di Cristiana Allievi





Storia di copertina pubblicata su @7CorrieredellaSera il 28/11/2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA
30 domenica Nov 2025
Posted in Senza categoria
di Cristiana Allievi





Storia di copertina pubblicata su @7CorrieredellaSera il 28/11/2025
© RIPRODUZIONE RISERVATA
06 martedì Ago 2024
Tag
7 Corriere della sera, anteprima mondiale, conquista, donne, Horizon, Horizon 2, interviste illuminanti, Kevin Costner, Mostra di Venezia, Usa, west, western
di Cristiana Allievi

L’attore, regista e produttore Kevin Costner sulla copertina di 7 Corriere della Sera del 2 Agosto 2024


Articolo integrale pubblicato su 7 Corriere
@Riproduzione Riservata
24 martedì Ott 2023
Posted in Senza categoria
Tag
Adagio, Alice Rohrwacher, Bollywood, cinema, cinema indiano, film critic, giornalismo, interviste illuminanti, Jio Mami Mumbai Festival, La chimera, Marco Bellocchio, Mumbai, Rapito, Stefano Sollima
Insieme festeggiano i 20 anni di vita del festival nella capitale del cinema di Bollywood. La direttrice del festival Anupama Chopra: «Il nostro pubblico è molto evoluto, conosce ciò che accade nel resto del mondo e si aspetta di vedere il meglio»
di Cristiana Allievi

Quest’anno l’impronta italiana sarà forte. A festeggiare 20 anni di vita del festival nella capitale del cinema di Bollywood saranno tre grandi come Marco Bellocchio, Alice Rohrwacher e Stefano Sollima, e non solo: a far parte dello staff di selezione sono due noti professionisti del nostro cinema. Tutto per festeggiare un grande ritorno per il Jio Mami Mumbai Festival. All’ultima edizione prima dello stop, nel 2019, la rassegna aveva raggiunto l’apice, riempiendo le sale sparse in venti siti della città. Il pubblico era entusiasta. Così quando si è trattato di pensare a come ripartire, dopo tre anni di stop, i vertici dell’organizzazione si sono chiesti come avrebbero potuto alzare ulteriormente l’asticella.
La risposta arriverà con l’imminente edizione, dal 26 ottobre al 5 novembre, quando il primo festival di cinema indipendente dell’India (il secondo del Paese, se si considera quello ufficiale di Stato fondato 60 anni fa a Goa, l’International film festival of India), aprirà la competizione a tutto il Sud asiatico, creando una grande community di riferimento nel settore. Si vedranno competere quindi registi nepalesi, di Bhutan, Vietnam e Bangladesh, e anche i film dei registi della diaspora provenienti da Germania e Uk, in una Mumbai che si appresta a diventare la prima fucina di coproduzioni intercontinentali del Paese. Lo spiega Anupama Chopra, direttrice del Festival, affiancata da Deepti Dcunha, direttrice artistica.
(continua…)
Pubblicato su Corriere.it
@Riproduzione riservata
14 giovedì Set 2023
Posted in Senza categoria
di Cristiana Allievi

