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Cristiana Allievi

~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

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«Sono l’ultimo cavaliere», parola di Ethan Hawke

09 mercoledì Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Alejandro Amenabar, Amadeus, Attimo fuggente, Boyhood, Clementine, Ethan Hawke, Indiana, James Franco, La sponda dell'utopia, Levon Roan, Malaparte Theater Company, Maya, Michael Stipe, Regression, Richard Linklater, Tom Stoppard, Uma Thurman

AL CINEMA SCEGLIE SEMPRE RUOLI DI UOMINI CHE CERCANO GIUSTIZIA. A TEATRO SCOMMETTE SOLO SULLE OPERE PIU’ RISCHIOSE. E COME PADRE SEPARATO (DA UMA THURMAN) NON SI DA’ TREGUA. ETHAN HAWKE È L’INSTANCABILE GENTILUOMO DI HOLLYWOOD. ORA, PER RACCONTARE SE STESSO AI SUOI FIGLI, HA SCRITTO UNA FAVOLA. CHE PER PROTAGONISTA HA UN EROE, PROPRIO COME LUI

Lo incontro con un asciugamano in mano da cui sbuca uno spazzolino da denti. È appena atterrato dagli Usa, si scusa per gli occhiali da sole che indossa, lo fanno sentire più protetto dopo il lungo viaggio intercontinentale. In completo di velluto a coste e t-shirt, è il ritratto di un uomo che non vive per l’immagine. Eppure Giorgio Armani ha dichiarato che per un biopic sulla sua vita vorrebbe proprio l’attore texano a interpretare se stesso. Si vede che lo sente simile a sé, considerato che Ethan è una specie di vulcano attivo. È attore, regista, produttore, sceneggiatore e scrittore. Non bastasse, è padre di quattro figli, Maya e Levon Roan (17 e 13 anni, avuti dalla ex moglie Uma Thurman) e Clementine e Indiana (7 e 4 anni, nati dalla moglie attuale, Ryan Shawhughens). E proprio pensando a loro ha scritto il terzo libro, Rules for a Knight, pubblicato da poco. A chi lo accusa di essere stakanovista, Hawke risponde che gli piace lavorare. A 22 anni aveva già fondato una compagnia teatrale, la Malaparte Theater Company di New York. E prima, quando di anni ne aveva 18, era nel cast dell’Attimo fuggente. Ora, dopo quarantacinque film e quattro candidature agli Oscar, dal 3 dicembre lo vedremo in Regression, del regista premio Oscar Alejandro Amenabar, nei panni del detective Bruce Kenner. Il regista avrebbe voluto vestirlo in maniera elegante, per rendere il personaggio che interpreta attraente, ma non c’è stato verso: Ethan gli ha risposto che non vuole apparire bello. La storia si svolge nel Minnesota, e l’attore americano indaga sul caso di una donna che accusa il proprio padre di un terribile crimine. Tra perdite di memoria, psicologi specializzati in regressioni e viaggi nella miseria umana, smaschererà un orribile mistero.

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Ethan Hawke, 45 anni, ha più di 40 film all’attivo e quattro candidature agli Oscar.

È stato più volte un agente di polizia, stavolta è un detective. «Il thriller si ispira a una serie di eventi realmente accaduti negli Stati Uniti durante gli anni ’80, in cui la polizia ha lavorato al fianco di psicologi ed esperti di superstizione. Io sono un detective divorziato che soffoca una personalità ossessiva risolvendo un caso dopo l’altro e finisce con l’ossessionarsi».

Cosa ha trovato interessante di questa storia? «L’esplorazione della paura. Il film la analizza da più parti, osserva le motivazioni per le quali vogliamo avere paura, ci piace avere paura, o del perché odiamo questa sensazione. Soprattutto mostra come le nostre paure, se non conosciute, si trasformino nei nostri peggiori incubi».

Lei come combatte le sue, di paure? «Facendo almeno una cosa creativa al giorno. Se non succede considero di aver buttato via una giornata, e la cosa non mi fa sentire per niente bene».

 Il personaggio creativo che le è piaciuto di più, sullo schermo? «È un ruolo difficile da interpretare, basta niente e risulti antipatico, egocentrico o incomprensibile. Direi che Tom Hulce in Amadeus è stato il migliore».

 Ha terminato il suo nuovo libro, in Rules for a Knight, storia di un cavaliere che scrive ai suoi figli prima di andare in battaglia, dando loro dei consigli. «L’ho scritto pensando ai miei ragazzi. Mia moglie Ryan stava leggendo un libro su come è difficile essere un genitore adottivo, ho preso spunto da questo».

