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~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi della categoria: Personaggi

Vincent Lindon padre in crisi di due ragazzi in «Noi e loro» «Racconto il dramma di tanti, quel muro che divide dai figli»

24 lunedì Feb 2025

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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attori, capitalismo, Coulin, Cristiana Allievi, estrema destra, famiglia, Fratelli, genitori, interviste illuminanti, IWonderPictures, nazismo, Noi e loro, red carpet, Titane, Vincent Lindon

L’attore francese, protagonista del film delle sorelle Coulin da giovedì 27 febbraio nei nostri cinema: «La responsabilità in queste situazioni è sempre per metà loro e per metà dei genitori»

di Cristiana Allievi

Noi e loro è ispirato alpluripremiato romanzo Quello che serve di notte di Laurent Petitmangin e vede Lindonaffiancato da due giovani talenti del cinema francese, Benjamin Voisin (Estate ’85, Illusioni Perdute) e Stefan Crepon (Peter von Kant, Lupin). È uno di quei film che sembrano un vestito comodo da indossare per il Vincent di Francia, che ultimamente è stato padre convincente anche in Titane (Palma d’Oro a Cannes). In questo caso, poi, la forza recitativa si alimenta anche di circostanze di attualità. «Nel film sono un uomo vedovo che ha due figli maschi. Uno è molto bravo a scuola, andiamo a Parigi a iscriverlo al Politecnico. L’altro figlio invece se la spassa con un gruppo di uomini di estrema destra. Arriverà a uccidere qualcuno, finirà in carcere e io mi ritroverò a cercare di aiutarlo».
«Con il cinema cerco di risvegliare le coscienze»

Lei è padre di due figli, immagino si interroghi da anni su come non finire in una situazione come quella descritta da Noi e loro.


«Nel film uno dei miei due ragazzi si radicalizza per seguire un percorso di estrema destra con un gruppo, un fatto che oggi vediamo accadere spesso nel mondo. In questo caso parliamo di politica, ma è un fatto che potrebbe succedere con la religione, con una setta, con la dipendenza da droghe o alcol. La domanda è come si arriva a questo punto? Perché io, da genitore, ho il 50 per cento di responsabilità, l’altro 50 è di mio figlio. E qui la storia si allarga».

E include tutta una famiglia.
«Sempre nel film, la madre dei miei figli è morta, e per un figlio rimanere senza madre è la sofferenza più grande al mondo. Ma non è solo la loro madre, è anche mia moglie. Quindi anche io ho perso l’amore, e il mio modo di sopravvivere è stare il più possibile in fabbrica, poi andare a farmi una birra per non tornare a casa e ricordare come era la mia vita prima, con tutta la famiglia. L’altro figlio, invece, reagisce alla perdita della madre studiando e cercando di spostarsi dalla provincia a Parigi, per avere successo. E qui entra nella storia un altro aspetto, il capitalismo».

(continua…)

Intervista integrale su 7 Corriere della Sera

© Riproduzione riservata

Sean Penn: «Sono abbastanza maturo per godermi la vita»

18 sabato Gen 2025

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Asphalt City, Brooklyn, cinema, Città d'asfalto, Core, El Chapo, golden retriver, interviste illuminanti, Jean Stephane Sauvaire, Milk, Mystic River, New York, Sean Penn, surf, U La Repubblica, Ucraina, Valeria Nikov, vecchiaia

VA A FARE SURF (E AL CINEMA) CON IL SUO GOLDEN RETRIEVER. HA RICOMINCIATO A LAVORARE IL LEGNO E UFFICIALIZZATO LA RELAZIONE CON UNA DONNA DI 34 ANNI PIU’ GIOVANE. SEAN PENN SI SENTE ABBASTANZA MATURO PER GODERSI LA VITA. IN ATTESA DELLA VECCHIAIA, CHE PER LUI INIZIERA’ UN GIORNO PRECISO

di Cristiana Allievi

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su U La Repubblica – 16 Gennaio 2025

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Jack Huston «Non ho conosciuto mio nonno John, ma sarebbe orgoglioso di me».

