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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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Il dono di Tahar

28 sabato Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Asghar Farhadi, Belfort, Cristiana Allievi, Il profeta, Joaquin Phoenix, Katell Quillévéré, Kevin Mcdonald, Mary Magdalene, Riparare i viventi, Tahar Rahim

 

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Tahar Rahim, attore francese, 35 anni (courtesy of Esquire).

«Da ragazzo guardavo un film dopo l’altro e avevo in mente solo una cosa: diventare attore. Ho capito crescendo che il motivo è legato alla mia infanzia. I miei genitori mi hanno cresciuto con la visione che le cose te le devi guadagnare, il loro motto era “lavora e avrai quello che vuoi”, e da bambino l’unico compito che avevo era ottenere buoni risultati a scuola. Oggi quando giro un film è la stessa cosa: devo dare il meglio di me in quel momento, tutto il mio lavoro è lì».

L’attore più richiesto e versatile di Francia indossa occhiali da sole, jeans e maglietta, ed è di ottimo umore. Figlio di immigrati algerini, a Belfort vedeva tanti film anche perché si annoiava a morte. Dopo aver girato una serie tv di culto ha scoperto da un giornale che Jacques Audiard cercava un volto per un criminale. Si è sottoposto a tre mesi di casting estenuanti e ha fatto centro due volte: Il profeta gli ha regalato la fama mondiale e l’incontro con l’attuale moglie, l’attrice Leila Bekhti. E questo è un dettaglio importante, che si aggiunge al fatto di essere l’ultimo di dieci figli. Perché Tahar Rahim, 35 anni, non è il tipo d’uomo che ha in mente solo la carriera, anzi. Ribattezzato l’Al Pacino di Francia, ha lavorato con registi importanti come Fatih Akin, Ashgar Farhadi, Kevin Macdonald e Lou Ye, e la sua bravura lo ha portato fino a Hollywood, dove ha terminato da poco le riprese di Mary Magdalene, il colossal con Joaquin Phoenix e Rooney Mara che vedremo nel 2107. Ma ha anche altro per la testa, e quel bilanciamento che lascia spazio anche alla sua parte femminile lo rende estremamanete gradevole nella conversazione. «Voglio sapere cosa significa essere padre e prendersi cura di un’altra vita, e non temo di perdere occasioni di lavoro: se qualcuno mi vorrà nei suoi film aspetterà che sia di nuovo disponibile». Non una frase a caso, se si pensa al film in cui lo vedremo dal 26 gennaio, uno tra i più interessanti dell’ultima Mostra di Venezia. Riparare i viventi, diretto da Katell Quillévéré e tratto dall’omonimo bestseller di Malye de Kerangal, racconta di un grave incidente di un ragazzino e del trapianto di cuore che nell’arco di 24 ore sposterà la vita da lui a un’altra persona. In questo film che non si sofferma tanto sulla drammaticità dell’evento ma punta a trasformarlo, sollevando interrogativi su cosa sia la morte e dove vada a finire la vita quando esce dal nostro corpo, Tahar ha il delicatissimo compito di parlare con i parenti di chi è in coma per convincerli a donare gli organi dei propri cari, seguendone l’assegnazione. «Il mio personaggio, Thomas, è una specie di angelo sulla terra, è qui con un compito preciso. Il film racconta cosa significa donare agli altri, non solo i propri organi ma anche attraverso l’aiuto nella vita di tutti i giorni. Non credo nella reincarnazione, per me questa è l’unica vita che viviamo. Non so se con un trapianto passi qualcosa di te a un altro ma ho visto molte interviste, c’è chi dice “mi sento lo stesso” e chi invece dichiara di percepire “qualcosa di diverso in me…”. Forse se dai il tuo cuore a qualcun altro gli cedi anche una parte della tua anima, ma potrei dirlo solo dopo averlo provato». Racconta che deve a sua madre e alle sue sorelle l’aver coltivato la sua parte più sensibile. «Sono l’ultimo della famiglia, e in quella posizione osservi più di quanto parli. Per prepararmi a questo film ho guardato tantissimo la coordinatrice delle infermiere: non potevo starle vicino mentre era davvero all’opera con le famiglie, sarebbe stato poco rispettoso, ma l’ho osservata per fare tonnellate di domande, insieme a molte simulazioni».

Ha provato a fare surf da onda andando nel sud est della Francia, a Biarritz, ma ha scoperto che è uno sport troppo duro per lui. «Più cresco e più sento il bisogno di stare nella natura. La mia passione è il cielo, l’astromonia. Se vuoi veramente conoscerlo devi andare alle Hawaii, o in certi paesi in montagna, ci vuole tempo per spostarsi e non è facile con il lavoro che faccio. Ma con questa passione così forte ci devo fare qualcosa, vorrei tornare a studiare: ogni volta che sollevo la testa e guardo le stelle mi viene un capogiro. Da bambino guardavo ore e ore di documentari, sono sicuro che lassù ci sia qualcosa». Tahar sa che non dovrebbe dirlo, ma ama ascoltare la musica girando per le strade di Parigi con il suo scooter. «Vengo dai sobborghi e adoro l’hip hop, specie quello degli anni Ottanta e Novanta, dagli N.W.A. a Grandmaster Flash al più recente Jay –Z. Ma sono di larghe vedute, mi piacciono anche Marvin Gaye, Otis Redding e la classica. Gli unici due generi off limits sono il metal e la trance, troppo rumorosi per i miei gusti».

Al cinema invece non ha generi proibiti, basta vedere quanto è stato bravo nelle commedie, da Samba a Un amico molto speciale, venute dopo una serie di drammoni impegnativi. «Non sono solo un depresso, o un omicida, amo la vita e mi piace andare a ballare (ride, ndr). A pensarci bene è lo spettatore che è dentro di me a scegliere quale sarà il prossimo progetto». Nel 2017 lo vedremo in Le secret de la chambre noir, di Kiyoshi Kurosawa, e in Un vrai Batard, che «racconta in realtà di come ti liberi dai tuoi condizionamenti, di come cresci e ti emancipi e dei problemi che incontri crescendo». E soprattutto sarà in quel Mary Magdalene diretto da Garth Davis, kolossal hollywoodiano in cui lui, che è musulmano, reciterà la parte di un cristiano. «Lavorare con un attore come Phoenix per me è impagabile, anche se non sono il protagonista. Lui recita Gesù, io sono Giuda e la storia è quella di Maria Maddalena (interpretata da Rooney Mara, ndr), testimone della crocifissione e della resurrezione di Cristo. Abbiamo girato molto in Italia, prima in Sicilia, in provincia di Trapani, poi nella zona dei Sassi di Matera, all’interno di alcune chiese rupestri, ma anche nei Calanchi di Pisticci. E credo che le riprese fatte a Napoli, nella Galleria Borbonica, saranno spettacolari». Cosa pensa di terrorismo ed estremismi religiosi, vivendo a Parigi? «La mia filosofia non è avere paura, se pensi in quei termini non vivi più. E poi mi creda, ci sono posti peggiori di Parigi, in cui vivere».

Articolo pubblicato su D La Repubblica del 28 gennaio 2017

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Il battito animale di Fassbender

10 martedì Gen 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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12 anni schiavo, Alicia Vikander, Assassin's Creed, Cristiana Allievi, DannyBoyle, GQitalia, Jameson, La luce sugli Oceani, Macbeth, Michael Collins, Michael Fassbender, Steve Jobs, Steve McQueen

IL TALENTO NATURALE? «QUANDO NON SAI MAI COSA ASPETTARTI, COME CON MARLON BRANDO». LA FAME? «ALL’INIZIO L’AVEVO, È NECESSARIA E POTENTE». MICHAEL FASSBENDER È IN ASSOLUTO IL PIU’ FISICO DEGLI ATTORI DEL MOMENTO. UNO CHE SI SPINGE OLTRE, SEMPRE. PER SOPRAVVIVERE A SE STESSO.

