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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi autore: Cristiana Allievi

«Sono stato un papà severo», Alessandro Gassmann

10 giovedì Set 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Mostra d'arte cinematografica di Venezia

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Alessandro Gassmann, Mauro Mancini, Mostra del cinema di Venezia, Non odiare, Notorius Pictures, rai cinema, Soah, Venezia 77

di Cristiana Allievi

«A LEO HO DATO LO STESSO TRATTAMENTO CHE HO RICEVUTO IO», CONFESSA L’ATTORE E REGISTA, CHE A VENEZIA PRESENTA NON ODIARE. UN FILM CHE TOCCA TEMI IMPORTANTI: LA VIOLENZA CHE CIRCOLA SUL WEB E CHE HA PRESA SUI PIU’ GIOVANI

Fra i suoi film più belli ci sono Il bagno turco e Caos calmo. Ma nonostante il cinema d’autore gli stia a pennello, sono i ruoli sul piccolo schermo ad aver fatto di Alessandro Gassmann uno dei volti più amati del cinema italiano. Come quello di Giuseppe Lojacono in I bastardi di Pizzoflacone 3, la serie di Rai 1 di cui sono iniziate le riprese interrotte per il Covid. A 55 anni il suo fascino non è diminuito, anzi: da quando, vent’anni fa, conquistò le dodici pose del calendario di Max in versione dio greco, si è approfondito. E ora lo vedremo in un ruolo maturo che fa già discutere. Non odiare, dal 10 settembre al cinema, esordio alla regia di Mauro Mancini proiettato in anteprima mondiale alla Mostra di Venezia. Prodotto da Mario Mazzarotto per Movimento film, con Rai Cinema e Notorious Pictures, lo vede nel ruolo di un chirurgo ebreo che si tira indietro dal soccorrere un uomo coinvolto in un incidente stradale. Il motivo è la svastica tatuata sul suo petto. Un film forte, che si ispira a fatti realmente accaduti alcuni anni fa in una sala operatoria tedesca.

Non odiare tocca temi delicati come Soah ed estremismo di destra: una scelta rischiosa anche per un attore. «Lo spunto è proprio il motivo per cui ho accettato il film, mi ha colpito. È la prima volta che mi viene offerta una storia equilibrata sull’argomento, che cerca di capire come nasce un fenomeno e come potrebbe tornare. Perché l’unico modo per evitarlo è lavorare alle sue origini, che sono paura, ignoranza e smarrimento. Per questo Non odiare è un film importante».

C’è anche un legame con tuo padre Vittorio, che aveva una madre ebrea. «La nonna era di Pisa, e come tutti all’epoca  ha dovuto italianizzare il suo cognome da Ambron in Ambrosi. Mio padre salvò la famiglia perché era un giocatore di pallacanestro di serie A, e il regime fascista idolatrava gli atleti».

Oggi la violenza dove si scatena di più? «È molto trainata dai media. Di colpo la generazione di mio figlio ha smesso di seguire la tv e ha iniziato a informarsi solo con la rete. Ma mentre la tv è fatta da persone che hanno studiato e sono dei professionisti, in rete tutti dicono tutto e soprattutto tutti valgono uno. La confusione è totale, chi non ha i mezzi per discernere è perduto».

Su Twitter hai più di 275mila follower. «Trovo doveroso per un personaggio pubblico far sentire la propria voce, soprattutto se ha seguito. Lo faccio con grande coscienza e senso di responsabilità».