13 venerdì Dic 2024

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Al Pacino, Angelica Huston, Cristiana Allievi, Garden of Eaden, House of Gucci, Il giorno dell'incontro, interviste illuminanti, Jack Huston, John Huston, Michael C. Pitt

A 42 anni, con un passato importante di attore e produttore diventa regista sulle orme del grande capostipite di una famiglia che è sinonimo di cinema. «Racconto il viaggio di redenzione di un boxer irlandese che esce dal carcere: una storia di speranza e perdono».

di Cristiana Allievi

Il regista e attore Jack Huston, 42 anni (a destra) sul set di Il giorno dell’incontro con l’attore protagonista, Michael C. Pitt (courtesy Jeong Park).

«Il Natale per noi è un grande raduno.  A volte siamo in America e andiamo a pranzo da mia zia Angelica a Three Rivers, un posto bellissimo fuori Los Angeles. Altre volte voliamo in Inghilterra, dove vive l’altra parte della mia famiglia. Appartengo a una grande tribu’ e siamo un po’ degli zingari». Jack Huston si presenta all’intervista con un look total white, è alto e ha i capelli pettinati all’indietro. Soprattutto ha uno charme particolare. Da una parte Jack discende dalla dinastia cinematografica americana Huston composta da Angelica, Danny e John, dall’altra appartiene all’aristocrazia inglese che risale al primo ministro Robert Walpole e alla famiglia di banchieri Rothschild (nelle sue vene scorre anche  un pizzico di sangue italiano, quello della nonna paterna, la modella e ballerina Enrica Soma). I suoi genitori hanno divorziato quando aveva tre anni, e questo deve aver contribuito a fargli trovare  rifugio in un altro mondo, visto che è diventato attore a sei anni recitando in Peter Pan. Cresciuto a Londra, viveva a Notting Hill quando la sua carriera di attore partiva con il piede giusto,  la serie tv HBO Boardwalk Empire prodotta da Martin Scorsese. Da lì in avanti non ha fatto che volare alto, con quello straordinario gruppo di attori brit (vedi alla voce Robert Pattinson, Andrew Garfield, Sam Clafin ed Eddie Redmayne) che l’America ha ingaggiato al volo appena si sono affacciati sulla scena. Se glielo fai notare, il suo commento è british, «in Inghilterra abbiamo ottime scuole di recitazione». Con The garden of Eden, Wild Salomè di al Pacino e House of Gucci con Ridley Scott ha dimostrato di essere un ottimo attore, e dal 12 dicembre sarà nelle sale con il debutto da regista e una storia che ha scritto, diretto e prodotto, Il giorno dell’incontro (Movies Inspired), un lavoro glam in bianco e nero. Proiettato all’ultima Mostra di Venezia, dove avrebbe meritato di finire in Concorso, è la storia di Mike Flanagan (l’ottimo Michael C. Pitt), un boxeur un tempo famoso che vive il suo primo giorno di uscita dalla prigione. Si imbarca in un viaggio di redenzione in cui incontra e scioglie tutti i nodi del suo passato, mentre si prepara a tornare sul ring rischiando la vita per le persone che ama.  

È una storia  struggente, che ha scritto di suo pugno, come è nata? «Sono stato ispirato da un documentario di Stanley Kubrick del 1951, su un combattente della Seconda guerra mondiale che vince il suo incontro al Madison Square Garden ed esce dal tunnel buio in cui si trovava. Ho pensato di sviluppare il tema in un film di narrazione perché in realtà quell’uomo,  in vita sua, aveva combattuto per tutto. Mi interessava esplorare l’idea di cosa fai quando sei conscio di avere un solo giorno che ti resta da vivere. Mickey fa introspezione e fondamentalmente inizia un viaggio di redenzione in cui alla fine ritrova le persone che ama davvero, è una storia di speranza e di perdono».

