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~ Interviste illuminanti

Cristiana Allievi

Archivi Mensili: novembre 2023

Catrinel Marlon, intervista alla madrina del 41° Torino Film Festival

28 martedì Nov 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Torino Film Festival

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Tag

Catrinel Marlon, Catrinel Menghia, donne, Girasoli, interviste illuminanti, L'isola dei fischi, La gomera, Massimiliano di Lodovico, Romania

L’attrice (ma non solo) in “Girasoli” racconta una storia d’amore e di follia tutta al femminile, all’interno dell’ospedale psichiatrico di Santa Teresa di Lisieux. E sulle battaglie delle donne si dice ottimista: “In questo periodo sta ridefinendosi una nuova situazione”

di Cristian Allievi

Catrinel salta gli ostacoli. Ma lo fa in modo diverso da quando, ragazzina a Iasi, Romania, è diventata un’atleta di valore seguendo le orme dei suoi genitori, entrambe ex campioni di atletica. Da adulta gli ostacoli che le vengono incontro sono più interiori, sono le ferite di una vita vissuta per strada, praticamente da sola, essendo nata da genitori diciassettenni ai tempi di Ceausescu. Grandi occhi scuri e le labbra carnose, notata da un agente durante la gita della scuola, Catrinel Marlon (Menghia all’anagrafe) diventa prima modella e poi attrice. E oggi, a 38 anni, mamma di una bambina, e incinta del secondo figlio, vince una gara importante: madrina del 41° Torino Film Festival, ha anche esordito alla regia con il suo primo lungometraggio, Girasoli, di cui è cosceneggiatrice. Il film è una storia d’amore e di follia tutta al femminile, all’interno dell’ospedale psichiatrico di Santa Teresa di Lisieux. Siamo negli anni Sessanta, fra lotte terapeutiche di psichiatre illuminate (Monica Guerritore) e bambine schizofreniche (Gaia Girace) che non meriterebbero terapie elettro convulsivanti, si fanno largo i “girasoli”, i pazienti più indipendenti che possono vivere fuori dai reparti. 

(continua…)

Intervista pubblicata per il Settimanale OGGI

@Riproduzione riservata

LYNN GOLDSMITH «Fotografai Springsteen e subito mi innamorai. L’ho reso così sexy…»

18 sabato Nov 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Fotografia, giornalismo, Miti, Musica, Personaggi

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Tag

amore, Beatles, Bruce Springsteem, Corriere della Sera, E Street Band, interviste illuminanti, Lynn Goldsmith, Lynn Goldsmith. Bruce Springsteen & The E Street Band, Musica, rock and roll, Sette, Taschen, Will Powers

L’artista americana conobbe il cantautore nel 1972 e lo aiutò a “costruire” la sua immagine. «Assomigliava a tutti i ragazzi he avevo avuto dal liceo in poi, ma io volevo essere sicura di aumentare i suoi fans, cercavo le donne fra il pubblico e gliele mettevo al fianco».

Il primo scatto è stato ai piedi dei Beatles. Era il 1964, lei aveva solo 16 ani e non glielo hanno mai pagato. «Non mi piacevano, per questo li ho fotografati solo a metà. Allora si doveva scegliere, o eri dalla parte dei Rolling Stone o dei Beatles». All’epoca, però, era inimmaginabile che sarre potuta diventare ciò che è diventata, a fotografa che avrebbe immortalato divinità come Michael Jackson, Madonna,  Prince, Sting, i B 52s, Blondie, i Rolling Stones- in pratica tutte le leggende degli ultimi 30 anni. Prima, infatti, era una manager musicale, una regista di corti e documentari e una pubblicitaria. Negli anni Ottanta ha avuto anche successo come cantante, con il nome di Will Powers. «Non sono come Anne Leibovitz, che voleva diventare una fotografa ed è andata a scuola ad imparare», racconta dalla casa di Nashville, suo quartier generale. «Oggi pensano tutti che la mia carriera principale sia quella di fotografa, la verità è che sono una pittrice». Lynn Goldsmith è immersa nella luce e buca lo schermo del computer con i suoi occhi color cristallo e i capelli d’argento. 75 anni, di cui 50 di carriera, ha l’energia di un’adolescente, come si addice a un’icona della fotografia rock’n’roll. Goldsmith ha anche vinto una causa alla Corte suprema degli Stati uniti contro la fondazione Andy Warhol, salvando il futuro del concetto stesso di diritto d’autore. Con quella forza interiore, c’è da scommettere sul fatto che abbia anche avuto un peso determinante nell’azzeccare l’immagine di Bruce Springsteen agli inizi della carriera, quando ne è diventata anche la fidanzata. Ricordi che riemergono guardando gli scatti di Lynn Goldsmith. Bruce Springsteen & The E Street Band, edizione limitata a 1778 copie da lei firmate e numerate, pubblicato da pochi giorni per Taschen (364 pagine, 600 euro, ordinabile nel sito  taschen.com). È il 1977, dopo un singolo Springsteen e la E street band entrano in studio per registrare l’album che, con il successivo tour, avrebbe trasformato un “ragazzo del New Jersey” in una leggenda.

