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Archivi tag: interviste illuminanti

I coniugi Travolta: «Noi due contro tutti».

18 martedì Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Festival di Cannes, Miti, Personaggi

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Tag

Cristiana Allievi, Gotti, Grease, interviste illuminanti, John Travolta, Kelly Preston, La febbre del sabato sera, matrimonio, Padrino, Pulp Fiction, Scientology

 

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John Travolta e Keppy Preston, 30 anni sul red carpet (courtesy Pop sugar). 

SONO SPOSATI DA QUASI 30 ANNI. INSIEME HANNO SUPERATO LA PERDITA DI UN FIGLIO E ORA TORNANO AL CINEMA FIANCO A FIANCO IN GOTTI, IL PRIMO PADRINO. JOHN TRAVOLTA E KELLY PRESTON RACCONTANO A GRAZIA PERCHÈ LORO, SENZA SEPARARSI MAI, POSSONO ESSERE PIU’ FORTI

«Vuole sapere cosa mi innervosisce di John? In cucina non pesa nessun ingrediente, va a occhio e le cose che crea funzionano perfettamente. Però sa fare solo un tipo di biscotti, al cioccolato e burro di nocciole». Non tutti sono capaci di svelare il segreto di un matrimonio che dura da 27 anni, ma lei ci riesce. E si capisce al volo che la ricetta sta nel saper giocare con il proprio partner, e con una certa ironia. Ho davanti a me Kelly Preston, signora Travolta da quasi tre decadi. È la prima a rompere il ghiaccio, mentre accanto a lei c’è John, Travolta of course. Contrariamente a quanto mi sarei immaginata l’icona di Grease, La febbre del sabato sera e Pulp Fiction sta un passo indietro, si commuove di fronte all’amore che le persone manifestano nei suoi confronti e non si nasconde davanti a “no comment” quando le domande sono scomode. I due formano una coppia solida, che nove anni fa ha attraversato la perdita di un figlio, Jett, in un incidente domestico.  Il loro anniversario di matrimonio si festeggia il 12 settembre e, per un caso, dal giorno successivo saranno insieme nelle sale con Gotti, il primo padrino, diretto da Kevin Connolly, il film presentato all’ultimo festival di Cannes che li ha riuniti sul set per la terza volta, dopo Gli esperti americani e Daddy Sitter.  Travolta interpreta John Gotti, il mafioso di origine italiane che diventa leader della famiglia Gambino: sarà condannato all’ergastolo nel 1992 e dopo 10 anni morirà in carcere. Kelly interpreta la moglie del boss, Vittoria, e questo film la riporta sul set otto anni dopo da Casino Jack, accanto a Kevin Spacey. «Dopo quel film ho scelto pochi e miratissimi progetti», continua. «Volevo esserci totalmente per i nostri due figli Ella e Ben, 18 e 8 anni, ma sono felice di essere tornata».

Com’è stato girare questo film in coppia?

K.P. «È stato meraviglioso. Ho amato questo ruolo, c’era molto materiale a disposizione, entrambe i figli di Gotti hanno scritto libri molto istruttivi, e poi c’era quello di Victoria stessa, This family of mine.  Ho usato internet, visto molti video, soprattutto un bellissimo pezzo di intervista di 8 minuti. Victoria ci ha anche invitati per pranzo, l’abbiamo raggiunta con i nostri ragazzi. Vive ancora nella stessa casa, ho potuto chiederle qualsiasi cosa, è molto intelligente, tosta, e molto, molto divertente. Vado orgogliosa del fatto che mi ha persino dato i suoi gioielli da indossare nel film».

 Com’è essere una coppia vera, su un set?

K. P. «È un lusso che rende tutto facile, e dal momento che i nostri ragazzi studiano tutti con insegnanti privati, anche loro sono sempre con noi. John è appena stato a girare The poison rose in Savannah, Georgia, ci siamo spostati tutti lì. E quando viaggiamo per promuovere i film cerchiamo di affittare case, altrimenti stiamo in hotel».

