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~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi della categoria: Attulità

Non chiudete gli occhi sull’aborto

05 venerdì Nov 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, Politica, Senza categoria

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aborto, Ana Vartolomei, Audrey Diwan, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, L'Evenement, La scelta di Anne, Texas, Usa, Vanity Fair

Storia di una giovane francese che negli anni ’60 ricorre all’aborto clandestino, L’Événement non è «soltanto» un film, ma un’esperienza che mette alla prova lo spettatore anche fisicamente. Lo raccontano la regista e l’attrice protagonista

di Cristiana Allievi

La regista e giornalista Audrey Diwan con il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia nel 2021, vinto con La scelta di Anne- L’Evenement.

«Stavo attraversando un momento difficile quando un’amica mi ha consigliato di leggere L’evento. Raccontava il viaggio infernale di una brillante studentessa francese della classe proletaria che nel 1964, alla vigilia di esami scolastici che determineranno il suo futuro, rimane incinta. Decide di abortire. Una scelta drammatica, un’esperienza clandestina che quasi la uccide». È stata la storia della scrittrice Annie Ernaux, oggi 81enne, a segnare la vita di Audrey Diwan, che ha trasformato quel racconto nel suo secondo lungometraggio, La scelta di Anne- L’evenement, Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia. Un film ambientato in Francia undici anni prima che la legge Veil legalizzasse l’interruzione di gravidanza entro le prime dieci settimane dal concepimento.

Guai a dire alla Diwan che ha adattato quel libro perché la storia la riguardava da vicino. La regista sceglie con attenzione le parole con cui raccontarsi. «Ho abortito anch’io, ma la mia esperienza è stata molto diversa da quella della Ernaux. Non ho dovuto torturarmi con un ago, non ho mai rischiato di morire per proteggere i miei desideri, ho avuto la legge dalla mia e il comfort dell’assistenza medica.

(... continua)

Intervista integrale a regista e attrice pubblicata su Vanity Fair n. 45

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Charlotte Gainsbourg, «Tutto su mia madre».

12 martedì Ott 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, Cannes, cinema

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arte, Charlotte Gainsbourg, figlia, interviste illuminanti, Jane Birkin, Jane by Charlotte, madre, Vanity Fair

Quando un’ingombrante genitore smette di essere un demone? Charlotte Gainsbourg affronta i suoi fantasmi con un docufilm super-emozionante. In cui, a Jane Birkin, fa (quasi tutte) le domande scomode

di Cristiana Allievi

Charlotte Gainsbourg, attrice e regista, con la madre Jane Birkin, modella e cantante inglese, all’anteprima di Jane by Charlotte, al Festival di Cannes 2021.

Il pudore e una macchina da presa. Ecco le due sole cose che restano tra loro, una madre e una figlia che, dopo decenni di distanza e di incomprensioni, si ritrovano nello steso letto, a passeggiare, a tavola, accanto finalmente e quasi se fosse la prima volta. È la magia di Jane By Charlotte, il docu film con cui  èunritratto personale e molto casual, una scusa artistica con cui Charlotte Gainsbourg debutta alla regia, presentato in anteprima al festival di Cannes e che sta facendo il giro delle rassegne cinematografiche del mondo, riscuotendo ovunque successo. La incontro alla Mostra di Venezia, dove ha presentato due film, Sundown di Michel Franco e Le cose umane, diretta dal partner Yvan Attal, attore regista e sceneggiatore di origine ebraica, l’uomo che l’ha raccolta a 19 anni, quando stava crollando in pezzi per la perdita del padre Serge, rockstar di Francia. Ivan è stato il terreno solido su cui costruirsi una dimensione esistenziale e una cifra propria, smarcandosi da fantasmi ingombranti. Con lui ha avuto tre figli (Ben, Alice e Joe), ha iniziato a firmare le canzoni con il suo vero nome e soprattutto a cantare in francese, la lingua che l’avvicinava vertigi- nosamente al mito del genitore. C’è voluto anche Lars Von Trier, per farle trovare se stessa. Il regista danese l’ha svestita e martoriata per bene nel corpo e nello spirito, e con Antichrist le ha regalato la Palma d’Oro e una fama allargata. Un nuovo equilibrio sembrava ritrovato, poi otto anni fa l’amata sorella Kate si è tolta la vita a Parigi. Lei è fuggita a New York, lasciandosi alle spalle la Francia e le sue ferite. Ora è tornata a casa. Incontrandola, si sente che qualcosa è cambiato. Charlotte ha finalmente posato lo sguardo sulla madre, accettando il delicato confronto con lei. La madre è la modella e cantante inglese Jane Birkin, un’icona di 74 anni (mentre scriviamo queste righe, è in convalescenza dopo aver avuto un ictus) che ha avuto una figlia per ogni suo amore: Charlotte da Serge, Kate dal primo marito John Barry (compositore di cult come la saga di 007) e Lou dal regista Jacques Doillon. Con Jane by Charlotte, ritratto personale e bellissimo, una figlia in- contra la propria madre e le fa domande molto scomode.

esordisce.