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L’attore Michael Fassbender, 39 anni, uno dei maggiori talenti in circolazione (courtesy of GQ.it)

«Hai una fame feroce, quando sei agli inizi e cerchi di fare quello che davvero desideri nella vita. Io almeno l’avevo. E’ necessaria ed è potente. Oggi sono ancora molto appassionato, amo quello che faccio, ma in modo più rilassato». Mi chiedo se non abbia il potere di leggere il pensiero, Michael Fassbender. Perché appena me lo trovo davanti ho la sensazione che sia più rilassato di una manciata di anni fa. E pensare che prima del 2007, a 30 anni compiuti, il ruolo per cui era più famoso era uno spot della Guinness. Poi, partendo da Hunger, che guarda caso significa fame, ha regalato ogni possibile declinazione del disagio fisico e psicologico – dalla brutalità agli scioperi della fame, dalle dipendenze dal sesso alle seduzioni pericolose – in un crescendo di estremi cinematografici per due dei quali è stato candidato agli Oscar: nei panni dell’algido e geniale creatore di Apple, in Steve Jobs, il cui motto era “stay hungry, stay foolish”, e in quelli dello spietato schiavista Edwin Epps in 12 anni schiavo. Fino al giardino di un faro di fronte alle coste dell’Australia che in La luce sugli oceani (accanto ad Alicia Vikander, sua compagna anche nella vita) cresce un bambino che ha salvato da una barca a remi alla deriva, passando per il difensore dell’umanità di Assassin’s Creed, in questi giorni al cinema.

È una mattina di sole sfavillante e Michael Fassbender indossa camicia bianca con jeans e giacca blu. Mi racconta una parte importante della sua identità che ormai ci si dimentica, offuscati dalla bravura delle sue performance, ma che forse ne sta proprio alla base. «Mio padre è tedesco e mia madre un’irlandese del nord, di Antrim, era la nipote di Michael Collins. Io mi sono sempre sentito il diverso del gruppo». Non ha un fascino aggressivo;  i suoi modi sono gentili,  i suoi sono accoglienti, per niente disperati.

Lei è la prova inconfutabile del fatto che recitare fa risparmiare un sacco di soldi dall’analista. «Serve a capire meglio se stessi e gli altri. E oggi so per certo che tutti sono capaci di fare cose terribili. Meglio non averle a portata di mano, me l’ha insegnato Macbeth».

Ha dichiarato “la sopravvivenza è sopravvivenza”: cosa significa questa parola per lei? «Essere capaci di adattarsi, il potere dell’adattamento è la più grande qualità in un uomo».

La possiede? «In un certo senso è qualcosa che ho ereditato da una parte della mia famiglia. Gli irlandesi sono stati colonizzati, sono emigrati, hanno subito la carestia, in milioni si sono ritrovati sulle navi, credendo di andare a Liverpool e ritrovandosi invece in Australia… Diciamo che la capacità di adattarsi è qualcosa che hanno dovuto sviluppare».

È stato come una meteora, in una manciata di anni è arrivato al top: la velocità le piace? «Ho guidato la prima auto che avevo 12 anni, e da allora non ho mai smesso di correre sui kart. Fuori Londra ci sono un paio di circuiti, entrambi abbastanza veloci, quando scendo in pista mi diverto ancora, in un certo senso mi rilasso. È qualcosa che sento facile».

So che ha provato anche il brivido della Ferrari. «A ottobre sono stato a Maranello per la prima volta, un sogno per me. Sul circuito di Fiorano ho guidato una 488 GTB e una F12 berlinetta. Nei primi giri ero piuttosto stressato, ma una volta imparato a convivere con la velocità e assorbite tutte le informazioni che mi sono state date le cose sono cambiate. Guidare su una pista, il più veloce possibile, è una specie di meditazione».

Se penso alle parole di Danny Boyle, che l’ha diretta in Steve Jobs e ha detto “mi ha impressionato la qualità di assoluto fascino che applica ferocemente per raggiungere la perfezione in quello che fa”, mi viene in mente un altro Michael: Schumacher. «È sempre stato un mio idolo, e la vittoria di cinque campionati del mondo consecutivi una grande fonte di ispirazione».

Anche a lui hanno dato del maniaco e dell’egoico. «È vero, faccio molti compiti a casa, anche perchè sono lento nel memorizzare. Leggo una sceneggiatura almeno 200 volte, la ripercorro in lungo e in largo guardando le cose da ogni angolazione. Poi però al primo ciak in un certo senso butto tutto dalla finestra: è da lì in avanti che inizio a godermi davvero il mio lavoro».

Le sue performance sono molto fisiche, del resto. «Ho iniziato col teatro pop e la pantomima, sono entrambi molto fisici nel modo di raccontare una storia. Quando ho frequentato il Drama centre di Londra ho approfondito anche la danza e il lavoro sul movimento in genere: tutt’oggi quando mi avvicino a qualcosa penso quasi esclusivamente in termini di fisicità».

Faccia un esempio. «Se devo interpretare un contadino mi focalizzo sul peso che porta, su come trasporta gli oggetti: quello che voglio arrivare a mostrare è la forza che lo connette alla terra e che non ottieni andando in palestra».

E dire che Fassbender, quando aveva 19 anni, fu rifiutato da ben due scuole di recitazione. Il direttore di una delle due  quasi lo annientò, dicendogli: “Riconosco un vero attore da come entra in questa stanza, e lei non lo è”. Non l’unica svista, se si pensa che Steve McQueen, il regista con cui ha girato tre capolavori, lo aveva mandato via al primo provino. Fu il suo casting director a dargli una seconda chance.

In un corto diretto da Bruce Weber, sul set di un servizio fotografico lei accenna al “corpo dell’animale istintivo”. «Lo vedo solo in due attori, Marlon Brando e Mickey Rourke. Il fatto di non sapere mai cosa uscirà da quei corpi li rende così interessanti da guardare, è quello che definisco avere un talento naturale».

Come si sente a spingersi oltre, come fa sempre? «Male, ma per fortuna dura poco. Se penso ai miei film con McQueen sono trenta giorni di riprese ciascuno. Ho un mio modo di ribilanciarmi: lavoro molto duramente quando è il momento di farlo, e non appena si spengono i riflettori mi lascio tutto alle spalle».

Ci riesce davvero? «Ci riesco. A essere sincero una parte del mio cervello è sempre impegnata, ma se esco con gli amici non voglio essere quello che si porta dietro il lavoro, non mi diverto. Soprattutto, non voglio correre il rischio più pericoloso, che è essere ossessionati da se stessi».

Chi sono i suoi amici? «Non ne ho (scoppia a ridere, ndr). Scherzo, sono ancora quelli di una volta e per me è fondamentale passar del tempo insieme  a loro».

E a berci sopra? «Alla fine della giornata non disdegno un whiskey, meglio se irlandese come il Jameson. Ma non posso eccedere perché mi disturba lo stomaco, e dev’essere il drink di un fine serata».

Adesso, invece, che è mezzogiorno? «(ride, ndr) Non ho paletti troppo rigidi, ma per quest’ora direi che è più indicata una coppa di champagne».

A giugno tornerà nella sua Irlanda e per non smentirsi sarà di nuovo un amorale, in Codice criminale. Ma prima, a marzo, interpreterà un veterano della Grande guerra in La luce sugli Oceani diretto da Cinfrance e tratto dal bestseller di M.L. Stedman. «In superficie Tom è un uomo molto contenuto, all’apparenza sembra svuotato, ma sotto sotto c’è una tempesta. È come una pentola d’acqua bollente con un coperchio sopra».

Guarda il caso… «Vuol sapere la verità? Secondo me si sono messi tutti in testa che sono un dannato e non vogliono darmi parti che fanno ridere».

