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Francois Ozon: «Negli anni ’80 eravamo più innocenti»

04 venerdì Giu 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, giornalismo, Letteratura, Musica, Personaggi

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Aidan Chambers, Anni Ottanta, Cannes 2021, Estate 85, Everything went fine, Francois Ozon, Il sole 24 Ore, Il tempo delle mele, interviste illuminanti

Il regista in sala con “Estate 85” al prossimo festival di Cannes sarà in Concorso con “Everything went fine”

di Cristiana Allievi

Benjamin Voisin, Félix Lefebvre Estate ’85 (©2020_M…PE PICTURES)

Al prossimo festival di Cannes sarà in Concorso con “Everything went fine”, dal lui scritto e diretto e basato sull’omonimo romanzo di Emmanuèle Bernheim. Mentre aspettiamo di vedere quel racconto di una figlia che si ritrova davanti alla richiesta del padre di aiutarlo a porre fine alla propria vita, oggi esce nelle sale un’altra opera scritta e diretta dal cineasta francese Francois Ozon, “Estate 85”. Quello che avrebbe voluto fosse il suo primo film, e che invece è diventato il diciannovesimo.

Da sempre attento alla sessualità, a 17 anni Ozon si è invaghito del romanzo “Danza sulla mia tomba”, di Aidan Chambers, storia (per molti versi autobiografica) fra due adolescenti dello stesso sesso. Una storia che finisce male, e si capisce dalla prime scene. Siamo negli anni Ottanta in Normandia e Alexis (Félix Lefebvre) fa un giro su una barchetta a vela. Ma scuffia, e viene raccolto in acqua da David (Benjamin Voisin), che lo riporta a terra e non lo lascia più andare. La distanza sociale fra i due è chiara, eppure insieme stanno bene, tanto che Alexis rinuncia alle aspirazioni da scrittore e sceglie di lavorare per l’amico e la di lui madre (Valeria Bruni Tedeschi).

Scoppia una passione incontenibile, finché arriva Kate (Philippine Velge) a sparigliare le carte. La scrittura avrà la funzione di far uscire uno dei due ragazzi da un grosso trauma. Il film è nelle sale da oggi distribuito da Academy two, ed è marcato Cannes 2020.

A raccontare questa immersione nell’amore e negli anni Ottanta è il regista stesso.

(continua…)

L’intervista a Francois Ozon per Il Sole 24 Ore

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Into the Leto (Jared)

16 venerdì Apr 2021

Posted by Cristiana Allievi in cinema, giornalismo, Moda & cinema, Personaggi

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30 seconds to Mars, Blade Runner 2049, Denzel Washington, Fino all'ultimo indizio, House of Gucci, interviste illuminanti, Jared Leto, Rami Malek, Warner Bros, WeCrashed

HA VISSUTO PER GIORNI ISOLATO DAL MONDO. UNA VOLTA TORNATO JARED LETO HA SCOPERTO UN ALTRO TALENTO (OLTRE A QUELLO DI ATTOR EE MUSICISTA). BASTARE A SE STESSO

DI Cristiana Allievi

L’attore e musicista Jared Leto è protagonista del film Fino all’ultimo indizio (Amazon Prime video), poi lo vedremo in WeCrashed e House of Gucci.

Vi è mai capitato di lasciare casa vostra per dodici giorni, ritirarvi in un luogo sperduto e tornare trovando un mondo che è andato per aria? A Jared Leto è successo e lo racconta con nonchalance. «Ho deciso di fare un ritiro di silenzio in un momento in cui in tutta l’America si contavano 126 casi: non si sapeva che eravamo all’inizio di una pandemia. Mi sono ritirato nel deserto, senza né internet né telefono. Quando sono tornato sono rimasto scioccato: il mondo era in uno stato di caos ed emergenza totali». Sembra la trama di uno dei suoi film, visto che ha sempre interpretato personaggi ai confini della realtà, psicopatici, disagiati, mutilati o sfigurati. E nel nuovo thriller anni Novanta che John Lee Hancock aveva scritto 30 anni fa e dimenticato in un cassetto, non è diverso. In Fino all’ultimo indizio un sergente di polizia (Rami Malek)  chiede a un vicesceriffo (Denzel Washington) di sostenerlo con il proprio intuito nella caccia a un serial killer, interpretato da Leto (il film è già disponibile in digitale per l’acquisto e il noleggio premium: su Amazon Prime Video, Apple Tv, Sky Primafila e Infinity). Si fatica a riconoscerlo con gli occhi marroni e la camminata un po’ meccanica, nei panni di Sparma. «È un personaggio sarcastico e ironico, diverso dai serial killer canonici. Per me è addirittura adorabile», racconta.

