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~ Interviste illuminanti

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Festival di Cannes 2016 (ricordando i momenti migliori del 2015)

08 martedì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Senza categoria

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Cannes 2015, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, I momenti più belli

Mentre ci prepariamo a restare stupiti dai red carpet, le feste, i film e le star che sfileranno sulla Croisette dall’11 al 22 maggio 2016 per il festival più prestigioso del mondo, ecco i migliori ricordi dell’anno scorso.

 

CANNES 2015: I MOMENTI PIÙ BELLI


Dal 13 al 24 maggio la kermesse del mondo del cinema. La raccontiamo giorno per giorno con gli scatti degli attimi da non dimenticare

di Cristiana Allievi

Si è alzato il sipario sulla 68esima edizione del Festival del Cinema di Cannes. Dal 13 al 24 maggio 19 film si contendono l’ambito premio e la città risplende di star, vip, feste, serate, lusso, abiti, curiosità, eccentricità. Qui raccogliamo per voi il meglio di quest’anno.

LE LACRIME DI CATHERINE DENEUVE – L’attrice francese Catherine Deneuve si asciuga le lacrime, commossa per la grande accoglienza ricevuta a Cannes per “La tete haute” (A testa alta) film di cui è protagonista e che ha inaugurato il Festival 2015 – 13 maggio 2015.

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L’attrice francese Catherine Deneuve

IL NARCOTRAFFICO DI VILLENEUVE- Buon film “Sicario” di Denis Villeneuve, molto applaudito alla proiezione stampa e che ha regalato applausi e riconoscimenti a Josh Brolin, Emily Blunt e Benicio Del Toro. Unica donna nella lotta ai cartelli della droga tra il Messico e gli Usa è, appunto, Emily Blunt, che in un incontro con la stampa ha criticato l’affronto alle spettatrici di “Carol” che alla prima del film sono state respinte perché “non indossavano scarpe adeguate” (avevano ai piedi le ballerine). Per la Blunt costringere ai tacchi significa relegare la donna al ruolo di “oggetto da guardare”. Josh Brolin non ha resistito: “stasera sul red carpet anche io e Benicio ci metteremo i tacchi alti…”, ha dichiarato. Per par condicio.

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Josh Brolin, Emily Blunt, the director Villeneuve and Benicio Del Toro, Sicarios’s cast (courtesy Reuters.com)

SENZA LIMITI – Le donne più belle, gli abiti più straordinari e i gioielli più costosi si sono visti all’atteso Gold Party di Chopard, accanto al Baoli Club. In un tendone allestito come una miniera d’oro, in riferimento all’iniziativa etica della casa di usare materiali estratti in maniera sostenibile, si sono radunati 700 invitati – tra cui è spuntato anche Leonardo Di Caprio col solito cappello calcato in testa per non farsi notare. Un mare di top, da Adriana Lima a Irina Shayk, con special guest Robbie Williams che ha cantato un’ora per la gioia di tutti.

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La top model Adriana Lima all’esclusiva festa di Chopard, a Cannes. 

MICHAEL CAINE, CHE GIOVINEZZA- È una bellezza al diapason quella a cui tende Sorrentino con “Youth”, film in concorso applaudito e fischiato alla proiezione per la stampa. Questo è il punto di forza e allo stesso tempo il limite del film che, va detto, vanta la recitazione notevole di Michael Caine (nella foto) e Harvey Keitel, con Jane Fonda in due sole scene, ma memorabili. La frase migliore l’ha detta Caine in conferenza stampa, dove ha dominato la scena: “Quel momento in cui io e Harvey siamo in piscina, e arriva Madalina Ghenea nuda, è la descrizione perfetta della gioventù che non avremo più… E l’idea mi fa piangere”.  Applausi scroscianti.

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Gli attori Michael Caine e Harvey Keitel nel film di Sorrentino (courtesy of whatworthseeing.com).  

UNICO CASSEL – Vincent Cassel è superlativo in “Mon Roi” di Maiwenn, il secondo film con cui gareggia per la Palma d’Oro. Ma la sua bravura non si limita allo schermo, con battute memorabili tipo quella in cui chiede un improbabile “Viazac” in farmacia, un misto tra Viagra e Prozac. Passando sulla Croisette ha incantato i giornalisti per la sua capacità di non nascondersi dietro frasi fatte. Il film parla di un amore travolgente, di figli, di incomprensioni, di separazione e di ritorni di fiamma. Lui ce la mette tutta a difendere l’uomo che interpreta, Giorgio. E che un po’, va detto, gli somiglia.

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Vincent Cassel, Emmanuelle Bercot (Miglior attrice a pari merito) e la regista di Mon Roi, Maiwenn (courtesy cinema.yahoo.com)

LA DENUNCIA DI LINDON- È sulle spalle dell’altro Vincent di Francia, che di cognome fa Lindon,  il film di denuncia sociale, “La loi du Marché” di Stephane Brizé. Un gigantesco Lindon – che Le Monde da come candidato alla Palma d’Oro – interpreta Thierry, un cinquantenne che ha perso il lavoro da mesi ed è costretto ad accettarne uno che lo mette moralmente in crisi.  “È il personaggio più simile a me stesso e allo stesso tempo più lontano. Io ho il sangue caldo, reagisco all’istante, Thierry soffre in silenzio, non vuole essere compatito… Diciamo che nella vita reale sono John McEnroe, nel film ho dovuto fare Bjorn Borg…”.

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Vincent Lindon, miglior attore protagonista per La legge del mercato, Cannes 2015.

NUTELLA PER NANNI – Commosso per la reazione della stampa al suo film in concorso a Cannes, Nanni Moretti (nella foto) è apparso particolarmente affabile alla festa in suo onore, tenutasi sulla spiaggia di fronte al Carlton Hotel. Tantissimi ospiti stranieri, soprattutto americani, intrattenuti con pezzi di pizza e dolci a cubetti infilzati negli stuzzicadenti che alludevano vagamente alla torta Sacher. Ultimo tocco “morettiano”, il gelato “ricopribile” di Nutella.

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Moretti commosso in sala dopo la proiezione di Mia madre (courtesy Liguriaoggi.it)

LA MORTE, SECONDO ROTH – La morte è un fil rouge di questa edizione del festival. Per citare solo alcuni titoli, “Mia madre”, lo stesso “Youth”, “Son of Saul” (opera prima applauditissima e con chance di vittoria), “The valley of Love” e l’ultimo, “Chronic”: tutti la raccontano o vi alludono. Tim Roth, il protagonista dell’ultimo citato, è un bravissimo infermiere che lava i suoi malati, guarda con loro la tv, ne diventa l’ultimo amico. Il film di Michel Franco è troppo freddo (e il finale è ingiustificato) ma ha un merito: mostra quanto i parenti dei malati deleghino a terzi il confronto con la vecchiaia, la malattia e la morte.

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Tim  Roth sul red carpet per Chronic di Michel Franco (courtesy movies.ndtv.com)

LA SFIDA DI MATTEO GARRONE – Al grido di “il mio film cerca il pubblico in sala”, Matteo Garrone, che ha già vinto il Grand Prix della giuria con Gomorra (2003) e Reality (2008), punta a sbancare il botteghino. Se stamattina in sala gli applausi per “Il racconto dei racconti” sono stati timidi, la stampa straniera è entusiasta del film e dunque Garrone ha validi motivi per credere nella sua missione. Nella foto: Bebe Cave, John C. Reilly, Salma Hayek, Matteo Garrone, Vincent Cassel e Toby Jones cast de “Il Racconto Dei Racconti” (Tale Of Tales) – 14 maggio 2015

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Una scema di Il racconto dei racconti, in concorso al festival (courtesy it.ibtimes.com)

PERCHÈ FUORI CONCORSO? – Applausi scroscianti e urla in sala per “Mad Max, Fury Road” di George Miller  fuori concorso. In molti si sono chiesti perché un film così palpitante non sia in gara. Fatto è che per una volta, il red carpet serale della sua star, Charlize Theron, non ha offuscato di certo l’esperienza visiva della mattina, all’altezza del miglior cinema di questo decennio.

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Charlize Theron in Mad Max: Fury road  (courtesy screencrush.com) 

PORNO LOVE- Merita un applauso per il solo fatto di aver messo in fila tremila persone ansiose di vedere il suo “porno” in 3D fuori concorso, “Love”. Gaspar Noé, regista argentino (nella foto il secondo da sinistra con Klara Kirstin Karl Glusman e Aomi Muyock) in conferenza stampa ha spiegato così la sua scelta di concentrarsi sui dettagli: “Tutti pensiamo sempre a fare l’amore, è il desiderio che abbiamo in comune. Allora perché non mostrarlo in un film?”. La sua non è trasgressione, prosegue, come non lo era in Pasolini, Bunuel e Fassbinder. E la nuova tecnologia è dalla sua parte.

DEMOCRAZIA SESSUALE – Lei dice “quando un uomo ti porta dei fiori, e di solito non lo fa, ti ha appena tradita”. Lui dice “un uomo che tradisce si perdona, una donna no…”.  In “The shadow of woman” di Louis Garrel, una doppia infedeltà in bianco e nero che sembra uscita direttamente dalla Nouvelle Vague,  mette Clotilde Courau (nella foto) di fronte a Stanislas Merhar. E lo fa con l’intento di mostrare una volta per tutte come la libido femminile sia potente tanto quanto quella maschile. Il cinema – disegnato dagli uomini e ancora determinato dal loro punto di vista – è avvisato.

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Clotilde Coreau sul red carpet per Louis Garrel (courtesy Cocolife.tv)

WOODY- PENSIERO: Nell’incontro con la stampa il regista statunitense Woody Allen ha divertito e intrattenuto con il sarcasmo che è un suo marchio di fabbrica. Parlando della prima serie tv che dirigerà per Amazon ha detto:  “È una tragedia, non so pensare a sei episodi da mezz’ora, spero che quelli di Amazon non la prendano a male, ma non so cosa sto facendo… Sono in un imbarazzo cosmico!”. E ancora: “La vita è una catastrofe, tutti finiremo nella stessa posizione, un giorno, una brutta posizione! L’unica possibilità è distrarre le persone dalla realtà. C’è chi guarda il baseball, io scrivo film. Ed è molto meglio che stare su una spiaggia a pensare che moriremo tutti!”.