Cosa ha provato alla fine delle riprese? «Riguardando il mio film da regista con il pubblico, mi sono sentita male. Ne ho percepito tutti i punti deboli e soprattutto mi sono detta: “Ma perché mai la mia famiglia dovrebbe interessare a qualcuno? Quello che hai fatto è una cosa indecente!”. Hanno tentato di farmi notare che gli spettatori erano molto toccati, ma ero troppo nervosa per accorgermene».

Come è nata l’idea di un film su sua madre? «Volevo condividere la stessa vicinanza che lei aveva con le mie sorelle, Kate e Lou. Eravamo molto diverse. Con i film mi sono creata una famiglia tutta mia – ho iniziato che avevo solo 13 anni – e questo ha creato una distanza fra noi. I miei si erano separati quattro anni prima, e io ero molto vicina a mio padre. Sono stata privilegiata per- ché vivevo con lui nei weekend continuando a essere la sua figlia unica… Con mia madre era tutto diverso».

Poi suo padre è morto... «Per anni questo è stata il mio grande buco da colmare, tutto ciò che ho mostrato di me al mondo. Quando nella mia vita è arrivato Yvan abbiamo creato una nuova famiglia tutta nostra, “vera”, sono capace di vivere una persona alla volta in modo esclusivo».

Tagliando fuori sua madre… «Me ne sono accorta molto tempo dopo, infatti questo mio interesse di adulta per lei l’ha spiazzata. Mi sono sentita male per averla sempre amata senza darlo a vedere, non le ho mai fatto capire quanto avessi bisogno della sua presenza e vicinanza.  E purtroppo non è stato il mio unico errore».

Quello successivo? «Le ho proposto di girare un film su di lei per poterla incontrare. E quando  le ho fatto la prima intervista, durante un suo tour, le mie domande troppo dirette l’hanno fatta ritirare.  Ha pensato che stessi cercando di farla sentire in colpa, cosa che le capita molto di frequente (ride, ndr). Invece è stata la mia timidezza, mi ha creato difficoltà, non sapevo come chiederle le cose, finché lei mi ha fermata: “Odio il Giappone e odio quello che stai facendo”».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata sul numero 41 di Vanity Fair (12 ottobre 2021)

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Tony Robbins «Sicuri (e felici) alla meta»

06 mercoledì Ott 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, Cultura, Miti, Personaggi

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benessere, crescita personale, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, life coach, life strategist, peak state, Tony Robbins, Unleash the power within, UPW, Vanity Fair

RAGGIUNGERE “PEAK STATE” VUOL DIRE POSSEDERE QUELLO SLANCIO CHE GARANTISCE LA RIUSCITA IN OGNI CAMPO. TONY ROBBINS, IMPRENDITORE E STRATEGIST, LO HA PROVATO SU SE STESSO E LO INSEGNA AGLI ALTRI. PRIMA LALE FOLLE DAL VIVO, ORA AI SUOI WORKSHOP ONLINE

di Cristiana Allievi

Ci sono presidenti degli Stati Uniti che lo chiamano la notte prima di un processo per impeachment, come Bill Clinton. Ma anche Lady D, Leonardo DiCaprio, Madre Teresa, Nelson Mandela e una sfilza di atleti ai vertici del ranking mondiale hanno fatto ricorso alle sue doti di strategist, definizione che preferisce a quella di coach. Imprenditore, autore di best seller come Money – Master the game, filantropo, Tony Robbins ha guidato cinquanta milioni di persone a raggiungere i propri obiettivi. Tanto da perdere la voce. Tanto che Netflix gli ha dedicato un docufilm, Tony Robbins- I am not your guru, di Joe Berlinger, il cui titolo la dice lunga sul suo carisma. Travolgente oratore, impegnato in settanta business diversi con fatturati stellari, è una  montagna d’uomo specializzata nel creare “peak state”: stati d’animo in cui si riesce a superare le paure che separano dai propri obiettivi. Per raggiungere un’indipendenza finanziaria che, nella sua visione, va oltre il semplice denaro. Prima della pandemia viaggiava in 15 paesi ogni anno, trovando folle ad attenderlo negli hotel sede dei suoi workshop. Lo scorso marzo ha  tenuto il primo esperimento di mega workshop virtuale: Unleash The power within (a cui chi scrive era presente),quattro giorni non stop con cinquantamila partecipanti da 136 paesi. Un bagno di energia e di gioia.

(…continua)

L’intervista integrale è pubblicato su Health di Vanity Fair Italia del 23 giugno 2021

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Tony Robbins, strategist e life coach, trainer di celebrities, autore di best seller e conduttore di seminari di self empowerment.

Omar Sy: «Il mio Lupin è l’eroe degli invisibili».

15 martedì Giu 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Miti, Netflix, Personaggi, Senza categoria

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Cannes film festival, interviste illuminanti, ladro gentiluomo, Ludivine Sagnier, Omar Sy, Quasi amici, Serie tv, Spike Lee

Crescere con la pelle nera nella periferia francese. Sentire gli sguardi degli altri addosso. Insegnare ai suoi figli che è l’amore a rendere uguali gli esseri umani. L’attore Omar Sy torna in tv con la seconda serie sul ladro gentiluomo e racconta a Grazia che cosa lo lega a un personaggio divenuto un simbolo per chi si sente escluso

di CRISTIANA ALLIEVI

L’ATTORE FRANCESE OMAR SY, 43 ANNI, DALL’11 GIUGNO È SU NETFLIX CON LA SECONDA STAGIONE DI LUPIN.