Qual è la cosa più difficile di essere genitori divorziati? «I continui paragoni, ti possono devastare. Del tipo “dalla mamma mangiamo gelato tutto il tempo…”, oppure “non vengo da te il prossimo weekend…”. Poi ci sono regole a scuola, regole nella casa della nonna paterna, regole dalla nonna materna, regole dal papà, regole dalla mamma… Nessuno ha quelle giuste, sono solo regole. Così ho iniziato ad analizzarle».

La trovata narrativa è che il cavaliere scrive da un punto di vista di chi teme di non tornare dalla battaglia, e lascia ai figli lezioni di vita sul perdono, l’onestà, il coraggio e via dicendo… «Era il mio modo per dire loro cose importanti, volevo che questo tipo di conversazioni non si perdessero. Essere padre è la gioia più grande della mia vita, è l’unico ruolo che, se fallisco, renderà un fallimento la mia vita».

 Trova il tempo per stare con i ragazzi? «Certo, ma non mi avvicino nemmeno a starci quanto vorrei. Avendoli un weekend sì e uno no, ho sempre da fare, portarli a calcio, alla festa, arriva presto il momento di riportarli dalla madre».

 Cosa le piace fare, tutti insieme? «Dipingere con gli acquerelli e fare musica: mio figlio suona il pianoforte, mia figlia la chitarra e alle più piccole piace molto ballare (ride, ndr)».

Anche lei suona? «La chitarra, ma non canto».

So che per Boyhood, in cui era un padre musicista, si è cimentato… «Volevo che le cose fossero talmente vere che ha scritto una canzone per mio figlio e una per mia moglie».

Per Brecht, in teatro, non cantava davvero? «Ho mentito… Quando dico che non canto intendo dire che non mi piace come canto, ma per Brecht l’ho fatto. Come nel caso di Shakespeare, che era un musical».

Va fiero di tutto quello che fa? «Più cresco più divento umile. Se avessi letto Moby Dick o Anna Karenina prima di pubblicare L’amore giovane, non credo che avrei mai fatto uscire quel libro! Ma sono un uomo molto fortunato, ho un buon lavoro e non devo scrivere per denaro, cosa che mi fa sentire libero. Intanto vorrei anche girare qualche film commerciale in cui faccio il fratello di Brad Pitt!».

Tempo fa ha dichiarato che i “pop corn” film la fanno stare male. «Identità violate (con Angelina Jolie, ndr) è stato il primo film che ho fatto che non parlava di niente, e non mi è piaciuto. Ci sono troppe cose così in giro, trovo molto più divertente e difficile cercare di offrire un intrattenimento che non sia una perdita di tempo».

L’attore americano a 18 anni, nell’Attimo fuggente.

L’hanno accusata di essere pretenzioso, come fanno col suo collega James Franco. Lei si è difeso bene… «È una vita che me lo dicono, io incoraggio i giovani ad esserlo a mia volta, in un certo senso. Perché se hai il senso dell’umorismo, puoi ispirare gli altri. Ho sempre amato dirigere, ho fondato una compagnia teatrale che avevo 20 anni, è stata la grande gioia della mia vita. E poi se devi avere una seconda carriera, nella vita, meglio aver fatto altre esperienze».

In tempi di crisi si preoccupa anche lei pensando che non la chiameranno per il prossimo film? «È così per tutti gli attori. Il mio primo amore è il teatro, ma se penso a che fatica è stata La sponda dell’utopia, di Tom Stoppard (negli Usa ha vinto il maggior numero di Oscar teatrali mai assegnati, ndr), una trilogia in cui ogni parte dura tre ore, e al fatto che mi ci è voluto un anno per metterle insieme, le dico che il teatro è rischioso perché non ci paghi le bollette. Quando hai quattro figli inizi a capire perché alcuni colleghi accettano Spiderman, serve a pagare scuole private e college».

Quando trova il tempo per dormire? «Fare film ti consuma, ma solo per sei settimane. Non capisco molti colleghi che diventano matti dicendo che non abbiamo abbastanza tempo. Io cerco di riempire la mia vita con progetti che mi facciano essere più lucido su quali lavori scegliere come attore».

