Mads Mikkelsen: «Amo il calcio, ero attaccante. Se il Barca chiama mollo i film»

Tag

, , , , , , , , , ,

LA STELLA DANESE, UN PASSATO DA BOMBER PROFESSIONISTA, IN UN FILM OTTOCENTESCO: «VANITOSI I RICCHI DI ALLORA, SI, MA PURE OGGI SI CERCA LA FAMA SENZA SAPER FARE NULLA».

di Cristiana Allievi

L’attore danese Mads Mikkelsen, 58 anni, in una scena di La terra promessa, al cinema dal 14 marzo.

Osservando una landa di terra desolata, in molti finirebbero per cadere in depressione. Specialmente se  il luogo è di quelli in cui si fatica a marcare il confine fra le pietre e le persone. Ma per il soldato che torna dopo venticinque anni da capitano dell’esercito, le cose sono diverse. Su quella terra inospitale e terribile, lui si sdraia e protegge dal gelo un segreto. Qualcosa destinato a diventare il suo tesoro. A raccontare questa storia saranno il corpo e il viso dell’attore danese Mads Mikkelsen, entrato in alcune delle più grandi franchise degli ultimi 50 anni, da James Bond a Star Wars, passando per Harry Potter (in cui ha sostituito Johnny Depp), e questo solo se si pensa a Hollywood.  Se ci si sposta a casa sua, in Danimarca, è un orgoglio nazionale, al pari della squadra di calcio.

58 anni, con la moglie Hanne Jacobsen ha avuto un figlio e una figlia. Gemello di Lars (anche lui attore), è cresciuto prima a teatro, poi in tv e infine al cinema. Ex ginnasta convertitosi a danzatore, regala il meglio di sé quando si immerge nelle scene fisiche. Vestito completamente di blu, e in una forma fisica invidiabile, lo incontriamo per farci raccontare quel suo scavare la terra a mani nude che vedremo dal 14 marzo al cinema. La terra promessa, in Concorso all’ultima Mostra di Venezia, lo vede ex capitano caduto in disgrazia, Ludvig Kahlen, che nel 1755 decide di provare a coltivare la brughiera che tutti pensano impossibile da trasformare. Contro di lui c’è il ricco e spietato Frederik de Schinkel, che crede che quella terra gli appartenga, e il conflitto fra loro crescerà sempre più. Nonostante non ci sia stata una nomination all’Oscar per il film (un vero peccato), qualche mese fa Mikkelsen  ha vinto per la terza volta il premio al miglior attore europeo dell’anno.

Come si è preparato a diventare Kahlen?  È un uomo molto complesso che ha problemi nel relazionarsi con gli altri. La sceneggiatura si basava su un libro pubblicato recentemente su Kahlen, è stata quella la mia fonte di studio. Kahlen sarebbe capace di rovinare il mondo, pur di andare per la sua strada e ottenere ciò che vuole. Diciamo che è un egoista molto focalizzato sui suoi obiettivi».

La cocciutaggine è una caratteristica che le appartiene? «La riconosco, sì. Può essere una qualità come uno svantaggio, lo ammetto».

In che modo l’ha aiutata fino a qui? «Quando penso che ci sia qualcosa di sbagliato non mollo, sono capace ad andare contro tutto».

Il suo personaggio desidera disperatamente un titolo nobiliare, lei ha mai desiderato qualcosa così fortemente? «Ho avuto molte fantasie in mia vita, non le ho mai indagate razionalmente perché perdono di interesse.  A parte questo, se oggi mi telefonassero e mi chiedessero se voglio giocare per il Barcellona, non esiterei un istante».

Su Google si trovano ancora foto di lei che corre dietro al pallone in calzoncini bianchi e maglia azzurra.  «Il calcio è il mio primo amore, la mia passione di quando ero un bambino. Ho firmato il mio primo contratto a 16 anni, con Aarthus, poi sono diventato un professionista. Ero un attaccante».

Anche in La terra promessa, in un certo senso, è un attaccante. «C’è qualcosa di umanamente riconoscibile, magari di non così estremo, nell’essere attratti da qualcosa che non è facilmente ottenibile. Ti strangoli per raggiungerlo, nonostante non succederà mai…».

Questo uomo, come il re del film, sono spesso ubriachi, un dettaglio che ci dice qualcosa della Danimarca? «I personaggi che vede erano degli dei nel loro mondo, è normale che bevano. È anche vero che fa parte della storia della Scandinavia, siamo noti per vendere il petrolio del mare del Nord a un prezzo ridicolo, i nostri politici non possono che essere ubriachi!».

