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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

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Zendaya: «Il mio vero super potere»

21 lunedì Set 2020

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Emmy Awards, Serie tv

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Cristiana Allievi, Disney, Euphoria, HBO, interviste illuminanti, Spider Man, Zendaya

di Cristiana Allievi

Ieri sera ha vinto un Emmy Award come miglior protagonista di Euphoria. È la più giovane attrice di sempre ad aggiudicarsi, a sorpresa, il prestigioso riconoscimento. Quando l’abbiamo incontrata la prima volta debuttava con Spider-Man ed era bastato un colpo d’occhio per capire che sarebbe diventata un’icona fashion, e così è stato. Il successo non ha cambiato questa eroina della Disney, che a Grazia aveva confidato in anteprima qual è il suo vero super potere…

Ero tremendamente nervosa, ma nessuno se n’è accorto, perché mi sforzo sempre di apparire controllata. Del resto, quando ho letto la sceneggiatura ho pensato: “Ma chi non vorrebbe interpretare un film stupendo come questo, e avere compagni di viaggio simili”?». Non mi aspettavo che dal vivo Zendaya fosse così alta e magra, e soprattutto che fosse così matura. Mentre la ascolto parlare del suo debutto sul grande schermo, in Spider-Man: Homecoming, nelle sale dal 6 luglio, la mia attenzione si divide in due: una parte segue il filo del suo discorso, l’altra cerca un indizio del fatto che la ragazza che ho davanti abbia davvero solo 20 anni.

Occhi scuri profondissimi, pelle perfetta, l’attrice e cantante ha quella bellezza tipica di chi nasce da un crogiolo di etnie: suo padre è afroamericano, la sua mamma ha origini tedesche, scozzesi e irlandesi. Il suo nome completo è Zendaya Maree Stoermer Coleman e si presenta all’intervista, a Barcellona, con pantaloni in seta verde brillante, stiletti altissimi bianchi e una maglia che aggiunge un tocco di rosso e lascia scoperte le spalle.

Zendaya è una star della Disney, un vivaio che sforna professionisti capaci di cantare, ballare e recitare. E lei, nata sulla baia di San Francisco, ha iniziato come modella per poi approdare alla serie tv A tutto ritmo, la prima di tanti successi. Poi è arrivato l’esordio musicale, quindi le collaborazioni con le popstar Selena Gomez, Beyoncé e Taylor Swift, e la firma di un contratto con la Hollywood Records.

E adesso è l’ora del salto sul grande schermo: sarà Michelle in una nuova versione del fumetto in cui Spider-Man è interpretato da Tom Holland. E a testimoniare che per Zendaya non sarà un atto unico, subito dopo sarà in The Greatest Showman, accanto a Hugh Jackman e Zac Efron.

Perché era così emozionata ai provini per Spider-Man?
«Temevo di non poter dare il massimo. Dopo 12 anni di tv non vedevo l’ora di interpretare un film, e questo è il primo, capisce? Ho superato l’ansia concentrandomi su quello che dovevo fare: recitare».

Michelle, il suo personaggio, è piuttosto misteriosa.
«L’ho trovata molto interessante proprio perché di lei sappiamo poco: è molto intelligente, una intellettuale che legge tanti libri. Proprio per queste qualità, fatica a frequentare le persone della sua età, un po’ perché non sa stringere amicizia, un po’ perché ama stare da sola ed essere indipendente. Comunque, mi sono divertita a interpretarla».

Spider-Man ha fatto parte della sua infanzia?
«Da bambina non ho letto i fumetti del supereroe, nessuno mi ha introdotta in quel mondo. Eppure ricordo il primo film della serie che ho visto: avevo 16 anni e mi è piaciuto moltissimo. Spider-Man è un eroe. E quello interpretato da Tom Holland sarà ancora più coinvolgente, perché è una persona reale».

In che senso?
«Non è un ragazzo cresciuto tra gli agi e, per quelli che, come me, sanno che cosa significhi, è una suggestione potentissima: “Anche io posso avere una seconda identità straordinaria, come lui”».

Mi parli della prima vita di Zendaya, quella di tutti i giorni.
«Sono cresciuta a Oakland, non la comunità più facile in cui vivere. Da un certo punto di vista è una zona meravigliosa, ricca di cultura, di storia, di attivismo: sono successe lì molte cose importanti nella musica e nella lotta per i diritti civili. Però, per lo stesso motivo, è un luogo difficile, oltre alla creatività c’è tanta violenza. Ma è da posti così che arrivano le persone migliori».

Poi c’è la sua dimensione da star.
«Questa è la mia vita da supereroe, in cui posso fare qualsiasi cosa, soprattutto giocare con personalità diverse: sono ancora io, ma in una versione migliore. Sembra di avere i poteri speciali, proprio come Spider-Man».

