Tommaso Ragno, «Sul set ho compreso la fatica di mio padre»
20 venerdì Set 2024
20 venerdì Set 2024
16 lunedì Set 2024
09 lunedì Set 2024
Posted in Academy Awards, arte, Attulità, Berlinale, cinema, Festival di Berlino
06 lunedì Mag 2024
Tag
attualità, cinema frnacese, Cristiana Allievi, figli, Il coraggio di Blanche, interviste illuminanti, madri, mariti, matrimonio, Niente da perdere, Valerie Donzelli, violenza, Virginie Efira

di Cristiana Allievi
«Ogni cosa, se osservata per abbastanza tempo, diventa interessante». La citazione di Gustave Flaubert sembra spiegare alla perfezione le scelte di Virginie Efira, attrice capace di gestire con grazia ruoli trasgressivi come quello di una suora italiana lesbica e ricca di fantasie erotiche, vissuta nel diciassettesimo secolo e poi accusata di blasfemia: la Carlini che ha incarnato in Benedetta. E proprio il regista del film, Paul Verhoeven, è stato colui che anni prima l’aveva trasformata da mattatrice della tv belga in una delle attrici più quotate Oltralpe, grazie a Elle (premio Cesar e miglior film straniero ai Golden Globe) e al ruolo di moglie dell’uomo sessualmente soddisfatto da Isabelle Huppert. Maggio è il mese della consacrazione di Efira grazie a due film in uscita: dal 2 è al cinema con Il coraggio di Blanche (Movies Inspired), film in Concorso a Cannes nel 2023. Tratto dal romanzo di Éric Reinhardt L’amore e le foreste (Salani), il lungometraggio di Valerie Donzelli è una storia di violenza domestica e psicologica, un viaggio nella mente di una donna che pensa di aver trovato l’uomo perfetto (l’ottimo Melvil Poupaud, che vedremo presto nei panni di un candidato alle presidenziali francesi nel film sul libro scritto da un ex primo ministro di Macron). Blanche lascia la sua famiglia e la sorella gemella con il sogno di farsi una nuova vita ma pian piano, e a fatica, realizzerà di avere accanto un uomo pericoloso che sta cercando di chiuderla progressivamente in una prigione. L’interpretazione di Efira è fisica, toccante e magnifica, e rende bene anche i rischi dell’immaginario in questo viaggio che è una specie di contraltare di Inferno di Chabrol, in cui il punto di vista della gelosia era quello maschile.
Dal 16 maggio sarà poi nelle sale anche Niente da perdere (Wanted cinema) un’altra storia di grande impatto emotivo in cui Efira si fa dirigere da una regista al primo lungometraggio, Delphine Deloget, per affrontare il dramma sociale della protezione dei bambini e l’ostilità di un sistema ottuso. Sylvie è una madre single di due figli difficili, una notte mentre è a lavorare e loro sono a casa da soli il piccolo ha un incidente domestico. In seguito a una denuncia, il bambino viene mandato in un istituto. Per Sylvie è l’inizio di un incubo che la rende instabile: combatterà con le forze che ha una lunga e dura battaglia amministrativa e legale per riportare a casa suo figlio e dimostrare la sua capacità di madre al mondo intero.
(continua…)
Intervista per Sette Corriere della Sera
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02 giovedì Mag 2024
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Anselm, Anselm Kiefer, artisti, interviste illuminanti, Miti, Oggi settimanale, Perfect Days, pittori, registi, Wim Wenders
Dopo Perfect days, «girato in 16 giorni» e accolto da un successo di critica e pubblico, sta per uscire il suo documentario su Anselm Kiefer, artista «che si ribella all’idea di dimenticare». Qui Wim Wenders spiega che cosa teme: «ll nazionalismo, parente del razzismo»
di Cristiana Allievi

Nell’ultimo anno ha viaggiato in tutto il mondo con due film. Se si pensa che Wim Wenders, regista, produttore e sceneggiatore di Dusseldorf, ha 78 anni, e potrebbe finire col vincere un Oscar, si intuisce che ci troviamo davanti a un fatto eccezionale. Ma facciamo ordine. Wenders stava lavorando ad Anselm, un mastodontico documentario sulla vita del pittore e scultore tedesco Anselm Kiefer. Non faceva un giorno di vacanza dal 2019, ed era ancora nel mezzo dell’opera, quando ha ricevuto un invito in Giappone per andare a vedere le nuove toelette pubbliche di Tokio disegnate da 20 firme dell’architettura giapponese. Nonostante le sue iniziali resistenze, da quella visita è nato un gioiello come Pefect Days (che corre agli Oscar come film giapponese). È la storia di Hirayama (l’ottimo Koji Yakusho, Miglior attore all’ultimo festival di Cannes), un uomo che vive in una piccola casa circondato dalle piante e ha per passione i libri, la musica e la fotografia. È addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokio, si reca al lavoro con il suo minivan, e ciò che fa rivela a poco a poco il suo passato. Wenders ci ha messo solo 16 giorni a terminare le riprese, poi è tornato a Berlino a per terminare Anselm, che finalmente vedremo al cinema dall’1 maggio. Baffetti nuovi, soliti occhiali tondi e toni pacati e gentili, la conversazione che si legge qui sotto è stata fatta in due tempi, fra la Francia e la Svizzera.
