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~ Interviste illuminanti

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Guerra e droni: “Il diritto di Uccidere” è un film di urgente attualità

25 giovedì Ago 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

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Barak Obama, Colin Firth, Cristiana Allievi, Eye in the sky, Gavin Hood, Good Kill, Guy Hibbert, Il diritto di uccidere, NAtional Birds, New York Times, Sonia Kennebeck, Wim Wenders

Diretto dal premio Oscar Gavin Hood e prodotto da Colin Firth, il film che racconta dettagliatamente cosa sia la “kill chain” che è al cuore di ogni attacco con droni, diventa quasi di utilità sociale. Perché questo tipo di guerra ci coinvolge tutti.

Il colonnello inglese Katherine Powell, dopo aver inseguito per anni una connazionale divenuta terrorista, la rintraccia in Kenya grazie all’uso dei droni.
Il suo “occhio” sul campo è pilotato in Nevada da un giovane ufficiale che, al momento di sferrare l’inevitabile attacco alla cellula terroristica di Nairobi, intercetta una bambina che si piazza a vendere il pane proprio a pochi metri dall’obiettivo. A questo punto tutto ruota intorno alla percentuale di probabilità che ci sono di far morire anche quell’innocente, per colpire il gruppo di terroristi. Inizia un gioco di rimbalzi in cui nessun politico nella “war room” londinese vuole prendersi la responsabilità di decidere, mentre da parte Usa arriva più volte l’ok a procedere.

Nelle sale dal 25 agosto Il diritto di uccidere (Eye in the Sky), diretto dal premio Oscar Gavin Hood e prodotto da Colin Firth, solleva una domanda fondamentale nello spettatore: il danno collaterale è moralmente accettabile nel contesto della lotta al terrorismo?«Non sapevo niente dalla moderna guerra con i droni, su cui tra l’altro non c’è mai stato un vero dibattito pubblico. Per molti mesi ho studiato la sceneggiatura di Guy Hibbert, ho letto libri, guardato documentari e preso contatti con l’esercito. Poi ho parlato con piloti di droni e avvocati che si occupano di diritti umani», racconta Hood. «Ma la cosa che mi ha coinvolto nel progetto, affascinandomi, è stato il fatto che al cuore della storia c’è un genuino dilemma etico e morale. Da ex avvocato mi ha ricordato il vecchio “dilemma del vagone”, spesso presentato alle lezioni di etica, in cui si chiede agli studenti se sacrificherebbero una vita per salvarne molte in circostanze che coinvolgono un treno in corsa che non si può fermare. Il diritto di uccidere pone lo stesso dilemma: uccideresti una bambina innocente per prevenire la possibile – ma non inevitabile – morte di molte persone per mano di un kamikaze?».

Il diritto di uccidere

 

 

Il diritto di uccidere

Come regista, Hood presenta questo dilemma allo spettatore in modo viscerale, cinematico ed eccitante, tenendolo inchiodato alla sedia e allo stesso tempo sfidando la sua idea di giusto e sbagliato. Interpretato dal premio Oscar Helen Mirren, da Aaron Paul e da Alan Rickman alla sua ultima e straordinaria prova di attore, il film è particolarmente abile nel far percepire cosa attraversano le persone a livello umano, dai vertici militari a quelli politici, fino al pilota che deve premere l’ultimo bottone della catena. E mette in rilievo come questa nuova guerra non coinvolga solo una tecnologia avanzatissima, ma incastri leggi, etica e politica: il colonnello, per ottenere l’ok a procedere, dovrà prendere una decisione personale, che lascia lo spettatore con qualcosa di cui parlare e lo coinvolge al punto da farlo diventare una specie di giuria.Il diritto di uccidere

Che quello dei droni sarebbe stato il tema dell’anno lo si era capito con l’uscita di Good Kill, diretto da Andrew Niccol e interpretato da Ethan Hawke, seguito dalla proiezione di National Bird all’ultima Berlinale, il documentario di 90 minuti di Sonia Kennebeck prodotto da Wim Wenders.

Se il film interpretato da Ethan Hawke intrattiene con il tormento dell’uomo che passa dalla guerra fisica, combattuta in Afganistan, a quella in cui si uccide a distanza, freddamente e senza nessun tipo di percezione, la giornalista freelance Kennebeck, che ha lavorato per la CNN e le tv tedesche, ha fatto un altro tipo di operazione: ha cercato fonti interne e le ha fatte parlare direttamente, raccontando per la prima volta cosa succede a chi si arruola in “un programma di droni”, con tanto di numeri sui tentati suicidi per il disagio causato alla psiche.

Poche settimane fa Barak Obama ha finalmente rilasciato dichiarazioni sul numero di “vittime collaterali” dei droni dal 2009 al 2015: da 64 a 116 in sei anni è la cifra rivelata dalla Casa Bianca, un numero molto inferiore a quello dichiarato da media e Ong. Negli ultimi sette anni sono stati 473 gli attacchi degli aerei senza pilota contro obiettivi del terrorismo internazionale, che hanno ucciso circa 2500 terroristi. Il tema è quanto mai scottante, e secondo il New York Times la dichiarazione di Obama a sei mesi dalla fine della sua presidenza ha un valore simbolico: sarebbe un modo per rendere i bombardamenti al di fuori di zone di guerra una routine accettata della politica di difesa.Il diritto di uccidere

Per questo motivo il racconto dettagliato di cosa è la “kill chain”, che è al cuore di Il diritto di Uccidere, diventa un fatto quasi di utilità sociale, dal momento che questo tipo di guerra ci coinvolge tutti. «È fondamentalmente la catena militare e politica del comando attraverso cui passa la decisione di colpire un individuo, prima che venga dato il via libera a ucciderlo», spiega Hood. «Nel film vediamo la catena in azione in tempo reale. Nel caso di un “individuo di alto valore” o di un target politicamente sensibile, questa catena della morte porta dritti al Primo ministro britannico e addirittura al presidente Usa. Il fatto che a rendere legale un assassinio sia una catena di permessi è materia di grande dibattito. Se la gente parla di quello che ha visto, e di come la fa sentire, e di cosa farebbe e non farebbe se si trovasse a prendere decisioni sulla vita e la morte di qualcuno, ne sarei entusiasta. È l’effetto che ha fatto a me leggere la sceneggiatura di Guy: mi ha fatto davvero pensare».