Aveva già affrontato il tema dell’alcolismo, addirittura in forma di tributo, nel magnifico Un altro giro.  «Era anche un avvertimento sulle trappole dell’alcol, però. Devo dire che mi sembra quasi un film italiano, è stata la prima volta che ho rintracciato in Thomas Vintenberg il desiderio di rendere un tributo alla vita».

(continua….)

Intervista integrale pubblicata su Sette Corriere della Sera dell’1/3/2024

@Riproduzione riservata

Christine Angot, «Stuprata da mio papà a 13 anni»

Tag

, , , , , , , , , ,

In «A family», Christine Angot esordisce alla regia presentando il suo primo lungometraggio sul trauma subito da adolescente, quando il padre ha iniziato a violentarla

di Cristiana Allievi

La scrittrice, sceneggiatrice e regista francese Christine Angot, 64 anni, esordio alla regia con A family (Berlinale 2024)

Christine Angot è una donna di parola. In tre decadi ha pubblicato una ventina di libri e scritto otto sceneggiature (due per i film di Claire Denis, The Sunshine In e Both Sides Of The Blade).

Con il docufilm A family, la scrittrice francese ha esordito alla regia presentando il suo primo lungometraggio, crudo e scomodo,  alla 74esima Berlinale attualmente in corso.

E mentre scorrono le immagini lo spettatore inizia a individuare, fra fiumi di parole, quelle che non sono mai state pronunciate in un momento molto drammatico della vita della scrittrice sessantaquattrenne.

Il cuore del film è infatti il trauma subito all’età di 13 anni, quando il padre ha iniziato a violentarla, un abuso che è continuato nei weekend e durante le vacanze. È un tema che Angot aveva già menzionato in Incesto, del 1999, e in An Impossible Love  (adattato e diventato anche un film di Catherine Corsini). Ma è stato Un voyage dans l’Est, che ha vinto il Prix Medicis nel 2021, a marcare una differenza netta: Angot è diventata esplicita e ha coinvolto le persone di famiglia che sapevano dell’abuso e che non sono riuscite ad impedirlo. A family mette al centro proprio loro, in un viaggio in giro per la Francia in cui Christine cerca risposte. Lo fa portandosi dietro una macchina da presa che diventa un’arma con una doppia funzione, quella di testimone e di difensore.

Il film apre con una scena in cui, arrivando a Strasburgo per presentare il suo libro, entra a forza in casa della sua matrigna con la direttrice della fotografia Caroline Champetier. Poi si vede la casa in cui ha vissuto suo padre, morto dopo essersi ammalato di Alzheimer, quindi arrivano gli incontri con la madre e l’ex marito. Angot ha bisogno di sentirsi dire dai membri della sua famiglia allargata, che avrebbero dovuto proteggerla, perché non ci sono stati. Con il risultato scontato, nel caso di chi ha subito un abuso, di trasferire lo stesso shock e congelamento nelle persone che incontra, essendo lei stessa in quello stato. Sullo schermo si vede quindi il rifiuto da parte degli interpellati ad andare in profondità nell’analisi dell’accaduto, l’unica che riesce da esprimersi attraverso la rabbia è la figlia, Leonore. È lei che trova le parole per rompere il senso di solitudine e di isolamento della madre, fino a quel momento trasferiti anche sullo spettatore.

Abbiamo incontrato la regista a Berlino, poche ore dopo la proiezione in anteprima mondiale di A family.  

Ha incontrato suo padre per la prima volta a 13 anni, perché? «Quando sono nata, le coppie non sposate quasi non esistevano. Sono cresciuta da sola, con mia madre, che all’epoca era incinta e senza un marito, una vergogna, soprattutto nella provincia francese. Ma la mia nascita non è stata accidentale, i miei hanno deciso di avermi. Mia madre è ebrea e aveva un senso di superiorità data dal fatto di parlare molte lingue. Lavorava in un ufficio, ed era ebrea, e i miei si amavano».

E volevano un figlio. «Ma lui (il padre, ndr) ha sempre detto che non si sarebbe mai sposato, e all’epoca sposarsi era l’unica cosa da fare quando incontravi qualcuno. Così ha detto che avrebbe voluto fortemente un figlio da lei ma che non l’avrebbe sposata, infatti se n’è andato. Queste persone hanno idee molto chiare, sempre».

