex addetto stampa, fra gli altri di Hillary Clinton», racconta Reitman a Torino.
«Quando abbiamo iniziato a lavorare c’era ancora Obama, poi ci sono state le elezioni, e durante le riprese è nato il #MeToo: il mondo è cambiato sotto i piedi di Gary Hart, ma anche sotto i nostri. Durante le anteprime in alcuni festival, poi, ci sono state le elezioni di midterm ed è scoppiato il caso Cavanan, sono state allontanate e licenziate persone scomode all’amministrazione in carica. Le cose continuano a cambiare, basta pensare che quando abbiamo scritto la sceneggiatura pensavamo sarebbe stato un film ironico».

Al centro del film c’è un quotidiano locale, il Miami Herald, che raggiunto da una telefonata anonima che lo informa della relazione extraconiugale del senatore con Donna Rice, una modella conosciuta alla festa sullo yacht, decide in modo un po’ maldestro di cavalcare la faccenda. Complice un fotografo, becca la ragazza che entra nella casa del politico a Washington, e a quel punto la stampa importante, vedi il Washington Post, si trova costretta ad adeguarsi.Il risultato? Hart viene travolto in un polverone che ha al centro la sua vita privata, si rifiuta di cedere al ricatto di parlarne e arriva a ritirarsi dalla politica con un discorso di commiato straziante quanto terrificante, soprattutto nella chiusa: “tremo all’idea del giorno in cui il mio paese avrà il presidente che si merita”.

Il regista di Juno e Tra le nuvole sembra avere una domanda chiara in mente: cosa sarebbe successo se non avessimo dato attenzione a certi fatti e ci fossimo invece concentrati su quello che contava di più?
Breve riassunto di cosa è successo dopo il fattaccio:il Senatore si è ritirato dalla corsa presidenziale, è stato sostituito da Michael Dukakis che a sua volta è stato battuto da George Bush senior, che è andato alla Casa Bianca. Come dire che, senza scandalo erotico, oggi forse avremmo un altro mondo. «Ogni mattina ci svegliamo e sulle app delle news una storia sulle elezioni ha lo stesso peso di  quella di Ariana Grande che si lascia con Pete Davidson, l’intrattenimento e il gossip sono allo stesso livello del giornalismo politico, e questo accade perché c’è una domanda dei lettori, vogliono soddisfare queste curiosità.
Sono anch’io un essere umano e non sono immune da certi desideri, come conoscere i retroscena delle vite delle persone celebri. Ma ho presente il diverso peso delle tematiche politiche e sociali. So distinguere».
Non a caso il regista ha deciso di raccontare la storia di un uomo come Hart. «Oggi in Usa abbiamo il presidente più indecente che la storia abbia mai conosciuto. La domanda “qual è il confine della decenza?” non ha nemmeno senso, perché lo fa ogni ora. Il senatore del Colorado aveva tutte le qualità per essere eleggibile, aveva un’intelligenza raffinata se si pensa che verso la fine degli anni Ottanta ha invocato per gli Usa la necessità di smettere di dipendere dal medio Oriente per la fornitura di petrolio, perché avrebbe portato a conflitti con i gruppi terroristici. Era un uomo che promuoveva l’informatica nelle scuole, capendo che l’uso dei computer avrebbe fatto la differenza. Poi, oltre a tutto questo, era un essere umano che ha commesso errori: ma in che modo questi errori sono diventati l’elemento specifico per renderlo inaccettabile sul piano politico?».
Questa è la domanda che Jason Reitman vuole suscitare con 153 minuti di film che fanno venire in mente nomi come Kennedy, o Lyndon Johnson, uomini che nella distinzione tra politico e privato non sono stati “disturbati”, come ricordano i dialoghi fra i giornalisti nelle redazioni. Per mostrare un campione di solidità, il regista non ha avuto dubbi su chi dovesse essere l’uomo che incarnasse un conflitto etico, più che politico: Hugh Wolverine Jackman.
«L’ho avuto in mente da subito. Perché gli assomiglia fisicamente, e poi è una star del cinema con un’etica professionale e un’onestà interiore solidissime. Ti porta sulla soglia di accesso e poi, in modo magistrale, riesce a non farti entrare. Come è giusto che sia, quando si incarna un enigma». 

 

Recensione pubblicata su GQ.it

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Carey Mulligan: «Non voglio più scappare».