(… continua)

Intervista integrale su Donna Moderna – 3 settembre 2020

© Riproduzione riservata

Il senso di un percorso

23 domenica Ago 2020

Posted by Cristiana Allievi in Cultura, giornalismo, Quella volta che

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Cosmopolitan, Cristiana Allievi, editori, giornalismo, Hearst, interviste illuminanti, maestri di giornalismo, Mondadori

di Cristiana Allievi

RITROVARE NEL CASSETTO L’INVITO A UNA FESTA A CASA DI LEONARDO MONDADORI, MI HA FATTO FARE IL PUNTO DEGLI ULTIMI 20 ANNI DI APPASSIONATO LAVORO

Per raccontare questo invito devo fare un passo indietro.
Tutto iniziò alla fine del 1999, che già sembra un titolo di fantascienza. Gli americani sbarcarono in Italia per riaprire un giornale che negli anni Settanta e soprattutto Ottanta nel nostro paese fu un cult. Una rivista  che tutti compravano e tutti leggevano, ma di nascosto,  avvolgendola nel quotidiano per non farsi notare: era troppo trasgressiva, sexy ed emancipata per il pubblico di allora.Alla fine del 1999 l’idea di riaprire la testata in team con la Mondadori fu un evento clamoroso per l’editoria. L’allora vicedirettore di Io Donna, Silvia Brena, scelse un pool di giovani donne fidate con cui lavorava da tempo nella redazione del femminile del Corriere della Sera, fra cui me. Una delle cose più incredibili che ricordo erano le riunioni con gli americani di Hearst, che in Usa avevano fondato il giornale a fine Ottocento, partendo con un rotocalco per famiglie. La sterzata su sessualità, carriera ed emancipazione femminile con Helen Gurley Brown, che ha tolto i pannolini da casa e ha rivestito le donne a colpi di  gioielli  e scollature profonde.  Tornando alle riunioni, per me furono la scoperta di un modo completamente nuovo di pensare e  quindi di scrivere. Passavo le giornate a smontare e rimontare i pezzi perché quello che era il must del giornale era una specie di tabù per il resto dell’editoria: dare del TU ai lettori. Non si trattava solo di un cambio di pronomi personali. Venendo dal rigore di Io donna significava ribaltare un modo di comunicare, con se stessi e con il pubblico. Bisognava andare al cuore delle cose, scoprire se valevano per sé e poi condividerle come si fa quando si ha un consiglio prezioso da dare a un amico. Ci feci anche una tesi di giornalismo, tanto fu forte l’impatto che ebbe su di me questa direzione. Quando finalmente il primo numero fu pronto per andare in edicola eravamo elettrizzate. Figuriamoci quando l’editore in persona ci invitò una ad una per andare a festeggiare l’evento con la redazione internazionale made in Usa, a capo di 56 edizioni nel mondo. Andai da un sarto di Viale Piave a Milano che mi confezionò un abito in shantung di seta che ho ancora nell’armadio.
Ne approfitto per ringraziare i maestri che ho incontrato agli inizi della carriera, che mi hanno insegnato tutto e hanno tirato fuori il meglio di me preparandomi a quella  nuova fase. All’epoca non ero così consapevole  della fiducia e degli incarichi, a volte incredibili, che mi avevano affidato. Oggi onoro il percorso. 

Guillaume Canet: «Ho superato i traumi e sconfitto i sensi di colpa»

22 mercoledì Lug 2020

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Personaggi

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cinema, Edouard Bergeon, F magazine, Guillaume Canet, interviste illuminanti, Marion Cotillard, Movies Inspired, Nel nome della terra, piccole bugie fra amici, The beach

di Cristiana Allievi

IL SUCCESSO, IL FLOP, LA CRISI, IL RITIRO. OGGI L’ATTORE FRANCESE È TORNATO ALLA RIBALTA CON UN FILM DRAMMATICO CHE RACCONTA IL PESO DELLA GLOBALIZZAZIONE. «MI HANNO AIUTATO LA PRATICA DI DISCIPLINE ZEN E L’AMORE PER I MIEI FIGLI. PRIMA DI AVERLI NON SAPEVO DIRE “TI VOGLIO BENE”.