E come usa queste doti?
«Il protagonista del film ha sviluppato le sue facoltà all’età di 15 anni, a me è successo tutto tra i 13 e 15, per cui ho dovuto imparare a usare la popolarità in modo responsabile, facendo sempre la scelta giusta e impegnandomi. Normalmente non mento, dico sempre quello che penso».

star del cinema e, adesso, anche un’icona della moda?
«Credo che la mia dote principale sia la capacità di entrare in connessione con molte persone nel mondo. La gente sa chi sono e io ho questa abilità di dire ai giovani: “Mi piace questo, e siccome piace a me potrebbe piacere anche a te”».

Si chiama empatia.
«È un potere, e mi chiedo ogni volta come usarlo per fare la cosa giusta. Voglio essere una fonte di ispirazione positiva, visto che molti mi guardano e vogliono imitarmi. Sono sempre concentrata nel regalare la versione migliore di me stessa in modo che anche i ragazzi facciano le scelte più giuste. Essere un modello per i giovani, nella parte più delicata della loro vita, quando stanno sviluppando un’identità, è una grande responsabilità».

Che cosa non sappiamo di lei?
«Sono contenta di avere un carattere dolce. In più non mi piace uscire di sera, e questo mi tiene lontana dai guai».

I suoi genitori come l’hanno aiuta a diventare quello che è?
«Sono entrambi insegnanti, hanno influenzato molto la mia crescita. I docenti sono le figure meno pagate e meno comprese della nostra società e, invece, mi chiedo che cosa ci sia di più importante del loro lavoro, che è dedicare tempo ai giovani e insegnare loro a diventare il più consapevoli possibile. Non è forse l’unico modo per avere un mondo migliore? Far crescere ragazzi maturi significa avere in futuro leader bravi che sapranno guidare il mondo. Ecco perché sono così fortunata ad avere loro come insegnanti e genitori. Se non avessi fatto l’attrice avrei seguito la loro strada».

È anche un peso?
«Lo diventa se lo guardi in questo modo. Passi tutto il tempo a chiederti: “Che cosa diranno se mi muovo così?”. Ma a me piace considerarlo un dono. Sono grata di essere stata messa in una posizione per cui i genitori si fidano di me sulla cosa più importante della loro vita, i loro figli. Se accendi la tv e permetti ai ragazzi di guardarmi, mi lasci spazio per entrare nella loro mente, far parte della loro vita e avere i poster con il mio volto sui muri delle loro stanze. Per me è un regalo e non un pretesto per esaltarmi. Sono davvero quella che sembro, una tipa che non combina pasticci».

E come hanno reagito quando ha detto che voleva diventare un’attrice?
«Mi hanno chiesto: “È davvero quello che vuoi fare? Allora va bene, crediamo in te e siamo con te”. Mi hanno aiutata, lasciando che seguissi il mio istinto».

Devono aver sostenuto anche molti sacrifici, lei ha iniziato che era ancora quasi una bambina.
«È così, e avevo bisogno di loro. Oakland è a sei ore di auto dagli studi di Los Angeles, non ha idea di quante volte alla settimana abbiamo fatto avanti e indietro, per anni. Era impegnativo, soprattutto per il magro stipendio di due insegnanti, ma ne è valsa la pena».
Ma avere i propri genitori come insegnanti non è strano? «Non posso dire che sia stato pesante, anzi. Ci sono vantaggi, per esempio posso entrare nell’ufficio di mio padre tutte le volte che voglio e usare il suo microonde».

Che cosa vorrebbe fare in futuro?
«Ho tanti desideri, ma in cima alla lista metto la felicità. Quello che faccio, che siano film, moda o musica, voglio godermelo. E se un giorno mi accorgessi di non divertirmi più e di non essere soddisfatta, mi dedicherei ad altro. Forse diventerei anch’io un’insegnante».


Ci salutiamo e sono ancora più ammirata di quando è iniziata la nostra conversazione. Zendaya è molto più grande dell’età che ha e, soprattutto, può far imparare ai ragazzi che cosa sia un vero super potere: credere in se stessi.

Intervista pubblicata su Grazia Luglio 2016

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«Sono stato un papà severo», Alessandro Gassmann

10 giovedì Set 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Alessandro Gassmann, Mauro Mancini, Mostra del cinema di Venezia, Non odiare, Notorius Pictures, rai cinema, Soah, Venezia 77

di Cristiana Allievi

«A LEO HO DATO LO STESSO TRATTAMENTO CHE HO RICEVUTO IO», CONFESSA L’ATTORE E REGISTA, CHE A VENEZIA PRESENTA NON ODIARE. UN FILM CHE TOCCA TEMI IMPORTANTI: LA VIOLENZA CHE CIRCOLA SUL WEB E CHE HA PRESA SUI PIU’ GIOVANI

