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Christine Angot, «Stuprata da mio papà a 13 anni»

22 giovedì Feb 2024

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, Berlinale, cinema, Cultura, Festival di Berlino, giornalismo, Letteratura, Personaggi

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A family, Berlinale 2024, Christine Angot, donne, Incest, infanzia, interviste illuminanti, regista, sceneggiatrici, scrittrici, strupro

In «A family», Christine Angot esordisce alla regia presentando il suo primo lungometraggio sul trauma subito da adolescente, quando il padre ha iniziato a violentarla

di Cristiana Allievi

La scrittrice, sceneggiatrice e regista francese Christine Angot, 64 anni, esordio alla regia con A family (Berlinale 2024)

Christine Angot è una donna di parola. In tre decadi ha pubblicato una ventina di libri e scritto otto sceneggiature (due per i film di Claire Denis, The Sunshine In e Both Sides Of The Blade).

Con il docufilm A family, la scrittrice francese ha esordito alla regia presentando il suo primo lungometraggio, crudo e scomodo,  alla 74esima Berlinale attualmente in corso.

E mentre scorrono le immagini lo spettatore inizia a individuare, fra fiumi di parole, quelle che non sono mai state pronunciate in un momento molto drammatico della vita della scrittrice sessantaquattrenne.

Il cuore del film è infatti il trauma subito all’età di 13 anni, quando il padre ha iniziato a violentarla, un abuso che è continuato nei weekend e durante le vacanze. È un tema che Angot aveva già menzionato in Incesto, del 1999, e in An Impossible Love  (adattato e diventato anche un film di Catherine Corsini). Ma è stato Un voyage dans l’Est, che ha vinto il Prix Medicis nel 2021, a marcare una differenza netta: Angot è diventata esplicita e ha coinvolto le persone di famiglia che sapevano dell’abuso e che non sono riuscite ad impedirlo. A family mette al centro proprio loro, in un viaggio in giro per la Francia in cui Christine cerca risposte. Lo fa portandosi dietro una macchina da presa che diventa un’arma con una doppia funzione, quella di testimone e di difensore.

Il film apre con una scena in cui, arrivando a Strasburgo per presentare il suo libro, entra a forza in casa della sua matrigna con la direttrice della fotografia Caroline Champetier. Poi si vede la casa in cui ha vissuto suo padre, morto dopo essersi ammalato di Alzheimer, quindi arrivano gli incontri con la madre e l’ex marito. Angot ha bisogno di sentirsi dire dai membri della sua famiglia allargata, che avrebbero dovuto proteggerla, perché non ci sono stati. Con il risultato scontato, nel caso di chi ha subito un abuso, di trasferire lo stesso shock e congelamento nelle persone che incontra, essendo lei stessa in quello stato. Sullo schermo si vede quindi il rifiuto da parte degli interpellati ad andare in profondità nell’analisi dell’accaduto, l’unica che riesce da esprimersi attraverso la rabbia è la figlia, Leonore. È lei che trova le parole per rompere il senso di solitudine e di isolamento della madre, fino a quel momento trasferiti anche sullo spettatore.

Abbiamo incontrato la regista a Berlino, poche ore dopo la proiezione in anteprima mondiale di A family.  

Ha incontrato suo padre per la prima volta a 13 anni, perché? «Quando sono nata, le coppie non sposate quasi non esistevano. Sono cresciuta da sola, con mia madre, che all’epoca era incinta e senza un marito, una vergogna, soprattutto nella provincia francese. Ma la mia nascita non è stata accidentale, i miei hanno deciso di avermi. Mia madre è ebrea e aveva un senso di superiorità data dal fatto di parlare molte lingue. Lavorava in un ufficio, ed era ebrea, e i miei si amavano».

E volevano un figlio. «Ma lui (il padre, ndr) ha sempre detto che non si sarebbe mai sposato, e all’epoca sposarsi era l’unica cosa da fare quando incontravi qualcuno. Così ha detto che avrebbe voluto fortemente un figlio da lei ma che non l’avrebbe sposata, infatti se n’è andato. Queste persone hanno idee molto chiare, sempre».

Quindi è cresciuta senza un padre? «Ero l’unica nella mia scuola, ma ho amato molto mia madre ed ero una bambina molto felice, studiavo ed ero piena di vita. Il mio nome era Christine Shwartz e sul mio certificato di famiglia non avevo un padre. Per la sua rispettabilità mia madre avrebbe voluto che mio padre mi riconoscesse, e quando la legge è cambiata ed è diventato possibile riconoscere un figlio anche dopo molto tempo, ha chiesto a mio padre di farlo. Si sono incontrati e in quel contesto lei ha organizzato il mio viaggio a Strasburgo per incontrarlo».

Non una buona idea… «All’epoca ero molto appassionata di lingue straniere. Quando ho iniziato a scrivere questa passione è svanita, e ho capito che la mia passione per le lingue era in realtà passione per “la” lingua».

Quando ha incontrato suo padre per la prima volta, si ricorda in che stato era? «Di grande ammirazione, avevo molte domande da fargli, sulle lingue, sugli accenti, su come avrebbe pronunciato questa e quell’altra parola… Credo che attraverso quel punto, la mia folle ammirazione per le lingue, lui ha potuto approfittare di me».

Prima di girare A family ha fatto terapia o ha usato il film come cura? «Nessuno può essere guarito girando un film, non credo. E credo più nella psicanalisi che nella terapia, l’ho iniziata quando la mia vita è diventata impossibile».

Quando? «A 23 anni non ero più in grado di vivere. Non potevo studiare, non riuscivo a mangiare né ad andare a fare la spesa, si è fermato tutto. Dopo aver provato tutto, persino l’agopuntura, ho deciso di rivolgermi a uno psicanalista».

Parlare con sua madre era impensabile? «Con quali parole? Avrei voluto farlo, ma non ho trovato né le parole giuste né il momento giusto. Non si formavano le frasi nella mia bocca».