Articolo pubblicato su GQ Italia 

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Giorgia Benusiglio: «Il mio errore l’ho pagato tutta la vita».

22 lunedì Ago 2016

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Ambrogio Crespi, Carlotta Benusiglio, Cristiana Allievi, ecstasy, Giorgia Benusiglio, Giorgia Vive, Grazia, Lamberto Lucaccioni, Mdma, smart drugs, Vuoi trasgredire? Non farti

 

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Giorgia Benusiglio, 34 anni (courtesy Mediaset.it)

«Un giorno ho letto su un opuscolo “la droga fa male, se vuoi provarla ti diamo consigli su come farlo”. Anche sui pacchetti di sigarette c’è scritto “il fumo uccide”, ma se ti fai una sigaretta non muori. Ho pensato che per una volta non mi sarebbe successo niente, l’ho pagata molto cara». È il 1999 quando Giorgia Benusiglio si cala mezza pasticca di ecstasy in discoteca e in poche ore è colpita da un’epatite tossica fulminante. Il padre, Mario, si danna per farle avere un fegato nuovo in tempi brevissimi. Dopo la terapia intensiva e le crisi di rigetto (le hanno dato due volte l’estrema unzione), è proprio il padre ad accompagnarla per mano verso la rinascita. La incontro su una terrazza siciliana dopo la proiezione del docu film di Ambrogio Crespi che racconta la sua battaglia, Giorgia Vive– La storia di una fine che è solo l’inizio, appena premiato con il Cariddi alla 62° edizione del festival di Taormina e da settembre in tour per le scuole e i palazzetti d’Italia. Tuta pantalone in seta a stampe, cintura che le fascia un vitino minuscolo, parla con Grazia pochi giorni dopo dopo aver incassato l’ennesimo colpo. Il destino due anni fa le ha strappato l’adorato padre e solo poche settimane fa la sorella Carlotta, trovata impiccata a un albero di un parco di Milano. Mentre me lo racconta Giorgia non versa una lacrima. Ha quel naturale sistema di protezione che ci fa sopravvivere al dolore quando pare impensabile riuscirci. Al di là dalla vetrata che ci separa dal terrazzo c’è la mamma, Giovanna, che cammina senza una meta con lo sguardo ferito. Cerca continuamente un contatto con gli occhi grandi e luminosi della figlia.

Credo sua madre la stia cercando… «Devo starle vicino, dopo l’odissea con me e la perdita di mio padre, adesso anche mia sorella. È davvero troppo. Io e il mio compagno stavamo per tornare a vivere insieme, ma il lutto che ha colpito di nuovo la mia famiglia ci ha fermati».

C’è qualcosa che vuole dire su quello che è appena successo? «Non posso, gli inquirenti mi hanno pregata di mantenere il silenzio e ho totale fiducia sul fatto che la verità verrà fuori. Ma dedico a Carlotta il premio ricevuto, a lei e a tutte quelle donne che non sanno dire no a un amore sbagliato, pagandolo con la vita».

In Giorgia Vive sorprende vedere quanto amore le abbia dato la sua famiglia. Si è chiesta da dove è nata la sua esigenza di ricorrere all’ecstasy? «Quello che ti droghi perché i genitori non ti amano è un falso mito. Oggi si fa uso di stupefacenti per paura di comunicare con gli amici, per far parte di un gruppo, per noia. È un altro tipo di disagio».

Perché questo film a distanza di tanto tempo? «Sei anni fa ho scritto Vuoi trasgredire? Non farti, che è alla sesta ristampa. La mia vita era andare in giro a presentarlo e a parlare con le persone, come mi ha insegnato mio padre. Poi ho incontrato Ambrogio Crespi al Cocoricò, in occasione della morte di Lamberto Lucaccioni (deceduto a 16 anni per overdose, ndr). Lui ha sentito la mia capacità di comunicare e mi ha proposto di fare il film: è stato con me 24 ore su 24 dandomi un supporto straordinario».

Sua sorella Carlotta appare di spalle, nel film. «All’inizio non voleva apparire, poi le cose sono cambiate. Un mese prima della conclusione dei lavori ha chiesto lei di “leggere” una lettera che mi aveva scritto 16 anni prima, mentre ero in terapia intensiva e non poteva avvicinarsi. Tra le parole che pronuncia ci sono queste: “ricorda che sono qui per sempre, sono accanto a te”. Eravamo d’accordo per incontrarci a Taormina, invece è stata l’ultima cosa che ha fatto, non l’ho più potuta abbracciare. Non credo niente accada per caso, la sua presenza nel film che racconta la mia storia dimostra che l’amore ha vinto ancora, nonostante il dramma».

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Come definirebbe la sua occupazione, oggi? «Sono una consulente per la prevenzione giovanile contro l’uso di sostanze stupefacenti. Giro l’Italia da 10 anni, all’inizio era una volta alla settimana, poi sono diventate tre, oggi è un continuo. Voglio dare l’informazione che non mi è stata data all’epoca, poi ognuno può fare le proprie scelte. L’anno scorso ho incontrato un ragazzo che ha preso Mdma,  era giallo dalla testa ai piedi, aveva un’epatite tossica non fulminante e ha avuto più tempo di me. Mi guardava piangendo e mi diceva “non lo sapevo…”. Sulla mia pagina FB (Giorgia Benusiglio Prevenzione Droghe, ndr) ricevo 25 messaggi al giorno, anche da genitori che hanno molto bisogno di sostegno. Oggi gli adolescenti usano ecstasy, anfetamine, cannabinoidi, Mdma, e sta tornando l’eroina, non iniettata ma fumata. Poi ci sono le “smart drugs” le droghe sintetiche che si acquistano su internet vendute come tisane, profumatori d’ambiente e molto altro. Ne escono 100 nuove all’anno, la polizia non riesce a classificarle come illegali e non puoi arrestare i pusher».

