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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Io, Asia Argento e la mia Incompresa

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Cannes

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Asia Argento, Charlotte Gainsbourg, cinema, Cinema Italiano, Festival di Cannes, Gabriel Garko, Giulia Salerno, Incompresa, Panorama

Intervista alla regista al suo terzo film che sarà nelle nostre sale dal 5 giugno

Asia Argento alla 67a edizione del Festival di Cannes

Asia Argento alla 67a edizione del Festival di Cannes

Occhiali da intellettuale. Caschetto corto rasato da una parte. Ricoperta di tatuaggi, a partire da quello enorme che le spunta sul petto, giacca in pelle e stivali biker, Asia sfodera un look total black. E anche i muscoli, quando dice a sorpresa che non farà mai più l’attrice (“ci vuole troppo ego”), mentre racconta il suo terzo film da regista, Incompresa, che è stato in concorso a Cannes nella sezione Un certain regard e sarà nelle nostre sale dal 5 giugno. Sta già scrivendo il quarto film, Asia, mentre descrive la sua bambina figlia di divorziati, inquieta per non essere amata. Ma guai a usare la parola “autobiografico”. Nonostante la protagonista sia una magnifica Giulia Salerno che nel film si chiama Aria (secondo nome della regista) e sia capace di “vendicarsi” degli adulti con un’espressione implacabile, e i personaggi di Charlotte Gainsbourg e Gabriel Garko assomiglino per vari aspetti a Daria Nicolodi e a Dario Argento, Asia ti stronca prima di iniziare con un “se avessi voluto parlare della mia famiglia avrei girato un documentario”.

Cosa hai voluto raccontare con Incompresa?
La famiglia, ma in un modo in cui non viene presentata in Italia. Da noi i matrimoni si sfasciano, con tutte le conseguenze del caso, ma non si vuole affrontare la questione.

Da dove sei partita?
Da un’immagine di una bambina cacciata dalla casa del padre e che la madre non può prendere con sè. Cammina con il suo gatto in una mano e una valigia che pesa nell’altra, perchè non ha le rotelle. Poi da lì, scrivendo con Barbara Alberti ci siamo accorte che stavamo facendo un film per ragazzi, la cosa ci è molto piaciuta. Ma ci rivolgiamo ai bambini intelligenti, non a quelli lobotomizzati, rintronati da telefonini, videogiochi e social media.

Che scelte di regia hai privilegiato?
Ho lavorato senza storyboard né shortlist perché avevo il film molto chiaro in mente, esteticamente e poeticamente. Volevo girare con piani molto larghi perché con Nicola Pecorini (direttore della fotografia, ndr), eravamo un po’ stufi del cinema fatto tutto di primi piani, tra un 50 e 100 millimetri, che sembra aver paura di raccontare le stanze, la vita, i luoghi.

Ma ci sono primi piani in momenti inaspettati…
È vero, ma in genere l’obiettivo è avvicinarci sempre di più alla protagonista, infatti iniziamo con una commedia e finiamo su toni più strappacuore.

Perché hai scelto Gabriel Garko?
Ho scritto il film pensando a lui. In Italia una volta esistevano attori così, e li esportavano all’estero. Oggi da noi per essere considerato serio devi essere tormentato e brutto, o imbruttirti, mentre in Francia o in America uno come Gabriel non sarebbe ghettizzato in tv.

La Gainsbourg?
L’ho sempre sentita come una sorella nell’anima, e non perchè tutte e due abbiamo avuto genitori ingombranti, come qualche cretino ha scritto. La trovo straordinaria.

Parlando di musica, risulti tra gli autori dei brani originali del film, e in genere la colonna sonora è forte e coinvolgente…
Avevo un 45 giri che ho perso. Io e il produttore americano abbiamo scritto su Facebook che avremmo dato 100 dollari a chi ci avesse messo in contatto con i musicisti. Abbiamo trovato il batterista, da lui siamo risaliti al gruppo, gli Il Y A Wolkswagens, che ci hanno dato il loro pezzo, Kill Myself, l’unico che hanno mai prodotto.

Anche i colori rimangono impressi, molto anni Ottanta.
I rosa, i rossi, il turchese sono colori che ci ossessionavano e che oggi non ci sono più, ma li uso come dettagli. Non volevo fare un film in costume ma accennare a un tipo di estetica che ancora mi affascina, usando indumenti miei e di Nicoletta Ercole, la costumista, tutto vintage puro anni Ottanta.