Ha uno sguardo che va oltre il suo interlocutore. Impossibile da incasellare, volutamente ambigua, Isabelle Huppert sembra voler spostare l’attenzione su qualcosa di distante, un’attitudine che la guida anche attraverso le parole, che usa spesso per allontanare da sé. Per esempio mi cita i suoi tre figli, Lolita, Lorenzo e Angelo, avuti col produttore francese Ronald Chammah, a sdrammatizzare una carriera ricca di riconoscimenti, inclusa la candidatura all’Oscar (per Elle) e due premi Cesar. «Quando le persone dicono cose belle su di me mi chiedo se le merito davvero. E ci pensano i miei figli a risistemare le cose. Mi prendono molto in giro, con frasi come “mamma, a noi non la racconti…”».
Il tailleur con pantaloni e tacchi alti fa risaltare un fisico dalla tonicità naturale ed eterna. Ci incontriamo per parlare di La verità secondo Maureen K., il film di Jean-Paul Salomè ispirato al libro di Caroline Michel-Aguirre La Syndicaliste, che sarà nei nostri cinema dal 21 settembre.
Rappresentante sindacale della centrale nucleare di una multinazionale francese, dopo aver scoperto e denunciato traffici top secret e accordi con il governo cinese, nel 2012, Maureen viene ritrovata in casa sua in uno stato confusionale, legata a una sedia, con la lettera A incisa sul ventre e il manico di un coltello conficcato nella vagina. Nonostante questo “ammonimento” e il fatto di trasformarsi preso da vittima a prima sospettata, lotterà con le unghie e i denti contro ministri e capitani d’industria per portare alla luce lo scandalo e difendere più di 50.000 posti di lavoro. Sola, contro il mondo.
Maureen Kearney sembra una donna priva di paura, le assomiglia? «Non direi che non ha paura in generale, ne ha ma non teme le persone sopra di lei, nonostante possa esserne intimidita. Direi più che non teme gli uomini, e forse non immagina quello che le succederà».
Avete seguito fedelmente la storia vera? «Non proprio. La cosa incredibile è che nessuno se la ricorda, nonostante sia accaduta poco fa, nel 2012. Il libro omonimo è stato pubblicato poco prima della pandemia, Jean-Paul Salomè lo ha letto e ha deciso di farci un film».
Incarnare una figura contemporanea e vivente è una fatica ulteriore? «Non direi, e Maureen non ha mai interferito, non ha chiesto di incontrarmi o di parlarmi. Siamo partiti dal suo aspetto fisico, i capelli biondi, lo chignon, gli occhiali e i gioielli: tutto ha preso forma a partire da questi dettagli».
Maureen sembra molto distaccata da tutto ciò che la circonda. «Non reagisce mai come “una buona vittima”, e questo atteggiamento solleva sospetti».
Come si comporta una “buona vittima”, secondo lei? «Bella domanda. Diciamo comunque che non credo che avrebbe vinto, anche se lo fosse stata. Persino la giudice che presiede al processo la tratta in modo gelido, è messa a sua volta sotto pressione dal potere maschile che non vuole perdere».
.
(…continua)
Intervista integrale pubblicata su F Magazine del 12/9/2023
@Riproduzione riservata
02 giovedì Mar 2023
Posted in Senza categoria
«Vorrei vedere al suo posto chi si fa beffe di lui perché era un comico. Ma il presidente si batte per quello che l’Ucraina vuole: la libertà».
Il divo era a Kiev quando, un anno fa, è scoppiata la guerra. Risultato: un documentario che ricorda all’Occidente da che parte è giusto stare
di Cristiana Allievi

