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LA FAMIGLIA È AL CENTRO DEL SUO CINEMA. VENT’ANNI FA HA VINTO A CANNES CON TUTTO SU MIA MADRE. ORA PEDRO ALMODÓVAR ESPLORA LA SUA VITA CON DOLORE E GLORIA

Colpo di teatro di Pedro Almodóvar. Che stesse girando il suo ventunesimo film, Dolor y gloria, si sapeva. Un po’ meno invece sulla storia e la data di uscita nelle sale. Ma all’improvviso annuncia che è tutto pron- to, che il 22 marzo gli spagnoli potranno ammirare il suo lavoro, che a maggio sarà in Italia. Storiona di famiglia, molto auto- biografica. Proprio 20 anni dopo (gli stessi che compie quest’anno GQ), quel Tutto su mia madre che gli fece vincere il premio per la miglior regia sulla Croisette.
Perché questo film adesso? In Italia ci fa pensare a 8 1⁄2 di Fellini. Spero che non mi paragoniate a 81⁄2, perché perderei il confronto. Tutti i miei film mi rappresentano, ma di sicuro Dolore e gloria mi rappresenta più profondamente. Non so perché l’ho scelto proprio ora, ho l’impressione di non aver scelto io il tema del film, ma che sia stato il tema del film a scegliere me. Generalmente non sono consapevole del perché giro un certo film o un altro; sono consapevole della necessità di affrontare determinati argomenti in determinati momenti, ma non dei motivi.
Il suo ottavo film con Banderas dà un’immagine diversa di questo attore?
Secondo me sì. Quando ho lavorato con lui negli anni Ottanta, era molto giovane e quel che mi interessava di Antonio Banderas era la sua passionalità, la follia travolgente che dava ai suoi personaggi. Ora Antonio ha sessant’anni, continua a essere un uomo molto affascinante, ma sul suo viso vedo i due o tre interventi al cuore che ha subito negli ultimi anni, la sua esperienza con il dolore. In Dolore e gloria Antonio offre un’interpretazione per me inedita, gesti mi- nimi, emozioni controllate, una solitudine interpretata con grande economia di risorse. Per me è una sorta di nuova nascita per Antonio Banderas, o quanto meno l’inizio di una splendida tappa di maturità.
E Penélope Cruz sarà sua madre?
Penélope Cruz interpreta la madre di Antonio Banderas negli anni Sessanta, quand’è bambino. Penélope fa nuovamente la casalinga di campagna, in un momento in cui la Spagna non è ancora uscita dal dopoguerra. Per questo il suo look e la sua interpretazione sono molto diversi dalla madre che interpretava in Volver – Tornare.
Nel film c’è una canzone di Mina. Perché ha scelto proprio questa?
La scena si svolge all’inizio degli anni Sessanta e Come sinfonia appartiene a quell’epoca ed evoca la luce e la sensualità dell’estate mediterranea. E inoltre Mina è quasi parte della mia famiglia e io volevo che nel film tutto mi risultasse familiare: gli attori, le opere d’arte che si vedono alle pareti, le canzoni e, naturalmente, le emozioni, le emozioni più profonde.
Non ha studiato cinematografia, ma è diventato uno dei registi più famosi del mondo. Come ha fatto emergere il suo stile?
Quando arrivai a Madrid nel 1969, il generale Franco aveva appena chiuso la Scuola di Cinema. Avevo pensato di studiare lì, ma non essendo possibile, acquistai una videocamera Super 8 e nel corso degli anni Settanta girai molti cortometraggi di diverso minutaggio: 5, 10, 30 minuti; e riuscii anche a girare un film. Questa fu la mia unica scuola e si rivelò molto utile. Il Super 8 non è come il video, il Super 8 è cinema, viene girato in negativo. E io presi molto sul serio sia la parte relativa alla scrittura della sceneggiatura, sia la direzione degli attori e quant’altro. Le mie preoccupazioni principali e le tematiche che avrei affrontato anni dopo erano già presenti in questi film. Lo stile, come ogni processo di presa di coscienza, si scopre con il tempo e ci si arriva – almeno nel mio caso – in modo spontaneo, prendendo decisioni di pancia.