Ha trent’anni di carriera alle spalle, oggi come vede i suoi inizi? «Credo che il fatto di non sentire che è passato molto tempo appartenga alle persone più anziane, in generale. Se va da un ventenne e gli chiede degli anni Novanta, gli sembreranno lontanissimi. A me sembra ieri quando sono andato al Festival di Berlino con Prima dell’alba. Era il 1994, c’erano Richard Linklater (il regista con cui Hawke ha girato molti film, tra cui Boyhood, ndr), Douglas Coupland con il suo nuovo libro, Generazione Shampoo. Abbiamo lasciato il festival di nascosto per andare a un concerto dei R.E.M. a Barcellona, e dopo il concerto abbiamo passato la serata con Michael Stipe… Mi sembrano cose successe quindici minuti fa».

Cosa l’ha fatta arrivare fin qui? «La voce del mio allenatore di football che parla sempre nella mia testa, “Duecento per cento, Hawke! Sforzi ordinari, risultati ordinari!”. È stato lui a consigliarmi di non lasciare la squadra quando mi hanno preso per il mio primo film, a 12 anni. Ora che ci penso forse devo a lui se sono cresciuto facendo più cose insieme…».

Intervista pubblicata di Grazia del 2 dicembre 2015, n. 49

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Olivia Wilde, «Da mamma mi sento rock»

06 domenica Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Chris Hemsworth, Cristiana Allievi, Jason Sudeikis, Martin Scorsese, Natale all'improvviso, Olivia Wilde, Ron Howard, Rush, Tao Ruspoli, Vynil

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L’attrice newyorkese olivia Wilde, 31 anni (courtesy lifestyle.com)

Non gira intorno alle cose, quando le fai una domanda. Ma pensi a un’altra cosa quando la incontri:  “È bellissima”. Ha prodotto lo stesso effetto su milioni di spettatori nel film che l’ha resa famosa, Rush, dove era la moglie del pilota di Formula Uno James Hunt. Sarà che assomiglia parecchio alla Jolie (è una versione di Angelina lievemente più maschile nei lineamenti), fatto sta che per una legge di equilibri pensi che non è necessario che Olivia Wilde sia anche una donna interessante: quelle gambe lunghe, i grandi occhi verdi, la pelle e i denti perfetti potrebbero bastare. Ma quando inizia a raccontarti di suo figlio Otis, del compagno, l’attore Jason Sudeikis, l’uomo che è venuto dopo il divorzio dal regista e principe italiano Tao Ruspoli, e della sua visione delle relazioni, scopri di avere davanti una donna con dei numeri. La scusa per cui parlo con la figlia di Andrew e Leslie Cockburn- appartenenti al gotha del giornalismo internazionale- è che il 26 novembre sarà nelle sale con Natale all’improvviso, di Jessie Nelson, insieme a Diane Keaton, John Goodman, Amanda Seyfried e Marisa Tomei. La storia non potrebbe essere più adatta al periodo dell’anno: racconta come il Natale, e ai raduni di famiglia in genere, possano diventare un inferno, nonostante le migliori intenzioni di tutti. Nel film Olivia è Eleanor, una sceneggiatrice che pur di non dover dire ai genitori e ai fratelli che è di nuovo single, porta a casa un perfetto sconosciuto per le feste. L’anno prossimo la vedremo invece nei panni della moglie del proprietario di un’etichetta discografica, grazie a Vynil, l’attesissima serie della Hbo diretta da Martin Scorsese.

Il suo nuovo film mostra chiaramente quanto il Natale possa tirar fuori la follia di ciascuno di noi: perché secondo lei si scatenano tanti conflitti, sommersi e non? «È un tipo di festa che raduna molte persone che di solito non si incontrano per il resto dell’anno. C’è la pressione dei regali, di quanto devono costare, e poi la preoccupazione peggiore, che ti facciano la domanda “allora cos’è successo durante quest’anno?”. Se si aggiunge l’assurda aspettativa di essere felici a tutti i costi, come fa ad essere un bel giorno con simili premesse? (ride, ndr). È naturale che si scateni l’ansia da prestazione, tutti vogliono dare una versione idealizzata di sé».

Lei è Eleanor, e porta a casa un perfetto sconosciuto incontrato all’aeroporto con questa frase: “So che non mi conosci e non sai neanche se ti piaccio, ma diventa il mio fidanzato…solo per stanotte!”. «Eleanor è una donna molto complessa in cui non mi ritrovo per niente. Incasinata, emozionale, è una specie di bambina caotica. È quella che non si è sposata, non ha raggiunto il successo, sotto molti aspetti è ancora la figlia di papà che lotta con la madre…».