Il film mostra momenti di violenza verbale negli incontri con i media di anni fa. Oggi il contesto del #metoo ha cambiato l’atmosfera? «C’è una diversa situazione globale, certo. Ma ho scritto Un voyage dans l’Est perché ho capito che quando vivi un’esperienza come l’incesto, l’umiliazione è il modo di trattarti, anno dopo anno. E quando scrivi romanzi, ogni volta che potranno ti umilieranno».

Ridicolizzare è un’altra strategia sociale? « C’è la società, è vero, ma c’è anche un crimine. Non ne avevo mai parlato, non volevo, l’ho rifiutato, volevo parlare della vergogna del primo giorno in cui incontri tuo padre e lui ti bacia sulla bocca. E il giorno dopo, quando non puoi raccontarlo a tua madre, e ti vergogni, come ti vergogni quando torni e dici alla tua migliore amica che tuo padre è così speciale e parla così tante lingue…».

Quella vergogna la abita tutt’oggi? «Quando ho iniziato a scrivere il libro, e poi ho chiesto a Caroline di prendere una videocamera e venire con me, la vergogna non c’era più. Dopo otto libri, ho usato un titolo come  L’incesto, ma non c’era ancora quello che era davvero successo: è stato con  Un voyage dans l’Est che è uscito veramente tutto».

In Francia quando si parla di abuso di donne sembra esserci  una sorta di negazionismo, penso alla lettera di Carla Bruni, Carol Bouquet e altre donne in difesa di Gerard Depardieu, e a quella di Catherine Deneuve e di Catherine Breillat che cercavano di reagire allo stile radicale con cui l’America ha impostato il #metoo. «Abbiamo una brutta tradizione nel firmare lettere, noi francesi».  

Jean-Paul Sartre negli anni Settanta ne firmò una con cui si schierava a favore dei rapporti consenzienti fra adulti e minori di 15 anni…  «Sembra una tradizione, forse in Francia c’è questa idea di dover dire quello che si pensa, di dover spiegare… E forse temi come amore e sesso beneficerebbero di una certa extraterritorialità, per trovare una visione lucida».

Quando dice “mi dispiace per quello che ti è successo”, sua figlia diventa la chiave di volta del film. Erano le parole che aspettava da tempo? «Quando Lenore ha detto quella frase eravamo a Nizza. Subito dopo sono tornata a Parigi per il montaggio, e per me è stato ovvio che sarebbe stata quella fine del film. Lei ha gettato una luce su tutto, un evento in cui non speravo più».

È stata come una guarigione attraverso le parole, a lei così care? «Non avevo aspettative sul fatto che qualcuno potesse dire una frase così semplice, così diversa dal “ti compatisco…” che la potrebbe dire una gran dama e che denota un senso di superiorità. “Mi spiace per te” denota il fatto di aver capito che fare un’esperienza come quella che ho fatto io è davvero molto triste. E questo è il cuore della faccenda».

Intervista Sette Corriere della Sera pubblicata il 20 Febbraio 2024

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Juliette Binoche: «Sul set ho ritrovato il mio ex compagno. Ho capito che l’amore resta»

09 venerdì Feb 2024

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, Cannes, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Moda & cinema, Personaggi

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Benoit Magimel, Coco Chanel, Cristiana Allievi, cucina, Dodin Bouffant, Il gusto delle cose, interviste illuminanti, Juliette Binoche, The new look

L’attrice francese sarà una cuoca dell’800 nel film con Benoît Magimel, padre di sua figlia. E da mercoledì è Coco Chanel in televisione. «Due donne che mi piacciono: hanno bisogno di libertà e di eccellere in ciò che fanno»

di Cristiana Allievi

Juliette Binoche e Benoit Magimel in Il gusto delle cose, al cinema dalla primavera 2024.

Qualcuno potrebbe dire che gli ottimisti contemporanei sono naive. Ma c’è una categoria speciale, che Antonio Gramsci ha definito “ottimisti per volontà”, a questa appartiene Juliette Binoche. Riesce a irradiare luce anche in un pomeriggio parigino dal colore plumbeo, con la colonnina di mercurio scivolata sotto lo zero. Ed è difficile credere che il prossimo 9 marzo compirà 60 anni, non si direbbe nemmeno da vicino. «Ogni domenica vado al mercato biologico, un rito che si ripete da dal 1991», racconta quasi a rispondere a questo pensiero inespresso. «Da quando ho avuto i miei figli ho voluto che mangiassero cibo fresco e organico. Andavo a cercarlo ovunque, a Parigi e dove ci portavano i nostri viaggi, e non è sempre facile trovarlo». Il motivo del nostro incontro è il film Il gusto delle cose di Tran Anh Hung, in Concorso all’ultimo festival di Cannes e al cinema in primavera. Siamo alla fine dell’Ottocento, Binoche è Eugenie e cucina da vent’anni per il gourmet Dodin Bouffant (Benoit Magimel). La loro collaborazione si è trasformata in amore, ma Eugenie ama la libertà e il proprio lavoro, e non ha mai voluto sposarsi. Caratteristiche, le sue, che rimandano a un’altra donna forte e indipendente che interpreterà dal 14 febbraio in The New Look (Apple tv) di Todd A. Kessler, una delle serie più attese della prossima stagione. Racconta l’ascesa di Christian Dior che metterà in crisi il regno creato da Coco Chanel (Binoche) in coincidenza con l’occupazione nazista di Parigi  durante la Seconda guerra mondiale. Eugenie e Coco sono due donne agli antipodi, la prima è spesso ai

fornelli e veste un look morbido, colorato e romantico, mentre la seconda è decorata da cascate di perle e indossa solo il rigoroso bianco e nero. Non bastassero queste oscillazioni, durante la conversazione scopro che l’icona di Krzysztof Kieślowski si sta misurando anche a un altro livello: è passata infatti dietro la macchina da presa, e a breve esordirà come regista di un cortometraggio.

