
L’attore produttore e regista Jason Momoa, 39 anni, con la moglie Lisa Bonet, 49 anni.
«Al liceo ho studiato biologia marina, sono molto collegato al mare e so per esperienza che nella vita certi cerchi vanno chiusi». Ha una voce molto suadente, Jason Momoa, quando racconta il suo legame speciale con gli oceani. Lui è una montagna d’uomo con molti segni particolari, a cominciare dalla cicatrice sul sopracciglio sinistro e dall’abitudine di viaggiare sempre con cinque chitarre al seguito. Non vuole tagliarsi i capelli, lunghi e scoloriti dal sole della California, nemmeno per motivi di copione. Ambientalista, vive nella sua proprietà a Topanga Canyon, California, con la moglie Lisa Bonet e i loro due bambini, con cui appare spesso impegnato in ogni genere di sport sul suo profilo Instagram. Per il ruolo della svolta, quello di Khal Drogo in il Trono di spade, si è addirittura scatenato in una danza Maori davanti ai produttori. Il suo film preferito però è Lo scafandro e la farfalla, di Julian Schnabel che, guarda caso, è anche un pittore, come suo padre. Poi c’è l’acqua, una specie di destino.
Nato alle Hawaii 37 anni fa da madre americana e padre hawaiano, faceva il modello quando gli hanno dato una parte nella serie tv Baywatch. Dopo una piccola presenza in Batman v Superman nei panni di Aquaman (ed essere stato lo stesso personaggio in Justice League) ora è di nuovo l’eroe mezzo uomo e mezzo atlantideo della DC Comics, ma stavolta da vero protagonista. Aquaman, uscito l’1 gennaio, è il primo film che si regge sulle sue spalle, dopo 17 anni di carriera. «Non ho dovuto fare molta strada per trovarlo, ho un Aquaman dentro di me. È un solitario, nasconde la tristezza dietro la rabbia e ha un senso dell’umorismo unico, che però non gli consente di aprirsi agli altri. Non conosce ancora i propri poteri ma è destinato a diventare re, quindi deve tornare in contatto con se stesso».
Un hawaiano cresciuto in Iowa, si è sentito un diverso, escluso? «Adoro il Midwest ma non c’entrava niente con me, da bambino hawaiano ero completamente disorientato. Poi però sono tornato alle Hawaii e mi sono sentito un emarginato anche lì. Conosco la solitudine, il feeling di non appartenere a nessun luogo».
Figlio di genitori separati da migliaia di chilometri, l’ha cresciuta sua madre: come ha influito su di lei? «È una fotografa, una donna molto artistica che mi ha insegnato a essere in contatto con le mie emozioni. Se sono capace di esprimermi lo devo a lei e a mia nonna, che viveva con noi. Essere forgiato da donne è stato un bene, soprattutto per quelle che sarebbero entrate dopo nella mia vita, mia moglie Lisa e mia figlia Lola Iolani».
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Intervista esclusiva pubblicata sul numero di GQ di Gennaio 2019
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«Sono nata agli inizi degli anni Settanta, mia madre ha divorziato da mio padre quando avevo 10 anni. Ricordo che per lei è stata molto dura vivere in un periodo e in un paese che l’hanno fatta sentire in colpa, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato». Le coincidenze non esistono, e si scopre subito. Marina del Tavira è l’interprete di una storia di famiglia ambientata nel 1971, nella colonia messicana di Roma, da cui prende nome il film che è il racconto più personale mai portato su uno schermo dal regista premio Oscar Alfonso Cuaron. Con la meraviglia del suo bianco e nero, l’accuratezza della storia e il crescendo emotivo in cui coinvolge lo spettatore, gli è valso il Leone D’oro all’ultimo festival di Venezia, e sarà dal 14 dicembre su Netflix e in molte sale italiane. Subito dopo averci portato nello spazio epico di Gravity, ma pensando a questa storia già da 15 anni, Cuaron ripercorre le vicende della sua vera famiglia che lotta per restare unita e ha la straordinaria abilità di trasformarla nella metafora della transizione di una nazione intera, il Messico. Quindi mentre fra le mura domestiche una madre è distrutta per i tradimenti e l’abbandono del marito, con quattro figli da tirare su, fuori dalla porta ci sono le dimostrazioni studentesche a favore della democrazia che culminano nel massacro del Corpus Christi, con un gruppo di paramilitari supportati dal governo che ammazza 120 dimostranti. Cuaron è tornato nella sua vera casa, dopo trent’anni, ha messo insieme una troupe esclusivamente messicana e fatto casting per la strada per trovare i suoi attori. Fra cui c’è Yalitza Aparicio, Cleo nel film, la domestica che lo ha davvero cresciuto nel quartiere borghese (quello del titolo del film) e che risulta essere la forza che ha tenuto insieme la sua famiglia e sostenuto la madre Sofia. «Non importa quello che ti dicono, siamo sempre sole», è la frase centrale e forse la più rappresentativa di questa storia al femminile, e a pronunciarla è la madre Sofia, rivolta alla domestica Cleo. «Sapevo che il mio personaggio era molto personale per Alfonso, trattandosi di sua madre e della loro vera vita di famiglia», racconta in un hotel sul lungomare del Lido di Venezia. Vestita con un abito di tulle scuro, è minuta e bella.