Difficile simpatizzare con una donna così… «Mi ci sono immersa proprio perché non è una persona che piace, ed è una sfida recitare qualcuno con cui non sei d’accordo, di cui non condividi le scelte. Ma mi sono relazionata con la donna che ha fatto errori e ha imparato da questi: diventerà finalmente onesta con se stessa, sul suo passato e la sua famiglia».

Cos’è per lei la famiglia? «Paradossalmente è il luogo in cui puoi essere completamente te stessa, e in cui gli altri ti devono accettare come sei. La grande differenze tra la famiglia e gli amici è che con la prima non hai margini d’azione, devi averci a che fare così com’è. È buffo, perché in qualche modo sei simile ai membri del tuo clan, e non lo vorresti ammettere, loro ti conoscono da sempre, hanno seguito il processo della tua evoluzione come essere umano».

Gli amici no? «Li scegli, e possono anche diventare una seconda famiglia, certo. Ma la dinamica sarà sempre diversa».

Ho sentito dire che sul set siete diventati praticamente una famiglia. «Ho trovato irresistibile fare la figlia di Diane Keaton e John Goodman, è stato una specie di desiderio che si è avverato, non perché intendessi sostituire i miei genitori, ma averne due in più! Siamo stati tutti insieme a Pittsburgh per molto tempo, guardavamo persino insieme il Super Bowl, si è creata una situazione per cui raccontare quella storia è stato facile».

Imparare a tollerare la propria famiglia, e a perdonare anche i torti, è possibile secondo lei? « Tutti dobbiamo attraversare perdite ed esperienze dolorose, e da come ne usciamo dipende il resto della nostra vita. Ci sono situazioni in cui abbiamo il diritto di essere arrabbiati, ma possiamo anche scegliere. Vogliamo esserlo? Le cose andranno in un certo modo. Se invece lasciamo andare la rabbia e abbracciamo l’amore, andremo verso la felicità. I conflitti si possono superare, e porselo come obiettivo per Natale non è una brutta idea».

Cosa fa durante le sue vacanze? «Per me da sempre sono sinonimo di famiglia, ho sempre dato per scontato che per il giorno del Ringraziamento e a Natale stiamo tutti insieme. È un fatto che oltre che divertirmi mi rassicura, e invecchiando mi rendo conto che non è così per tutti. Quest’anno la novità sarà la presenza di Otis, io e Jason non vediamo l’ora di renderlo partecipe di questa festa. Vogliamo che impari che stare insieme alle persone che si amano è la cosa che conta di più».

È direttamente coinvolta nei preparativi o demanda? «Mi ci immergo completamente! Preparo le decorazioni per la casa, penso ai menù da cucinare, per un lasso di tempo mi dimentico del resto del mondo. La mia famiglia diventa una specie di isola, e io mi focalizzo su ogni singolo componente».

Cucina? «Moltissimo, ma non il tacchino perché non mi piace (ride, ndr). Preparo una bella dose di ripieno ma avendo una sorella vegana mi impegno molto anche in quel senso, per restare nella tradizione ma accontentare anche lei. Sono specializzata nella crema di zucca ma una delle cose che preferisco è trasformare gli avanzi del giorno dopo in piatti deliziosi. Mi sveglio la mattina del 26, apro il frigorifero che è pieno fino in cima e inizio il mio lavoro: tutti sanno che possono contare su di me in questo senso!».

Quali sono i suoi film natalizi preferiti? «Tutti gli anni riguardo Elf, lo trovo geniale, mi piace in tutti i sensi. Torno spesso anche su un vecchio cult, La vita è meravigliosa, con James Stewart e Donna Reed».

Sembra che la sua, di vita, sia meravigliosa, in questo momento. «Mi sento fortunata e sono piena di gratitudine. La bellezza di avere trent’anni è che finalmente inizi a vivere la vita per te stessa, non più per i tuoi genitori. Ed è meraviglioso sentire di aver raggiunto un certo livello di soddisfazione, mi ispira a intraprendere nuove strade, a correre dei rischi e inseguire sogni che ho sempre avuto in mente, ma che mi facevano paura».