J.T.  «Sento che mi piace quando siamo tutti insieme, mi fa sentire in pace, viceversa mi sembra di essere un po’ sconnesso. Preferisco che i ragazzi stiano con me, e per fortuna possono farlo».

 

È vero che fate gare di cucina, in famiglia?

J. T. «Mischio tutti gli ingredienti a caso e faccio finta di sapere quello che faccio! Mi piacciono i programmi di cucina in tv ma non quelli competitivi, divento nervoso per i partecipanti. Per questo adoro Martha Stewart, è grandiosa nella sua scuola di cucina, e Kelly è un mago nel rifare quello che vede, ha un talento artistico in tutto, a partire dal preparare una tavola».

K.P. «La mia trasmissione culinaria preferita è la serie tv Chopped, anche se è stressante, devi fare le cose in mezz’ora! Quando facciamo le nostre competizioni famigliari a casa ci raggiungono anche la sorella di John e molti altri famigliari e amici. Formiamo una giuria ma non facciamo come in tv, dove ci sono solo piatti fatti al buoi, e non sai chi ha cucinato cosa».

 Grease ha appena compiuto 40 anni, secondo voi come li porta?

K.P. «Vent’anni fa abbiamo fatto una reunion per il film, non mi pare possibile ne siano passati altri 20! A Cannes ho visto la versione restaurata e il film mi sembra sempre gioioso, ha la stessa qualità di quando è uscito».

J.T. «Quando mia madre lo ha visto al cinema la prima volta ricorso che mi ha detto “tutto vola, nell’arco di 10 anni nemmeno ti renderai conto di cosa è successo. Ne sono passati 40, di anni, e mia madre aveva ragione, tanto che negli ultimi 10 anni  mi sembra che tutto si sia velocizzato ulteriormente».

Con Grease John è diventato un sex symbol planetario: mai avuta la sensazione di essere travolto dalla fama?

J.T. «No, al tempo del film ero già in una serie tv di successo, I ragazzi del sabato sera, ero abituato ad essere riconosciuto, è solo cambiata la proporzione della mia fama, dopo  The boy in the plastic bubble. Ho sempre vissuto una vita molto privata finchè mi sono affermato abbastanza e ho lasciato Hollywood per una comunità tranquilla a Santa Barbara, poi è stata la volta della Florida. Non ho mai sentito di vivere a Los Angeles, ci sono sempre andato solo a lavorare».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 13/9/2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Livia Firth, la rivoluzionaria della moda

17 lunedì Set 2018

Posted by Cristiana Allievi in arte, cinema, Cultura, Moda & cinema

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Tag

Colin Firth, Cristiana Allievi, Eco-Age, Grazia, Green Carpet Fashion Award, interviste illuminanti, Livia Firth, moda eco, sostenibile

 

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Livia Firth, imprenditrice e produttrice cinematografica (foto di Julian Hargreaves per Grazia)

È UN’IMPRENDITRICE CHE AIUTA LE MAISON A PRODURRE ABITI E GIOIELLI IN MANIERA RISPETTOSA DI AMBIENTE E LAVORATORI. ALLA VIGILIA DEI GREEN CARPET AWARDS, GLI OSCAR DELLO STILE SOSTENIBILE CHE SARANNO ASSEGNATI A MILANO, POSA PER GRAZIA E RACCONTA I PASSI AVANTI IN UNA BATTAGLIA IN CUI HA AL FIANCO SUO MARITO, L’ATTORE COLIN