Fra i suoi film più belli ci sono Il bagno turco e Caos calmo. Ma nonostante il cinema d’autore gli stia a pennello, sono i ruoli sul piccolo schermo ad aver fatto di Alessandro Gassmann uno dei volti più amati del cinema italiano. Come quello di Giuseppe Lojacono in I bastardi di Pizzoflacone 3, la serie di Rai 1 di cui sono iniziate le riprese interrotte per il Covid. A 55 anni il suo fascino non è diminuito, anzi: da quando, vent’anni fa, conquistò le dodici pose del calendario di Max in versione dio greco, si è approfondito. E ora lo vedremo in un ruolo maturo che fa già discutere. Non odiare, dal 10 settembre al cinema, esordio alla regia di Mauro Mancini proiettato in anteprima mondiale alla Mostra di Venezia. Prodotto da Mario Mazzarotto per Movimento film, con Rai Cinema e Notorious Pictures, lo vede nel ruolo di un chirurgo ebreo che si tira indietro dal soccorrere un uomo coinvolto in un incidente stradale. Il motivo è la svastica tatuata sul suo petto. Un film forte, che si ispira a fatti realmente accaduti alcuni anni fa in una sala operatoria tedesca.

Non odiare tocca temi delicati come Soah ed estremismo di destra: una scelta rischiosa anche per un attore. «Lo spunto è proprio il motivo per cui ho accettato il film, mi ha colpito. È la prima volta che mi viene offerta una storia equilibrata sull’argomento, che cerca di capire come nasce un fenomeno e come potrebbe tornare. Perché l’unico modo per evitarlo è lavorare alle sue origini, che sono paura, ignoranza e smarrimento. Per questo Non odiare è un film importante».

C’è anche un legame con tuo padre Vittorio, che aveva una madre ebrea. «La nonna era di Pisa, e come tutti all’epoca  ha dovuto italianizzare il suo cognome da Ambron in Ambrosi. Mio padre salvò la famiglia perché era un giocatore di pallacanestro di serie A, e il regime fascista idolatrava gli atleti».

Oggi la violenza dove si scatena di più? «È molto trainata dai media. Di colpo la generazione di mio figlio ha smesso di seguire la tv e ha iniziato a informarsi solo con la rete. Ma mentre la tv è fatta da persone che hanno studiato e sono dei professionisti, in rete tutti dicono tutto e soprattutto tutti valgono uno. La confusione è totale, chi non ha i mezzi per discernere è perduto».

Su Twitter hai più di 275mila follower. «Trovo doveroso per un personaggio pubblico far sentire la propria voce, soprattutto se ha seguito. Lo faccio con grande coscienza e senso di responsabilità».

(… continua)

Intervista integrale su Donna Moderna – 3 settembre 2020

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Guillaume Canet: «Ho superato i traumi e sconfitto i sensi di colpa»

22 mercoledì Lug 2020

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Personaggi

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cinema, Edouard Bergeon, F magazine, Guillaume Canet, interviste illuminanti, Marion Cotillard, Movies Inspired, Nel nome della terra, piccole bugie fra amici, The beach

di Cristiana Allievi

IL SUCCESSO, IL FLOP, LA CRISI, IL RITIRO. OGGI L’ATTORE FRANCESE È TORNATO ALLA RIBALTA CON UN FILM DRAMMATICO CHE RACCONTA IL PESO DELLA GLOBALIZZAZIONE. «MI HANNO AIUTATO LA PRATICA DI DISCIPLINE ZEN E L’AMORE PER I MIEI FIGLI. PRIMA DI AVERLI NON SAPEVO DIRE “TI VOGLIO BENE”.

È sopravvissuto alla bufera che, spesso, travolge gli uomini di successo. E Guillaume Canet ne ha avuto sia come attore sia come regista, in questo caso pagando il prezzo di chi non cerca il consenso facile. Dopo aver sbancato i botteghini di Francia dietro la macchina da presa, anziché bissare sfruttando il successo  del genere commedia, l’ex marito di Diane Kruger e attuale compagno dell’attrice premio Oscar Marion Cotillard si è imbarcato in una rischiosa avventura: girare un film negli Usa, da francese, con attori hollywoodiani. Le critiche rivolte al suo Blood ties- La legge del sangue, per molti versi incomprensibili, gli hanno fatto male al punto da farlo ritirare dalle scene per un anno. Ma, trovando rifugio nella sua passione d’origine, i cavalli, ha ritrovato se stesso.  Anche per questo motivo, calarsi nelle difficoltà estreme del personaggio che interpreta in Nel nome della terra, nelle arene estive da poco, è stato un fatto molto significativo. Il film racconta la storia vera del padre de regista Edouard Bergeon: un contadino francese che si scontra con l’aggressività del mercato globalizzato e, sopraffatto dai debiti, si toglie la vita.

Il nuovo film in cui la vediamo racconta un dramma familiare, è stato difficile accettare il ruolo?  «La sceneggiatura mi ha toccato profondamente. Si tratta di una vera tragedia nel nostro paese: ogni giorno un contadino si toglie la vita perché non riesce a sopportare l’accumulo di debiti. Da cittadino francese mi sentivo onorato di affrontare un tema così delicato, ma da attore temevo il carico emotivo,  mi sembrava troppo. Così in un primo momento ho chiamato il regista e gli ho detto che declinavo l’invito».