Non solo, stavolta la isolano a Janus Rock, dove c’è solo un faro circondato dall’oceano. Come si sente negli spazi incontaminati? «A casa. Sono cresciuto in una campagna meravigliosa, a County Kerry, i miei si sono traferiti lì da Heidelberg quando avevo due anni. Se mi allontano per troppo tempo dalla natura ne sento il richiamo, sta diventando una parte sempre più essenziale nella mia vita. Mi piace come il ritmo del mio corpo risponde a quell’ambiente. Più invecchio, più mi sento diverso in città».

Cover story di GQ Italia gennaio 2017 

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Emma Stone, «Sognare è potere»

14 mercoledì Dic 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Amazing Spider Man, Andrew Garfield, Arizona, Birdman, Cabaret, Coppa Volpi, Cristiana Allievi, Damien Chazelle, Easy Girl, La La Land, Maniac, New York, Ryan Gosling, Steve Carell, The battle of the sexes, Woody Allen

CAMALEONTICA E IN CONTINUO MOVIMENTO, È LA CREATURA DI HOLLYWOOD CHE PIU’ INCANTA PER IL TALENTO NEL CAMBIARE PELLE. E RUOLI. IN LA LA LAND SVELA IL SUO PUNTO FERMO: LA CERTEZZA CHE I SOGNI TI INDICANO SEMPRE LA STRADA.

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Sul tavolo davanti a noi c’è una Red Bull. Emma Stone racconta che berla sarà un evento speciale: «lo farò alla fine della nostra intervista», scherza. È un camaleonte, questa giovane donna. Basta guardare le sue foto per accorgersi che la sua personalità è in continua evoluzione. Torna con la memoria alle sue prime audizioni e al feeling di essere rifiutata, che dall’alto di venti film girati, con tanto di nomination all’Oscar e Coppa Volpi vinta all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, sono ormai un ricordo lontano. «Non ho mai avuto un momento in cui ho pensato di fare le valigie e tornarmene a casa. Ma a essere onesta non mi sono mai esposta completamente». Non una frase a caso, perché in La La Land di Damien Chazelle, in cui la vedremo dal 26 gennaio accanto a Ryan Gosling, Emma incarna Mia, un’apprendista attrice che tenta di sfondare in teatro e intanto sbarca il lunario servendo cappuccini alle star del cinema. La relazione con Sebastian (Gosling), musicista jazz, dapprima aiuterà entrambi, poi il successo separerà le loro vite. «Mia è una donna che rischia molto. Passa sei anni a creare qualcosa di completamente suo. È la scrittrice, l’interprete e la regista di un one woman show: con queste premesse un rifiuto è devastante, e per fortuna non mi è mai successo di sperimentarlo. Ma sa cosa le dico? Ho imparato più dalle difficoltà, anche nelle mia vita privata, e dai film che non sono andati bene, che dalle esperienze che definiamo di successo. Le crisi ti costringono ad andare più in profondità, a essere migliore, a diventare più forte. E soprattutto a farti domande sul come hai fallito e su quanto tu stessa sia capacace di deludere gli altri. Tutto questo significa diventare davvero essere umani».

L’attrice nominata agli Oscar per Birdman, in cui era un’adolescente in difficoltà che rendeva la vita difficile a un padre ex celebrità decaduta, nelle vene ha sangue svedese (dal nonno paterno), inglese, tedesco, scozzese e irlandese. E non si definirebbe mai una ribelle: non ricorda la reazione di suo padre, quando gli ha presentato il primo ragazzo, «evidentemente era un tipo a posto», racconta ridendo. A 15 anni, Emma ha convinto i suoi a farle mollare la scuola per trasferirsi a Hollywood: è bastata una presentazione in PowerPoint, con tanto di titolo, per farli cedere. È così che si è trasferita con la mamma a Los Angeles. Me lo racconta in una mattina di sole nel patio di un hotel italiano, senza perdermi un attimo con quei grandi occhi verdi. Se le si chiede come vede la strada fatta fin qui, oggi che è una delle attrici più ricercate su piazza, non ha dubbi. «Due anni fa ho letto in un’intervista qualcosa che mi ha colpita. Si diceva che i sogni sorgono per incontrarci, trasformandosi in opportunità, e sto scoprendo che è proprio così: è il mio lavoro, in un certo senso, a rivelarsi a me».

(…)

Come Matthew McConaughey, Nicole Kidman e molti altre celeb, Emma sarà presto protagonista anche del piccolo schermo. Il primo progetto di cui si mormora è  Maniac, una serie da 30 minuti a puntata con il collega di Superbad Jonah Hill. È un’altra pietra miliare per l’attrice, che si misurerà anche con il ruolo di produttrice. La prossima primavera, a Londra, inizierà le riprese di The favourite con Yorgos Lanthimos, il regista di quel capolavoro stravagante che è The Lobster. Ma prima avremo il piacere di vederla in The Battle of the sexes, diretta da Jonathan Dayton, il film che ricostruisce l’epico confronto sul campo da tennis del 1973 in cui si sfidarono Billie Jean King e Bobby Riggs, interpretato da Steve Carell. «È un film incredibile, ha lo stesso direttore della fotografia di La La Land, Linus Sandgren, e gran parte della troupe. È un film così diverso da quelli che ho fatto finora, non avevo mai recitato una persona davvero esistita come Billie Jean King. E quello che voglio portare a un regista, oggi, è un senso di apertura e di esplorazione, un’attitudine a immergermi nello sconosciuto».

(continua…)

L’intervista integrale è la storia di copertina di D La Repubblica del 10 dicembre 2016 

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Natalie Portman: «La perfezione non esiste»

18 venerdì Nov 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Festival di Berlino, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Benjamin Millepied, Christian Bale, Eating animals, Jackie, Luc Besson, Natalie Portman, Planetarium, Safran Foer, Terrence Malick, The knight of cups, Weightless

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L’attrice israeliana naturalizzata statunitense Natalie Portman, 35 anni. 

«Avevo 19 anni e stavo recitando in Il gabbiano di Chekhov, al Delacorte Theatre in Central Park. Dopo la premiere sono uscite le prime critiche e ho fatto l’errore di leggerle. Sono andata in panico, ero quasi isterica. Mi sono precipitata nel camerino di Phil Semyour Hoffman, che era nel cast, urlando“non posso farcela, sono totalmente paralizzata!”. Lui, con una calma assoluta, mi ha detto: “Tutti quelli che sono sul palco con te, da Meryl Streep a Christopher Walken, a me, hanno fatto un sacco di casini quando erano alla scuola di teatro. Abbiamo sbagliato mentre non ci guardava nessuno, tu lo stai facendo là fuori, è normale avere paura!”. Mi stava autorizzando a sbagliare, e i quel momento ho capito che se un attore della sua portata, il migliore di tutti, è inciampato, allora potevo sbagliare anch’io». Il fatto che a pronunciare queste parole sia una delle attrici più pacate che ci siano in circolazione ha dell’incredibile. Indossa un abito Valentino Red color crema con disegni di pappagallini, e mi dice che oggi non commette più l’errore di leggere quello che scrivono di lei. L’incarnato del viso è perfetto, come ci si aspetta dal volto di Dior Parfums. Natalie Portman mi ha sempre dato l’idea di essere la prima della classe. A 13 anni era già sul set di Leon, e Luc Besson l’ha catapultata nel mondo del cinema che era una bambina. Ma a 18 anni, nonostante fosse già un’attrice sulla rampa di lancio, è tornata all’Università a studiare Psicologia. Cose che capitano, nelle famiglie borghesi, e Natalie è nata a Gerusalemme dal medico Avner Hershlag, ebreo di origine polacca, e da Shelley Stevens, casalinga di origini americane che poi è diventata la sua agente. Non bastasse, negli anni ha studiato giapponese, francese, tedesco e arabo, lingue che si aggiungono a quelle materne, l’ebraico e l’inglese. Insomma, se si pensa che ha anche sposato l’ex direttore del balletto dell’Opera di Parigi, Benjamin Millepied, e che è diventata produttrice e regista, sembra il ritratto della perfezione. Quando le elenco tutti i motivi per cui sarebbe facile etichettarla come “secchiona”, con l’aggravante di aver anche vinto il premio più ambito da un attore, l’Oscar, grazie a Il cigno nero, mi fa capire che mi sbaglio: «Quello è un falso idolo, e bisogna stare attenti a credere troppo alle statuette d’oro… ll consiglio che darei per avere successo? Non temere di fare casini! Non siamo sergenti, nessuno morirà per un nostro errore, la peggior cosa che può succedere a un attore è impegnarsi in qualcosa che non funziona: sbaglia quanto vuoi, va benissimo. Ancora meglio se accetti le conseguenze». Ora è al cinema con Knight of cups di Terrence Malick, e nel 2017 la vedremo in almeno tre film: Jackie, del regista cileno Pablo Larrain, presentato all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, e sono in molti a scommettere che nei panni della moglie di Kennedy vincerà il secondo Oscar. Poi verrà Planetarium, della regista francese Rebecca Zlotowski quindi Annihilation, di Alex Garland. E nei panni di produttrice promuoverà il il documentario Eating animals, dalle memorie di Jonathan Safran Foer.