26 lunedì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in Cannes, cinema, Cultura, Festival di Cannes, Torino Film Festival

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Carey Mulligan, Cristiana Allievi, esordio alla regia, giornalismo, Grazia, interviste illuminanti, Paul Dano, Wildlife

 

NEL FILM APPENA PRESENTATO AL FESTIVAL DI TORINO È UNA DONNA TORMENTATA CHE FUGGE DA SUO MATRIMONIO. E L’ATTRICE RACCONTA A GRAZIA DEI SUOI DUBBI E DEL MOMENTO IN CUI HA FINALMENTE CAPITO QUALE FOSSE IL SUO POSTO NEL MONDO

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L’attrice Carey Mulligan, 33 anni, fotografata da Richard Phibbs per Grazia.

«Farebbe questa domanda anche a un uomo?». Quando le rispondo che si, chiederei anche a un attore se l’arrivo di due figli ha cambiato il suo modo di scegliere ruoli al cinema, Carey Mulligan sembra sollevata. «L’unica cosa che è cambiata è che, ancor più di prima, lavoro solo se vale davvero la pena di stare lontano dai miei figli. Dev’essere tutto perfetto, per farmi venire la voglia di lasciarli». Quella parola, perfetto, mi colpisce, e presto capisco perché. Abito castigato sotto il ginocchio, blu a pois bianchi, e caschetto biondo decolorato, poco dopo mi dice di non rivedere mai i propri film. «È terribile, intercetto tutti gli errori e penso che avrei dovuto fare le cose diversamente. Guardarsi su uno schermo è un’esperienza strana, è come sentire la propria voce nella segreteria telefonica e confrontarla con quella vera». Il fatto di essere british rincara la dose, in fatto di perfezionismo. 33 anni, nata a Westminster da una madre lettrice universitaria e un padre manager di hotel, Mulligan è sposata con Marcus Mumford, il leader dei Mumford & Sons, con cui ha due figli, l’ultimo di poco più di un anno. Ha iniziato a recitare a scuola a sei anni, ma dopo il liceo non è stata accettata dalla scuola di teatro. Una parte in Downtown Abbey e quella in Orgoglio e pregiudizio hanno fatto partire la sua carriera, mentre a fare di lei una star del cinema è stato An education, con cui si è ritrovata catapultata di colpo sotto i riflettori. «Non mi ero mai vista così tanto tempo sullo schermo, ho pensato di essere veramente noiosa, ero tutta faccia e non facevo niente… Ho chiamato mia madre, prima dell’anteprima al Sundance, per dirle “è terribile, non voglio andarci, torno a casa”. Poi il film ha avuto un tale successo, le nomination agli Oscar… Mi spiace non essermelo goduto, ho iniziato a riconoscere il mio lavoro solo alla fine». Diciamo che non stupisce che non si sia fatta divorare dalla macchina della notorietà, anche perché protegge la sua privacy con determinazione. Parliamo del suo ultimo film, una storia ambientata nel Montana negli anni Sessanta che racconta di una giovane coppia con un figlio che va in crisi e di una madre, lei, che tenta di cambiare radicalmente vita.  Wildlife, esordio alla regia di Paul Dano, passato all’ultimo Festival di Cannes e sugli schermi del Torino Film Festival il 23 novembre,  è basato su un romanzo di Richard Ford. Lei è Jeanette, una casalinga che deve badare a se stessa e a suo figlio dopo che il marito (Jake Gyllenhaal) le pianta in asso per andare a spegnere un incendio forestale. Si imbarca in una relazione pericolosa che può stabilizzare la sua famiglia o distruggerla. Un altro personaggio molto sfidante, adattato dal regista e dalla sua cosceneggiatrice e compagna, Zoe Kazan.

In Wildlife mostra aspetti di una donna che non si vedono spesso al cinema. «È inusuale vedere donne che mandano tutto in malora, per un momento. E se sbagliano fanno solo quello, non sai mai chi sono davvero, da fallite. La donna che interpreto è una brava madre e una brava moglie, ma non vedi questo di lei, quanto i suoi lati più deboli».

Da mamma perfetta a donna che beve e che cerca un amante ricco, da cui porta anche il figlio: è stato un viaggio interessante? «Mi piace l’esplorazione di varie versioni di sé. Jeanette si accorge di colpo, a 34 anni, che non ne avrà più 21 e che le cose che si era immaginata di essere, da teenager, sono sparite: è ridotta a essere una madre e una moglie, ed è normale essere molto spaventate. E poi diciamo la verità, non ci piace vedere donne infedeli, mentre tolleriamo che lo siano gli uomini, quindi sono felicissima di averla incarnata io!».