Poi cosa è successo? «Mi ha rassicurato, dicendomi che erano passati vent’anni dai fatti realmente accaduti a suo padre, era pronto ad aprirsi. E così è stato, non mi sono ritrovato a lavorare con una persona che piangeva tutto il giorno».

Non chiedere aiuto ed essere orgogliosi sono limiti che rovinano la vita di Pierre. Cosa vi accomuna? «La passione. So cosa significa quando il lavoro che fai e gli investimenti che ti costa non interessano a nessuno. Anch’io, come Pierre,  quando mi girano le spalle e non mi permettono di fare le cose in un certo modo, mi deprimo».

Si riferisce alle critiche rivolte al suo Blood ties? «Dopo lo straordinario successo di Piccole bugie fra amici avrei potuto fare un sacco di soldi con un’altra commedia. Invece ho deciso di rischiare, ho messo tutte le mie risorse in un film in Usa, col risultato che mi hanno fatto sentire come uno che aveva ucciso qualcuno».

(continua….)

Intervista integrale rilasciata in esclusiva F Magazine del 21 Luglio

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Sotto il sole c’è Lorenzo (Zurzolo)

20 lunedì Lug 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Netflix, Personaggi

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Baby, D La repubblica, Film, interviste illuminanti, Lorenzo Zurzolo, Netflix, Sotto il sole di Riccione

DALLA SERIE BABY AL FILM DELL’ESTATE IN STREAMING: ARRIVA LA STAGIONE DI ZURZOLO

di Cristiana Allievi

Lorenzo Zurzolo, 20 anni, attore (photo courtesy of Netflix)

Avere 740mila follower non è un gioco da ragazzi. Ma se sei della generazione che sa come mostrarsi, come usare i social e come parlare alla stampa, tutto è possibile. Specie se finisci in una serie tv proiettata in tutto il mondo, com’è successo a lui in Baby, la storia (vera) fatta di licei e prostituzione giovanile nella Roma bene che gli ha regalato la fama internazionale. «Avevo sette anni quando mi presero al primo provino. Eravamo a  Sabaudia, con Totti. Ci ha messo 37 ciak a dire life is now, con il coach inglese che urlava. Ma è di una simpatia incredibile, e io sono romanista, è stata una delle giornate più belle del mondo e ho detto a mia madre che volevo continuare». Così è stato, con Una famiglia perfetta di Paolo Genovese, poi qualche pubblicità e spettacoli teatrali, fino alla serie tv Questo è il mio paese. «All’epoca mi fermavano per strada, ma appena finiva la serie le fan page toglievano il mio nome. Con Baby, e 190 pesi che ti seguono nel mondo, è stato diverso». Madre pierre che lo ha accompagnato nel mondo dello spettacolo, padre giornalista radio che lo vorrebbe all’Università, Lorenzo Zurzolo dall’1 luglio sarà nel film dell’estate di Netflix, Sotto il sole di Riccione. Primo, riuscitissimo, lungometraggio dei registi di videoclip YouNuts! Un colpo di genio dare a lui, con due splendidi occhi chiari, la parte del non vedente, come  affidare la colonna sonora a Tommaso Paradiso, e avere il tormentone estivo assicurato. «Fanno immagini bellissime e sono molto diretti, ti dicono le cose come le direbbe un ragazzo della mia età. Se assomiglio al personaggio di Vincenzo? Lui è sincero ma tende a tenere tutto dentro. Io preferisco parlare subito, prima che sorgano problemi».

(continua…)

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 18 luglio 2020

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Cate Blanchett: «Nella crisi ho capito quanto siamo forti»

10 venerdì Lug 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Netflix, Serie tv

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Australia, Cate Blanchett, cinema, Grazia, interviste illuminanti, Netflix, Presidente di giuria, Silvia Grilli, Stateless, Venezia 77

di Cristiana Allievi

Il due volte premio Oscar Cate Blanchett nella serie STATELESS, da lei scritta, prodotta e interpretata. Qui accanto a Dominic West (COURTESY OF NETFLIX © 2020).

IN SETTEMBRE GUIDERA’ LA GIURIA DELLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA, IL PRIMO FESTIVAL DAL VIVO DOPO I MESI DI QUARANTENA. MA CATE BLANCHETT È ANCHE AUTRICE E PRODUTTRICE DI STATELESS, LA SERIE CHE DENUNCIA IL LATO OSCURO DELLA POLITICA SULL’IMMIGRAZIONE IN AUSTRALIA. «IL MONDO VIVE VICENDE TERRIBILI, MA DOBBIAMO SUPERARLE TUTTI INSIEME RITROVANDO LA NOSTRA UMANITA’».