Lavorare con Terrence Malick dev’essere molto affascinante, si è ispirata a lui per diventare regista? «Ho preso molto da Terrence, soprattutto il suo abbracciare le cose difficili del percorso. Se piove di solito i set si fermano, mentre con lui si gira con la pioggia. C’è vento? Lui riprende il vento… Il mondo ha bisogno dei suoi film, pieni di bellezza, spirito ed energia positiva».

L’ha voluta anche per il suo Weightless, in cui si trova al centro di un triangolo amoroso con Christian Bale e Michael Fassbender. «Il mio personaggio è molto diverso dal precedente, sarò bionda. Ma non le dirò di più, il rischio che si corre quando si gira con Terrence è di non ritrovarsi nemmeno in una scena del film».

Con A tale of love and darkness ha esordito alla regia. Essere sceneggiatrice, attrice e dirigere un film l’ha cambiata? «È stata una sfida enorme, trovare persone che credono in te, recitare in ebraico, scrivere una sceneggiatura che rispetti la realtà delle cose ed essere madre allo stesso tempo… Coinvolgerti in una cosa tutta tua, e per lungo tempo, da una soddisfazione enorme, ti prendi i meriti e le critiche. Da attore lavori per qualche settimana e poi ti presenti alla premiere un anno dopo. E se il film non va bene, è sempre colpa del regista».

 Com’è arrivata a impegnarsi in un film dalla storia particolare come Planetarium? «Conosco Rebecca da una decina d’anni, la make up artist dei suoi film, Saraï Fiszel, è un’amica comune che vive a Los Angeles. Mi ha chiamata per dirmi che voleva interpretassi un’americana trasferitasi in Francia, era proprio il periodo in cui ero andata a vivere a Parigi con mio marito».

Nel film lei ha il dono di parlare con i fantasmi e insieme a sua sorella vi esibite in giro per la Francia, finché un produttore non vi lancia nel mondo del cinema. Cosa ha a che fare tutto questo con lei? «L’idea di collegare lo spiritismo al cinema mi affascina molto. Il desiderio di “catturare” i morti, da una parte, e il fatto che tra cento anni si vedranno film che trasmettono ancora qualcosa nonostante gli attori siano defunti, è una nuova prospettiva sul cinema a cui non avevo mai pensato».

Con chi cercherebbe di mettersi in contatto, del suo passato? «Mi affascinerebbe sapere qualcosa di alcuni membri della mia famiglia di varie generazioni fa, di cui non so nulla».

Si dice che abbia coinvolto lei Lily Rose Depp nel film. «Rebecca faticava a trovare una brava attrice che parlasse francese e inglese e che potesse sembrare mia sorella, Lily Rose mi somiglia molto. È più matura per la sua età, mentre io sono molto immatura per la mia, ci incontriamo a metà strada (ride, ndr)».

Questo film e Jackie non sono diretti da hollywoodiani. «Li ho girati mentre vivevo a Parigi e mi interessava lavorare con registi con cui non avrei potuto collaborare negli Usa, perché appartengono a una tipologia che non pensa a un attore americano per i propri film. Pablo e Rebecca sono stati un dono per me».

L’anno scorso mi ha detto “vivendo in Europa mi sono accorta di quanto abbiamo perso noi americani senza accorgercene. A Parigi c’è una libreria ogni tre passi, a Los Angeles ce ne saranno due in tutta la città…”. Oggi  che è tornata a vivere in Usa con la sua famiglia, cosa dice? «In Europa ho imparato molto di me stessa, ho capito quanto sono americana (ride, ndr). Voglio sempre che le persone siano a loro agio, che stiano bene e siano felici, a Parigi non sorridono molto. Amo Los Angeles, è un posto incredibile e al momento è una specie di luogo dei sogni. Siamo circondati da arte, musica e alberi!».

A proposito di positività, lei è di nuovo in dolce attesa: oggi pensa che per una donna sia fondamentale essere madre, per sentirsi totalmente appagata? «Le persone sono diverse, c’è chi si sente davvero realizzato con i figli e chi senza. Questa ossessione dei media sulla maternità è assurda, soprattutto se si tratta di attrici. Per me un figlio è stata una svolta meravigliosa, mi ha cambiato la vita, ma sono sicura che altre donne possano sentirsi realizzate anche senza».

 

Storia di copertina pubblicata su F del 23 novembre 2016

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Jude Law, «La famiglia è un luogo che dà sicurezza, voglia di scappare e di ritornare»

19 mercoledì Ott 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Cristiana Allievi, Genius, Jude Law The Young Pope, Michael Grandage, Paolo Sorrentino, Phillipa Coan, Ritorno a Cold Mountain, Thomas Wolfe

PAPA IN TV (IN UN’ATTESISSIMA SERIE DIRETTA DA SORRENTINO), NELLA REALTA’ HA AVUTO CINQUE FIGLI DA TRE DONNE. E ORA HA UNA FIDANZATA DI 14 ANNI PIU’ GIOVANE. MA, A MODO SUO, HA BISOGNO DI UN PORTO SICURO DOVE TORNARE. PER POI ANDARSENE SENZA SENSI DI COLPA: «CONCENTRARSI SUL LAVORO NON È EGOISMO. PICASSO NON AVREBBE DIPINTO CAPOLAVORI SE NON SI FOSSE PRESO DEL TEMPO PER SE’».

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L’attore inglese Jude Law, 43 anni, ha debuttato al cinema nel 1994.