Come la scelta di girare il pellicola…
Abbiamo dimostrato che non è vero che costa di più, perché se spendi all’inizio poi risparmi, quando non devi passare cinque settimane alla Color correction per cercare di far assomigliare i numeri alla realtà. Questo perchè la pellicola è viva, mentre il digitale è la riproduzione numerica della realtà. Volevo un film con una grana che assomigliasse alle Polaroid, qualcosa che sbiadisce e ciò che manca lo può immaginare lo spettatore.

Registi che ti hanno influenzata?
A parte Incompreso di Comencini, da ragazza mi aveva molto colpita I 400 colpi di Antoine Doinel, alter ego del regista Jean Pierre Leaud. Oggi ha 70 anni ma sarà per sempre il bambino di quel film.

Dove avete girato?
Gli esterni nel quartiere Prati, il luogo di Roma che conosco meglio perché ci sono cresciuta. Gli interni sono tutti girati a Torino, dove abbiamo trovato le case perfette per il padre e la madre, oltre a un certo entusiasmo genuino per il cinema. La Regione Piemonte ci ha dato il finanziamento che non ci ha concesso lo Stato, le siamo molto grati.

A cosa punti ora, come regista?
A fare film che abbiano un’integrità poetica, e in questo voglio essere viva, commossa. Il botteghino non mi preoccupa, per me conta solo continuare a fare film. E credo che se si lavora con amore e dedizione il risultato poi arriva, e non sarà mai quello che uno si immagina.

Cosa significa per te la parola onestà?
In questo momento della mia vita significa tutto. Sono stata molto disonesta, in passato. Oggi cerco onestà nei rapporti umani, nella mia famiglia, con i miei bambini, che sono la cosa più importante. Da regista? È lo stesso, niente trucchetti per conquistarsi la simpatia del pubblico.

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Intervista pubblicata su Panorama © Riproduzione Riservata

Quella volta che Mickey Rourke mi ha detto: “Ero troppo piccolo per difendermi da mio padre”

15 mercoledì Ott 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Quella volta che

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cinema, Leone d'oro, Mickey Rourke, Nove settimane e mezzo, Quella volta che, The Wrestler, Venezia

Certo, non può succedere niente di grave. Ma Rourke non è uno che si incontra a cuor leggero. Sarà un po’ per le immagini del suo ultimo film, The Wrestler, e un po’ (tanto) per le cronache degli ultimi 20 anni che lo riguardano – un misto di boxe, botte da orbi alla ex moglie e follie varie. E poi stiamo pur sempre parlando del sex symbol che con Nove settimane e mezzo influenzò i sogni (e forse i comportamenti) dell’intero Occidente.

Con questo stato d’animo entro nella suite nel cuore di Roma in cui Lui sta aspettando. Dentro c’è un uomo alto,  dal fisico massiccio, con i capelli lunghi e un po’ incolti, scoloriti dal sole. Decisamente un bell’uomo, che sfoggia due vistosi anelli per ogni mano e una collana con un grosso ciondolo di giada. Indossa pantaloni di velluto beige, una maglietta grigia sbottonata che lascia scoperta una generosa parte del petto, e stivaletti neri da motociclista. Il viso è abbronzato, e del gonfiore con cui era apparso pochi mesi fa alla Mostra del cinema di Venezia non c’è più traccia.

The Wrestler - Mickey Rourke -3

Come sta?

«Bene, ma la mia voce se n’è andata (ne ha un filo, e scandisce le parole in tempi lunghissimi, ndr). Ieri ero in Turchia, sono andato in ospedale a fare accertamenti: mi hanno detto che sto solo parlando troppo, e non l’ho mai fatto in vita mia».

Merito del Leone d’Oro vinto a Venezia e della sua bravura…

«The Wrestler era il progetto giusto nelle mani del regista giusto, non credo che sarebbe stato così complesso e reale senza Darren Aronofsky. Ha voluto girare come se si trattasse di un documentario: la sensazione di chi guarda è quella di essere dentro la vita di qualcuno. All’inizio non volevo farlo, sapevo che questo regista mi avrebbe spinto molto avanti nel dolore, lo sapevo perché è intelligente. Così ho cercato di scappare».

