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Il talento radicale di diventare se stesse

01 lunedì Mag 2023

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, Cultura, giornalismo, Netflix, Personaggi, Teatro

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Alessandra galloni, Andree Ruth Shammah, Cultura, DEborah compagnoni, Elisabetta Sgarbi, Gianna Nannini, giornalismo, Il sole 24 Ore, Inciontri con donne straordinarie, interviste illuminanti, La nave di teseo, libri, Marta Donà, Reuters, talento, Teatro Franco Parenti, Tinny Andreatta, Victoria Cabello

Otto donne legate da un elegante filo rosso. Come eroine resistenti al passare del tempo, sono sostenute da un talento radicale. Il racconto di queste pagine illumina tutti gli aspetti delle loro vite, non risparmia gli abissi e illumina le vette, mettendo in risalto sfaccettature del loro esistere che nemmeno i più fidati collaboratori conoscevano

L’8 marzo è stato pubblicato Incontri con donne straordinarie da Il sole 24 Ore, libro della giornalista Cristiana Allievi disponibile prima in edicola poi nelle librerie di tutta Italia e su Amazon.

Quando si pensa a una persona di successo si cade spesso nella trappola di credere che questo successo sia come uno status, un club a cui si appartiene per diritto, e da cui tutti gli altri sono esclusi per destino. I social media stanno contribuendo a sgretolare questa idea, diluendo il potere attrattivo dei “numeri uno”: con i loro interventi virtuali, ogni giorno milioni di persone ci informano di essere altrettanto degne di attenzione, perché hanno incontrato i loro amici del liceo dopo 40 anni (e sì, ci vuole coraggio), hanno iniziato una nuova relazione, hanno finalmente ottenuto la promozione che aspettavano da anni: chi può negare che anche questi siano successi?

Ma quello che si indaga in Incontri con donne straordinarie è qualcosa che ha un’altra natura e proviene da altre realtà. Senza anticipare come le otto eccellenze italiane sono arrivate a certi traguardi,  basti sapere che sono state passate al microscopio in quelle che definisco “interviste illuminanti”: ovvero incontri capaci di portare luce su aspetti su cui si tende troppo spesso a sorvolare, perdendo il punto. In questi incontri, e grazie a queste parole, si arriva vicino, molto vicino, alla persona di cui si narra. E anche quando sembra che ci si stia allontanando dal cuore del racconto più personale, in realtà si sta percorrendo un perimetro che permette di mettere ancora più a fuoco la donna che si ha di fronte, di vederla in un contesto allargato che evidenzia ancora meglio la sua specificità, e quindi grandezza.   Non a caso Fellini è il nostro regista più amato e imitato al mondo: raccontava storie molto personali e locali, e proprio per questo è ancora incredibilmente universale.

In questo gioco di avvicinamento e allontanamento, il libro definisce sempre meglio una domanda: cos’è, davvero, il successo? E le persone che lo hanno ne sono consapevoli o è solo una proiezione che arriva dall’esterno, dagli altri? Ciò che emerge rende evidente che l’argomento va osservato più attentamente, soprattutto perché secondo l’autrice nasconde una grande potenzialità: quella di scoprire, e vivere,  il proprio talento, che con il successo può, o meno, accordarsi.

Questa prospettiva apre uno scenario nuovo, molto più attivo e di presa di responsabilità: vivere il talento, e metterlo a disposizione della società in cui si vive, è un grande lavoro, più o meno consapevole, su se stessi. Richiede, come cantava il grande Battiato, di “emanciparsi dall’incubo delle passioni”, ognuno le proprie. Implica il confrontarsi con idee limitanti, come il senso di “non essere abbastanza”, di non valere, di non essere amati, capiti, sostenuti, approvati dagli altri… Tutte “voci” che, sotto sotto, hanno costruito la nostra idea di chi siamo, e che minano la nostra reale forza. Passioni che anche le otto donne che si incontrano in queste pagine hanno affrontato, e che ciascuna a modo proprio ha in qualche modo superato.

Ecco perché queste donne possono essere d’esempio per molti, come a ricordare qual è il lavoro che non ci si può risparmiare, quando si parla di successo: nessuno può più dormire con la scusa “tanto io non faccio parte del club”. Anche l’invidia, una maledetta passione stimolata dalla contemporaneità, in quest’ottica sta ad indicare che stiamo mancando un punto, ci stiamo tirando indietro su qualcosa: in pratica non stiamo esprimendo il nostro potenziale come potremmo.