È sopravvissuto alla bufera che, spesso, travolge gli uomini di successo. E Guillaume Canet ne ha avuto sia come attore sia come regista, in questo caso pagando il prezzo di chi non cerca il consenso facile. Dopo aver sbancato i botteghini di Francia dietro la macchina da presa, anziché bissare sfruttando il successo  del genere commedia, l’ex marito di Diane Kruger e attuale compagno dell’attrice premio Oscar Marion Cotillard si è imbarcato in una rischiosa avventura: girare un film negli Usa, da francese, con attori hollywoodiani. Le critiche rivolte al suo Blood ties- La legge del sangue, per molti versi incomprensibili, gli hanno fatto male al punto da farlo ritirare dalle scene per un anno. Ma, trovando rifugio nella sua passione d’origine, i cavalli, ha ritrovato se stesso.  Anche per questo motivo, calarsi nelle difficoltà estreme del personaggio che interpreta in Nel nome della terra, nelle arene estive da poco, è stato un fatto molto significativo. Il film racconta la storia vera del padre de regista Edouard Bergeon: un contadino francese che si scontra con l’aggressività del mercato globalizzato e, sopraffatto dai debiti, si toglie la vita.

Il nuovo film in cui la vediamo racconta un dramma familiare, è stato difficile accettare il ruolo?  «La sceneggiatura mi ha toccato profondamente. Si tratta di una vera tragedia nel nostro paese: ogni giorno un contadino si toglie la vita perché non riesce a sopportare l’accumulo di debiti. Da cittadino francese mi sentivo onorato di affrontare un tema così delicato, ma da attore temevo il carico emotivo,  mi sembrava troppo. Così in un primo momento ho chiamato il regista e gli ho detto che declinavo l’invito».

Poi cosa è successo? «Mi ha rassicurato, dicendomi che erano passati vent’anni dai fatti realmente accaduti a suo padre, era pronto ad aprirsi. E così è stato, non mi sono ritrovato a lavorare con una persona che piangeva tutto il giorno».

Non chiedere aiuto ed essere orgogliosi sono limiti che rovinano la vita di Pierre. Cosa vi accomuna? «La passione. So cosa significa quando il lavoro che fai e gli investimenti che ti costa non interessano a nessuno. Anch’io, come Pierre,  quando mi girano le spalle e non mi permettono di fare le cose in un certo modo, mi deprimo».

Si riferisce alle critiche rivolte al suo Blood ties? «Dopo lo straordinario successo di Piccole bugie fra amici avrei potuto fare un sacco di soldi con un’altra commedia. Invece ho deciso di rischiare, ho messo tutte le mie risorse in un film in Usa, col risultato che mi hanno fatto sentire come uno che aveva ucciso qualcuno».

(continua….)

Intervista integrale rilasciata in esclusiva F Magazine del 21 Luglio

© Riproduzione riservata

Sotto il sole c’è Lorenzo (Zurzolo)

20 lunedì Lug 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Netflix, Personaggi

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Baby, D La repubblica, Film, interviste illuminanti, Lorenzo Zurzolo, Netflix, Sotto il sole di Riccione

DALLA SERIE BABY AL FILM DELL’ESTATE IN STREAMING: ARRIVA LA STAGIONE DI ZURZOLO

di Cristiana Allievi

Lorenzo Zurzolo, 20 anni, attore (photo courtesy of Netflix)