L’anno prossimo la vedremo nell’attesissima serie tv Vynil. «È molto cool, sono felicissima di far parte di un lavoro prodotto da gente come Mick Jagger, Martin Scorsese e Terence Winter. Racconta di un’etichetta discografica del 1973, a New York, il cui proprietario si chiama Richie Finestra (interpretato da Bobby Cannavale). Io sarò Devon Finestra, sua moglie, una fotografa, una donna che sta reinventando la propria vita. Terry, che ha scritto la sceneggiatura di Boardwalk Empire e Il lupo di Wall Street, ha creato la serie e ne è il produttore. Martin ha diretto l’episodio pilota, e questo potrebbe già bastare. L’intera esperienza è stata incredibile, non vedo l’ora che vada in onda».

È stata la barista Alex, nella teen serie O.C., la dottoressa Tredici del Dr. House e in Butter si porta a letto niente meno che Ashley Greene: cos’ha capito calandosi ripetutamente nei panni di una bisessuale? «Molte ragazze mi hanno raccontato che grazie a me hanno imparato ad accettarsi, si sono trovate più a loro agio nel fare coming out e questo mi fa sentire bene. So che quando bacio una donna per una parte, la gente crede sia una cosa sexy, ma se sono due uomini a baciarsi, c’è subito c’è una reazione diversa. Usare due pesi e due misure, onestamente, mi sembra ridicolo».

Intervista uscita su Grazia del 2 dicembre 2015, n. 49

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«Sono attratto dai personaggi estremi, come mia moglie». Intervista a Hugh Jackman

05 sabato Dic 2015

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Senza categoria

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Australia, Ava Eliot, Barbanera, Christopher Jackman, Codice: Swordfish, Cristiana Allievi, Deborra-Lee Furness, Hugh Jackman, Hugh Jackman, Back on Broadway, I miserabili, Joe Wright, Nirvana, Oscar Maximilian, Pan, Smells like teen spirit, X-men

Lui è razionale e misurato, lei passionale, emotiva, dotata di un istinto infallibile. E lo ha trovato molto sexy nei panni del terribile pirata Barbanera (nel film Pan). Jackman parla della sua famiglia e dell’alchimia con Deborra-Lee Furness, che ha 13 anni più di lui, e che  funziona da un’eternità per gli standard di Hollywood. Grazie anche a una regola: non separarsi mai per più di due settimane «se no ci si abitua a stare lontani».

Sorriso sulle labbra, battuta pronta, voce sexy (l’avete mai sentito cantare?). E poi quel modo di fare terribilmente alla mano. Non si sente una star. Non gioca a sedurti come fanno attori di calibro molto, molto inferiore. Nell’intervista preferisce scherzare, sdrammatizzare, ridere, mostrarti il suo buonumore e la serenità conquistata dopo un’infanzia non proprio facile. A otto anni la madre, che soffre di depressione, abbandona la famiglia e si trasferisce in Inghilterra. Le sue sorelle la seguono, lui e i fratelli restano a Sydney con papà Christopher. Hugh è davanti a un bivio: può farsi divorare dalla rabbia o perdonare e andare avanti. Lui sceglie la seconda strada e si affida a suo padre. Che gli ha insegnato tutto: a prendersi cura dei fratelli, a usare il denaro in modo accorto, ad amare e rispettare gli altri, compresa la madre contro la quale non ha mai puntato il dito, tanto che i due sono rimasti in ottimi rapporti. Oggi Hugh vive a New York, dove lo si vede spesso passeggiare mano nella mano con Deborra- Lee Furness, sua moglie, e con i due figli, Oscar Maximilian e Ava Eliot, adottati dopo una lunga battaglia contro l’infertilità. Fa il possibile per stare tutti insieme, perché la famiglia è il centro della sua vita. Non come il crudele Barbanera, il pirata rocker che canta Smells Like Teen Spirit dei Nirvana e terrorizza i bambini, protagonista del suo ultimo film, Pan. Hugh i ragazzini li adora.



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Hugh Jackman, 47 anni, è arrivato al successo internazionale con il personaggio di Wolverine in X-Men, nel 2000.

Si fida del suo istinto paterno?

«Sì, anche se sull’istinto forse è più forte mia moglie. Di fronte a un problema sa sempre qual è la cosa giusta da fare, e di solito ci azzecca sempre. L’intuizione è un dono, ma anche una responsabilità, perché ti connette con una persona a livello emotivo, ti fa preoccupare per lei».

Lei è un padre apprensivo?
«So che il mondo non è un posto facile, ma non voglio che i miei figli siano paranoici. Voglio che stiano attenti, che tengano gli occhi aperti, ma allo stesso tempo che vivano senza paure.
Quando ero piccolo mio padre non sapeva mai cosa facevo quando uscivo, con Oscar e Ava vorrei comportarmi allo stesso modo».