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su D La Repubblica del 10 aprile 2021

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Gal Gadot, «C’è una super donna in ognuna di noi».

15 lunedì Feb 2021

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, giornalismo, Personaggi

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Attrici, Cleopatra, Diana, Fast and Furious, Gal Gadot, Grazia Italia, icona, interviste illuminanti, red carpet, Star, women power, Wonder Woman

di Cristiana Allievi

Intervista a Gal Gadot, di nuovo nei panni di Wonder Woman in Wonder Woman 1984.
L’attrice israeliana Gal Gadot, 35 anni (photo courtesy Grazia Cina).

SI E’ ADDESTRATA NELL’ESERCITO. HA FATTO LA MODELLA. E’ DIVENTATA LA PRIMA SUPEREROINA A SBANCARE IL BOTTEGHINO. ORA GAL GADOT TORNA A INTERPRETARE WONDER WOMAN. «CON IL MIO PERSONAGGIO VOGLIO ISPIRARE LE RAGAZZE A TROVAE LA VERA FORZA», RACCONTA

Quando l’hanno vista al cinema, le donne di tutto il mondo hanno pianto nell’ammirarne le doti. I social sono impazziti e tutti volevano salvare il mondo, come faceva lei. A tre anni di distanza, eccola nel seguito del film che allora aveva sbancato il botteghino incassando 822 milioni di dollari, Wonder Woman 1984. Nel doppio ruolo di attrice e  produttrice, cavalca fulmini, indossa ali dorate, insegue il suo sogno e ci restituisce una versione di eroina e donna poco patinata e molto concreta, un po’ come sembra essere lei (il film è disponibile in digitale per l’acquisto e e il noleggio premium su Amazon Prima Apple tv, Sky, Primafila e Infinity). La storia vede l’archeologa eroina Diana Prince alle prese con un uomo d’affari (Pedro Pascal) che acquisisce il potere di dare alla gente tutto ciò che desidera, prendendo in cambio i talenti di ognuno. Se la trama del film non ha convinto del tutto i critici, a Hollywood hanno capito al volo che funziona: presto sarà l’affascinante femme fatale Linnet Ridgeway Doyle di Assassinio sul Nilo, poi Hedy Lamarr, l’attrice hollywoodiana che nella vita ha fatto anche la scienziata con tanto di brevetti. Poi sarà la volta di Cleopatra, la più celebre regina d’Egitto, e a dirigerla sarà la stessa Patty Jenkin che ce l’ha mostrata nelle vesti della prima eroina femminile della DC comics. Le polemiche si sono già rincorse in rete, essendo Cleopatra greca e berbera, mentre Gal è israeliana, di origini europee. Trentacinque anni, ebrea cresciuta in una cittadina nel centro d’Israele simile alla California, con un padre ingegnere e una madre insegnante di educazione fisica, Gal avrebbe voluto frequentare l’Università e diventare avvocato. Un po’ come da ragazza preferì lavorare in un fast food piuttosto che fare la modella, come le era stato chiesto. Ma nel 2004 è diventata Miss Israele, e poco dopo Hollywood l’ha scelta  come sensuale esperta di armi in Fast and Furious, così la rotta della sua vita è cambiata. Oggi vive fra Telaviv e Los Angeles con il marito, il businessman Yaron Varsano,  e le loro due figlie, Alma e Maya, 8 e 3 anni. Nel nostro collegamento Zoom è di una bellezza che toglie il fiato. «Le riprese di Wonder Woman sono durate otto mesi, è stato così stancante che fare squadra fra di noi sul set ha fatto la differenza. Non sa quante volte qualcuno riusciva a tornare a farmi ridere, dopo che ero scoppiata a piangere».

Cosa rappresenta per lei questa eroina che è nata dalla penna dello psicologo William Moulton Marston, che 75 anni fa ha voluto dare un modello alle donne, fra tanti super eroi maschili? «È una persona ottimista, positiva, coraggiosa, rappresenta il lato migliore di noi stessi. È il perfetto esempio di come dovremo comportarci, ricordandoci che così facendo creiamo un mondo migliore.  Non credo esista qualcuno che desideri davvero la guerra o che propri figli si arruolino in un esercito, tutto ciò che gli esseri umani vogliono è vivere bene su questo pianeta. Cerco di potenziare questi messaggi, con il mio lavoro».