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Emma Stone e Woody Allen (Courtesy movieplayer.it)

Applauditissimo il quarto film italiano a Cannes, “Louisiana” di Roberto Minervini (nelle sale dal 28 maggio). Un film estremo che indaga i margini della società americana, fatta di spogliarelliste, future mamme allo sbando, veterani di guerra, drogati e disperati di varie specie. Da anni residente negli Usa Minervini, che nella vita avrebbe voluto fare il reporter di guerra, incontra e racconta questi personaggi con la lucidità di documentarista e mostrando i paradossi feroci dell’America. Alcuni non pregiudicati presenti nel documentario lo hanno seguito fin sulla Croisette per assistere all’anteprima del film

IL RISCATTO DELLA TIGRE- Stavolta Jacques Audiard mischia la violenza dell’anima- tratto distintivo dei suoi personaggi- alla voglia di famiglia. E in concorso con Dheepan fa di nuovo centro. La storia è quella di una ex Tigre per la liberazione della patria Tamil che scappa con una donna e una bambina in Francia, cercando una nuova vita. I tre non sono una vera famiglia, ma lo diventano grazie alla forza del protagonista e dell’ultima scena del film: minuti di confronto sanguinoso, e di riscatto per l’ex guerriero, che rendono il film possente.

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Jacques Audiard, palma d’oro al suo Dheepan.  

LA SETE DI STEVE – Più della Porche grigia 911 e delle auto da corsa che, all’epoca, prendevano fuoco facilmente, resterà impresso il suo sguardo. Profondo, alla ricerca di qualcosa. “Steve McQueen, Le men & Le mans” di Gabriel Clarke e John McKenna (nella foto con al centro Chad McQeen) è il docufilm su una delle più grandi star del cinema di tutti i tempi alle prese con il sogno di girare un film sulla storica gara di durata francese. Un’ossessione che lo ha provato duramente (nei sei mesi di lavoro il suo regista lo ha abbandonato e il suo matrimonio è naufragato), ma non fermato: McQueen voleva che lo spettatore “provasse” ciò che sente il pilota nell’abitacolo di un’auto da corsa, per questo merita il titolo di regista visionario.

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Steve McQueen (courtesy tagheuer.com)

ROSA-SHOCKING: In abito rosa shocking con scollatura molto profonda l’ex angelo di Victoria’s Street, Miranda Kerr (nella foto) si è presentata al primo party sulla Croisette, a Plage L’Ondine, quello di una nota casa di gelati. Cosa ci faceva la top ed ex moglie di Orlando Bloom, tra i gelati conditi ai macarons e alla liquerizia? Come molte colleghe dalle gambe chilometriche, per esempio Bar Refaeli a Liya Kebed, è sbarcata in costa azzurra arruolata in veste di testimonial. Un trend che, a quanto pare, paga.

DEPARDIEU “IMMENSO”- Il regista avrebbe voluto Ryan O’Neill nei panni di un padre che, con la ex moglie (Isabelle Huppert), finisce nella Death Valley per volontà di un figlio che si è tolto la vita. La parte è andata invece a Gerard Depardieu, che sullo schermo di Valley of love è immenso (letteralmente). “Ho scelto di fare l’attore perché non volevo lavorare”, ha raccontato in conferenza stampa. “Quando giriamo un film si prendono cura di noi, ci nutrono, ci lavano i vestiti, ci danno una casa… Ci ho messo molto a capirlo, ma sono diventato attore perché mi ha semplificato la vita”. E conclude con i suoi gusti. “Rimpiango Fellini, Ferreri e Carlo Saula, e non conosco i nuovi registi. Mi piacciono e le serie tv e i film con Bruce Willis pieni di effetti speciali…”.

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Gerard Depardieu (courtesy Lefigaro.fr)

LE PANCE – Due pance in una giornata diventano tendenza. Quella di Colin Farrell (nella foto) in “The lobster” (ottimo film in concorso), e quella di Joaquin Phoenix in “The irrational men”. Entrambi hanno scene di nudo che tolgono ogni dubbio sul fatto che la loro è tutta ciccia vera. In particolare Farrell è panciuto per interpretare un personaggio surreale, Phoenix, bevitore accanito di whiskey. Considerato che hanno due donne a testa che fanno follie per loro, cogliamo la provocazione: le  “tartarughe” non vanno più, oggi una donna si conquista con il carisma. A proposito, loro dal vivo sono in gran forma…

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Colin Farrell in The lobster (courtesy news.com.au)

 

MICHAEL FASSBENDER- È il sex symbol irlandese a chiudere con l’ultimo film in competizione il festival di Cannes, calandosi nei panni del valoroso generale shakesperiano “Macbeth”, che si trasforma in assassino. Diretto da Justin Kurzel, ricoperto di terra e sangue per tutto il film, Michael Fassbender regala un’interpretazione intensa dell’uomo divorato dalla brama di potere. “Ero spaventato da questo personaggio”, ha dichiarato in conferenza stampa, “per interpretare quest’uomo “strappato intimamente”, dagli omicidi e dalla perdita del figlio, mi sono ispirato allo stress post traumatico dei soldati che tornano dalla guerra”. Perdita di senno a parte, resta indimenticabile la scena in cui riemerge dalle acque gelate della Scozia mostrando un fisico indimenticabile.

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La cyberguerra di Zero Days, raccontata da Alex Gibney

02 mercoledì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

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Alex Gibney, Berlinale 2016, Bush, Cristiana Allievi, cyberguerra, Iran, Israele, nucleare, Obama, Stuxnet, Symantec, virus, Zero Days

Il docufilm presentato a Berlino dal documentarista americano svela retroscena inquietanti sul virus in grado di bloccare il programma atomico iraniano. Lo ha raccontato Gibney con un film in concorso che ha stupito

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Il regista Usa Alex Gibney, premio Oscar per Taxi to the dark side (courtesy of Hollywoodreporter.com)

«È stato chiaro da subito che non si trattava solo di un virus pericoloso rilasciato nel mondo, ma all’inizio nessuno voleva parlare. Dopo essermi sentito dire una serie di “no comment”, da amici che avevano lavorato alla Cia, mi sono immaginato di raccontare gli eventi come se fossero parte di una detective story, per questo ho cercato un detective vero. Poi, lungo il percorso, altri si sono rivelati ansiosi di parlare…». A cedere ad Alex Gibney, uno dei più prolifici e attendibili documentaristi d’America, sono stati nientemeno che Richard Clarke, consigliere dell’antiterrorismo di tre presidenti Usa (dal 1992 al 2003), il generale Michael Hayden direttore della NSA (dal 1999 al 2005) e della CIA (dal 2006 al 2009), e una sfilza di personaggi tra cui detective, analisti e attori resi irriconoscibili grazie a sofisticate elaborazioni grafiche, a cui sono state fatte pronunciare le parole più impronunciabili.

«Sono partito con l’idea di raccontare la storia di Stuxnet, il virus programmato per sabotare le centrifughe di uranio nella centrale nucleare di Natanz, in Iran, facendole esplodere. Nessuno, in teoria, si sarebbe dovuto accorgere che l’operazione era frutto di hackeraggio. Ma a causa di un errore di programmazione, il virus si è diffuso più estesamente, andando a colpire le aziende da cui provenivano le attrezzature per il programma atomico iraniano, in altre nazioni». Avrebbe voluto raccontare questo Gibney nel suo docu film Zero Days, proiettato in concorso all’ultimo Festival di Berlino. Ma strada facendo lui e il suo team di esperti si sono accorti delle conseguenze impreviste di portata planetaria di questa “risposta” all’espansione nucleare dell’Iran. «La dimensione internazionale, l’aspetto del thriller e il fatto che non si trattava solo di problemi “tecnici”, ci hanno spinto ad andare a Mosca, poi in Israele». Anche lo spettatore meno esperto di virus, hackeraggi e nucleare resterà inchiodato alla sedia per 116 minuti capendo che quelle che scorrono sullo schermo sono le immagini di una cyber guerra di cui fino a oggi eravamo all’oscuro. Un conflitto senza regole perchè tenuto top secret dalle amministrazioni Bush e Obama, che hanno minacciato di perseguitare chiunque aprisse bocca con i media in merito alla verità sulle scelte offensive della loro politica. «Avevo amici dell’amministrazione Obama che non mi hanno lasciato dichiarazioni, nemmeno riservate: erano terrorizzati», racconta il regista premio Oscar per Taxi to the Dark Side.

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Un’immagine di Zero Days, ultimo lavoro di Gibney, in concorso alla Berlinale 2016

Stuxnet è stato scoperto a metà del 2010 da Sergey Ulasen, un esperto di antivirus in Bielorussia, chiamato dagli iraniani preoccupati per i misteriosi eventi accaduti alle loro centrali. «Gli analisti di Symantec (azienda Usa nata per salvaguardare la sicurezza dei computer dagli attacchi informatici, ndr) hanno  lavorato a decodificare il malware e studiato come funziona il “verme”. Stuxnet può trasformare selettivamente macchine Siemens PLC, utilizzate per regolare motori, pompe e altri dispositivi di infrastrutture, facendole agire contro se stesse». Non solo Gibney e il suo team hanno verificato che dietro l’operazione c’erano Israele e gli Stati Uniti, con CIA e NSA, ma lavorando hanno capito che esisteva un programma più vasto: l’operazione Nitro Zeus, che è una vera cyber guerra in corso qui e ora. «L’estremo pericolo è rappresentato dal fatto che si tratta di virus che non sono attribuibili, perché non si sa da dove arrivino: gli iraniani per anni non sapevano che Stuxnet stava bloccando le loro centrali nucleari», continua Gibney. «Sappiamo dagli esperti che negli ultimi due anni il numero di attacchi programmati e di virus è cresciuto incredibilmente, e sappiamo anche che Stuxnet è disponibile per tutti, quindi è un pericolo: tutti possono potenzialmente studiarlo e riapplicare il bersaglio ovunque c’è un’infrastruttura». Mentre ci siamo distratti, l’America ha cambiato le regole del gioco e ci troviamo a dover fare i conti con questa nuova cyberwar. Zero Days suggerisce che il mondo ha poco tempo per chiarire la sua posizione, prima che la parte sbagliata si spinga oltre. Uno spiraglio di speranza Gibney lo lascia. «I tecnici di Symantec sono riusciti a penetrare un sistema teoricamente impenetrabile, ed è un fatto importante. Oggi c’è un’altra grande battaglia, quella tra la Apple e l’America, che vorrebbe controllare i computer di tutti con la giustificazione di individuare i criminali che li usano. La casa di computer si è opposta, ed è un altro fatto che mostra che non esiste un super potere a cui non si può dire di no: si può rispondere con lo stesso tono e ottenere risultati. Ho fiducia nel fatto che se le persone si focalizzano sui pericoli sanno trovare soluzioni. E il più grande pericolo è quando le cose restano segrete, e nessuno ne parla».