A casa la accolgono meglio quando fa il supereroe o quando si trasforma nel nemico di Peter Pan?
«Quando torno a casa i bambini vogliono il loro padre, se ne fregano dei miei personaggi. Mentre mia moglie mi ha detto: “Barbanera è uno degli uomini più sexy che tu abbia mai interpretato”. Diciamo che ho trascorso un’estate fantastica dopo aver girato il film (scoppia a ridere, ndr)».

Quando è sui set a lavorare, come mantiene i contatti con la sua famiglia?

«Non stiamo mai separati più di due settimane, è una regola che ci siamo dati io e Deborra. Se si sta lontani per molto tempo ci si abitua a vivere così. E a lungo andare ci si allontana. Quindi, fosse anche solo per 24 ore, torno sempre a casa. E quando voglio che i miei figli facciano i compiti, tiro fuori qualche premio, per ricordargli che papà è via per lavoro e che anche loro devono fare sempre il loro dovere».

Lei ha già vestito i panni del cattivo. Questo personaggio, Barbanera, che cos’ha di particolare?

«Ho fatto molti altri cattivi prima di questo, ma non ero mai stato così feroce! Mia madre, che ha assistito alla prima del film qui a Londra, ha detto a tutti: “Mio figlio è una vera minaccia!”».

A chi si è ispirato?
«Prima di iniziare a girare ho letto con mio figlio Oscar un sacco di cose sugli orsi su National Geographic per bambini. Lui adora gli orsi bruni. Ho chiesto a Joe Wright, il regista del film, se poteva andargli bene come modello, ma mi ha risposto di no: aveva sul cellulare un ritratto di Maria Antonietta coperta di rughe, era a lei che voleva mi ispirassi!».

Vista la sua carriera, crede nella fortuna?

«Il successo è un mistero. Quando mi hanno proposto il personaggio di Wolverine, l’ho accettato perché non mi arrivava niente di interessante. Di colpo mi sono ritrovato a Los Angeles a riorganizzare la mia vita e quella dei miei figli. Chi avrebbe detto che tutto sarebbe cambiato grazie a Wolverine? Oggi tutti mi offrono film!».

C’è qualcosa di cui si pente?

«Non aver girato Chicago, il film musicale di Rob Marshall. Ma ero molto giovane, c’erano battute adatte a un uomo più maturo. Però alla fine è stato giusto così: Richard Gere è stato fenomenale, in quel ruolo».

L’ho vista con i miei occhi ai festival di cinema, nei posti più glamour del mondo, mentre girava in bicicletta alle otto di mattina. C’è differenza tra essere un attore ed essere una star?

«Io voglio vivere davvero la vita. Amo le auto e gli hotel di lusso, ma per entrare in contatto col Paese in cui mi trovo ho bisogno di altre cose, come pedalare in bicicletta e tuffarmi in mare. Sono queste le cose che ricordo di un posto, più dei red carpet e dei premi. Ma posso essere anche un divo, non creda: quando voglio andare a nuotare chiedo che sgombrino la spiaggia!».
Scherza, ovviamente! È evidente che lei non crede al suo status di sex symbol. «Nemmeno un po’. Perché non me lo diceva nessuno quando lo ero davvero, a diciott’anni? Oggi che me ne faccio? Non posso dire a mia moglie: “Hey baby, vai tu a buttare la spazzatura!”, non è cosa per me».

 

È per questo che interpreta spesso personaggi estremi?

«Sono una persona moderata nella vita, credo sia il motivo per cui sono attratto da persone eccessive. Mia moglie è molto emotiva e appassionata, e questo continua a essere molto, molto stimolante per me».

 

articolo pubblicato sul n. 47 di F, in edicola il 18 novembre 2015

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«I cattivi sono sexy, ma non ditelo a me», parola di Garrett Hedlund

07 sabato Nov 2015

Posted by Cristiana Allievi in Senza categoria

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HOLLYWOOD PARLA DI LUI COME DEL PROSSIMO BRAD PITT. HA UNA FIDANZATA FAMOSA E VOGLIA DI STUPIRE. AL CINEMA GARRETT HEDLUND ADESSO DIVENTA IL CAPITAN UNCINO PIU’ SENSUALE DI SEMPRE. MA GUAI A DIRGLIELO: PERCHE’ SE C’E’ UNA COSA CHE DETESTA E’ ESSERE CONDANNATO A FARE IL BELLO

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Garrett Hedlund ha 31 anni, è nato nel Minnesota e ha un padre svedese. Oggi vive in California.