Che viaggio compie Diana, da dove l’avevamo lasciata nel primo episodio?  «Lì aveva imparato a conoscere i propri poteri e la propria forza, ed era diventata Wonder Woman. Ma lì avevamo visto solo la nascita di un’eroina, mancava la parte che spiegasse chi era. Riflettendo su quello che stava accadendo nel mondo, la regista si è chiesta cosa avrebbe fatto dopo. Quindi adesso la vediamo molto più matura e immersa nella complessità del genere umano. È anche molto sola, ha perso tutti gli elementi del suo team e non vuole farsi nuovi amici perché scoprirebbero che lei non invecchia mai, oltre al fatto che loro morirebbero e lei dovrebbe ogni volta lasciarli andare. Per questo si isola dal mondo e conduce un’esistenza molto solitaria, con l’unico scopo di aiutare il genere umano».

La scena d’apertura del film è grandiosa: una specie di gara fra atlete Amazzoni in cui si capisce chi è la bambina che da grande sarà la guerriera Diana Prince. «Mi ha molto emozionata. Per la prima volta non ho sentito che era Gal l’attrice,  quella che stavo guardando sullo schermo: mi sembrava di avere nove anni e di guardare un’altra bambina della mia età. Una reazione che mi ha toccata».

Com’è stato tuffarsi nei scintillanti anni Ottanta? «È stato interessante essere una donna adulta che si confronta con gli eccessi di un mondo maschilista che puntava tutto sul possedere e sul successo. Vediamo un genere umano all’apice del suo successo o, per meglio dire, dei suoi eccessi. Visivamente quel decennio è pieno di stimoli, sia visivi sia musicali».

Come ci si trasforma in una semi dea, che in quanto a poteri non è seconda a nessuno? «Ho dovuto convincere me stessa di avere tutti questi poteri incredibili, ma soprattutto ricordare di avere un cuore e di essere umana.  Empatia, compassione e vulnerabilità sono le tre parole che mi hanno davvero aiutata a incarnare una donna accessibile, in cui altre donne possono riconoscersi».

Il messaggio che manda alle  giovanissime potente: è come se dicesse “la forza per guidare la propria vita è dentro di voi”. Chi le ha dato questo messaggio, da ragazza? «Non ho avuto la fortuna  di vedere tutti questi personaggi femminili forti, al cinema. Ma osservando l’effetto che fanno alle mie figlie, oltre che ai maschi di età diverse, mi sento grata di aver avuto l’opportunità di essere Diana. Credo che quando guardi icone come lei, in un film, credi di poter essere anche tu un po’ così, e questa è un’esperienza che può trasformarti. I film sui supereroi hanno molto potere, in questo senso».

(continua…)

L’intervista integrale è pubblicata su Grazia dell’11/2/2021

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Soko, finalmente consapevole di sorprendere (ancora)

03 mercoledì Feb 2021

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, giornalismo, Musica, Personaggi

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A Good Man, cinema, Cristiana Allievi, D La repubblica, giornalista, interviste illuminanti, Soko, The dancer

di Cristiana Allievi

L’attrice e cantante francese Soko, 30 anni (courtesy http://www.amyharrity.com)