Partiamo dal primo incontro tra voi.

«Viene da me e mi dice “Voglio che faccia tutto quello che ti dico, non voglio che mi manchi di rispetto, e posso pagarti”».

E lei?

«Ho risposto che se mi parlava in quel modo aveva palle, era il mio tipo di uomo. Poi non è stato per niente facile, non era mai soddisfatto, e sapeva che tasti schiacciare, come sfidarmi per tirare fuori il meglio da me. Mi ha scelto proprio perché è uno che vuole tutto. E non voleva che andassi in discoteca tutte le sere a correre dietro alle donne…».

Ci va ancora nei night club?

«Sì, ci vado (mi offre una delle 4 varietà di caramelle per la gola che, insieme al tè verde, alle gomme da masticare, a un pacchetto di Marlboro rosse e a una papaia, sono appoggiate sul tavolino che mi separa da lui, ndr)».

Insomma, lei è un tipo a cui bisogna stare addosso…

«Aronofsky era sempre su di me. Finito una scena, diceva “bellissima, ma puoi farla meglio. Guardami, Mickey, e brucia…”, ha voluto il mio sangue. Ha quel tipo di mentalità che quando facevo il pugile mi sfidava a combattere meglio, e oggi mi ha fatto girare un film dando il massimo».

All’apice della carriera, alla fine degli anni Ottanta, ha detto cose scomode: per esempio che a Hollywood non è mai esistito il rispetto per gli attori, e che la bravura non interessa a nessuno.

«Il cinema è puro business, è politica, lo penso tutt’ora. Ma all’epoca mi sono rifiutato di accettarlo, ero troppo naive, non abbastanza istruito per piegarmi. Non l’ho accettato, punto, pensavo che il mio talento bastasse, e che il resto potesse anche fottersi…».

Sulla rabbia, e su come gestirla, lei ha molto da raccontare. Ne ha voglia ? (fa un profondo respiro, ndr).

«È come leggere il libro l’Arte della guerra e poi trovarsi un giorno a fare una vera battaglia. Magari un giorno pensi di poterla vincere, perché il nemico ha il sole in faccia… Ma non sarà così tutte le volte, quindi dovrai scegliere le battaglie da portare avanti. E dovrai farlo con diplomazia, non con rabbia e sangue. Io non avevo né un piano né una strategia… Posso smettere di parlare per qualche minuto? Non ce la faccio più». (Passano due o tre minuti, in assoluto silenzio, ndr). «Era come continuare ad andare avanti, ma senza piani…».

Ha idea di dove stava andando?

«Il più lontano, il più ciecamente e il più velocemente possibile. Dove, non lo so».

Non sa dove era diretto, ma ha capito da dove stava scappando? «Da qualcosa di cui ho avuto paura e di cui mi vergognavo: volevo un posto in cui non sentire più quel dolore».

Quindi scappava dal dolore. «Mi ci sono voluti 15 anni per parlare con qualcuno, con un terapista».

Oggi direbbe che è più facile scappare dal dolore o affrontarlo? «Forse direi che aiuta molto riconoscerlo, dire “sì, esiste, lo sento”».

In altre parole, sopportarlo. «Lei non ha idea… Dentro di me pensavo, “Ok, in uno o due anni ti riprendi, puoi cambiare…”, invece ho dovuto proprio toccare il fondo (lungo silenzio, ndr). A un certo punto ho detto al mio terapista  “si immagini Robert De Niro, Al Pacino o Sean Penn, nessuno di loro potrebbe vivere come sto vivendo io in questo momento… Cosa farebbero al mio posto?”».

E lui?

«Mi ha risposto “solo tu potevi cadere così in basso, loro non avrebbero saputo come farlo”. Intendeva dire che ognuno ha la sua strada, ma in quel momento ho capito anche che tutto ha molto a che fare con le mie origini, e col non averci mai fatto la pace».

Ha voglia di essere più esplicito?

(osserva con affetto Loki, il suo chihuahua. Mi dice che ha 16 anni, che è una femmina e che lo conosce come nessun’altra persona. Sembra che questo momento gli serva a prendere coraggio, e una direzione, ndr). «Posso comprendere la rabbia e l’odio, posso comprendere tutto, ma la più grande debolezza che ho, e con cui fare i conti adesso, è il perdono. È l’aspetto più duro per me».

