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Christian Bale: «Voglio essere il miglior padre possibile».

02 lunedì Apr 2018

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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actors, attori, Batman, Christian Bale, Cristiana Allievi, F, New Mexico, Ostiles-Ostili

 

christian-bale-3-720x720.jpgSUL SET AMMETTE DI CERCARE “UN’OSSESSIONE”, L’UNICO MODO PER NON ANNOIARSI. LA FAMA NON GLI INTERESSA. «SONO ME STESSO QUANDO GUIDO IL MIO VECCHIO PICK UP», RACCONTA L’ATTORE CHE TRA FAMIGLIA E LAVORO NON HA DUBBI: «MIA MOGLIE E I MIEI FIGLI SONO LA MIA VITA».

Christian Bale è così bravo a cambiar pelle da essersi meritato l’appellativo di “grande camaleonte”. Finora ci ha convinti su più fronti. Nei panni di Gesù, in quelli di Mosè, di un operaio della Pennsylvania e persino di Batman. Ma se gli riesce facile essere qualcun altro sullo schermo, altra cosa è essere se stesso nelle interviste: è il terreno su cui si ritrae di più, nonostante ce la metta tutta per essere professionale. Nato in Galles 44 anni fa, cresciuto fra l’Inghilterra e gli Usa in un contesto bohémien, Bale è figlio di un’artista circense e di un pilota civile diventato in seguito famoso attivista. Ha iniziato col teatro shakesperiano, poi è finito sul grande schermo a soli 12 anni grazie a Spielberg con L’impero del sole. Da lì in avanti si è specializzato nel prendere e perdere (tanto) peso, fino a vincere l’Oscar con The fighter di David O. Russel nel 2011, e a sfiorarlo di nuovo tre anni dopo, con American Hustle. Nell’ultimo film, Ostili, definito dal Guardian “un western brutale e meraviglioso” e nelle sale dal 22 marzo, è un leggendario capitano dell’esercito che accetta suo malgrado di scortare un capo guerriero Cheyenne in punto di morte e la sua famiglia fino alle loro terre natie. Nel viaggio incontrerà una giovane vedova (Rosamund Pike) a cui sono stati assassinati tutti i membri della famiglia, e i due dovranno sopravvivere al dolore e alle ostili tribù Comanche.

Da Fort Berringer, un isolato accampamento nel Nuovo Messico, alle praterie del Montana, quello in cui è impegnato è un viaggio da Odissea. «Abbiamo girato nel Nuovo Messico col caldo più intenso, indossando le vere uniformi di lana del periodo. Per questo motivo siamo diventati sempre più magri durante l’arco del film! Durante il lavoro ho visto i fulmini e le tempeste più incredibili della mia vita, seguiti da doppi arcobaleni. Ne ho contati quattordici durante le riprese!».

L’uomo che interpreta è costretto a fare cose tremende. «Ha conosciuto solo guerra e orrore per tutta la vita e non può fare quello che fa senza accumulare odio. La violenza che conosce non è spavalderia, è molto specifica, brutale, efferata ed anche molto veloce. E lui deve reprimere tutto, perché un leader non può mostrare alcuna vulnerabilità, in effetti vive una specie di incubo (ride, ndr)».

Quando si trova in un incubo lei come ne esce? «Come dicono i saggi, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità di chi lo ha creato, e anche questa storia lo dimostra. È un percorso interiore, un viaggio su come si impara a spegnere l’odio, attraversando quell’enorme senso di colpa che si prova nel farlo. In effetti il manoscritto originale di Donald Stewart, scritto negli anni ’70, mostra un problema molto attuale: ci ostiniamo a non ammettere che tutti i conflitti che continuiamo ad alimentare non hanno senso».

È vero che ha passato molto tempo con i Cheyenne? «Il Capo Phillip è stato inestimabile. Ho dovuto imparare la lingua, e lui diceva che non me l’avrebbe insegnata senza prima insegnarmi tutto sulla cultura del suo popolo, e così è stato».