(continua…)

Intervista pubblicata su 7 Corriere della Sera

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Kristen Stewart, «Quella sirena che urla dentro di me a squarciagola»

03 martedì Set 2024

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Berlino, giornalismo, Personaggi

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7 Corriere della sera, Attrici, cinema, Corriere della Sera, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, Kristen Stewart, Love Lies Bleeding, Pablo LArrain, Sils Maria, Spencer, The Chronology of the water, Twilight

di Cristiana Allievi

Articolo integrale pubblicato su 7 Corriere della Sera

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Sharon Stone, «Ho rischiato la morte per le violenze subite»

26 venerdì Lug 2024

Posted by Cristiana Allievi in Academy Awards, Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Personaggi

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attrice, Attrici, Basic Instinct, Casino, donne, emorragia cerebrale, Hollywood, interviste illuminanti, Oggi, pittura, rivelazione, Sharon Stone, Taormina film festival, violenza

di Cristiana Allievi

(Continua….)

L’articolo integrale è pubblicato sul settimanale Oggi dell’1/8/2024

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Kevin Costner e le donne di Horizon

05 venerdì Lug 2024

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Balla coi Lupi, Corona britannica, Cristiana Allievi, Horizon, Inghilterra, interviste illuminanti, Kevin Costner, Lady D., Robin Hood, western

L’attore, regista e produttore premi Oscar in questi giorni parla di donne. Anche di Lady D, che nel 1996, mentre stava divorziando da Carlo, era prossima a recitare nel sequel di Guardia del corpo. Kevin non ha dimenticato né lei né le confidenze di William

di Cristiana Allievi

Articolo pubblicato su Oggi dell’ 11/7/2024

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Faye Dunaway, «Sono stata ambiziosa quando le donne non dovevano esserlo»

07 venerdì Giu 2024

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Attrici, Bonnie a Clyde, Cannes 2024, Cercando Gatsby, donne, Faye, Faye Dunaway, interviste illuminanti, MArcello MAstroianni, Oscar

di Cristiana Allievi

(continua…)

L’intervista integrale è su Oggi del 29 maggio 2024

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Olivia Colman «Felicità è dire le parolacce»

20 sabato Apr 2024

Posted by Cristiana Allievi in Academy Awards, arte, Attulità, cinema, Cultura, Personaggi

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CAttiverie a domicilio, cinema, Jessie Buckley, La favorita, La figlia oscura, La guerra dei Roses, Olivia Colman

di Cristiana Allievi

Riesce a farsi abitare, in simultanea, da due sentimenti opposti come le risate e l’angoscia. È questo il vero super potere di Sarah Caroline Colman, grazie al quale la notizia di questi giorni, in cui con Benedicth Cumberbatch girerà un remake di La guerra dei Roses, ha già suscitato molto interesse. Nata nel Norfolk 50 anni fa, ha studiato a Cambridge per diventare insegnante di scuola elementare. Ma la passione per la recitazione è sempre stata il suo motore, e per mantenersi durante la scuola d’arte ha fatto di tutto, dalla segretaria alla donna delle pulizie, avendo sempre chiaro il suo obiettivo, tanto da arrivare a vincere un Oscar. Punto di svolta sono state le nove stagioni di Peep Show, la sit com che le ha cambiato la vita: da lì in poi l’abbiamo vista in ruoli iconici come quelli della regina Elisabetta (The Crown) e anche dell’immensa regina Anna in cui l’ha trasformata  Yogor Lanthimos (La favorita), come in quelli di madre ferita (La figlia Oscura) e di figlia scioccata (The father).  Tutte donne, queste, con cui ci ha inchiodati alle sedie senza possibilità di noia, come accade di nuovo in Cattiverie a domicilio (Lucky Red), nuovo film diretto dalla regista inglese Thea Sharrock. È una storia vera quanto assurda accaduta cento anni fa a Littlehampton, cittadina costiera dell’Inghilterra, in cui Colman è Edith Swan, la figlia di un padre autoritario (Timothy Spall) che le imponeun’educazione rigidissima. Come vicina di casa ha Rose (Jessie Buckley, già con lei in La figlia Oscura), giovane immigrata irlandese che sembra rivendicare una libertà sconosciuta agli altri. Quando in paese iniziano ad arrivare lettere scabrose e piene di parole oscene, i sospetti ricadono subito su Rose. Ma una poliziotta che si fa strada a fatica in un mondo maschile (Anjana Vasan) è a capo delle indagini, e con l’aiuto dalle altre donne del paese scoprirà qual è l’incredibile verità.