Dov’eri un anno fa, quando la Russia ha invaso l’Ucraina? Sean Penn non deve fare alcun esercizio di memoria per rispondere alla domanda: il 24 febbraio 2022 era a Kiev, a pochi passi dal presidente Volodymyr Zelensky. Il suono delle bombe, gli aerei militari, le sirene d’allarme li ha sentiti dal vivo, non guardando il tg della sera.
L’attore e regista si trovava in Ucraina per lavorare a un docufilm sulla carriera di Zelensky, prima at- tore comico, poi idolo nazionale, infine presidente di uno Stato in guerra con Mosca. E ha deciso di fermarsi per documentare le prime fasi del conflit- to, spingendosi anche al fronte.
Il risultato è Superpower, che è appena stato pre- sentato in anteprima al Festival di Berlino. Quando ne parla, Penn, cappellino militare calcato sugli occhi e muscoli in vista, ha la faccia seria e concentrata. A breve distanza una guardia del corpo alta due metri ci scruta severa. Questo documentario, ci fa capire Penn, è un modo molto diretto di pun-tare il dito contro l’America, che a suo avviso non sostiene abbastanza il popolo di Kiev. Il titolo Superpower, invece si capisce solo alla fine, quando si vede l’ex attore Zelensky interpretare un padre che dice a suo figlio: «Sei tu il mio superpotere». Come dire che tutto quello che sta facendo il presidente ucraino ha un obiettivo importante: dare un futuro migliore alle nuove generazioni.
Lei si trovava a Kiev a girare, quando a febbraio 2022 sono partiti i primi missili dalla Russia: non aveva sentore di quello che stava per succedere?
«Davvero non ho mai pensato che ci sarebbe stata un’invasione. Ma allo stesso tempo ero mental- mente preparato alla possibilità. Ricordo che le co- se sono cambiate in modo repentino, come il meteo: prima c’era il sole, il giorno dopo ha piovuto. In questo caso è stata una pioggia che non dimenticherò mai: ho avuto la percezione di essere al centro di un evento storico importantissimo. Credo sia stato un privilegio, anche se quello che ho visto mi ha spezzato il cuore».
Che cosa l’aveva portata da Zelensky, quando pochi parlavano ancora di Ucraina? Che cosa stava cercando? «Mi aveva colpito la storia recente del Paese, la sua mentalità che si era allontanata moltissimo dal retaggio sovietico dopo la rivoluzione di Maidan del 2014 (con la fuga in Russia del presidente ucraino Janukovyč e l’abolizione di alcune leggi filorusse). In quel periodo gli americani erano distratti, il pensie- ro comune era: «Lascia che lui si prenda la Crimea…» (non nominerà mai direttamente Putin durante l’intervista, ndr).
La cosa l’ha colpita profondamente, è evidente.
«Mi è venuta voglia di avvicinarmi agli ucraini, un popolo alla ricerca della libertà. Quella stessa libertà che l’America più di ogni altra nazione dovrebbe difendere».
Nel docufilm lei va in giro a fare domande a persone di tutti i tipi, il sindaco di Kiev, i banchieri, i soldati: cosa l’ha colpita di più tra le risposte? «Le parole di un soldato ucraino. Nonostante sapesse che il suo presi- dente avrebbe visto il film, ha detto di lui: «Non ha le palle». Mi ha colpito tanto perché questa è una cosa che in Russia non potrebbe mai succedere. Nel nostro film non ci sono filtri o veti, nessun pulsante per mettere in pausa: tutto quello che mostriamo non è stato alterato in alcun modo».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su F Magazine – n. 9 2023
@Riproduzione riservata
27 martedì Set 2022
Tag
Benedetta, cinema, Donna Moderna, Elle, figli, I figli degli altri, interviste illuminanti, madri, Paul Verhoeven, Rebecca Zlotowski, Virginie Efira
CRESCERE LA BAMBINA CHE IL TUO COMPAGNO HA AVUTO CON LA EX. LO FA LA PROTAGONISTA DI I FIGLI DEGLI ALTRI, DI REBECCA ZLOTOWSKI. E LO HA FATTO ANCHE L’ATTRICE FRANCESE, «ESISTONO TANTI MODI DI ESSERE MADRE»
dI Cristiana Allievi