Dall’altra parte del monitor la luce è abbagliante. A Los Angeles una donna si raccoglie i capelli dietro la nuca. Sorride, scherza, ammicca. Nella stanza accanto un bimbo si è appena addormentato, e quando si risveglierà lei esisterà solo per lui e per il loro momento di gioco insieme. Una normale scena famigliare, non fosse che dall’altra parte dell’Oceano c’è Soko, al secolo Stéphanie Sokolinski, l’artista che fino a una manciata di anni fa era nota per due motivi: essere la ex fiamma di Kristen Stewart e la musa di Gucci. Lo scenario, oggi,, sole californiano incluso, è molto cambiato per la polistrumentista, cantautrice e attrice nata a Bordeaux, ma di origini polacche. Si è lasciata alle spalle una vita con la valigia in mano e una serie di relazioni instabili, e ha ceduto al richiamo ancestrale di diventare mamma di  Indigo Blue (“abbiamo scelto il nome dalla canzone dei The Clean”), partorito due anni fa, che sta crescendo con la compagna Stella. “Sono in un relazione con una donna del mio sesso, e ho un bambino, sì, è possibile”, dice con un tono serio ma con un sorriso. Con il suo curriculum esistenziale, era perfetta per A good man, il film diretto da Marie-Castille Mention-Schaar in cui interpreta Aude, una donna che ama Benjamin, un transessuale (interpretato magnificamente da Noémie Merlant, la star di Ritratto di una donna in fiamme) e che non può avere bambini. Sarà proprio Benjamin a sacrificarsi per la coppia,  non avendo ancora completato la transizione a uomo. Basato su una storia vera, il film uscirà nelle sale francesi il 3 marzo (da noi prossimamente) mostra molto non detto sulle conseguenze psicologiche delle scelte della coppia, per esempio quando uno dei due rinuncia alla carriera per stare con l’altro. «Per la maggior parte della mia vita sono stata al posto di Ben, nelle relazioni», racconta. «Ho sempre vissuto correndo e ho preso grandi decisioni di vita dicendo ai miei partner  “io faccio questo, vuoi farne parte?”. Mi hanno seguita sui set, in tour o in qualsiasi cosa avessi già programmato, e lo hanno fatto a costo di grandi sacrifici. Ho sempre voluto lavorare su questo aspetto, riuscendo a far sentire l’altra persona speciale, e soprattutto ascoltata».

Nel 2006 il nome di Soko era balzato alle cronache per aver registrato I’ll Kill Her con un telefonino e avere spopolato su Myspace. E come si conviene a una donna che vive(va) di contrasti, da attrice ha attirato l’attenzione nei panni di una donna dell’Ottocento,  Augustine, la prima paziente “isterica” dalla storia della medicina.  Mentre è stato Io danzerò a regalare la fama internazionale, con la sua straordinaria rappresentazione di Loïe Fuller nel film basato sul romanzo di Giovanni Lista. L’anno dopo quel successo si è rinchiusa a scrivere le proprie storie. Il risultato è stato un terzo disco, Feel Feelings, uscito lo scorso luglio, con un video del singolo Are You a Magician? diretto dall’amica di lunga data Gia Coppola, nipote di Francis Ford. Un disco che celebra l’amore, naturalmente di ogni tipo, e che sembra frutto anche di una nuova consapevolezza. Arriva forte e chiara dai suoi ragionamenti. «Pensa che la maternità mi abbia cambiata?», sdrammatizza.

(continua…)

L’intervista integrale su D la Repubblica, 30/1/2021

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George Clooney, «Prendo sul serio il lavoro, non me stesso».

23 mercoledì Dic 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, giornalismo, Miti, Netflix, Personaggi

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Cristiana Allievi, Donna Moderna, George Cooney, Hollywood, interviste illuminanti, The midnight Sky

di Cristiana Allievi

È stato appena eletto, per il secondo anno consecutivo, attore più sexy del mondo. Dirige e interpreta un kolossal ambientato nello spazio. Ma con noi ha rievocato gli anni in cui doveva lottare per un ruolo. E i fiaschi che si sono alternati ai successi. Come quella volta in
cui gli dissero di cantare…

THE MIDNIGHT SKY (2020) George Clooney as Augustine and Caoilinn Springall as Iris. Philippe Antonello/NETFLIX

È sorridente, abbronzato. E come spesso accade, in vena di scherzare. «Questa conversazione è la mia prima uscita dal lockdown, una specie», esordisce dalla sua casa di Los Angeles. Subito dopo aggiunge «sento mia suocera parlare nell’altra stanza…». Quasi una battuta a far dimenticare le voci di crisi del suo matrimonio con Amal.  L’attore nato nel Kentucky 59 anni fa e diventato famoso grazie al pediatra Ross di E.R. e a una vita da single impenitente, oggi ha due gemelli, Ella e Alexander, che riposano nella stanza accanto, non lontani dalle due prestigiose statuette vinte agli Oscar. Oggi la sua è una carriera densa di film, davanti e dietro la macchina da presa, eppure il 23 dicembre riuscirà a esordire di nuovo, con una prima regia di un film nello spazio. Netflix gli ha messo a disposizione un budget stellare per The Midnight Sky, basato sul romanzodi fantascienza del 2016 di Lily Brooks-Dalton, La distanza fra le stelle, che dirigerà e interpreterà a tre anni di distanza da Suburbicon. Sarà Augustine, un brillante astronomo con barba da Babbo Natale, capelli corti e occhi spesso sgranati, che nel mezzo di un’ambigua catastrofe globale manda messaggi disperati alla terra da un remoto avamposto nel Circolo polare artico in cui vive. Crede di essere solo, finché non incontra Iris (Caoilinn Springall), una bambina di otto anni, figlia misteriosamente abbandonata da un genitore scienziato.