«Non vorrei sembrarle presuntuoso, ma non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui non sapessi che sarei stato un attore. Già ai tempi della scuola per me era eccitante mettere in scena drammi, raccontare storie mi faceva sentire benissimo, non ho mai considerato altre opzioni. Sono stato fortunato ad avere genitori che hanno incoraggiato me e mia sorella a esplorare ciò che ci rendeva felici». Gesticola molto mentre parla. Lo osservo pensando che questo aspetto, così naturale in lui, lo avvicina agli italiani. Mentre la sua voce è impostata ed è frutto di anni di lavoro nel teatro shakespeariano, anni che gli sono valsi riconoscimenti pari alle due nomination agli Oscar ricevuti per i ruoli sul grande schermo (Il talento di Mr. Ripley e Ritorno a Cold Mountain). Figlio di due insegnanti che hanno scelto il suo nome perché amavano Hey Jude dei Beatles, l’attore britannico ha due cose che lo rendono chiaramente molto felice: il suo lavoro e cinque figli. E se è bravo a gestire il primo, non si può dire che sia da meno sul secondo fronte. Basti pensare che la sua nuova fiamma, Phillipa Coan, è una studentessa di psicologia ventinovenne che Jude ha iniziato a frequentare l’anno scorso, mentre nasceva il quinto figlio, avuto da una relazione lampo con la cantautrice Chaterine Harding. Sarà un caso, ma nello stesso momento in cui ha confidato agli amici intimi “questa volta non voglio rovinare tutto”, ha indossato l’abito bianco di Lenny Belardo, il primo Papa americano della storia secondo Paolo Sorrentino. In questi panni andrà in onda su Sky Atlantic HD dal 21 ottobre nella serie The Young Pope, di cui è anche produttore, molto applaudita all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Subito dopo, dall’11 novembre, sarà nientemeno che Thomas Wolfe in Genius, di Michael Grandage, presentato all’ultimo festival del cinema di Berlino.

Il film di Sorrentino, lungo 10 ore e diviso in puntate, racconta la storia di Lenny Belardo, alias Pio XIII, uomo affascinante e acutissimo. C’è qualcosa di shakesperiano, nel suo modo di interpretarlo. «Non ho associato consciamente Shakespeare a Lenny, ma c’è qualcosa nei grandi temi che affronta che mi ha portato a quel tipo di teatro. Diciamo la verità, sono pochi i film in cui ti capitano grandi discorsi. In Amleto ne avevo sette, in Enrico V erano cinque, lo stesso sarà in The Young pope».

 Qualcosa di questo personaggio incanta, cosa ci ha messo di suo? «Il modo in cui fuma, in cui indossa le ciabatte e cammina, io e Paolo abbiamo lavorato molto a questi dettagli. Nel film si vede il papa che si prepara a uscire in pubblico, assomiglia molto a quello che fa un attore prima di una performance così come uomini e donne di potere, che sono nelle loro case a bere il caffè, e pochi minuti dopo diventano la regina o il primo ministro. E’ tutto molto familiare, è quello che faccio di lavoro».

I suoi discorsi, nel film, lasciano senza parole… «Quando ho letto la sceneggiatura mi hanno fatto lo stesso effetto. Mi piacerebbe prendermi i meriti, ma i dialoghi sono di Paolo».

Sorrentino crea un corto circuito: la rende bello come mai, e al tempo stesso non punta sul suo aspetto esteriore. In tutto questo, lei resta un magnete per lo spettatore. «Non sapevo da dove cominciare a prepararmi. Ho pensato di dover studiare la Bibbia e di informarmi sul Vaticano. Ho imparato molto, ma non arrivavo da nessuna parte. Paolo mi ha detto “concentrati su Lenny, diventa Lenny”. Abbiamo lavorato alla sua storia, su domande tipo “da dove viene questo ragazzo?”, “cosa significa essere orfano?”, “come ha imparato a sopravvivere?”, “cosa significa diventare papa per uno come lui?”. Ne è emerso un uomo molto calcolatore e molto sincero. Lenny non recita ed è molto intelligente, molto più di me (sorride, ndr)».

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Law nei panni di Lenny Belardo, in The Young Pope.

Anche lei sente la responsabilità di essere una persona pubblica? «Non molto, forse se avessi una parte rivolta specificamente ai bambini, come accade in Superman, sarebbe diverso, perché saprei che un bambino mi vedrebbe come un eroe. Mi sento un modello solo per i miei figli, in quanto attore il mio compito è incuriosire e appagare il pubblico. E quando mi intervistano non sono tipo da dare scandalo».

In Genius sarà Thomas Wolfe, il talento lanciato da Perkins, uno degli editor letterari più rispettati di tutti i tempi. L’amicizia tra i due mette a dura prova gli altri rapporti della loro vita: lei crede che essere un genio, o un artista, autorizzi a ignorare la propria famiglia? «Quando sei coinvolto in qualcosa di creativo è terribilmente difficile mantenere un equilibrio. Quando i miei tre figli erano piccoli era più complicato perché giravo film all’estero. Ma da cinque anni a questa parte giro tra il Regno Unito e l’Europa e non sento più di essere lontano da loro. Comunque c’è una responsabilità da accettare, in quanto padre, e allo stesso tempo puoi essere sincero solo con te stesso, come individuo. Io mi sento sincero quando considero il mio ruolo di genitore, voglio che i bambini crescano sapendo chi sono il loro padre e la loro madre, e che li amino per come sono».

Qual è il sottile confine tra amare quello che si fa ed essere egoisti? «Pensare a se stessi sembra egoistico ma a volte è molto importante. Concentrarti su quello che fai, e prenderlo molto seriamente, specie se hai talento, è importante. Forse se Picasso non fosse stato così egoista non avremmo il suoi grandiosi dipinti, lo stesso vale per musicisti e scrittori. Vorrei avere la risposta alla sua domanda, la mia è solo un’opinione».

Con Genius ha lavorato con Nicole Kidman dieci anni dopo Ritorno a Cold Mountain. «Non viviamo vicini e siamo entrambi molto occupati, ma non ci siamo mai persi di vista. Quel film insieme ci era molto piaciuto, tornare sul set dopo tanto tempo è molto bello. Recitare è come il tennis, mandi qualcosa e te la rimandano indietro. Nicole non conosce la paura, vuole provare tutto e farlo provare anche a te, è appagante lavorare con lei».

Molti artisti si perdono, nel processo creativo, lei come se la cava? «La famiglia per me è un luogo meraviglioso in cui tornare. È sicura, è reale, è normale, mi da sicurezza, forza. E anche il desiderio di scappare di nuovo! (ride, ndr)».

Ha mai intrattenuto i suoi figli recitando? «L’ho fatto, ma quella è la mia vita privata, a casa. Chi mi conosce bene può dire che non recito tutto il tempo. C’è un altro Jude Law, che a performance terminata non vuole vedere nessuno».

Com’è Jude Law in modalità off? «Quieto, perché fa un lavoro molto stancante».

Twitta, ha un profilo FB? «Niente di tutto questo, ho solo una mail che uso per lavoro».

Ultima domanda: cos’ha imparato del Vaticano, nei panni del Papa? «Quanto sia teatrale, mi ha ricordato che il teatro è nato in chiesa, dove gli uomini raccontano storie e indossano costumi, si prendono cura delle luci e usano l’incenso… Sono molto più simili a me di quanto pensassi».

Articolo pubblicato su F del 19 ottobre 2016

© Riproduzione riservata 

Kim Rossi Stewart: Tommaso e i quarantenni irrisolti

10 sabato Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Senza categoria

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Anche libero, Anche libero va bene, Cristiana Allievi, GQitalia, Kim Rossi Stewart, Tommaso, Venezia 73

Un film sulla mente che passa molto anche per la carne. Con qualche elemento autobiografico e molta riflessione sulla oggettività difficoltà (generazionale?) di riuscire a stare sulle proprie gambe abbastanza da viversi appieno e fino in fondo

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Kim Rossi Stewart, attore e regista romano, 47 anni. 

«È un film sulla mente, e a livello emotivo coinvolge meno del mio lavoro precedente. Del resto da quando l’uomo si è civilizzato e la sua intelligenza si è staccata da quella animale, con la mente bisogna farci i conti, nel bene e nel male». Così Kim Rossi Stewart racconta Tommaso, il film presentato fuori concorso a Venezia e da oggi al cinema.
È la storia di un uomo sulla quarantina che non riesce a tenersi accanto una compagna. Sogna fantastiche avventure con le donne, in realtà è congelato emotivamente e allontana sistematicamente chi gli si avvicina valicando i confini delle sue difese emotive. Dietro una specie di coazione a ripetersi ci sono due realtà, una madre assente e un bambino interiore con cui ha perso il contatto. Bambino che, dieci anni fa, stava al centro del primo lavoro dietro la macchina da presa del regista romano, Anche libero va bene, e che allora veniva abbandonato dalla madre. Ma mentre quella pellicola era riuscita nella sua analisi della relazione genitori-figli, in Tommaso sembra mancare il distacco necessario per ottenere lo stesso effetto.