Iniziamo da The New Look: l’aspetto più importante intorno a cui ha costruito la sua performance? «Coco è una donna molto appassionata e dopo 15 anni di assenza torna alla moda per imporre la sua visione creativa. Lo fa per salvare la couture francese che secondo lei Dior ha rovinato. Questo confronto implica anche i diversi background,  perché Chanel viene da una famiglia molto povera, mentre Dior è cresciuto in un conteso borghese».

Il “nuovo look” a cui allude il titolo è quello che Coco trova detestabile.  «Trova “illogiche” quelle cinture in vita, i reggiseni imbottiti, le gonne pesanti e le giacche rigide».

Ci sono somiglianze fra Coco e la Eugenie di Il gusto delle cose? «Almeno due, l’eccellere in quello che fanno e il bisogno di libertà,  il non volersi sposare e restare imbrigliate in ruoli morali sociali. In realtà non è del tutto così, è più complesso. Chanel avrebbe voluto sposarsi con Boy Capel, ma lui le ha preferito un’aristocratica, fatto che l’ha ferita profondamente. Quando poi stava per sposarsi con Paul Iribe, prima della Seconda guerra mondiale, è morto d’infarto davanti ai suoi occhi, mentre Capel ha poi perso la vita in un incidente stradale».

(…continua)

Intervista integrale pubblicata su Sette Corriere della Sera – 9 febbraio 2024

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Vincent Cassel: «Ma prima vengono le mie figlie»

19 venerdì Gen 2024

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Personaggi

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Athos, Brasile, David Cronenberg, Deva, Eva Green, interviste illuminanti, Milady, Monica Bellucci, Moschettieri, Narah Baptista, Parigi, Vincent Cassel

Attore, Sex symbol, Vincent Cassel da sempre ha accanto partner bellissime (a cominciare da Monica Bellucci). Al cinema sarà il moschettiere Athos, però il ruolo a cui tiene di più è quello di padre. E qui ci racconta perché

di Cristiana Allievi

Capelli cortissimi, è vestito di nero. Fuma una sigaretta elettronica e risponde in modo calmo.  Nella conversazione c’è una parola che ricorre spesso, è responsabilità. Fino a qualche anno fa il mantra di Vincent Cassel era “libertà”. 57 anni, l’attore e produttore francese è padre di tre figlie, e questo non è un dettaglio. Deva e Léonie, 19 e 13 anni, sono nate dal matrimonio con Monica Bellucci, durato 15 anni. La terza figlia, Amazonie, 4 anni, l’ha avuta con la seconda moglie Tina Kunakey, modella nota in Francia da cui si è separato la scorsa primavera, dopo un’unione consacrata da copertine di giornali e campagne pubblicitarie. Qualche mese dopo, con un post sul profilo Instagram è stata ufficializzata la nuova compagna, la modella Narah Baptista: due i segni distintivi, la spiccata somiglianza con Tina e gli stessi 30 anni di meno rispetto a Vincent. Ma si sbaglia, chi vede Cassel semplicemente come un uomo di mezza età che cede all’amore giovane. L’attore francese è appassionato di sport, è un padre molto presente e un artista con quarant’anni di esperienza ancora molto ricercato.  I suoi hanno divorziato quando aveva 14 anni, la madre è la giornalista Sabine Litique, il padre Jean Pierre, attore, è mancato qualche anno fa. «Oggi mi fa sorridere vedere che gli assomiglio ancora più di anni fa. Se ho temuto il confronto? Sì e no. La famiglia è una cosa complicata, non la scegli tu ed è qualcosa da cui non puoi scappare».

Dal 14 febbraio sarà al cinema con I tre moschettieri – Milady, colossale adattamento cinematografico del classico della letteratura francese di Alexandre Dumas. In questo sequel di Martin Bourboulon i moschettieri sono sfidati dall’amore in modi diversi. Al centro, la figura di Milady  de Winter (Eva Green) e i suoi intrighi di corte. Cassel interpreta Athos, un ex giovane romantico che si è sentito tradito ed è diventato il fantasma di se stesso.

Athos è un personaggio  scuro, cosa ci ha messo di sè? «Qualcosa di me c’è di sicuro, ma a dire  la verità la prima cosa che ho pensato è di essere troppo vecchio per interpretarlo. Invece di cercare di sembrare più giovane, però, ho cavalcato la mia natura. Ho lavorato con l’immagine di un vecchio lupo grigio, sia per i costumi sia per le acconciature».

Cosa intende dire? «Sono l’unico dei tre moschettieri ad avere i capelli lunghi, segno della nobiltà dell’epoca. E invece che metterla sul combattimento fisico, ho prediletto l’uso della strategia, questo ha cambiato anche la dinamica fra me e D’Artagnan, che proteggo come un padre perché in lui vedo l’uomo che sono stato e che non sarò più».

Lei non da l’idea di essere altrettanto tormentato, nella vita. «Lo sono eccome, ma tendo a non indulgere in quella direzione. Sono un tipo più solare, mi piace pensare di essere sempre in grado di tirarmi fuori dalle situazioni difficili, nonostante i limiti da essere umano».

Quando la vita la mette in ginocchio come si rialza? «Mi prendo cura di me, cerco di pensare positivamente. Ho la tendenza a tornare al corpo, con lo yoga, la meditazione e il surf. E poi con la maturità ho imparato un altro trucco».

(continua…)

Intervista di copertina per il settimanale Oggi del 25.1.2024

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«Non so chi sono, ma ti amo».

