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~ Interviste illuminanti

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Vincent Cassel: «Non chiedetemi l’impossibile»

26 mercoledì Ago 2015

Posted by Cristiana Allievi in Festival di Cannes, Miti

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Ariel Keliman, Cherau, Cristiana Allievi, Eyes wide Shut, Intimacy, Irreversible, maschi, Mon Roi, Monica Bellucci, Partisan, relazioni di coppia, Vincent Cassel, YSL

DICE CHE L’AMORE VERO NON FINISCE MAI, NEMMENO IL SUO CON LA BELLUCCI. HA IMPARATO SULLA SUA PELLE CHE IN OGNI COPPIA CI SONO SEGRETI INCONFESSABILI E TROPPI COMPROMESSI. E SA CHE SARA’ SEMPRE UN GENITORE IMPERFETTO. VINCENT CASSEL FA IL SUO BILANCIO SENTIMENTALE CON GRAZIA. E SVELA IL SUO UNICO TABU’

L'attore francese Vincent Cassel, 48 anni (courtesy of ohmymag.com)

L’attore francese Vincent Cassel, 48 anni, all’ultimo Festival di Cannes con Mon Roi (courtesy of ohmymag.com)

«Voi donne giudicate gli uomini, dalla mattina alla sera», mi dice. «Spostate di lato lo sguardo e pensate “Guarda questo come mi tratta, crede davvero di essere un macho…”. Adesso il trend è dire che il maschio è manipolatore e narcisista. Ma è tempo di piantarla». Non posso credere di essere nel pieno di una chiacchierata sul rapporto uomo-donna, di quelle che si fanno con le amiche più strette, con l’attore francese più sexy che ci sia. E il bello è che lui, icona del maschio dannato, imprendibile e per questo super seducente, sta demolendo lo stesso mito che rappresenta agli occhi delle donne. Maglietta nera aderente, pantaloni color nocciola in lino, l’attore e produttore 48enne, padre di due figlie, Deva e Leonie, avute dalla ex moglie Monica Bellucci, è un’ondata di elettricità. In Italia lo vedremo in Partisan, nelle sale dal 27 agosto, una sorprendente opera prima dell’australiano Ariel Kleiman, ma la nostra discussione si accende quando gli parlo di Mon Roi, film molto applaudito all’ultimo festival di Cannes che debutterà il 21 ottobre e poi arriverà anche in Italia. È la storia di un amore prima intenso poi distruttivo, in cui Cassel interpreta Giorgio, un seduttore incapace di legami profondi, innamorato solo della propria libertà di prendere e lasciare chi afferma di amare. L’attore riesce a mettere in luce complessità e contraddizioni maschili in cui molti uomini potranno rispecchiarsi, se avranno il coraggio di ammetterlo. Da qui nasce la provocazione con cui inizio l’intervista. Gli chiedo dove finisce Giorgio e dove comincia Vincent? «Noi maschi non siamo sempre attaccati al nostro egoismo. È una malattia diffusa ma non tutti ce l’hanno», dice l’attore. «La verità è che è dura, da uomo, far combaciare chi sei con le tue responsabilità, senza rinnegare te stesso».

Si sta lamentando perché il macho è stato deposto? «Sono felice di essere un uomo, ma i ruoli stanno cambiando, adesso anche le donne hanno le palle, e non so se è una buona notizia… Si comportano sempre più spesso come uomini, ma mi chiedo perché a noi non è permesso comportarci come donne».

Guardando Mon Roi ci si chiede per tutto il tempo chi ha ragione, il marito, che prima si prende tutto poi inizia con le crisi da mancanza di libertà, o la moglie, incapace di resistere al fascino di lui e ai suoi copi di testa… «La coppia è qualcosa di impossibile, o quantomeno diciamo che dipende dal tempo. Mi guardo intorno, quante persone stanno insieme per sempre senza fare enormi compromessi? Più conosci qualcuno, più riveli te stesso all’altra persona. E più sai che ci sono parti dentro di te che sembrano impossibili da ammettere».

Quindi, a un certo punto, l’amore può finire per sempre? «Ho sentito dire dell’amicizia, “chi non è tuo amico oggi, non lo era mai stato nemmeno prima”. Lo stesso vale per l’amore, se hai vissuto anni con qualcuno e poi non gli parli più c’è qualcosa di sbagliato, l’ho sempre pensato: se la persona non ti ama, non ti ha mai amato. Quando ti lasci, la rabbia, la gelosia, tutte queste emozioni possono interferire per un momento, poi devi ammettere che se una donna è stata importante per te, non puoi cambiare un fatto simile».