Quindi è cresciuta senza un padre? «Ero l’unica nella mia scuola, ma ho amato molto mia madre ed ero una bambina molto felice, studiavo ed ero piena di vita. Il mio nome era Christine Shwartz e sul mio certificato di famiglia non avevo un padre. Per la sua rispettabilità mia madre avrebbe voluto che mio padre mi riconoscesse, e quando la legge è cambiata ed è diventato possibile riconoscere un figlio anche dopo molto tempo, ha chiesto a mio padre di farlo. Si sono incontrati e in quel contesto lei ha organizzato il mio viaggio a Strasburgo per incontrarlo».

Non una buona idea… «All’epoca ero molto appassionata di lingue straniere. Quando ho iniziato a scrivere questa passione è svanita, e ho capito che la mia passione per le lingue era in realtà passione per “la” lingua».

Quando ha incontrato suo padre per la prima volta, si ricorda in che stato era? «Di grande ammirazione, avevo molte domande da fargli, sulle lingue, sugli accenti, su come avrebbe pronunciato questa e quell’altra parola… Credo che attraverso quel punto, la mia folle ammirazione per le lingue, lui ha potuto approfittare di me».

Prima di girare A family ha fatto terapia o ha usato il film come cura? «Nessuno può essere guarito girando un film, non credo. E credo più nella psicanalisi che nella terapia, l’ho iniziata quando la mia vita è diventata impossibile».

Quando? «A 23 anni non ero più in grado di vivere. Non potevo studiare, non riuscivo a mangiare né ad andare a fare la spesa, si è fermato tutto. Dopo aver provato tutto, persino l’agopuntura, ho deciso di rivolgermi a uno psicanalista».

Parlare con sua madre era impensabile? «Con quali parole? Avrei voluto farlo, ma non ho trovato né le parole giuste né il momento giusto. Non si formavano le frasi nella mia bocca».

Il film mostra momenti di violenza verbale negli incontri con i media di anni fa. Oggi il contesto del #metoo ha cambiato l’atmosfera? «C’è una diversa situazione globale, certo. Ma ho scritto Un voyage dans l’Est perché ho capito che quando vivi un’esperienza come l’incesto, l’umiliazione è il modo di trattarti, anno dopo anno. E quando scrivi romanzi, ogni volta che potranno ti umilieranno».

Ridicolizzare è un’altra strategia sociale? « C’è la società, è vero, ma c’è anche un crimine. Non ne avevo mai parlato, non volevo, l’ho rifiutato, volevo parlare della vergogna del primo giorno in cui incontri tuo padre e lui ti bacia sulla bocca. E il giorno dopo, quando non puoi raccontarlo a tua madre, e ti vergogni, come ti vergogni quando torni e dici alla tua migliore amica che tuo padre è così speciale e parla così tante lingue…».

Quella vergogna la abita tutt’oggi? «Quando ho iniziato a scrivere il libro, e poi ho chiesto a Caroline di prendere una videocamera e venire con me, la vergogna non c’era più. Dopo otto libri, ho usato un titolo come  L’incesto, ma non c’era ancora quello che era davvero successo: è stato con  Un voyage dans l’Est che è uscito veramente tutto».

In Francia quando si parla di abuso di donne sembra esserci  una sorta di negazionismo, penso alla lettera di Carla Bruni, Carol Bouquet e altre donne in difesa di Gerard Depardieu, e a quella di Catherine Deneuve e di Catherine Breillat che cercavano di reagire allo stile radicale con cui l’America ha impostato il #metoo. «Abbiamo una brutta tradizione nel firmare lettere, noi francesi».  

Jean-Paul Sartre negli anni Settanta ne firmò una con cui si schierava a favore dei rapporti consenzienti fra adulti e minori di 15 anni…  «Sembra una tradizione, forse in Francia c’è questa idea di dover dire quello che si pensa, di dover spiegare… E forse temi come amore e sesso beneficerebbero di una certa extraterritorialità, per trovare una visione lucida».

Quando dice “mi dispiace per quello che ti è successo”, sua figlia diventa la chiave di volta del film. Erano le parole che aspettava da tempo? «Quando Lenore ha detto quella frase eravamo a Nizza. Subito dopo sono tornata a Parigi per il montaggio, e per me è stato ovvio che sarebbe stata quella fine del film. Lei ha gettato una luce su tutto, un evento in cui non speravo più».