Gli ultimi quattro anni sono stai intensissimi per lei. Non bastasse la fatica della lavorazione di due film, si è aggiunta la campagna in tutti i festival del mondo in cui ha accompagnato i suoi lavori. Come regge un ritmo simile? «Più invecchio meno le rispondo che è stato facile, sono al limite (ride, ndr)! A Cannes è stato magnifico, perché un film era all’inizio e l’altro alla fine, ma ho capito che due film da promuove insieme sono davvero troppo».
Il prossimo che vedremo dall’1 maggio è Anselm e racconta un gigante di cui l’Hangar Bicocca di Milano ha la fortuna di conservare un’opera mastodontica come I sette palazzi celesti. «Ci ho lavorato dal 2019 al 2022 e la lavorazione del documentario è stata molto complessa, abbiamo girato sette volte in due anni e mezzo. Inoltre il lavoro di editing è molto più lungo di quello di un lungometraggio».
Kiefer è un artista “duro” ma lei riesce a renderlo poetico, come se lo spiega? «In realtà Anselm ha lavorato moltissimo con la poesia, non c’è un’opera in cui non abbia usato parole di poesia come complemento. Tutti i suoi dipinti sono fatti con quell’ispirazione, e molte frasi dei suoi poeti preferiti sono suoi alleati, non potevo tralasciare questo aspetto nel mio documentario».
Però l’immagine che se ne ha è quella di un artista durissimo con la sua arte: la brucia, la distrugge… «Kiefer si ribella all’idea di dimenticare, alle scorciatoie: lui espone la storia e le molte cose brutte che gli uomini si sono fatti gli uni con gli altri. Però capisco quello che dice, io ho voluto coglierne l’aspetto più dolce».
Perché un documentario su di questo artista proprio in questo momento? «Sento che il suo lavoro è molto contemporaneo. C’è la presenza della guerra, del crimine in generale e di un crimine contro la natura. Il terreno dei suoi paesaggi è come un deserto che non vede più acqua da tempo, e vista la situazione del pianeta in questo momento le sue “terre morte” sono più che contemporanee».
Cosa pensa del coinvolgimento di un artista in fatti politici, penso ad esempio ad Agniesza Holland e al suo Green Border presentato alla Mostra di Venezia (Premio speciale della giuria). «Stiamo assistendo a un ritorno di nazionalismo a tutti i livelli, e questo è il passato orrendo dell’Europa. Ogni guerra, e ce ne sono tantissime in Europa, è causata dal nazionalismo, viene sempre da un “non vogliamo questo, uccidiamolo…”. Il nazionalismo tira fuori il peggio della natura umana, è alleato del razzismo. Prima in America, adesso in Europa, la brutta faccia del nazionalismo è sempre una manipolazione dell’arte, che con la violenza vorrebbero glorificasse i dominatori… Quindi il nazionalismo è nemico dell’arte ed è nemico nostro, soprattutto è nemico delle donne, è “history”».
