Renate Reinsve corre verso l’Oscar con Sentimental Value. «Un film come una conversazione su cosa sia l’appartenenza»
26 lunedì Gen 2026
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06 giovedì Dic 2018
Posted in arte, cinema, Golden Globes, Miti, Moda & cinema
Ecco i candidati ai Golden Globes 2019 per il cinema nelle principali categorie

Miglior film drammatico:
Black Panther
BlacKkKlansman
Bohemian Rhapsody
Se la strada potesse parlare
A Star is Born
Miglior film commedia o musicale:
Crazy Rich Asians
La favorita
Green Book
Il ritorno di Mary Poppins
Vice
Miglior regista:
Bradley Cooper per A Star is Born
Alfonso Cuaron per ROMA
Peter Farrelly per Green Book
Spike Lee per BlacKkKlansman
Adam McKay per Vice
Miglior attrice in un film drammatico:
Glenn Close per The Wife
Lady Gaga per A Star is Born
Nicole Kidman per Destroyer
Melissa McCarthy per Can You Ever Forgive Me?
Rosamund Pike per A private War
Miglior attrice in un film commedia o musicale:
Emily Blunt per Il ritorno di Mary Poppins
Olivia Colman per La favorita
Elsie Fisher per Eight Grade
Charlize Theron per Tully
Constance Wu per Crazy Rich Asians
Migliori attore in un film drammatico:
Bradley Cooper per A Star is Born
Willem Dafoe per Van Gogh – At Eternity’s Gate
Lucas Hedges per Boy Erased
Rami Malek per Bohemin Rhapsody
John David Washington per BlacKkKlansman
Miglior attore in un film commedia o musicale:
Christian Bale per Vice
Lin-Manuel Miranda per Il ritorno di Mary Poppins
Viggo Mortensen per Green Book
Robert Redford per The Old Man & the Gun
John C. Reilly per Stanlio e Ollio
Miglior attrice non protagonista:
Amy Adams per Vice
Claire Foy per First Man
Regina King per Se la strada potesse parlare
Emma Stone per La favorita
Rachel Weisz per La favorita
Miglior attore non protagonista:
Mahershala Ali per Green Book
Thimotée Chalamet per Beautiful Boy
Adam Driver per BlacKkKlansman
Richard E. Grant per Can You Ever Forgive Me?
Sam Rockwell per Vice
Miglior film straniero:
Cafarnao
Girl
Opera senza autore
ROMA
Un affare di famiglia
Miglior Sceneggiatura:
Alfonso Cuaron per ROMA
Deborah Davis e Tony McNamara per La favorita
Barry Jenkins per Se la strada potesse parlare
Adam Mckay per Vice
Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter Farrelly per Green Book
Miglior canzone:
“All the Stars” in Black Panther
“Girl in the Movie” in Dumplin’
“Requiem for a Private War” in A Private War
“Revelation” in Boy Erased
“Shallow” in A Star is Born
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30 martedì Gen 2018
Posted in cinema, Cultura, Golden Globes, Miti
Tag
Cristiana Allievi, freepress, giornalismo, GQ Italia, journalism, libertà di stampa, Meryl Streep, Steven Spielberg, The post, Tom Hanks

1971. Siamo alle prime avvisaglie di interferenza politica in quella che è la libertà chiave nella vita di una democrazia. Steven Spielberg pesca, non a caso, un evento che ha minato la libertà di stampa, e lo sceglie proprio in un momento in cui l’America soffoca sotto i colpi della xenofobia e di un presidente intenzionato a infamare chi non la pensa come lui.
La storia di The post, che sarà nelle sale dall’1 febbraio grazie a 01 Distribution, ruota intono alla figura di Katharine Graham, la prima donna che finisce al comando, da editore, del Washington Post, secondo giornale locale dopo il Washington Star.
Meryl Streep, che ha ottenuto la ventunesima nomination agli Oscar per questa interpretazione, racconta una donna impreparata al ruolo che si ritrova a coprire in una società fortemente maschilista. Grazie al suo straordinario coraggio darà una grande scossa alla storia dell’informazione, decidendo di pubblicare segreti governativi che riguardano la guerra in Vietnam.