La prima volta che ha incontrato Bruce, se la ricorda? «Ne 1972 la rivista Rolling Stone mi aveva incaricata di illustrare un articolo intitolato Iscriviti a un mese geniale. Bruce si esibiva al The Bitter end di New York, un club minuscolo. Io ero sola con un flash di cui non avevo ancora fatto esperienza, mi sentivo nervosa, anche perché chiamavano questo tipo “un genio”».

Insomma, era spaventata. «Mi sono detta “si accorgerà che non so cosa sto facendo…”. Cinque anni dopo mi ha confessato che era nella stessa situazione, perché io ero “una fotografa di Rolling Stone che andava a fotografarlo…”».

C’è un docu, The promise: the Making of Darkness and the Edge of town, che mostra come lavorava Springsteen: registrava molti più brani più di quelli che entravano nel disco, sfiniva i musicisti facendoli lavorare all’infinito. È arrivato addirittura a mettere la batteria in un ascensore, perché suonasse come voleva lui. Era così cocciuto anche con lei? «Direi di sì, i grandi sono così, sentono ciò che vogliono nella loro testa poi cercano un modo per riprodurlo».

Sul set fotografico riusciva a dirigerlo lei? «Sono io quella dietro la macchina fotografica, chi lavora con me mi ha sempre chiamata the boss! Di solito intervengo solo quando qualcosa proprio non funziona, altrimenti se un artista ha una chiara idea visiva di se stesso, come Patti Smith o Frank Zappa, sono più libera».

Il libro mostra foto di Bruce in giacca e foto in canotta, quale delle due anime è prevalente? «Guardavamo tonnellate di foto del Bob Dylan agli inizi, perché negli anni Sessanta era lui il tipo cool. La giacca con il colletto e quella specie di linguetta che Bruce indossava nel primo tour veniva da lì. Ma è italiano, indossava anche le t-shirts, e io volevo essere sicura che il suo pubblico non fosse solo un gruppo di ragazzi: volevo che fosse sexy».

Cosa ha fatto per tirare fuori il lato sexy? «Proprio agli inizi, quando lo seguivano solo ragazzi, cercavo donne fra il pubblico per circondarlo e fargli le foto. Mandavo avanti gli uomini della sicurezza, non ha sapeva che fossi io a fare certe manovre».

Nel libro si menziona un concerto in cui c’erano solo tre persone in sala: quale fu la reazione del Boss? «Non fece una piega, stava costruendo il suo pubblico, aveva bisogno di esibirsi. Era lo stesso con davanti una persona o centomila, all’epoca salire sul palco era una specie di droga, la sua eroina».

Incontrare Springsteen le ha cambiato la vita? «Ho sempre pensato di essere fantastica e che le persone volessero stare con me perché apprezzavano il mio talento. Non mi passava per la testa che tutti, inclusi i manager, erano miei amici solo avvicinare lui. Mi dicevo, “tu sei molto più interessante, ti sei laureata in tre anni con la lode, cos’ha lui più di te”?».

Cosa, visto che era definito un genio? «È un bravo scrittore che prima di incontrarmi non aveva mai letto Franny and Zooey di J. D. Sallinger,  o Fiesta di Hemingway, cose impensabili per un americano. Ma era molto esperto di film, le sue canzone erano scritte come sceneggiature.

Tutti volevano essere Bob Dylan, anche Bruce? «Voleva essere anche di più, e mentre Dylan era inaccessibile, lui era “l’uomo di tutti gli uomini”. Era una persona che  combatte per essere onesta nel suo lavoro, un uomo in cui molti si riconoscevano».

Si è innamorata di lui? «Senza dubbio, poi c’è da chiedersi cosa significhi, quando si è giovani. Fisicamente assomiglia a tutti i ragazzi che ho avuto dal liceo in avanti, stessa altezza, magro con capelli scuri.

A livello caratteriale? «Ho sempre avuto un’attrazione per le persone che non condividono molto di sè con il resto del mondo, Bruce non capitava a caso».

Un terzo libro su Springsteen si pubblica per soldi? «Nemmeno per sogno,  non so nemmeno quanto costa. L’ho voluto perché credo che i fans meritino qualcosa di valore, e l’editore è di altissimo livello. Per i fans i loro idoli sono veri e propri riferimenti, li ho sempre ammirati per questo motivo:  assegnano valori eroici a degli esseri umani, e credono davvero di essere elevati da loro».