(continua…)
Intervista pubblicata su Oggi settimanale
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20 sabato Apr 2024
Posted in Academy Awards, arte, Attulità, cinema, Cultura, Personaggi
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CAttiverie a domicilio, cinema, Jessie Buckley, La favorita, La figlia oscura, La guerra dei Roses, Olivia Colman
di Cristiana Allievi

Riesce a farsi abitare, in simultanea, da due sentimenti opposti come le risate e l’angoscia. È questo il vero super potere di Sarah Caroline Colman, grazie al quale la notizia di questi giorni, in cui con Benedicth Cumberbatch girerà un remake di La guerra dei Roses, ha già suscitato molto interesse. Nata nel Norfolk 50 anni fa, ha studiato a Cambridge per diventare insegnante di scuola elementare. Ma la passione per la recitazione è sempre stata il suo motore, e per mantenersi durante la scuola d’arte ha fatto di tutto, dalla segretaria alla donna delle pulizie, avendo sempre chiaro il suo obiettivo, tanto da arrivare a vincere un Oscar. Punto di svolta sono state le nove stagioni di Peep Show, la sit com che le ha cambiato la vita: da lì in poi l’abbiamo vista in ruoli iconici come quelli della regina Elisabetta (The Crown) e anche dell’immensa regina Anna in cui l’ha trasformata Yogor Lanthimos (La favorita), come in quelli di madre ferita (La figlia Oscura) e di figlia scioccata (The father). Tutte donne, queste, con cui ci ha inchiodati alle sedie senza possibilità di noia, come accade di nuovo in Cattiverie a domicilio (Lucky Red), nuovo film diretto dalla regista inglese Thea Sharrock. È una storia vera quanto assurda accaduta cento anni fa a Littlehampton, cittadina costiera dell’Inghilterra, in cui Colman è Edith Swan, la figlia di un padre autoritario (Timothy Spall) che le imponeun’educazione rigidissima. Come vicina di casa ha Rose (Jessie Buckley, già con lei in La figlia Oscura), giovane immigrata irlandese che sembra rivendicare una libertà sconosciuta agli altri. Quando in paese iniziano ad arrivare lettere scabrose e piene di parole oscene, i sospetti ricadono subito su Rose. Ma una poliziotta che si fa strada a fatica in un mondo maschile (Anjana Vasan) è a capo delle indagini, e con l’aiuto dalle altre donne del paese scoprirà qual è l’incredibile verità.
Cattiverie a domicilio è una commedia irriverente zeppa di parolacce: a lei e alla coprotagonista Jessie Buckley è capitato di pronunciarne alcune sul set che non esistevano all’epoca? «Ci tengo a dire che tutte quelle che diciamo sono vere, come lo sono le lettere. Abbiamo fatto giochi e studiato dizionari di slang urbano, soprattutto quelli per i giovani. Sul set ne avevamo a bizzeffe, di imprecazioni, ma ne ho preparate alcune sconosciute per fare le interviste!».
Ad esempio? «Non mi chieda quali, non si possono mettere nero su bianco su un giornale, mi creda sulla parola. Le dico solo che qualche giorno fa in un’intervista tv ho ripetuto tre volte le parole “burro d’anatra”…».
Il significato? «Deve cercarlo, non le dirò nulla…».
Me ne pentirò, quando lo scoprirò? «Potrebbe, sì, potrebbe… (ride, ndr)».
Prima mi ha detto di cercare “wispernest”… «Quella però non è una parolaccia, è un’espressione più dolce, più intima. Indica l’esperienza di due persone che sono abituate l’una all’altra».
Invece la parolaccia che le capita più spesso di dire?
«”Fica”, la amo, è la mia parolaccia preferita in assoluto. Le donne dovrebbero possedere quel sostantivo, che per me è anche una cartina di tornasole: se lo pronuncio e sento che gli sfinteri delle persone che ho davanti si tendono, so che non andremo d’accordo».
(continua…)
Intervista rilasciata a Sette Corriere della Sera del 19.4.2024
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24 domenica Mar 2024
01 venerdì Mar 2024
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Barcelona, CAlcio, Corriere della Sera, European Awards, interviste illuminanti, LA terra promessa, Mads Mikkelsen, Nikolaj Arcel, Sette, Thomas Vinterberg, Un altro giro
LA STELLA DANESE, UN PASSATO DA BOMBER PROFESSIONISTA, IN UN FILM OTTOCENTESCO: «VANITOSI I RICCHI DI ALLORA, SI, MA PURE OGGI SI CERCA LA FAMA SENZA SAPER FARE NULLA».
di Cristiana Allievi

Osservando una landa di terra desolata, in molti finirebbero per cadere in depressione. Specialmente se il luogo è di quelli in cui si fatica a marcare il confine fra le pietre e le persone. Ma per il soldato che torna dopo venticinque anni da capitano dell’esercito, le cose sono diverse. Su quella terra inospitale e terribile, lui si sdraia e protegge dal gelo un segreto. Qualcosa destinato a diventare il suo tesoro. A raccontare questa storia saranno il corpo e il viso dell’attore danese Mads Mikkelsen, entrato in alcune delle più grandi franchise degli ultimi 50 anni, da James Bond a Star Wars, passando per Harry Potter (in cui ha sostituito Johnny Depp), e questo solo se si pensa a Hollywood. Se ci si sposta a casa sua, in Danimarca, è un orgoglio nazionale, al pari della squadra di calcio.