I dati ufficiali sull’uso delle droghe? «Dicono che tra gli adolescenti il 78.2 per cento ha fatto uso, fa uso o userà sostanze stupefacenti».

Come sta il suo corpo oggi? «Il problema del trapianto sono i medicinali. Ho una malattia autoimmune all’intestino, ho avuto un tumore tre anni dopo il trapianto, ogni mese faccio gli esami del sangue e ogni sei un check up completo, è il mio modo di sopravvivere».

Ha una dieta speciale? «La terapia che mi ha dato l’Ospedale San Raffaele vieta l’acido arachidonico, cioè gli omega 6 e 9. In pratica posso mangiare solo verdura, frutta, formaggi magri, legumi, grano saraceno, riso e pesce bianco. E quando sgarro sto male, me lo permetto solo se il giorno dopo non ho niente da fare».

Cosa le succede esattamente? «Mi si bloccano gli arti, non mi alzo nemmeno dal letto».

Si è perdonata per quello che ha fatto? «Sarei disonesta a risponderle di sì, ma ci sto lavorando. Sono in terapia con una dottoressa specializzata in EMDR (un approccio mirato al trattamento del trauma, ndr), in pratica riapro cicatrici chiuse male, per farle guarire. Sono razionalissima, purtroppo, ma pian piano ho fiducia nel fatto che questo aspetto si sgretoli, almeno un po’…».

È la testimonianza vivente che da una tragedia si può tirar fuori qualcosa di buono. «Quello che non mi stancherò mai di dire, a tutte le persone che incontro, è che le tragedie nella vita accadono. Bisogna rialzarsi e continuare a vivere».

Mentre la saluto penso che nessuno, più lei ha, ha i titoli per pronunciare simili parole.

Articolo pubblicato sul n. 35 di Grazia, 2016 

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Oliver Stone: «Soltanto la verità».

10 domenica Lug 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Taormina

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Cia, Cristiana Allievi, Donald Trump, Hilary Clinton, Igor Lopatonok, JFK, Kennedy, Kiev, Louis Stone, Nato, Oliver Stone, ONG, Platoon, Salvador, Snowden, The Untold History of United States, Ucraina, Ukraine on fire, Vladimir Putin, Wall Street

Dal nuovo documentario Ukraine on fire, prodotto e appena presentato in anteprima mondiale in Italia, al prossimo film Snowden, sullo scandalo del Datagate, il regista e produttore tre volte premio Oscar prosegue la sua missione: indagare i fatti. E mostrare, ancora una volta, il volto più controverso dell’America

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Oliver Stone, regista attore e produttore Usa (courtesy youwoncannes.com)

«Non ha idea di quanto sia stato doloroso essere coinvolto in questo film. In passato ho girato documentari sul Sudamerica e conosco bene gli attacchi che ci si trova a subire, in questo caso sono stati violenti. Trovo inconcepibile dover essere accusati per difendere fatti che è importante che vengano conosciuti. Le opinioni possono essere discusse, ma i fatti devono essere presentati, e finora nessuno lo ha fatto come noi». Non a caso si è meritato il titolo di “coscienza dell’America”. Salvador, Platoon, Wall Street, JFK: nessun regista come Oliver Stone ha messo in dubbio il mito degli Usa come ha fatto lui. E pensare che quelli citati sono film mentre quando è davvero arrabbiato- parole sue- lavora a un documentario. L’ultima volta che si è cimentato sul tema è stato con il monumentale Untold History of United States, 12 ore di immagini che smontano 70 anni di storia ufficiale americana alle voci Seconda Guerra mondiale e Guerra fredda. 69 anni, tre Oscar, tre figli e tre matrimoni all’attivo, questo regista, sceneggiatore, produttore e attore non pare abbassare la guardia. È appena stato in Italia come produttore esecutivo di Ukraine on fire, presentato in anteprima mondiale al 62° TaorminaFilmFest, in cui appare nientemeno che come intervistatore del presidente russo Vladimir Putin e dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich. Stone ha vigilato sul regista Igor Lopatonok, ucraino trasferitosi negli Usa dal 2008, che ha voluto raccontare le complicate vicende di una terra di confine da sempre contesa tra Occidente ed Oriente. La ricostuzione è dal 1941 al 2014 e mostra quanto abbiano pesato i movimenti nazionalisti e la politica estera americana sulla rivoluzione in Ucraina, con particolare attenzione ai fatti di febbraio 2014 conosciuti come Euromaidan. Il regista di Platoon dà un altro colpo all’immagine del sistema-Usa prima di uscire nel suo paese (e in varie nazioni europee) con l’attesissimo Snowden. Il film racconta le vicende dell’informatico dipendente dell’Agenzia per la sicurezza nazionale che ha passato migliaia di documenti classificati alla stampa. Storia con cui, come rivela Stone stesso, è pronto a scommettere che sorprenderà i suoi spettatori.

Cosa l’ha spinta a produrre Ukraine on fire? «Il desiderio di esprimere una visione della crisi ucraina diversa da quella che propongono i corporate media, sembra che in Occidente la voce dell’Ucraia orientale non sia ascoltata. Ho incontrato molte difficoltà, lo ammetto, anche a causa dell’inglese di Igor e di molti ucraini con cui ho collaborato, persino riconoscere i vari nomi è stato complicato, a un orecchio occidentale sembrano tutti simili. Forse anche per questo in Occidente tendiamo ad accettare la visione che ci viene presentata».