L’anno scorso ha dichiarato che niente è cambiato tra lei e Monica Bellucci, eccetto il fatto che non siete più sposati. Nel film si separa ma si muove allo stesso modo, come non fosse successo niente… «Oggi sento che non è vero che niente è cambiato. Comunque non credo di essere un’eccezione».

In che senso? «Non credo che i miei problemi di relazione siano diversi da quelli che ha la mia vicina di casa. Cambiano i dettagli, per il resto siamo tutti uguali. Improvvisando, sul set, venivano fuori un mucchio di frasi come “no, per favore, non andartene…”, alla fine della giornata io ed Emmanuelle eravamo esausti. Ma come attore non posso nascondermi, devo permettere all’umanità di affiorare».

Ma sarà più facile recitare cose che si sono vissute sulla pelle… «Innanzitutto recitare è facile, e poi ho 48 anni, e più cresci come persona più sei ricco, dopo aver avuto i miei figli mi è stato più facile recitare con bambini. Per risponderle, i personaggi dei film, i loro problemi e la mia vita personale hanno moltissimo in comune, e allo stesso tempo sono diversissimi».

Il Gregory che interpreta in Partisan è molto difficile da inquadrare. È il mentore di un gruppo di donne e bambini disagiati. Li porta via dalla strada, li protegge ma insegna loro come diventare assassini, in nome di un codice morale distorto. «È decisamente una persona che ce l’ha con il mondo. Ha creato una famiglia ideale con tanti bambini e tante donne, e lui, lì in mezzo come un gallo, è l’unico uomo. Ma il cuore del film riguarda i genitori e il modo in cui passano il proprio sapere ai figli. Anche se lo si fa con amore e con atteggiamento positivo, alla fine si sbaglia comunque. Il film estremizza il concetto, coinvolge i piccoli in temi come l’omicidio e la violenza, ma il racconto riguarda la famiglia e la paternità».

È vero che voleva rifiutare il film? «Quando ho letto la sceneggiatura l’ho trovata una delle cose più interessanti e misteriose che mi sia capitato di vedere, ma le riprese erano in Australia e per me era troppo lontano. Ma ho deciso di scrivere almeno una nota ad Ariel, ha solo 28 anni i suoi corti mi avevano rapito, l’ho ritenuto molto bravo. Lui mi ha risposto che la distanza non era un problema, avremmo trovato una soluzione. E da lì in avanti ci siamo organizzati».

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Cassel nei panni di Gregory in Partisan, esordio alla regia dell’australiano Ariel Kleiman.

Sono sempre progetti che sfuggono agli schemi ad attrarla. «Mi piacciono le esperienze particolari, i registi con uno stile ben definito. E lo stile per me non è una cosa superficiale, riguarda il modo in cui vuoi attirare l’attenzione delle persone invogliandole a guardare quello che fai. Di certo Ariel ha talento».

Lei mostra un’evoluzione, dentro e fuori dallo schermo: si cambia, col tempo? «Credo che nessuno di noi cambi».

Sicuro? «Mi accetto di più, e ho imparato a usare i miei punti di forza. Ma questo non significa che sono cambiato, non sono un’altra persona».

Voi attori francesi sembrate molto bravi a mostrarvi, a livello sia fisico sia emotivo. Ci sono cose che per lei sono tabù? «Ha visto Love di Gaspar Noè, il porno presentato a Cannes? Io e Monica abbiamo parlato con lui, anni fa, prima di girare il film che poi è diventato Irreversible: voleva fare una specie di Eyes Wide Shut con scene di sesso esplicite. Ho declinato subito l’offeta, Monica mi ha detto “perché lo hai fatto? Prima parliamone…”. Abbiamo guardato Intimacy, di Chereau, e altri film sul genere, film veri con scene di sesso. E lì abbiamo capito che era impossibile, non potevamo metterci in una situazione simile, non davanti a una telecamera. È un tabù? Io dico che voglio mantenere un certo tipo di distanza».

Sembra l’unica, considerati i ruoli che ha interpretato. «Ma fa la differenza. Ha visto YSL di Bertrand Brunello? Molti attori del film sono amici, da Louis Garrell a Gaspard Uilleil, amo il film e quando l’ho visto ho detto “viva la Francia!”. Ma davanti a quei baci tra loro, sapendo che non sono gay nella vita reale, mi sono detto “non lo farei”. Da giovane osavo di più, facevo di tutto, crescendo non sento più di fare cose che non mi piacciono».