«Non bastava che il nostro aereo fosse in ritardo, ci hanno anche fermato all’immigrazione. Risultato, abbiamo due ore di ritardo».  Siamo in una suite dell’hotel Cipriani, a Venezia, e nonostante Livia Firth abbia viaggiato per ore, si presenta all’intervista fresca come una rosa grazie al suo truccatore di fiducia. Vive da anni a Londra, ha una casa in Umbria e un marito da vent’anni che di nome fa Colin Firth ed è un premio Oscar. Insieme hanno due figli, Luca, 17 anni, e Matteo, 15. Ma parlare della sua vita privata, con lei, è impossibile: ha deciso anni fa che non lo avrebbe più fatto perché- parole sue- le affermazioni che faceva venivano regolarmente fraintese. Così focalizza le sue attenzioni sull’attività di produttrice e imprenditrice di Eco-Age, una società di consulenza che aiuta le aziende a diventare ecosostenibili. Ma a proposito di marito, alla serata di Chopard che seguirà alla nostra intervista i due sono stati sorridenti e inseparabili, a dimostrare che la crisi attraversata qualche tempo fa è stata definitivamente superata. Prima di parlare con me, Livia da un occhio agli abiti appesi sullo stand che indosserà in questo servizio fotografico, e punta decisa sui colori più vivaci. Il 23 settembre, in piena settimana della moda, sarà di nuovo sul The Green Carpet Fashion Award, progetto di cui è madrina e che per il secondo anno avrà come magnifico scenario il Teatro alla Scala di Milano. Partiamo da qui.

 Lei combatte il “fast fashion”, la moda a basso costo che punta sulle ultime tendenze… «Non saremmo qui a parlare di moda sostenibile, se non esistesse il fast fashion. Fino a 30 anni fa compravamo e consumavamo in modo diverso, oggi tutto è usa e getta, con ripercussione sull’ambiente e sulle persone che creano questi prodotti: i vestiti vengono confezionati da persone che vivono come schiavi».

 Il documentario The True Cost, mostrato in anteprima mondiale a Cannes nel 2016, raccontava con immagini scioccanti l’impatto della moda a basso costo sull’ambiente e sulla vita delle persone. Come hanno reagito i grandi marchi dello stile, considerato che alcuni di loro decentrano la produzione per abbassare i costi? «La moda del lusso ha dovuto fare dei compromessi per competere con il fast fashion, produrre anche all’estero, per esempio in Bangladesh, con le agevolazioni del caso. Ma è anche vero che molti brand del lusso si sono accorti per primi di dover cambiare le cose e di non poter usare certi mezzi. Il gruppo Kering in Italia, che comprende Gucci e Bottega Veneta, ma anche Stella McChartney, si muovono diversamente: sono alcuni fra i marchi del lusso che controllano completamente la loro filiera perché tengono alla reputazione».

 Dove è arrivato il suo impegno con Eco-Age e la moda sostenibile? «Nell’ultimo anno i cambiamenti sono stati radicali.  A forza di parlarne si è rotto un argine e le persone ascoltano più facilmente, adesso è entusiasmante parlarne. E tanti amministratori delegati hanno capito che la sensibilità fa parte del profitto di un’azienda e che se vuoi un business che funzionerà anche fra 10 anni devi avere un certo tipo di produzione».

Se si volta indietro, dove colloca l’inizio della sua battaglia? Cosa ha fatto scattare la molla dentro di lei? «L’idea di Eco-Age è stata di mio fratello Nicola: quando ha aperto, nel 2007, era un negozio. Aveva finito Economia e commercio a Roma ed è venuto da me e Colin  a Londra,  a perfezionare l’inglese. Non sapeva cosa avrebbe fatto da grande, ma non voleva lavorare nel mondo finanziario. Essendo sempre stato appassionato di eco sostenibilità, un giorno è venuto da noi e ci ha chiesto: “se doveste comprare un pannello solare, dove andreste?”. Gli abbiamo risposto che non ne avevamo idea. Gli si è accesa una lampadina: “Visto che non esiste un negozio per strada, in cui puoi entrare  e chiedere informazioni, lo apriamo noi”. Eco Age, a Londra, è stato il primo negozio per la casa specializzato in materiale eco sostenibile. Abbiamo lanciato la prima libreria in materiale eco sostenibile al mondo, venivano tutti a fare un giro lì».