58 anni, con la moglie Hanne Jacobsen ha avuto un figlio e una figlia. Gemello di Lars (anche lui attore), è cresciuto prima a teatro, poi in tv e infine al cinema. Ex ginnasta convertitosi a danzatore, regala il meglio di sé quando si immerge nelle scene fisiche. Vestito completamente di blu, e in una forma fisica invidiabile, lo incontriamo per farci raccontare quel suo scavare la terra a mani nude che vedremo dal 14 marzo al cinema. La terra promessa, in Concorso all’ultima Mostra di Venezia, lo vede ex capitano caduto in disgrazia, Ludvig Kahlen, che nel 1755 decide di provare a coltivare la brughiera che tutti pensano impossibile da trasformare. Contro di lui c’è il ricco e spietato Frederik de Schinkel, che crede che quella terra gli appartenga, e il conflitto fra loro crescerà sempre più. Nonostante non ci sia stata una nomination all’Oscar per il film (un vero peccato), qualche mese fa Mikkelsen ha vinto per la terza volta il premio al miglior attore europeo dell’anno.
Come si è preparato a diventare Kahlen? È un uomo molto complesso che ha problemi nel relazionarsi con gli altri. La sceneggiatura si basava su un libro pubblicato recentemente su Kahlen, è stata quella la mia fonte di studio. Kahlen sarebbe capace di rovinare il mondo, pur di andare per la sua strada e ottenere ciò che vuole. Diciamo che è un egoista molto focalizzato sui suoi obiettivi».
La cocciutaggine è una caratteristica che le appartiene? «La riconosco, sì. Può essere una qualità come uno svantaggio, lo ammetto».
In che modo l’ha aiutata fino a qui? «Quando penso che ci sia qualcosa di sbagliato non mollo, sono capace ad andare contro tutto».
Il suo personaggio desidera disperatamente un titolo nobiliare, lei ha mai desiderato qualcosa così fortemente? «Ho avuto molte fantasie in mia vita, non le ho mai indagate razionalmente perché perdono di interesse. A parte questo, se oggi mi telefonassero e mi chiedessero se voglio giocare per il Barcellona, non esiterei un istante».
Su Google si trovano ancora foto di lei che corre dietro al pallone in calzoncini bianchi e maglia azzurra. «Il calcio è il mio primo amore, la mia passione di quando ero un bambino. Ho firmato il mio primo contratto a 16 anni, con Aarthus, poi sono diventato un professionista. Ero un attaccante».
Anche in La terra promessa, in un certo senso, è un attaccante. «C’è qualcosa di umanamente riconoscibile, magari di non così estremo, nell’essere attratti da qualcosa che non è facilmente ottenibile. Ti strangoli per raggiungerlo, nonostante non succederà mai…».
Questo uomo, come il re del film, sono spesso ubriachi, un dettaglio che ci dice qualcosa della Danimarca? «I personaggi che vede erano degli dei nel loro mondo, è normale che bevano. È anche vero che fa parte della storia della Scandinavia, siamo noti per vendere il petrolio del mare del Nord a un prezzo ridicolo, i nostri politici non possono che essere ubriachi!».
Aveva già affrontato il tema dell’alcolismo, addirittura in forma di tributo, nel magnifico Un altro giro. «Era anche un avvertimento sulle trappole dell’alcol, però. Devo dire che mi sembra quasi un film italiano, è stata la prima volta che ho rintracciato in Thomas Vintenberg il desiderio di rendere un tributo alla vita».
(continua….)
Intervista integrale pubblicata su Sette Corriere della Sera dell’1/3/2024
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16 venerdì Feb 2024
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Enzo Gentile, giornalismo, Il sole 24 Ore, imprenditrici, Incontri con donne straordinarie, interviste illuminanti, Marta Donà, Sanremo, scrittrici
È la manager dello spettacolo che sta avendo più successo, basta vedere alla voce Sanremo, dove ha portato sul gradino più alto del podio prima Mengoni poi i Maneskin, fino all’ultima vittoria di Angelina Mango. È una delle donne che ho intervistato per il libro Incontri con donne straordinarie (Il sole 24 Ore) e alla presentazione di Milano curata da Il sole 24 ore ha raccontato, fra le varie cose, cosa le piace del suo lavoro dietro le quinte con artisti come Marco Mengoni, Francesca Michielin, Alessandro Cattelan, Antonio Dikele Distefano.