A lei non è mai successo? «Le uniche persone che mi hanno fatto questo effetto sono Madre Teresa e Gesù Cristo, o guardare le immagini del deserto di Georgia O’Keeffe. Per intenderci, Brad Pitt o Bob Dylan non mi fanno quell’effetto».

Sta dicendo che dopo 50 anni che le immortala non comprende il fenomeno che ruota intorno alle rockstar? «Lo comprendo molto bene, semplicemente non ho mai provato per loro l’amore incondizionato, perché sono completamente certa che sono esseri umani».

La cosa più romantica che ricorda, con il Boss? «Un paio di foto nel bagno della sua casa in cui sono avvolta nel suo abbraccio, mentre faccio la foto».

Ha scelto lei la vostra foto insieme, all’inizio del libro? «Non era prevista. Ho mandato un pdf a Bruce, chiedendogli di segnalarmi qualsiasi cosa non gli piacesse. Gli ho anche chiesto  di scrivere qualcosa sui membri della E Street band. Mi ha risposto chiedendomi di spedirgli tutte le foto di noi due…».

Lei? «Non ero d’accordo, ma ha insistito. Ha scelto lui le nostre foto, e mi ha spedito le bellissime parole dell’introduzione».

L’ha resa felice? «Ha aperto la porta perché le persone mi facessero un mucchio di domande a cui non rispondo (ride, ndr)».

Per esempio perché vi siete lasciati? «Per esempio. Una domanda a cui non risponderò, nemmeno questa volta».

Intervista pubblicata su Sette Corriere della Sera del 17.11.2023

@Riproduzione riservata

Donatella Finocchiaro, «Uomini che hanno odiato me»

10 venerdì Nov 2023

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Serie tv

≈ 3 commenti

Tag

Capri Revolution, cinema, Donatella Finocchiaro, donne, Film, I leoni di Sicilia, Luca BArbareschi, Svenduti, uomini, violenza

HA CONOSCIUTO LA SOFFERENZA DI RELAZIONI TOSSICHE. «LA PRIMA A 24 ANNI: MI PICCHIAVA E MI INSULTAVA. LA SECONDA A 37: HA MINATO LA MIA AUTOSTIMA. LA TERZA, L’ANNO SCORSO: DOPO TRE MESI BELLISSIMI, È DIVENTATO RABBIOSO». MA SI È PRESA LA RIVINCITA. IN TV, AL CINEMA E NON SOLO

di Cristiana Allievi

Pelle vellutata, occhi scuri, fascino mediorientale, Donatella Finocchiaro appare proprio bella quando la incontriamo a pochi giorni dagli inizi delle riprese di Svenduti, la commedia in stile francese con il collega d’Oltralpe Bruno Todeschini che Luca Barbareschi sta girando a Filicudi.

Qualche settimana prima, racconta, era in coda per prendere un gelato davanti al Palazzo del Casino al Lido di Venezia. Sua figlia ha pestato inavvertitamente il piede a un uomo, che si è voltato e ha rovesciato il caffè avanzato nella tazzina addosso alla bambina, andandosene. Quando si è girata, ha visto Nina, nove anni, vestita di bianco, macchiata e in lacrime. Lei ha gridato all’uomo che, scappando e di spalle, le ha risposto “mi ha fatto sporcare la camicia…”. «Mi ha stupita il fatto che, pur assistendo a una violenza su una bambina, nessuno abbia alzato un dito», dice Donatella Finocchiaro. L’aneddoto, come si scoprirà leggendo, non capita a caso. Ma l’intervista non può che partire dalla prima parte della serie I leoni di Sicilia, diretta da Paolo Genovese, sulla sagra dei Florio, la famiglia calabrese che arriva in Sicilia e crea un impero nel sud Italia del primo Novecento, visibile sulla piattaforma Disney +.

Una siciliana è normale che giri storie siciliane, e in Sicilia,  corretto?  «La sicilianità è un valore aggiunto, nel Sud c’è tanta bellezza, e di noi si dice che abbiamo una teatralità naturale».

Ma? «In Italia la sicilianità è anche un limite. Spesso finiscono per chiamarti solo per i film del sud, e non solo: se non sei napoletana non giri film napoletani, così come non hai accesso a pellicole romana se non sei nata nella capitale.  Il neorealismo ci ha un po’ segnati, questa settorialità è troppo forte. Come Germano, Favino e Lo Cascio dimostrano, noi attori sappiamo essere personaggi diversi, fateci almeno fare i provini per dimostrarlo».