Articolo pubblicato su Panorama il 29 febbraio 2016

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Professione reporter, ne parla Mark Ruffalo

22 lunedì Feb 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Senza categoria

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Boston Globe, Cristiana Allievi, Foxcatcher, Hulk, I ragazzi stanno bene, Il caso Spotlight, Mark Ruffalo, Marvel, Michael Rezendes, Premio Pulitzer

«Io e Mike abbiamo passato molto tempo insieme. Ho cercato di capire soprattutto cosa l’ha spinto a fare ciò che ha fatto, quale fosse il motore. Era un fatto personale con la Chiesa? Era una vendetta? Avevo questo tipo di domande in testa, all’inizio. Ma poi il viaggio ti porta in luoghi inaspettati, e come sempre scopri che le persone sono davvero complesse. Ti sorprendi da solo di dove ti trovi, in certi momenti…». Mark Ruffalo parla di Mike Rezendes, il giornalista del Boston Globe che interpreta in Il caso Spotlight, di Tom McCarthy, nelle sale dal 18 febbraio. Un film che restituisce l’orgoglio, anche visivo, a una professione martoriata come quella del cronista, e per cui Ruffalo è candidato ai Golden Globes. Con il grande giornalismo d’inchiesta l’America ha sempre dato il meglio di sé, in questo caso nel 2002 ha smascherato la copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, aprendo poi la strada ad analoghe rivelazioni in oltre 200 città del mondo. 48 anni, cresciuto nel Wisconsin con mamma hair dresser e padre pittore edile con origini napoletane (ma non parla una parola di italiano), Mark Ruffalo è il cronista di punta del team di giornalisti investigativi del Globe, chiamato appunto Spotlight. Ma è fuori dal coro anche nella vita reale. Sopravvissuto a un tumore al cervello, alla perdita del fratello in circostanze non chiare e alla fagocitante macchina di Hollywood, è orgogliosamente padre di tre figli, avuti dall’attrice Sunrise Coigney. Oggi vive la vita che ha scelto ed è uno degli attori di maggiore qualità del cinema mondiale.

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Mark Ruffalo, attore, 48 anni. La sua ultima interpretazione è quella del giornalista Michael Rezendes in Il caso Spotlight (courtesy of geekynews.com)

Ha mai avuto un interesse particolare per il giornalismo? «Non ho mai avuto un amore speciale per la professione, ma oggi ne comprendo più a fondo la disciplina, la capacità di discernere, la metodologia. Casi isolati di abusi sessuali da parte di sacerdoti cattolici erano già stati denunciati prima dell’inchiesta del team Spotlight, ma le rivelazioni meticolosamente documentate dai cronisti del Globe, di una precisione senza precedenti, hanno rivelato la portata impensabile dei crimini. Mi hanno colpito la forza della passione, il fiuto, il coraggio e la determinazione a far emergere la verità fino in fondo».

Anche un certo sangue freddo. «Trovo che la forza del film sia la sua capacità di condurre lo spettatore attraverso una storia sordida in quel modo critico e freddo necessario per non far attivare nè le difese nè i credo personali dello spettatore. Credo sia l’approccio migliore per il momento in cui ci troviamo».

Come ha reagito Mike Rezendes sapendo che lei lo avrebbe interpretato? Le ha dato dei consigli o le ha dato dei divieti? «(ride, ndr) L’interpretazione di un evento reale crea sempre imbarazzo. Pochi si fidano di Hollywood, quindi noi attori dobbiamo combattere contro preconcetti e garantire che saremo onesti e sinceri. E poi la gente in genere è terrorizzata all’idea di vedere la propria vita spiattellata in pubblico, lo sarei anch’io. Ma quando ha visto il film, Mike mi ha detto di essere rimasto molto colpito».

 All’epoca delle inchieste del Globe il giornalista era la fonte di informazione, influenzava l’opinione pubblica. Oggi un flusso impressionante di notizie sembra alla portata di tutti, in realtà sta emergendo il problema che quelle notizie vanno decodificate e collocate in un contesto, e per questo occorre un mestiere. Da cittadino lei cosa ne pansa? «Stiamo assistendo alla decentralizzazione e alla disintermediazione di tutto, informazione inclusa, ed è necessario, altrimenti si crea un mondo monolitico e continuiamo a ripetere gli stessi errori. Il cambiamento ci spaventa perché scopriamo più verità su chi siamo. Ma allo stesso tempo ho molta fiducia, quando abbiamo più scelta facciamo cose migliori, collettivamente».

Ha provato conflitti morali girando Il caso Spotlight? «Sono stato cresciuto come cattolico e ho radici italiane, ma non sono religioso. Atroce, nel film, non è solo vedere le vittime, ma anche la gente che ha perso la propria fede vedendo come si comporta un certo clero. Credo che la Chiesa abbia la grande opportunità di riparare ai danni fatti , di scusarsi e di risarcire anche economicamente le persone. Va fatta qualsiasi cosa, per guarire le ferite».

 Lei potrebbe diventare un buon cronista investigativo? «Sono troppo appassionato, temo… Ma come le dicevo mi piace l’idea di assorbire un po’ della disciplina della professione giornalistica».

Non occorre disciplina anche nel suo lavoro, per diventare ogni volta un’altra persona? Oltre a quest’ultima interpretazione, viene in mente quella del lottatore olimpico Dave Schultz che le è valsa una nomination agli Oscar, l’anno scorso, per Foxcatcher. «Più che affidarmi sull’espediente di prendere e perdere peso, per i miei personaggi mi baso su un cambiamento interiore. Studio le persone: se guardo al modo in cui è seduta sulla sedia trovo che dica moltissimo di lei. Non ci rendiamo conto di quante informazioni trasferiamo mentre sembra che non stiamo facendo nulla. Sono diventato consapevole di questo aspetto molto tempo fa, e ha iniziato a catturare la mia attenzione, volevo capire fino a che punto si può estendere questa osservazione».

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Il cast de Il caso Spotlight, di Tom McCarthy. Da sinistra: Michael Keaton, Liev Schreiber, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, John Slattery e Brian D’Arcy James (courtesy of Freneek.it)

 Fino a che punto? «Credo che nessuno di noi sia bloccato in un’identità, al contrario di quello che pensiamo siamo noi a decidere chi siamo, in larga parte. Possiamo cambiare a quante volte vogliamo».

A giudizio dei critici e del pubblico più attento, a un certo punto lei ha cambiato radicalmente marcia. Cosa le è successo con I ragazzi stanno bene, film che le è valso l’altra nomination agli Oscar? «Mi sono detto “è l’ultimo film, poi smetto di recitare”. Ho licenziato tutti, il mio agente, il manager, dentro di me, nel mio cuore, avevo chiuso, e questo ha stravolto le carte in tavola. Ho smesso di preoccuparmi, di voler essere amato e apprezzato e tutto è diventato divertente, ero finalmente libero. E poi I ragazzi stanno bene voleva essere un omaggio a mio fratello Scott (hair dresser trovato morto a Berverly Hills nel 2008, ancora oggi non si sa se sia stato un omicidio o un suicidio, ndr). È stato il mio modo di onorarlo, dirgli addio e usare il potere che il cinema può avere, a volte».

Nel 2002, mentre sua moglie era incinta del primo figlio, lei è stato gravemente malato in modo severo: c’è anche questo all’origine del suo cambiamento? «Quando mi hanno diagnosticato un tumore al cervello ero sicuro che sarei morto. In quei mesi ho capito che non stavo facendo cose che mi rendevano felice. Mi sono accorto che avevo sempre amato la recitazione, e avrei potuto non avere più la chance di viverla. Il dolore, la disillusione e anche il peso della strategia del business: direi che tutto questo mi ha cambiato. Oggi i miei figli e la mia famiglia vengono al primo posto».

Di cosa parla con i suoi bambini, in questo momento? «Mi chiedono di tutto, ma direi che questo è il momento di “mio fratello mi ama quanto lo amo io?”. Sono diversi da quando ero bambino io, trovo sia importante rassicurarli e cercare di sostenerli nelle loro diversità. La piccola, Odette, ha otto anni ed è molto dolce. Le faccio immaginare di essere una leonessa, la sprono a essere grintosa e a non avere paura. In qualche modo sento che deve essere riconosciuta, è l’ultima e voglio farla sentire potente. Poi c’è l’intermedia, Bella Noche, che è una forza della natura, mi parla già di giustizia sociale. Ma devo spiegarle che non si può sentirsi responsabili di tutto il mondo, non può sistemare le cose per tutti, deve lasciare che le persone trovino il loro modo di farlo».

Col figlio maschio come va? «Keen ha 14 anni, lui non mi parla del tutto (ride, ndr). Non è più come quando era piccolo, quando andavamo a comprare insieme le ultime novità sugli Avengers… Ora vuole il suo spazio, e lo capisco».

È stato difficile per un tipo come lei godersi il mondo della Marvel e vestire i panni di Hulk? «Al contrario, insegna che anche nel posto più triste del mondo si può ancora ridere. Ho sei film in tutto da girare con loro, sono ancora vivo e loro non si curano del fatto che Hulk abbia qualche capello grigio, mi sembra perfetto. Mi pagano anche bene, in un mercato che è diventato parecchio caotico, quindi finché sono felici, li uso per esprimere gioia».

Cosa intende dire? «Ho imparato dal mio lavoro che devi essere felice, altrimenti la tua vita diventa insignificante. C’è una frase di Nietzsche che dice “quando fissi un abisso, l’abisso farà altrettanto con te”. Nel mondo non c’è solo fango, ma anche gioia, dunque ben vengano i film della Marvel, c’è una morale dentro i fumetti a cui la gente è interessata».

Da circa un secolo, tra giornalisti e attori c’è un senso di mutuo sospetto: sotto sotto ognuno pensa che il suo lavoro sia un po’ più difficile, o più importante, dell’altro… «Ho scoperto invece un’affinità, lavorando a questo film, ed è che in entrambe i casi interessa la verità: che si tratti di una scena o di un caso di cronaca, è quello che cerchiamo. Certo, i cronisti sono stati dei muri, all’inizio, non volevano rispondere alle nostre domande. Ma anche in questo senso Il caso Spotlight è stato perfetto: ha schierato dei veterani da entrambe le parti, che hanno potuto finalmente contemplarsi e arrivare persino a stimarsi». 