Siete partiti da prima della rivoluzione arancione mostrando quanto corrotti siano sempre stati i governi ucraini e soprattutto cosa c’è dietro le manifestazioni a Kiev: i movimenti nazionalisti che nella seconda Guerra mondiale hanno affiancato i nazisti nelle stragi di ebrei e polacchi, supportati dalla Cia. Secondo voi dietro la crisi dell’Ucraina c’è una seconda guerra fredda per cui si rischia un conflitto mondiale. «L’anno scorso Winter on fire: Ukraine’s Fight for Freedom di Evgeny Afineevsky, è stato a un passo da vincere l’Oscar. L’ho visto perché sono membro dell’Academy e sono rimasto molto colpito in senso negativo. Raccontava solo la protesta in piazza Maidan e sembrava che tante persone pacifiche avessero voluto di loro spontanea volontà dar vita a una manifestazione che è sconfinata in violenza senza controllo. Afineevsky non contestualizzava i fatti, non diceva che alla polizia era stato ordinato di non sparare, non menzionava l’escalation di violenza, con i manifestanti che hanno attaccato gli edifici governativi. Nel massacro metà erano poliziotti e metà manifestanti e l’esame balistico ha dimostrato che i proiettili che li hanno colpiti erano gli stessi: vuol dire che a uccidere le persone sono stati i cecchini della destra nazionalista, nascosti tra i manifestanti. Fosse stato un mio film avrei insistito di più su questa parte».

Perché i fatti di Kiev sono al centro delle sue attenzioni? «Hanno portato a sanzioni, all’embargo, a conseguenze dure per l’economia. Molti paesi europei dopo l’abbattimento del jet della Malesya Airways hanno cambiato posizione verso la Russia, le conseguenze geopolitiche di questo fatto saranno molto pesanti. E ovunque andrà nel mondo, persino a Okinawa, ci sarà il governo americano coinvolto negli incidenti: ma negli Usa si parla solo dell’aggressione russa».

Che impressione la ha fatto Vladimir Putin, intervistandolo? «Mi ha colpito per la calma, non è un emotivo. Sembra un uomo che prende il suo lavoro molto seriamente, è preparato, non era lì per giocare con la macchina da presa o diventare tuo amico. Non ha avuto bisogno di un testo scritto per rispondere alle domande, la conversazione con lui è stata articolata e complessa».

Cosa pensa delle associazioni non governative Usa che operano in Europa, nord Africa e Oriente? «A volte fanno un ottimo lavoro, altre non sono mosse da fini nobili. Si parla di soft power degli Stati Uniti, è un po’ ovunque. Lei si immagina se una ONG messicana cominciasse a sostenere delle associazioni non governative nei movimenti di rivolta negli Usa, finanziandole, perché non condivide i trattati commerciali, o la politica estera degli Usa? Nel mio paese non durerebbe molto».

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Stone al Teatro Antico di Taormina, tra il regista di Ukraine on fire, Igor Lopatonok, e Tiziana Rocca.

Molti uomini, alla sua età, si rilassano o si chiudono in se stessi. Lei è più combattivo che mai. «Capisco che il tempo acquista sempre più valore, e se mi butto in un progetto devo metterci passione. Devo crederci, devo sentire che mi aiuterà a crescere».

Nel suo sito si legge un motto, “O nasci matto o nasci noioso…”. Oggi cosa considera noioso, se si guarda intorno? «Mettiamola così, i miei film non sembrano noiosi di solito, giusto? Ecco, la maggior parte di quello che vedo mi annoia a morte».

Dal suo punto di vista, se guarda indietro, qual è stata la spinta che l’ha portata a fare esperienze estreme e a buttarsi in progetti controversi? «La spinta è sempre stata conoscere me stesso, e cercare la verità, che continua a cambiare mentre cresciamo. Ho un profondo desiderio di comprendere il tempo e il luogo in cui mi trovo. Quando avevo 20 anni c’era un sacco di tensione e di insicurezza in me, mi ha spinto a fare molte cose, ha ispirato tutta la mia vita. Credo anche che il mio desiderio di migliorare non mi abbia ancora lasciato. E forse ogni regista sente un’insicurezza di base, nei confronti della vita».

È vero che dietro tutti i suoi film c’è suo padre Louis? «Sono nato a New York, nel centro del mondo, quindi in una posizione molto privilegiata, e mio padre era un repubblicano conservatore, supportava Eisenhower e odiava Roosvelt, a quei tempi lo odiavano in molti perché ha imposto molte regole alla borsa e ha fatto pagare tasse su tasse».

Cosa le hanno insegnato dell’America? «Ho imparato la storia ortodossa, quella secondo cui siamo eccezionali e facciamo cose buone nel mondo. Secondo questa regola la vittoria della Seconda guerra Mondiale con la bomba atomica era una necessità, così come il Vietnam, infatti dopo il college mi sono arruolato. Al mio ritorno dalla Guerra non sono cambiato subito. Innanzitutto durante il Vietnam sono successe molte cose nel mio paese, e dopo la guerra e i bombardamenti hanno iniziato a venire alla luce fatti nuovi, sul Watergate, sulla Cia e anche su molti comportamenti di politica estera che negli anni Settanta non erano di dominio pubblico. Fatti che Kennedy sapeva, ma non gli americani. Queste rivelazioni sono state molto importanti per la nostra storia, non a caso dal 1980 in avanti l’America è stata sempre più conservatrice e ha nascosto sempre più fatti al mondo: hanno mentito così tanto che conoscere la verità per gli americani era difficilissimo».