La cosa che porterà sempre con sè? «Ogni mattina il Capo Phillip ci metteva tutti in cerchio per benedirci, ed era un processo che richiedeva tempo. Per la troupe, che su un set cerca di velocizzare tutto al massimo, è stata una specie di incubo. Per me invece è stato fondamentale, mi ha dato la possibilità di centrarmi e di sentirmi legato a tutto quello che mi circondava. Mi ha dato una forza e una potenza che mi hanno aiutato in tutto quello che ho fatto, e ho capito che prendersi del tempo per stare insieme e sentirsi parte di una comunità rende le cose molto più facili».

(….continua)

 

Intervista pubblicata su F del 4 Aprile 2018 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Cillian Murphy: «Dal rock al cinema, sono solo un uomo vero»

31 lunedì Lug 2017

Posted by Cristiana Allievi in cinema, Cultura, Personaggi

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Tag

Batman, Christopher Nolan, cillianmurphy, cinema, Dunkirk, filmdanonperdere, WarnerBros

 

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Cillian Murphy, anto a Cork 41 anni fa (courtesy of @cillianmonline)

Ci sono sguardi a cui non si sfugge. Quello di Cillian, pronuncia “Kil-lian”, fa parte di questa categoria. Christopher Nolan ha puntato sui suoi grandi occhi per cimentarsi col primo film di guerra, Dunkirk, racconto della battaglia del 1940 in cui le truppe alleate sono riuscite a sfuggire via mare alla grande offensiva di Hitler in Europa tra il 26 maggio e il 3 giugno. Finalmente un ruolo principale per l’attore irlandese, dopo tutti quelli secondari interpretati proprio per Nolan. In questa parte lo sguardo di Murphy  riesce a trasmettere tutto lo sgomento di uno dei 400 mila soldati che si trovano intrappolati sulla spiaggia francese con le spalle al mare.

A pensare che all’ultima Berlinale lo si è visto nei panni di un banchiere cocainomane in preda alla gelosia, nel bellissimo The party di Sally Potter – anche in quel caso insieme a un cast stellare- si ha l’ennesima conferma che Murphy è uno bravo davvero. Negli anni si è spostato con nonchalance da spettacoli teatrali in cui era solo sul palco a personaggi come il medico irlandese di Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Per questo è stato nominato sia ai Golden Globes sia agli Mtv Movie Awards, e grazie alla sua interpretazione in 28 giorni dopo, di Danny Boyle, lo ha voluto Nolan come lo Spaventapasseri della trilogia di Batman. E contando anche Inception, siamo a quota cinque film girati insieme. «Chris mi ha telefonato dicendo che aveva qualcosa per me. Mi conosce abbastanza bene da immaginare cosa mi interessa e che tipo di ruoli vedo come una sfida. Quando si tratta di un suo film so già che sarà straordinario, ma in questo caso mi ha davvero steso». Nelle sale dal 31 agosto, Dunkirk è atteso come il più ambizioso film di guerra dai gloriosi anni di Spielberg e Oliver Stone, tanto che pare che il regista abbia avuto a disposizione cinque milioni di sterline da spendere per un aereo vintage della guerra nazista che si dice abbia gioiosamente fracassato in mille pezzi per la conclusione del film. «La prima cosa che ha catturato la mia attenzione è che non si trattava di un film di guerra americano, come sono stati finora i migliori», prosegue Murphy. «Chris ha riconosciuto qualcosa di unico nella storia, qualcosa che gli spettatori non hanno mai visto finora». Nato a Cork, primo di quattro figli di due insegnanti, Murphy è uno che dopo aver girato blockbuster si ritira per lavorare solo a progetti minori. Schivo e pochissimo interessato a stare sotto ai riflettori, è sposato dal 2004 con la visual artist Yvonne McGuinness con cui ha due figli. A vivere a Hollywood non pensa minimamente, si sente “europeo” e preferisce stare vicino alla sua famiglia. Uno normale, verrebbe da dire, che in Dunkirk interpreta un personaggio senza un nome, ma indicato come “shivering soldier”, soldato che trema. «Il mio personaggio rappresenta qualcosa di cui migliaia di soldati hanno fatto esperienza, che è il profondo impatto emozionale e psicologico che la guerra può avere su un individuo. Lo incontriamo quando viene raccolto dalla Moonstone, una delle navi civili che attraversano il canale della Manica per evacuare i soldati a Dunkerque. È qualcuno che è sopravvissuto a un’esperienza tanto orribile da alterarti la mente, per sentirsi dire “in realtà stiamo tornando lì”». Nella parata di talenti inglesi e irlandesi spiccano anche Tom Hardy, Mark Rylance, Kenneth Branagh e nientemeno che il cantante dei One direction Harry Styles, per cui Cillian ha solo elogi. «È molto bravo, abbiamo girato pochissime scene insieme ma abbiamo passato tempo insieme fuori dal set ed è un tipo in gamba e molto, molto divertente. E se un regista che conosce bene il talento come Nolan lo sceglie, ha i suoi motivi». Del resto molto prima che attore Cillian è un musicista, e a 10 anni ha detto ai suoi genitori che di lavoro voleva fare la rockstar. «Credo che esista una specie di gene della performance, e se lo hai prima o poi viene fuori. I miei mi hanno mandato a studiare chitarra, per anni ho suonato col mio gruppo di cinque musicisti, The Sons of Mr. Greengenes. Poi quel gene si è trasferito nella recitazione, e quando avremmo dovuto incidere un disco non ho firmato il contratto discografico (con la Acid Jazz Records, ndr). Non sono il tipo di uomo che può fare due cose insieme, così ho provato a eccellere in una sola».