13 mercoledì Dic 2023

Posted by Cristiana Allievi in Berlinale, cinema, Cultura, Sundance, Zurigo Film Festival

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Augusto Gongora, Cile, interviste illuminanti, Maite Alberdi, Oggi settimanale, Paulina Urrutia, Pinochet. alzheimer, The eternal memory

UN GIORNALISTA CON L’ALZHEIMER. UNA MOGLIE CHE NON LO LASCIA AI SOLO. E UNA REGISTA, MAITE ALBERDI, CHE VIVE PER 5 ANNI CON LA COPPIA FILMANDO TUTTO. NE È NATO UN DOCUFILM STRAORDINARIO, CON UNA LEZIONE PER TUTTI: LA MEMORIA EMOTIVA E PIU’ RESISTENTE DELLE INFORMAZIONI PERDUTE. COME FANNO CAPIRE LE ULTIME PAROLE DI AUGUSTO

Di Cristiana Allievi

È notte. In un’atmosfera ovattata un uomo e una donna sono nel letto di casa. Si fa giorno, e pian piano si entra nella vita quotidiana. La donna fa molte domande. L’uomo a volte sa rispondere altre no. The eternal memory  è lo struggente docufilm della regista candidata all’Oscar Matie Alberdi con al centro la storia d’amore di due persone affatto ordinarie. Lui è Augusto Góngora, giornalista, documentarista e conduttore televisivo cileno che durante la dittatura ha raccontato ciò che i media tradizionali tacevano. Con il ritorno della democrazia è diventato responsabile di tutti i programmi culturali di Televisión Nacional de Chile, la principale emittente pubblica cilena. Lei è Paulina Urrutia, 17 anni più giovane, attrice, attivista e politica che ha ricoperto anche il ruolo di Ministro della cultura dal 2006 al 2010. Hanno vissuto 25 anni insieme. Quando ad Augusto è stato diagnosticato il morbo di Alzheimer, la loro vita è stata stravolta. Hanno deciso di farsi riprendere e ne è nata un’opera molto commuovente: dopo aver vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance, è passata dalla Berlinale al Zurigo Film Festival, dove abbiamo incontrato la sua autrice (e produttrice, insieme a Pablo Larrain). The eternal memory sarà nelle sale dal 7 dicembre.

(continua…)

Intervista pubblicata su Oggi del 14.12.2023

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Sigourney Weaver: «Perchè con me non ci provano proprio»

02 sabato Dic 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Alien, Attrici, Avatar, Cristiana Allievi, donne, Hollywood, Il maestro giardiniere, interviste illuminanti, molestie sessuali, Oggi, Paul Schrader, Sigourney Weaver, Una donna in Carriera

IL SUO METRO E OTTANTA l’HA PENALIZZATA FINCHE’ RIDLEY SCOTT NON L’hA RESA L’EROINA DI ALIEN. MA l’HA ANCHE AIUTATA A TENERE LONTANI I MOLESTATORI. ORA, A 74 ANNI, INTERPRETA UNA RICCA ARISTOCRATICA CATTIVA E DOMINATRICE. MA LEI È TUTTO IL CONTRARIO, COME SVELA IN QUESTA INTERVISTA

di Cristiana Allievi

Con Sigourney Weaver non puoi non parlare di statura. Perché il metro e ottanta di altezza che la contraddistingue è lo spartiacque della sua vita. Americana, studi a Standford, ha capito presto che il suo destino era altrove. Passata  a Yale a frequentare un corso di recitazione, i professori la guardavano male per la sua stazza, lasciandole parti da prostituta o da ragazzo. Finché Ridley Scott l’ha immaginata diversamente, e con la Ellen Ripley della saga di Alien ha cambiato la storia del cinema: ha fatto di lei una nuova eroina, una traslazione dell’eroe maschile che aveva dominato fino a lì. Il personaggio fu così iconico che Sigourney conquistò una candidatura agli Oscar come miglior attrice, e da lì in poi Sigourney- all’anagrafe Susan Alexandra- ci ha regalato solo donne forti, dirette, piene di carisma. Nel crime thriller di Paul Schrader in uscita il 14 dicembre, Il maestro giardiniere, è Norma, una signora ricca e rigida dell’America razzista (e contemporanea) del Sud. Potrebbe definirsi una cattiva, in realtà è una proprietaria terriera che incarna il ruolo alla vecchia maniera maschile. Domina  il suo giardiniere Narvel, anche sessualmente, ma quando arriva la nipote di lei, Maya, gli equilibri cambiano.

Con Norma è una dominatrice, una donna che usa il suo giardiniere come toy boy. Come si è sentita in quei panni? «Non sa quante volte mi hanno proposto di fare la ricca  aristocratica cattiva e dominatrice, un ruolo rischioso da giocarsi, che evito perché carico di clichè. Ma Paul Schrader (regista, fra gli altri, di American Gigolò e lo sceneggiatore di Taxi Driver e Toro scatenato, ndr) ha creato una persona reale».

Come la descriverebbe? «Una donna con grandi sentimenti, difficili da controllare. Ho creduto nel suo desiderio di rappresentare una figura maschile per sua nipote, e di volerla salvare per amore».

La memoria è volata a Una donna in carriera,  film iconico anni Ottanta in cui lei ha raccontato la competizione fra donne per un uomo. Qual è la differenza? «All’epoca la commedia vedeva due colleghe della stessa età. Catherine era old fashion e molto privilegiata, una persona scaltra e meno etica della collega, meno abbiente, che veniva da Staten Island.  Il maestro giardiniere mette a confronto una giovane donna con una donna matura, è una storia di sopravvivenza in un triangolo amoroso drammatico».

E anche una storia antica, la donna più matura che perde l’uomo che si innamora di una più giovane… «Sarà anche una vecchia storia, ma è una situazione molto reale, come il modo in cui reagisce: Norma ha il cuore a pezzi e lascia uscire l’animale che ha dentro».