Ha votato Obama due volte, cosa ne pensa oggi? «Non ha riformato le ingiustizie, aveva promesso di cambiare la politica estera di Bush, parlava di trasparenza, voleva smettere con le intercettazioni illegali. Non ha fatto niente di tutto questo».

Come vede i due candidati, Trump e la Clinton? Cosa cambierebbe di politica estera, se vincesse uno piuttosto dell’altro? «Chiunque vinca le elezioni non cambierà niente in politica estera, nei panni di Presidente. Gli Stati uniti sono un sistema ben consolidato, purtroppo i candidati possono cambiare ben poco di questo grande sistema. Però conoscete la posizione di Obama su questo punto, e Hilary è ancora più radicale in fatto di politica estera. Sicuramente Obama si comporta così perché ha informazioni più approfondite di noi, ma non credo ci saranno grandi cambiamenti».

Il 16 settembre negli Usa uscirà Snowden, sullo scandalo del Datagate. «Mi piace ancora fare film, questo l’ho scritto e diretto, ci ho messo tre anni a realizzarlo e ne sono orgoglioso. Per molti Edward Snowden è un’astrazione, quasi una figura mitologica, di cui si conoscono solo stupidaggini. Ho voluto mostrare il vero uomo, spiegare chi era per far capire cosa è successo. E sono sicuro che sarete sorpresi da alcune delle cose che scoprirete su di lui».

Articolo pubblicato da D La repubblica il 9 luglio 2016

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Carmine Amoroso, «Porno e rivoluzione»

29 mercoledì Giu 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

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Biografilm festival, Carmine Amoroso, Cristiana Allievi, D La repubblica, Giuliana Gamba, Helena Velena, Judith Malina, Lasse Braun, Porn to be free, Riccardo Schicchi, Woodstock

 

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Ilona Staller in Porno & libertà di Carmine Amoroso

C’era la cultura psichedelica. C’era il rock. C’era l’opposizione violenta del terrorismo. E poi c’era una specie di scossa fortissima, quella del porno. Da una prospettiva mai raccontata prima, attraverso pionieri del cinema erotico made in Italy come Lasse Braun (alias Alberto Ferro), Judith Malina, Helena Velena e molti altri, il regista Carmine Amoroso ci racconta il fremito degli anni Settanta nel nostro paese. Nel suo Porno e libertà (Porn to be free il titolo internazionale), presentato in anteprima al Biografilm Festival e in tutte le sale dal 24 giugno, racconta la forza propulsiva di quella che è stata un’energia nuova e sconvolgente. Tutto è iniziato nel 2011, incontrando lo scomparso Riccardo Schicchi. «È stato come trovarmi davanti a Topolino», ricorda Amoroso. «Schicchi è un mito per la generazione degli anni Sessanta. Dopo i suoi reportage dall’Afganistan per Epoca pian piano il suo interesse si è spostato sul corpo femminile e sull’erotismo. Con i suoi film e i suoi scatti ha creato un immaginario porno che ha permeato due generazioni. Riccardo incarna bene quella controcultura che ha usato il porno come mezzo per passare tante istanze, soprattutto politiche».

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Una foto di Riccardo Schicchi in Porno & libertà

Le meravigliose immagini di repertorio al Parco Lambro, Mario Mieli che urla “battere e combattere”, le parole di Giuliana Gamba, prima regista donna a luci rosse, ci ricordano che l’Italia ha avuto la sua Woodstook. «Gli americani si vendono molto bene, ma anche qui abbiamo avuto i nostri Barry Flynn. Anzi, è stato Lasse Braun, alias Alberto Ferro, che in pochi sanno essere italiano, a portare il porno negli Usa». L’eccesso come carica propulsiva, quindi, come mezzo per accedere a una dimensione più profonda delle cose: tutti aspetti che si sono persi per strada, parlando del porno contemporaneo. «Non sono un esperto di pornografia né voglio diventarlo, ma oggi manca una concettualizzazione. L’industria è molto cambiata, è legata a forme mentali di perversione. Su YouPorn trovi vari frammenti che le rappresentano». Di finanziamenti per il suo film, nemmeno l’ombra. «Al Ministero una signora mi ha riso in faccia, e solo per l’uso della parola “porno” non sono riuscito ad avere spezzoni di certi film. Evidentemente manca ancora una riflessione approfondita su quel periodo».

articolo pubblicato su D La Repubblica del 25 giugno 2016

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Richard Gere: «Sono con tutti gli invisibili del mondo»

21 martedì Giu 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Taormina

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Alain Zimmermann, Coalition For The Homeless, Cristiana Allievi, FIO.Psd Foundation, Gli invisibili, HomelessZero, Lucky Red, Richard Gere, Taormina Film Fest, Tiziana Rocca

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Come una sfida amichevole è diventata un’occasione per lasciare il segno. Sul grande schermo e nel sociale. È successo al 62° TaorminaFilmFest, con questi ingredienti: un testimonial che è un divo tra i più amati; una comunicazione intelligente e un film, Gli invisibili, nato col preciso intento di per fare qualcosa per gli altri

A volte tutto concorre a far si che un evento diventi qualcosa che travalica i propri confini. Così la presentazione di un film a un festival, di per sè una routine, si può trasformare in un qualcosa di molto più grande di quello che sembrerebbe sulla carta. Scatenando emozioni, applausi, promesse, riflessioni, cambi di direzione nella vita. «L’anno scorso Richard Gere mi ha lanciato una sfida: “Tornerò in Sicilia se organizzerai qualcosa per i senza tetto, gli invisibili. Voglio che si faccia una campagna in merito, che il governo firmi un accordo e che le persone siano davvero responsabilizzate in prima persona», racconta Tiziana Rocca, general manager della kermesse cinematografica taorminese. «Su queste indicazioni ho pensato a cosa potevo costruire che girasse intorno al film con cui abbiamo aperto il festival, Gli invisibili, interpretato e diretto da Gere».
Compito non facile, considerato che la pellicola distribuita da Lucky Red e adesso presente nelle sale di tutta Italia era già uscita nel resto del mondo ed era stata presentata al festival di Roma due anni fa.