Da una parte al regista va il merito di essersi messo al centro del proprio lavoro, con l’escamotage di far fare al suo protagonista il lavoro di attore in crisi. Dall’altra questo autobiogafismo è il punto debole del film: Rossi Stewart sembra troppo coinvolto col suo protagonista – che poi è se stesso- per poter restituire un racconto efficace e interessante. «Girando Tommaso mi sono trovato a valutare cosa può rappresentare, oggi, l’atto di mettersi a nudo. Ho giocato molto con questo aspetto, non so nemmeno io quanto lo abbia fatto. Avrei potuto scegliere altri mestieri per il mio protagonista, ma trovo che spogliarsi, con una buona dose di sincerità, sia un atto molto civile, etico e moralmente giusto. Se tutte le persone avessero questo obiettivo, dai capi di Stato alle persone più semplici, staremmo tutti molto meglio».

Tommaso è un attore frustrato che vorrebbe girare un film in cui racconta le proprie angosce interiori, ma nessuno glielo vuole produrre, e da spettatori si ha la sensazione di guardare proprio quel film a cui il protagonista allude. A un certo punto della storia dice “Io muoio, se non riesco a esprimermi liberamente”, frase che fa di nuovo pensare a chi sta dietro la macchina da presa. «La scelta del mio mestiere dice quanto questa frase mi riguardi, da sempre», racconta l’attore che più di vent’anni fa ha raggiunto la fama in tv grazie a Fantaghirò, e che a cinque anni era già sul set con il padre, attore e assistente alla regia. «Il mio lavoro mi ha sempre permesso di esprimere in modo libero tante questioni emotive. Poi c’è la vita privata, in cui l’espressione di me stesso ha il suo spazio».

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Rossi Stewart con Jasmine Trinca, una delle interpreti di Tommaso. 

I punti in cui Tommaso respira meglio sono forse quelli che ruotano intorno a sesso e seduzione, in cui si ha la sensazione di uscire da una zona di nebbia e di essere finalmente coinvolti. Mentre secondo Kim le immaginazioni erotiche sono un segnale a indicare la temperatura del malessere del suo protagonista, l’incapacità di vivere le cose concrete della vita, «la sessualità tira fuori gli aspetti più animaleschi, diretti e meno razionali di noi stessi, ed è nella natura delle cose che questo si senta nel film».

Senza svelare il finale della storia, non si può dire che Tommaso ne esca risolto. «Nel suo percorso viene risucchiato da una spirale, ma la cosa non è negativa», conclude Rossi Stewart. «Perché arriva a toccare il fondo, rischia, con coraggio, e secondo me entra in una nuova fase della vita. Ai miei occhi Tommaso riesce a uscire dalla ruota del criceto, scoprendo che quando si è in grado di stare sulle proprie gambe si è pronti per una relazione di coppia e per la grossa condivisione che questa comporta».

Se sente che il suo film appartiene a qualche genere? «So che ai giornalisti piacciono i paragoni, ma fatico ad associare questo film a qualcosa, se appartiene a un filone è quello autoreferenziale. Sono così ambizioso da voler creare qualcosa di unico, non mi vergogno ad ammetterlo».

 

Articolo pubblicato da GQItalia.it

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Un tuffo nel cuore di Nick Cave in 3D

06 martedì Set 2016

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Senza categoria

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Andrew Dominik, Arthur Cave, Bad Seeds, Cristiana Allievi, Marilyn Monroe, Nexodigital, Nick Cave, One more time with feeling, Skeleton Tree

«A colori vedi il quotidiano, in bianco e nero vedi la verità». Il regista Andrew Dominik introduce il documentario che svela il nuovo album del cantautore e il suo dolore straziante, al cinema da fine settembre

NickCaveOMTWF.jpg«Il colore è incasinato, è difficile renderlo bello. Il bianco e nero è elegante, rende le cose scultoree. A colori vedi il quotidiano, in bianco e nero vedi la verità». Andrew Domink spiega così la bellezza abbagliante del suo One more time with feeling, il film appena presentato a Venezia che racconta la musica dell’ultimo disco di Nick Cave, e molto di più, e che in Italia vedremo il 27 e 28 settembre grazie a Nexodigital. Il regista di L’assassinio di Jesse James e Coogan-Killing them soflty, presenta l’ultimo disco dell’artista in modo inusuale, con un 3D in bianco e nero che avvolge lo spettatore tra le note e lo porta, lentamente, dritto nell’anima del cantautore australiano. Si parte con quella che sembra un’intervista musicale in auto, poi si vedono le prove con i Bad Seeds, momenti di vita privata, lavori di sovraincisione della voce, fino ad arrivare alle riflessioni più intime di Cave sulla vita e sul trauma. Il lavoro al nuovo album, Skeleton Tree (uscita 9 settembre), è stato infatti segnato dalla tragica perdita del figlio Arthur, precipitato dalle scogliere di Brighton a giugno dello scorso anno, dopo aver fatto uso di LSD. Quando il musicista si è reso conto che presto sarebbe arrivato il momento di presentare il nuovo lavoro alla stampa, ha capito che non ce l’avrebbe fatta, così ha chiamato Dominik per affidare il compito alle immagini e soprattutto a un amico. «Nick mi ha cercato a dicembre, abbiamo iniziato le riprese a febbraio. Lui voleva suonare, l’idea era di presentare un piccolo concerto del disco, ma avevamo solo 34 minuti di canzoni. Ci voleva altro, non sapevamo cosa, è emerso strada facendo». Le immagini della pellicola lasciano il segno, come il momento in cui si vede la faccia di Cave sbucare dal pianoforte che sembra quasi d’argento. «È venuta davvero bene», racconta Dominik, «ho piazzato le luci dietro la macchina da presa. E poi con le nuove lenti in circolazione, l’ultima frontiera del nostro lavoro, puoi rendere tutto splendido». Lui e Cave si sono conosciuti molti anni prima che il musicista e Warren Ellis scrivessero la colonna sonora del secondo film di Andrew, L’assassinio di Jesse James. «Ci siamo incontrati nel 1986, veniamo entrambe da Melbourne. Ma il motivo per cui siamo diventati amici è che avevamo la stessa fidanzata, che è stata prima con Nick e poi con me. Loro due erano rimasti amici, una volta lei lo ha chiamato e ho risposto io, così abbiamo fatto una lunga conversazione». Andrew stava volando a Parigi, quando ha ricevuto la chiamata di Cave per questo film.

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«Era traumatizzato, e ha scritto canzoni per cercare di esprimerlo. Sapevo che girando il film avremmo dovuto attraversare qualcosa che non c’entrava con l’essere un dio del rock. Lui stava rapportandosi con molte emozioni, ed è tutt’ora così, è nel mezzo del processo». One more time with feeling è rispettoso, si avvicina alla perdita e al lutto con piccoli passi. «Non è un argomento che potevamo affrontare di petto, dovevamo arrivarci girandoci intorno. Se parti dal trauma non sai più dove andare, mentre se ti ci avvicini, il film tiene una direzione». Il film rende vivido il lato umano del musicista. «Nick era preoccupato delle occhiaie e racconta le sue insicurezze, anche sull’invecchiamento. È molto onesto su chi è e su cosa gli succede, un aspetto che mi piace molto di lui. Questo film è un modo per mettere un piede davanti all’altro e andare avanti». La danza delle telecamere intorno al musicista e al suo modo di affrontare il dolore dura circa due ore, e permette di ascoltare i suoi testi, diventati decisamente più ermetici. Uscirà in 650 sale nel mondo, mentre da gennaio Dominik sarà impegnato nelle riprese del suo nuovo lavoro, un film su Marilyn Monroe tratto dal romanzo Blonde di Joyce Carol Oates.