Tempo fa durante un’intervista a Cate Blanchett, per farle un complimento,  mi confusi con le parole inglesi che dovevo usare. Le volevo dire che ero stata glaciale in un certo ruolo, e invece, usai la parola “gelato”. Al mio svarione seguì una risata improvvisa, sonora e generosa, e quell’episodio mi fece capire di più su Blanchett, e quanto sia genuina, diretta e passionale. Oggi, durante la nostra video intervista, scopro un aspetto diverso, quello più profondo e impegnato, della futura Presidente di giuria della Mostra  del cinema di Venezia, in partenza il 2 settembre al Lido. Con il marito Andrew Upton, drammaturgo, sceneggiatore e regista australiano, ha scritto e  prodotto una serie tv di cui Cate è anche interprete, dal 9 luglio su Netflix. È un progetto basato su vicende vere in cui Cate esce allo scoperto in prima persona, senza filtri, esponendosi su delicate questioni sociali e politiche. Ci ha lavorato per cinque anni, con persone fidatissime, come la producer Elise McCredie, compagna di liceo e di Università. hanno ambientato la serie all’inizio del 2000, dopo l’attacco alle Torri gemelle. «Era il momento in cui arrivavano in Australia molti barconi e molti rifugiati dall’Indonesia. Il governo di allora ha impostato delle specie di campi profughi  molto isolati, spesso nel deserto. Di fatto erano prigioni in cui le persone venivano rinchiuse finché il loro stato di rifugiati veniva accettato, o meno. Ma questo processo poteva durare anche anni, quindi parliamo di detenzione indefinita per molti esseri umani». Per raccontare questa piaga hanno scelto la storia di una hostess fragile che finisce manipolata da una setta (la splendida Yvonne Strahovski de Il diario dell’ancella, ndr), un uomo arabo che passa la vita a raccogliere i mezzi necessari per portare la famiglia  dall’Afganistan in una terra libera, su un barcone. E un padre che ha bisogno di lavorare per mantenere tre figli piccoli e la moglie. Per vie diverse tutti questi personaggi si ritrovano in un centro di detenzione, e capiscono presto di essere prigionieri e di non avere diritti, nonostante non abbiano commesso reati. Vengono trattati come criminali senza esserlo, quando, invece, la legge prevede che chiedano il diritto di asilo.

(…continua)

L’intervista integrale a Cate Blanchett è sul numero di Grazia del 16 Luglio 2020

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Il carisma di monsieur Jean Reno

08 lunedì Giu 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, Personaggi

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attore francese, Da 5 Bloods, I fiumi di porpora, interviste illuminanti, Jean Reno, Mission Impossible, Netflix, Ronin, Spike Lee

AL CINEMA HA SEMPRE RUOLI DA CATTIVO. NON FA ECCEZIONE L’ULTIMO FILM DI SPIKE LEE. MA I SUOI BAD GUYS SONO SPECIALI: «PERCHE’ LASCIANO INTRAVEDERE UN’ANIMA»

Jean Reno in una foto di William Lacamontie (courtesy of D La Repubblica)

di Cristiana Allievi

C’è una scena di un film in cui Jean Reno è un agente di polizia a New York e storce il naso davanti alla ciambella con caffè lungo offertagli nel furgoncino di spionaggio, a pochi passi dal suo target. La fissa, poi chiede al giovane agente di turno perché non gli ha portato un croissant. Una metafora del suo rapporto con la lingua inglese: la tollera, ma preferirebbe il francese.  E nonostante viva a Manhattan, i suoi migliori amici lì sono “made in France”. Dev’essere parte costitutiva di un dna molto forte, se anche Spike Lee, per la sua prima regia firmata Netflix, che vedremo dal 12 giugno, lo ha voluto nei panni di un francese che vive in Vietnam. È Da 5 Bloods – Come  fratelli, film che senza Covid 19 avremmo visto al settantatreesimo Festival di Cannes. Il regista premio Oscar racconta la storia di quattro veterani afroamericani che hanno condiviso l’incubo del Vietnam e tornano in quei luoghi anni dopo, a cercare un tesoro sepolto all’epoca e i resti del loro capo caduto in guerra. Al ventiquattresimo minuto arriva in scena Jean Reno, l’uomo dei traffici che ha il compito di trasformare l’oro in questione in cash. E come accadeva in Godzilla  con il croissant, anche qui il suo essere francese viene subito rimarcato quando uno dei veterani gli spiega che se non fosse stato per l’esercito americano, oggi lui parlerebbe tedesco e mangerebbe crauti invece di excargot.

Ora, davanti a noi, è vestito di lino bianco, un look che ricorda quel giorno del 2006 in cui, testimone Nicolas Sarkozy, sposò la modella franco-americana Zofia Borucka, madre degli ultimi due dei suoi sei figli. Oggi come allora la famiglia si trova nel sud della Francia, meta scelta per il lockdown. «Siamo a Les Baux de Provence, in Camargue. Ci siamo trasferiti qui e siamo stati molto felici della scelta. Questo è il luogo per la famiglia e gli amici, qui facciamo l’olio e soprattutto stiamo in pace. È un luogo dove dedicarci al buon cibo e a una verità eterna. Perché come dicono, “gli alberi di ulivo sono alberi che non muoiono mai”, infatti sono i miei preferiti».