A volte le star hanno modi molto normali di sorprendere. Omar Sy, attore e comico francese di origini senegalesi e mauritane, 43 anni, lo fa parlandomi del suo thiebu dieune. Se vi state chiedendo di cosa si tratti, l’ho fatto anche io prima di scoprire un piatto amatissimo della cucina senegalese. Subito dopo passa a raccontarmi della moglie, Helene, con cui vive da vent’anni e condivide ben cinque figli. Parlare di famiglia con lui è molto naturale, sta al centro della sua vita e anche della trama di Lupin, la serie tv Netflix di cui è l’interprete. La rivisitazione della storia del ladro gentiluomo è un grande successo della scorsa stagione e dall’11 giugno sono in onda i nuovi episodi. Me lo racconta direttamente dal sud della Francia, da una stanza della sua casa. «Nella prima stagione avevamo scherzato», racconta, «con la seconda le cose si fanno serie».  Come serio sarebbe stato il suo destino, se fosse finito in fabbrica come suo padre, un senegalese migrato in Francia che ha lavorato tutta la vita come operaio. Invece Omar, il quarto di otto figli, accompagna un amico a fare un provino in radio, con il risultato che li prendono entrambi. Dalla radio a Canal +, finché dieci anni fa esatti Quasi amici, uno dei più grandi successi della storia del cinema francese, gli apre le porte di Hollywood grazie al personaggio di Driss, il badante che assisteva l’aristocratico tetraplegico interpretato da Francois Cluzet. Quindi i grandi blockbuster, come X Men, Jurassic World e Il codice da Vinci. Non meraviglia che oggi sia al centro di un altro successo mondiale.

Che differenza c’è fra il successo avuto con Quasi amici e quello che sta avendo con Lupin? «La differenza è che sono più vecchio, e con questo intendo anche che ho più esperienza. Dieci anni fa Quasi amici (pronuncia il titolo in italiano, ndr) mi aveva preso alla sprovvista.  Era stato scritto per me, mentre sono stato più coinvolto nel processo di sviluppo di questa serie, e forse ero anche più preparato».

Guardare al passato è una sua abitudine?  «Non lo faccio mai, è il modo migliore per farsi male. Cerco sempre di vivere il momento presente e di fare il meglio che posso. Voltarti indietro a considerare quello che è stato è qualcosa che fai quando ti fermi, e io mi sto ancora muovendo, non voglio sprecare tempo».

Quando ha sentito arrivare il grande momento, quando tutto cambia per sempre? «Non è mai semplice individuare quel punto. Vedo la vita come un passo dopo l’altro, niente succede all’improvviso. Ho sempre avuto la sensazione di procedere perché quello era ciò che volevo. Tutt’oggi sto ancora  muovendomi nella mia avventura, non sono a un punto in cui dire “ecco, questo è quanto”. E mi piace questo continuare a progredire».

Quest’anno il regista afroamericano Spike Lee sarà presidente di giuria al festival di Cannes. Vi conosce di persona? «L’ho incontrato a Los Angeles in un momento favoloso della mia vita. I suoi film sono stati fondamentali per noi neri, ci hanno aperto la mente e fatto pensare in modo diverso. Perché crescendo in Francia non sai cosa significa essere un nero in altri paesi del mondo, come gli Usa. E con film come Malcom X abbiamo imparato molto anche su cosa è successo nel passato».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 10/6/2021

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Così Seaspiracy mette a nudo lo sfruttamento del mare

04 venerdì Giu 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, Netflix, Riflessione del momento

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Ali Tabrizi, balene, climate chnge, delfini, inquinamento, mare, massacro, natura, Seaspiracy, tonni

Il docufilm del videomaker inglese Ali Tabrizi è ormai un caso per la forza della sua denuncia. I suoi dati verificati anche dalla Bbc ma non mancano le contestazioni

di Cristiana Allievi

Il poster di Seaspiracy, il docu film di Ali Tabrizi prodotto da Netflix.

Prima del 24 marzo si poteva ancora credere che il pesce finisse nei nostri piatti grazie al lavoro di pescatori che uscivano in mare con barche di legno colorate. E impegnarsi nello svuotare le spiagge dalle bottiglie di plastica sicuri che siano la causa principale dell’inquinamento dei nostri mari, e quindi del pianeta. Seaspiracy, esiste una pesca sostenibile?, docufilm del videomaker inglese Ali Tabrizi, ha creato una linea di demarcazione: un prima e un dopo. Con immagini shock da cui lo spettatore si riprende solo fino a un certo punto.

Se dovessimo sintetizzare i 90 minuti del lavoro di questo ventisettenne, che vediamo anche davanti alla telecamera come guida del racconto, potremmo dire che mostra l’impatto catastrofico che la pesca intensiva ha sul sistema ecologico della terra, e quanto questo fenomeno incida sul climate change e sulla nostra sopravvivenza.