Ho letto una frase, ieri, che diceva “non accettare se stessi è la più grande violenza che uno possa compiere”…

«Può ripeterla, per favore?».

Non accettare se stessi è la più grande violenza che uno possa compiere. «È il mio tema del momento. Mi stanno succedendo cose molte belle ma, anziché essere felice, due giorni fa mi sono messo a piangere. Ero confuso, mi sentivo quasi colpevole».

Cosa le viene in mente?

«Perché dovrei avere una seconda chance? Sono stato un vero figlio di puttana nella mia vita… (segue un lungo silenzio, ndr). A New York c’è un prete di cui sono molto amico. Vado da lui a confessarmi, ma non mi fa entrare nel confessionale, ci sediamo in cucina, fumiamo e beviamo vino rosso, è diverso dagli altri. Pochi giorni fa gli ho detto che ero spaventato perché iniziavano a succedere eventi positivi…».

Cosa le ha risposto?

«Mi ha portato fuori a cena, non era mai successo prima. Solo lui e Franco sanno fermarmi dal fare cose terribili (Franco è il suo migliore amico, e tra poco me lo presenterà: è un signore con una faccia molto affidabile, sembra una persona buona, ndr)».

Dicevamo del prete.

«A cena gli ho detto che tornare in pista dopo tutti questi anni mi sembrava troppo. Mi ha risposto che sarebbe andato tutto bene. “Sì”, gli ho detto, “ma l’ultima volta non avevo paura…”. Così mi ha dato un libro, l’ho aperto: aveva cerchiato tutte le cose che riguardavano il perdono (silenzio, ndr). Ci sono giorni in cui parlo col prete, altri in cui parlo col terapista, a volte con entrambi (ride, ndr). Per otto, forse nove anni, non ho avuto un lavoro, e mi sono sentito una nullità. Tra l’altro vivevo a Los Angeles, una città costruita sull’invidia…».

È proprio così? «Lì conta solo il successo, e per quanto cerchi di nasconderti, non puoi farlo tutti i giorni, dovunque tu vada… Se mi avessero detto che ci sarebbero voluti 15 anni per tornare a lavorare e per cambiare, piuttosto sarei tornato a Miami, anche a fare il ladro. A un certo punto, però, ho capito che valeva la pena cambiare, e che non sarei stato meno uomo per questo».

Dove ha trovato il coraggio di essere qui, oggi?

«Sono stato fortunato, ho cercato e trovato queste due persone, il prete e il terapista. Uno è perfetto perché sono cattolico, e non avrei potuto mettermi una pistola in bocca per farmi fuori; l’altro mi ha aiutato a capire perché ho fatto quello che ho fatto. Comunque sarebbe stato più facile morire, credo».

Adesso che vive a NY sta meglio?

«Lì mi sento a casa».

The Wrestler è un nuovo inizio, per lei? «Sento che è tutto nuovo, niente suona come qualcosa che viene del passato. Mi reputo anche fortunato perché non sono arrabbiato per il tempo che è andato, non ho desiderio di vendetta, nè ho troppa vergogna».

Ha altri progetti?

«Le dico che sono pronto a partire, sì, e che mi interessano film intelligenti, non posso lavorare per soldi».

Cosa conta davvero per lei, quando si sveglia la mattina?

«Essere forte, ma in un modo completamente nuovo: come lo sono stato nel passato mi ha ucciso, mi ha fatto troppo male».

Dove aveva imparato, quel modo?

«È una lunga storia (lungo silenzio, ndr). Quello è stato il grande problema, la causa di tutti i problemi (l’aria è di colpo così pesante che si taglia col coltello, gli occhi di Rourke diventano lucidi, ndr). Ero piccolo, ero debole, non potevo, mi vergognavo…».

La memoria fa un balzo nella sua biografia: la madre di Rourke si è separata dal padre quando lui aveva pochi anni. Così dall’Irlanda si sono trasferiti in Usa e, quando Mickey aveva 6 anni, sua madre gli ha messo davanti il nuovo compagno, un poliziotto violento, dicendogli “questo da oggi è tuo padre”.

Di cosa si vergognava?