Jean Reno in effetti è una specie di ulivo del cinema.  Ha circa ottanta film all’attivo, se si escludono le serie tv e i corti, e dopo aver sbancato i botteghini a casa sua, negli Usa e persino in Italia, a 72 anni vive al ritmo di un titolo in uscita dopo l’altra.

Tratti distintivi, quello sguardo che tiene lo spettatore inchiodato allo schermo, a prescindere,  e un’abilità tutta sua nel ritrarre i tipi loschi che gli toccano in sorte, forse anche grazie a una stazza importante. Delinquenti in cui si nasconde sempre un’anima,  vedere alla voce dello spietato sicario di Leon che si ammorbidisce grazie all’incontro di una dodicenne Natalie Portman.

In Italia lo abbiamo visto di recente nell’ottimo poliziesco di Donato Carrisi, La ragazza nella nebbia, in un luogo non meglio identificato delle Alpi accanto ad Alessio Boni e Toni Servillo. Dal 12 giugno sarà in Vietnam, in un film che alterna un filone storico, con le scene di guerra, le splendide immagini d’archivio con i discorsi di Muhammad Alì e Malcom X e il volto del diciottenne Milton Olive III, eroe afro di guerra che a soli 18 anni ha perso la vita soffocando una granata. In un continuo avanti e indietro con la finzione ambientata ai giorni nostri, e  Trump che fa capolino. Spike riesce a ricordare allo spettatore le stragi e le deportazioni dei neri, che sono l’11 per cento della popolazione d’America, ma che in Vietnam schizzavano a un 30 per cento destinato sempre alle prime file, quindi alla morte. Lo fa in tono lieve, come riesce soltanto a lui, mostrando in modo arguto una lotta di tendenze nella natura umana e soprattutto l’immoralità di quella come di tutte le guerra.  «Sono un francese che vive in Vietnam, è stato facile assegnarmi quel personaggio della storia», racconta Reno. «Se mi ha detto che mi voleva perché sono francese? Non si dice una cosa simile a un attore, ma solo  “ti voglio nel mio film perché sei il migliore”». Segue fragorosa risata, con l’ammissione di non sapere se si tratta di una vicenda completamente inventata o se raccoglie pezzi di vite di persone veramente esistite «Spike insegna cinema alla New York University, io vivo in zona e mi ha chiesto di incontrarci. È un regista con un punto di vista molto forte, sa esattamente cosa vuole, lavorare con vero professionista come lui è facile. E conoscendo la sua filmografia, che difende sempre i neri in America, non mi ha sorpreso sentirmi raccontare una storia che ruota intorno a un gruppo di neri che vanno in guerra. È un modo per mostrare che i neri sono esseri umani, hanno una vita ed emozioni identiche a quelle di tutti noi».

(continua…)

Intervista integrale su D la Repubblica del 6/6/2020

© Riproduzione riservata

Alessio Vassallo, dalla Sicilia (di Camilleri) con passione

22 domenica Mar 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Letteratura, Personaggi

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Alessio VAssallo, Andrea CAmilleri, GQ, interviste illuminanti, La concessione del telefono, Rai, Sicilia

L’attore Alessio Vassallo, per la seconda volta in un film tratto da un romanzo storico di Andrea Camilleri (courtesy Man in town) .

Lo abbiamo già visto in molte serie tv (I Borgia e I Medici, fra le altre) e anche in film molto riusciti, come Viola di mare, L’ultimo re e Taranta on the road. Prima ancora, negli spot pubblicitari. Dal 23 marzo su Rai 1 Vassallo sarà il protagonista di La concessione del telefono, terzo romanzo storico di Camilleri a diventare film, diretto dal regista toscano Roan Johnson e da lui sceneggiato insieme a Camilleri stesso. Una storia ben articolata e ben interpretata (ci sono anche Fabrizio Bentivoglio, Thomas Trabacchi e Corrado Guzzanti), che racconta di Pippo Genuardi (Vassallo stesso), un commerciante di legnami dell’Ottocento che vuole mettere una linea telefonica privata in casa, e per questo scrive tre lettere a un prefetto. Da lì in avanti gli succederò di tutto, verrà accusato di cose mai fatte e dovrà uscire da strani paradossi.

(continua…)

Intervista integrale su GQ.IT

Il talento di Veerle

01 domenica Mar 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi

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Alabama Monroe, D La repubblica, Doppio sospetto, Hitchcock, interviste illuminanti, premi Magritte, Thriller, Veerle Baetens

DOPO IL SUCCESSO COME ATTRICE, LA BAETENS HA INCISO UN DISCO. POI È TORNATA SUI SET. E ORA PENSA ALLA REGIA…

di Cristiana Allievi

Veerle Baetens, 42 anni, da Alabama Monroe a Doppio Sospetto, (in sala).