È stata come una guarigione attraverso le parole, a lei così care? «Non avevo aspettative sul fatto che qualcuno potesse dire una frase così semplice, così diversa dal “ti compatisco…” che la potrebbe dire una gran dama e che denota un senso di superiorità. “Mi spiace per te” denota il fatto di aver capito che fare un’esperienza come quella che ho fatto io è davvero molto triste. E questo è il cuore della faccenda».

Intervista Sette Corriere della Sera pubblicata il 20 Febbraio 2024

@Riproduzione riservata

Marta Donà, “Perchè amo stare dietro le quinte”

Tag

, , , , , , , ,

È la manager dello spettacolo che sta avendo più successo, basta vedere alla voce Sanremo, dove ha portato sul gradino più alto del podio prima Mengoni poi i Maneskin, fino all’ultima vittoria di Angelina Mango. È una delle donne che ho intervistato per il libro Incontri con donne straordinarie (Il sole 24 Ore) e alla presentazione di Milano curata da Il sole 24 ore ha raccontato, fra le varie cose, cosa le piace del suo lavoro dietro le quinte con artisti come Marco Mengoni, Francesca Michielin, Alessandro Cattelan, Antonio Dikele Distefano.

Nel video la presentazione del libro insieme all’autrice Cristiana Allievi, modera la serata il giornalista e scrittore Enzo Gentile.

Juliette Binoche: «Sul set ho ritrovato il mio ex compagno. Ho capito che l’amore resta»

Tag

, , , , , , , ,

L’attrice francese sarà una cuoca dell’800 nel film con Benoît Magimel, padre di sua figlia. E da mercoledì è Coco Chanel in televisione. «Due donne che mi piacciono: hanno bisogno di libertà e di eccellere in ciò che fanno»

di Cristiana Allievi

Juliette Binoche e Benoit Magimel in Il gusto delle cose, al cinema dalla primavera 2024.

Qualcuno potrebbe dire che gli ottimisti contemporanei sono naive. Ma c’è una categoria speciale, che Antonio Gramsci ha definito “ottimisti per volontà”, a questa appartiene Juliette Binoche. Riesce a irradiare luce anche in un pomeriggio parigino dal colore plumbeo, con la colonnina di mercurio scivolata sotto lo zero. Ed è difficile credere che il prossimo 9 marzo compirà 60 anni, non si direbbe nemmeno da vicino. «Ogni domenica vado al mercato biologico, un rito che si ripete da dal 1991», racconta quasi a rispondere a questo pensiero inespresso. «Da quando ho avuto i miei figli ho voluto che mangiassero cibo fresco e organico. Andavo a cercarlo ovunque, a Parigi e dove ci portavano i nostri viaggi, e non è sempre facile trovarlo». Il motivo del nostro incontro è il film Il gusto delle cose di Tran Anh Hung, in Concorso all’ultimo festival di Cannes e al cinema in primavera. Siamo alla fine dell’Ottocento, Binoche è Eugenie e cucina da vent’anni per il gourmet Dodin Bouffant (Benoit Magimel). La loro collaborazione si è trasformata in amore, ma Eugenie ama la libertà e il proprio lavoro, e non ha mai voluto sposarsi. Caratteristiche, le sue, che rimandano a un’altra donna forte e indipendente che interpreterà dal 14 febbraio in The New Look (Apple tv) di Todd A. Kessler, una delle serie più attese della prossima stagione. Racconta l’ascesa di Christian Dior che metterà in crisi il regno creato da Coco Chanel (Binoche) in coincidenza con l’occupazione nazista di Parigi  durante la Seconda guerra mondiale. Eugenie e Coco sono due donne agli antipodi, la prima è spesso ai

fornelli e veste un look morbido, colorato e romantico, mentre la seconda è decorata da cascate di perle e indossa solo il rigoroso bianco e nero. Non bastassero queste oscillazioni, durante la conversazione scopro che l’icona di Krzysztof Kieślowski si sta misurando anche a un altro livello: è passata infatti dietro la macchina da presa, e a breve esordirà come regista di un cortometraggio.

Iniziamo da The New Look: l’aspetto più importante intorno a cui ha costruito la sua performance? «Coco è una donna molto appassionata e dopo 15 anni di assenza torna alla moda per imporre la sua visione creativa. Lo fa per salvare la couture francese che secondo lei Dior ha rovinato. Questo confronto implica anche i diversi background,  perché Chanel viene da una famiglia molto povera, mentre Dior è cresciuto in un conteso borghese».