Infatti quando l’American Gigolò ha ringraziato pubblicamente la Rocca al Teatro Antico ha detto che non credeva che ce l’avrebbe fatta. Lei, una napoletana che vive a Roma col marito – l’attore e regista Giulio Base – e tre figli, ha iniziato 25 anni fa a fare il lavoro di pr in Italia, e ha sempre avuto un occhio attento al sociale nell’organizzazione dei suoi eventi. Per il festival, nelle sue mani da cinque anni, vola regolarmente negli Usa e convince le star una a una a venire al Sud. Fa tutto personalmente, non delega nulla. «Non ho effetti speciali, non ho aerei privati, né budget milionari, e avere grossi personaggi a Taormina richiede una lunghissima preparazione. Ma metto tanta passione nel mio lavoro, e viene sempre premiata». Qualsiasi cosa chiedano le star lei è sempre a disposizione, a qualsiasi ora, e ci tiene a far vivere ai suoi vip un’esperienza concreta del territorio, anche fuori dalle sale del Palacongressi. Ma soprattutto chi la conosce bene dice che se promette una cosa la mantiene. Il risultato si è visto l’11 giugno, quando è stato firmato il Protocollo d’Intesa tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e la fio.PSD Onlus (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora), a supporto della campagna di sensibilizzazione #HomelessZero. Il ministro Giuliano Poletti ha stanziato 100 milioni di euro che serviranno a promuovere azioni per ridurre il numero delle persone senza dimora, che in Italia si stimano essere intorno ai 50mila.

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Richard Gere presenta Gli invisibili a Sant’Egidio

Certo, il divo hollywoodiano ha fatto da forte catalizzatore. Almeno tre i momenti caldi della sua presenza. Il primo alla Comunità di Sant’Egidio di Roma, sede scelta per la presentazione del progetto alla stampa con proiezione del film ai senza tetto. «L’idea è stata quella di far ritrovare tutti alla mensa della Comunità, e non in un grande hotel. Era necessario andare da loro: noi siamo gli ospiti, loro i padroni di casa, e i protagonisti dell’evento», racconta Rocca. Lì i momenti di commozione non sono mancati, come è successo pochi giorni dopo a Taormina, all’incontro seguito alla proiezione ufficiale de Gli invisibili a cui erano presenti 300 homeless provenienti da tutto il sud d’Italia ma di varie nazionalità. Richard Gere voleva sperimentare di persona la disperazione di queste persone, farle raccontare a modo loro e fare da tramite con le istituzioni. «Ho iniziato molti anni fa a lavorare con la Coalition For The Homeless a New York, il gruppo principale nel sostenere i diritti dei senza tetto. È così che sono venuto a conoscenza di questo problema», racconta. «Quando mi è arrivata la sceneggiatura del film ho capito che era qualcosa che volevo fare, ma in modo diverso da come me l’avevano proposto. Non volevo semplicemente che si vedesse la storia di un uomo che finisce a vivere per strada, volevo che guardando il film si sentisse cosa significa». Nel corso delle riprese nell’Est village di New York, l’attore non è stato riconosciuto nei panni di un barbone. «Nessuno mi guardava in faccia, ero invisibile e mi trovavo alla stazione centrale di Manhattan».

Arriva la domanda che fa corto circuito tra cinema e realtà, rivolta a Gere da Vincenzo, un homeless italiano venuto a Taormina per incontrarlo: “Lei come si è sentito, mentre chiedeva la carità?”. «Sono un attore, e ho chiesto soldi non avendone bisogno, quindi la situazione è diversa», ha risposto Gere. «Ma abbiamo voluto che fosse il più realistica possibile, nessuno si è accorto che stavamo girando un film, le telecamere erano nascoste dentro gli edifici. Quando mi sono ritrovato lì da solo e ho tirato fuori la mano, impegnandomi nel rendere il gesto credibile, credo di aver sentito la sensazione reale di chi chiede l’elemosina».

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Tiziana Rocca, Gere e i sindaci di Taormina e Messina.

Un altro aspetto che stava a cuore all’attore, nel girare la pellicola, è il concetto del tempo.«Quando vivi per la strada sei quasi scollegato dalla realtà temporale, non è un caso che il film parta inquadrando un uomo con una ferita sul volto che si butta dell’acqua sulla faccia: non si da da dove arrivi e non si sa cosa gli sia successo, è una figura misteriosa». Sempre nell’incontro al Palacongressi prende la parola Bolgdan, di origine polacca. «Questo film parla di noi, che dalle stelle siamo finiti nelle stalle. Io sono contro la politica, ma per il sindaco di Messina ho solo rispetto, ci sta davvero aiutando…», conclude commuovendosi. «Pian piano ho capito che stavo raccontando una storia universale, che parla davvero di tante persone, soprattuto qui in Europa in questo momento», prosegue Gere. «Ho letto le statistiche dell’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, parlano di qualcosa come 60 milioni di persone che sono fuggiti per vari motivi e non hanno un posto su questo pianeta. Non risolve niente costruire un rifugio e dare un letto per la notte, anzi spesso crea più problemi. “Casa” non è solo un tetto sulla testa, è comunità, è avere persone a cui interessa di noi, per cui sappiamo di contare qualcosa. Per questo motivo trovo che Gli invisibili sia una metafora per tutti, non c’è nessuno che non abbia una storia che potrebbe portarlo a finire sulla strada».