I più l’hanno scoperta nella versione tatuatrice e l’hanno amata per il suo lasciarsi andare innamorandosi di un musicista di bluegrass. Le cose poi sono andate male. I due hanno perso un figlio, e a poco a poco il loro amore si è sgretolato. Succedeva in Alabama Monroe, di cui era la protagonista. Dopo quel successo Veerle Baetens ha inciso un disco ed è andata in tour. Ha persino fondato un gruppo, Dallas, con una sua amica. «Era il mio più grande sogno, ma realizzandolo ho capito che  non faceva per me. Recitare è un modo di nascondersi dietro i personaggi, di scavare nelle altre menti e psicologie. Fare musica ed essere in scena è invece un essere molto vicino a me stessa. Quando ero sul palco a cantare andava tutto bene, il dopo anche. Ma fra un concerto e l’altro per me era l’inferno», racconta Veerle Baetens,  42 anni, belga, mamma insegnante d’asilo e papà insegnante alla scuola secondaria. «Sento di avere musica dentro di me, ma non capsico cosa devo farci, mentre di fronte a una storia, so cosa manca o meno». Infatti dopo aver smesso con la musica è andata a lavorare anche in Francia, ha iniziato a scrivere, prima una serie tv, Tabula rasa, in cui recita se stessa, poi un film tutto suo. In questi giorni è al cinema con Doppio sospetto, thriller psicologico di Oliver Masset-Depasse che ha vinto 9 Magritte, gli Oscar del Belgio, di cui uno è andato a lei come miglior attrice.  La storia è quella di Alice e Céline, vicine di casa negli anni Sessanta e amiche. Finchè il figlio di Celine non vola dalla finestra, sotto gli occhi impotenti di Alice. Da lì in poi il dolore insopportabile incrina l’amicizia fra le due, e in una tipica narrativa con struttura a spirale, si scende agli inferi con tanto di finale raggelante. «L’aspetto più impegnativo del film è stato che è in francese ed è pieno di dialoghi.  Quando devi incarnare emozioni come la paura, ma specialmente la rabbia, hai la naturale tendenza a improvvisare, e farlo in una lingua che non è la tua è difficile. Come lo è stato recitare la paranoia senza esagerare, mantenendo un buon equilibrio».

(continua…)

Intervista integrale uscita su D La Repubblica del 29 febbraio 2020

©Riproduzione riservata

 

L’artigiano degli effetti speciali

29 sabato Feb 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Personaggi

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Andrea Leanza, Hammamet, Il primo re, Il racconto dei racconti, interviste illuminanti, La Repubblica, truccatori

In che modo Pierfrancesco Favino è “diventato” Bettino Craxi? E come nasce l’orco di Il racconto dei racconti? Grazie all’arte (e ai siliconi) di Andrea Leanza

di Cristiana Allievi

Andrea Leanza all’opera con la collega Federica Castelli. I due truccatori prostetici hanno trasformato Pierfrancesco Favino in Craxi Hammamet.

Dalle mani di Andrea Leanza escono veli al silicone che, montati sulla faccia di un attore, gli regalano una nuova identità. Così Pierfrancesco Favino è letteralmente diventato Bettino Craxi in Hammamet, il film di Gianni Amelio che ha fatto resuscitare il leader anni Ottanta.

Ex bambino appassionato di dinosauri, oggi il nome  di Leanza – da poco candidato di David  di Donatello per il trucco ne Il primo re – appare nei film di Sean Penn, Luca Guadagnino, Ron Howard, Marc Forster e Paul Anderson. Scultore pittore e truccatore “prostetico”, cioè specializzato in protesi,  di fatto costruisce realtà che prima non esistevano. «Ho iniziato per gioco, mi  piaceva sporcarmi le mani con paste modellabili e colori. Ho iniziato modellando ferite finte che mettevo sui miei fratellini e sugli amici, facevamo scherzi pazzeschi a scuola». Trentotto anni, padre odontotecnico e madre con un impiego alla corte dei conti, quando non è su set internazionali Andrea ha come quartier generale Saronno (Varese). Grazie a pongo e das, è cresciuto facendo esperimenti. Poi ha frequentato il liceo artistico Angelo Frattini a Varese, che quest’anno ha compiuto 50 anni, e per l’occasione poche settimane fa ha esposto una testa di zombie. Di cui è esperto, se si pensa che ha creato quelli di World War Z e Resident Evil 6. Ma è maestro anche nei geo modelli, per cui è finito a lavorare per la Geomodel di Quarto d’Antino, a Venezia, di cui è stato per anni il supervisore artistico.

Com’è riuscito a trasformare Favino in Bettino Craxi? «Con Federica Castelli, che lavora con me da quattro anni, abbiamo iniziato a studiare molti mesi prima delle riprese, partendo dalla scansione in 3D della testa dell’attore, in modo da lavorare sui volumi esatti. Quando hai protesi che sfumano sul viso dell’attore e vedi la sua pelle, devi scolpire anche i suoi pori per imitarla. In questo caso invece la testa era completamente protetta, tutto quello che si vede è scolpito da me».