 

Articolo pubblicato da GQ Italia 

© Riproduzione riservata 

 

«Una storia rock», parola di Amy Berg, regista di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin

12 lunedì Ott 2015

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Amy Berg, Amy Winehouse, Ball and Chain, Big Brother, Cat Power, Cristiana Allievi, David Niehaus, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Joss Stone, Mick Jagger, Monterey Pop festival, Pink, Rolling Stone, Woodstock

Una donna sola e disperatamente bisognosa di attenzioni. All’università del Texas viene eletta “il maschio più brutto del campus” e non si riprenderà mai davvero dallo shock. Una tigre che salta sul palco di Woodstock e intona a squarciagola Ball and chain. E che, proprio grazie al suo cuore maltrattato, raggiunge un pubblico sconfinato, che si riconosce nel suo grido di dolore. Le immagini di Janis, il film presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia, e nelle nostre sale dall’8 ottobre, sono una specie di doccia scozzese. Disorientanti e potenti, raccontano la vita della prima rockstar della storia, una delle cantanti più venerate di tutti i tempi e che, nonostante sia durata solo 27 anni e abbia inciso quattro album, resta fissa nei primi posti della lista dei più grandi cantanti e artisti di tutti i tempi ideata da Rolling Stone. A 45 anni esatti dalla sua morte, Emy Berg, regista candidata agli Oscar, ci consegna il suo omaggio a Janis, un’icona che molti anni fa ha aperto la strada alle Joss Stone, Amy Winehouse e Pink contemporanee. Ci ha lavorato sette anni e la sua abilità è stata unire due prospettive. Da una parte lascia che sia Janis stessa a parlare, per tutto il film, attraverso le lettere scritte alla famiglia e agli amanti negli anni, molte delle quali rese pubbliche per la prima volta grazie a questo film. Interviste alla famiglia, agli amici di infanzia e ai colleghi musicisti completano il quadro. Quando lo spettatore si è fatto un’idea complessiva della donna, ecco che emerge potente un’altra parte. Arrivano le immagini dei concerti e le foto che sprizzano vita da tutti i pori. A quel punto lo spettatore è catapultato nelle prime file dei live, a respirare quell’aria magica e intrisa di dolore che ha fatto della Joplin un riferimento imprescindibile. Occhi azzurrissimi, magra, Emy Berg indossa un paio di jeans a zampa e una camicia trasparente. Parla a bassa voce ma con molto entusiasmo del suo lavoro.

Una scena di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin della regista Emy Berg.

Una scena di Janis, il docu-film sulla vita di Janis Joplin della regista Emy Berg.

Il suo film mette in evidenza un fatto: Janis stava bene solo sul palco: le immagini al Monterey Pop Festival, uno dei momenti più memorabili di Woodstock, parlano chiaro. «Il palco era la sua cura, le performance dal vivo di Janis erano elettriche. Lì si lasciava andare, e la gioia e il dolore che liberava erano assolutamente inebrianti. Forse dire che con le performance live si guariva è eccessivo, di sicuro le facevano dimenticare il suo dolore e la forte insicurezza. Ma il grosso problema di Janis era come essere felice nelle restanti 23 ore della giornata, un fenomeno molto comune tra i cantanti».

È Janis stessa a parlare di sè, per tutto il film. «Ho scelto di raccontarla attraverso le sue lettere, scritte alla famiglia, agli amanti. Leggendole ho incontrato una donna vulnerabile e dolce, a caccia di conferme, completamente diversa da quella che si vedeva nei concerti, capace di esporsi davanti a milioni di persone senza paura. È stato lì che ho deciso di lavorare sul contrasto».

Come ha scelto Cat Power, per farle da voce? «L’ho sentita in un’intervista su You Tube e mi ha colpito quanto la sua voce sia simile a quella di Janis. Hanno molte cose che le accomuna, anche Cat ha lasciato la famiglia presto per seguire la musica, e non l’hanno capita. L’ho cercata su Google e le ho parlato al telefono, una settimana dopo era con noi e mi mandava foto sull’IPhone».

Avere una giovane star dell’indie rock nel film servirà ad attirare più pubblico? «Adesso vedo che è così, ma all’epoca pensavo solo a qualcuno che sapesse leggesse con facilità delle parole, senza recitare».

Secondo lei come si sentiva tra gli uomini, Janis? Dice cose contraddittorie in merito. «Se n’è andata dal Texas cercando un’affermazione lontano da casa, allo stesso tempo cercava una famiglia, a San Francisco. Janis aveva bisogno di un sistema che la supportasse, non a caso la rottura con i Big Brother, la sua prima band, l’ha distrutta. Non aveva realizzato quanto stesse bene in quella dimensione. Ha lasciato il paese, cambiato tour manager, si sentiva molto sola. Infatti ha iniziato ad aveva un camerino solo per lei, si è separata dagli altri».

L’uso delle droghe era davvero massiccio… «Aveva una storia di dipendenze, già all’epoca in cui viveva a San Francisco. Nelle droghe ha trovato un modo per calmare le voci che la tormentavano nelle famose 23 ore in cui non era sul palco. Non ha saputo trovare la strada per smettere, è morta per mano di una partita di eroina».

 Janis mostra chiaramente che anche una persona molto danneggiata come lei ha avuto la chance di salvarsi, grazie all’amore vero. «È un tema forte nell’industria musicale, è più difficile per una donna di successo avere una vita privata. Per Mick Jagger e i colleghi le cose sono sempre state più facile, per una donna famosa è dura avere un uomo che stia a casa, o che regga la differenza di esposizione. Ecco perché ho pensato che una storia come quella con David Niehaus- un insegnante che viaggiava per il mondo e non aveva la minima idea di chi fosse Janis quando l’ha conosciuta- andasse mostrata. Era il periodo in cui lei aveva smesso di drogarsi, lui era un uomo forte, non era mai stata con un uomo simile. E non lavorava nel settore, quindi non c’era competizione tra loro. Ma a causa di lettere non recapitate e sfortunate coincidenze, le droghe sono tornate e hanno distrutto tutto».

Amy Berg, regista Usa che racconta la prima rocker della storia a 45 anni dalla sua morte.

Amy Berg, regista Usa che racconta la prima rocker della storia a 45 anni dalla sua morte.

I fratelli di Janis le erano molto vicini. «Era legatissima al più giovane, Michael, prima della morte stava pensando di trasferirsi in California e seguirla in tour. Lora le era vicina di età, forse stava combattendo con gli stessi fantasmi ma aveva diversi interessi, non stava tentando di diventare una rockstar».

Lavorando al film si è fatta un’idea dell’origine della forte insicurezza della Joplin? «Quando Lora e Michael parlano del matrimonio dei loro genitori, che andava sempre più in crisi tanto più Janis diventava famosa, c’è una frase chiave: “i nostri genitori sentivano di aver dato vita a una calamità”. Significa che erano imbarazzati di avere una figlia simile, mi ha fatto riflettere».

C’è qualcosa che l’ha colpita e che non ha raccontato nel film? «La madre di Janis era una cantante, aveva una voce meravigliosa ma ha deciso di non tentare la carriera e diventare madre di famiglia. Credo che la figlia abbia fatto ciò che non è riuscito alla madre».

Crede che sua madre fosse gelosa di lei? «Credo proprio di sì. Forse si trattava più di paura che di gelosia, ma questo è il background emotivo della loro relazione. So che sarebbe stato molto interessante da raccontare, ma dovendo scegliere ho tenuto il focus su Janis».