Come il regime di Franco influenzò lo stile degli uomini?
Fino al momento in cui il regime non iniziaa indebolirsi, il modo di vestire, i colori, le acconciature dei capelli degli uomini spagnoli dipendevano da convenzioni sociali molto repressive. Chi non si adeguava, rischiava di finire alla polizia solo per il suo aspetto. C’era pochissimo spazio per coltivare personalità e gusti nel vestire. Nonostante sia stato un Paese intrappolato dalla dittatura, la Spagna cominciò a raccogliere influenze dal resto del mondo dopo il 1965, quando ebbe inizio il processo di sviluppo della nazione. Alla fine degli anni Sessanta irruppe lo stile hippy, soprattutto nelle grandi città, con l’influsso di Carnaby Street. Questo cambiò radicalmente il look dei giovani spagnoli, che divenne più colorato e audace. Chi sognava di lavorare in banca indossava un noioso abito con giacca e cravatta (do- minavano i colori grigio, beige e marrone) e coloro che si sentivano liberi dal consumismo e volevano non solo l’amore libero ma il recupero del rapporto con la natura, si vestivano in un modo ritenuto insolito fino ad allora; inoltre arrivano il pop e la psichedelia. La rottura in termini di look maschile è radicale. Tutti i tipi di stampe possibili e accessori per tutto il corpo. Sono stati gli anni del trionfo della bigiotteria e dei colori e dei tessuti sgargianti e luminosi. Negli anni Settanta, delusi dagli hippies, i giovani spagnoli divennero politicizzati, specialmente nelle università.
(…continua)
L’intervista esclusiva per GQ è sul numero di marzo 2019
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«Sono nata agli inizi degli anni Settanta, mia madre ha divorziato da mio padre quando avevo 10 anni. Ricordo che per lei è stata molto dura vivere in un periodo e in un paese che l’hanno fatta sentire in colpa, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato». Le coincidenze non esistono, e si scopre subito. Marina del Tavira è l’interprete di una storia di famiglia ambientata nel 1971, nella colonia messicana di Roma, da cui prende nome il film che è il racconto più personale mai portato su uno schermo dal regista premio Oscar Alfonso Cuaron. Con la meraviglia del suo bianco e nero, l’accuratezza della storia e il crescendo emotivo in cui coinvolge lo spettatore, gli è valso il Leone D’oro all’ultimo festival di Venezia, e sarà dal 14 dicembre su Netflix e in molte sale italiane. Subito dopo averci portato nello spazio epico di Gravity, ma pensando a questa storia già da 15 anni, Cuaron ripercorre le vicende della sua vera famiglia che lotta per restare unita e ha la straordinaria abilità di trasformarla nella metafora della transizione di una nazione intera, il Messico. Quindi mentre fra le mura domestiche una madre è distrutta per i tradimenti e l’abbandono del marito, con quattro figli da tirare su, fuori dalla porta ci sono le dimostrazioni studentesche a favore della democrazia che culminano nel massacro del Corpus Christi, con un gruppo di paramilitari supportati dal governo che ammazza 120 dimostranti. Cuaron è tornato nella sua vera casa, dopo trent’anni, ha messo insieme una troupe esclusivamente messicana e fatto casting per la strada per trovare i suoi attori. Fra cui c’è Yalitza Aparicio, Cleo nel film, la domestica che lo ha davvero cresciuto nel quartiere borghese (quello del titolo del film) e che risulta essere la forza che ha tenuto insieme la sua famiglia e sostenuto la madre Sofia. «Non importa quello che ti dicono, siamo sempre sole», è la frase centrale e forse la più rappresentativa di questa storia al femminile, e a pronunciarla è la madre Sofia, rivolta alla domestica Cleo. «Sapevo che il mio personaggio era molto personale per Alfonso, trattandosi di sua madre e della loro vera vita di famiglia», racconta in un hotel sul lungomare del Lido di Venezia. Vestita con un abito di tulle scuro, è minuta e bella.