Avere 740mila follower non è un gioco da ragazzi. Ma se sei della generazione che sa come mostrarsi, come usare i social e come parlare alla stampa, tutto è possibile. Specie se finisci in una serie tv proiettata in tutto il mondo, com’è successo a lui in Baby, la storia (vera) fatta di licei e prostituzione giovanile nella Roma bene che gli ha regalato la fama internazionale. «Avevo sette anni quando mi presero al primo provino. Eravamo a  Sabaudia, con Totti. Ci ha messo 37 ciak a dire life is now, con il coach inglese che urlava. Ma è di una simpatia incredibile, e io sono romanista, è stata una delle giornate più belle del mondo e ho detto a mia madre che volevo continuare». Così è stato, con Una famiglia perfetta di Paolo Genovese, poi qualche pubblicità e spettacoli teatrali, fino alla serie tv Questo è il mio paese. «All’epoca mi fermavano per strada, ma appena finiva la serie le fan page toglievano il mio nome. Con Baby, e 190 pesi che ti seguono nel mondo, è stato diverso». Madre pierre che lo ha accompagnato nel mondo dello spettacolo, padre giornalista radio che lo vorrebbe all’Università, Lorenzo Zurzolo dall’1 luglio sarà nel film dell’estate di Netflix, Sotto il sole di Riccione. Primo, riuscitissimo, lungometraggio dei registi di videoclip YouNuts! Un colpo di genio dare a lui, con due splendidi occhi chiari, la parte del non vedente, come  affidare la colonna sonora a Tommaso Paradiso, e avere il tormentone estivo assicurato. «Fanno immagini bellissime e sono molto diretti, ti dicono le cose come le direbbe un ragazzo della mia età. Se assomiglio al personaggio di Vincenzo? Lui è sincero ma tende a tenere tutto dentro. Io preferisco parlare subito, prima che sorgano problemi».

(continua…)

Intervista pubblicata su D La Repubblica del 18 luglio 2020

© Riproduzione riservata

Cate Blanchett: «Nella crisi ho capito quanto siamo forti»

10 venerdì Lug 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Netflix, Serie tv

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Australia, Cate Blanchett, cinema, Grazia, interviste illuminanti, Netflix, Presidente di giuria, Silvia Grilli, Stateless, Venezia 77

di Cristiana Allievi

Il due volte premio Oscar Cate Blanchett nella serie STATELESS, da lei scritta, prodotta e interpretata. Qui accanto a Dominic West (COURTESY OF NETFLIX © 2020).

IN SETTEMBRE GUIDERA’ LA GIURIA DELLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA, IL PRIMO FESTIVAL DAL VIVO DOPO I MESI DI QUARANTENA. MA CATE BLANCHETT È ANCHE AUTRICE E PRODUTTRICE DI STATELESS, LA SERIE CHE DENUNCIA IL LATO OSCURO DELLA POLITICA SULL’IMMIGRAZIONE IN AUSTRALIA. «IL MONDO VIVE VICENDE TERRIBILI, MA DOBBIAMO SUPERARLE TUTTI INSIEME RITROVANDO LA NOSTRA UMANITA’».

Tempo fa durante un’intervista a Cate Blanchett, per farle un complimento,  mi confusi con le parole inglesi che dovevo usare. Le volevo dire che ero stata glaciale in un certo ruolo, e invece, usai la parola “gelato”. Al mio svarione seguì una risata improvvisa, sonora e generosa, e quell’episodio mi fece capire di più su Blanchett, e quanto sia genuina, diretta e passionale. Oggi, durante la nostra video intervista, scopro un aspetto diverso, quello più profondo e impegnato, della futura Presidente di giuria della Mostra  del cinema di Venezia, in partenza il 2 settembre al Lido. Con il marito Andrew Upton, drammaturgo, sceneggiatore e regista australiano, ha scritto e  prodotto una serie tv di cui Cate è anche interprete, dal 9 luglio su Netflix. È un progetto basato su vicende vere in cui Cate esce allo scoperto in prima persona, senza filtri, esponendosi su delicate questioni sociali e politiche. Ci ha lavorato per cinque anni, con persone fidatissime, come la producer Elise McCredie, compagna di liceo e di Università. hanno ambientato la serie all’inizio del 2000, dopo l’attacco alle Torri gemelle. «Era il momento in cui arrivavano in Australia molti barconi e molti rifugiati dall’Indonesia. Il governo di allora ha impostato delle specie di campi profughi  molto isolati, spesso nel deserto. Di fatto erano prigioni in cui le persone venivano rinchiuse finché il loro stato di rifugiati veniva accettato, o meno. Ma questo processo poteva durare anche anni, quindi parliamo di detenzione indefinita per molti esseri umani». Per raccontare questa piaga hanno scelto la storia di una hostess fragile che finisce manipolata da una setta (la splendida Yvonne Strahovski de Il diario dell’ancella, ndr), un uomo arabo che passa la vita a raccogliere i mezzi necessari per portare la famiglia  dall’Afganistan in una terra libera, su un barcone. E un padre che ha bisogno di lavorare per mantenere tre figli piccoli e la moglie. Per vie diverse tutti questi personaggi si ritrovano in un centro di detenzione, e capiscono presto di essere prigionieri e di non avere diritti, nonostante non abbiano commesso reati. Vengono trattati come criminali senza esserlo, quando, invece, la legge prevede che chiedano il diritto di asilo.