L’ultima domanda è sul narcisismo: il suo, quello del divo Vincent Cassel.  «Non sono una star ma un attore. Non credo ai divi, sono un bluff. Mi creda, la celebrità è un trucco, un grande trucco nascosto, e molti lo scambiano per magia. E se ti consideri un mago che conosce i trucchi, non puoi pensare di essere una star del cinema. Sono solo un buon venditore. E sono più orgoglioso di questo che di illudermi con la storia della star».

Pubblicato su Grazia del 26/8/2015

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Oliver Stone, «Conosco la forza della rabbia»

15 lunedì Dic 2014

Posted by Cristiana Allievi in Miti

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angelina jolie, cinema, Cristiana Allievi, Icon, Oliver Stone, Oliver Stone; Panorama; politica; The untold history of United States; Michelangelo di Battista;, Panorama

C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano reso un tipo determinato. Il regista simbolo del cinema politico ha accettato di farsi fotografare e di raccontarsi a Cristiana Allievi per Icon, magazine di stile di Panorama, come mai prima d’ora: l’infanzia, i rapporti con i genitori, le radici del suo cinema, la rabbia e l’orgoglio di una generazione di americani.

Oliver Stone

Il regista premio Oscar Oliver Stone

Con gli anni non do più in escandescenze come un tempo, ma m’infurio ancora. D’altronde, non ho certo intenzione di invecchiare scrivendo la mia autobiografia. Continuo a chiedermi il significato delle epoche che ho vissuto. E, soprattutto, se le ho davvero capite. Resta questa, oggi più che mai, la mia priorità».

Figlio di un finanziere repubblicano di Wall Street ebreo e di una parigina, Oliver Stone non si stanca di ripetere che quello che conta, al cinema, è prima di tutto intrattenere. Ma resta un cercatore ossessivo e spietato della verità, un maniaco nello scovare e vagliare fonti per le sue storie. E il ritmo vorticoso di Jfk, i tagli alle interviste di Fidel Castro (Comandante) e ai leader palestinesi (Persona non grata), così come le piste ostinatamente battute dal suo giornalista per raccontare la dittatura militare e l’omicidio di Oscar Romero in America Centrale (Salvador), la dicono lunga sulla sua idea di intrattenimento.
Non conta se i film li ha scritti, come Fuga di mezzanotte, Scarface oConan; se li ha scritti e diretti, da Platoon a Le Belve; o si è semplicemente messo dietro la macchina da presa, come in Ogni maledetta domenica. E non conta neppure se vincono una pioggia di Academy Awards, fanno buchi da milioni di dollari (Alexander) o vengono stroncati prima di nascere, com’ è stato per il biopic su Martin Luther King, bloccato dagli eredi del leader nero spaventati dall’idea che, anziché un’icona retorica, il film raccontasse un uomo in carne e ossa, adultero e lacerato dai conflitti con il suo movimento: Stone aspira sempre a una grandezza di genere immenso. Che non ammette compromessi. C’è chi dice sia una prima donna. Ma è più probabile, invece, che le tre medaglie al valore conquistate in Vietnam lo abbiano convinto una volta per tutte della necessità di dividere il mondo tra chi fa sul serio e chi invece no. Abbandonata l’Università di Yale per arruolarsi nell’esercito, dopo aver scritto un romanzo autobiografico andato malissimo, A child’s night dream, e aver festeggiato tre matrimoni, tre divorzi e la nascita di altrettanti figli, Stone non è certo il tipo da nascondere o vergognarsi di essere finito anche in galera per abuso di droghe e alcol. E quando crede in una storia ci mette sempre la faccia e pure i soldi.

Per il suo progetto più ambizioso di sempre, The untold History of United States, dieci ore di documentario che smontano settant’anni di storia ufficiale americana, ha sborsato di tasca propria un milione di dollari sui cinque necessari. Mentre per il final cut di Alexander, insoddisfatto dei ritmi e dei tempi che la produzione gli aveva imposto, ha deciso unilateralmente di rimettere da cima a fondo le mani sul film.
D’altronde, non si può chiedere a chi ha cambiato per sempre il modo di raccontare la guerra al cinema (vedere alla voce Platoon) di avere un carattere facile. La rabbia di Stone è il motore della sua creazione.