Il suo amore per le performance live dev’esersi incontrato benissimo con le tendenze di Nolan. «La sua determinazione a catturare la maggior parte delle azioni nella camera da presa è il motivo per cui i suoi film hanno una qualià così viscerale e intensa. In Inception ricordo di aver sparato sul fianco di una montagna nel mezzo di una tempesta di neve, e lui continuava a girare anche quando la condizione diventava impossibile. Se vuoi ottenere le reazioni più utentiche e le risposte più veritiere da parte degli attori, buttali nel mare vero o fai volare dei veri Spitfire sulle loro teste. Gli spettatori sentiranno la veridicità, gli attori la sentono di sicuro». Tra i budget e la forza della storia lui non ha dubbi. «I grossi budget non significano nulla, se non sono mossi da una grande storia. Interstellar ha avuto successo perché era un film molto emozionale, e mi ha fatto piangere. Non conta quanto sono grandi gli oggetti su un set, o quanto tolgano il fiato, niente di tutto questo avrebbe avuto alcun impatto se la storia e le interpretazioni non avessero colpito il centro del plesso solare». E al contrario di molti maschi indecisi, lui ha idee chiare anche in fatto di responsabilità sentimentali. «Ho sempre saputo di voler metter su famiglia. Oggi in Irlanda non è così, i maschi stanno a casa fino a 30 anni perché non hanno lavoro. E allo stesso tempo le donne hanno bisogno di stabilità, di qualcuno che si occupi di loro, anche questo è un fatto». Più parla, più si capisce che le sue sono radici sane. «I miei modelli? Vengo da una dinastia di insegnanti, i miei lo sono entrambi, mio nonno era preside e tutti i miei zii e zie si sono dedicati alla scuola. Mi hanno insegnato indirettamente che è un lavoro enorme, ricordo il loro forte senso di responsabilità». A insegnare non ha mai pensato, perché «è una vocazione», ma sa cosa vuole per i suoi figli. «Penso ancora al mio insegnante di inglese in Irlanda, un uomo straordinario che mi ha fatto amare la letteratura e il teatro e mi ha portato persino ai concerti. Ma ricordo anche persone davvero stupide, avevo una certa abilità nel provocarle per far emergere la loro debolezza: per i miei ragazzi voglio maestri migliori». Uno come Ken Loach ne ha avuto la statura, quando ha girato Il vento che accarezza l’erba ed è finito a Cannes, nel 2006. «Il suo modo di lavorare, senza sceneggiatura e quindi senza capire esattamente cosa succede durante le riprese, è stato fondamentale. Ken mi ha insegnato a recitare con l’istinto, senza intellettualizzare ma rispondendo come una persona normale a ciò che succede. Ed è stata una rivelazione, perché recitare dovrebbe riguardare proprio questo, l’onestà e la verità, non la vanità e la fama».

© Riproduzione riservata

Intervista pubblicata su D La repubblica del 29 luglio 2017

 

 

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