(…continua)

L’intervista integrale a Cate Blanchett è sul numero di Grazia del 16 Luglio 2020

© Riproduzione riservata

Il carisma di monsieur Jean Reno

08 lunedì Giu 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, Personaggi

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attore francese, Da 5 Bloods, I fiumi di porpora, interviste illuminanti, Jean Reno, Mission Impossible, Netflix, Ronin, Spike Lee

AL CINEMA HA SEMPRE RUOLI DA CATTIVO. NON FA ECCEZIONE L’ULTIMO FILM DI SPIKE LEE. MA I SUOI BAD GUYS SONO SPECIALI: «PERCHE’ LASCIANO INTRAVEDERE UN’ANIMA»

Jean Reno in una foto di William Lacamontie (courtesy of D La Repubblica)

di Cristiana Allievi

C’è una scena di un film in cui Jean Reno è un agente di polizia a New York e storce il naso davanti alla ciambella con caffè lungo offertagli nel furgoncino di spionaggio, a pochi passi dal suo target. La fissa, poi chiede al giovane agente di turno perché non gli ha portato un croissant. Una metafora del suo rapporto con la lingua inglese: la tollera, ma preferirebbe il francese.  E nonostante viva a Manhattan, i suoi migliori amici lì sono “made in France”. Dev’essere parte costitutiva di un dna molto forte, se anche Spike Lee, per la sua prima regia firmata Netflix, che vedremo dal 12 giugno, lo ha voluto nei panni di un francese che vive in Vietnam. È Da 5 Bloods – Come  fratelli, film che senza Covid 19 avremmo visto al settantatreesimo Festival di Cannes. Il regista premio Oscar racconta la storia di quattro veterani afroamericani che hanno condiviso l’incubo del Vietnam e tornano in quei luoghi anni dopo, a cercare un tesoro sepolto all’epoca e i resti del loro capo caduto in guerra. Al ventiquattresimo minuto arriva in scena Jean Reno, l’uomo dei traffici che ha il compito di trasformare l’oro in questione in cash. E come accadeva in Godzilla  con il croissant, anche qui il suo essere francese viene subito rimarcato quando uno dei veterani gli spiega che se non fosse stato per l’esercito americano, oggi lui parlerebbe tedesco e mangerebbe crauti invece di excargot.

Ora, davanti a noi, è vestito di lino bianco, un look che ricorda quel giorno del 2006 in cui, testimone Nicolas Sarkozy, sposò la modella franco-americana Zofia Borucka, madre degli ultimi due dei suoi sei figli. Oggi come allora la famiglia si trova nel sud della Francia, meta scelta per il lockdown. «Siamo a Les Baux de Provence, in Camargue. Ci siamo trasferiti qui e siamo stati molto felici della scelta. Questo è il luogo per la famiglia e gli amici, qui facciamo l’olio e soprattutto stiamo in pace. È un luogo dove dedicarci al buon cibo e a una verità eterna. Perché come dicono, “gli alberi di ulivo sono alberi che non muoiono mai”, infatti sono i miei preferiti».

Jean Reno in effetti è una specie di ulivo del cinema.  Ha circa ottanta film all’attivo, se si escludono le serie tv e i corti, e dopo aver sbancato i botteghini a casa sua, negli Usa e persino in Italia, a 72 anni vive al ritmo di un titolo in uscita dopo l’altra.