Poi? «Sono andata in Bangladesh, con Oxfam, per una campagna contro la violenza domestica. Ho chiesto se mi facevano entrare di nascosto in una fabbrica e mi ha talmente scioccato quello che ho visto che ho capito che dovevamo dimenticarci della casa e passare alla moda. È un’industria che ha una grande responsabilità e una grande colpa: al momento è il business che riduce il maggior numero di persone a una forma di schiavitù moderna».

Lei ha ideato il il Commonwealth Fashion Exchange con il quale è arrivata a Buckingham Palace, il palazzo che ospita la Regina Elisabetta. Ci può dire di che cosa si tratta? «Il segretario generale del Commonwealth è una donna, la baronessa Patricia Scotland. Voleva fare qualcosa di speciale per riunire i paesi del sotto un unico ombrello, ha scelto la moda come veicolo per parlare di cose serie. Il concetto di Fashion Exchange, il più grande scambio di moda mai esistito, ha coinvolto designer di 56 paesi del mondo, incluse isolette del Pacifico mai sentite nominare prima. Kate Middleton è diventata madrina dell’evento, ha una grande passione per i tessuti, qualche anno fa aveva visitato tutti i tessutai inglesi».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Grazia del 13/9/2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Isabelle Huppert: «Quella escort sono io».

20 venerdì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Personaggi

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Biancaneve, Cristiana Allievi, Eva, Gaspard Ulliel, interviste illuminanti, Isabelle Huppert, prostituta al cinema, Teodora film

È AL SUO ENNESIMO RUOLO AMBIGUO E SCANDALOSO. TRA POCHI GIORNI ISABELLE HUPPERT SARA’ AL CINEMA PER INTERPRETARE UNA PROSTITUTA CHE FA PERDERE LA TESTA A UN IUOMO MOLTO PIU’ GIOVANE. A GRAZIA CONFIDA DI INTERPRETARE DONNE DIVERSE DA LEI CON IL SOLO USO DELL’ISTINTO. E QUELLA VOGLIA DI OSARE CHE NON L’ABBANDONA MAI

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L’attrice francese Isabelle Huppert, 65 anni, fotografata da Sabine Villard (courtesy of Grazia)

«Mi piacciono l’ambiguità e la complessità senza limiti, le persone che non afferri del tutto e che puoi addirittura scambiare per immaginazioni. Mi piace anche indagare il nostro senso di identità, al di là dei comportamenti che abbiamo. La verità è che non siamo mai sicuri né di chi siamo né di come ci percepiscono gli altri…». Pantaloni neri a sigaretta e pullover rosa cipria, Isabelle Huppert è seduta davanti a me, in un hotel di lusso nel cuore di Berlino. La scusa del nostro incontro è il film Eva, in cui Benoit Jaquot la dirige per la sesta volta e che dopo essere stato presentato all’ultima Berlinale sarà al cinema dal 3 maggio distribuito da Teodora. Non potrei avere argomento di conversazione migliore, visto che nel film Eva è una donna molto misteriosa che diventa l’oggetto del desiderio di Bertrand (Gaspard Ulliel), un ragazzo molto più giovane di lei che afferma di essere uno scrittore. Ma è un’identità che ha rubato e in cui resterà intrappolato, come del resto Eva, che ha una famiglia e allo stesso tempo fa la escort d’alto bordo. «Sono stata più volte una prostituta sullo schermo, e in ognuno di quei film c’è una persona differente dietro. Ricordo per esempio in Silvia oltre il fiume, di Oliver Dahan, ero una donna con i capelli tinti di  biondo, le unghie blu e il rossetto rosa, su tacchi altissimi. In Si salvi chi può, di Jean Luc Godard, ero una donna opposta: senza alcun dettaglio esterno che indicasse la mia professione, a parte l’uniforme, fatta di stivali, minigonna, e modo di fumare. E questa Eva è una prostituta senza maschere, indossa solo una parrucca». Ha girato 150 film, fra cinema e tv, una quindicina dei quali da quando ha vinto il Golden Globe per Elle, di Paul Verhoeven, che le è valso anche la candidatura agli Oscar. 65 anni, fisico molto asciutto nonostante abbia avuto tre figli, Lolita, Lorenzo e Angelo, con Ronald Chammah, è già sul set del prossimo film di Anne Fontaine, una nuova versione di Biancaneve. «Io non sono Biancaneve», butta lì come provocazione, «ma potrei esserlo! Vedrete una versione contemporanea con una sceneggiatura straordinaria». E visto che i contrasti sono il suo forte, ci lasciamo la favola alle spalle e torniamo a Eva, il nuovo adattamento del romanzo di James Hadley Chase già portato sul grande schermo da Joseph Losey nel 1961, con Jeanne Moreau come interprete.