Cosa le è risultato più difficile? «Le scene da ubriaca, sono difficili da recitare, mentre la guerra con mio marito è stata facile».

Crede che la situazione delle donne è cambiata, dagli anni Sessanta?  «All’epoca il tabù sui matrimoni che finiscono in divorzi era molto più grande, il divorzio era quasi innominabile in certi ambienti. Ma sotto la superficie, in termini di ciò che ci si aspetta dalle donne è abbastanza simile, c’è ancora molta pressione: ora si possono fare scelte leggermente diverse, ma che tu sia una casalinga o una madre che lavora devi essere tutto e fare tutto, ed è ciò a cui reagisce il mio personaggio».

In cosa le assomiglia? «Mi sono identificata con la reazione a quella sensazione del tempo che passa, il panico che hai quando ti rendi conto di quanto tempo è passato. Ho riascoltato una canzone che ascoltavo molto quando avevo 19 anni e mi ha fatto saltare il cuore, ho pensato “avevo 19 anni due minuti fa!”».

Nel film dice “ho 34 anni”, come se fosse vecchia. «All’epoca era così. Quando mia madre è tornata nella sua città natale, nel Galles, dalla Giordania in cui viveva, e ha detto che non era sposata, pensavano che fosse divorziata: non potevi essere celibe a 28 anni, ed erano gli anni Ottanta!».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 22 Novembre 2018

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Vincent Lindon, In guerra

20 martedì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes, Personaggi

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attori, Cristiana Allievi, D La repubblica, Francia, In guerra, interviste illuminanti, La legge del mercato, lavoro, scioperi, sex symbol, Vincent Lindon

DA SEX SYMBOL A MILITANTE, CONVERSAZIONE CON UN ATTORE CHE NON MA (MAI) ACCETTATO COMPROMESSI. E SI VEDE

«Non faccio pubblicità di profumi. Compro le mie giacche e nessuno mi dice come dovrei vestirmi. Non vado alle feste nè agli show televisivi che non mi piacciono, non rispondo a giornali che odio. Quando ha deciso di seguire queste regole? Quando sono nato». Ecco la ricetta della libertà secondo Vincent Lindon, che da sex symbol di Francia è diventato l’attore più impegnato che la sua nazione possa vantare. Lo si era capito con quei 15 minuti di applausi per la sua interpretazione di un primo ministro in Pater, al Festival di Cannes, un film illuminante in fatto di amministrazione della cosa pubblica. Con La legge del mercato, di Stephane Brizé, in cui è un cinquantenne che ha perso il lavoro ed è costretto ad accettarne uno che lo mette moralmente in crisi, ha vinto la Palma d’oro come miglior protagonista. E diretto dallo stesso regista, dal 15 novembre lo vedremo in un confronto molto più radicale. In guerra, proiettato in anteprima mondiale a Cannes, racconta due mesi di sciopero dei 1100 lavoratori della Perrin Industries e la lotta del loro portavoce con un management che vuole licenziare tutti nonostante i profitti. «Non è un documentario, nonostante il realismo. Lo spettatore non capisce cosa sta succedendo, la drammaturgia è molto forte, e questo è puro cinema», racconta l’attore. «Sappiamo che Amédéo, l’uomo che interpreto, si prende cura della moglie e della figlia, ma di fatto è un uomo in uno stato di guerra: con uno sciopero le persone occupano un posto, non perdono energie su altri aspetti della vita, non dormono, sono focalizzati su una quesitone di vita o di morte. E il film fa lo stesso». Nella vita vera, Lindon è un aristocratico con idee chiare su cos’è lo stile. «Da piccolo chiedevo a mia madre com’era vestito qualcuno, lei mi rispondeva  “con pantaloni e giacca, ma era molto chic”. Per me significa indossare qualcosa che indossano gli altri, ma in modo completamente diverso. A un congresso in Russia una signora ha chiesto a Yves Saint Laurent come essere fatale, attraente e distinta. Lui le ha risposto “ci vogliono una giacca, una gonna nera e un uomo che la ami”. Per un uomo vale lo stesso: bastano una giacca nera, una camicia bianca e una donna lo ami».