Dal suo film si intuisce che conosceva bene Jimi Hendrix, ma non è chiaro in che modo. «Ho sentito varie storie su di loro, che non ho incluso. Ma so per certo che Janis era una delle donne che si è messa in coda per servirlo…».

Cosa intende dire? «Che dopo i suoi concerti Hendrix aveva la fila di donne che aspettavano di fare sesso con lui. Janis ha detto alla sua band che si è messa in coda anche lei…».

articolo pubblicato su D di Repubblica del 19/9/2015

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Yann Arthus-Bertrand, il regista che racconta gli esseri umani

21 lunedì Set 2015

Posted by Cristiana Allievi in Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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6 miliardi di Altri, Bettencourt Shueller, cambiamenti climatici, Cristiana Allievi, Earth from above, emergenza pianeta, festival di Venezia, Human, Onu, Yann Arthus-Bertrand

Yann Arthus Bertrand, regista, scrittore, giornalista e fotografo francese.

Yann Arthus Bertrand, regista, scrittore, giornalista e fotografo francese (courtesy of artfinding.com)

C’è un uomo che racconta cosa si prova a uccidere. Una donna che ammette quanto le sia costato seguire i desideri di sua nonna, invece dei propri. E poi c’è chi ha così fame da ridursi a raccogliere i chicchi di riso da terra, negli anfratti delle strade del proprio villaggio. Si procede così per tre ore e 15 minuti, il tempo in cui sono stati condensati quattro anni di interviste a esseri umani provenienti da ogni angolo del pianeta, dall’Alaska all’Equador, sui temi più diversi. Si va dall’amore alla fame, dalla criminalità alla sessualità, e le parole si alternano alla bellezza straordinaria delle immagini della natura, e della musica che le accompagna. Con Human lo scopo di Yann Arthus-Bertrand, regista, fotografo, cineasta, ambientalista, narratore e maestro indiscusso delle riprese aeree, era quello di consegnare un ritratto del genere umano nella sua globalità e nelle sue infinite sfumature. Dopo Home, il film inchiesta sullo stato del pianeta visto da più di 600 milioni di persone, il nuovo film verrà presentato in anteprima mondiale al festival di Venezia, il 12 settembre, in contemporanea con il palazzo delle Nazioni Unite a New York. A un certo punto di Human un bambino stregone che è stato cacciato dalla sua famiglia dice “abbiamo tutti una missione su questa terra, e tocca a me trovarla..”. È forse questa la lezione più importante che Yann vuole lasciare allo spettatore, come racconta ad Icon proprio a Venezia, a poche ore dalla proiezione del film.

Lei è un maestro indiscusso delle riprese aeree. Da dove nasce il suo interesse per questa visione dal cielo? «Quando avevo trent’anni io e mia moglie siamo andati in Kenia a studiare i leoni per scrivere una tesi. Volevo diventare uno scienziato, ma non avevo i requisiti necessari e non volevo tornare a studiare. Così ho pensato a un dottorato sul comportamento dei leoni, e abbiamo scelto di seguire un’intera famiglia».

Per quanto li ha seguiti? «Per tre anni, tutti i giorni. Io fotografavo, mia moglie scriveva. Il leone è stato il mio maestro, quando ho scoperto la fotografia, grazie a lui ho imparato tutto sulla della bellezza evidente e sulla pazienza. A un certo punto è arrivata l’esigenza di studiare l’aspetto della territorialità, avevo bisogno di vedere le cose diversamente. E dall’alto registri cose insospettabili rispetto a quando sei a terra».

A quel punto ha deciso di fare il fotografo per davvero… «Sono tornato in Francia, era il grande momento del National Geographic, di Geo, di Airone da voi in Italia. Sono diventato il fotografo di wildlife e ho smesso di studiare. Era una vita meravigliosa, giravo per il mondo e guadagnavo. Poi ho scritto un libro che ha avuto enorme successo, Earth from above, ho guadagnato abbastanza da poter creare la mia fondazione».

Com’è nata, invece, la sua passione per il racconto in immagini filmate? «Nel 1991 per un guasto a un elicottero sono rimasto qualche giorno in un villaggio nel Mali, presso una famiglia di agricoltori di sussistenza. Sono un milione nel mondo, persone che non vendono i loro prodotti, coltivano la terra per solo sfamare la famiglia, e non sanno né leggere né scrivere. In quei due giorni mi hanno raccontato la loro vita, le loro angosce sulla morte e la malattia, il dispiacere per il fatto che i figli non potessero avere un’istruzione. Sapevo già quelle cose, ma mi sono accorto che sentirle dalla voce delle persone era diversissimo dal leggere il racconto di un giornalista. Io, che facevo le riprese aeree di tutti quegli omini, ho iniziato a chiedermi cosa avrebbero avuto da raccontarmi. Da lì è iniziato il progetto di 6 miliardi di Altri, una mostra multimediale precedente a Human.

La sua scelta è di comunicare cose di forte impatto ma senza alcun sensazionalismo, né spinta. «Ciascuno di noi reagisce per come è, a ciò che vede. C’è chi mi ha detto che non ha potuto vedere il film completo, era troppo violento… Tutte le persone che si vedono sullo schermo sono me e te, sono uno specchio. Ma concordo sull’assenza di sensazionalismo, io preferisco raccontare la verità senza giocare, certo è che un bambino che dice di essere stato venduto dai suoi genitori, è violentissimo da ascoltare».

Cosa pensa del cinema “normale”? «Non sopporto più la violenza gratuita, gli attori che fingono di soffrire, oggi c’è una grande confusione tra realtà e fantasia. La violenza è qualcosa che parte dall’economia, vivo in un paese che è il terzo produttore di armi al mondo, un paese che difende i diritti umani e allo stesso tempo vende aerei e missili che uccideranno bambini, colpendo una scuola. Non capisco perché siamo ancora in questa dinamica di violenza e di odio, la morte di un bambino è un’idea inaccettabile per me».

I problemi più urgenti del pianeta quali sono, secondo lei? «Non sono economici, quanto i cambiamenti climatici e i rifugiati. Dobbiamo smettere di combattere e aprire la mente, il papa ce lo ripete ogni giorno. Se non lo facciamo, esplodiamo. Il mio film parla di questo, di che cosa siamo al mondo a fare, di cosa significa essere esseri umani e di qual è la nostra missione».

È facile da trovare, secondo lei? «Dico spesso che è relativamente facile avere successo nella propria vita professionale, mentre è molto più complicato riuscire nella nostra vita in quanto esseri umani. Ma è a questo che dobbiamo tendere, ed è per questo che dobbiamo usare la nostra intelligenza».

Il nuovo film, Human, ha il sostegno di due colossi dell'impegno umanitario, la Fondazione Bettencourt Shueller e la Fondazione GoodPlanet, dello stesso Arthus-Bertrand .

Il nuovo film, Human, ha il sostegno di due colossi dell’impegno umanitario, la Fondazione Bettencourt Shueller e la Fondazione GoodPlanet, dello stesso Arthus-Bertrand .

Nel suo film una persona dice che la vita dell’uomo è più facile di quella della donna. Lo crede anche lei? «Innanzitutto credo che le donne non abbiano abbastanza potere sulla terra. Hanno un’intelligenza istintiva che le porta dritte a ciò che è essenziale, e credo dipenda dal fatto che la loro ambizione è riuscire a creare una famiglia, per cui serve intessere relazioni. Mentre l’uomo cerca la realizzazione professionale, e vuole realizzarsi attraverso di essa. Ma la felicità passa attraverso le relazioni e la crescita insieme, non i propri interessi personali».

Dopo il 12 settembre Human potrà contare su una distribuzione capillare in tutto il mondo, grazie al sostegno di network, della rete, dei cinema e delle televisioni.

Articolo pubblicato su Icon Panorama di settembre 2015

© Riproduzione riservata

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