Il “nuovo look” a cui allude il titolo è quello che Coco trova detestabile.  «Trova “illogiche” quelle cinture in vita, i reggiseni imbottiti, le gonne pesanti e le giacche rigide».

Ci sono somiglianze fra Coco e la Eugenie di Il gusto delle cose? «Almeno due, l’eccellere in quello che fanno e il bisogno di libertà,  il non volersi sposare e restare imbrigliate in ruoli morali sociali. In realtà non è del tutto così, è più complesso. Chanel avrebbe voluto sposarsi con Boy Capel, ma lui le ha preferito un’aristocratica, fatto che l’ha ferita profondamente. Quando poi stava per sposarsi con Paul Iribe, prima della Seconda guerra mondiale, è morto d’infarto davanti ai suoi occhi, mentre Capel ha poi perso la vita in un incidente stradale».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Sette Corriere della Sera – 9 febbraio 2024

@Riproduzione riservata

Maria Sole Tognazzi, «Dieci minuti per cambiare»

Tag

, , , , , , , , , ,

E se da domani facessimo una cosa nuova al giorno, anche solo per pochissimo tempo? Parte da qui l’ultimo film della regista, che parla di donne in cammino, pesi di cui alleggerirsi. E (un po’) della sua famiglia

di Cristiana Allievi

Intervista pubblicata su Donna Moderna dell’1 Febbraio

@Riproduzione riservata

Vincent Cassel: «Ma prima vengono le mie figlie»

Tag

, , , , , , , , , , ,

Attore, Sex symbol, Vincent Cassel da sempre ha accanto partner bellissime (a cominciare da Monica Bellucci). Al cinema sarà il moschettiere Athos, però il ruolo a cui tiene di più è quello di padre. E qui ci racconta perché

di Cristiana Allievi

Capelli cortissimi, è vestito di nero. Fuma una sigaretta elettronica e risponde in modo calmo.  Nella conversazione c’è una parola che ricorre spesso, è responsabilità. Fino a qualche anno fa il mantra di Vincent Cassel era “libertà”. 57 anni, l’attore e produttore francese è padre di tre figlie, e questo non è un dettaglio. Deva e Léonie, 19 e 13 anni, sono nate dal matrimonio con Monica Bellucci, durato 15 anni. La terza figlia, Amazonie, 4 anni, l’ha avuta con la seconda moglie Tina Kunakey, modella nota in Francia da cui si è separato la scorsa primavera, dopo un’unione consacrata da copertine di giornali e campagne pubblicitarie. Qualche mese dopo, con un post sul profilo Instagram è stata ufficializzata la nuova compagna, la modella Narah Baptista: due i segni distintivi, la spiccata somiglianza con Tina e gli stessi 30 anni di meno rispetto a Vincent. Ma si sbaglia, chi vede Cassel semplicemente come un uomo di mezza età che cede all’amore giovane. L’attore francese è appassionato di sport, è un padre molto presente e un artista con quarant’anni di esperienza ancora molto ricercato.  I suoi hanno divorziato quando aveva 14 anni, la madre è la giornalista Sabine Litique, il padre Jean Pierre, attore, è mancato qualche anno fa. «Oggi mi fa sorridere vedere che gli assomiglio ancora più di anni fa. Se ho temuto il confronto? Sì e no. La famiglia è una cosa complicata, non la scegli tu ed è qualcosa da cui non puoi scappare».

Dal 14 febbraio sarà al cinema con I tre moschettieri – Milady, colossale adattamento cinematografico del classico della letteratura francese di Alexandre Dumas. In questo sequel di Martin Bourboulon i moschettieri sono sfidati dall’amore in modi diversi. Al centro, la figura di Milady  de Winter (Eva Green) e i suoi intrighi di corte. Cassel interpreta Athos, un ex giovane romantico che si è sentito tradito ed è diventato il fantasma di se stesso.

Athos è un personaggio  scuro, cosa ci ha messo di sè? «Qualcosa di me c’è di sicuro, ma a dire  la verità la prima cosa che ho pensato è di essere troppo vecchio per interpretarlo. Invece di cercare di sembrare più giovane, però, ho cavalcato la mia natura. Ho lavorato con l’immagine di un vecchio lupo grigio, sia per i costumi sia per le acconciature».