(continua…)

Articolo pubblicato di D La Repubblica del 17 novembre 2018

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Kossakovsky da brividi

14 mercoledì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Miti, Personaggi, Zurigo Film Festival

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Acqua, Aquarela, Cristiana Allievi, Festival di Zurigo, Ghiaccio, GQ Italia, interviste illuminanti, journalism, Kossakovsky

L’ultimo lavoro, che il regista ha presentato prima al Festival di Cannes e poi a quello di  Zurigo, racconta la potenza dell’acqua in tutte le sue forme. Liquide e no

 

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Un’immagine del docu film Aquarela, di Kossakovsky (Courtesy of Mymovies).

 

Si vedono 500 metri di iceberg che si staccano in Groenlandia, spostando una massa d’acqua immensa tale da scatenare piccoli maremoti circostanti. Si passa alle superfici ghiacciate del lago Baykal, in Russia, poi sull’isola Bornholm, dove si resta senza fiato davanti al colore dell’acqua del Mar Baltico che cambia col passare delle ore: rossa, verde, grigia, poi completamente nera.  Arriva la strabiliante visione frontale delle Angel Falls in Venezuela, mille metri di cascate in cui l’acqua non arriva mai a terra, polverizzandosi a metà percorso. «Mi ha chiamato un produttore scozzese chiedendomi se volevo girare un film sull’acqua», racconta il pluripremiato documentarista russo Victor Kossakovsky, incontrato al Festival di Zurigo. «Ho detto subito di no, quelli che avevo visto raggruppavano vari tipi di persone, dai politici agli scienziati agli attivisti. Tutti parlavano di clima, di inquinamento, di leggi, ma non si vedeva mai l’acqua. Finchè un giorno, ricontattandomi, ha detto “e se lo chiamassi Aquarela?”. Mi sono visto con un pennello in mano, e ho accettato». Così è iniziato un viaggio incredibile, anche per cercare i finanziamenti di un film senza esseri umani,  senza una storia, solo acqua in diverse forme e tre momenti di musica degli Apocalyptica, un gruppo symphonic metal finlandese. «Nel 2011 stavo girando Viva gli antipodi!, e il personaggio all’improvviso ha detto una cosa strana: “nella prossima vita vorrei non essere una persone, ma acqua”. Quando si è presentata l’opportunità ho deciso di partire da lì: ho messo la macchina nello stesso posto, sul lago Baycal, per riprendere quel ghiaccio spesso solo un metro, trasparente, sotto cui riuscivi a vedere i pesci… Ma è accaduto qualcosa di orribile, e  ho preso una direzione diversa». Conosciuto come il Rembrandt dei documentari (“perché metto le immagini al primo posto, prima ancora delle storie”), ha presentato questi 90 minuti mozzafiato in anteprima mondiale a Cannes. Girato a 96 fotogrammi al secondo, con un suono creato grazie al lavoro di 120 canali, è una chiamata viscerale all’umanità sotto forma d’arte, perché si svegli davanti al bene più prezioso che abbiamo. Un lavoro immane, incominciando lontano dal set. «Ogni mattina col mio team facevamo disegni, chiedendoci come regalare immagini che non si erano mai viste prima. Siamo stati dentro una tempesta  per tre settimane nell’oceano Atlantico, con onde di 20 metri, ci voleva un giorno per spostare la macchina da una parte all’altra della barca». Considerato che a Hollywood film come I Pirati del Caraibi sono girati in piscina, i segreti dietro ogni ripresa di questo lavoro hanno suscitato immediatamente l’interesse di Participant Media.  «I produttori americani mi hanno chiesto di smettere di parlare di come abbiamo lavorato perché volevano farne un libro. Ho appena incominciato a lavorarci, oltre alle parole ci saranno molti disegni».

Articolo pubblicato su GQ numero di Novembre 2018 

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Alla ricerca c’è Juli Jakab

12 lunedì Nov 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Moda & cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Il figlio di Saul, interviste illuminanti, Juli Jakab, Laszlo Nemes, Venezia75

«Tutto era molto più lento di oggi, e questo dava alla vita uno stile e una grazia che mi piacerebbe esistessero ancora». Con grandi occhi blu e una calma apparente, Juli Jakab racconta l’atmosfera del film di cui è stata interprete all’ultima Mostra del cinema di Venezia e nelle sale dal 15 novembre. Lei il cuore di Tramonto, è quella che lo spettatore segue, quasi sempre di spalle, in una storia personale che si trasforma in un declino sociale globale a ridosso della Prima Guerra mondiale. Siamo nell’Impero Austro-ungarico, Vienna e Budapest sono il centro culturale del mondo, ma sotto una superficie di benessere e prosperità ci sono vorticose tensioni sociali.  Una giovane donna, Irisz Leiter, arriva a Budapest in quello che era stato il negozio dei suoi genitori, creatori di cappelli leggendari.  Respinta dal nuovo proprietario, senza conoscerne il motivo, avvolta dal mistero e completamente sola, non cede: inseguirà indizi molto flebili che la riporteranno sulle tracce del fratello, unico legame col suo passato.