Si accorge che sono arrivata nella suite dell’appuntamento, nel cuore di Londra, con quell’attimo di ritardo che mi permette di osservarlo mentre gira per la stanza con le mani in tasca. Appena mi vede sfodera un sorriso, ma la sensazione è che sia imbarazzato. Essere cresciuto in una fattoria del Minnesota evidentemente prevale ancora. Non contano i provini fatti volando a Los Angeles ai tempi del liceo, l’essere stato il fratello giovane di Brad Pitt in Troy e aver girato una decina di film, da lì in avanti, che lo hanno consacrato il biondo della prossima decade, dopo Robert Redford e Pitt stesso. Garrett Hedlund, un ragazzo gentile, con solidi valori familiari e un attaccamento fortissimo alle proprie radici, è ancora di una timidezza disarmante. Ma quando questo apre bocca, le cose cambiano: la sua voce profonda e potente prende il sopravvento, e lo sostiene. Se penso che fa coppia da tre anni con la collega Kirsten Dunst, conosciuta sul set di On the road, e che non ricordo di aver incontrato persone più riservate di loro, deduco che la conversazione non sarà facile. Ma ho la fortuna di averlo appena visto in Pan-Viaggio sull’isola che non c’è, il prequel di Peter Pan firmato da Joe Wright, nelle sale dal 12 novembre, un film che trasporta nel mondo e nella fantasia dei bambini dell’isola che non c’è.

In Pan lei è James Hook, ovvero Capitan Uncino con il braccio ancora intatto. Cosa le è piaciuto di questo personaggio? «Quando ho incontrato il regista gli ho chiesto cosa vedeva in me di questo personaggio. Mi ha risposto che non aveva mai immaginato che Hook potesse essere una specie di John Ford, felice di arrivare sul suo cavallo, ma io ho cambiato le cose! Dopo così tanti ruoli seri e argomenti scuri avevo bisogno di tornare alla leggerezza, mi sono divertito moltissimo».

Le ha ricordato la sua infanzia? «C’erano così tanti bambini sul set, che solo a guardarli mi veniva da sorridere. Mi sono rivisto in varie situazioni, soprattutto mi sono ricordato di quando giocavo a indiani e cowboys nei boschi…».

Nel film lei dice “mentire è crescere”, rivolto al bambino che in seguito conosceremo come Peter Pan. Condivide? «È una frase divertente, ma nella vita reale non vale sempre, dipende da chi sei. Naturalmente i bambini sono onesti, ma direi che no, non condivido l’idea».

Ha lavorato con lo straordinario Levi Miller, un undicenne molto dotato. Si è sentito più un amico o un padre, per lui? «Levi è come un fratello più piccolo. Quando ha fatto il provino per avere la parte di Pan, lo scorso febbraio, abbiamo letto insieme un punto molto emozionante del copione: aveva le lacrime che gli rigavano le guance. Tutti intorno a noi hanno iniziato a piangere, abbiamo capito che avrebbero scelto lui… Con quegli occhi blu e i capelli biondi mi ha ricordato molto me stesso.

In che cosa si è rivisto? «All’inizio della carriera mi è capitato spesso di essere il più piccolo su un set. Guardavo molto i più grandi cercando di imparare, e Levi mi ha dato finalmente l’opportunità di restituire l’esperienza che ho accumulato in questi anni, cosa che non capita spesso».

Nel prossimo film la dirigerà il premio Oscar Ang Lee. «È una parte meravigliosa, la girerò con Kirsten Stewart, Vin Diesel e Steve Martin. La storia è quella dell’incredibile libro di Ben Fountain, È il tuo giorno, Billy Lynn! Non ho mai letto niente di così capace di catturare la mia attenzione, lo trovo rivoluzionario quanto lo è stato On the road.

Hedlund con la fidanzata e collega  Kirsten Dunst, con cui ha una relazione da più di tre anni (courtesy of Pinterest.com)

Hedlund con la fidanzata e collega Kirsten Dunst, con cui ha una relazione da più di tre anni (courtesy of Pinterest.com)

Quale sarà il suo ruolo? «Sarò il sergente di un team, Bravo, che compie una missione in Iraq. Io e i miei sopravviviamo a una feroce battaglia, e quando torniamo in Usa veniamo trattati come eroi di guerra, ma si tratta di un tour mascherato da premio, e torneremo presto in guerra con un grande senso di amarezza per l’ipocrisia del nostro paese».