«La prima versione della sceneggiatura è stata scritta da Liz Hannah e acquistata da Amy Pascal sei giorni prima delle elezioni presidenziali», racconta la Streep.
«Tutti noi pensavamo si sarebbe trattato di uno sguardo nostalgico al passato, riflettendo su quanta strada avevano fatto le donne fino a oggi, soprattuto in vista di un presidente donna che davamo per scontato. Invece, con le elezioni, sono aumentate le ostilità verso la stampa e gli attacchi alle donne, dall’apice del nostro governo. Così il film si trasforma, suo malgrado, in una riflessione su quanta strada non abbiamo ancora fatto».
Le vicende ruotano intorno alle Pentagon papers, un rapporto segreto di 7000 pagine stilato nel 1967 per l’allora segretario della difesa Robert Mcnamara. In pratica quei documenti raccontavano una verità a lungo nascosta: per quattro amministrazioni, quelle di Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson, il governo americano aveva mentito ai suoi cittadini e al mondo sulla guerra in Vietnam.
Mentre i politici sostenevano di volere la pace, la Cia e e i militari incrementavano il conflitto sapendo in partenza che non avrebbero avuto la meglio. In pratica, mandando a morte sicura quei 58.220 soldati che hanno perso la vita sul campo.
Il regista di Schindler’s List, Munich, Lincoln e Il ponte delle spieracconta, in un crescendo di tensione, come un brillante analista militare, Daniel Ellsberg, ex soldato dei Marines e poi del Vietnam, abbia deciso di fotocopiare e nascondere tutte quelle pagine, per poi consegnarle al New York Times.
Il 13 giugno 1971 appare in prima pagina un lungo articolo che fa scoppiare un inferno, e l’amministrazione Nixon chiede alla Corte Federale di bloccare la pubblicazione dei documenti da parte della testata, con la motivazione che quelle informazioni avrebbero messo in pericolo la sicurezza nazionale.
Da qui in avanti la storia si fa ancora più rovente perché gli altri quotidiani iniziano a darsi da fare per pubblicare i documenti, approfittando dello stop dato al New York Times.
«La libertà di stampa è un diritto che consente ai giornalisti di essere i guardiani della democrazia, una verità incontrovertibile», racconta il tre volte premio Oscar Steven Spielberg che segna un altro punto a suo favore per quanto riguarda il filone storico dei suoi lavori. «Nel 1971, il tentativo di Nixon di negare il diritto di pubblicare i Pentagon papers fu un atto inaudito. Era la prima volta che succedeva qualcosa del genere dalla Guerra Civile americana. Oggi ci troviamo ancora una volta a osservare questa minaccia, e questo rende quei fatti tremendamente attuali».
Il due volte premio Oscar Tom Hanks interpreta Dan Bradlee, direttore del quotidiano locale, per niente spaventato dalla competizione con un colosso: «Ben Bradlee era molto competitivo, una vera bestia», racconta. «Aveva passione, era il tipo di uomo che voleva trovare non una grande storia, ma “La” storia. Nel giugno del 1971 il Washington Post era in competizione con il Washington Star, che era il quotidiano principale della capitale: il fatto che il Times avesse una storia che il Post non aveva, era un fatto che teneva sveglio Bradley la notte. Lo faceva impazzire. C’è una scena, in cui sono tutti riuniti nella sala di consiglio e stanno leggendo il giornale avversario, in cui Bradlee dice “siamo gli ultimi a casa nostra!”. È fantastica, racchiude il senso della sfida che guiderà tutto il resto del film».