 

Articolo pubblicato su GQ Febbraio 2016

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«Supereroe come noi», Claudio Santamaria

20 sabato Feb 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Brutti e cattivi, Claudio Santamaria, Cosimo Gomez, Cristiana Allievi, Enzo Ceccotti, Gabriele Mainetti, L'uomo Ragno, Lo chiamavano Jeeg Robot, Marvel

«I supereroi mi affascinano da quando sono un bambino. Tifavo per L’uomo Ragno perché l’ho sempre visto come un tipo alla mano, come potrei essere io.  Superman invece mi era antipatico. “Ma guarda questo, vola, vede attraverso i muri, va alla velocità della luce e con tutti questi super poteri non fa niente per salvarci, e questo solo perché il padre gli ha detto che non deve immischiarsi negli affari del mondo. Se li avessi io, i super poteri,  prenderei tutti i corrotti e gli indagati e li porterei su un isolotto a zappare la terra. Al loro posto chiamerei a Montecitorio persone oneste, gente che prende decisioni per la collettività». 

Per adesso l’attore romano, 41 anni, già in carriera con super registi come Bertolucci, Avati e Soldini (ma ha avuto una parte anche in Casino Royale) ed esperto di eroi  (ha prestato la voce a Christian Bale in tutti i suoi Batman), si deve accontentare di fare giustizia sul grande schermo nei panni di Enzo Ceccotti in Lo chiamavano Jeeg Robot, applauditissimo all’ultima Festa del cinema di Roma e nelle nostre sale dal 25 febbraio. Una vera novità per il cinema italiano: opera prima di Gabriele Mainetti, attore, regista e produttore che si era cimentato con i corti (l’ultimo, Tiger Boy del 2012, ha ottenuto diversi riconoscimenti in Italia e all’estero), è anche il primo film italiano ispirato al “genere Marvel” non imita il prodotto made in Usa e che può dirsi riuscito.

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Claudio Santamaria, 41 anni, veste i panni del primo supereroe  tutto italiano, nonostante il suo nome sia Jeeg Robot (courtesy of Comingsoon.it)

Un racconto originale che punta sul sentimento comune secondo cui tutti, sotto sotto, vorremmo credere che qualcuno veglia su di noi e ci protegge dai cattivi. «Un supereroe in effetti è una specie di divinità, incarna il bisogno che abbiamo di contatto col sovrumano. Ma quello che sospende l’incredulità dello spettatore è la storia d’amore, in cui i super poteri sono marginali. Il mio personaggio è come un uomo che vince alla lotteria e invece di pensare “adesso mi compro tutto”, decide di aiutare gli altri: ed è lì che diventa un super eroe». A cambiare la vita di Enzo, per cui Santamaria ha raggiunto 100 chili di peso e ha lavorato per ottenere una voce bassissima, «da periferia», è Alessia, fragile figlia di un boss della mala interpretata dell’attrice esordiente Ilenia Pastorelli. Al contrario di quanto succede in Spiderman, in cui il supereroe dice di aver troppo da fare per impegnarsi in un rapporto sentimentale, qui la protagonista femminile  sprona “Jeeg” a usare i suoi poteri per aiutare l’umanità. Sul fatto che si tratti di una novità per l’Italia, l’attore de l’Ultimo bacio, che ad aprile sarà sul set di Brutti e cattivi, opera prima dello scenografo Cosimo Gomez, non ha dubbi. «Il film parla di supereroi, e non avevamo questo tipo di cinematografia, da noi. Attingere all’immaginario Marvel e riempirlo di poesia è nelle nostre corde, per questo la gente ci si riconosce. Sono sicuro che ci sarà un prima e un dopo questo film…».

Articolo uscito su D La repubblica del 13 febbraio 2016

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Lily James, «Anche le brave ragazze sanno combattere»

29 venerdì Gen 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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BBC, Cenerentola, Cristiana Allievi, Downton Abbey, Elizabeth Bennet, Guerra e Pace, Jane Austen, Lily James, PPZ – Pride and Prejudice and Zombies, Sam Riley

È stata Cenerentola al cinema, sarà Giulietta in teatro e la vedremo principessa russa in tv: per Lily James il successo 
è un ruolo in costume. Anche ora che torna sul grande schermo con una versione horror del romanzo Orgoglio e pregiudizio, dove affronta gli zombie a colpi di spada e karate. «Perché», spiega a Grazia, «per difendere un grande amore bisogna diventare supereroi».

«Non rinuncerei mai alla mia spada per un anello». «Neanche per l’uomo giusto?». «L’uomo giusto non me lo chiederebbe mai…». Mentre la guardo in PPZ – Pride and Prejudice and Zombies (Orgoglio e pregiudizio e zombie) penso a quanta strada ha fatto Lily James, la ragazza che solo l’anno scorso ha conquistato il mondo come Cenerentola. Liquidato il principe azzurro, per questo nuovo ruolo è diventata maestra di arti marziali. Nella rivisitazione in chiave fantasy del più famoso capolavoro della scrittrice britannica Jane Austen, l’attrice è pronta a tutto per difendere la sua famiglia da una misteriosa epidemia che si è abbattuta sull’Inghilterra vittoriana, riempiendola di morti viventi. Nelle sale dal 4 febbraio, il film è tratto dal romanzo cult di Seth Grahame-Smith, che è piaciuto anche ai più fedeli ammiratori di Austen.

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Lily James in una scena di Orgoglio, pregiudizio e Zombie, rivisitazione in chiave fantasy del più famoso capolavoro della scrittrice Jane Austen  (courtesy of Cine-mania.it)

Quando incontro Lily James mi colpiscono i suoi modi, di una grazia straordinaria. Magra, non particolarmente alta, ma con un fisico flessuoso, valorizzato da un abito ricamato, quando ride ha il vezzo di chiudere quasi completamente gli occhi, mentre il suono della sua risata riempie la stanza. A lanciare la 26enne attrice inglese è stato il ruolo di Lady Rose MacClare nella pluripremiata serie tv Downton Abbey. Da quel momento, non ha fatto altro che infilarsi nel costume d’epoca di un’eroina femminile dopo l’altra. Prima Cenerentola, poi è stata la volta di Giulietta e Romeo, in palcoscenico, diretta da Kenneth Branagh, uno spettacolo che torna in cartellone a Londra, al Garrick Theatre, proprio quest’anno. Inoltre è la principessa Natasha Rostova nella nuova serie tv Guerra e pace, girata dalla Bbc, ora in onda in Gran Bretagna e molto attesa anche in Italia.

Nella versione gotica del capolavoro di Jane Austen lei è Elizabeth Bennet, una donna forte e risoluta, molto simile alle protagoniste di film come Hunger Games e Star Wars.
«Non conoscevo libro di Grahame-Smith, l’ho scoperto nel momento in cui mi hanno proposto il film, ma mi è bastato leggere la scena d’apertura per essere catturata dal personaggio. Ho continuato il romanzo e poi il copione anche mentre ero sul set di Downton Abbey. Tutti i miei colleghi erano furiosi per la trovata degli zombie, io invece la trovo geniale».

Chi sono questi zombie?  
«Sono esseri che mantengono una sorta di umanità grazie a un virus. Ma invece di vivere le loro vite nel classico stile dei morti viventi, si vedono in competizione con gli umani. Molti di loro fanno di tutto per nascondere la loro natura il più a lungo possibile. Un paio di personaggi di PPZ-Pride and Prejudice and Zombies si trasformeranno, ma non le dirò chi sono».

Ma che ne è dei classici temi e problemi proposti da Austen nel romanzo originale, come la differenza tra classi sociali, il denaro e il potere femminile?
«Il film enfatizza le dinamiche tra uomini e donne, le relazioni sociali e l’idea che l’uno per cento del Paese possa controllare tutto mentre il resto è in pericolo. E, naturalmente, ci sarà la storia d’amore tra Elizabeth e Darcy (interpretato dall’attore Sam Riley, ndr) a far felici gli ammiratori di Jane Austen».

Una storia d’amore tumultuosa che ha attraversato i secoli: il tenebroso Darcy è l’unico che riesce a tenere testa a una donna come Elizabeth.
«E sarà così anche in questa versione cinematografica. Anche se le loro sfide verbali diventano scontri fisici e sono davvero intensi perché entrambi sono combattenti molto dotati. Durante le riprese non mi sono fatta male, ma temo di averne fatto a Sam»

In che modo?  
«Nella scena in cui mi propone di sposarlo dovevo tirargli addosso un mucchio di libri. E lui ha dovuto schivarli. Non sempre con successo. Poi ci sono state le scene di combattimento con le spade che, nonostante fossero finte, facevano male. Durante le prove continuavo a ripetermi: “Non fargli un occhio nero”».

Si è allenata molto per il film?  
«Certo. E mi sono divertita a farlo, per Downton Abbey non avevo bisogno di essere atletica e confesso di essermi rilassata. È stato un toccasana dover tornare in forma, adesso sento che potrei combattere contro chiunque e uscirne vittoriosa».

E se le chiedessero di interpretare ancora una volta Lady Rose in Downton Abbey accetterebbe?
«Non mi tirerei mai indietro, quella serie è stata una parte fondamentale della mia carriera: senza non sarei diventata né Cenerentola né la Elizabeth di questo film».

Nessuno come lei ha indossato tanti costumi d’epoca in soli due anni: come li sente addosso?  
«Devi avere una postura diversa, stare in piedi in un certo modo, camminare con il peso molto centrato e respirare col diaframma. E poi i costumi sono molto pesanti, occorre una certa forza fisica per portarli».

Quanto ci vuole a indossarli?
«Più o meno 40 minuti, ogni volta».

La Bbc sta trasmettendo in queste settimane la nuova serie televisiva Guerra e pace. Poi lei tornerà in teatro a Londra come Giulietta. Le piacciono le ragazze romantiche?
«Molto. Amo l’amore e questi ruoli mi calzano a pennello. Abbiamo girato Guerra e pace tra la Russia e la Lituania, accanto a me c’è un grande Paul Dano. Natasha è forse il personaggio romantico più amato della letteratura, ha un cuore immenso e fa un grandioso viaggio nell’oscurità. Affrontare personaggi di questa portata mi ha cambiata come attrice, ma anche come donna».