La nostra conversazione avviene mentre la stanno preparando per un servizio fotografico, sulla terrazza di un hotel veneziano in stile Art déco, e fuori dallo schermo la protagonista è minuta e parla in modo delicato.  La truccatrice le chiede se vuole che le metta il gloss sulle labbra, lei accenna a un no con la testa. Ma quando la domanda passa al mascara, è indecisa: la make up artist non capisce che Juli le sta chiedendo un consiglio, e procede spedita caricandole le ciglia.  Ascoltandola parlare ci si sente ancora immersi nel film in costume che uscirà nelle sale il 15 novembre, il secondo in cui a dirigerla è Laszlo Nemes, dopo la piccola parte avuta in Il figlio di Saul.

Ma partiamo dall’inizio. Jakab nasce a Budapest 30 anni fa e  si laurea in sceneggiatura all’Università di Teatro e Belle Arti nel 2013, senza che la recitazione sfiorasse i suoi pensieri. «Da bambina era molto timida, il palcoscenico mi terrorizzava. Ma all’Università è normale partecipare ai progetti di altri studenti e mi sono ritrovata in molti ruoli. Ricordo il giorno in cui a dirigermi è stato un compagno di scuola. Era un suo corto di cui avevamo scritto insieme la sceneggiatura. All’ultimo momento mi ha voluta al posto dell’attrice che avevano scelto, e all’improvviso tutta la mia timidezza è sparita, lì ho capito che stare davanti alla macchina da presa mi piaceva moltissimo». Una serie di coincidenze e vari corti dopo, arriva un piccolo ruolo in Il figlio di Soul, passato dal festival di Cannes tre anni fa per vincere poi un Oscar come miglior film straniero. «Avevo incontrato Laszlo 10 anni fa, ma il direttore del casting di Tramonto all’inizio non mi aveva considerata. È capitato però di incontrarci in uno dei peggiori periodi della mia vita. era nel 2014, me ne stavo sdraiata su un divano,  sfatta. Mi ha vista e mi ha detto “dovresti provare la parte di Juli…”. Così è arrivato il mio secondo film».

Diversamente da Il figlio di Saul, che aveva un approccio di tipo documentaristico, Tramonto assomiglia a un mistero a cui lo spettatore viene invitato a partecipare per 142 minuti accanto alla sua protagonista, senza trovare una via d’uscita da quello che sembra essere un labirinto stratificato. «Il processo di casting è durato 10 mesi, ho avuto il tempo di familiarizzare con la storia di Irisz Leiter, abbiamo percorso la sceneggiatura in lungo e in largo, parlando molto, ed eravamo d’accordo su tutto. Ho iniziato a capire presto che non dovevo pensare ma focalizzarmi sui sentimenti, una volta accettatolo abbiamo iniziato a lavorare bene da subito». Lei che fa la sceneggiatrice per la Hungarian national film fund, e che quindi oltre a recitare è impegnata attivamente sul fronte della scrittura di film, ha preso una decisione radicale prima di girare Tramonto: non partecipare alla stesura della storia. «Nel mio primo lavoro da protagonista volevo focalizzarmi completamente su questa donna, che per molti aspetti mi somiglia: è una persona che sente di dover risolvere un mistero e non molla. Conosco persone come lei, che riescono sempre a scivolare via e a risolvere ogni situazione. Hanno una certa determinazione e sono devote a una causa, questo rende tutto più facile. E prima o poi tutti nella vita ci confrontiamo con qualcosa di inevitabile, è successo anche a me: occorre resistere e aiutare le persone intorno a noi». Indagare su cosa sia stato quel momento drammatico a cui alludeva poco fa è impossibile: significa vederla sparire davanti a i propri occhi.  «I miei genitori sono insegnanti e amano i film, in casa non avevamo la tv ma andavamo sempre al cinema». Poi, il muro, sulla semplice domanda se ha fratelli o sorelle: «Ho un fratello e una sorella, ma ho avuto una tragedia personale di cui non voglio parlare».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 10 novembre 2018

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Spike Lee: «Lassù qualcuno mi ama».