Una madre inglese come la sua, ha aiutato indirettamente a interpretare donne fredde? «Mia madre ci ha cresciuti facendoci credere che quello che sentivamo non era importante. È il modo inglese, e in un certo senso lo ammiro, ma sono dovuta andare oltre… Invidio voi italiani perché vi vedo più in contatto con le vostre emozioni».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Oggi del 7/12/2023

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Ecco come sono i film di Venezia 80

03 domenica Set 2023

Posted by Cristiana Allievi in Academy Awards, arte, Attulità, cinema, Cultura, giornalismo, Miti, Moda & cinema, Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Personaggi

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Bastarden, Bradley Cooper, Comandante, DAvid Fincher, Dogman, donne, Ferrari, interviste illuminanti, Maestro, The Killer, Venezia 80

Superato il giro di boa è il momento di raccontare il meglio visto fino a qui sui film in Concorso, mentre mancano ancora film importanti

di Cristiana Allievi

COMANDANTE  di Edoardo De Angelis racconta l’impresa del Comandante della Marina militare Salvatore Todero (Favino), un uomo dall’intelligenza umana, prima ancora che strategica. È un racconto poetico che non rinuncia a intuizioni “zen” e a sottigliezze psicologiche. Nonostante siamo in guerra, nel 1943, e si spari alle persone, queste non smettono mai di essere viste e trattate come tali. Todero ha un modo estremamente creativo di  tenere alto l’umore e la fiducia dei suoi soldati, e lo fa con personalissimi stratagemmi come le patatine fritte (con lo strutto) e la recita dei nomi dei piatti di tutta Italia come fossero un mantra, quando il cibo finisce e nelle ciotole della truppa viene versata solo acqua. Raccontare un uomo che ha salvato in modo geniale un intero equipaggio belga mettendo comunque a rischio la propria vita e quella dei suoi uomini porta una gran bella luce sul nostro paese (va anche detto che il comandante, di quello che pensavano i fascisti delle sue decisioni, se ne infischiava). Certo, potevano risparmiarci il mandolino, clichè che molti italiani vorrebbero scrollarsi di dosso quando viaggiano nel mondo,  e questa è una scelta di sceneggiatura che resta un mistero. Però come altri film italiani di questa edizione veneziana, Comandante è caratterizzato da uno sforzo produttivo notevole e visibile, per cui si esce dalla sala con la sensazione di aver visto un film più competitivo a livello internazionale (Le Monde gli ha dato tre stelle e mezzo, per dire).

DOGMAN di Luc Besson racconta una storia familiare molto dolorosa con toni a metà tra la favola nera e l’horror. Il film apre con il motto “Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane”, e qui ce ne sono ben 100, dettaglio da cui si evince che la storia del personaggio principale è piuttosto dolorosa. A interpretarla un Caleb Laundry Jones in stato di grazia, e forse anche di Coppa Volpi. Però per quanto Besson sia chiaramente tornato ad alti livelli e gestisca la regia in modo perfetto, questo film dal cuore tenero a mio parere è carico di un eccesso emotivo dall’effetto boomerang.

FERRARI di Michael Mann è un ritratto senza sconti del commendatore  Enzo Ferrari (Adam Driver) e intreccia le vicende personali del manager a quelle delle corse della rossa fiammante. Siamo negli anni Cinquanta, a Modena, e la sceneggiatura si ispira al romanzo Enzo Ferrari: The Man and The Machine di Brock Yates, raccontando un uomo diviso fra la moglie Laura (l’ottima Penelope Cruz) e l’amante Lina Lardi (Shailene Woodley), con cui il commendatore ha un figlio non riconosciuto. Non è sereno nelle scelte aziendali, ma tira comunque dritto per la sua strada, nonostante dentro di lui lavori anche il dolore per il figlio morto, Dino. Riesce ad attirare l’attenzione della Fiat e a far rifluire denaro nelle casse vuote di Maranello, mette in riga i suoi piloti, batte la Maserati ed esce (vivo) dalle accuse per la morte di dodici persone a bordo strada durante la corsa Mille Miglia. Tutto accade nell’estate del 1957, un breve lasso di tempo che basta a farci innamorare dell’Emilia Romagna e dell’Italia intera.

BASTARDEN di Nikolaj Arcel è una storia tratta dal romanzo Kaptajnen og Ann Barbara di Ida Jessen che ruota intorno alla Danimarca e a un cocciuto capitano ostinato a coltivare la terra a patate  nonostante il terreno sia sterile e da bonificare e i nobili della zona lo vogliano lontano dalle loro proprietà, o morto, in alternativa.  Il re danese Nicola V, ubriaco e distratto, ha lo stesso desiderio spinto dal voler incassare tasse. Il film di Nikolaj Arcel ci trasporta nel Settecento con una fotografia e costumi magnifici. Ottima l’interpretazione di Mads Mikkelsen, ostinato nel voler ottenere anche un titolo nobiliare, idea che sarà messa a dura prova dalla presenza dalla ex cameriera di un perfido proprietario terriero.

Maestro. (L to R) Carey Mulligan as Felicia Montealegre and Bradley Cooper as Leonard Bernstein (Director/Writer) in Maestro. Cr. Jason McDonald/Netflix © 2023.

MAESTRO di Bradley Cooper è il film che ci racconta il genio di Leonard Bernstein con un taglio molto preciso, ovvero la relazione fra il compositore, musicista e direttore d’orchestra con la moglie Montealegre, interpretata da Carey Mulligan. Uno sforzo immenso, quello di Cooper nel doppio ruolo davanti e dietro la macchina da presa, con tanto di scrittura della sceneggiatura a quattro mani con Josh Singer. Stupenda è la ricostruzione degli ambienti dell’epoca, che contribuisce alla realizzazione dell’intento principale: rendere omaggio al grande cuore di questo artista di origini ebraiche, di cui contattiamo la complessa personalità. Cooper è uno a cui stare attenti perché ama schiacciare il piede sull’acceleratore delle emozioni e lasciare lo spettatore stordito (vedi alla voce A star is born), ma in questo film alza talmente l’asticella da riuscire a portarci con lui nel suo entusiasmo. E si capisce ancora di più questo lavoro mastodontico quando alla fine del film, insieme ai nomi dei produttori Spielberg e Scorsese, scorrono straordinarie immagini di repertorio del vero Bernstein: nel confronto diretto con il suo protagonista in carne ed ossa si comprende ancora di più la bravura dell’attore e regista. Bernstein è presente soprattutto grazie alla sua musica, ma il film vuole raccontarci altro, di lui, e riesce a dilaniare chi lo guarda, così diviso fra i sentimenti per una famiglia con tre figli, da una parte,  e gli uomini che ama dall’altra.  Cooper e Mulligan ci regalano due interpretazioni febbrili e da applausi, altro che protesi eccessive al naso (di lui).