Nel video la presentazione del libro insieme all’autrice Cristiana Allievi, modera la serata il giornalista e scrittore Enzo Gentile.
09 venerdì Feb 2024
Posted in arte, Attulità, Cannes, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Moda & cinema, Personaggi
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Benoit Magimel, Coco Chanel, Cristiana Allievi, cucina, Dodin Bouffant, Il gusto delle cose, interviste illuminanti, Juliette Binoche, The new look
L’attrice francese sarà una cuoca dell’800 nel film con Benoît Magimel, padre di sua figlia. E da mercoledì è Coco Chanel in televisione. «Due donne che mi piacciono: hanno bisogno di libertà e di eccellere in ciò che fanno»
di Cristiana Allievi

Juliette Binoche e Benoit Magimel in Il gusto delle cose, al cinema dalla primavera 2024.
Qualcuno potrebbe dire che gli ottimisti contemporanei sono naive. Ma c’è una categoria speciale, che Antonio Gramsci ha definito “ottimisti per volontà”, a questa appartiene Juliette Binoche. Riesce a irradiare luce anche in un pomeriggio parigino dal colore plumbeo, con la colonnina di mercurio scivolata sotto lo zero. Ed è difficile credere che il prossimo 9 marzo compirà 60 anni, non si direbbe nemmeno da vicino. «Ogni domenica vado al mercato biologico, un rito che si ripete da dal 1991», racconta quasi a rispondere a questo pensiero inespresso. «Da quando ho avuto i miei figli ho voluto che mangiassero cibo fresco e organico. Andavo a cercarlo ovunque, a Parigi e dove ci portavano i nostri viaggi, e non è sempre facile trovarlo». Il motivo del nostro incontro è il film Il gusto delle cose di Tran Anh Hung, in Concorso all’ultimo festival di Cannes e al cinema in primavera. Siamo alla fine dell’Ottocento, Binoche è Eugenie e cucina da vent’anni per il gourmet Dodin Bouffant (Benoit Magimel). La loro collaborazione si è trasformata in amore, ma Eugenie ama la libertà e il proprio lavoro, e non ha mai voluto sposarsi. Caratteristiche, le sue, che rimandano a un’altra donna forte e indipendente che interpreterà dal 14 febbraio in The New Look (Apple tv) di Todd A. Kessler, una delle serie più attese della prossima stagione. Racconta l’ascesa di Christian Dior che metterà in crisi il regno creato da Coco Chanel (Binoche) in coincidenza con l’occupazione nazista di Parigi durante la Seconda guerra mondiale. Eugenie e Coco sono due donne agli antipodi, la prima è spesso ai
fornelli e veste un look morbido, colorato e romantico, mentre la seconda è decorata da cascate di perle e indossa solo il rigoroso bianco e nero. Non bastassero queste oscillazioni, durante la conversazione scopro che l’icona di Krzysztof Kieślowski si sta misurando anche a un altro livello: è passata infatti dietro la macchina da presa, e a breve esordirà come regista di un cortometraggio.
Iniziamo da The New Look: l’aspetto più importante intorno a cui ha costruito la sua performance? «Coco è una donna molto appassionata e dopo 15 anni di assenza torna alla moda per imporre la sua visione creativa. Lo fa per salvare la couture francese che secondo lei Dior ha rovinato. Questo confronto implica anche i diversi background, perché Chanel viene da una famiglia molto povera, mentre Dior è cresciuto in un conteso borghese».
Il “nuovo look” a cui allude il titolo è quello che Coco trova detestabile. «Trova “illogiche” quelle cinture in vita, i reggiseni imbottiti, le gonne pesanti e le giacche rigide».
Ci sono somiglianze fra Coco e la Eugenie di Il gusto delle cose? «Almeno due, l’eccellere in quello che fanno e il bisogno di libertà, il non volersi sposare e restare imbrigliate in ruoli morali sociali. In realtà non è del tutto così, è più complesso. Chanel avrebbe voluto sposarsi con Boy Capel, ma lui le ha preferito un’aristocratica, fatto che l’ha ferita profondamente. Quando poi stava per sposarsi con Paul Iribe, prima della Seconda guerra mondiale, è morto d’infarto davanti ai suoi occhi, mentre Capel ha poi perso la vita in un incidente stradale».
(…continua)
Intervista integrale pubblicata su Sette Corriere della Sera – 9 febbraio 2024
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