«Di non poter restituire, nè combattere alla pari, ma non puoi farlo quando sei alto meno di un metro (gli occhi diventano di nuovo lucidi. Smette di parlare, ndr). Credo che non mi perdonerò mai per questo. Non so cos’altro dirle».

A questo punto mi fermo anch’io, fino a quando non mi fa capire che mi regala ancora un po’ di tempo, e di se stesso.

Com’è il suo nuovo modo di essere forte?

«Invece di reagire a livello istintivo penso alle conseguenze, alle ripercussioni. Non voglio più che le persone abbiano paura di me».

Mi sembra una persona molto delicata, se posso…

«È una novità, non mi ero mai permesso di essere come mi vede, è una sensazione molto strana, mi creda. Mi piace, ma è come vivere con uno sconosciuto, “chi sei?” mi chiedo ogni tanto. Poi mi ricordo dei tempi peggiori, di quando mi guardavo allo specchio e pensavo “sembri un mostro…”, era tremendo».

Oggi ha ancora qualche eccesso?

«Direi solo quello di correre dietro alle donne».

Non sembra pericoloso…

(ride, ndr).

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Mickey Rourke e Kim Basinger ai tempi di Nove Settimane e mezzo.

A questo punto Rourke si alza, raggiunge la finestra, si gira verso di me e dice: «Lei ha le domande giuste». Gli rispondo che mi interessa incontrare le persone. «Chissà se lo direbbe anche incontrandomi in discoteca, alle due di notte, ubriaco… Forse cambierebbe idea». Sorride, ed è l’unico momento in cui ricorda il sex symbol di quel vecchio film.

Panorama First 2008 © Riproduzione Riservata

Jeremy Irvine, «Pattinson, fatti più in là»

23 martedì Set 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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cinema, Colin Firth, Cristiana Allievi, Fallen, Grazia, Jeremy Irvine, Leonardo DiCaprio, Robert Pattinson, The railway men, Toronto

 Ha solo 24 anni ma ha già Hollywood ai suoi piedi. E nessuna intenzione di diventare un sex symbol. Perché ha capito cosa regala la vera felicità…

936full-jeremy-irvine«Ero a un passo dal mollare tutto e andare a lavorare con mio padre. Quando ti senti dire cinque no a settimana, per due anni, non vedi più un motivo per insistere…». Reduce da Toronto per l’anteprima di The reach, seduto su una sedia, gambe allungate in avanti, parla guardandomi con due occhi blu grandi e sereni. Indossa una giacca in pelle nera e jeans a fasciargli i quadricipiti, ed è educatissimo. Non meraviglia, considerando che è cresciuto a Gamlingay, nella campagna dello Cambridgeshire, con padre ingegnere a madre politica, e forse anche grazie a questo oggi Jeremy Irvine ha davanti a sé uno scenario molto diverso da quello dei suoi esordi: Hollywood lo corteggia, lo stesso dicasi per gli stilisti e i registi. Perché dopo la serie di porte in faccia è arrivato Steven Spielberg a sceglierlo come protagonista di War Horse, un tale successo al box office da trasformarlo istantaneamente da signor nessuno in star. Da lì in poi ha fatto solo scelte intelligenti, come non montarsi la testa e scansare le offerte di franchise per teeneger, cosa che ti riesce solo se hai un mare di fiducia dalla tua. Dopo il successo di Now is good, dall’11 settembre è in Le due vie del destino, di Jonathan Teplitzky e, prossimamente, in quel The woman in Black- Angel of death in cui lo aveva preceduto Daniel Radcliffe. Guardando più in là, il 2015 sarà il suo anno, come protagonista di Fallen, primo capitolo della nuova adult saga scritta da Lauren Kate che lo impegnerà per ben cinque film. Insomma, ho davanti a me un bello che porta i capelli alla James Dean ed è il prossimo Robert Pattinson in circolazione. A me il compito di verificarne la stoffa…

 In Le due vie del destino interpreta la parte di Colin Firth da giovane, e divide il film con lui e la Kidman. Alla sua età ha già lavorato con Ralph Fiennes, Helena Bonham Carter, che effetto le fa volare così alto? «Condividere il set con star di questo calibro mi ha insegnato presto a lasciare da parte pensieri del tipo “sono solo il nuovo ragazzino…”, se ti fai intimorire sei fregato. Ma se penso che Colin, un premio Oscar, mi ha invitato a casa sua a Londra per preparare il personaggio insieme, ancora non ci credo. È un uomo appassionato e alla mano, e ha un gran senso dell’umorismo».