The Killer. Michael Fassbender as an assassin in The Killer. Cr. Netflix ©2023.

THE KILLER di David Fincher, segna il grande ritorno di Michael Fassbender in una forma strepitosa. Si vede che ha fatto molto yoga e questo lo aiuta ad essere distaccato e glaciale come il sicario in cui sparisce. Un monologo fuori campo ci spiega tutto su cosa fa un professionista in attesa che arrivi la sua vittima, come tiene la mente allerta, come deve anticipare le mosse e non fidarsi di nessuno, come non debba nè esitare né improvvisare, e soprattutto mai empatizzare con la sua vittima. Ma la prima volta che un incidente lo fa fallire gli costa cara, la fidanzata a Santo Domingo finisce in terapia intensiva e lui inizia un cammino di silenziosa risalita che lo porterà fino al suo collega traditore. Affascinante l’archivio di passaporti imbustati, targhe false impilate, cartelli stradali per inscenare ogni professione che può essere necessaria (anche lo spazzino) per avvicinare la preda: sono tutti arnesi del perfetto killer contemporaneo. Affascinante anche l’occhio vitreo di Michael, che si ispira al fumetto originario. Sembra dare segni di cedimento solo alla fine, davanti a un’indimenticabile scambio con Tilda Swinton. Ma è solo una manovra diversiva.

LA BETE di Bertrand Bonello ci racconta un mondo del futuro dominato dall’Intelligenza Artificiale in cui, se le emozioni non sono in perfetto equilibrio, non è consentito trovare un impiego interessante. C’è una via per liberarsi da questo pericolo emotivo, si chiama purificazione, e consiste nell’indossare una tuta e immergersi in un liquido che ripulisce il dna dai traumi accumulati in diverse vite. Così vediamo una splendida Lea Seydoux attraversate tre epoche, spesso immortalata da primi piani, e mentre cambiano costumi e situazioni accanto a lei resta l’uomo che ama e che rappresenta l’amore, l’altrettanto bravo George MacKay (avrebbe dovuto esserci Gaspard Ulliel al suo posto, morto lo scorso anno).

Un’altra sfaccettatura della ricerca al femminile, così come accade nel film che descrivo sotto.

Kathryn Hunter and Emma Stone in POOR THINGS. Photo by Yorgos Lanthimos. Courtesy of Searchlight Pictures. © 2023 20th Century Studios All Rights Reserved.

POVERE CREATURE di Yogor Lanthimos, film candidato alla vittoria del Leone d’Oro, ha una trama tratta dal libro omonimo secondo cui Bella Baxter (Emma Stone) è una donna che vive segregata in casa con un pezzo di corpo che le è stato “installato”. Si scoprirà presto che è il cervello del neonato di cui era incinta quando è morta, e che a trapiantarlo nel suo corpo è stato un dottore che ricorda Frankenstein (Willem Dafoe). Bella scappa di casa, si ribella, scopre il sesso e i suoi piaceri (con Mark Ruffalo), e in questa nuova versione di se stessa rende chi incontra dipendente da lei. Una sofisticata e nuova apertura sul mondo femminile, una sorprendente e accelerata evoluzione di Barbie, per citare il film che ha fatto resuscitare i botteghini di questa strana estate di grandi incassi e clamorose mancanze al Lido, giustificate dallo sciopero a Hollywood.

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Maiwenn: «Io, l’amore e Johnny Depp»

25 venerdì Ago 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, Cannes, Cultura, Miti

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Cannes 2023, corte, cortigiane, Cristiana Allievi, donne, interviste illuminanti, Jeanne du Barry, Johnny Depp, La favorita del re, Luigi XV, Maiwenn

UNA REGISTA IMPEGNATA (E FEMMINISTA). UN DIVO SCAPESTRATO (E DENUNCIATO DALLA MOGLIE). LA SCANDALOSA RELAZIONE FRA LUIGI XV E JEANNE DU BARRY. IN LA FAVORITA DEL RE NON POTEVA ESSERCI MIX PIU’ ESPLOSIVO. «COME IL SENTIMENTO CHE CI TIENE IN VITA, E CHE OGNI TANTO CE LA ROVINA».

di Cristiana Allievi

La regista e attrice Maiwenn in una scena del suo ultimo film, La favorita del re (courtesy Why not productions)

Attraverso le lenti fumè  intravedo gli occhi azzurrissimi. Ho intervistato almeno altre tre volte Maiwenn, attrice, sceneggiatrice e regista fra le più impegnate del cinema francese. Ma oggi mi riserva una sorpresa: niente inglese, si parla solo nella sua lingua madre. Immagino sia “colpa” di Johnny Depp: dopo settimane a dirigerlo sul set in Jeanne du Barry – La favorita del re, non senza attriti, vorrà limitare i rischi di fraintendimenti. Anche perché, come mi confesserà più tardi, le interviste la mettono a disagio. Il suo film sarà nelle sale il 30 agosto, è il sesto lungometraggio che dirige (ha aperto l’ultimo Festival di Cannes). Per sette lunghi anni è stata ossessionata dalla storia di Jeanne du Barry, una giovane dalle origini umili che grazie al suo fascino e alla sua intelligenza sale i gradini della scala sociale fino in cima, dove ad attenderla c’è il re Luigi XV. Ignaro del fatto che sia una cortigiana, se ne innamora perdutamente, ricambiato, e la porta a vivere a Versailles, creando uno scandalo in piena regola. Il sovrano è, come avrete capito, Johnny Depp, mentre Maiwenn, che da tempo non usa il cognome, LeBesco, a causa dei rapporti difficili con la famiglia,  ha tenuto il ruolo della favorita per sé.