Cosa intende dire? «Sono l’unico dei tre moschettieri ad avere i capelli lunghi, segno della nobiltà dell’epoca. E invece che metterla sul combattimento fisico, ho prediletto l’uso della strategia, questo ha cambiato anche la dinamica fra me e D’Artagnan, che proteggo come un padre perché in lui vedo l’uomo che sono stato e che non sarò più».

Lei non da l’idea di essere altrettanto tormentato, nella vita. «Lo sono eccome, ma tendo a non indulgere in quella direzione. Sono un tipo più solare, mi piace pensare di essere sempre in grado di tirarmi fuori dalle situazioni difficili, nonostante i limiti da essere umano».

Quando la vita la mette in ginocchio come si rialza? «Mi prendo cura di me, cerco di pensare positivamente. Ho la tendenza a tornare al corpo, con lo yoga, la meditazione e il surf. E poi con la maturità ho imparato un altro trucco».

(continua…)

Intervista di copertina per il settimanale Oggi del 25.1.2024

@Riproduzione riservata

«Non so chi sono, ma ti amo».

Tag

, , , , , , ,

UN GIORNALISTA CON L’ALZHEIMER. UNA MOGLIE CHE NON LO LASCIA AI SOLO. E UNA REGISTA, MAITE ALBERDI, CHE VIVE PER 5 ANNI CON LA COPPIA FILMANDO TUTTO. NE È NATO UN DOCUFILM STRAORDINARIO, CON UNA LEZIONE PER TUTTI: LA MEMORIA EMOTIVA E PIU’ RESISTENTE DELLE INFORMAZIONI PERDUTE. COME FANNO CAPIRE LE ULTIME PAROLE DI AUGUSTO

Di Cristiana Allievi

È notte. In un’atmosfera ovattata un uomo e una donna sono nel letto di casa. Si fa giorno, e pian piano si entra nella vita quotidiana. La donna fa molte domande. L’uomo a volte sa rispondere altre no. The eternal memory  è lo struggente docufilm della regista candidata all’Oscar Matie Alberdi con al centro la storia d’amore di due persone affatto ordinarie. Lui è Augusto Góngora, giornalista, documentarista e conduttore televisivo cileno che durante la dittatura ha raccontato ciò che i media tradizionali tacevano. Con il ritorno della democrazia è diventato responsabile di tutti i programmi culturali di Televisión Nacional de Chile, la principale emittente pubblica cilena. Lei è Paulina Urrutia, 17 anni più giovane, attrice, attivista e politica che ha ricoperto anche il ruolo di Ministro della cultura dal 2006 al 2010. Hanno vissuto 25 anni insieme. Quando ad Augusto è stato diagnosticato il morbo di Alzheimer, la loro vita è stata stravolta. Hanno deciso di farsi riprendere e ne è nata un’opera molto commuovente: dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance, è passata dalla Berlinale al Zurigo Film Festival, dove abbiamo incontrato la sua autrice (e produttrice, insieme a Pablo Larrain). The eternal memory sarà nelle sale dal 7 dicembre.

(continua…)

Intervista pubblicata su Oggi del 14.12.2023

@Riproduzione riservata

Sigourney Weaver: «Perchè con me non ci provano proprio»

Tag

, , , , , , , , , , , ,

IL SUO METRO E OTTANTA l’HA PENALIZZATA FINCHE’ RIDLEY SCOTT NON L’hA RESA L’EROINA DI ALIEN. MA l’HA ANCHE AIUTATA A TENERE LONTANI I MOLESTATORI. ORA, A 74 ANNI, INTERPRETA UNA RICCA ARISTOCRATICA CATTIVA E DOMINATRICE. MA LEI È TUTTO IL CONTRARIO, COME SVELA IN QUESTA INTERVISTA