Chi è stato il primo destinatario della sua rabbia?
Mio padre Louis, credo. Quando decisi di partire per il fronte mentre tutti cercavano rinvii. Era un repubblicano conservatore e mi aveva cresciuto nell’upper East Side con il terrore della globalizzazione del potere militare russo e l’odio per il comunismo. Ma non voleva assolutamente che partissi. Come ogni padre, era contro la guerra. E soprattutto riteneva non fosse necessario che ci andassi io, cosa su cui non sono mai stato d’accordo.

Il conflitto a volte rende simili. Che cosa si porta dentro Oliver di Louis?
Mio padre era un uomo onesto, lavorava moltissimo e non ha mai fatto il broker per soldi né ha mai giocato con denaro altrui. Come tanti allora, odiava Roosevelt, perché aveva imposto un mucchio di regole alla borsa e un mare di tasse. Ma chi venne dopo, leader politici come Reagan e Thatcher, fece peggio, spingendo verso ogni sorta di privatizzazione senza preoccuparsi di costruire un vero libero mercato. Una politica che ci ha portato alla follia. Alla fine la finanziaria di mio padre fu divorata da Sandy Weil, l’ex amministratore delegato del gigante della finanza Citigroup: il primo mega banchiere globale, l’uomo che voleva tutto. Mio padre ha finito col pagare commissioni su commissioni. Eppure l’ho visto rimanere leale verso i suoi clienti fino all’ultimo giorno. La borsa allora era un altro mondo. I grossi profitti le banche li reinvestivano nel sociale. Altro che mettersi in tasca il 70 per cento dei guadagni come fa Goldman Sachs.

Non dev’essere stato facile accettare un figlio artista.
Sì, per molto tempo ha pensato fossi solamente un fannullone, e a un certo punto ho iniziato a crederlo anch’io… Ma lo diceva quando avevo 20 anni e non mi ero ancora affermato. Non credeva nel business del cinema, semplicemente. Era qualcosa al di fuori del suo orizzonte, della sua visione limpida ma anche  austera della vita. Prima di morire, però, mi ha detto: “Mi sono sbagliato, questa cosa dei film funzionerà, la gente andrà sempre di più al cinema”. E aveva ragione: negli anni Ottanta l’industria cinematografica letteralmente esplose. E io ero pronto per raccogliere i frutti della mia tenacia. Da giovane ero pieno di tensioni e insicurezze, ma sono state queste le forze che hanno ispirato la mia vita. Il desiderio di fare sempre di più non mi ha ancora lasciato. E credo che in fondo ogni regista faccia quello che fa anche perché si sente insicuro nell’affrontare la vita.

Perché il conflitto, la violenza, è spesso al centro della sua arte?
Corruzione, governi distorti, guerra: li racconto perché sono stati il cuore delle mie esperienze in questo mondo, fin da quando sono nato. Da artista ho cercato di mostrare quello che vedevo come potevo, nel modo più realistico possibile. La violenza è qualcosa che conosco bene. Ma non credo che i miei film siano violenti. Piuttosto fanno vedere gli effetti della violenza. Tutti tranne uno, Assassini nati, dove ho voluto di proposito essere grottesco e far ammazzare 55 persone ai due protagonisti….

La rabbia la spinge a fare certi film piuttosto che altri?
Nel mio caso è diverso, è il genere a cambiare. Quando sono arrabbiatissimo giro un documentario, uso la via diretta per dirlo. Se racconto una storia, invece, è segno che sono più tranquillo.

Sembra capace di sopportare bene gli alti e i bassi. Le ho sentito dire: «A me Nixon piace». Eppure è stato un flop.
La vita è dura, devi guardarla nell’insieme. Alcuni miei film hanno avuto successo, altri no. Dipende da dove tira il vento e se in quel momento hai fortuna o meno. La meditazione mi ha molto influenzato nel modo di vedere le cose, mi ha reso più consapevole, peccato non l’abbia praticata quando ero giovane… Ho iniziato nel 1993, e anche se a volte può essere molto frustrante, se sei regolare diventa un modo di vivere. E poi parte di te.