Tratti distintivi, quello sguardo che tiene lo spettatore inchiodato allo schermo, a prescindere,  e un’abilità tutta sua nel ritrarre i tipi loschi che gli toccano in sorte, forse anche grazie a una stazza importante. Delinquenti in cui si nasconde sempre un’anima,  vedere alla voce dello spietato sicario di Leon che si ammorbidisce grazie all’incontro di una dodicenne Natalie Portman.

In Italia lo abbiamo visto di recente nell’ottimo poliziesco di Donato Carrisi, La ragazza nella nebbia, in un luogo non meglio identificato delle Alpi accanto ad Alessio Boni e Toni Servillo. Dal 12 giugno sarà in Vietnam, in un film che alterna un filone storico, con le scene di guerra, le splendide immagini d’archivio con i discorsi di Muhammad Alì e Malcom X e il volto del diciottenne Milton Olive III, eroe afro di guerra che a soli 18 anni ha perso la vita soffocando una granata. In un continuo avanti e indietro con la finzione ambientata ai giorni nostri, e  Trump che fa capolino. Spike riesce a ricordare allo spettatore le stragi e le deportazioni dei neri, che sono l’11 per cento della popolazione d’America, ma che in Vietnam schizzavano a un 30 per cento destinato sempre alle prime file, quindi alla morte. Lo fa in tono lieve, come riesce soltanto a lui, mostrando in modo arguto una lotta di tendenze nella natura umana e soprattutto l’immoralità di quella come di tutte le guerra.  «Sono un francese che vive in Vietnam, è stato facile assegnarmi quel personaggio della storia», racconta Reno. «Se mi ha detto che mi voleva perché sono francese? Non si dice una cosa simile a un attore, ma solo  “ti voglio nel mio film perché sei il migliore”». Segue fragorosa risata, con l’ammissione di non sapere se si tratta di una vicenda completamente inventata o se raccoglie pezzi di vite di persone veramente esistite «Spike insegna cinema alla New York University, io vivo in zona e mi ha chiesto di incontrarci. È un regista con un punto di vista molto forte, sa esattamente cosa vuole, lavorare con vero professionista come lui è facile. E conoscendo la sua filmografia, che difende sempre i neri in America, non mi ha sorpreso sentirmi raccontare una storia che ruota intorno a un gruppo di neri che vanno in guerra. È un modo per mostrare che i neri sono esseri umani, hanno una vita ed emozioni identiche a quelle di tutti noi».

(continua…)

Intervista integrale su D la Repubblica del 6/6/2020

© Riproduzione riservata

Se l’aria ci tradisce

05 martedì Mag 2020

Posted by Cristiana Allievi in Attulità

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Coronavirus, Covid 19, Gianluigi DeGennaro, HArvard, interviste illuminanti, pandemia, polveri sottili, Sima, smog

CI ERAVAMO ILLUSI CHE IL BLOCCO DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE DOVUTO ALLA PANDEMIA AVESSE ALMENO RIDOTTO. MA PROPRIO ORA CHE RIAPRONO FABBRICHE E CANTIERI È STATO SCOPERTO CHE LE POLVERI SOTTILI INQUINANTI FAVORISCONO LA DIFFUSIONE DEL VIRUS. POSSIAMO PERO’ PROTEGGERCI