Bradlee ha la vista lunga, se si pensa che il suo modo di ragionare aprirà la strada a inchieste come quella del Watergate, che porterà alle dimissioni di Nixon. Ma niente sarebbe successo senza di lei, Katharine Graham. «Era una donna che aveva la sensazione che il posto in cui era non le competesse», continua Meryl Streep. «La rappresentazione della redazione del giornale, come era nel 1971, è molto fedele: c’erano solo uomini ed erano tutti bianchi, le donne erano solo segretarie. In un simile contesto, questa donna sfida Nixon, senza sapere che un giorno sarebbe finita a capo di una delle società di Fortune 500, qualcosa di inconcepibile all’epoca, come vincere un Pulitzer con la propria autobiografia. Ma tutto accade grazie all’enorme fiducia fra lei, l’editore, e Ben Bradlee, direttore del suo giornale, uno degli uomini più coraggiosi che abbia incrociato in vita mia, di quel genere disposto a rischiare tutto».
Articolo pubblicato su GQ.it il 29 gennaio 2017
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08 lunedì Gen 2018
Tag
Cristiana Allievi, Golden Globes, Martin McDonagh, parole, registi, sceneggiatore, scrittura, Tre manifesti a Ebbing, verso gli Oscar
A VENEZIA LO AVEVANO PREMIATO PER LA SCENEGGIATURA. IN SALA VINCERANNO I DIALOGHI. E NEL FRATTEMPO IL REGISTA E SCENEGGIATORE IRLANDESE SI AGGIUDICA QUATTRO GOLDEN GLOBES

Martin McDonagh, regista e sceneggiatore (courtesy The Hollywood reporter).
Secondo il New York Times è uno dei più grandi commediografi irlandesi viventi. Martin McDonagh, anche sceneggiatore e regista, ha vinto ben tre Laurence Oliver Awards per il teatro e un Oscar al cinema per il corto Six Shooter, e i suoi lavori teatrali sono stati messi in scena in oltre quaranta paesi. E sono tutti ambientati in Irlanda, nonostante sia un britannico di origini irlandesi, con doppia cittadinanza. All’ultima Mostra di Venezia ha presentato il suo terzo lungometraggio, Tre manifesti Ebbing– Missouri, nelle sale dall’11 gennaio, che ha scritto e diretto e che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Come lo descrive Frances McDormand, la sua attrice protagonista, lo stile, di McDonagh è “una forma di realismo magico che si fonde con il gotico americano e si basa sull’idea che la gente di provincia non è prosaica ma poetica”. Perfetto, per un mago della parola che viene dalla working class. La storia del film, ambientata nella provincia americana è quella di Mildred, una donna esasperata dall’omicidio insoluto di sua figlia che porta scompiglio nelle dinamiche relazionali della cittadina. E solleva un bel polverone nei confronti dei poliziotti locali, gli ottimi Woody Harrelson e Sam Rockwell.
La sua commedia dark regala articolati dialoghi fra i personaggi, dove ha imparato questo uso della parola? «Ho sempre ascoltato quello che si dicevano le persone, sui pullman, nei caffè. Cercavo di farlo senza giudizio, anche se mi risultava difficile restare neutrale verso le classi sociali più alte. Ma ho sempre saputo che il mio lavoro è vedere l’umanità delle persone, al di là delle idee politiche».
E una certa raffinatezza, da dove viene? «Dal background teatrale, credo anche se il mio primo amore è stato il cinema e agli inizi odiavo il teatro: quello che andavo a vedere in Inghilterra era terribilmente politico e non aveva storia, non succedeva niente per tre ore! È stata la mia fortuna, la spinta a fare qualcosa di diverso».
I primi passi? «Leggendo libri di sceneggiature in biblioteca. Poi a 14 anni ho visto Al Pacino in American Buffalo, e quel linguaggio così forte mi ha colpito molto. Era il 1984 , ho pensato, “allora non è obbligatorio scrivere schifezze…”».
Il suo metodo? «Scrivo tre ore al giorno, e siccome lo faccio a mano, mi regolo sul portare a termine almeno tre pagine».
Prossimi lavori? «Ho scritto A very, very, very dark matter. Viaggia in profondità negli abissi dell’immaginazione, andrà in scena a Londra nel 2018».
(… continua)
Intervista pubblicata su GQ Italia, dicembre 2017
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