Cattiverie a domicilio è una commedia irriverente zeppa di parolacce: a lei e alla coprotagonista  Jessie Buckley è capitato di pronunciarne alcune sul set che non esistevano all’epoca?  «Ci tengo a dire che tutte quelle che diciamo sono vere, come lo sono le lettere.  Abbiamo fatto giochi e studiato dizionari di slang urbano, soprattutto quelli per i giovani. Sul set ne avevamo a bizzeffe, di imprecazioni, ma ne ho preparate alcune sconosciute per fare le interviste!».

Ad esempio? «Non mi chieda quali, non si possono mettere nero su bianco su un giornale, mi creda sulla parola. Le dico solo che qualche giorno fa in un’intervista tv ho ripetuto tre volte le parole “burro d’anatra”…».

Il significato? «Deve cercarlo, non le dirò nulla…».

Me ne pentirò, quando lo scoprirò? «Potrebbe, sì, potrebbe… (ride, ndr)».

Prima mi ha detto di cercare “wispernest”… «Quella però non è una parolaccia, è un’espressione più dolce, più intima. Indica l’esperienza di due persone che sono abituate l’una all’altra».

Invece la parolaccia che le capita più spesso di dire?

«”Fica”, la amo, è la mia parolaccia preferita in assoluto. Le donne dovrebbero possedere quel sostantivo, che per me è anche una cartina di tornasole: se lo pronuncio e sento che gli sfinteri delle persone che ho davanti si tendono, so che non andremo d’accordo».

(continua…)

Intervista rilasciata a Sette Corriere della Sera del 19.4.2024

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Mads Mikkelsen: «Amo il calcio, ero attaccante. Se il Barca chiama mollo i film»

01 venerdì Mar 2024

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Barcelona, CAlcio, Corriere della Sera, European Awards, interviste illuminanti, LA terra promessa, Mads Mikkelsen, Nikolaj Arcel, Sette, Thomas Vinterberg, Un altro giro

LA STELLA DANESE, UN PASSATO DA BOMBER PROFESSIONISTA, IN UN FILM OTTOCENTESCO: «VANITOSI I RICCHI DI ALLORA, SI, MA PURE OGGI SI CERCA LA FAMA SENZA SAPER FARE NULLA».

di Cristiana Allievi

L’attore danese Mads Mikkelsen, 58 anni, in una scena di La terra promessa, al cinema dal 14 marzo.

Osservando una landa di terra desolata, in molti finirebbero per cadere in depressione. Specialmente se  il luogo è di quelli in cui si fatica a marcare il confine fra le pietre e le persone. Ma per il soldato che torna dopo venticinque anni da capitano dell’esercito, le cose sono diverse. Su quella terra inospitale e terribile, lui si sdraia e protegge dal gelo un segreto. Qualcosa destinato a diventare il suo tesoro. A raccontare questa storia saranno il corpo e il viso dell’attore danese Mads Mikkelsen, entrato in alcune delle più grandi franchise degli ultimi 50 anni, da James Bond a Star Wars, passando per Harry Potter (in cui ha sostituito Johnny Depp), e questo solo se si pensa a Hollywood.  Se ci si sposta a casa sua, in Danimarca, è un orgoglio nazionale, al pari della squadra di calcio.