di Cristiana Allievi

Il tema su cui si è confrontata la comunità scientifica in queste settimane, dividendosi, è se le maggiori concentrazioni di PM 10 e 2.5 rendono veramente più aggressivo il contagio da Covid 19. La risposta è affermativa: le polveri sottili hanno un’azione di “carrier” e di “boost” per il virus. Uno studio dell’Università di Harvard condotto dalla professoressa Francesca Dominici è stato il primo a mostrare un link, con evidenze statistiche, fra le morti per contagio e malesseri associati alla lunga esposizione alle polveri sottili negli Stati Uniti. Le conclusioni pubblicate sul New England Journal of Medicin  dicono che un incremento di un microgrammo per metro cubo di polveri sottili aumenta il rischio di morte da Coronavirus del 15 per cento. In Italia un gruppo di scienziati coordinati da Leonardo Setti, ricercatore dell’Università di Bologna, Alessandro Miani, presidente della Sima (Società Italiana di Medicina Ambientale), e Gianluigi De Gennaro, professore di Biologia dell’Università di Bari, è arrivato alle stesse conclusioni, facendo un passo in più. «Lo studio di Harvard e quelli delle Università di Tor Vergata e di Siena dicevano che le polveri  sottili danneggiano le mucose del sistema respiratorio e gli alveoli polmonari, rendendo chi è stato a lungo esposto allo smog più suscettibile al virus. Noi abbiamo incrociato i dati delle Arpa regionali (le Agenzie per la protezione ambientale) con le curve di contagio disponibili, scoprendo che nelle zone come la Pianura padana, in cui l’atmosfera è molto stabile, non c’è molto vento, né dispersione delle sostanze, le goccioline che emette una persona contagiata,  parlando o sternutendo, si accompagnano alle polveri sottili e perdurano più a lungo nell’aria», spiega De Gennaro. Quindi non solo lo smog crea un danno, ma fa sì che il virus persista più a lungo nell’atmosfera. Il lockdown di settimane ha creato una forte riduzione delle concentrazioni di smog sulle principali città d’Europa, come mostrato dalle osservazioni del satellite Copernicus riportate dall’agenzia spaziale Esa: significa che possiamo tornare a circolare e a vivere come prima?

(…continua)

Articolo integrale pubblicato si Grazia del 30 Aprile 2020

© Riproduzione riservata

Alessio Vassallo, dalla Sicilia (di Camilleri) con passione

22 domenica Mar 2020

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Letteratura, Personaggi

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Alessio VAssallo, Andrea CAmilleri, GQ, interviste illuminanti, La concessione del telefono, Rai, Sicilia

L’attore Alessio Vassallo, per la seconda volta in un film tratto da un romanzo storico di Andrea Camilleri (courtesy Man in town) .

Lo abbiamo già visto in molte serie tv (I Borgia e I Medici, fra le altre) e anche in film molto riusciti, come Viola di mare, L’ultimo re e Taranta on the road. Prima ancora, negli spot pubblicitari. Dal 23 marzo su Rai 1 Vassallo sarà il protagonista di La concessione del telefono, terzo romanzo storico di Camilleri a diventare film, diretto dal regista toscano Roan Johnson e da lui sceneggiato insieme a Camilleri stesso. Una storia ben articolata e ben interpretata (ci sono anche Fabrizio Bentivoglio, Thomas Trabacchi e Corrado Guzzanti), che racconta di Pippo Genuardi (Vassallo stesso), un commerciante di legnami dell’Ottocento che vuole mettere una linea telefonica privata in casa, e per questo scrive tre lettere a un prefetto. Da lì in avanti gli succederò di tutto, verrà accusato di cose mai fatte e dovrà uscire da strani paradossi.

(continua…)

Intervista integrale su GQ.IT

Dane DeHaan, «Osare per crescere»

11 mercoledì Mar 2020

Posted by Cristiana Allievi in Senza categoria

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di Cristiana Allievi

Con l’attore Dane DeHaan durante l’intervista per GQ Italia.