Anche lei ha uno sguardo positivo sulla vita?  
«Cerco di averlo, non è semplice, ma credo che questo ci renda persone uniche, oserei dire quasi supereroi».

La sua è una professione dura e competitiva. Come affronta le difficoltà?  
«Osservando le colleghe più adulte e famose, ho capito che devi sempre essere concentrata anche se sei una star. Per esempio mi ha colpito vedere Cate Blanchett, la mia “matrigna” in Cenerentola, entrare in una stanza e imbattersi in un migliaio di fotografi che le urlavano addosso: l’ho vista a disagio, nonostante la sua esperienza. Questo per dire che con il successo le cose non si semplificano, ma quando ti trovi sul red carpet la ricompensa è così grande che dimentichi il resto».

La fama ha cambiato il suo modo di vivere?  
«Direi proprio di no, sono sempre la stessa. Certo viaggio moltissimo e, dopo la Russia, ho passato molto tempo negli Stati Uniti, per Pride and Prejudice and Zombies».

Come usa i social media?
«Posto solo foto su Instagram. E sono immagini molto professionali».

Le piace la moda?  
«Adesso sì, finalmente ho la chance di indossare abiti di grandi stilisti. Adoro Dior e le creazioni senza spalline di questo marchio. Amo anche Balenciaga e Gucci. Ed è stata una vera trasformazione per me: sono sempre stata un tipo da jeans e maglietta».

Sarà merito di Cenerentola: come l’ha cambiata questo personaggio che le ha dato tanto successo?  
«Ho adorato interpretarla, soprattutto perché mi sembra che il suo motto, “essere buoni è sexy”, dovrebbe diventare un trend. Oggi la generosità non è abbastanza valutata, ma trovo abbia una marcia in più».

Mi scusi, ma non è un’affermazione un po’ ingenua?
«Non credo proprio, trovo che l’innocenza che l’accompagna sia molto fresca».

Al cinema è più difficile recitare un personaggio buono o uno cattivo?  
«A volte credo sia più difficile recitare la parte di una buona, perché non hai l’occasione di scioccare, o di essere divertente, come accade ai personaggi più aggressivi. Ma mi piace avere grazia, è parte di me, quindi non so dirle che cosa sia più difficile, in realtà».

Una cattiva che interpreterebbe volentieri?  
«Penso a una donna senza filtri, una di quelle che dicono qualsiasi cosa passi loro per la testa. Mi calerei volentieri in una specie di schizofrenica. E, soprattutto, basta costumi d’epoca».

Vive sempre a Londra?  
«Sì e mi va bene così, anche se mi sposto molto per lavoro. Per carattere mi vedrei anche a New York, ma mai a Los Angeles. Mi sentirei troppo esposta».

I paparazzi non la disturbano, in Inghilterra?  
«In generale no, mi fotografano in ogni momento quando sono sul set o in promozione di un film. Altrimenti mi ignorano. E poi sono scusa di capelli, le mie colleghe bionde sono davvero perseguitate…».

Articolo pubblicato su Grazia del 26/1/2016

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Kate Winslet, «L’altra parte di me»

26 martedì Gen 2016

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Apple, Cristiana Allievi, Joanna Hoffmann, Kate Winslet, Leonardo DiCaprio, Michael Fassbender, Mildred Pierce, Ned Rocknroll, Steve Jobs, The Dressmaker, The reader, Titanic

I PREMI VINTI E LE PRIME RUGHE. I FIGLI AVUTI DA TRE UOMINI DIVERSI E L’ULTIMO FILM ACCANTO AL SEX SYMBOL MICHAEL FASSBENDER. L’ATTRICE INGLESE PARLA A GRAZIA DELLA DONNA CHE È IN PUBBLICO E DI QUELLA CHE VUOLE TENERE PRIVATA. «PERCHÈ», DICE, « LONTANO DA TUTTO CHE HO TROVATO LA MIA FELICITA’».

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L’attrice Kate Winslet, 40 anni. Ha vinto un Oscar, tre Golden Globes, un Emmy e un Grammy, gli Oscar Usa per la musica (courtesy of Femina.cz)

«Quando mi guardo allo specchio noto rughe diverse. Non sono più quelle che avevo la mattina e che sparivano in due ore, adesso rimangono…». È il suo modo di raccontarmi che ha appena compiuto 40 anni, e che la cosa non la impensierisce. La metafora scelta da Esquire per definirla, “un pezzo di bacon inglese di qualità in un mare di scemenza hollywoodiana al silicone”, non sarà particolarmente chich, ma rende bene l’idea. Kate Winslet è uno dei più grandi talenti in circolazione. Un’attrice di sostanza che ha girato più di trenta film e ha vinto un Oscar, due Golden Globes, un Emmy e persino un Grammy (gli Oscar americani della musica). Ma è anche una donna con una vita reale altrettanto vissuta: si è sposata tre volte, con i registi Jim Threapleton e Sam Mendes, e con Ned Rocknroll, suo attuale marito, nipote del magnate della Virgin Records Richard Branson. Sono gli uomini da cui ha avuto i suoi tre figli, Mia, 14, Joe, 11, e Bear, poco più di un anno. Chi la conosce da vicino dice che Kate si sveglia tutte le mattine alle sei, nella casa in campagna fuori Londra, prepara la colazione per la famiglia e veste i bambini per andare a scuola. Ma il fatto che non affidi i suoi ragazzi a uno stuolo di babysitter è meno strabiliante di sentirla dire «il ruolo di Joanna Hoffman non mi è arrivato, sono andata a prendermelo». Stiamo parlando di Steve Jobs, candidato a 4 Golden Globs (uno è per la sua performance come attrice non protagonista) e nelle sale dal 21 gennaio prossimo: un film che Kate che ha voluto fortemente. Era in Australia a girare Dressmaker, in uscita il prossimo aprile, quando ha sentito da una make up designer che Danny Boyle stava per dirigere Fassbender in un film su Steve Jobs, il leggendario fondatore della Apple e papà dell’iPhone. Dopo vari tentativi di ottenere il copione, tutti falliti, scopre che c’è un ruolo femminile da interpretare, quello della ex direttrice del marketing della Macintosh. Chiede a suo marito di andare a comprarle una parrucca bruna, si toglie il trucco, indossa un paio di occhiali, si pettina nel modo più simile a Joanna e si fa una foto che spedisce via mail a Scott Rudin (il produttore del film), senza un oggetto. Rudin rimane colpito e la gira a Boyle, che non riconosce l’attrice: pochi giorni dopo Kate riceve il copione.

Che sensazione ha provato, con quella sceneggiatura finalmente in mano? «Riuscire a riceverla è stata un’esperienza disastrosa! Sono tecnofobica e assolutamente incapace di usare qualsiasi dispositivo tecnologico, ho avuto problemi a scaricarla sul computer! Ho dovuto mettere in caricare l’Ipad, che non uso mai, e poi scaricare un’applicazione apposita. A quel punto mi hanno aiutata tre tecnici sul set di Dressmaker, hanno avviato tutto e ho finalmente letto quelle benedette 185 pagine».

Perché teneva così tanto a questo film? «Per la sceneggiatura di Aaron Sorkin, per Michael Fassbender e per Danny Boyle. È stata senza dubbio una delle esperienze creative più gratificante che mi siano mai capitate».

Per quale ragione? «Per come Boyle ci ha fatti lavorare. La storia si concentra su tre presentazioni clou dell’attività di Jobs: il Macintosh, nel 1984, il NeXT Cube, nel 1988 e l’iMac nel 1998. E c’è un doppio filone, da una parte il pubblico, che attende Jobs come fosse una rockstar, dall’altra il backstage degli eventi, che rivela un uomo attraverso le sue relazioni con gli altri».

Ho letto che l’idea di lavorare con Fassbender, che interpreta Jobs, è stata la vera molla per lei. «Lo ammiro moltissimo per i rischi che si prende, abbiamo la stessa attitudine verso la recitazione. Non ho mai visto un attore che si comporta in modo così professionale, era così preparato, sul pezzo al 100 per 100, ha alzato l’asticella per tutti noi».

Ha incontrato di persona Joanna Hoffman, l’unica donna che Jobs ascoltasse? «Ci siamo viste e ho cercato di catturare i suoi aspetti più peculiari, ma poi mi hanno lasciata libera di recitare un personaggio. Joanna è una ragazza polacco armena che si trasferisce negli Usa da teenager, diventa un’archeologa esperta e si ritrova a lavorare per la Apple. Steve fa di lei il capo del marketing di Macintosh, per 14 anni diventa la sua “moglie lavorativa”, la confidente, li lega un’amicizia molto profonda».

Joanna vede un lato di Jobs che non ci si aspetta… «Io sono il canale attraverso cui gli spettatori possono captare la sua parte più morbida e umana, mi sono sentita molto responsabile per questo. Ho capito che Jobs aveva degli estremi, era una sfida totale ma aveva anche la capacità di ascoltare, almeno Joanna, e di riflettere sul proprio modo di fare».

Ricorda il giorno in cui ha acquistato il suo primo computer? «Non ne ho ancora comprato uno. Ho ricevuto il mio Ipad in regalo dai produttori di Mildred Pierce (la serie della HBO per cui ha vinto un Emmy, ndr). In compenso ricordo tutto sull’evoluzione dei cellulari (ride, ndr)».

In quel campo è più preparata? «Da due anni ho un Iphone, e prima possedevo un Blackberry. Ma ricordo ancora il mio mitico cellulare di quando avevo vent’anni. Era giallo e nero, grande più o meno come un mattone: faceva simpatia».

Sullo schermo le tocca la parte di una workaholic, lo è anche nella vita? «Non potrei mai lavorare come i ragazzi di Macintosh, che vivevano in ufficio, si riposavano su un divano e bevevano caffè per ricominciare! Non potrei nemmeno lavorare quanto lavora Fassbender (ride, ndr), sono meravigliata che stia ancora in piedi e che sorrida! Posso reggere in questo modo solo facendo un film all’anno, che occupa al massimo cinque mesi del mio tempo, anche se ammetto che ultimamente il ritmo è aumentato».

È vero che in questi anni si è allontanata a lungo dai suoi figli solo due volte? «Ho sempre viaggiato con la famiglia dietro, e pianificato i miei lavori in base alla scuola dei ragazzi. Sono speciali, sono creature felici di essere come sono, e questo è il massimo che una madre può sperare per suo figlio. Non so dirle perché, ma nella mia vita personale non sono mai stata così felice».