58 anni, con la moglie Hanne Jacobsen ha avuto un figlio e una figlia. Gemello di Lars (anche lui attore), è cresciuto prima a teatro, poi in tv e infine al cinema. Ex ginnasta convertitosi a danzatore, regala il meglio di sé quando si immerge nelle scene fisiche. Vestito completamente di blu, e in una forma fisica invidiabile, lo incontriamo per farci raccontare quel suo scavare la terra a mani nude che vedremo dal 14 marzo al cinema. La terra promessa, in Concorso all’ultima Mostra di Venezia, lo vede ex capitano caduto in disgrazia, Ludvig Kahlen, che nel 1755 decide di provare a coltivare la brughiera che tutti pensano impossibile da trasformare. Contro di lui c’è il ricco e spietato Frederik de Schinkel, che crede che quella terra gli appartenga, e il conflitto fra loro crescerà sempre più. Nonostante non ci sia stata una nomination all’Oscar per il film (un vero peccato), qualche mese fa Mikkelsen  ha vinto per la terza volta il premio al miglior attore europeo dell’anno.

Come si è preparato a diventare Kahlen?  È un uomo molto complesso che ha problemi nel relazionarsi con gli altri. La sceneggiatura si basava su un libro pubblicato recentemente su Kahlen, è stata quella la mia fonte di studio. Kahlen sarebbe capace di rovinare il mondo, pur di andare per la sua strada e ottenere ciò che vuole. Diciamo che è un egoista molto focalizzato sui suoi obiettivi».

La cocciutaggine è una caratteristica che le appartiene? «La riconosco, sì. Può essere una qualità come uno svantaggio, lo ammetto».

In che modo l’ha aiutata fino a qui? «Quando penso che ci sia qualcosa di sbagliato non mollo, sono capace ad andare contro tutto».

Il suo personaggio desidera disperatamente un titolo nobiliare, lei ha mai desiderato qualcosa così fortemente? «Ho avuto molte fantasie in mia vita, non le ho mai indagate razionalmente perché perdono di interesse.  A parte questo, se oggi mi telefonassero e mi chiedessero se voglio giocare per il Barcellona, non esiterei un istante».

Su Google si trovano ancora foto di lei che corre dietro al pallone in calzoncini bianchi e maglia azzurra.  «Il calcio è il mio primo amore, la mia passione di quando ero un bambino. Ho firmato il mio primo contratto a 16 anni, con Aarthus, poi sono diventato un professionista. Ero un attaccante».

Anche in La terra promessa, in un certo senso, è un attaccante. «C’è qualcosa di umanamente riconoscibile, magari di non così estremo, nell’essere attratti da qualcosa che non è facilmente ottenibile. Ti strangoli per raggiungerlo, nonostante non succederà mai…».

Questo uomo, come il re del film, sono spesso ubriachi, un dettaglio che ci dice qualcosa della Danimarca? «I personaggi che vede erano degli dei nel loro mondo, è normale che bevano. È anche vero che fa parte della storia della Scandinavia, siamo noti per vendere il petrolio del mare del Nord a un prezzo ridicolo, i nostri politici non possono che essere ubriachi!».

Aveva già affrontato il tema dell’alcolismo, addirittura in forma di tributo, nel magnifico Un altro giro.  «Era anche un avvertimento sulle trappole dell’alcol, però. Devo dire che mi sembra quasi un film italiano, è stata la prima volta che ho rintracciato in Thomas Vintenberg il desiderio di rendere un tributo alla vita».

(continua….)

Intervista integrale pubblicata su Sette Corriere della Sera dell’1/3/2024

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Christine Angot, «Stuprata da mio papà a 13 anni»

22 giovedì Feb 2024

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, Berlinale, cinema, Cultura, Festival di Berlino, giornalismo, Letteratura, Personaggi

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A family, Berlinale 2024, Christine Angot, donne, Incest, infanzia, interviste illuminanti, regista, sceneggiatrici, scrittrici, strupro

In «A family», Christine Angot esordisce alla regia presentando il suo primo lungometraggio sul trauma subito da adolescente, quando il padre ha iniziato a violentarla

di Cristiana Allievi

La scrittrice, sceneggiatrice e regista francese Christine Angot, 64 anni, esordio alla regia con A family (Berlinale 2024)

Christine Angot è una donna di parola. In tre decadi ha pubblicato una ventina di libri e scritto otto sceneggiature (due per i film di Claire Denis, The Sunshine In e Both Sides Of The Blade).