(continua…)

L’intervista integrale è su Donna Moderna del 24 dicembre 2020

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Olivia Colman – Un’altra stagione per sua Maestà

14 sabato Nov 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, Netflix, Personaggi, Politica

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corona, D La repubblica, Elisabetta II, Inghilterra, interviste illuminanti, Olivia Colman, reali, The Crown

REGINA PERFETTA SUGLI SCHERMI, L’ATTRICE INGLESE CI PARLA DELLE NUOVE ANTAGONISTE NELLA SERIE (VEDI LADY D) E DI COME SIA PRONTA A DEPORRE LO SCETTRO

Il premio Oscar Olivia Colman, protagonista della quarta stagione di The crown, sulla cover di D La Repubblica del 14 novembre 2020.

di Cristiana Allievi

Nessuno sa mai cosa accade veramente nella famiglia Windsor, eccetto i Windsor.  E anche questo caso non fa eccezione: nessuno sa se Elisabetta II abbia mai visto la serie tv che racconta la sua vita e quella della famiglia reale, tanto più che per scrivere di loro, e rappresentarli in una fiction, non occorre avere autorizzazione da parte degli interessati. Mentre fonti autorevoli sostengono che i giovani rampolli di corte si siano piazzati davanti a The crown, l’unica certezza è che il nome di Olivia Colman resterà negli annali. La sua interpretazione della regina d’Inghilterra è magnifica, e la quarta stagione su Netflix dal 15 novembre lo marcherà  in modo netto. Il destino dell’attrice si è avverato grazie a un greco visionario, Yogor Lanthimos, che l’ha voluta in un film surreale in cui chi non trovava un partner entro 45 giorni veniva trasformato in un animale e spedito nella foresta (The Lobster). Subito dopo lo stesso le ha fatto indossare i sontuosi abiti di Anna Stuart, regina settecentesca dalla salute cagionevole e dal carattere umbratile. Al potere dal 1702 al 1714, e divisa fra due amanti del suo stesso sesso e 17 conigli (a ricordarle i figli, tutti persi), questa sovrana le è valsa un Oscar, un Golden Globe e la Coppa Volpi a Venezia. Poi è venuta l’Elisabetta della serie scritta da Peter Morgan che, nonostante ora si trovi a fronteggiare l’arrivo in scena della destabilizzante Diana Spencer, futura principessa del Galles, resta il fulcro intorno a cui tutto ruota. Perché mai come in questa stagione si capirà cosa significhi davvero far parte del regno più potente al mondo e far brillare solo lei, come un sole.

(continua…)

Intervista di copertina pubblicata su D la Repubblica del 14 novembre 2020

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Greta Thunberg, «Troviamo un vaccino anche per il pianeta».

07 sabato Nov 2020

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi, Politica

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Climate change, Covid 19, docu film, Greta Thunberg, I am Greta, interviste illuminanti, summit clima 2030, svolta green

CON GI SCIOPERI PER IL CLIMA GRETA THUNBERG HA DATO VITA A UN MOVIMENTO GLOBALE PER FERMARE IL SURRISCALDAMENTO TERRESTRE. HA PARLATO ALLE NAZIONI UNITE, CONQUISTATO IL PAPA E LE SUE IMPRESE SONO ORA RACCONTATE IN UN DOCUMENTARIO. LA PANDEMIA HA PURTROPPO RALLENTATO LA RIVOLUZIONE ECOLOGISTA E LEI DICE A GRAZIA “L’EMERGENZA SANITARIA E QUELLA AMBIENTALE SONO COLLEGATE. DOBBIAMO AGIRE SUBITO”.

di Cristiana Allievi

L’attivista svedese Greta Thunberg, 17 anni (courtesy Torinotoday).