(continua…)

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore il 17 aprile 2021

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Mads Mikkelsen: «Anche gli errori ci aiutano ad amare la vita».

23 domenica Mag 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura

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alcool, Film, Hannibal, Harrison Ford, Mads Mikkelsen, Oscar 2021, Thomas Vinterberg, Un altro giro

NEL FILM UN ALTRO GIRO, PREMIATO CON L’OSCAR, È UN PROFESSORE IN CRISI CHE RITROVA SE STESSO. «A VOLTE PER RINASCERE BISOGNA ACCETTARE GLI SBAGLI COMMESSI», RACCONTA.

di Cristiana Allievi

Ricordo quel giorno in cui, anni fa, seduti su un muretto della riviera francese gli ho rivolto una domanda pericolosa: “Capita spesso che ti scambino per Viggo Mortensen”? Non ci ha pensato nemmeno un istante a offendersi, o a proseguire la conversazione   rispondendo a monosillabi. Invece si è voltato verso di me, divertito, e mi ha detto “Capitava eccome. Persino i fotografi ai festival mi urlavano “Viggo, Viggo, girati da questa parte… Non riuscivo ad avvisarli che non ero io quello che avevano appena fotografato… ”.  Ma grazie a ruoli come lo psicologo e sociopatico dottor Hannibal Lecter del romanzo di Thomas Harris, lo scienziato di Rogue One: A Star Wars Story e il prete sexy di Van Gogh, sulla soglia dell’eternità, è arrivato il successo internazionale e le cose sono cambiate. Ma non Mads Mikkelsen, che ha la stessa leggerezza di allora, nonostante l’attenzione, soprattutto in questo ultimo anno, sia stata sempre su di lui. Figlio di un’infermiera e di un banchiere, Mads ha un fratello che fa il suo stesso mestiere, Lars, e due figli avuti con la moglie Hanne Jacobsen, con cui in 21 anni non ha mai vissuto una crisi. Erano tutti insieme la sera del 25 aprile, quando Un altro giro, di cui Mads è protagonista,  ha vinto l’Oscar per il Miglior film straniero, culmine di un lungo percorso iniziato mesi fa. Persino Paolo Sorrentino ha speso parole importanti a commento del lavoro del collega regista Thomas Vinterberg: “ha fatto un film magnifico, avrei voluto girarlo io”. Finalmente dal 20 maggio questa storia sarà nei nostri cinema. Al centro vede quattro professori di liceo che vivono una crisi di mezz’età, finché non scoprono un articolo e la rivelazione che contiene: avere un tasso di alcool costante nel sangue pari a 0.5 rende più creativi e ricettivi, vedere alle voci Churchill ed Emingway. La scoperta sembra cambiare il corso delle loro vite, ma le cose non sono semplici come appaiono. Per la sua interpretazione la star danese ha vinto il premio come miglior attore all’ultimo San Sebastian Film Festival, e raccolto consensi da Toronto a Roma.

È il volto della birra Carlsberg in tutto il mondo: possiamo dire che i conti tornano? «È la mia bevanda alcolica preferita, l’ho sempre detto e credo che la casa danese mi abbia scelto per questo motivo».

Che effetto fa vedersi ovunque, sui cartelloni, in formato maxi? «È impossibile non notarmi, ma quando ti vedi tante volte ti abitui e non ci fai più caso».

La sua attitudine rispetto all’alcool è cambiata girando Un altro giro? «No, con l’alcol ho quella che definirei una buona relazione. La storia di Un giro non dice quanto sia giusto bere, è una scusa per un esperimento interessante e soprattutto per parlare dell’amore per la vita. Sappiamo tutti che uno o due bicchieri di vino fanno un effetto meraviglioso, e che probabilmente in tanti non avremmo trovato una moglie o un marito senza l’aiuto dell’alcool».

Ricordi ne ha?  «Mi basta pensare a quando prendevo la cornetta del telefono per chiamare una ragazza, a 16 anni, a quell’energia meravigliosa rilasciata grazie a un po’ di alcool…». 

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 19/5/2021

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«Il mio Oscar è per chi ha perso tutto», Chloe Zhao

09 domenica Mag 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Chloe Zhao, Grazia, interviste illuminanti, Nomadland, Oscar

Con il suo Nomadland Chloé Zhao è la seconda donna e la prima regista asiatica a vincere la statuetta. Nel film ha raccontato del coraggio che serve quando la vita cambia all’improvviso. E dice: «Coltivate la bontà che avete dentro perché vi aiuterà sempre a combattere»

di Cristiana Allievi

La regista asiatica Chloé Zhao, 39 anni, vincitrice di 3 Oscar con il suo film Nomadland.