 Due inglesi con un certo aplomb si influenzano anche nello stile? Sul red carpet di Londra, insieme, eravate scintillanti… «Lì eravamo elegantissimi, ma nella vita di tutti i giorni sono più casual di Colin, mi sento bene con skinny jeans e t-shirts e mi vesto più o meno sempre così. Ho anche una collezione di giacche di pelle, tutte nere. Mia madre mi prende in giro, non capisce perché le scelgo tutte uguali. La risposta è che è il colore più facile da indossare, come mi hanno insegnato Dolce & Gabbana».

Con War House Spielberg l’ha trasformata in una star da un giorno all’altro, ma il suo primo ruolo da attore lo ricorda? «Impossibile dimenticarlo. Gli amici della compagnia teatrale shakespeariana mi dicevano che ero perfetto per fare l’albero… (ride, ndr). Di fatto è quello che è successo: la mia prima volta in palcoscenico è stata con due rami addosso».

La molla che l’ha fatta iniziare? «Un grande insegnante di teatro mi ha detto che la scuola di recitazione sarebbe stata pesante come l’addestramento militare. Non so dirle perchè, ma proprio questo mi ha attratto».

Infatti a 19 anni si è arruolato nell’esercito britannico, ma poi è stato rifiutato perché non ha dichiarato di essere diabetico. «(ride, ndr) Ho avuto la tipica fase di ribellione di un teenager, me lo spiego così. Ma tornando all’esercito, per fortuna la mia vita ha preso un’altra direzione».

Lei ha cambiato nome prendendo quello di suo nonno, perché? «C’era già un Jeremy Smith all’actors union, e siccome devi averne uno unico, mi hanno chiesto di sceglierne un altro».

Sua madre è una politica – e tra le altre cose si occupa di ridare una casa ai senzatetto – e suo padre è un ingegnere. L’hanno presa sul serio vedendola in scena, a fare l’albero? «Per due anni nessuno mi ha fatto lavorare, venivo respinto cinque volte a settimana. Il dubbio di aver buttato via il mio tempo mi è venuto, confesso. Stavo per mollare, diciamo per trovarmi un lavoro vero».

(continua…)

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Intervista esclusiva per  Grazia 

©Riproduzione riservata

Patricia Lomax, «Vi racconto la vera storia di The Railway Man»

23 martedì Set 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema

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cinema, Colin Firth, Cristiana Allievi, Nicole Kidman, Panorama, Patricia Lomax, The railway men

Finalmente nelle nostre sale, con il nome di Le due vie del destino, la pellicola ispirata alla biografia di Eric Lomax, un ufficiale britannico rapito dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale: intervista escusiva alla vedova

Colin Firth e Nicole Kidman in The railway men

Questa storia comincia nella Seconda guerra mondiale ed è talmente strepitosa da avere meritato un libro e un film. Il protagonista è Eric Lomax, un ufficiale britannico. Nel 1942 viene catturato dai giapponesi a Singapore e rinchiuso in un campo di concentramento in Thailandia sulla linea Burma-Siam, nota come «ferrovia della morte» per i prigionieri costretti a lavorarci. Quando le guardie gli trovano una radio ricevente fabbricata a mano e una mappa, Eric viene sottoposto a interrogatori violentissimi e a torture abominevoli. Poi la guerra finisce. Lomax si ritira in Scozia e sposa Patricia, che ignora il suo passato.

Ma la sua vita è segnata per sempre. L’uomo alterna incubi notturni a lunghi silenzi, e per la moglie si trasforma in un mistero da decifrare. Patricia non riesce a stabilire un vero contatto con Eric, né a placare l’angoscia che gli squassa l’anima, fino al giorno in cui scopre che Takashi Nagase, uno dei torturatori del marito e interprete inglese nel campo thailandese, è vivo e lavora come guida per i turisti che visitano i templi dedicati al Buddha. Da quel momento la vita di Eric e di Patricia cambierà per sempre: e basterà un gesto per sanare un passato insopportabile.