Quello con Ned Rocknroll è il suo terzo matrimonio. «Nessuno in realtà lo conosce, cosa che mi va a genio, come il fatto che non sia uscita una riga sui giornali sul motivo per cui sono finiti i miei matrimoni precedenti. Alla gente piace giudicare solo perché sente un nome, ma nessuno in realtà sa niente».

Dicevamo di Ned, che marito è? «Mi supporta moltissimo. Sono andata a incontrare Boyle dall’altra parte dell’Australia, mentre ero sul set di Dressmaker. Dopo il colloquio mi ha detto “Ci vediamo il 9 gennaio a San Francisco per le prove”. Era il 16 dicembre e avevo tutt’altri piani per Natale. Sono tornata da mio marito, gli ho raccontato tutto incluso che non sapevo come fare. “Semplice”, mi ha risposto lui, “il 9 sarai su quel set”, ed è il motivo per cui è mio marito».

Oggi come vede Titanic, film del 1997 che per più di un decennio è stato ineguagliabile a livello di incassi e che la ha dato una nomination all’OScar? «È stato il lavoro che ha avuto il maggior impatto sulla direzione della mia carriera, mi ha aperto moltissime strade. Ma non mi ha reso ricca, come credono in molti: avevo 19 anni, nessuno sapeva chi fossi».

 Si sente diversa oggi? «Non credo di essere cambiata molto come persona, mentre lo sono molto come attrice. Il bello del mio lavoro è che a ogni film non sai cosa ti succederà, per Steve Jobs mi svegliavo alle 3 del mattino, camminavo nella notte per andare a girare all’Opera House di San Francisco, e stavo benissimo».

Potrebbe vivere senza lavorare? «Sì ma non per molto, perché amo quello che faccio e più invecchio più scopro che mi piace. Compiendo 40 anni mi sono accorta all’improvviso di essere una di quelle persone che è in giro da tanto tempo. Sono passati 23 anni da Heavenly Creatures, recito da più di metà della mia vita e ne sono orgogliosa. Ho una carriera davvero solida, e so che è inusuale».

 Vincere l’Oscar per The reader è stata la sua gioia più grande? «È stato il momento più glorioso, trionfante, intenso della mia vita. È il premio più importante che ci sia, l’ho vinto e mi sono sentita come mai mi era capitato prima».

Eppure chi la conosce bene giura che lei non corrisponde allo stereotipo della star del cinema. «Semplicemente non vivo così, e la mia vita reale è davvero reale, continuo a ripeterlo perché è vero. Non sono famosa fino a quando non mi ritrovo su un red carpet, o a fare una pubblicità: lì divento una star, all’improvviso».

Tiene molto a che la sua vita privata resti tale, ma davanti alla macchina da presa è disinibita, si è spogliata in ben 12 film. Ha un rapporto sereno con il suo corpo? «Non ho mai usato controfigure, ma non penso che potrò andare avanti così a lungo, dopo tre figli. A 20 anni guardavo il mio corpo in modo poco sano, come tutte le adolescenti. Poi è cresciuta la consapevolezza di doverlo mantenere in forma, e oggi lo vedo come uno strumento che devo preservare in buono stato, perché ho tre ragazzi che hanno bisogno di me».

Cover story di Grazia, n. 4 del 20/1/2016

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Quella volta che Mick Jagger mi ha detto “Quando sei giovane corri molto, invecchiando devi usare l’intelligenza”

15 martedì Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in Miti, Quella volta che, Senza categoria

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Apocalypse Now, Beatles, Bianca Perez Morena, Carla Bruni, Chet Baker, Exile on main street, Francis Ford Coppola, Jarry Hall, Keith Richard, Let’s get lost, Mick Jagger, Stephen Kijak, Stones in Exile, Villefranche-sur- Mer

Certo non siamo qui per parlare di musica. Non mi aspetto nemmeno di scoprire certe verità sulle relazioni clandestine avute con modelle e donne più o meno blasonate di ogni nazionalità (c’è stata persino Carla Bruni, mentre era ancora sposato con Jarry Hall). Né forse mi rivelerà qualcosa di nuovo sulle sregolatezze di un uomo che è sulla cresta dell’onda da 46 anni: Mick Jagger è la leggenda del rock, sarà allenato a dissimulare almeno tanto quanto lo è (tutt’ora) a fare i balzi che fa sul palco durante un concerto con i Rolling Stones. Cosa mi aspetto, allora, dall’incontro con un mito? Di essere in fibrillazione- come sono – e di sentire l’energia che sprigiona dal vivo, di vedere com’è quella faccia così impertinente, quella bocca gigante che ha segnato la storia del rock, a due metri di distanza. Ho appena assistito all’anteprima mondiale del documentario Stones in Exile, di Stephen Kijak, presentato al Festival di Cannes, docu film che racconta gli inizi degli anni Settanta, quando la band ha lasciato l’Inghilterra per problemi di fisco e si è ritirata a Villefranche-sur- Mer, in una villa affitata da Keith Richards. Jagger ha appena attraversato la folla in delirio che lo aspettava da ore sulla Croisette. Indossa un elegante giacca grigia leggermente cangiante su jeans neri scoloriti, camicia bianca e sneakers color argento. Gli occhi brillano come due stelle, di una luce che non accenna a spegnersi. Il viso è scavato, sì, ma tutt’altro che appassito: Mick Jagger è in un certo senso un uomo senza età. Quando parla muove le mani nello stesso modo in cui le agita sul palco mentre canta, e sorride spesso in modo contagioso. Alla faccia della coerenza, decido di partire proprio dalla musica.

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Il cantante Mick Jagger, 72 anni, frontman dei Rolling Stones (courtesy of gds.it)

Il film che ho appena visto racconta del disco registrato nel 1971, Exile on Main Street: il decimo album degli Stones oggi è giudicato leggendario (è uscita in questi giorni la versione rimasterizzata ed è in testa alle classifiche dei dischi più venduti in Inghilterra) , ma all’epoca non era stato tanto compreso… «Al momento della pubblicazione non era stato accolto così male, ma non era stato capito. Il motivo credo fosse che era davvero lungo, quindi ci voleva molto tempo per assorbirlo, e così è stato».

Come si sente una star come lei a riguardarsi in immagini di quarant’anni fa? «Eravamo giovani, belli e stupidi, adesso siamo solo stupidi (ride, ndr). In quel momento Nixon era il presidente, c’era la guerra in Vietman, Eddy Merckx aveva vinto il Tour de France… Ma noi non sapevamo niente di tutto ciò, eravamo chiusi tutto il giorno a suonare».

Ma rivedere lei e i suoi compagni quando eravate praticamente ragazzi che effetto le ha fatto? «È come aprire un album di famiglia, con foto che non vedevi da secoli: dici “che bella”, oppure “che orrore”… Se però lo fai per lavoro devi essere professionale, superiore (ride, ndr)».

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Mick Jagger ai tempi di Exile on main street, nel 1971 (courtesy of Sequenza21.com)

Keith Richards ha detto che nella coppia che formate lei è “rock” e lui “roll”… «Diciamo che io sono “wrote”, e lui roll (la battuta allude al fatto che Mick scrive i testi e Richards è l’uomo degli estremi, ndr)».

A proposito, ma come riuscivate a lavorate con tutto quell’alcool e il fumo di cui non fate mistero anche nel film? «(ride, ndr) Noi ce l’abbiamo fatta benissimo! Non dico che sia una cosa grandiosa, o ideale, ma ci siamo riusciti…».

E come si dura per più di 40 anni? «È come in una partita di calcio. Quando sei giovane e c’è rischio di perdere corri molto, quando invecchi invece devi usare più l’intelligenza… Il lavoro da fare è tantissimo, e allo stesso tempo non si deve perdere la visione d’insieme. Ma soprattutto, mi creda, conta molto la fortuna, essere al momento giusto nel posto giusto».

La leggenda vuole che i Beatles e gli Stones siano sempre stati rivali, ma ho visto che Ringo Starr e Paul McCartney erano nei paraggi della villa in Francia, quando lei e Bianca Perez Morena (modella nicaraguese e prima moglie) vi siete sposati, a confermare che non era vero… Come vi siete sentiti quando i vostri colleghi si sono sciolti? «La cosa ci ha intristito, ma a dire la verità i Beatles non si esibivano dal vivo da anni, mentre noi lo abbiamo sempre fatto, ed è stata la nostra forza».

Infatti Martin Scorsese, che ha girato un altro film su di voi, Shine a light, ha scelto di riprendervi in un live, in un teatro newyorkese. Poi c’è Jean Luc Godard nel 1968 aveva girato One plus one-Sympathy for the devil: chi ha ritratto meglio gli Stones? «Difficile da dire, sono due punti di vista molti diversi e mi piacciono entrambi».

Lei guarda i documentari? «Mi piacciono quelli di Bruce Weber. Ce ne sono di stupendi, come quelli su Chet Baker (Let’s get lost, ndr) o quelli girati su vari set cinematografici».

 Chi è il suo regista preferito? «Amo molto Francis Ford Coppola, Apocalypse Now è uno dei miei film preferiti».