Ricordo la prima volta che l’ho notato. Era biondo, conturbante e seduceva Allen Ginsberg. Con queste immagini, dal Sundance di un freddo gennaio di sette anni fa, il suo nome ha fatto il giro del mondo grazie a Giovani ribelli, Kill your darlings. In realtà si era già capito di che stoffa era fatto in altri due film, rispettivamente accanto a Ryan Gosling e a Colin Firth. Ma nella storia dei poeti della Beat generation qualcosa, nei suoi occhi, era diverso, e mi è rimasto impresso. Ovvio che da lì in avanti non l’ho più perso di vista. Intervistarlo per la serie originale di Sky, ZeroZeroZero, è stato un onore e mi ha fatto capire cosa lo rende unico. È strano a dirsi, perché in un’intervista non sai che domande ti faranno, eppure lui è arrivato molto preparato, focalizzato, calmo. Le sorprese? Sentirlo citare la Bhagavad Gita, parlare dei Millennials e riflettere su cosa significa “essere presenti”, soprattutto vederlo concedersi fino all’ultimo momento. Il risultato è un’intervista profonda e per certi versi inaspettata, in cui il 34 enne Dane ci trasporta oltre lo schermo e ci fa capire di che sostanza è fatta la sua anima. E di conseguenza la sua bravura sullo schermo.

Dane DeHaan mentre mi racconta le sue passioni, artistiche e non.

L’intervista integrale è sul numero di GQ Marzo 2020, puoi leggerne una parte qui

Il talento di Veerle

01 domenica Mar 2020

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Personaggi

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Alabama Monroe, D La repubblica, Doppio sospetto, Hitchcock, interviste illuminanti, premi Magritte, Thriller, Veerle Baetens

DOPO IL SUCCESSO COME ATTRICE, LA BAETENS HA INCISO UN DISCO. POI È TORNATA SUI SET. E ORA PENSA ALLA REGIA…

di Cristiana Allievi

Veerle Baetens, 42 anni, da Alabama Monroe a Doppio Sospetto, (in sala).

I più l’hanno scoperta nella versione tatuatrice e l’hanno amata per il suo lasciarsi andare innamorandosi di un musicista di bluegrass. Le cose poi sono andate male. I due hanno perso un figlio, e a poco a poco il loro amore si è sgretolato. Succedeva in Alabama Monroe, di cui era la protagonista. Dopo quel successo Veerle Baetens ha inciso un disco ed è andata in tour. Ha persino fondato un gruppo, Dallas, con una sua amica. «Era il mio più grande sogno, ma realizzandolo ho capito che  non faceva per me. Recitare è un modo di nascondersi dietro i personaggi, di scavare nelle altre menti e psicologie. Fare musica ed essere in scena è invece un essere molto vicino a me stessa. Quando ero sul palco a cantare andava tutto bene, il dopo anche. Ma fra un concerto e l’altro per me era l’inferno», racconta Veerle Baetens,  42 anni, belga, mamma insegnante d’asilo e papà insegnante alla scuola secondaria. «Sento di avere musica dentro di me, ma non capsico cosa devo farci, mentre di fronte a una storia, so cosa manca o meno». Infatti dopo aver smesso con la musica è andata a lavorare anche in Francia, ha iniziato a scrivere, prima una serie tv, Tabula rasa, in cui recita se stessa, poi un film tutto suo. In questi giorni è al cinema con Doppio sospetto, thriller psicologico di Oliver Masset-Depasse che ha vinto 9 Magritte, gli Oscar del Belgio, di cui uno è andato a lei come miglior attrice.  La storia è quella di Alice e Céline, vicine di casa negli anni Sessanta e amiche. Finchè il figlio di Celine non vola dalla finestra, sotto gli occhi impotenti di Alice. Da lì in poi il dolore insopportabile incrina l’amicizia fra le due, e in una tipica narrativa con struttura a spirale, si scende agli inferi con tanto di finale raggelante. «L’aspetto più impegnativo del film è stato che è in francese ed è pieno di dialoghi.  Quando devi incarnare emozioni come la paura, ma specialmente la rabbia, hai la naturale tendenza a improvvisare, e farlo in una lingua che non è la tua è difficile. Come lo è stato recitare la paranoia senza esagerare, mantenendo un buon equilibrio».

(continua…)

Intervista integrale uscita su D La Repubblica del 29 febbraio 2020

©Riproduzione riservata

 

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