È una donna delicata che parla piano, ma le sue parole hanno la forza della fiducia nel futuro e nella parte mi- gliore delle persone, quella che esiste in tutti noi. «Ho pensato parecchio ultimamente a come si fa ad andare avanti quando le cose si fanno dure», ha detto Chloé Zhao, stringendo la statuetta per la migliore regia di Nomadland, il titolo che, agli Oscar più difficili per via della pandemia, ha conquistato anche il premio al migliore film e alla migliore interprete, Frances McDormand. «In Cina con mio papà imparavo le poesie cinesi classiche e ne ricordo una la cui prima frase dice “Le persone alla nascita sono intrinsecamente buone”. Continuo a crederlo. Questo Oscar è per coloro che hanno fiducia e coraggio in ciò che di positivo han-

no dentro. E a tutti dico coltivate la vostra bontà». Trentanove anni, nata a Pechino ma cresciuta tra Londra e New York dove ha studiato, Zhao è la prima asiatica a vincere il premio come migliore regista e la seconda donna in assoluto dopo Kathryn Bigelow, nel 2009. La storia di Nomadland, che le è valso anche due Golden Globe e il Leone d’Oro alla mostra del cinema di Venezia nel 2020, è tratta dal libro della giornalista Jessica Bruder, che ha compiuto un viaggio attraverso l’America dei “nuo- vi nomadi”, persone che per un motivo o per l’altro si sono ritrovate a vivere in strada. Sullo schermo le conosciamo attraverso Fern, una straordinaria Frances McDormand che recita in un cast di non attori,

ma veri nomadi nel ruolo di se stessi. Fern parte con un furgone dopo aver perso marito e lavoro a causa di un tracollo finanziario. Raggiungerà, fra gli altri luoghi, il Rubber Tramp Rendezvous, un noto cam- po nomadi nel deserto dell’Arizona.

Per prepararsi alle riprese di Nomadland, anche lei ha trascorso tempo in una comunità di nomadi come quelli che vediamo nel f ilm?
«Sì, ho capito quello che significa la strada molto prima di ricevere il libro da Frances McDormand, che ne aveva acquistato i diritti. Ho un camper di nome Akira e in molte occasioni l’ho considerato la mia casa. Quello però era anche il modo di viaggia- re di una ragazza giovane».

In che cosa, invece, questo film è diverso?

«Io e lei potremmo diventare nomadi domani. Se compriamo una macchina e ci viviamo dentro, sia- mo nomadi. Puoi essere un broker di Wall Street, una persona che non ha mai avuto un lavoro, una madre single o un padre di dieci figli: tutti potreb- bero finire sulla strada. Nel film incontriamo Fern dopo il suo primo anno vissuto in questo modo, e scopriamo che cosa attraversa seguendola da vicino».

Come ha convinto dei veri senza tetto a girare il film? «L’ho semplicemente chiesto. La prima risposta è stata “Perché? Non sono una star del cinema”. Ma quando aiuti le persone a sentirsi al sicuro, accetta- no. E il legame intenso con Frances, ha aiutato molto gli altri ad aprirsi e a lavorare con noi».

Che cosa l’ha colpita di più di Frances McDormand?

«Vive davvero la vita che desidera, in questo mo- mento potrebbe essere nel deserto, per quanto ne so. Osservare il mondo attraverso i suoi occhi è stato un privilegio. Lei è un’attrice grandissima». Nomadland racconta l’America come terra dei sogni, e di come questi stessi sogni possono essere infranti velocemente. Venendo dalla Cina che visione e che effetto le fa tutto questo?

«In questo film parlo di una generazione, che oggi ha più di 60 anni. La mancanza di cura per i nostri anziani è un problema della società moderna in generale, non solo in America. Quelle sono le per- sone ricche di saggezza, ma alle quali i giovani sfortunatamente si disinteressano. Ma mentre noi li sottovalutiamo, in molte tradizioni culturali gli anziani so- no considerati la parte più importan- te della società. Vedo in loro molta resilienza e umiltà».

(…continua….)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 29 aprile 2021

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Paola Cortellesi, «Siamo tutte figlie di Nilde Iotti»

01 lunedì Mar 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Come un gatto in tangenziale, Grazia, interviste illuminanti, Iwonderfull, La befana vien di notte, La reggitora, Leonilde, Nilde Iotti, Paola Cortellesi, Peter Marcias, Riccardo Milani, Sky

In tv legge le lettere e i pensieri della prima presidentessa della Camera, la pioniera di tante battaglie femministe. «L’ho sempre ammirata» , racconta a Grazia l’attrice, «perchè grazie a lei la politica non ha più potuto ignorare le donne»

di Cristiana Allievi

  • L’attrice e sceneggiatrice Paola Cortellesi, 47 anni, sul set di Nilde Iotti, il tempo delle donne (foto di Francesca Cavicchioli)