 

Articolo pubblicato su Grazia del 7 giugno 2010

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«Sono l’ultimo cavaliere», parola di Ethan Hawke

09 mercoledì Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Alejandro Amenabar, Amadeus, Attimo fuggente, Boyhood, Clementine, Ethan Hawke, Indiana, James Franco, La sponda dell'utopia, Levon Roan, Malaparte Theater Company, Maya, Michael Stipe, Regression, Richard Linklater, Tom Stoppard, Uma Thurman

AL CINEMA SCEGLIE SEMPRE RUOLI DI UOMINI CHE CERCANO GIUSTIZIA. A TEATRO SCOMMETTE SOLO SULLE OPERE PIU’ RISCHIOSE. E COME PADRE SEPARATO (DA UMA THURMAN) NON SI DA’ TREGUA. ETHAN HAWKE È L’INSTANCABILE GENTILUOMO DI HOLLYWOOD. ORA, PER RACCONTARE SE STESSO AI SUOI FIGLI, HA SCRITTO UNA FAVOLA. CHE PER PROTAGONISTA HA UN EROE, PROPRIO COME LUI

Lo incontro con un asciugamano in mano da cui sbuca uno spazzolino da denti. È appena atterrato dagli Usa, si scusa per gli occhiali da sole che indossa, lo fanno sentire più protetto dopo il lungo viaggio intercontinentale. In completo di velluto a coste e t-shirt, è il ritratto di un uomo che non vive per l’immagine. Eppure Giorgio Armani ha dichiarato che per un biopic sulla sua vita vorrebbe proprio l’attore texano a interpretare se stesso. Si vede che lo sente simile a sé, considerato che Ethan è una specie di vulcano attivo. È attore, regista, produttore, sceneggiatore e scrittore. Non bastasse, è padre di quattro figli, Maya e Levon Roan (17 e 13 anni, avuti dalla ex moglie Uma Thurman) e Clementine e Indiana (7 e 4 anni, nati dalla moglie attuale, Ryan Shawhughens). E proprio pensando a loro ha scritto il terzo libro, Rules for a Knight, pubblicato da poco. A chi lo accusa di essere stakanovista, Hawke risponde che gli piace lavorare. A 22 anni aveva già fondato una compagnia teatrale, la Malaparte Theater Company di New York. E prima, quando di anni ne aveva 18, era nel cast dell’Attimo fuggente. Ora, dopo quarantacinque film e quattro candidature agli Oscar, dal 3 dicembre lo vedremo in Regression, del regista premio Oscar Alejandro Amenabar, nei panni del detective Bruce Kenner. Il regista avrebbe voluto vestirlo in maniera elegante, per rendere il personaggio che interpreta attraente, ma non c’è stato verso: Ethan gli ha risposto che non vuole apparire bello. La storia si svolge nel Minnesota, e l’attore americano indaga sul caso di una donna che accusa il proprio padre di un terribile crimine. Tra perdite di memoria, psicologi specializzati in regressioni e viaggi nella miseria umana, smaschererà un orribile mistero.

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Ethan Hawke, 45 anni, ha più di 40 film all’attivo e quattro candidature agli Oscar.

È stato più volte un agente di polizia, stavolta è un detective. «Il thriller si ispira a una serie di eventi realmente accaduti negli Stati Uniti durante gli anni ’80, in cui la polizia ha lavorato al fianco di psicologi ed esperti di superstizione. Io sono un detective divorziato che soffoca una personalità ossessiva risolvendo un caso dopo l’altro e finisce con l’ossessionarsi».

Cosa ha trovato interessante di questa storia? «L’esplorazione della paura. Il film la analizza da più parti, osserva le motivazioni per le quali vogliamo avere paura, ci piace avere paura, o del perché odiamo questa sensazione. Soprattutto mostra come le nostre paure, se non conosciute, si trasformino nei nostri peggiori incubi».

Lei come combatte le sue, di paure? «Facendo almeno una cosa creativa al giorno. Se non succede considero di aver buttato via una giornata, e la cosa non mi fa sentire per niente bene».

 Il personaggio creativo che le è piaciuto di più, sullo schermo? «È un ruolo difficile da interpretare, basta niente e risulti antipatico, egocentrico o incomprensibile. Direi che Tom Hulce in Amadeus è stato il migliore».

 Ha terminato il suo nuovo libro, in Rules for a Knight, storia di un cavaliere che scrive ai suoi figli prima di andare in battaglia, dando loro dei consigli. «L’ho scritto pensando ai miei ragazzi. Mia moglie Ryan stava leggendo un libro su come è difficile essere un genitore adottivo, ho preso spunto da questo».

Qual è la cosa più difficile di essere genitori divorziati? «I continui paragoni, ti possono devastare. Del tipo “dalla mamma mangiamo gelato tutto il tempo…”, oppure “non vengo da te il prossimo weekend…”. Poi ci sono regole a scuola, regole nella casa della nonna paterna, regole dalla nonna materna, regole dal papà, regole dalla mamma… Nessuno ha quelle giuste, sono solo regole. Così ho iniziato ad analizzarle».

La trovata narrativa è che il cavaliere scrive da un punto di vista di chi teme di non tornare dalla battaglia, e lascia ai figli lezioni di vita sul perdono, l’onestà, il coraggio e via dicendo… «Era il mio modo per dire loro cose importanti, volevo che questo tipo di conversazioni non si perdessero. Essere padre è la gioia più grande della mia vita, è l’unico ruolo che, se fallisco, renderà un fallimento la mia vita».

 Trova il tempo per stare con i ragazzi? «Certo, ma non mi avvicino nemmeno a starci quanto vorrei. Avendoli un weekend sì e uno no, ho sempre da fare, portarli a calcio, alla festa, arriva presto il momento di riportarli dalla madre».

 Cosa le piace fare, tutti insieme? «Dipingere con gli acquerelli e fare musica: mio figlio suona il pianoforte, mia figlia la chitarra e alle più piccole piace molto ballare (ride, ndr)».

Anche lei suona? «La chitarra, ma non canto».

So che per Boyhood, in cui era un padre musicista, si è cimentato… «Volevo che le cose fossero talmente vere che ha scritto una canzone per mio figlio e una per mia moglie».

Per Brecht, in teatro, non cantava davvero? «Ho mentito… Quando dico che non canto intendo dire che non mi piace come canto, ma per Brecht l’ho fatto. Come nel caso di Shakespeare, che era un musical».

Va fiero di tutto quello che fa? «Più cresco più divento umile. Se avessi letto Moby Dick o Anna Karenina prima di pubblicare L’amore giovane, non credo che avrei mai fatto uscire quel libro! Ma sono un uomo molto fortunato, ho un buon lavoro e non devo scrivere per denaro, cosa che mi fa sentire libero. Intanto vorrei anche girare qualche film commerciale in cui faccio il fratello di Brad Pitt!».

Tempo fa ha dichiarato che i “pop corn” film la fanno stare male. «Identità violate (con Angelina Jolie, ndr) è stato il primo film che ho fatto che non parlava di niente, e non mi è piaciuto. Ci sono troppe cose così in giro, trovo molto più divertente e difficile cercare di offrire un intrattenimento che non sia una perdita di tempo».

L’attore americano a 18 anni, nell’Attimo fuggente.

L’hanno accusata di essere pretenzioso, come fanno col suo collega James Franco. Lei si è difeso bene… «È una vita che me lo dicono, io incoraggio i giovani ad esserlo a mia volta, in un certo senso. Perché se hai il senso dell’umorismo, puoi ispirare gli altri. Ho sempre amato dirigere, ho fondato una compagnia teatrale che avevo 20 anni, è stata la grande gioia della mia vita. E poi se devi avere una seconda carriera, nella vita, meglio aver fatto altre esperienze».

In tempi di crisi si preoccupa anche lei pensando che non la chiameranno per il prossimo film? «È così per tutti gli attori. Il mio primo amore è il teatro, ma se penso a che fatica è stata La sponda dell’utopia, di Tom Stoppard (negli Usa ha vinto il maggior numero di Oscar teatrali mai assegnati, ndr), una trilogia in cui ogni parte dura tre ore, e al fatto che mi ci è voluto un anno per metterle insieme, le dico che il teatro è rischioso perché non ci paghi le bollette. Quando hai quattro figli inizi a capire perché alcuni colleghi accettano Spiderman, serve a pagare scuole private e college».

Quando trova il tempo per dormire? «Fare film ti consuma, ma solo per sei settimane. Non capisco molti colleghi che diventano matti dicendo che non abbiamo abbastanza tempo. Io cerco di riempire la mia vita con progetti che mi facciano essere più lucido su quali lavori scegliere come attore».

Ha trent’anni di carriera alle spalle, oggi come vede i suoi inizi? «Credo che il fatto di non sentire che è passato molto tempo appartenga alle persone più anziane, in generale. Se va da un ventenne e gli chiede degli anni Novanta, gli sembreranno lontanissimi. A me sembra ieri quando sono andato al Festival di Berlino con Prima dell’alba. Era il 1994, c’erano Richard Linklater (il regista con cui Hawke ha girato molti film, tra cui Boyhood, ndr), Douglas Coupland con il suo nuovo libro, Generazione Shampoo. Abbiamo lasciato il festival di nascosto per andare a un concerto dei R.E.M. a Barcellona, e dopo il concerto abbiamo passato la serata con Michael Stipe… Mi sembrano cose successe quindici minuti fa».

Cosa l’ha fatta arrivare fin qui? «La voce del mio allenatore di football che parla sempre nella mia testa, “Duecento per cento, Hawke! Sforzi ordinari, risultati ordinari!”. È stato lui a consigliarmi di non lasciare la squadra quando mi hanno preso per il mio primo film, a 12 anni. Ora che ci penso forse devo a lui se sono cresciuto facendo più cose insieme…».

Intervista pubblicata di Grazia del 2 dicembre 2015, n. 49

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

Alison Balsom, la trombettista più bella del mondo

08 martedì Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in Musica

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Tag

Alison Balsom, Classic BRIT Awards, Cristiana Allievi, Dizzy Gillespie, Edward Gardner, Grazia, Haydn, Musica

Il tipo di viso e il biondo miele della chioma farebbero pensare a una svedese. Ma sono nel salotto di casa dell’inglesissima Alison Balsom, luminosa e stracolma di libri alle pareti. Lei, che viene da Cambridge, mi racconta di appartenere a una famiglia inglese da centinaia di anni. Fin qui tutto normale. Ma il resto è mitico, se si pensa che la Balsom è la trombettista più famosa del mondo, per almeno tre motivi. Primo, suona uno strumento poco familiare tra le donne. Secondo, è stupenda, e terzo, è molto molto brava (e fino a pochissimo tempo fa era in coppia con Edward Gardner, il quotatissimo giovane direttore d’orchestra inglese con la faccia da eterno ragazzino: la cosa non guastava affatto). Alison ha una predilezione per Haydn, a sette anni aveva già “la fortuna di suonare”, e la sua è una carriera straordinaria, che dal Conservatorio di Parigi l’ha piazzata subito nell’olimpo dei migliori trombettisti del mondo. Il 12 maggio prossimo, c’è da scommetterci, sarà incoronata artista dell’anno ai Classic BRIT Awards 2011, alla Royal Albert Hall di Londra, e sarebbe la seconda volta che succede. L’abito che indosserà? È di uno stilista italiano, e non è un caso…

Alison Balsom

 

Partiamo dallo strumento che suona, scelta inusuale per una donna. «È stato amore a prima vista, mi sono innamorata del suono della tromba a sette anni, e anche del suo silenzio. Mi è sembrato da subito uno strumento molto naturale da suonare».