Scelgo la parola “club” perché fa venire in mente stanze in cui uomini ben vestiti fumano sigari e stringono affari, avvolti dalla cortina di fumo. Prima del movimento #MeToo  il successo era una parola che faceva volare l’immaginazione verso figure maschili e le loro aziende e fatturati, come alle nazioni da guidare, alle strategie di guerre da combattere, ai mercati da conquistare, sempre da parte di maschi. Per fortuna anche questo libro indica un cambiamento di direzione, anche in questo senso.  Qui si parla di donne che vengono definite straordinarie. La chiave di questa scelta risiede nella loro visione degli obiettivi e dei traguardi, nel loro modo di affrontare situazioni e sfide della vita. Ciò che emerge dai loro racconti è la loro forza, la forza di essere se stesse, fino in fondo. Come aveva già cercato di farci capire Carl Gustav Jung, introducendo nella psicologia l’idea di “animus” e “anima”, due forze che caratterizzano tutti gli esseri umani a prescindere dall’avere un corpo di donna o di uomo, il tipo di forza di cui parliamo valica i confini di genere.

A unire le otto donne raccontate c’è un elegante filo rosso. Non simboleggia uno sbandierato e chiassoso successo così come viene spesso inteso nel mondo contemporaneo: alcune di loro non hanno né Twitter nè Instagram. A fare di queste donne delle eroine resistenti al passare del tempo è un talento radicale. Il loro è uno sguardo aperto e internazionale sul mondo che, insieme a sentimenti nobili,  rimette al centro la cultura, il valore, la lealtà, il sacrificio quotidiano e la coerenza, caratteristiche di un certo modo di intendere il proprio lavoro e di vivere.  Il racconto di queste pagine annovera tutti gli aspetti delle loro vite, non risparmia gli abissi e illumina le vette, mettendo in risalto sfaccettature del loro esistere che nemmeno i più fidati collaboratori conoscevano, nonostante anni di frequentazione quotidiana.

Le donne di questo libro, se non ci fossero, bisognerebbe inventarle.

INCONTRI COMN DONNE STRAORDINARIE è disponibili nelle principali librerie d’Italia e su Amazon.com

Pubblicato da Il sole 24 Ore, l’8 marzo 2023

@Riproduzione riservata

Luca Guadagnino, seduzione e bellezza

03 sabato Mar 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Moda & cinema, Oscar 2018

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Call me by your name, Chiamami col tuo nome, cinema, Cristiana Allievi, Giorgio Armani, Icon, interior design, Luca Guadagnino, Suspiria, talenti italiani, talento

FA CINEMA PER SODDISFARE IL SUO ANIMO DA VOYEUR. PERCHE’ OSSERVARE IL MONDO E’ DA SEMPRE LA SUA PASSIONE. CHE SI TRATTI DI SCRUTARE IL SUO PUBBLICO O GLI INVITATI AL SUO DESCO. TRA PIACERE E CRUDELTA’

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Il regista e produttore Luca Guadagnino fotografato da Alessandro Furchino Capria per Icon.