Con il docufilm A family, la scrittrice francese ha esordito alla regia presentando il suo primo lungometraggio, crudo e scomodo,  alla 74esima Berlinale attualmente in corso.

E mentre scorrono le immagini lo spettatore inizia a individuare, fra fiumi di parole, quelle che non sono mai state pronunciate in un momento molto drammatico della vita della scrittrice sessantaquattrenne.

Il cuore del film è infatti il trauma subito all’età di 13 anni, quando il padre ha iniziato a violentarla, un abuso che è continuato nei weekend e durante le vacanze. È un tema che Angot aveva già menzionato in Incesto, del 1999, e in An Impossible Love  (adattato e diventato anche un film di Catherine Corsini). Ma è stato Un voyage dans l’Est, che ha vinto il Prix Medicis nel 2021, a marcare una differenza netta: Angot è diventata esplicita e ha coinvolto le persone di famiglia che sapevano dell’abuso e che non sono riuscite ad impedirlo. A family mette al centro proprio loro, in un viaggio in giro per la Francia in cui Christine cerca risposte. Lo fa portandosi dietro una macchina da presa che diventa un’arma con una doppia funzione, quella di testimone e di difensore.

Il film apre con una scena in cui, arrivando a Strasburgo per presentare il suo libro, entra a forza in casa della sua matrigna con la direttrice della fotografia Caroline Champetier. Poi si vede la casa in cui ha vissuto suo padre, morto dopo essersi ammalato di Alzheimer, quindi arrivano gli incontri con la madre e l’ex marito. Angot ha bisogno di sentirsi dire dai membri della sua famiglia allargata, che avrebbero dovuto proteggerla, perché non ci sono stati. Con il risultato scontato, nel caso di chi ha subito un abuso, di trasferire lo stesso shock e congelamento nelle persone che incontra, essendo lei stessa in quello stato. Sullo schermo si vede quindi il rifiuto da parte degli interpellati ad andare in profondità nell’analisi dell’accaduto, l’unica che riesce da esprimersi attraverso la rabbia è la figlia, Leonore. È lei che trova le parole per rompere il senso di solitudine e di isolamento della madre, fino a quel momento trasferiti anche sullo spettatore.

Abbiamo incontrato la regista a Berlino, poche ore dopo la proiezione in anteprima mondiale di A family.  

Ha incontrato suo padre per la prima volta a 13 anni, perché? «Quando sono nata, le coppie non sposate quasi non esistevano. Sono cresciuta da sola, con mia madre, che all’epoca era incinta e senza un marito, una vergogna, soprattutto nella provincia francese. Ma la mia nascita non è stata accidentale, i miei hanno deciso di avermi. Mia madre è ebrea e aveva un senso di superiorità data dal fatto di parlare molte lingue. Lavorava in un ufficio, ed era ebrea, e i miei si amavano».

E volevano un figlio. «Ma lui (il padre, ndr) ha sempre detto che non si sarebbe mai sposato, e all’epoca sposarsi era l’unica cosa da fare quando incontravi qualcuno. Così ha detto che avrebbe voluto fortemente un figlio da lei ma che non l’avrebbe sposata, infatti se n’è andato. Queste persone hanno idee molto chiare, sempre».

Quindi è cresciuta senza un padre? «Ero l’unica nella mia scuola, ma ho amato molto mia madre ed ero una bambina molto felice, studiavo ed ero piena di vita. Il mio nome era Christine Shwartz e sul mio certificato di famiglia non avevo un padre. Per la sua rispettabilità mia madre avrebbe voluto che mio padre mi riconoscesse, e quando la legge è cambiata ed è diventato possibile riconoscere un figlio anche dopo molto tempo, ha chiesto a mio padre di farlo. Si sono incontrati e in quel contesto lei ha organizzato il mio viaggio a Strasburgo per incontrarlo».

Non una buona idea… «All’epoca ero molto appassionata di lingue straniere. Quando ho iniziato a scrivere questa passione è svanita, e ho capito che la mia passione per le lingue era in realtà passione per “la” lingua».