Greta Thunberg è stanca. Si è capito quando, all’ultima Mostra del cinema di Venezia, è stato presentato  I Am Greta – Una forza della natura, il docufilm su di lei. L’anno scolastico era appena ricominciato e l’ecoattivista svedese non voleva perdere le lezioni che aveva saltato per buona parte dell’anno passato, quindi aveva disertato la Laguna e l’opportunità di portare in Italia il suo messaggio contro il surriscaldamento globale in uno dei luoghi che più hanno da temere dall’innalzamento delle maree.
In realtà Greta è entrata nella fase due della sua battaglia. Dopo aver creato uno dei più significativi movimenti globali della storia recente, vuole fare un passo indietro e agire in maniera diversa. Nel frattempo, però, è diventata un’icona globale, come dimostra il documentario di Nathan Grossman che doveva essere al cinema in questi giorni e che è stato rimandato a causa della chiusura delle sale italiane in seguito all’emergenza Covid.  Il film inizia nell’agosto del 2018, con una giovane studentessa di 15 anni che si siede davanti al Parlamento svedese. Silenziosa, se ne sta dietro a un cartello che invita a fare uno sciopero per manifestare contro il cambiamento climatico. In pochi mesi, accompagnata ovunque dal papà, quella ragazza si troverà alla testa di un movimento globale. Persino il Papa, con una pacca sulla spalle, le dirà: «Brava, vai avanti così». Il racconto culmina con l’incredibile viaggio fatto del 2019 in barca a vela nell’Oceano Atlantico, viaggio che da Plymouth la porta a New York, all’Onu, per parlare al Summit sul clima. Sono immagini che, in poco più di un’ora e mezza, polverizzano le dietrologie che per mesi hanno voluto Greta in mano a qualche misterioso burattinaio. Così come è chiaro che la piccola svedese non ha mai cercato un’esposizione personale, tanto meno la gloria.  Nel momento in cui i Paesi europei stanno discutendo nuovi obiettivi climatici per il 2030 e parlano di una “virata verde” per uscire dalla crisi economica del Covid-19, lei chiede di più. E la sua richiesta è più che mai significativa, considerato che gli scienziati hanno già evidenziato la forte correlazione che esiste fra inquinamento e diffusione del Coronavirus.

(continua…)

L’intervista a Greta Thunberg è in edicola su Grazia del 5 novembre 2020.

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Laura Morante: «Fino all’ultimo amore»

06 martedì Ott 2020

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Antonio Orlando, Daniele Luchetti, Grazia, interviste illuminanti, Lacci, Laura Morante, Luigi LoCascio, matrimoni

NEL FILM LACCI È ÙNA MOGLIE CHE PER 30 ANNI RESTA INTRAPPOLATA IN UN MATRIMONIO FINITO. «SPESSO SIAMO INFELICI PERCHE’ NON ACCETTIAMO IL CAMBIAMENTO», RACCONTA A GRAZIA, «INVECE DOVREMMO ACCOGLIERLO PER ANDARE AVANTI».

di Cristiana Allievi

L’attrice e scrittrice Laura Morante, 64 anni, fotografata da Caludio Porcarelli (courtesy Grazia) .

La prima parola con cui Laura Morante da il via alla nostra chiacchierata dice molto del suo umore del momento. «“Decluttering”, mi sembra si chiami così questo eliminare il superfluo. Ho appena finito il libro di Marie Kondo, La magia del riordino, e penso contenga diversi segreti di felicità». Avevo già capito che l’attrice lavora sulla sottrazione da come ha attraversato la hall dell’hotel in cui ci incontriamo. Morante ha un’eleganza asciutta e il portamento da ex ballerina classica. «Per la fretta, togliendomi una lente a contatto mi sono fatta male a un occhio». Così mi spiega il motivo per cui  non si toglierà i grandi occhiali da sole che indossa durante la nostra intervista. In realtà alla fine lo farà, mostrando i suoi occhi sono luminosi. Ci incontriamo per il film che ha aperto l’ultima Mostra di Venezia, Lacci, di Daniele Luchetti, nelle sale. Tratto da un romanzo di Domenico Starnone, racconta la storia di Vanda (Alba Rohrwacher da giovane, Morante nella versione più matura), che è sposata con Aldo (Luigi LoCascio, poi Antonio Orlando), il quale si innamora della giovane Lidia (Linda Caridi) e abbandona moglie e due figli. Trent’anni dopo i due sono ancora sposati, ma tradimenti, rancore e vergogna sono ancora lì a separarli, con due figli cresciuti a ricordarlo (Adriano Giannini e Giovanna Mezzogiorno). Nella vita vera questa attrice di cinema e teatro toscana, nipote della mitica scrittrice Elsa, è anche regista e scrittrice di romanzi. Sposata con Francesco Giammatteo, con cui ha adottato Stepan, 16 anni, ha altre due figlie dai precedenti matrimoni (Eugenia, 37, e Agnese, 34 anni avute rispettivamente con Daniele Costantini e Georges Claisses).