Eric Loman è morto nel 2012 all’età di 93 anni. Alla fine degli anni Novanta ha pubblicato un libro autobiografico, The railway men, che è diventato un bestseller. Ci sono voluti 15 anni e ora la sua vita è diventata anche un film con lo stesso titolo, diretto da Jonathan Teplitzky e interpretato da Colin Firth e Nicole Kidman. Il film è uscito lo scorso maggio in America, arriverà in Italia nel 2014. Patricia Lomax, 74 anni portati splendidamente, racconta in esclusiva a Panorama la storia di suo marito.

Il film The railway men è la trasposizione fedele della sua storia e di quella di Eric?

Lo è quasi in tutte le sue parti, anche se alcuni passaggi sono stati sintetizzati per mantenere un certo ritmo. Rispetto al libro la parte delle torture è molto contenuta. Va detto che un medico che ha esaminato Eric aveva detto che tra le spalle e le ginocchia mio marito non aveva un solo punto della pelle che non fosse stata incisa dalle ferite, dalle torture. Certe cose si riesce a leggerle, ma non credo sarebbe sopportabile vederle al cinema.

Quando ha incontrato Eric nulla le ha suggerito il dramma del suo passato?

Ricordo molto bene il nostro primo incontro. Ero su un treno all’inizio di una vacanza che dal Canada mi portava nel nord della Scozia. Fuori dal finestrino ho visto un uomo, non particolarmente ben vestito, e ho sentito che avrebbe avuto un significato particolare nella mia vita. Per questo non mi sono sorpresa quando è arrivato da me. Ad attirarlo è stato un libro di mappe che avevo tra le mani, anche se all’epoca ero piuttosto carina (ride, ndr).

È stato lui ad attaccare bottone?

Sì. Invece nel film è Nicole Kidman a farlo. Eric mi ha raccontato la storia di tutti i posti da cui passavamo, poi mi ha chiesto di cenare con lui a Edimburgo, al mio ritorno. Dopo quell’incontro ce ne sono stati altri: due anni dopo ci siamo sposati.

E lei ha scoperto gli incubi notturni.

Sì. Eric urlava nel sonno, era evidente che qualcosa di tremendo lo turbava: a me aveva solo accennato di essere stato in guerra in Oriente. Un giorno siamo andati insieme in banca per aprire un conto, erano gli inizi degli anni Ottanta. Il direttore era seduto alla scrivania davanti a noi, ed Eric non riuscì a rispondere a nessuna delle pur semplici domande che quello ci poneva. Fu molto imbarazzante. Dopo qualche tempo capii che quella scrivania gli creava forti flash-back.

Cos’altro ha capito, da sola?

Una sera eravamo al ristorante ed entrarono alcuni turisti giapponesi. Eric volle andarsene subito. Fu lì che collegai qualcosa di molto grave nei suoi disturbi: i giapponesi, la Seconda guerra mondiale… Ero sorpresa che nessuno avesse messo insieme quei tasselli prima di me.

Non faceva mai domande dirette a Eric?

No. Non sapevo nemmeno quali fargli perchè all’epoca della guerra ero una bambina, ma ero sicura che se mi fossi avvicinata troppo a quello che lo turbava si sarebbe chiuso definitivamente. Del resto, è capitato che non parlasse per una settimana intera.

Quello che descrive non è un matrimonio normale: come ha fatto a non disperare?

Ero molto ferita. Eric diceva di amarmi, ma mi chiedevo come potesse farlo. Poi lessi sul Daily Telegraph di un dottore che all’ospedale di Liverpool stava facendo ricerche psicologiche sulle vittime delle torture. Lo incontrai. Il medico visitò Eric al Royal Air force Hospital che all’epoca era specializzato in quel tipo di patologie e adesso non esiste più. Eric nel frattempo aveva capito di dover far qualcosa per uscire dal suo stato.

Come iniziò a farlo?

Lo psichiatra gli chiese di mettere per iscritto la sua storia, in modo da non dover rispondere a voce alle domande: fu il primo raggio di luce della storia.

Suo marito aveva già scritto qualcosa, però.

Sì. Appena finita la guerra, nelle 6 settimane di nave che lo riportavano a casa dall’India, aveva buttato giù quella che sarebbe diventata la parte centrale del libro. Quelle pagine però erano rimaste nascoste in soffitta per 50 anni, fino al giorno in cui lo psichiatra gli suggerì la scrittura come terapia. Gli ci è voluto molto tempo, ma l’editor che per la Random House ha seguito il suo libro lo ha aiutato moltissimo. Quando terminò di scrivere, Eric scoprì che il signor Nagase, che al campo era l’interprete durante gli interrogatori e le torture, era vivo.