Anche la casa svizzera di orologi di lusso Baume & Mercier, main sponsor del TaorminaFilmFest, è stata coinvolta nei giochi di sinergie di quest’operazione. «Ho conosciuto Gere l’anno scorso e sentendo quanto era coinvolto nel supportare la FIO.Psd Foundation è stato naturale affiancarlo», racconta Alain Zimmermann, CEO dell’azienda. «La responsabilità sociale è nel dna della nostra casa, da anni siamo impegnati su diversi fronti, tra cui quello di Love 146, un’organizzazzione che lavora per mettere fine al traffico e allo sfruttamento di minori nel Nord America». Per supportare la campagna HomelessZero abbiamo offerto uno dei 62 pezzi della Clifton limited-edition, il “Clifton Taormina Award”. Avrebbe dovuto essere battuto all’asta l’11 giugno durante la serata inaugurale della kermesse, ma un illustre acquirente, che vuole conservare l’anonimato, ha sborsato un’ingente somma per aggiudicarselo, devolvendo poi il tutto in beneficienza alla FIO.Psd Foundation. «Per me casa significa stabilità, comfort, momenti condivisi con le persone vicine a noi. In qual che modo è il luogo in cui ci sentiamo sostenuti nei momenti di difficoltà», conclude Zimmermann.

Uno degli ultimi scambi di Richard Gere prima di volare a Washington e seguire la visita del Dalai Lama, è stato con un homeless che gli ha detto di non vedere più l’orizzonte davanti a sé, e gli ha chiesto cosa deve fare, per non vivere come un cane bastonato. «Ci sono due strade per uscire dalla crisi», gli risponde Gere, alzandosi dalla sedia sul palco e sedendosi a cavalcioni accanto a lui. «Per prima cosa trova una casa, un posto dove vivere. Poi la comunità, persone a cui interessa di te. Vedo che sei una persona calorosa, guardi dritto negli occhi, hai un cuore aperto. A quel punto puoi passare all’ultimo step: a 66 anni ho capito che se vuoi essere felice, devi fare felice gli altri». Boato in sala, e una promessa fatta in diretta prima di sparire: «Il prossimo anno tornerò a trovarvi, lo prometto».

Articolo pubblicato su GQ Italia

© Riproduzione riservata

Le vittime segrete dei droni, raccontate da Sonia Kennebeck

09 mercoledì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Berlino

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Cristiana Allievi, droni, Edward Snowden, Isis, Jesselyn Radack, National Bird, Obama, Renzi, Sigonella, Sonia Kennebeck, Wim Wenders

GLI AEREI AMERICANI TELECOMANDATI, E IMPIEGATI CONTRO L’ISIS, PARTIRANNO ANCHE DALLE BASI ITALIANE. MA QUESTA GUERRA A DISTANZA, OLTRE A COLPIRE ANCHE I CIVILI, HA CONSEGUENZE SULLA SALUTE DI CHI PILOTA. NE PARLA LA GIORNALISTA INVESTIGATIVA USA CHE LO HA MOSTRATO NEL DOCU-FILM NATIONAL BIRD

È stato il Wall Street Journal a informarci dei fatti: l’Italia ha dato il via libera a Obama sull’utilizzo della base siciliana di Sigonella per le missioni contro l’Isis dei droni Usa, gli aerei senza pilota. Lo stesso giornale fa sapere anche che il presidente americano sta tentando di strappare all’Italia l’autorizzazione a portare avanti operazioni offensive, oltre a quelle a scopo difensivo.

I droni, che vengono comandati da una base distante centinaia di chilometri dalla zona di intervento, sono un nuovo modo di fare la guerra di cui però l’opinione pubblica sa poco, perché le informazioni che la riguardano sono top secret. Ma la giornalista investigativa Usa Sonia Kennebeck ha lavorato tre anni con l’obiettivo di mostrate, per la prima volta, gli effetti su chi ne è coinvolto. Lo ha fatto con National Bird, il docufilm che ha appena presentato al festival del cinema di Berlino, prodotto da Wim Wenders.

Sonia_Kennebeck.jpg«Volevo che a parlare fossero direttamente giovani donne e uomini arruolati nelle zone più remote dell’America come militari per i programmi di droni. Heather, 20 anni, è un’analista di immagini il cui compito era confermare se i potenziali obiettivi erano reali. Lisa si è scoperta abilissima con i computer ed è diventata responsabile di una base, e Darrell è un’intelligenza operativa che ha rivelato aspetti sconcertanti del programma», spiega la regista. Sotto consiglio di Wender, i primi soldi racimolati per produrlo sono andati all’avocato scelto per tutelare le fonti, Jesselyn Radack, ex consulente etico del dipartimento di Giustizia americano, che oggi lavora difendendo gli informatori (Edward Snowden è un suo cliente).

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«I piloti di droni entrano in territori di guerra, uccidono vite umane, tutto restando al sicuro, poi tornano a casa e cenano con i loro figli, come niente fosse. Per molti i disagi iniziano come crisi di pianto incontrollabili, poi per qualcuno le cose peggiorano. A Heather è stato diagnosticato un disordine da stress post traumatico, termine originariamente associato ai sopravvissuti del Vietnam. Ma tre colleghi nella sua stessa base si sono suicidati, altri sono caduti in depressione o sono diventati alcolizzati. Gli studi parlano di ferite psicologiche della guerra, ferite morali: la mente umana non regge certi tipi di dubbi, e queste persone non sanno se colpiscono obiettivi militari o semplici civili». Nel 2010 sono stati uccisi 23 civili in preghiera, in Afganistan, è non si tratta di un errore isolato. Sono trapelati dati militari da cui si è scoperto che in alcune operazioni il 90% delle vittime non erano gli obiettivi prestabiliti. Eppure ancora mancano i trattamenti psichiatrici per chi guida i droni, perché non c’è ancora la competenza necessaria. «Finchè questa guerra resta segreta, le persone non possono essere aiutate come dovrebbero», commenta la regista.