Ha un’aria complice, nel suo micro abito in velluto nero dalla scollatura profonda. Quando si siede davanti a me non posso fare a meno di notare gli slip in tinta che sbucano mentre accavalla le gambe. E di ricordare la celebre scena di Sharon Stone in Basic Instinct (in cui, però, gli slip non li indossava). Con quel film il regista Paul Verhoeven trent’anni rese l’attrice americana un’icona sexy. E siccome il caso non esiste, è stato lo stesso Verhoeven a trasformare Efira da mattatrice della televisione belga in una delle attrici piu’ quotate d’Oltralpe. In Elle era la moglie dell’uomo che veniva sessualmente soddisfatto dalla Huppert (premio Cesar e miglior film straniero ai Golden Globes del 2017). Poi, con Benedetta, nel 2021, ci ha fatto conoscere le fantasie erotiche della Carlini, suora italiana lesbica vissuta nel diciassettesimo secolo e accusata di blasfemia. Ora Virginie Efira cambia completamente registro. In I figli degli altri, di Rebecca Zlotowski, in Concorso all’ultima Mostra di Venezia, è una quarantenne che suona la chitarra, insegna al liceo, è bella e in ottimi rapporti con il suo ex. Quando pero’ si innamora di Ali (Roschdy Zem), vorrebbe diventare madre e non ci riesce, e si lega visceralmente a Leila, la bambina di 4 anni che lui ha avuto con la ex (Chiara Mastroianni).
Come definirebbe la Rachel che interpreta nel film? «È un misto fra me, la regista Rebecca Slotowski e il personaggio della sceneggiatura. Mi fa venire in mente una frase di Flaubert, “ogni cosa, se osservata per abbastanza tempo, diventa interessante”. Ed è cosi che accade con Rachel, la amiamo sempre piu’ mentre la vediamo attraverso molti prismi, nonostante sia una donna tutto sommato semplice.
Recitare con una bambina di quattro anni è difficile? «Ho fatto molti film accanto ai bambini, fino a oggi. Puo’ succedere che siano capaci di memorizzare le frasi e di restituirtele senza problemi, oppure non sanno le battute, e puoi indirizzarli in modo spontaneo nel dialogo. Nel caso della bambina del film io e Rebecca le parlavamo come se fosse una vera attrice. È speciale, non aveva i genitori alle spalle a spingerla, voleva davvero fare quello che ha fatto».
Quando si separa dal padre di Leila, spiega alla bambina che non farete più le vacanze insieme e non vi vedrete più cosi spesso. Quando finiscono le riprese è facile separarsi da un’attrice bambina? «Non puoi staccarti troppo brutalmente, come invece puoi permetterti di fare con un adulto. Sul set i piccoli a volte mi chiamano “mamma” e io rispondo “no, non sono tua madre, anche se sono qui con te…”. Pochi giorni fa una piccola mi ha detto “ci vediamo ancora, vero?”, le ho risposto “certo, mandami le tue foto…”. Poi non è che andiamo a prendere il gelato tutti i sabati, lei ha sua madre… Comunque dovrebbe vedere il mio cellulare, e’ pieno di messaggi di bambini non miei, e non solo di quelli conosciuti sui set».
Mi sta dicendo che e’ stata matrigna anche nella vita vera? «Molte volte. Ho 45 anni, chissà perché a 23 anni mi sono sposata con un uomo che ha tre figli (Patrick Ridremont, ndr). Ricorderò sempre la madre, per lei non è stato facile ma mi ha aiutata ad avere una buona relazione con le sue bambine, che non hanno mai fatto fatica a prendermi per mano, anche davanti a lei. Adesso sono madre, ma prima ho sempre avuto relazioni con uomini che avevano figli, evidentemente mi piaceva».
Le ex sono mai tornate indietro per riconquistare il compagno, come vediamo nel film? «Beh, conosco anche questa esperienza, con quel senso di sentirsi escluse che ne segue. Ma vede, io so anche quanto sia forte il legame, quanto sia delicata la posizione in cui ti metti scegliendo un uomo che ha gia’ avuto figli con un’altra donna. In qualche modo metti già in conto il fatto che se deludi qualcuno è naturale, perché dietro di te c’è sempre una “grande donna” che ti ha preceduta, e tu non sei la madre dei suoi figli. Questo solletica un certo senso di solitudine, infatti quando ho letto la sceneggiatura sono scoppiata a piangere».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 22 settembre 2022
@Riproduzione riservata
25 lunedì Apr 2022
Posted in Senza categoria
Tag
amore al femminile, Carla Bruni, cinema francese, GLi amori di Anais, interviste illuminanti, Louis Garrel, madri single, VAleria Bruni Tedeschi
INQUIETA, INDECISA, SPETTINATA. POCO IMPORTA CHE L’INADEGUATEZZA LA PERSEGUITI (“NON CI COMBATTO PIU'”) O CHE I FIGLI L’ASCOLTINO SOLO SE FA LA VOCE GROSSA (I BAMBINI, HO SCOPERTO, SONO TUTTI MISOGINI E DI DESTRA»). LEI È FELICE COSI’, PERCHE’ SA COME “TOCCARE IL TASTO DELL’AMORE”
di Cristiana Allievi

(continua…)
Intervista integrale pubblicata su F del 26 Aprile 2022
© RIPRODUZIONE RISERVATA
14 venerdì Gen 2022
Posted in Attulità, Cannes, cinema, Miti, Personaggi, Senza categoria
Tag
È andato tutto bene, eutanasia, Francois Ozon, Il tempo delle mele, interviste illuminanti, Sophie Marceau, Vanity Fair
NEGLI ANNI OTTANTA CI HA CONQUISTATI CON IL PRIMO BACIO. ORA AL CINEMA SOPHIE MARCEAU CI FA RIFLETTERE SULL’EUTANASIA. MA IL TEMPO NON L’HA CAMBIATA (O FORSE L’HA MIGLIORATA)
di Cristiana Allievi