Ha capito perché la donna che interpreta fa la prostituta? «Buona domanda. Benoit aveva bisogno di qualcosa di forte, per far riflettere.  Leggendo la sceneggiatura non ero sicura di chi fosse Eva, se una donna divisa, triste o felice, e questo aspetto mi piace molto. Non si sa nemmeno se è una prostituta occasionale o temporanea, non lo sappiamo e non vogliamo saperlo».

È un film perfetto per questo momento di rivendicazione femminile che stiamo vivendo: Eva ha un uomo molto più giovane di lei, che addirittura la paga, è quasi una nuova icona di indipendenza. «Tutti rileggono il contenuto in quella direzione a causa del momento in cui viviamo. Mi va bene, purché non limiti l’immaginazione degli spettatori».

Cos’ha questa donna di diverso da tutte quelle in cui si è calata fin qui? «È vista attraverso gli occhi di un uomo, e ha svariate facce. Non l’ho percepita come una persona doppia, che significherebbe consapevole e manipolatoria, piuttosto come una donna divisa, quindi una figura fragile».

Questo look dark è molto interessante… «Abbiamo cercato qualcosa che funzionasse, avrei potuto avere anche i capelli biondi, ma per qualche motivo il caschetto nero si è rivelato perfetto».

Temeva il confronto con la  Jeanne Moreau di Il diario di una cameriera, di Luis Bunuel? «Non ho visto il film, non ne ho sentito il bisogno, ma ho sentito dire che ha un contesto molto diverso. A volte le cose accadono, altre no, e forse non volevo esserne influenzata, non volevo copiare qualcosa».

Lei si cura di come la percepiscono gli altri? «No, ma a volte quando  sento la gente dire cose belle su di me mi chiedo se me le merito davvero. Ma poi ci pensano i miei figli a sistemare le cose».

Cosa intende? «Mio figlio mi prende in giro, quando legge belle cose su di me mi guarda con la faccia da spaccone come per dire “mamma, a me no la racconti…”, un gioco che mi diverte molto».

Poco tempo fa ho incontrato sua figlia Lolita, attrice, mi è sembrato che il confronto con lei sia un tema delicato. «Non ama essere scocciata con la fama della madre, lo trovo un fatto comprensibile».

Lei trova più facile confrontarsi con l’ammirazione o con le critiche? «L’ammirazione la gestisci, le critiche devi comprenderle. Ho capito che ci sono cose che le persone faticano a descrivere».

Ad esempio? «Per La pianista, o lo stesso Elle, in cui le protagoniste superano un certo limite, si sono usati aggettivi come “perverso”, o “sadomaso”, che indicano le difficoltà che quei film sollevano nello spettatore. Poi però diventano un successo mondiale, e capisci che se si trattasse solo di perversione la gente non andrebbe a vederli. Insomma, capisco che le persone ne sono toccate, a un certo livello, motivo per cui vado avanti».

(continua…)

Intervista pubblicata su Grazia del 19 Aprile 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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