Come mai ha impiegato tanto per realizzare il film?

«La scrittura della sceneggiatura è stata lunga, serviva un punto di vista interessante. I finanziamenti sono arrivati lentamente, e in mezzo c’è stato anche il Covid. Ci sono stati momenti in cui ho perso la speranza e la pazienza, ma questo tempo è stato necessario, mi ha spinta a giustificare le mie scelte e a fare riflessioni profonde».

La sensazione di essere illegittima, di tradire le proprie origini, di Jeanne Du Barry: perché la interessa? «Per me il tema centrale del film è l’impatto che ha il potere. Si parla spesso del potere del re e degli interessi di questa donna, la verità è che Jeanne du Barry esercitava un forte ascendente sul sovrano. E se di solito si racconta il potere con l’angolazione della politica o della finanza, credo che la seduzione, l’amore e il fascino siano potenti tanto quanto lo è un re. Il potere dell’amore è uno dei temi che mi interessano di più».

Perchè? «È la mia essenza, funziono sulla base di questo sentimento. Non ho mai creduto di essere abbastanza forte da rappresentarlo, ma se mi chiedo  cosa mi interessa filmare, sono i paradossi che derivano dalle cose che ci tengono in vita, e che ogni tanto ce la rovinano (Maiwenn ha conosciuto Luc Besson quando aveva 12 anni e lui 29, e a 16 ha avuto con lui una figlia, Shanna. A 20, durante le riprese di Il quinto elemento, lui l’ha lasciata per Milla Jovovich, ndr)

Cos’è l’amore per lei? «Il mistero più grande, la droga più grande. È ciò che ci da il coraggio di fare le cose che facciamo. E ho l’impressione che siamo abitati, pervasi, dall’amore».

Lei da l’idea di amare la libertà, come Jeanne du Barry: come l’ha fatta sentire calarsi in un contesto come quello di Versailles, in cui la spontaneità non era appropriata? «È stato l’aspetto più difficile. Adoro la spontaneità e ha molto carisma davanti alla macchina da presa. Jeanne ha portato aria di libertà, le persone che la circondavano avevano bisogno di una donna come lei, che ha anticipato molte cose che si sarebbero manifestate successivamente. Ma trattandosi di Versailles sapevo che se fossi stata troppo spontanea non sarei stata coerente con l’epoca: dovevo incarnare una donna che si trovava davanti a persone che pesavano ogni parola per non essere allontanate dalle grazie del re. Mi sono fatta un po’ di violenza, diciamo».

So che ha proposto la parte del re a molti attori francesi, fra questi c’era anche Timothée Chalamet? «Chalamet? Ma è un bambino! Mi va bene andare contro corrente, ma lui non avrebbe mai potuto incarnare questa storia». 

(continua…)

Intervista pubblicata su Donna Moderna del 24 Agosto 2023

@Riproduzione riservata

Matthias Schoenaerts: «La forza non conta, a muovermi è il cuore»

27 giovedì Lug 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura

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A time to die, attori, interviste illuminanti, Kursk, Kusrk, Matthias Schoenaerts, Movies Ispired, nuovi uomini, registi, Thomas Vintenberg, Un sapore di ruggine e ossa, uomini

DA BAMBINO ADORAVA MIKE TYSON, DA ADULTO DIETRO AL FISICO POSSENTE NASCONDE UN ANIMO SENSIBILE. COSI’ L’ATTORE BELGA HA CONQUISTATO I REGISTI PIU’ IMPORTANTI. E UNA SCHIERA DI ATTRICI (GRAZIE A SUA MADRE)

di Cristiana Allievi

È entrato in scena anticipando il futuro. Quando ancora non erano iniziate le rivendicazioni di genere, Matthias Schoenaerts rappresentava già un nuovo prototipo d’uomo: forte fisicamente e sensibile nell’animo. Alto, occhi chiarissimi, durante la nostra conversazione si beve un centrifugato. Penso che nonostante la prestanza notevole, ha basato la riuscita dei suoi personaggi sull’empatia. E per imparare lo standard hollywoodiano non ha nemmeno  dovuto volare Oltreoceano: ad Anversa, la sua città, aveva per mentore il padre Julien  Schoenaerts, attore di grande talento misto ad eccentricità (e a disagi psichici). Degli esseri umani, dentro e fuori dallo schermo, lo ha sempre attratto la fatica di stare al mondo, a partire da quella del suo idolo di bambino Mike Tyson. C’è un solo argomento su cui ammutolisce (a differenza di quanto faceva in passato) e sono le sue relazioni sentimentali. È stato fidanzato per cinque anni con l’avvocatessa Alexandra Schouteden, ha avuto una relazione con Pia Miller, modella, ma del presente non parla. Però nel nuovo film di  Thomas Vintenberg, con cui aveva già girato Via dalla pazza folla, sarà un uomo sposato e in attesa di un figlio che non incontrerà mai. La storia tratta dal romanzo A time to die di Robert Moore e che vedremo al cinema dal 27 luglio è basata sul reale incidente di K-141 Kursk, il  sottomarino russo affondato nel mare di Barents il 12 agosto 2000. Lui è  il comandante del Compartimento 7 del Kursk e lotta per salvare i suoi marinai mentre le ventitre famiglie a terra combattono contro l’orgoglio russo e le lentezze burocratiche.

È vero che è stato lei a suggerire a Thomas Vinterberg questo film? «Ho letto la sceneggiatura e ho pensato che fosse il regista giusto. Poco dopo lui ha pensato a me per il ruolo del personaggio principale (ci sono anche la Palma d’Oro Lea Seydoux, nei panni di sua moglie, e il premio Oscar Colin Firth in quelli della marina britannica ndr). Mi ha colpito questa lotta contro il tempo, un tema universale con cui tutti facciamo i conti».