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia n. 42 dell’1/10/2020

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Lea Seydoux, «Seduco quando voglio»

29 martedì Set 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes, Lusso, Moda & cinema, Personaggi

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007, Abdellatif Kechiche, Arnaud Desplechin, Bond Girl, Grazia, interviste illuminanti, La vita di Adele, Lea Seydoux, Louis Vuitton, No time to die, Roubaix une lumiere

NELL’ARCO DI UN MESE PASSERA’ DALL’ESSERE UNA DONNA DISPERATA AL RUOLO DELLA BOND GIRL. MA SEMPRE LEA SEYDOUX SA COME CATTURARE LO SGUARDO DEL PUBBLICO. L’ATTRICE FRANCESE HA POSATO IN ESCLUSIVA PER GRAZIA E HA SPIEGATO CHE PER VINCERE, IN AMORE E IN CARRIERA, BISOGNA SEMPRE DETTARE LE REGOLE DEL GIOCO

di Cristiana Allievi

L’intervista di copertina a Lea Seydoux è accompagnata dalle foto di Eric Guillemain (courtesy of Grazia).

Se si dovesse scegliere una frase che la rappresenta bene sarebbe “amo scomparire”. Parole, quelle dell’attrice Lea Seydoux, che non si riferiscono solo alla vita sotto i riflettori di un personaggio pubblico. Lea è una donna che ama nascondersi dietro i personaggi che interpreta. E fuori dallo schermo è estremamente riservata, oltre che timida. Essere cresciuta con due genitori che si sono separati quando aveva tre anni, età che oggi ha suo figlio George, avuto con il compagno, André Meyer, ha lasciato un’impronta. L’attrice, però, ha imparato a mettere questo aspetto del carattere al servizio del suo carisma. In Francia di lei si parla anche per le radici del suo successo, ovvero l’appartenere alla più importante famiglia del cinema nel Paese. Una madre attrice diventata poi filantropa, Valerie Schlumberger, e un padre, Henri Seydoux, magnate delle telecomunicazioni. Ma soprattutto un nonno che è stato il fondatore della Pathé, e un prozio che ha creato Gaumont: parliamo delle due più grandi e antiche case di produzione cinematografica di Francia. Cresciuta vicino ai giardini Luxembourg, in Saint-­Germain-des-Prés, con sei fratelli, in realtà Lea avrebbe voluto fare tutt’altro nella vita. Sognava di diventare una cantante d’Opera, ma il grande amore le ha fatto cambiare idea. È stato quel “lui” attore che non viene mai nominato, a farla invaghire del cinema. Ed è stata una fortuna per tutti, se pensiamo al suo viso, che ammiriamo nel servizio esclusivo delle pagine di Grazia, realizzato sui tetti di Parigi, in cui Lea veste Louis Vuitton, maison di cui è amica da quattro anni. Seydoux ha brillato in tanti film, da Bastardi senza gloria, di Quentin Tarantino, a Robin Hood di Ridley Scott, passando per La vita di Adele, con cui ha vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 2013. Da lì in avanti, Seydoux ha continuato a miscelare film d’autore con grandi blockbuster. Una formula che si ripresenta adesso: dall’1 ottobre arriva Roubaix, une Lumiere di Arnaud Desplechin, film d’autore in Competizione a Cannes nel 2019, e di seguito l’attrice sarà per la seconda volta la Bond Girl nel nuovo James Bond di No Time to Die.Occorre tempo, per entrare in sintonia con lei. «Non sono una persona che spinge le situazioni, preferisco attrarle. È il mio modo di essere educata», racconta descrivendo la propria timidezza. Mentre colpisce subito vederla povera, alcolizzata e senza trucco, amante di un’altra donna, nel thriller che la vede accusata di omicidio in un paesino sperduto nel Nord della Francia. 

