di Cristiana Allievi

Ha uno sguardo che va oltre il suo interlocutore. Impossibile da incasellare, volutamente ambigua, Isabelle Huppert sembra voler spostare l’attenzione su qualcosa di distante, un’attitudine che la guida  anche attraverso le parole, che usa spesso per allontanare da sé. Per esempio mi cita i suoi tre figli, Lolita, Lorenzo e Angelo, avuti col produttore francese Ronald Chammah, a sdrammatizzare una carriera ricca di riconoscimenti, inclusa la candidatura all’Oscar (per Elle) e due premi Cesar. «Quando le persone dicono cose belle su di me mi chiedo se le merito davvero. E ci pensano i miei figli a risistemare le cose. Mi prendono molto in giro, con frasi come “mamma, a noi non la racconti…”».

Il tailleur con pantaloni e tacchi alti fa risaltare un fisico dalla tonicità naturale ed eterna. Ci incontriamo per parlare di La verità secondo Maureen K., il film di Jean-Paul Salomè ispirato al libro di Caroline Michel-Aguirre La Syndicaliste, che sarà nei nostri cinema dal 21 settembre.

Rappresentante sindacale della centrale nucleare di una multinazionale francese, dopo aver scoperto e denunciato traffici top secret e accordi con il governo cinese, nel 2012, Maureen viene ritrovata in casa sua in uno stato confusionale, legata a una sedia, con la lettera A incisa sul ventre e il manico di un coltello conficcato nella vagina. Nonostante questo “ammonimento” e il fatto di trasformarsi preso da vittima a prima sospettata, lotterà con le unghie e i denti contro ministri e capitani d’industria per portare alla luce lo scandalo e difendere più di 50.000 posti di lavoro. Sola, contro il mondo.

Maureen Kearney sembra una donna priva di paura, le assomiglia? «Non direi che non ha paura in generale, ne ha ma non teme le persone sopra di lei, nonostante possa esserne intimidita. Direi più che non teme gli uomini, e forse non immagina quello che le succederà».

Avete seguito fedelmente la storia vera? «Non proprio. La cosa incredibile è che nessuno se la ricorda, nonostante sia accaduta poco fa, nel 2012. Il libro omonimo è stato pubblicato poco prima della pandemia, Jean-Paul Salomè lo ha letto e ha deciso di farci un film».

Incarnare una figura contemporanea e vivente è una fatica ulteriore? «Non direi, e Maureen non ha mai interferito, non ha chiesto di incontrarmi o di parlarmi. Siamo partiti  dal suo aspetto fisico, i capelli biondi, lo chignon, gli occhiali e i gioielli: tutto ha preso forma a partire da questi dettagli».

Maureen sembra molto distaccata da tutto ciò che la circonda. «Non reagisce mai come “una buona vittima”, e questo atteggiamento solleva sospetti».

Come si comporta una “buona vittima”, secondo lei? «Bella domanda. Diciamo comunque che non credo che avrebbe vinto, anche se lo fosse stata. Persino la giudice che presiede al processo la tratta in modo gelido, è messa a sua volta sotto pressione dal potere maschile che non vuole perdere».

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(…continua)

Intervista integrale pubblicata su F Magazine del 12/9/2023

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