Oltre a suo padre, chi ha contato per la sua ispirazione?
Mia madre. E anche per me questa è una scoperta recente. Se rivedrà Alexander lo capirà. Quando uscì, nel 2004, mi costrinsero a stare sotto le tre ore e a tempi di lavoro strettissimi. Così, già nel 2007, iniziai a rimetterci mano. La nuova versione che uscirà è quello che avevo in mente. Ho rimesso mano a tutto il girato che avevo e ho proposto un viaggio completamente nuovo, di 3 ore e 26 minuti, nell’anima di un uomo, dalla nascita alla morte. Di un uomo che si è dovuto spingere fino alla fine del mondo per risolvere i conflitti con i suoi genitori.

Sua madre come Olimpia interpretata da Angelina Jolie…
Una donna fortissima, proprio così. I miei genitori lo sono stati entrambi, nonostante le loro incomprensioni. Penso che sia stato un bene, però: se uno dei due fosse stato dominante non ci sarebbe stato quel conflitto, quella frizione interna tra padre e madre, dentro di me, capace di scatenare una battaglia che è diventata il mio motore. Ero figlio unico e, come tutti, ho dovuto sopportare molte più emozioni di quante ne debba gestire normalmente un figlio. Tutto è molto più impegnativo quando sei da solo e la tua famiglia va inesorabilmente in pezzi.

La separazione è dolorosa. Come ha protetto i suoi figli dalla fine dei suoi matrimoni?
Sono stato sposato la prima volta per sette anni, la seconda per tredici e ora lo sono da diciotto (con la coreana Sun-Jung Jung, ndr). In pratica, quindi, è come se fossi sposato da sempre. Sono padre di tre figli, ho avuto i miei alti e bassi e di sicuro sto ancora imparando molto sulle relazioni. Ma cerco di fare del mio meglio per tenere tutto insieme. Nonostante sia stato molto vicino a mio figlio Sean, lo abbia ascoltato e aiutato sempre, ha comunque sofferto molto la fine del mio primo matrimonio. Non ho potuto evitarglielo: lo ammetto.

È un giovane regista, esattamente come lei ai tempi.
È vero, non ha ancora 30 anni e sta cercando il suo primo successo, che io ho avuto proprio alla sua età. Io, però, non avevo contatti in questo settore, mentre Sean è cresciuto circondato dalla regia. Ma non sono sicuro sia un vantaggio, molto sinceramente. È molto pericoloso avere un padre come me: è come bere vino e restarne inebriati. Ed è facile perdersi. Gli auguro il meglio. E anche se non potrò fare carriera al suo posto, vorrei che si convincesse che non mi importa quello che fa, né che cosa diventerà. Per me conta solo l’amore. Quindi, anche se dovesse finire in prigione, come d’altronde è capitato anche a me, sarò lì insieme a lui e lo amerò per come è.

“Nella mia vita c’è stata così tanta follia, ma per fortuna è sempre uscita col lavoro”, ha detto.
Fare film mi ha calmato, rassicurato, ha fatto uscire tutta la rabbia che avevo dentro. Martin Scorsese era il mio professore di cinematografia all’università (tornato dal Vietnam, Stone si è iscritto alla New York University, ndr): era pieno di energia, appassionato. È stato molto importante per me. E un giorno mi ha detto: “Sei stato in Vietnam, sei pieno di rabbia? Mettila nelle tue immagini…”. Con gli anni sono maturato e ho imparato a trasformarla in un’emozione positiva, ma la rabbia serve, anche per cercare la verità che continua a cambiare mentre cresciamo. Così, piano piano, sono maturato e ho trasformato la mia rabbia in qualcosa di positivo e di bello. E se da giovane avevo davanti agli occhi soltanto la guerra, i crimini, la corruzione, la menzogna, ora ho antenne più sottili: adesso sono i rapporti con gli altri al centro della mia attenzione.

Un’ispirazione nuova…
Sarà che sono più vicino alla morte… (scoppia a ridere). Ma vorrei girare qualcosa alla Visconti, qualcosa di simile a Bellissima, per intenderci. Ho sempre trovato straordinaria la passione di quella madre, e la relazione tra padre, madre e figlio mi ha affascinato. E poi adoro la Magnani.

bilde

Stalin, Roosevelt e Churchill in una scena di The untold History of United States di Oliver Stone

In occasione della presentazione della versione per ragazzi del suo Untold History, edita da Atheneum Books e adattata da Susan Campbell Bartoletti, Olive Stone ha dichiarato: «Ho sempre pensato che ai giovani non piaccia la storia insegnata a scuola perché è stata eccessivamente “disneyficata” e resa insignificante dalle scuole americane, con gli Stati Uniti sempre rappresentati come fossero Biancaneve… Nel nostro racconto offriamo una versione più Dr. Jekyll e Mr. Hyde, con la Regina Cattiva che compie parecchie delle malefatte nel mondo. Alla fine ai ragazzi piacciono le storie horror».  (8 dicembre 2014)