«Ho sempre pensato che se ti organizzi bene fai tutto. In tredici anni Fassbinder ha girato quaranta film e serie tv lunghe anche venti episodi». Siamo seduti sul divano del soggiorno della splendida dimora del diciassettesimo secolo che possiede a Crema, una proprietà che è stata disabitata per quarant’anni prima che lavorasse personalmente alla ristrutturazione durata sei mesi. Di questo luogo ha curato ogni dettaglio, dai tessuti che ricoprono divani e sedie, alle tende, alle tinte delle pareti. Nel soggiorno, a cui si accede attraversando la lunga loggia tutta vetrate con una collezione di piante tropicali, i soffitti sono affrescati, le sedie e i divani di Piero Castellini virano fra il porpora e il ciliegia, mentre le pareti sono pervinca scuro e aiutano i pavimenti di cotto rosso a spiccare. La bellezza è nell’aria, e perdercisi è un rischio reale. Del resto le dimore per Luca Guadagnino sono un tratto distintivo, e nei suoi film hanno la stessa sensualità degli attori. L’ultima è stata la Seicentesca Villa Albergoni che ospita le vicende di Chiamami col tuo nome, e che irretisce lo spettatore tanto quanto i favolosi Armie Hammer e Timothée Chalamet. Tornando a Fassbinder, me lo cita quando gli faccio notare che l’ultimo è stato un anno vissuto davvero pericolosamente. Tra il Sundance, Berlino, Toronto e altri festival nel mondo si è parlato solo del suo film, con lui e il cast sempre presenti. In quegli stessi mesi ha terminato le riprese di Suspiria -attualmente in fase di montaggio- e si prepara a girare il film in costume con Jennifer Lawrence, Burial rites, tratto da una storia vera, e il thriller Rio con Jake Gyllenhaal e Benedict Cumberbatch. Non bastasse, mentre segue i progetti della sua casa di produzione, la Frenesy, ha iniziato una nuova vita professionale. «Ho avuto la brillante idea di aprire uno studio di interior design, ho un team di architetti che lavorano con me e al momento stiamo seguendo un cliente in Italia e uno in Germania. Sto chiedendo parecchio al mio corpo, ma c’è molta adrenalina in circolo che mi permette di farlo».

A guardare quello che ti sta succedendo, e gli attori coinvolti nei prossimi progetti, non c’è da meravigliarsi: è sotto i riflettori come mai prima d’ora. «Ho sempre lavorato con quel tipo di attori, non è cambiato nulla. In A bigger splash c’erano Ralph Fiennes, una delle leggende viventi del cinema anglosassone, Matthias Schoenaerts e Dakota Johnson, una delle giovani più in ascesa a Hollywood. In Suspiria ci sono Chloe Grace Moretz, Mia Goth e ancora Dakota e Tilda. E sono almeno cinque anni che io e Jake Ghyllenhal cerchiamo di fare un film insieme».

Quindi non si sente cambiato, nonostante il suo nome ormai sia noto a tutti? «Arrogarsi il diritto di percepirsi cambiati come persone, in base a fenomeni esteriori, è una totale stupidaggine. Io sono l’amore è stato candidato ai Golden Globes e ai Bafta, e avrei potuto prendere la nomination agli Oscar per il film ma ce l’hanno data per i costumi. Quello che conta, per me, è che ho ricevuto lettere straordinarie da colleghi importanti, ho stretto amicizie con registi straordinari».

Come si sentirebbe con un Oscar in mano? «È una domanda che non posso nemmeno ascoltare. Un premio può far parte della tua storia professionale, quando fai il mio mestiere e partecipi a un processo professionale che hai deciso di affrontare a un certo livello, se hai un gruppo di collaboratori straordinario e la fortuna di scegliere la storia giusta al momento giusto. Un premio va affrontato per quello che è, come un riconoscimento del lavoro di un gruppo di persone ma anche qualcosa di transeunte, il risultato di una casualità e di una costanza».

Insomma, per lei la statuetta non farebbe la differenza? «Assolutamente no, ci sono cineasti immensi che non hanno mai vinto un Oscar e altri di una mediocrità sconfortante che hanno ricevuto parecchi premi. Mi sono laureato in Storia del cinema con il professor Spagnoletti, a Roma, e prima ho insegnato per lui come ricercatore, poi ho fatto il critico per molti anni. Voglio dire che non posso non essere consapevole del fatto che si sta parlando di variabili».

Il momento più doloroso, fino a qui? «Melissa P., un lavoro che non rispecchia la mia visione. Ma ho imparato la lezione, e non posso lamentarmi. Dal 1995, quando ho iniziato a fare il regista in modo professionale, ho sempre fatto quello che ho voluto. In 25 anni incontri, scoperte ed errori fatti mi stanno bene. Dal allora mi muovo a piccoli passi che mi portano dove voglio essere, che non è necessariamente il luogo del successo».

Che luogo è? «È il luogo in cui ho la possibilità di fare ciò in cui credo. Mi piace lavorare con strumenti che mi fanno sentire tranquillo rispetto alla resa di ciò che voglio fare».

Come definisce il successo? «È qualcosa determinato da variabili che non hanno niente a che vedere con la realtà identitaria del soggetto che ne viene coinvolto».

(…continua)

L’intervista integrale è pubblicata su ICON Panorama di Marzo, anno 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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