Paola Cortellesi ha usato bene questa pandemia. Ha appreso cose nuove di sè. Ha rivoluzionato le sue abitudini. Ha superato i propri limiti. Me lo racconta in questa chiaccherata in cui sembra che la primavera, intesa non solo come stagione,  si affacci alla finestra.   «Ci stiamo allenando a vivere le alternative nel quotidiano, a pensare con un’altra testa. La prima volta il lockdown ci aveva presi alla sprovvista, adesso ci stiamo abituando al fatto che non si può programmare troppo», racconta con tono pacato, «e a tratti si può anche essere meno produttivi. Io ho imparato ad amare la calma, e ora voglio conservarla». È questa la promessa che fa a se stessa l’attrice record d’incassi come La Befana vien di notte  e Come un gatto in tangenziale. Un’artista che ormai è anche sceneggiatrice dei suoi progetti, in questi giorni impegnata proprio nella revisione del testo di Petra 2 – la serie tv Sky in cui è single  e anaffettiva – e nelle prove di abiti e trucco della stessa serie, poco prima di iniziare le riprese. Nel frattempo il docu film di Peter Marcias che sarebbe dovuto uscire in sala a novembre si fa largo in rete (il regista firma anche un libro con prefazione di Cortellesi, La Reggitora, edito da Solferino). Nilde Iotti, il tempo delle donne è già disponibile sulle piattaforme di #Iorestoinsala, e dal 25 febbraio lo sarà anche su quelle di #IWONDERFULL, infine dal 10 aprile arriverà su Sky Tv.  In questo straordinario omaggio a Nilde Iotti, prima donna a diventare presidentessa della Camera, nel 1979, Cortellesi ci restituisce il suo pensiero facendo da cerniera fra le immagini contemporanee, con testimonianze delle amiche più care e di figure di spicco della cultura e della politica di quegli anni, e le magnifiche scene di repertorio. E quando riapriranno i cinema la vedremo nel sequel di Come un gatto in tangenziale, diretta dal marito Riccardo Milani con cui ha una figlia, Laura, 9 anni.

Nilde Iotti è una figura importantissima, raccontarla dev’essere stato impegnativo. «Avevo già raccontato Iotti nello spettacolo teatrale Leonilde. Narrava le vicende anche personali, che diventarono presto di dominio pubblico. Peter Marcias aveva visto lo spettacolo e mi ha voluta come filo conduttore nel suo documentario, per dar voce alle sue lettere personali».

Sono testi struggenti.  «Privatissimi e inaccessibili per 40 anni. Strappano il cuore, per la bellezza e la cura con cui pesava ogni parola».

Iotti ha ha precorso molte battaglie femminili. Nel 1956 fondò l’Associazione delle donne e iniziò a combattere per una settimana lavorativa di quattro giorni, la parità nella visione, l’aborto e il divorzio. «Diciamo che ha combattuto per la parità, anche dei coniugi, quando per le donne non c’erano nemmeno i diritti di base. Ci sono lettere in cui racconta come veniva guardata in quanto figura di potere, con tanto di commenti che facevano su di lei. Sentiva di avere addosso un giudizio costante, ma non voleva scimmiottare un uomo per essere credibile».

Si innamorò perdutamente di Palmiro Togliatti e fu uno scandalo: lui era un uomo sposato, lei pagò la scelta sentimentale. Oggi sarebbe uguale? «Sarebbe diverso, proprio grazie alle sue battaglie».

Che ricordi aveva di questa politica? «Essendo nata nel 1973, è stata il primo Presidente della Camera che ho conosciuto. Ricordo che avevo un forte senso di rispetto per lei, per le sue dure battaglie e per quel suo rischiare la vita, senza alzare mai la voce. La cosa che trovo straordinaria è quel modo di muoversi e di parlare che, seppur morbido, non toglieva un grammo di forza all’efficacia delle sue azioni. Soprattutto, Iotti era una donna che sapeva ascoltare gli altri».

Paola, lei è stata una delle prime donne a firmare il manifesto “Dissenso comune”, tre anni fa esatti, in tempi di #Metoo contro gli abusi e le molestie. È servito? «Il #Metoo è nato come denuncia e reazione davanti a molte cose non dette e che andavano denunciate, come assalti e violenze. Noi ci siamo ispirate ai diritti della donna in generale, a tutto ciò che viene prima di arrivare alle azioni più deprecabili. Per quanto mi riguarda mantengo alta l’attenzione, e non mi riferisco solo agli uomini ma a come ci muoviamo nella società, perché c’è un problema culturale,negli atteggiamenti e nelle parole, difficilissimo da scardinare».

(continua…)

L’intervista integrale è pubblicata su Grazia del 25/2/2021

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Gal Gadot, «C’è una super donna in ognuna di noi».

15 lunedì Feb 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, giornalismo, Personaggi

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Attrici, Cleopatra, Diana, Fast and Furious, Gal Gadot, Grazia Italia, icona, interviste illuminanti, red carpet, Star, women power, Wonder Woman

di Cristiana Allievi

Intervista a Gal Gadot, di nuovo nei panni di Wonder Woman in Wonder Woman 1984.
L’attrice israeliana Gal Gadot, 35 anni (photo courtesy Grazia Cina).