 

Oliver stone Alexander

Il regista con la Jolie, interprete del suo Alexander

 

Qui la cover story per Panorama Icon con foto in esclusiva di Michelangelo Di Battista

Marzo 2014 © Riproduzione riservata

John Turturro: «Tutta la vostra grande bellezza»

21 venerdì Nov 2014

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Miti

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cinema, Cristiana Allievi, Gigolò per caso, Italia, John Turturro, Mia Madre, Palermo, Torino

Le chiese di Palermo, i dischi di Napoli, le librerie di Torino: il grande attore e regista italoamericano racconta a Panorama la sua Italia, personalissima segreta

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“Questo Paese è così ricco di storia e di bellezza da rendere maledettamente complessa la scelta di che cosa mostrare in un film”. Padre carpentiere pugliese immigrato a New York, madre cantante jazz di origine siciliana, John Turturro, 57 anni e 60 film alle spalle, è l’italoamericano più amato da Martin Scorsese, da Spike Lee e dai fratelli Coen. L’attore, nato a Brooklyn, ha appena terminato di girare a Roma Mia madre di Nanni Moretti e, per interpretare il suo quinto film da regista, Gigolò per caso, nelle sale italiane dal 17 aprile, si è scelto, guarda caso, l’italico nome di Fioravante.

Quando si lascia andare ai ricordi e alle esperienze tricolori, Turturro finisce per tracciare una personale geografia del cuore, competente e inattesa.  Dove si sente più a casa, nel nostro Paese?
Ho trascorso molto tempo in Sicilia. I ricordi di Palermo, con la sua architettura e il suo cibo da sogno, sono indelebili. In generale mi trovo bene ovunque. L’unica eccezione è stata Como: lì mi sono sentito un estraneo. Di Torino amo la quiete contemplativa, le librerie e anche le montagne che la circondano. Lo trovo un bel contrasto con Napoli, così selvaggia, affollata e ruvida.

Non a caso, nel 2010 lei a Napoli ha dedicato un film documentario musicale come Passione.
Di Napoli adoro tutto: il paesaggio, la povertà, il mare, il vulcano. Nel centro storico ho scovato lo studio in cui sono stati stampati i primi dischi in vinile, il Phonotype recording studio. Proprio lì, dietro l’angolo, c’è la Taverna dell’arte, dove la compagnia del proprietario e oste, don Alfonso, è grande tanto quanto il cibo che serve.

Ha scovato nuovi talenti musicali partenopei?
Antonio Fraioli, compositore e violinista, mi ha spedito il suo ultimo disco e l’ho trovato fantastico. Sono anche diventato fan degli Spakka-Neapolis 55.

Si è mai regalato una vacanza italiana?
Purtroppo no. In maggio mi concederò una full immersion nei luoghi di Fellini per le riprese di Tempo instabile con probabili schiarite, il prossimo film del mio amico Marco Pontecorvo.

Che cosa visita, nei momenti liberi dalle riprese?
Giro per mostre. Ho visto Modigliani e gli artisti di Montparnasse, ma la mostra del Caravaggio a Roma nel 2010 è stata una delle mie preferite di sempre. Sono un suo grande fan. Ho iniziato il film Passione con uno dei suoi dipinti. Vado a vedermi tutte le chiese in cui sono esposte le sue opere.

Ha mai pensato a un film su Caravaggio?
È molto difficile fare un buon lavoro su un pittore: l’unico film in tema che ho apprezzato è stato quello con Ed Harris nei panni di Jackson Pollock (“Pollock” è il titolo della pellicola, ndr).

Come immagina un Caravaggio “alla Turturro”?
Dovrebbe avere un taglio moderno. Caravaggio era un matto, una specie di rapper dei giorni nostri. Per scrivere qualcosa di efficace su un personaggio del genere ci vorrebbe uno stile di scrittura alla Pier Paolo Pasolini. Più ci penso e più mi pare un’idea pericolosa, ma non esistono sfide senza rischi.

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis ad una conferenza stampa di

John Turturro, Sofia Vergara e Vanessa Paradis alla conferenza stampa di “Gigolò per caso”

Intervista pubblicata su Panorama

© Riproduzione Riservata

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