Si avvicina con passo deciso. Quando me la ritrovo davanti fatico a credere che abbia 55 anni: ne dimostra dieci di meno. Avvolta in un tailleur color panna, l’attrice che negli anni Ottanta era l’idolo delle ragazzine grazie a Il tempo delle mele, accavalla le gambe in un modo che riesce solo alle dive francesi. Tra i suoi fan più appassionati c’è persino il regista Francois Ozon, che è riuscito ad averla in un suo film al terzo tentativo. La vedremo dal 13 gennaio in È andato tutto bene, adattamento del bellissimo libro di Emmanuèle Bernheim (Einaudi) in cui l’autrice condivide una parte di storia personale vissuta con suo padre. In Concorso all’ultimo festival di Cannes, il film vede Marceau interpretare la figlia di un uomo pieno di carisma e di successo, che però è stato un pessimo genitore. E dopo aver scoperto di essere malato, le gioca un ultimo colpo basso chiedendole di aiutarlo a morire.
Francois Ozon l’ha inseguita per anni. «In realtà prima di questo progetto ci eravamo incontrati di persona solo altre due volte. Non ho mai accettato di recitare per lui perché non mi sentivo a mio agio nei ruoli che mi proponeva. Ma amo i suoi film dal primo che ha diretto (Sitcom, la famiglia è simpatica, del 1998, ndr). Quando mi ha mandato la sceneggiatura di È andato tutto bene mi ha colpita la nettezza, quel non perdersi nelle emozioni. Abbiamo girato per due mesi, e anche se da attrice non sai mai quale sarà l’esito del tuo lavoro la collaborazione con Francois è stata perfetta».
Avete discusso di eutanasia, prima di girare questo film? «Certo, è importante sapere come la pensa un regista perché si possono vedere le cose molto diversamente. Ho provato ad approcciare il tema dal lato psicologico, visto il tema. Ma lui mi rispondeva “si ok, che cosa stavamo facendo?”. Ozon è un uomo che vede e capisce tutto, ma è di poche parole».
Però la ama: ha addirittura inserito nel suo lavoro precedente la scena de Il tempo delle mele in cui Pierre Cosso le mette le cuffiette del walkman… «Non lo ha fatto per me, semplicemente perché era innamorato dell’epoca incarnata dal film. È stata la nostalgia di quando eravamo giovani a ispirarlo, sappiamo tutti di cosa si tratta».
Oggi come vede Il tempo delle mele? «È stato un film super, grazie al quale abbiamo poi viaggiato in giro per il mondo. Non è stato solo turismo, in realtà ricordo molte stanze d’albergo. Però ho incontrato tante persone diverse, dal Giappone all’Italia, con cui discutere di un argomento universale: il primo bacio».
Anche in questo caso il tema è universale, se vogliamo… «Quello era il primo bacio, questa è la prima morte. Diciamo che è stato meno leggero da girare (ride, ndr)».
Che tipo di emozioni ha portato a galla, la morte? «Uno tsunami di emozioni, dalla risata alla disperazione. La perdita di una persona cara cambia gli equilibri delle vite di chi resta».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su Vanity Fair del 17/12/2021
©Riproduzione riservata
25 giovedì Nov 2021
Posted in Senza categoria
AMOR PROPRIO, SAPER RIDERE DEGLI ALTRI, DARSI TREGUA. IL BELLO DELLA MATURITA’ SECONDO KRISTEN DUNST. CHE SOLO PER NOI, HA SMESSO DI INDOSSARE LA TUTA
di Cristiana Allievi
Appoggia le mani sulle aste degli occhiali da sole che indossa. Quasi a proteggere il viso da occhi indiscreti. Il corpo, invece, è coperto con una camicia di seta abbottonata fino al collo e una gonna plissettata piuttosto lunga. Chi è esposto da sempre alla curiosità altrui, ha i suoi modi per nascondersi. Quando aveva tre anni Kirsten Dunst era una modella della Ford. Woody Allen l’ha messa nel suo trittico New York Stories che ne aveva sette, e a 12 era circondata da Brad Pitt e Tom Cruise in Intervista col vampiro. Il resto è storia, inclusa la torta al cocco che da allora Cruise le manda ogni anno a Natale. Mi racconta che la notte precedente si è svegliata alle tre del mattino per il jet lag. E di non aver praticamente mai dormito di notte, per i primi quattro mesi e mezzo di vita di James Robert, il secondo figlio avuto la scorsa primavera con l’attore Jesse Plemons. È bella, con le tracce di maternità che ha ancora addosso. È ci è mancata, se si pensa che non la vediamo più o meno da tre anni, lei che ha un’ottantina di film all’attivo. Dice di avere anche lei questa sensazione di essere stata lontana, e che e che «è strano sentirsi parlare». È tornata con il ruolo di Rose nell’ottimo western di Jane Campion, Il potere del cane, in questi gironi al cinema e dall’1 dicembre su Netflix dopo l’esordio in Concorso all’ultima Mostra di Venezia. Tratto dal romanzo del 1967 di Thomas Savage, e ambientato nel 1925, racconta la storia dei due fratelli Burbank, il carismatico e rabbioso Phil (un divino Benedicht Cumberbatch) e l’accomodante e remissivo George (interpretato proprio da Jesse Plemons). Diversissimi fra loro, i due hanno trovato un equilibrio che il personaggio di Dunst fa saltare, in un’atmosfera di invidia, amori tossici e sessualità represse. Il potere del cane è un’espressione che viene da un Salmo della Bibbia, “libera l’anima mia dalla spada e il mio amore dal potere del cane”. La regista neozelandese l’ha scelta per raccontare una passione viscerale e regalarci una tensione erotica davvero speciale. «Jane ha una mente molto, molto intrigante, un modo tutto suo di raccontare una certa sessualità. Fra Holy smoke e Lezioni di piano lo avevamo capito, tutto sembra molto “crudo”, in bilico fra descrive una tensione, un’immobilità, una vitalità e anche una rabbia».
(continua…)
Intervista integrale pubblicata su Vanity Fair n. 48 dell’1 dicembre 2021
©Riproduzione riservata
05 venerdì Nov 2021
Posted in Attulità, cinema, Cultura, Politica, Senza categoria
Tag
aborto, Ana Vartolomei, Audrey Diwan, Cristiana Allievi, interviste illuminanti, L'Evenement, La scelta di Anne, Texas, Usa, Vanity Fair
Storia di una giovane francese che negli anni ’60 ricorre all’aborto clandestino, L’Événement non è «soltanto» un film, ma un’esperienza che mette alla prova lo spettatore anche fisicamente. Lo raccontano la regista e l’attrice protagonista
di Cristiana Allievi