SI E’ ADDESTRATA NELL’ESERCITO. HA FATTO LA MODELLA. E’ DIVENTATA LA PRIMA SUPEREROINA A SBANCARE IL BOTTEGHINO. ORA GAL GADOT TORNA A INTERPRETARE WONDER WOMAN. «CON IL MIO PERSONAGGIO VOGLIO ISPIRARE LE RAGAZZE A TROVAE LA VERA FORZA», RACCONTA

Quando l’hanno vista al cinema, le donne di tutto il mondo hanno pianto nell’ammirarne le doti. I social sono impazziti e tutti volevano salvare il mondo, come faceva lei. A tre anni di distanza, eccola nel seguito del film che allora aveva sbancato il botteghino incassando 822 milioni di dollari, Wonder Woman 1984. Nel doppio ruolo di attrice e  produttrice, cavalca fulmini, indossa ali dorate, insegue il suo sogno e ci restituisce una versione di eroina e donna poco patinata e molto concreta, un po’ come sembra essere lei (il film è disponibile in digitale per l’acquisto e e il noleggio premium su Amazon Prima Apple tv, Sky, Primafila e Infinity). La storia vede l’archeologa eroina Diana Prince alle prese con un uomo d’affari (Pedro Pascal) che acquisisce il potere di dare alla gente tutto ciò che desidera, prendendo in cambio i talenti di ognuno. Se la trama del film non ha convinto del tutto i critici, a Hollywood hanno capito al volo che funziona: presto sarà l’affascinante femme fatale Linnet Ridgeway Doyle di Assassinio sul Nilo, poi Hedy Lamarr, l’attrice hollywoodiana che nella vita ha fatto anche la scienziata con tanto di brevetti. Poi sarà la volta di Cleopatra, la più celebre regina d’Egitto, e a dirigerla sarà la stessa Patty Jenkin che ce l’ha mostrata nelle vesti della prima eroina femminile della DC comics. Le polemiche si sono già rincorse in rete, essendo Cleopatra greca e berbera, mentre Gal è israeliana, di origini europee. Trentacinque anni, ebrea cresciuta in una cittadina nel centro d’Israele simile alla California, con un padre ingegnere e una madre insegnante di educazione fisica, Gal avrebbe voluto frequentare l’Università e diventare avvocato. Un po’ come da ragazza preferì lavorare in un fast food piuttosto che fare la modella, come le era stato chiesto. Ma nel 2004 è diventata Miss Israele, e poco dopo Hollywood l’ha scelta  come sensuale esperta di armi in Fast and Furious, così la rotta della sua vita è cambiata. Oggi vive fra Telaviv e Los Angeles con il marito, il businessman Yaron Varsano,  e le loro due figlie, Alma e Maya, 8 e 3 anni. Nel nostro collegamento Zoom è di una bellezza che toglie il fiato. «Le riprese di Wonder Woman sono durate otto mesi, è stato così stancante che fare squadra fra di noi sul set ha fatto la differenza. Non sa quante volte qualcuno riusciva a tornare a farmi ridere, dopo che ero scoppiata a piangere».

Cosa rappresenta per lei questa eroina che è nata dalla penna dello psicologo William Moulton Marston, che 75 anni fa ha voluto dare un modello alle donne, fra tanti super eroi maschili? «È una persona ottimista, positiva, coraggiosa, rappresenta il lato migliore di noi stessi. È il perfetto esempio di come dovremo comportarci, ricordandoci che così facendo creiamo un mondo migliore.  Non credo esista qualcuno che desideri davvero la guerra o che propri figli si arruolino in un esercito, tutto ciò che gli esseri umani vogliono è vivere bene su questo pianeta. Cerco di potenziare questi messaggi, con il mio lavoro».

Che viaggio compie Diana, da dove l’avevamo lasciata nel primo episodio?  «Lì aveva imparato a conoscere i propri poteri e la propria forza, ed era diventata Wonder Woman. Ma lì avevamo visto solo la nascita di un’eroina, mancava la parte che spiegasse chi era. Riflettendo su quello che stava accadendo nel mondo, la regista si è chiesta cosa avrebbe fatto dopo. Quindi adesso la vediamo molto più matura e immersa nella complessità del genere umano. È anche molto sola, ha perso tutti gli elementi del suo team e non vuole farsi nuovi amici perché scoprirebbero che lei non invecchia mai, oltre al fatto che loro morirebbero e lei dovrebbe ogni volta lasciarli andare. Per questo si isola dal mondo e conduce un’esistenza molto solitaria, con l’unico scopo di aiutare il genere umano».

La scena d’apertura del film è grandiosa: una specie di gara fra atlete Amazzoni in cui si capisce chi è la bambina che da grande sarà la guerriera Diana Prince. «Mi ha molto emozionata. Per la prima volta non ho sentito che era Gal l’attrice,  quella che stavo guardando sullo schermo: mi sembrava di avere nove anni e di guardare un’altra bambina della mia età. Una reazione che mi ha toccata».

Com’è stato tuffarsi nei scintillanti anni Ottanta? «È stato interessante essere una donna adulta che si confronta con gli eccessi di un mondo maschilista che puntava tutto sul possedere e sul successo. Vediamo un genere umano all’apice del suo successo o, per meglio dire, dei suoi eccessi. Visivamente quel decennio è pieno di stimoli, sia visivi sia musicali».

Come ci si trasforma in una semi dea, che in quanto a poteri non è seconda a nessuno? «Ho dovuto convincere me stessa di avere tutti questi poteri incredibili, ma soprattutto ricordare di avere un cuore e di essere umana.  Empatia, compassione e vulnerabilità sono le tre parole che mi hanno davvero aiutata a incarnare una donna accessibile, in cui altre donne possono riconoscersi».