In I leoni di Sicilia lei è Giuseppina, moglie di Paolo Florio, patriarca della dinastia.  «Una donna ingabbiata in un matrimonio senza amore, che ha vissuto nel rimpianto del passato e della sua Calabria e non ha mai lottato per nulla. Morirà a 85 anni, quindi ogni giorno affrontavo quattro ore di trucco, come tutti gli altri attori».

Donne e cinema, come siamo messi? «Male, nonostante presenze forti come quella di Emma Dante. A Venezia non c’era una regista donna in concorso, e a parte nel film di Saverio Costanzo, non c’era nemmeno una donna protagonista. Il maschilismo è imperante, e risponde alla tesi “io sono io, voi non siete niente…”».

Il maschilismo domina nonostante i nuovi movimenti di emancipazione, quindi? «È diventato più subdolo. La violenza che le donne subiscono fra le mura di casa è ancora importante, facciamo tanto rumore per quelle che muoiono, e per carità ci mancherebbe, ma ci sono anche molti uomini che distruggono l’autostima delle donne, e non è un fatto meno grave».

Lei è stata vittima di violenza? «È successo almeno tre volte nella mia vita. La prima avevo 24 anni, e non ho capito subito, finché la violenza verbale è diventata fisica. Mi viene in mente La conduzione delle colpe di Antonio Ciraolo, psicanalista siciliano Big little liese scrittore. Racconta molto bene come la donna viva in un senso di colpa costante».

Da dove nasce questo senso di colpa? «L’uomo ti ingabbia, ti aggancia dicendoti che ti ama. Per un anno ho preso calci e pedate, era geloso anche del mio sguardo, mi insultava a parole poi mi diceva “scusa, io ti amo”, proprio come si vede nella serie tv con la Kidman, Big Little Lies. Io ci cascavo, ma era solo mania di possesso. Al terzo episodio me ne sono andata».

La seconda? «Avevo 37 anni, e per due anni ho subito una violenza che ha minato la mia autostima, fino alla depressione. Non so cosa mi sia scattato dentro, facevo solo un po’ di bioenergetica ma ho avuto un pensiero, “mi sta distruggendo…”».

Ha capito perché? «Di fronte alla donna capace, che guadagna più di lui ed era affermata, per reggere l’insicurezza mi insultava dicendomi  “non sei intelligente, non leggi abbastanza, sei una cretina, fai l’attrice…”. E mi ha convinta, nonostante mi facessi un mazzo tanto per lavorare sulla mia autostima. Finchè mi sono detta “devo sparire dalla mia vita”».

L’ultima relazione violenta? «L’ho avutal’anno scorso. Mi innamoro di un ragazzo più giovane di me, passiamo tre mesi bellissimi, a quel punto inizia la violenza verbale, diventa sgarbato, rabbioso».

Ha lavorato su se stessa per capire cosa la porta in queste relazioni? «Si e ho capito che ad agganciarmi è uno schema interiore, il modello di uomo che è stato mio padre. Era fumentino, faceva saltare le cose in aria. Non ha mai toccato mia madre ma era violento verbalmente. Ricordo che quando si arrabbiava per strada, con esplosioni di ira, mi vergognavo molto».

Fino a una certa età, la violenza verbale ha lo stesso impatto sulla nostra psiche di quella fisica. «Infatti il semplice “stai zitta”, ti schiaccia, come raccontava la Murgia nel suo God save the Queer. Il problema è la gestione delle emozioni, della rabbia». 

Vuole dire la repressione? «Copriamo le emozioni con i coperchi, fino a esplodere. Gli uomini si giustificano, accumulano fino ad arrivare a sfogarti la loro rabbia addosso, invece di imparare a gestirla, e ci sono mille modi per farlo che non sono l’alcol, il Lexotan o la cocaina».

Il suo stato attuale? «Sono single da cinque mesi, e sono aperta ad innamorarmi di nuovo. Per fortuna dopo un anno con questo giovane ci siamo separati, nonostante abbia sempre avuto partner più giovani di me, forse 15 anni di differenza sono troppi». 

È impegnata in teatro, gira film d’autore e lavora su set internazionali come quello di Trust di Danny Boyle (HBO). Dove la vedremo nei prossimi mesi? «Ho appena finito di girare una serie Netflix diretta da Michele Alhaique che non è ancora stata annunciata. È un poliziesco in cui sono la moglie di un poliziotto e l’amante di Marco Giallini. A breve dovrebbe uscire anche Greta e le favole vere,  storia in cui ho una figlia che vuole salvare il mondo. È la nostra Greta Thunberg e vuole riportare l’orso polare nei ghiacciai. A interpretarla è la bravissima Sara Ciocca, ci sono anche Sabina Impacciatore e Raul Bova che fa mio marito. Spero che lo vedremo a Natale».

Intervista pubblicata sul settimanale Oggi del 16 Novembre

@Riproduzione riservata

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