10 mercoledì Ott 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes

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Adam Driver, Agent Orange, BlacKkKlansman, Charlottesville, Cristiana Allievi, interview, interviste, interviste illuminanti, John David Washington, Prince, Spike Lee

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Il regista, attore, produttore e sceneggiatore Spike Lee, 61 anni (photo courtesy Vibe.com).

«Cosa è successo da quando BlaKkKlansmen è stato presentato all’ultimo festival di Cannes, lo scorso maggio? Il film ha avuto una grande risposta, e la cosa mi rende particolarmente felice: sta portando luce sulle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Giorno dopo giorno le notizie si stringono  intorno al collo dell’Agente arancio. Non fatemi pronunciare il suo nome, io lo chiamo così». Considerate che Agent Orange si riferisce ovviamente al colore della chioma  di Donald Trump, ma è anche il nome tristemente noto di un defoliante utilizzato durante la guerra in Vietnam e accusato di aver causato tumori e disabilità a centinaia di migliaia di civili. Vi sarete fatti un’idea  di quanto Spike Lee ami il suo presidente. Spike, 61 anni, di Brooklyn, è una palla di fuoco. Ha appena ritirato a Venezia il premio Filming Italy, nato per promuovere l’Italia come set cinematografico nel mondo. Gli nomino Charlottesville, da cui sono tornata da poco, mi chiede se il motivo della mia visita è stato l’anniversario di Unite the Right. Comprensibile, visto che dopo lo scontro mortale tra suprematisti bianchi dell’estrema destra e i contro manifestanti, il 12 agosto dello scorso anno, la cittadina che per lungo tempo era stata affascinante sede della University of Virginia e del suo fondatore, Thomas Jefferson, è ormai sinonimo di lotta razziale. Per questo motivo il regista di Fa’ la cosa giusta ha inserito gli avvenimenti di Charlottesville a chiusura del film che aveva appena terminato, e che ha poi vinto il Premio della giuria al festival di Cannes: un finale che inchioda alla sedia, in un silenzioso sgomento.Il film è un adattamento cinematografico del libro Black Klansman, scritto dall’ex agente di polizia Ron Stallworth, e racconta la vera storia di questo poliziotto nero che nel 1979 si è infiltrato nel Ku Klux Klan, vicenda mantenuta segreta fino al 2014. Stallworth avrebbe voluto che a interpretarlo fosse Denzel Washington, ma considerato che all’epoca degli eventi narrati aveva 25 anni, la strategia di Spike Lee è stata di fidarsi del sangue e puntare sul figlio di Denzel, John David. Scommessa che il pubblico – il 10 agosto scorso BlaKkKlansmen è uscito negli Usa, e a ruota un po’ in tutto il mondo, fino ad arrivare nelle nostre sale il 27 settembre –ha giudicato riuscitissima.Siamo in una suite di uno degli alberghi più belli del Lido di Venezia, Lee ha un piatto di frutta fresca davanti, ma non la toccherà per tutta la conversazione. Racconta di aver appena terminato le riprese della seconda stagione  della serie tv She’s gotta have it, ma torna sul rabbiosissimo BlacKkKlansman, che per molti versi, come vedremo, fa anche rima con amicizia. Anche se è una parola che  lui riserva a pochi eletti.

È stato Jordan Peele, uno dei produttori, a chiamarla per proporle la sceneggiatura di BlaKkKlansmen. Si può dire sia un successo nato da un’amicizia? «Non eravamo proprio amici. È andata così: mia moglie Tonya  Lewis era nel consiglio del Sarah Lawrence College, e un giorno mi ha detto “devi andare a parlare agli studenti di cinema della scuola”, e visto che volevo farla felice, ho seguito il suggerimento. Lì uno degli studenti mi ha detto “ciao, io ti conosco”, era Jordan Peele. Anni dopo mi ha proposto la sceneggiatura perché dice che so creare la tensione giusta e poi tirare un pugno allo stomaco. A me invece era piaciuto Scappa-Get Out, che Jordan ha scritto, diretto e interpretato».