Il messaggio che manda alle  giovanissime potente: è come se dicesse “la forza per guidare la propria vita è dentro di voi”. Chi le ha dato questo messaggio, da ragazza? «Non ho avuto la fortuna  di vedere tutti questi personaggi femminili forti, al cinema. Ma osservando l’effetto che fanno alle mie figlie, oltre che ai maschi di età diverse, mi sento grata di aver avuto l’opportunità di essere Diana. Credo che quando guardi icone come lei, in un film, credi di poter essere anche tu un po’ così, e questa è un’esperienza che può trasformarti. I film sui supereroi hanno molto potere, in questo senso».

(continua…)

L’intervista integrale è pubblicata su Grazia dell’11/2/2021

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Gaia Bermani Amaral, «Il mio cuore sa aspettare».

08 lunedì Feb 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, Netflix

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Anni Cinquanta, Film, Gaia Bermani Amaral, interviste illuminanti, Italia, L'ultimo paradiso, Riccardo Scamarcio

di Cristiana Allievi

L’attrice Gaia Bermani Amaral, 40 anni (courtesy Andrea Ciccalè, Grazia)

L’ABBANDONO DA PARTE DI PADRE BRASILIANO. GLI INIZI CON LA PUBBLICITA’, POI LA SCOPERTA DEL CINEMA. IL ROMANZO CHE STA SCRIVENDO. L’ATTRICE E MODELLA GAIA BERMANI AMARAL RACCONTA A GRAZIA LE SVOLTE IMPREVISTE DELLA SUA VITA E L’OCCASIONE DI RECITARE UN FILM CAPACE DI METTERLA ALLA PROVA: UNA STROIA D’AMORE TRAVOLGENTE CON RICCARDO SCAMARCIO

La intercetto, non vista, mentre sta armeggiando con Zoom. Si sta preparando al nostro incontro, e in epoca di connessioni virtuali sappiamo tutte cosa significa: trovare  l’angolazione in cui la luce fa l’effetto migliore sulla nostra faccia. Non glielo dirò, durante il nostro incontro di lì a poco, ma la schiettezza della voce che ho sentito in quel frangente mi ha dato l’impressione di una persona solare, a cui non daresti i 40 anni che ha. Gaia Bermani Amaral è una modella nata a San Paolo, con madre italiana e padre carioca, che a nove anni è stata catapultata dal Brasile in Italia. Studi classici al Parini di Milano, si iscrive a Lettere finché uno spot della Tim con cui gira l’Italia in barca a vela, diventando di colpo molto popolare, la strappa ai libri. «Ero molto giovane e mi sentivo impreparata, temevo di bruciarmi», racconta con sorriso grande e voce squillante, e mi ricorda molto  Julia Roberts. Invece quell’esperienza è stata l’inizio di tutto, l’esordio al cinema, con un film d’autore come I giorni dell’abbandono di Roberto Faenza,  la conduzione di Bi-live  sul canale musicale All music, il video clip di Afferrare le stelle, di Bennato, poi le serie tv come Capri e A un passo dal cielo. Dal 5 febbraio  la vedremo per la prima volta in un ruolo da protagonista in L’ultimo paradiso, accanto a Riccardo Scamarcio coproduttore e cosceneggiatore del film. Scopro con questa conversazione che  il regista del film Netflix, Rocco Ricciardulli , è anche il suo compagno, e che la storia è ispirata a una vicenda realmente accaduta a un parente della sua famiglia. Siamo nell’Italia del Sud, anni Cinquanta. Bianca (Amaral) ama Ciccio (Scamarcio), che però oltre a essere sposato con un’altra donna (Valentina Cervi) è anche  in conflitto con i proprietari terrieri, uno dei quali è il padre di Bianca. I due amanti progettano una fuga, ma un delitto d’onore li fermerà. Fino a qui è tutto vero, segue una chiusa poetica su cui non spoileriamo.

Come racconterebbe L’ultimo paradiso? «È la storia di un amore impossibile, con un finale simbolico, quasi surreale. Essendo milanese ho dovuto prendere lezioni di pugliese, il regista voleva che avessi solo un po’ di cadenza, essendo la figlia di un proprietario terriero non dovevo parlare il dialetto ma essere credibile in quei panni».

A cosa ha attinto per essere credibile come una donna del Sud? «Alle mie radici sudamericane, a quella sensualità che si respira in Brasile. E poi se da un lato sono molto dolce, dall’altro sono fumantina, ho spinto molto su questa parte del mio carattere».

Come ha avuto la parte? «Sono stata privilegiata, il mio compagno è il regista del film, non credo che altri avrebbero creduto in me per questo ruolo. Siamo insieme da quasi sette anni, ho sentito il suo racconto nel 2015 e ne sono rimasta colpita. Ho avuto tutto il tempo di entrare nella storia, che in realtà è accaduta in Lucania ma che noi abbiamo girato in Puglia».

(…continua)

Intervista pubblicata su Grazia del 4/2/2021

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