Come si entra nello stato mentale di chi sa di avere ancora poco da vivere? «Il desiderio di farcela è più grande dell’accettazione della morte. Se ti arrendi è la fine, e vuoi sopravvivere per le persone che ami, per la tua famiglia. Questa storia dimostra che per amore puoi tirare fuori una forza che nemmeno immagini di avere».

Una storia girata in spazi ristretti come gli interni di un sottomarino è più difficile da sopportare? «Stare in uno spazio angusto con 25 attori, più altrettante persone della troupe, per sei settimane, è un’esperienza molto forte. Se non diventi matto ne esci trasformato, comprendi molti aspetti incomprensibili in altre circostanze».

Ad esempio? «Ho scoperto la mia grande forza d’animo, o forse è meglio dire che l’ho riscoperta. Anche al cinema, mi ha sempre interessato più il coraggio della brutalità».

Eppure lei è diventato famoso mostrando una forza fisica sexy e brutale.  Ha avuto paura che la trasformassero in un cliché, anche grazie al suo fisico imponente? «Sono fenomeni incontrollabili. Io mi muovo dal cuore, se una storia mi tocca la scelgo, altrimenti no. E a dirla tutta, odio quando vogliono farmi sembrare il bello di turno, preferisco essere brutto quando interpreto un ruolo».

A otto anni lei era già sul palco con suo padre, l’attore di teatro Julien Schoenaerts. «C’è chi sa di voler fare un lavoro da quando è bambino, io non sono così. Da adolescente suonavo, dipingevo, se ce n’era una cosa che non volevo fare a nessun costo era recitare. Certo, per non paragonarmi a mio padre, un uomo da cui sono stato molto distante. Poi, quando è mancato, le cose sono cambiate».

(continua…)

Intervista integrale pubblicata su Donna Moderna del 20 Luglio 2023

@Riproduzione riservata

Denti da squalo, perché vedere questo film

05 lunedì Giu 2023

Posted by Cristiana Allievi in Attulità, cinema, Cultura

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attualità, cinema, Claudio Santamaria, davidegentile, Denti da squalo, interviste illuminanti, Regia, registi, Squalo, Wired

di Cristiana Allievi

È UN BUON ESORDIO ALLA REGIA, QUELLO DI DAVIDE GENTILE. IN QUESTO ARTICOLO PER WIRED SPIEGO IL PERCHÉ

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Se uno dei protagonisti della storia che racconterai è uno squalo, hai più di un problema da affrontare in partenza. Per esempio, come farlo incontrare con il suo coprotagonista, un bambino di 13 anni di nome Walter, senza che quest’ultimo diventi prelibato cibo per predatori. Ma anche come far muovere agevolmente il grosso pesce in un habitat naturale mentre funge da coscienza per il suo coprotagonista, e che quindi deve avere lo spazio e il tempo per osservarlo. Questa ricerca ha segnato l’esordio alla regia di Davide Gentile, classe 1985, che fino a qui si era misurato con cortometraggi e pochissimi attori, non potenzialmente voraci come quello che incontriamo in Denti da squalo.

Walter è un bambino introverso che ha perso suo padre da poco e vive con la madre, con cui cerca di riappacificarsi mentre tenta di guarire anche il trauma della perdita.

La prima inquadratura del film lo vede sulla spiaggia (con un veloce passaggio sul vero padre del protagonista, Tiziano Menichelli, e poco dopo sul vero padre del regista, Enzo Gentile, intento a leggere il giornale). Poi si vedono la casa di Walter, lui che si cambia e che sfreccia con la sua bicicletta nella macchia del litorale romano. Arriva davanti a un cancello chiuso, passa attraverso un buco della recinzione e si ritrova in una villa. C’è una bella piscina sulla cui superficie galleggiano molte foglie, Walter si tuffa e quando si volta vede arrivare verso di sé la pinna di uno squalo.

Una lavorazione complessa

«La domanda che ci siamo fatti era come realizzarlo, abbiamo pensato di utilizzare un vero esemplare erbivoro, ma non me la sono sentita. Se ci fosse stato un incidente con il bambino sarebbe stato terribile, uno squalo vero non è controllabile, e forse non ci avrebbero nemmeno assicurati», racconta il regista. «Siamo passati all’idea di costruirlo con l’animatronica, ma non avrebbe funzionato. La soluzione vincente è stata mescolare le tecniche, lavorare in animatronics con la computer grafica. In Italia gli effetti speciali non sono mai stati fatti a quei livelli, e noi dovevamo lavorare come a Hollywood ma senza i loro mezzi.  Mi hanno proposto una casa di produzione molto piccola ed ero in apprensione, invece hanno lavorato molto bene, sapendo che il risultato avrebbe cambiato la loro carriera, oltre che la mia».

(continua…)

Puoi leggere l’integrale a questo link Wired.it

Alla direzione artistica del concorso internazionale di Cortometraggi del Lamezia International Film Festival

13 sabato Mag 2023

Posted by Cristiana Allievi in arte, Attulità, cinema, Cultura, Moda & cinema

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Ciak, Ciak magazine, concorso internazionale, cortometraggi, Cristiana Allievi, festival di cinema, giuria, interviste illuminanti, Lamezia international film festival

Fra le novità che mi porta questo anno c’è anche una direzione artistica. L’ideatore e direttore del Lamezia International Film Festival, Gianlorenzo Franzi, mi ha affidato la nuova sezione di corti internazionali, che avrò il piacere di sovrintendere. La nuova sezione indagherà l’intelligenza artificiale e si intitolerà Chi sarò io? , come spiega bene l’articolo di Ciak magazine.

Mi raccomando seguiteci, magari anche venendo di persona a Lamezia dall’11 al 15 luglio.

LIFF10 – Lamezia International Film Fest 2023, il concorso si arricchisce di una nuova sezione

Il racconto completo è su Ciak magazine

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