di Cristiana Allievi

Con Sigourney Weaver non puoi non parlare di statura. Perché il metro e ottanta di altezza che la contraddistingue è lo spartiacque della sua vita. Americana, studi a Standford, ha capito presto che il suo destino era altrove. Passata  a Yale a frequentare un corso di recitazione, i professori la guardavano male per la sua stazza, lasciandole parti da prostituta o da ragazzo. Finché Ridley Scott l’ha immaginata diversamente, e con la Ellen Ripley della saga di Alien ha cambiato la storia del cinema: ha fatto di lei una nuova eroina, una traslazione dell’eroe maschile che aveva dominato fino a lì. Il personaggio fu così iconico che Sigourney conquistò una candidatura agli Oscar come miglior attrice, e da lì in poi Sigourney- all’anagrafe Susan Alexandra- ci ha regalato solo donne forti, dirette, piene di carisma. Nel crime thriller di Paul Schrader in uscita il 14 dicembre, Il maestro giardiniere, è Norma, una signora ricca e rigida dell’America razzista (e contemporanea) del Sud. Potrebbe definirsi una cattiva, in realtà è una proprietaria terriera che incarna il ruolo alla vecchia maniera maschile. Domina  il suo giardiniere Narvel, anche sessualmente, ma quando arriva la nipote di lei, Maya, gli equilibri cambiano.

Con Norma è una dominatrice, una donna che usa il suo giardiniere come toy boy. Come si è sentita in quei panni? «Non sa quante volte mi hanno proposto di fare la ricca  aristocratica cattiva e dominatrice, un ruolo rischioso da giocarsi, che evito perché carico di clichè. Ma Paul Schrader (regista, fra gli altri, di American Gigolò e lo sceneggiatore di Taxi Driver e Toro scatenato, ndr) ha creato una persona reale».

Come la descriverebbe? «Una donna con grandi sentimenti, difficili da controllare. Ho creduto nel suo desiderio di rappresentare una figura maschile per sua nipote, e di volerla salvare per amore».

La memoria è volata a Una donna in carriera,  film iconico anni Ottanta in cui lei ha raccontato la competizione fra donne per un uomo. Qual è la differenza? «All’epoca la commedia vedeva due colleghe della stessa età. Catherine era old fashion e molto privilegiata, una persona scaltra e meno etica della collega, meno abbiente, che veniva da Staten Island.  Il maestro giardiniere mette a confronto una giovane donna con una donna matura, è una storia di sopravvivenza in un triangolo amoroso drammatico».

E anche una storia antica, la donna più matura che perde l’uomo che si innamora di una più giovane… «Sarà anche una vecchia storia, ma è una situazione molto reale, come il modo in cui reagisce: Norma ha il cuore a pezzi e lascia uscire l’animale che ha dentro».

Una madre inglese come la sua, ha aiutato indirettamente a interpretare donne fredde? «Mia madre ci ha cresciuti facendoci credere che quello che sentivamo non era importante. È il modo inglese, e in un certo senso lo ammiro, ma sono dovuta andare oltre… Invidio voi italiani perché vi vedo più in contatto con le vostre emozioni».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Oggi del 7/12/2023

@Riproduzione riservata

Catrinel Marlon, intervista alla madrina del 41° Torino Film Festival

Tag

, , , , , , , ,

L’attrice (ma non solo) in “Girasoli” racconta una storia d’amore e di follia tutta al femminile, all’interno dell’ospedale psichiatrico di Santa Teresa di Lisieux. E sulle battaglie delle donne si dice ottimista: “In questo periodo sta ridefinendosi una nuova situazione”

di Cristian Allievi

Catrinel salta gli ostacoli. Ma lo fa in modo diverso da quando, ragazzina a Iasi, Romania, è diventata un’atleta di valore seguendo le orme dei suoi genitori, entrambe ex campioni di atletica. Da adulta gli ostacoli che le vengono incontro sono più interiori, sono le ferite di una vita vissuta per strada, praticamente da sola, essendo nata da genitori diciassettenni ai tempi di Ceausescu. Grandi occhi scuri e le labbra carnose, notata da un agente durante la gita della scuola, Catrinel Marlon (Menghia all’anagrafe) diventa prima modella e poi attrice. E oggi, a 38 anni, mamma di una bambina, e incinta del secondo figlio, vince una gara importante: madrina del 41° Torino Film Festival, ha anche esordito alla regia con il suo primo lungometraggio, Girasoli, di cui è cosceneggiatrice. Il film è una storia d’amore e di follia tutta al femminile, all’interno dell’ospedale psichiatrico di Santa Teresa di Lisieux. Siamo negli anni Sessanta, fra lotte terapeutiche di psichiatre illuminate (Monica Guerritore) e bambine schizofreniche (Gaia Girace) che non meriterebbero terapie elettro convulsivanti, si fanno largo i “girasoli”, i pazienti più indipendenti che possono vivere fuori dai reparti. 

(continua…)

Intervista pubblicata per il Settimanale OGGI

@Riproduzione riservata