Modifiche al corpo di Pierfrancesco non ne avete fatte? «Abbiamo ridotto il diametro del collo in digitale per avere la protesi più aderente su di lui, perché il gel di silicone si lascia un po’ andare: per dare un’idea, quando prendi le protesi in mano è come avere delle fettine di mortadella. Anche le labbra di Pierfrancesco erano diverse da quelle di Craxi, per avere l’effetto della bocca simile ho dovuto usare una dentiera che allargasse l’arcata. Gli abbiamo coperto anche le palpebre superiori e i lobi».

Quante protesi avete creato per Hammamet? «Sono usa e getta, servivano 9 pezzi per 39 giornate di riprese, più cinque maschere da test, più tutti gli scarti… Direi più di 500».

Amelio le ha chiesto che si vedesse l’attore o scomparisse? «Nel primo test Amelio ci ha chiesto di avvicinarci più possibile all’attore, poi si è reso conto del livello di realismo che potevamo raggiunge, e ci ha chiesto di ottenere la massima somiglianza. Al quarto tentativo abbiamo raggiunto un ottimo equilibrio fra consistenza della portesi, mobilità facciale dell’attore e somiglianza all’originale».

I limiti del suo lavoro? «Sono fisici, come la distanza fra gli occhi, o fra le narici e la bocca, elementi che non posso cambiare. Io posso solo aggiungere pezzi che non esistono per creare illusioni ottiche».

(continua…)

Intervista esclusiva pubblicata su D La Repubblica del 20 febbraio 2020

©Riproduzione riservata

Doctor Wu

15 venerdì Nov 2019

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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cinema, Constance Wu, D La repubblica, interviste illuminanti, Jennifer Lopez, Le ragazze di Wall Street, Personaggi

HA “RISCHIATO” DI DIVENTARE LOGOPEDISTA. PER FORTUNA, CONSTANCE HA MANTENUTO FEDE ALLA SUA VOCAZIONE: DIMOSTRARE CHE LA FAMA SERVE A DARE VOCE A CHI NON NE HA

di Cristiana Allievi – Foto di Gareth Cattermole

L’attrice americana Constance Wu, 37 anniLe ragazze (courtesy Backastage).

Stava per diventare logopedista. Non si trattava di una passione, però. Era piuttosto una spinta, datale da un fidan- zato che non reputava il mestiere di attrice un’occupazione abbastanza stabile. Eppure Constance Wu a 12 anni aveva già iniziato a lavorare nel teatro locale di Richmond, dove è cresciuta, per volare a New York a 16 a studiare alla scuo- la di Lee Strasberg. E mentre piegava magliette da Gap per sbarcare il lunario, i suoi primi film passavano dal Sundan- ce. Qualche anno dopo si è trasferita a Los Angeles, dove le cose hanno iniziato a ingranare. Il grande pubblico l’ha conosciuta grazie alla serie tv asiatico-americana Fresh Off the Boat, mentre con l’interpretazione della newyorkese che va a Singapore per incontrare la famiglia del fidanzato, inCrazy & Rich, la seconda sitcom familiare mai prodotta dall’Asia, si è aggiudicata il primo Golden Globe. «Essere un’americana asiatica lo considero un privilegio», racconta dalla sua casa a Silverlake, in California, dove vive con il co- niglio Lida Rose. «Ogni artista ha una qualità precisa, che sia la faccia, la tecnica, la voce o la sensualità: qualsiasi cosa è un privilegio da riconoscere e mostrare al mondo. Ma non è un mio particolare merito aver saputo rendere l’umanità dei personaggi asiatici sullo schermo: più che altro erano scarsi i contenuti precedenti», dice con schiettezza.

L’anno scorso era entusiasta per la nomination di San- dra Oh agli Emmy, ma anche arrabbiata per il fatto che fosse stata la prima donna di origini asiatiche nominata per un ruolo da protagonista. «Credo dica qualcosa della cul- tura in cui viviamo e di quello che si pensa valga la pensa raccontare». Ora è al cinema con Le ragazze di Wall Street – Business is business, un film ispirato a un articolo di Jessica Presler intitolato “The Hustlers at Score”, truffatori al pun- teggio, uscito sul New York Times e diventato virale. Basa- to su una storia vera, racconta di un gruppo di stripper che si inventano un modo poco ortodosso per spennare ricchi clienti di Wall Street: uomini che nel film sono insignifican- ti, hanno a malapena dei nomi. «Succede perché questa sto- ria non è stata scritta per loro, cosa che accade alle donne da sempre: non avere personaggi femminili di sostanza. Credo che gli uomini cerchino di separarci perché sanno che non c’è niente di più forte e di più bello di quando siamo uni- te». Nel gruppo di spogliarelliste dirette dalla regista Lore- ne Scafaria, Wu è Destiny e fatica a mantenere se stessa e la nonna da cui vive. «È una donna che non è cresciuta con particolari privilegi, non ha avuto né assistenza sociale né l’opportunità di frequentare una buona scuola. Ma è mol- to intelligente e usa la sua posizione per fare qualcosa nella vita che persone come lei non riescono a fare. È una donna che vorrei come amica».

(…continua…)

Intervista integrale pubblicata su D La repubblica 9 NOVEMBRE 2019

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