 Ma come lo ha scoperto? «Mia madre aveva in casa una videocassetta di , una folgorazione. Ma ci sono altri fattori credo, per esempio il fatto che alle scuole elementari sia stata fortunatissima, suonavo già suonare vari strumenti, tra cui la tromba».

 Il 12 maggio molto probabilmente riceverà un premio come miglior artista classica dell’anno, sarebbe la seconda volta. «Sarebbe come se fosse la prima, però! E poi questa volta c’è un ingrediente speciale: suonerò in diretta sul canale più popolare del Regno Unito, Itv. Credo che anche gli spettatori meno attenti potranno capire molte cose sul mio strumento, quella sera, e l’idea mi rende felice».

 Guardando le cover dei suoi cd si capisce molto bene una cosa: il suo amore per la moda. Come lo coniuga  al “severo” look dei musicisti classici? «Sono entrambe mie passioni, la moda e la musica classica. Per quanto riguarda la musica, io non suono tutto ma solo quello che amo, e cerco di dare il meglio, di stare sempre a un livello altissimo. Dall’altra parte c’è il mio lato glamour, l’amore per i vestiti, e non mischio le sue cose, in genere. Ma quando si tratta di una cover è difficile separare…».

 Ho visto delle sue foto alla sfilata di Armani di qualche mese fa, e so che lui era a un suo concerto: come vi siete incontrati?«Avevo un concetto a Milano, durante la settimana della moda, la stampa da voi ne ha parlato molto. Credo che il suo staff abbia scoperto che ero in città, e mi hanno invitata a scegliere un abito».

 Quindi? «Ci siamo incontrati pochi minuti prima della sfilata, c’era tensione! Le modelle erano agli ultimi ritocchi, Armani mi ha detto “vai ad accomodarti, stiamo per iniziare…”. Ero in prima fila, e mi sentivo molto a disagio…».

 Per le star che aveva intorno? «No, perché avevo un abito cortissimo (ride, ndr)! La prima fila è molto in mostra, per fortuna ero seduta accanto a un bellissimo attore inglese, Luke Evans (uno dei protagonisti di Tamara Drewe, di Stephen Frears, ndr), ci siamo molto divertiti e dopo la sfilata sono andata dritta al mio concerto. Credo che Armani sarà presente anche alla serata dei Brit’s Awards a Londra».

 Ho visto una foto, in rete, in cui indossava skinny jeans e pullover, in total black: il look da rockstar è uno strappo alla regola, in una concert hall… «Sicuramente si trattava delle prove (ride divertita, ndr). Ma mi fa piacere l’idea, portare un po’ di rock nel mondo classico, credo sia necessario. Se non suoni bene è meglio che lasci perdere, ma se suoni bene, perché non aggiungere bollicine frizzanti?».

 A proposito di frizzante, come si allena per suonare uno strumento così fisico? «Direi che il mio lavoro è più simile a quello di una danzatrice che a quello di una sportiva. Ha molto a che fare con il comprendere il respiro, è quello l’elemento che fa andare tutto al posto giusto. Poi si tratta di fare molte scale…».

 A quali scale si riferisce? «A quelle musicali! Ma faccio anche yoga, una volta nuotavo e correvo, mi faceva molto bene farlo il giorno del concerto. Ma ora ho un figlio, che oggi ha un anno, e visto che lavoro da quando aveva 10 giorni, le cose sono un po’ cambiate! Quello che mi tiene in forma è lavorare moltissimo, viaggiare e suonare tre soli a sera, non è uno scherzo, mi creda».

 Quanti concerti fa, all’anno? «Un centinaio, e se aggiunge i viaggi, le prove e le incisioni di dischi, ho molto poco tempo libero».

Pochi giorni fa sui tabloid inglesi si è parlato della sua separazione dal direttore d’orchestra Edward Gardner. Facevate una coppia bellissima e super glamour… «Ci siamo separati a Capodanno, ma la notizia è uscita adesso. Oggi sono una madre lavoratrice single e sono serena. Mi piace suonare, sento di poter continuare a farlo bene. Non ho nuovo compagno, ma al momento mi sento proprio bene così come sono…».

 

Allison balsom concerto

Articolo pubblicato su Grazia del 2011

© Riproduzione riservata

 

 

Slava Fetisov, “cattivo” maestro

06 domenica Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti, Sport

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Tag

asteroide 8806, CCCP player of the year, cinema, Cristiana Allievi, Festival di Cannes, Gabe Polski, Guerra fredda, hockey team, Icon, KGB, Panorama, Red Army, Slava Fetisov, Viktor Tikhnonov

190 centimetri di altezza, una stazza corporea considerevole. Capitano della nazionale di hockey russa per nove stagioni, due volte CCCP Player of the year, due medaglie d’oro alle Olimpiadi e sette ori ai campionati del Mondo fanno di lui uno degli atleti più forti di tutti i tempi. Ma i titoli sportivi impallidiscono, di fronte alla grandezza umana. Perché prima di diventare Ministro dello Sport di Putin, Vjačeslav Aleksandrovič, detto Slava, Fetisov, ha combattuto e vinto per la libertà delle generazioni a venire. È successo quando, a un certo punto della carriera, ha chiesto il passaporto per giocare negli Usa e, da eroe nazionale, in un istante si è trasformato in nemico politico. Alla fine di una lunga battaglia è riuscito a spuntarla. Lo incontro in un hotel della costa Azzurra dov’è venuto a presentare il docu film del candidato agli Oscar Gabe Polski, Red Army (sugli schermi Usa da gennaio 2015 e prossimamente in Italia). Questi 76 applauditissimi minuti all’anteprima mondiale dell’ultimo festival di Cannes raccontano quarant’anni di storia attraverso la sua vita, quella della Red Army – uno dei più grandi hockey team della storia- l’ex Urss di Gorbaciov, le Olimpiadi, le vittorie dei russi, in un misto di vertigine sportiva e interviste dei giorni nostri. Tanto sono frenetiche le splendide immagini di repertorio delle prime sfide Usa-Urss in piena guerra Fredda, tanto è placida la calma di Fetisov quando parla, con parole che pesano.

Nhl Fetisov

Fetisov alle Olimpiadi del 1980 con la maglia dell’Unione Sovietica.

«Mi chiede se mi pento degli anni spesi in allenamenti massacranti? Quando sei giovane e ambizioso, e vieni dai bassifondi della società, non te ne frega un cazzo di vivere in un camp per 11 mesi all’anno, non hai niente da perdere. I miei amici oggi sono tutti nella tomba, caduti sotto i colpi delle droghe e dell’alcool, io ho sempre voluto essere un bravo studente, mi sono allenato e non sono mai andato in conflitto col sistema, che in cambio mi dava la libertà». A giudicare dall’allenatore della Red Army, Viktor Tikhnonov, un vero dittatore che poi si è scoperto anche essere membro del Kgb, c’è da chiedersi di quale libertà parli. Del resto l’hockey era un affare di stato, uno strumento di propaganda attraverso cui, vittoria dopo vittoria, il governo dimostrava la superiorità del sistema sovietico sul resto del mondo: i suoi atleti ne erano l’arma micidiale. Li portavano a giocare negli Usa e gli toglievano il passaporto per non far venir voglia di scappare, alla vista di quei colleghi a stelle e strisce che indossavano moderni jeans e guadagnavano un sacco di soldi. «Non li invidiavo, ero felice, sul ghiaccio mi sentivo libero e non pensavo alla politica. A 21 anni ero già famoso nel mio paese, avevo un appartamento e ho sempre potuto scegliere la donna che volevo». Ma a metà degli anni Ottanta l’idealismo in Russia inizia a crollare e l’economia a stagnare. Arriva il vento dell’Occidente e con esso la proposta di trasferirsi, ma glielo impediscono. «Avevo firmato il contratto in Europa, il management americano avrebbe potuto “rapirmi”, ma io non volevo lasciare il mio paese fuggendo di nascosto. È stato un inferno, mi hanno messo sotto una pressione enorme: da campione ero diventato nemico della patria. Mi hanno sbattuto in prigione, picchiato, colpito a fuoco (silenzio, ndr), la sensazione era che mi potesse succedere di tutto». Ma alla fine ha vinto lui. Arrivato negli Usa, però, le cose non sono andate come previsto. «Mi odiavano, mi vedevano come comunista, uno che era lì per soldi da spedire a Mosca. Solo quando un amico di una grande famiglia americana mi ha chiesto di fare da padrino ai suoi figli le cose sono cambiate: ho iniziato a sentirmi accettato, ho vinto 3 Stanley Cup, mi hanno messo nella Hall of Fame e offerto un lavoro da coach». Ma Putin, nel frattempo succeduto a Gorbaciov, aveva altri progetti. Gli offre una squadra molto più grande e maggiori responsabilità, oltre a una casa di 1000 metri quadrati, con piscina e campi da tennis, e la libertà di scegliersi lo stipendio: è così che Fetisov torna in Russia, nel 2001, e diventa suo ministro dello Sport. «Ho trovato un disastro, non c’erano nè rispetto nè un governo, solo rovine. Anche nello sport c’erano ladri e nessuno riusciva a opporsi. Ho ideato un programma e la gente si è fidata, perché ho un nome che non è in vendita e che non posso spendere per cause sbagliate». Forma il team che nel 2014 avrebbe portato i Giochi olimpici a Sochi, da il via a un programma di facilitazioni per lo sport – mai esistito nell’Unione sovietica- che porta a costruire 300 campi di pattinaggio consentendo ai giovani di allenarsi in tutto il paese. Costituisce la League, in cui sonoimpegnate 30 squadre da 9 paesi, e supporta vecchie glorie dello sport: assicura a chiunque abbia vinto una medaglia olimpica 1000 dollari di pensione. Lasciato l’incarico da ministro dello sport dopo sette anni, oggi è senatore del Parlamento e lavora su questioni sociali, toglie i bambini dalla strada, dall’alcol e dalla droga e insegna loro i valori dello sport. Rimpianti? «In 12 anni di questo lavoro ho capito due cose: che la politica mi prende più di quello che mi da, e che la gente normale, come me, ottiene più fiducia dalle persone di chi sceglie questo mestiere come carriera, a caccia di potere, soldi e successo». L’asteroide 8806 è stato ribattezzato col suo nome, ci sembra il minimo che la sua fama sia finita sino in cielo. Un’altra, meritata, vittoria per un capitano fuori dall’ordinario.

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Slava Fetisov con la giornalista Cristiana Allievi

Novembre 2014 Panorama Icon © Riproduzione Riservata 

 

 

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