Lei sembra timido, è difficile fare un mestiere che non da tregua a livello pubblico? «Se diventassi famoso al punto da essere inseguito dai paparazzi mi scaverei un buco nella terra e mi nasconderei lì».

Concedere interviste, invece, le viene facile? «Sono sempre stato l’ascoltatore, l’osservatore, non colui che agisce, forse perché non mi reputo per niente bravo nell’esprimermi. Però, paradossalmente sono uno che sa mollare le cose conosciute e sicure, per buttarsi nel tornado e vedere se alla fine se ne esce vivi… Mi intervisti? Mi butto, ti rispondo…».

Sta dicendo anche che fa cose pericolose? «Molto più di quello che il mio manager e il mio agente approvano! Ti ripetono tutto il tempo “stai attento, hai una carriera…”, ma intanto tu sei ancora quel ragazzino in cerca di avventure che si ritrova a Salt Like City alle due di notte a dormire in macchina».

In macchina evidentemente si sente al sicuro. Una delle sue battute, in Pan, è “la tua casa è dove la fai tu”. Lei dove si sente nel suo nido? «(grande sospiro, ndr) In questo momento direi che ne ho avute tante, di case… Da bambino mi sono spostato da una fattoria all’altra, poi mi sono trasferito in Arizona. Oggi vivo a Los Angeles da 13 anni, e posso dirle che è così, la mia casa è dove la metto su io».

 La vede piena di bambini? «Certo che li voglio, ma non adesso. Desidero molto avere vicino un piccolo amico, o una piccola principessa, ma non in questo momento. Quando avevo 11 anni io era una situazione diversa, stavo in una fattoria con le mucche e nessun bambino, in una simile condizione, avrebbe sognato di diventare attore…».

E come si è sentito quando l’hanno presa per Troy, il suo primo film? «È stata la prima cosa incredibile che mi sia mai successa nella vita. Ma a distanza di anni, lavorare con Hugh Jackman, Rooney Mara e uno dei migliori registi sulla piazza, Joe Wright, ha ancora dell’incredibile per me».

 

Forse perché dal Minnesota ai registi più importanti del mondo, tutto sommato la strada è stata breve per lei. «Quando vivevo con mio padre nella nostra fattoria, a 30 miglia dalla città più vicina, ho messo subito in chiaro che avrei lavorato sodo per la mia vita, non avrei avuto tempo libero e sarei stato molto orgoglioso dei risultati ottenuti. A 18 anni ho scelto di inseguire un sogno e mi sono trasferito a Los Angeles da solo, non avevo un manager o un agente ma sapevo che un giorno li avrei avuti».

Lei appartiene a una nuova generazione di attori protagonisti a Hollywood. Ha paura che la trasformino in un clichè? «Penso solo ad avere ruoli interessanti, che non sono stati ancora fatti, o almeno così li vedo nella mia testa. Mentre nella vita di tutti i giorni amo ridere, i buoni amici, non cerco cose strane».

 Però sul lavoro dicono che sia uno tenace. «Faccio un mestiere duro, in cui si sta sul set tutto il giorno, e la concentrazione è altissima, quindi ho imparato ad esserlo».

La cosa peggiore che si è sentito dire? «”Sei troppo bello per certi ruoli”, una frase che mi ha motivato ad andare più in profondità».

Lei non si sbilancia mai sulla vita sentimentale, mentre la sua fidanzata lascia intuire tra le righe che entrambi siete fatti per la famiglia. «Famiglia, figli e una moglie amorevole sono sempre stati un obbiettivo più grande, nella mia educazione, del correre dietro a storie fuggevoli. Sono argomenti delicati, sappiamo che si può essere molto felici e molto tristi in entrambe le situazioni, ma è vero, sono sempre stato più un uomo da famiglia che il tipo a caccia di avventure».

È il maschio che corteggia? «Assolutamente sì, mai fare il primo passo con me».

 Per concludere, quali parti di se stesso sente più cresciute, e quali ancora adolescenti? «Vengo da una famiglia in cui c’è molto senso dell’umorismo, e il mio lavoro ha molto a che fare col restare un bambino, dentro. Direi che il senso dell’umorismo è una parte ancora infantile, mentre le mie ambizioni sono piuttosto cresciute. Dimenticavo, anche la mia voce è molto adulta. O no?».

Articolo uscito si Grazia l’11/11/2015

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