Nagase a sua volta aveva scritto un libro sugli orrori della guerra.

Sì: s’intitola Crosses and Tigers. Nagase però non sapeva né che Eric fosse ancora vivo, né che ne avesse una copia del suo libro. Aveva visto torturare mio marito e pensava fosse morto. In un passaggio del suo libro scrive che un giorno, trovandosi in un cimitero, aveva sentito di essere stato perdonato per tutti gli orrori commessi. Leggendo quelle parole mi infuriai e chiesi a Eric il permesso di scrivergli.

Che cosa gli scrisse?

Semplice: «Come può pensare di essere stato perdonato se mio marito non lo ha fatto?». A quel punto loro due hanno iniziato a scriversi direttamente. La svolta, però, fu convincere Eric a incontrare Nagase in Oriente. Per me quella decisione si risolse in uno stress micidiale: fino alla fine non si sapeva davvero che cosa avrebbe fatto Eric… La notte precedente l’incontro era terrorizzato all’idea. Pensava ad atti di violenza, temeva perfino che l’istinto di ucciderlo avrebbe potuto prevalere.

E invece?

Quando si incontrarono, Nagase disse che era pronto a morire, ma prima voleva il perdono perché era diventato buddista. Tutto andò bene. La fondazione medica dell’ospedale aveva proposto che un piccolo team venisse con noi per filmare quello che sarebbe accaduto a scopi educativi: avere tre uomini con noi mi fece sentire protetta.

Ma che cosa accadde durante l’incontro?

L’incontro fu lunghissimo. Eric e Nagase trascorsero insieme tre settimane, Eri mi disse di avere provato compassione per il suo torturatore e di averlo veramente perdonato. Mi disse: «Se lo avessi ucciso avrei potuto uccidere tutti i giapponesi, dopo di lui, ma quell’odio non mi avrebbe aiutato. Qualcuno deve iniziare a perdonare, quindi lo faccio io». (a questo punto la donna si commuove, ndr). Eric e Nagase divennero amici a un livello difficile da spiegare a parole: non si sono più persi di vista fino alla morte di mio marito.

Cos’aveva Eric di così speciale?

La capacità di sopravvivere gli veniva dal fatto di essere uno scozzese del Nord: la sua famiglia era di Shutter Island, un luogo duro per il clima e la natura. Questa però è una lettura superficiale, non vorrei sembrare stupida: in realtà mi sono convinta che io ed Eric siamo diventati lo strumento per esprimere qualcosa. La nostra vicenda è diventato più grande di noi, credo che questo successo serva ad aiutare altre persone.

Per questo avete dato il permesso al film? Ci sono voluti 15 anni, e lei è stata l’unica a non aver mai perso la fiducia…

Questa storia contiene un messaggio che può essere di conforto non solo a chi ancora viene torturato fisicamente, e magari scappa dall’Iraq e dall’Afganistan o subisce la stessa sorte in Africa. Abbiamo ricevuto lettere incredibili. Una quindicenne che era scappata di casa ci ha scritto che dopo aver letto il libro aveva deciso di tornare dai suoi genitori e di riprovare a parlare con loro. Sono arrivate lettere anche da chi stava divorziando e ha deciso di parlare al partner in un altro modo.

Eric era felice del film?

Un aneddoto può fare capire che tipo era mio marito. Credeva a qualsiasi cosa dicesse il Telegraph e una mattina leggendo il giornale vide in prima pagina la foto di Colin Firth e di sua moglie. Disse: «Credo che abbiano finalmente trovato qualcuno di famoso per interpretarci».

Ma è vero che quando lei ha visto il film ha detto che non era contenta del look della Kidman?

Oh, lei è bionda, ha gli occhi blu ed è stata brava. Ma per il suo guardaroba non mi hanno consultata, e in effetti da giovane mi vestivo molto meglio di lei.

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Colin Firth e la vera Patricia Lomax alla premiere europea, a San Sebastian

qui il link al mio articolo su Panorama

©Riproduzione riservata

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