Quando ha incontrato suo padre per la prima volta, si ricorda in che stato era? «Di grande ammirazione, avevo molte domande da fargli, sulle lingue, sugli accenti, su come avrebbe pronunciato questa e quell’altra parola… Credo che attraverso quel punto, la mia folle ammirazione per le lingue, lui ha potuto approfittare di me».

Prima di girare A family ha fatto terapia o ha usato il film come cura? «Nessuno può essere guarito girando un film, non credo. E credo più nella psicanalisi che nella terapia, l’ho iniziata quando la mia vita è diventata impossibile».

Quando? «A 23 anni non ero più in grado di vivere. Non potevo studiare, non riuscivo a mangiare né ad andare a fare la spesa, si è fermato tutto. Dopo aver provato tutto, persino l’agopuntura, ho deciso di rivolgermi a uno psicanalista».

Parlare con sua madre era impensabile? «Con quali parole? Avrei voluto farlo, ma non ho trovato né le parole giuste né il momento giusto. Non si formavano le frasi nella mia bocca».

Il film mostra momenti di violenza verbale negli incontri con i media di anni fa. Oggi il contesto del #metoo ha cambiato l’atmosfera? «C’è una diversa situazione globale, certo. Ma ho scritto Un voyage dans l’Est perché ho capito che quando vivi un’esperienza come l’incesto, l’umiliazione è il modo di trattarti, anno dopo anno. E quando scrivi romanzi, ogni volta che potranno ti umilieranno».

Ridicolizzare è un’altra strategia sociale? « C’è la società, è vero, ma c’è anche un crimine. Non ne avevo mai parlato, non volevo, l’ho rifiutato, volevo parlare della vergogna del primo giorno in cui incontri tuo padre e lui ti bacia sulla bocca. E il giorno dopo, quando non puoi raccontarlo a tua madre, e ti vergogni, come ti vergogni quando torni e dici alla tua migliore amica che tuo padre è così speciale e parla così tante lingue…».

Quella vergogna la abita tutt’oggi? «Quando ho iniziato a scrivere il libro, e poi ho chiesto a Caroline di prendere una videocamera e venire con me, la vergogna non c’era più. Dopo otto libri, ho usato un titolo come  L’incesto, ma non c’era ancora quello che era davvero successo: è stato con  Un voyage dans l’Est che è uscito veramente tutto».

In Francia quando si parla di abuso di donne sembra esserci  una sorta di negazionismo, penso alla lettera di Carla Bruni, Carol Bouquet e altre donne in difesa di Gerard Depardieu, e a quella di Catherine Deneuve e di Catherine Breillat che cercavano di reagire allo stile radicale con cui l’America ha impostato il #metoo. «Abbiamo una brutta tradizione nel firmare lettere, noi francesi».  

Jean-Paul Sartre negli anni Settanta ne firmò una con cui si schierava a favore dei rapporti consenzienti fra adulti e minori di 15 anni…  «Sembra una tradizione, forse in Francia c’è questa idea di dover dire quello che si pensa, di dover spiegare… E forse temi come amore e sesso beneficerebbero di una certa extraterritorialità, per trovare una visione lucida».

Quando dice “mi dispiace per quello che ti è successo”, sua figlia diventa la chiave di volta del film. Erano le parole che aspettava da tempo? «Quando Lenore ha detto quella frase eravamo a Nizza. Subito dopo sono tornata a Parigi per il montaggio, e per me è stato ovvio che sarebbe stata quella fine del film. Lei ha gettato una luce su tutto, un evento in cui non speravo più».

È stata come una guarigione attraverso le parole, a lei così care? «Non avevo aspettative sul fatto che qualcuno potesse dire una frase così semplice, così diversa dal “ti compatisco…” che la potrebbe dire una gran dama e che denota un senso di superiorità. “Mi spiace per te” denota il fatto di aver capito che fare un’esperienza come quella che ho fatto io è davvero molto triste. E questo è il cuore della faccenda».

Intervista Sette Corriere della Sera pubblicata il 20 Febbraio 2024

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