 Pubblicato su Grazia del 9 marzo 2016

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

La cyberguerra di Zero Days, raccontata da Alex Gibney

02 mercoledì Mar 2016

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura

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Alex Gibney, Berlinale 2016, Bush, Cristiana Allievi, cyberguerra, Iran, Israele, nucleare, Obama, Stuxnet, Symantec, virus, Zero Days

Il docufilm presentato a Berlino dal documentarista americano svela retroscena inquietanti sul virus in grado di bloccare il programma atomico iraniano. Lo ha raccontato Gibney con un film in concorso che ha stupito

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Il regista Usa Alex Gibney, premio Oscar per Taxi to the dark side (courtesy of Hollywoodreporter.com)

«È stato chiaro da subito che non si trattava solo di un virus pericoloso rilasciato nel mondo, ma all’inizio nessuno voleva parlare. Dopo essermi sentito dire una serie di “no comment”, da amici che avevano lavorato alla Cia, mi sono immaginato di raccontare gli eventi come se fossero parte di una detective story, per questo ho cercato un detective vero. Poi, lungo il percorso, altri si sono rivelati ansiosi di parlare…». A cedere ad Alex Gibney, uno dei più prolifici e attendibili documentaristi d’America, sono stati nientemeno che Richard Clarke, consigliere dell’antiterrorismo di tre presidenti Usa (dal 1992 al 2003), il generale Michael Hayden direttore della NSA (dal 1999 al 2005) e della CIA (dal 2006 al 2009), e una sfilza di personaggi tra cui detective, analisti e attori resi irriconoscibili grazie a sofisticate elaborazioni grafiche, a cui sono state fatte pronunciare le parole più impronunciabili.

«Sono partito con l’idea di raccontare la storia di Stuxnet, il virus programmato per sabotare le centrifughe di uranio nella centrale nucleare di Natanz, in Iran, facendole esplodere. Nessuno, in teoria, si sarebbe dovuto accorgere che l’operazione era frutto di hackeraggio. Ma a causa di un errore di programmazione, il virus si è diffuso più estesamente, andando a colpire le aziende da cui provenivano le attrezzature per il programma atomico iraniano, in altre nazioni». Avrebbe voluto raccontare questo Gibney nel suo docu film Zero Days, proiettato in concorso all’ultimo Festival di Berlino. Ma strada facendo lui e il suo team di esperti si sono accorti delle conseguenze impreviste di portata planetaria di questa “risposta” all’espansione nucleare dell’Iran. «La dimensione internazionale, l’aspetto del thriller e il fatto che non si trattava solo di problemi “tecnici”, ci hanno spinto ad andare a Mosca, poi in Israele». Anche lo spettatore meno esperto di virus, hackeraggi e nucleare resterà inchiodato alla sedia per 116 minuti capendo che quelle che scorrono sullo schermo sono le immagini di una cyber guerra di cui fino a oggi eravamo all’oscuro. Un conflitto senza regole perchè tenuto top secret dalle amministrazioni Bush e Obama, che hanno minacciato di perseguitare chiunque aprisse bocca con i media in merito alla verità sulle scelte offensive della loro politica. «Avevo amici dell’amministrazione Obama che non mi hanno lasciato dichiarazioni, nemmeno riservate: erano terrorizzati», racconta il regista premio Oscar per Taxi to the Dark Side.

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Un’immagine di Zero Days, ultimo lavoro di Gibney, in concorso alla Berlinale 2016

Stuxnet è stato scoperto a metà del 2010 da Sergey Ulasen, un esperto di antivirus in Bielorussia, chiamato dagli iraniani preoccupati per i misteriosi eventi accaduti alle loro centrali. «Gli analisti di Symantec (azienda Usa nata per salvaguardare la sicurezza dei computer dagli attacchi informatici, ndr) hanno  lavorato a decodificare il malware e studiato come funziona il “verme”. Stuxnet può trasformare selettivamente macchine Siemens PLC, utilizzate per regolare motori, pompe e altri dispositivi di infrastrutture, facendole agire contro se stesse». Non solo Gibney e il suo team hanno verificato che dietro l’operazione c’erano Israele e gli Stati Uniti, con CIA e NSA, ma lavorando hanno capito che esisteva un programma più vasto: l’operazione Nitro Zeus, che è una vera cyber guerra in corso qui e ora. «L’estremo pericolo è rappresentato dal fatto che si tratta di virus che non sono attribuibili, perché non si sa da dove arrivino: gli iraniani per anni non sapevano che Stuxnet stava bloccando le loro centrali nucleari», continua Gibney. «Sappiamo dagli esperti che negli ultimi due anni il numero di attacchi programmati e di virus è cresciuto incredibilmente, e sappiamo anche che Stuxnet è disponibile per tutti, quindi è un pericolo: tutti possono potenzialmente studiarlo e riapplicare il bersaglio ovunque c’è un’infrastruttura». Mentre ci siamo distratti, l’America ha cambiato le regole del gioco e ci troviamo a dover fare i conti con questa nuova cyberwar. Zero Days suggerisce che il mondo ha poco tempo per chiarire la sua posizione, prima che la parte sbagliata si spinga oltre. Uno spiraglio di speranza Gibney lo lascia. «I tecnici di Symantec sono riusciti a penetrare un sistema teoricamente impenetrabile, ed è un fatto importante. Oggi c’è un’altra grande battaglia, quella tra la Apple e l’America, che vorrebbe controllare i computer di tutti con la giustificazione di individuare i criminali che li usano. La casa di computer si è opposta, ed è un altro fatto che mostra che non esiste un super potere a cui non si può dire di no: si può rispondere con lo stesso tono e ottenere risultati. Ho fiducia nel fatto che se le persone si focalizzano sui pericoli sanno trovare soluzioni. E il più grande pericolo è quando le cose restano segrete, e nessuno ne parla».

Articolo pubblicato su Panorama il 29 febbraio 2016

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

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