(continua…)

L’intervista di copertina è su Grazia del 24 settembre 2020

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Keith Urban «Per mia moglie sono un super eroe»

23 mercoledì Set 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, Musica, Personaggi

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country, Grazia, interviste illuminanti, Keith Urban, music, Nicole Kidman, rockstar, Silvia Grilli, The speed of now, universal music

E’ UNA STAR GLOBALE DELLA MUSICA COUNTRY, MA ANCORA MOLTI CONSIDERANO KEITH URBAN L’UOMO CHE VIVE ALL’OMBRA DELLA DIVA NICOLE KIDMAN. ALLA VIGILIA DEL NUOVO ALBUM IL CANTANTE RACCONTA A GRAZIA IL SEGRETO DELLA LORO UNIONE: «OGNI GIORNO LEI RIESCE A FARMI SENTIRE INVINCIBILE»

di Cristiana Allievi

Sono molto grato per questo viaggio. Mi sorprende giorno dopo giorno con questo fenomeno surreale chiamato vita. Vedo il sole sorgere, e visto che siamo fortunati lo continua a fare, girono dopo giorno. Non vorrei sembrarle sdolcinato, ma per me tutto è un regalo straordinario, un’opportunità di esplorare, imparare, creare, osservare, assorbire. La mia  vita funziona così, sono pieno di gratitudine». A chiamare al telefono è direttamente lui, dall’Australia. Con una voce decisa ma pacata, e la sua energia mi arriva forte e chiara, come un’iniezione di vitamine. Superstar della musica country, con una famiglia di musicisti alle spalle, Keith ha all’attivo hit finite ai vertici delle classifiche inglesi, tour negli Usa e un successo per nulla scontato se  nasci in Nuova Zelanda come lui (che è naturalizzato australiano).  Non bastasse, sua moglie è una diva globale come Nicole Kidman: i due si sono conosciuti a un concerto nel 2005 e l’anno dopo erano già sposati. Hanno due figlie, Sunday Rose, 11 anni, e Faith Margaret, nove (Kidman ha altri due figli che condivide con l’ex marito Tom Cruise, Isabella e Connor). Passano molto temo a Nashville, la capitale del country, dove hanno una grande tenuta in campagna. Il 18 settembre Keith ha festeggiato l’uscita in tutto il mondo del suo nuovo album, il dodicesimo, intitolato The speed of now, che tradotto suona più o meno “la velocità del momento presente”.

Partiamo dal titolo, che è già un manifesto. «L’ho deciso a ottobre dello scorso anno. Allora avevo la sensazione che il mondo si stesse muovendo così velocemente che anche l’adesso, il presente, stava andando troppo velocemente! Con quel titolo ho fatto una specie di affermazione  sociologica. Poi è arrivato il Covid-19, che ha dato tutt’altro senso al titolo. Le dirò, mi sembra ancora più adeguato al momento che viviamo».

Lei è il simbolo della ripartenza. Lo scorso maggio ha fatto un concerto vicino a Nashville, il primo dopo il lockdown, che ha registrato  il tutto esaurito. «Avrei voluto non dover vivere questa pandemia. Però ho fiducia che da qui emerga un mondo migliore e più forte. Sento che la revisione delle nostre vite ci sta facendo bene, credo che stiano cambiando le priorità. La pandemia  ha messo in risalto quanto si lavora, quanto tempo si passa in famiglia, quanto sono importanti la comunità e la rete di relazioni in cui viviamo. Tutto stava andando troppo velocemente, così ci si perde la vita. Per me è importante ricordare che siamo esseri umani e funzioniamo a una velocità diversa da quella dei computer. E non è così scontato ripeterselo».

Cosa le piace della musica del genere country, il suo cavallo di battaglia? «Sono cresciuto con la collezione di mio padre, fondamentalmente la country music americana, che è molto contemporanea. Johnny Cash, Glen  Campbel, questa è la prima musica che ho ascoltato a casa. Da teenager nelle band in cui suonavamo facevamo le cover, e ascoltando alla radio le Top 40, mixavamo già allora il country con il pop».

Nel suo album canta i cambiamenti, le sfide, le svolte della vita. Quali menzionerebbe, a 53 anni? «Direi che la sfida più grande per tutti è riuscire a bilanciare le cose. La crescita interiore, quella spirituale, emozionale, la famiglia, spostarsi in un altro paese come l’America da così giovane, viaggiare in tour… Sono state tutte sfide, in modi diversi. E continuano ad esserlo, le sfide non finiscono mai».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia il 17/9/2020

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