Il cuore del film è la relazione fra due poliziotti, interpretati da Adam Driver e John David: come l’ha costruita sul set? «L’amicizia è uno dei tanti livelli del film, ci sono anche  il thriller, il poliziesco, il film d’epoca, tutto va insieme.  L’alchimia a cui allude è un fatto chimico, e glielo dimostro. Prendiamo due bicchieri, quello sulla destra del tavolo è Adam Driver, quello a sinistra è John David. L’attore A è bravo, l’attore B anche. Ma insieme non sai cosa succederà. Quindi proviamo ad avvicinare i bicchieri: sul set la chimica c’era dall’inizio, ma Adam e John David hanno dovuto lavorarci giorno per giorno. I personaggi non sono amici dal primo momento: l’avvicinamento è progressivo e avviene grazie a un goal comune, il Ku Klux Klan».

Ho sentito John David dire “non so cosa abbia visto in me Spike Lee”. «Lo conosco da prima che nascesse, glielo ripeto spesso. Sapevo che sarebbe stato perfetto, l’ho visto nella serie tv Borders e in alcuni film indipendenti. Non gli ho fatto audizioni, non ci siamo nemmeno incontrati prima, mi ha semplicemente risposto “Ok, ci sto”».

L’aveva già ingaggiato insieme al padre Denzel nel suo Malcom X, quando aveva solo 9 anni. «Io e Denzel siamo vicini, abbiamo lavorato insieme, anche se non siamo migliori amici».

Come ha scelto Adam Driver? «Per il lavoro che ha fatto. È un tipo di attore che non si ripete mai e questo mi piace molto».

Lei e John David siete neri, Adam è bianco… «Sul set c’erano molti altri attori bianchi, la linea di separazione che s’immagina non c’era. Thoper Grace, per dire, mi ha parlato di quanto sia stato duro per lui interpretare David  Duke, il capo del Klan. Per quanto mi riguarda, nel cuore ho amore per tutti, non odio. Inoltre quando le persone si incontrano su un set, sesso e differenze sociali spariscono. Di Jaspar Paakkonen non sapevo nemmeno che fosse finlandese, per me era uno dell’Alabama o del Mississippi. Mi ha invitato a un festival a Helsinki, a fine settembre, e lì ho scoperto che ha una delle 10 top Spa nel mondo».

 

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su GQ n. Ottobre 2018 

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Tom Schilling: «Se ti amo, ti porto via con me».

06 sabato Ott 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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01 Distribution, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, Opera senza autore, Tom Schilling

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L’attore Tom Schilling fotografato da Julian Hargreaves. 

Sullo schermo si trova nella peggiore delle posizioni. Nei panni di Kurt Barnert, è un pittore che si innamora appassionatamente di Elisabeth (Paula Beer) ma si ritrova contro il suocero (Sebastian Koch), che è un medico e anche un criminale . In Opera senza autore, del regista premio Oscar  Florian Henckel Von Donnersmarck, ha convinto pubblico e critica all’ultima Mostra di Venezia, e il film, basato su fatti realmente accaduti, sarà nelle sale dal 4 ottobre.Per fortuna nella vita vera l’attore di Oh Boy, un caffè a Berlino, 36  anni e una faccia che assomiglia ad Alain Delon da giovane, e felicemente legato a Annie Mosebach, con cui ha tre figli.

Un film di tre ore da protagonista, come si è preparato? «Scelgo pochi lavori perché ci metto molto a calarmi in un personaggio, e sono il mio critico più acerrimo. Ho passato molto tempo all’Università a parlare con un insegnante di pittura, e poi in studio con Andreas Schon, l’artista di cui si vedono i dipinti nel film. Per anni è stato assistente di Gerard Richter, l’ispiratore del film e il pittore contemporaneo più quotato del momento».

Una storia d’amore, un dramma che attraversa ben tre epoche di storia tedesca. «Da attore preferisco le trame difficili, dal tempo dei greci la tragedia è più attraente della commedia, fa riflettere di più».

La felicità non ci fa bene? «Sì, ma il desiderio di raggiungerla è un motore importantissimo: se mi dessero una pillola che mi rende sempre felice non la prenderei».

Cosa farebbe davanti a un suocero mostruoso? «Il mio personaggio è un po’ come Gesù, porge l’altra guancia. Ma è anche molto focalizzato, ha un dono: trasforma ogni umiliazione in arte. Per questo è così forte».

(…continua)

Intervista pubblicata su Grazia n. 42 del 4/10/2018 

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