«Stavo attraversando un momento difficile quando un’amica mi ha consigliato di leggere L’evento. Raccontava il viaggio infernale di una brillante studentessa francese della classe proletaria che nel 1964, alla vigilia di esami scolastici che determineranno il suo futuro, rimane incinta. Decide di abortire. Una scelta drammatica, un’esperienza clandestina che quasi la uccide». È stata la storia della scrittrice Annie Ernaux, oggi 81enne, a segnare la vita di Audrey Diwan, che ha trasformato quel racconto nel suo secondo lungometraggio, La scelta di Anne- L’evenement, Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia. Un film ambientato in Francia undici anni prima che la legge Veil legalizzasse l’interruzione di gravidanza entro le prime dieci settimane dal concepimento.
Guai a dire alla Diwan che ha adattato quel libro perché la storia la riguardava da vicino. La regista sceglie con attenzione le parole con cui raccontarsi. «Ho abortito anch’io, ma la mia esperienza è stata molto diversa da quella della Ernaux. Non ho dovuto torturarmi con un ago, non ho mai rischiato di morire per proteggere i miei desideri, ho avuto la legge dalla mia e il comfort dell’assistenza medica.
(... continua)
Intervista integrale a regista e attrice pubblicata su Vanity Fair n. 45
Riproduzione riservata ©